19 febbraio:

San Beato di Liébana, monaco di san Martín.

Nota di Antonio Thiery, febbraio 2003

 

Il 19 febbraio si celebra la festa canonica di San Beato di Liébana. E' un invito a conoscere un po' meglio la complessa storia d'Europa, che, piena di bugie e di omissioni, raccontiamo nelle nostre strutture scolastiche ed accademiche, mentre si discute della "Costituzione" europea e delle radici cristiane d'Europa. Conosciamo così bene San Benedetto, della cui esistenza non abbiamo nessuna prova certa, ed ignoriamo Beato, un uomo reale, un prete-monaco agostiniano, oggi ignoto ai più, senza il quale sarebbe impensabile l'Europa dei monasteri, delle abbazie, delle cattedrali, dei pellegrinaggi. Fu l'autore più letto, spesso l'unico, nei monasteri europei medievali dal IX all'XI secolo. Descrive il mondo sferico ("macina globi"), con una "quarta pars" al di là dell'Oceano equatoriale. Il Mediterraneo è chiaramente un mare interno, che occupa una piccola parte dell'Universo Mondo. Non pensa solo all'Europa ed all'Occidente. A lui si deve la prima citazione di San Giacomo come protettore della Spagna e l'avvio di un culto che cristianizzò uno dei principali luoghi di pellegrinaggio, quello di Finisterre (San Jacopo de Compostela), noto fin dalla più antica preistoria.

E' un santo scomodo. Mostra una realtà storica e religiosa molto diversa e soprattutto che non è vero che il solo monachesimo occidentale benedettino ha conservato la cultura antica ed ha fatto la cultura europea. Ricordo Beato ogni anno e per il 19 febbraio 2003 aggiungo qualche altra notizia a quelle già fornite negli anni precedenti.

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"Qui cum omnes unum sint, singuli tamen eorum ad praedicandum in mundo sortes proprias acceperunt". "Quantunque [gli Apostoli] fossero una cosa sola, tuttavia ciascuno trovò la propria sorte predicando nel mondo".

Così Beato di Liébana, (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 64,65), un santo della chiesa romana la cui festa "canonica" si celebra il 19 febbraio, descrive la "dispersio apostolorum" per universum mundum: "Hi sunt duodecim Christi discipuli, praedicatores fidei, et doctores gentium". E' ben consapevole della pluralità della cristianità delle origini, del messaggio di Cristo che si incultura in molti modi diversi nell'universo mondo. Non per questo perde la sua "unità". Accompagnò la sua opera con un Mapa mundi, con un mappamondo, in cui è rappresentata anche la "quarta pars, al di là dell'Oceano" equatoriale. Non pensa che il mondo "conosciuto" sia fatto solo dell'Europa, solo del Mediterraneo, solo dell'Occidente.

Beato (Beato di nome e di fatto, scrive Alcuino, il teologo ministro di Carlo Magno) vive nel territorio di Liébana, nelle Asturie, nel monastero di San Martín. E' un prete-monaco che vive in uno dei tanti conventi agostiniani. Conventi misti, in cui convivevano sotto l'autorità della badessa monaci e monache. Sorpresa! Ma in quest'epoca non ci raccontano che ci sono solo i monaci benedettini? E che i monaci e le monache sono rigidamente separati?

Beato è un personaggio sconosciuto dai cristiani d'occidente, censurato persino dal Migne nella monumentale raccolta di "tutti" i testi antichi: ignora il Commento all'Apocalisse, già pubblicato a stampa, ma gli attribuisce altre opere. Eppure i libri di Beato, ed in particolare il Commento all'Apocalisse, erano i più letti, se non gli unici letti, nei monasteri europei tra il IX e l'XI secolo. Beato di Liébana fu il punto di contatto tra i Padri della chiesa e il rinascente mondo culturale della Francia carolingia. E' autore di opere che trovano forte ripercussione alla corte di Carlo Magno e l'appoggio deciso del famoso teologo Alcuino.

Nell'VIII secolo, grazie a Beato, i contatti tra la corte di Carlo Magno e le Asturie si fanno molto intensi, anche per la definizione dell'importanza di Roma senza Roma, con l'"invenzione" (il "ritrovamento") delle reliquie di San Giacomo a Compostela. E' appunto Beato che promosse il culto a San Giacomo nel nascente Regno di Asturie, cristianizzando il pellegrinaggio a Compostela, vecchio quanto il mondo. E' il primo che considera S.Giacomo patrono della Spagna.

Basta questo a farne uno dei personaggi più significativi del medioevo cristiano europeo, quello dei pellegrinaggi e, quindi, delle cattedrali.

Ed è ignoto. Fino al 1995 non esisteva neppure una versione delle sue opere in nessuna lingua moderna: mistero della fede! Anche della fede laica.

Tutti gli studi moderni che, avendo come fondamento il giudeo-cristianesimo e l'ellenismo, sono stati prodotti e sono prodotti da studiosi laici, cattolici, ebrei e cristiani, hanno avuto ed hanno necessità di richiamare la favolistica sequenza temporale: mondo antico, medioevo, rinascenza carolingia, umanesimo e rinascimento, età moderna. Eppure questi studi ignorano Beato. Com'è possibile fondare la cultura dell'Occidente sulla rinascenza carolingia senza conoscerla?

Opere: scrive, tra l'altro:

- un commento all'apocalisse di san Giovanni, in tre successive versioni: 776,784, 786, quando gli arabi sono già arrivati in Spagna, rielaborando un testo di Tyconio, un africano donatista, che non ci è pervenuto. Altra sorpresa! Ma non ci hanno insegnato che l'Africa era romana? E le eresie? Carlo Magno, Imperatore del Sacro Romano Impero, si permette di sostenere un monaco che si ispira ad un africano eretico?. Il Commento all'Apocalisse è pervenuto in circa 35 (trentacinque) codici, alcuni scritti tra il X e l'XI secolo, molti riccamente miniati. Si tratta, come detto, del testo più letto e spesso unico, utilizzato e studiato nei monasteri europei dei secoli IX-X-XI. Alcune copie, con tante pagine miniate, vanno considerati tra i più preziosi e belli codici alto-medievali europei, e non solo alto-medievali europei, ma di ogni tempo, dell'umanità tutta intera, dall'inizio alla fine dei tempi, come Gregorio magno definiva la chiesa. La sua opera costituisce, come in molti autori antichi e medievali, una "catena patristica", che intreccia le citazioni del Vangelo e dei Padri l'una con l'altra "senza soluzione di continuità". Solo pochissime note sono veramente "originali". Il suo lavoro consiste in una selezione di queste fonti e nella scelta di alcuni brani. E tuttavia ne scaturisce un'opera di straordinaria originalità.

E', come don Emilio Gandolfo, un profondo conoscitore dei Padri della Chiesa ed elabora una propria visione del mondo e della fede scegliendo e mettendo in originali sequenze, proprio come faceva Emilio, brani scritti appunto dai Padri.

- l'inno liturgico "O Dei Verbum", parte dell'ufficio divino del rito nella festività dell'Apostolo san Giacomo. E' il primo documento che cita la venuta di Santiago in Spagna (e lo elegge come patrono della Spagna), già prima dell'invenzione (della scoperta) della tomba a Finisterre. E' verosimilmente opera di Beato tra il 738 ed il 788 (il periodo di regno di Mauregato, espressamente citato nell'inno). Sono 60 versi, distribuiti in dodici strofe di cinque versi ciascuna, che riprendono l'Apocalisse, il commento di Tyconio, il culto mozarabico, il tema della dispersio apostolorum in dodici diversi paesi dell'universo mondo. Cristo è il verbo di Dio creatore, luce del mondo, figlio di Maria, re e sacerdote, adornato di dodici pietre preziose. Comincia il giorno mette in fuga le tenebre nel suo percorso di dodici ore. Brilla la luce di Cristo nelle lampade dei dodici candelabri, che sono il simbolo degli apostoli, i quali diedero testimonianza in tutto il mondo, ciascuno in un paese diverso. Tra loro emergono i "Figli del Tuono", Giovanni e Giacomo il Maggiore, la cui madre sollecitò per loro i primi posti nel regno ed entrambi stavano ai lati di Cristo nell'Ultima Cena. Il primo con il capo appoggiato sul suo petto. Entrambi hanno avuto il premio del cielo. Il secondo mediante il martirio, fino alla decapitazione. Giacomo salvi il paese da tutti i mali, dalla peste, dalle calamità; protegga il gregge dei fedeli formato dal re, dal clero e dal popolo. Tutti abbiano la salvezza. Oh Re dei re, difendilo e proteggilo con il tuo amore. Comunque vale la pena di proporre integralmente il testo, ed è la prima volta che avviene nella versione italiana.

Inno nel giorno di San Giacomo Apostolo, fratello di San Giovanni

O verbo di Dio, pronunciato dalla bocca del Padre,
creatore e vero principio delle cose,
autore perenne, luce origine della luce,
partorito (reso luce) dal ventre della gloriosa Vergine,
Cristo, tu sei realmente il nostro Emmanuele.

Re e sacerdote, in cui onore brillano le sacre pietre
che sono "tre per quattro" -onice, agata-
Berillo, zafiro, rubino,
ametista, sardonica, topazio,
smeraldo, diaspro, ligurio e topazio.

Poi puntualmente il sole con le sue gemme -il giorno
brillando dodici ore, le migliori perle-
avanza, spaventando le tenebre del mondo;
ed i candelabri posti su d te
brillano con le lucerne dei due per sei apostoli:

Pietro a Roma, suo fratello in Acacia,
In India Tomaso, Levi (Matteo) in Macedonia,
Giacomo in Gerusalemme ed in Egitto [Simone]) Zelota,
Bartolomeo in Licaonia, Giuda ad Edessa,

Mattia in Giudea e Filippo nella Gallia;
poi, i due grani Figli del Tuono
risplendono, avendo ottenuto quello che chiedevano le preghiere della loro inclita madre,
tutti e due con pieno diritto agli onori supremi,
governando da solo Giovanni nell'Asia, alla destra,
e suo fratello aveva conquistato la Spagna.

Reclinato il capo sul petto innocente dell'illustre maestro,
uno è attratto alla destra dall'alleanza della pace,
alla sinistra l'altro per essere giustiziato,
ed entrambi hanno scelto per due volte il pegno del regno,
coronati si apprestano alla gloria del cielo:

portato quel Giovanni, glorioso, al premio,
scelta per questo la tunica del martirio di Cristo,
quello chiamato Giacomo di Zebedeo,
compiendo l'apostolato esemplarmente
vittorioso conquista le stimmate della passione.

E catturando lui con il favore divino
I colpevoli maghi, reprimendo le ire dei demoni,
castiga il veleno dei suoi emuli
e alla fine, da allo stolido una risposta insigne
e al penitente un cuore credulo.

Perplesso, pieno del desiderio dell'infermo
Che sollecita con insistenza un vantaggioso aiuto,
manifesta a chi lo chiede i carismi della fede,
e con lo stendardo della pace della piena salvezza
e giustiziato con la spada si assicura la gloria.

O veramente degno e più santo degli apostoli,
che rifulgi come aureo capo di Spagna,
nostro protettore e patrono del paese,
evitando la peste, tu salvezza del cielo,
allontana tutte le infermità, calamità e crimini.

Mostrati pio proteggendo il gregge a te affidato
E mite pastore per il re, il clero e il popolo;
con il tuo aiuto possiamo fruire delle gioie superne,
noi possiamo rivestirci della gloria del regno conquistato
e per mezzo di te siamo liberati dall'inferno eterno.

Concedici, ti preghiamo, o potente trinità
Che rischiari, unico, tutto l'edificio del globo,
a cui corrisponde eterna lode e clemenza,
e il potere perenne, la immensa gloria
e onore perenne abbondante nei secoli.

- l'apologetico, un'opera del 786 in risposta ad una lettera del 785 del vescovo di Toledo Elipando (definito il "testicolo dell'Anticristo"), che propugnava la complessa linea "adozionista": Cristo, nella sua umanità, è figlio adottivo di Dio. Questa linea sembra elaborata per rendere la teologia cristiana più vicina all'idea di Dio dei musulmani ormai largamente diffusi nella Penisola Iberica dopo appena 50 anni dal loro arrivo dall'Arabia.

L'opera sarà ratificata dal Concilio di Narbona nel 788, e poi dal concilio di Ratisbona nel 792, e quindi, nel 794, dal concilio di Francoforte, indetto da Carlo Magno, al quale partecipano 400 vescovi di Francia, Germania e Italia. Nel regno delle Asturie l'eresia di Elipando è condannata alla presenza di Alcuino.

 

Solo nel 1995 è stata pubblicata, con brevi commenti, a volte limitati, un'edizione critica delle opere di Beato e finalmente una traduzione, fino allora inesistente (e questo è ben strano vista l'importanza che Beato ebbe nell'Alto Medio Evo europeo), in una lingua moderna (Obras completas de Beato de Liébana. Edición bilingue (latino-español). Estudio teologico de San Ildefonso, Madrid 1995).

 

Ambiente ed epoca: Nacque nella prima metà dell'VIII secolo, forse intorno al 730. Nel 776 scrive la prima edizione del Commento all'Apocalisse. E' ancora vivo tra il 797 e l'800, come conferma una lettera che gli scrive Alcuino.

Le tradizioni di Liébana sono celtiche, ma molti abitanti nell'VIII secolo già vengono dalla Penisola Iberica del Sud. Abbondano la tradizioni arabe e soprattutto nord-africane che si rifanno ad Agostino, che va ricordato è un berbero e l'Algeria musulmana ricerca in lui, come mostrano recenti studi e convegni, le proprie radici.

I contatti tra la corte di Carlo Magno e le Asturie nell'VIII secolo si fanno molto intensi, anche per la definizione dell'importanza di "Roma senza Roma", con la "scoperta" delle reliquie di San Giacomo a Compostela. Beato è il primo in assoluto che cita San Giacomo in Spagna. E il pellegrinaggio a San Giacomo diventa un fatto politico promosso dalla corte di Carlo Magno.

Allora si pensava che la fine del mondo fosse prossima, attorno all'anno 800. Al compimento del VI Millennio dalla nascita del mondo, fissata intorno al 5200 a. C. Il Commento all'Apocalisse stimola alla speranza della Parusia. E a Natale dell'anno 800 c'è (e non è un caso) l'incoronazione di Carlo Magno. Guardando un po' alla realtà storica di quei secoli, potremo leggere anche l'incoronazione di Carlo Magno in una luce meno fantastica e senza travisare la cultura dell'epoca.

Città: Liébana è un villaggio delle Asturie dei monti cantabrici, a pochi chilometri dall'Oceano. Beato, studioso nella Sacra Scrittura, vive e opera nel monastero di San Martino, che forse già esisteva a Liébana nell'età visigotica. Lì c'era una biblioteca veramente importante (di una quarantina di volumi), elemento indispensabile per la vita dei monaci. Nell'VIII secolo un manoscritto costava tre vacche gravide. E quindi 40 volumi rappresentano un autentico patrimonio.

Nelle opere di Beato c'è un uso sistematico di libri che riportano le opere di Gregorio, Isidoro, Victorino, Primasio, Ticonio, Apringio, Gerolamo, Agostino, Ambrogio, Fulgenzio, Origene, Cassiano, Cipriano, Cirillo, Euquerio, Filastro, Grogorio di Elvira, Hegesipo e di alcuni altri autori. Beato è ripetitivo e ridondante, secondo i "gusti" dell'epoca, così diversi dai nostri, ma vuole esser certo di esser capito.

Forse i motivi per cui il Commento all'Apocalisse, una delle opere più note dell'alto medio, non è ricordata dal Migne, e lo stesso Beato è ignorato, stanno qui: non tiene in alcun conto dell'insegnamento di Ambrogio (che pure conosce bene e cita spesso) e soprattutto della dottrina della grazia gratuita e della necessità terrena, che così larga fortuna, ha ancora in età contemporanea, nel "cattolicesimo democratico".

"Non se autem glorietur esse christianum, qui nomen habet, et facta non habet: ubi autem nomen secutum fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit". (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7-11).

Visto che il latino non si fa più a scuola, traduciamo: "Senza dubbio non si può vantare di essere cristiano quello che ha il nome, ma non lo stile di vita; certamente sarà cristiano quando sarà fedele a questo nome e lo realizzerà con la sua condotta. E' veramente un cristiano colui che con la fede e con i fatti si manifesta come un cristiano, camminando, come camminò colui dal quale riceve il nome".

Come non ricordare Emilio che nel suo diario spirituale cita il V Vangelo di Pomilio? Il vangelo è un trattatello devozionale o lo stimolo ad un esperienza alternativa?

Forse Beato è ignorato perché conosceva bene la pluralità del cristianesimo. L'unità si trova solo praticando la diversità, l'alterità. Dice, come ricordato, degli apostoli: "Qui cum omnes unum sint, singuli tamen eorum ad praedicandum in mundo sortes proprias acceperentun".

"Pur essendo una sola cosa" (con traduzione tutta rispettosa di Beato potremmo dire: "pur essendo una sola chiesa"), "tuttavia ognuno trovò il proprio stile di vita predicando nel mondo". In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 63-65).

Come non ricordare Emilio che a proposito delle "eresie" faceva appello alle "sensibilità diverse".

Antonio Thiery, 11 febbraio 2003

P.S. Non va infine dimenticato, e non si tratta di cosa di poco conto, che Beato che autore della  simbologia tanto importante, quanto dimenticata: Michele si riferisce a ( è segno di) Cristo, il cielo alla Chiesa e gli angeli agli uomini santi.

Ho trovato a fatica queste citazioni che sono riportate sempre in modo parziale ed impreciso. Bisogna leggersi con attenzione tutto il testo, giacché non c’è un indice analitico: In Apocalypsis B:JOANNIS APOSTROLI COMMENTARIA  di San Beato de Liébana (tra il 776 e l’800), pubblicato in Obras completas de Beato de Liébana, Estudio Teologico de San Ildefonso, Madrid 1995.

E lì si troverà a pag. 53, introduzione 40: Michaelem Christum dicit: caelum Ecclesiam, et angelos eius sanctos homines. Nemo est qui habeat angelos nisi Dominus noster Iesus Christus.

A pag. 477, libro VI, 178, è ripetuto :  Michaelem Christum dicit; et angelos eius, sanctos homines. Nemo est praeter Dominum, qui habeat angelos, nisi Dominus lesus Christus, sicut Daniel ait:

( la nota è della primavera 2006, inserita in internet il 12 novembre 2006)

 

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