Le pretese teocratiche e imperiali sulla Spagna e le aspirazioni accentratrici del Papato
(Alessandro Il e Gregorio VII) che portarono alla soppressione del culto visigotico o
mozarabico.
Cfr. Ramón Menéndez Pidal, La Spagna del Cid (1^ed 1929), Milano 1966.
Tanto il papa
Alessandro II quanto
la più eminente figura della Chiesa di allora, il monaco di Cluny, Ildebrando di Soana, si preoccupavano di
affermare la supremazia effettiva e sovrana della Sede Apostolica di Roma su
tutti i poteri della terra, sia ecclesiastici che laici.
Dal 1059, Ildebrando
progettava una collezione di testi canonici in appoggio alla
sua tesi. Le si accoppiavano anche argomenti storici e
rovistando negli archivi della Chiesa romana in cerca di titoli di sovranità,
si scoprivano ragioni diverse per cui ogni paese, dalla Spagna alla Polonia o
alla Russia, dovesse ubbidire alla Sede Apostolica o rendersene tributario; e
questa, se il caso si fosse presentato, avrebbe potuto imporsi ai principi non
solo con la scomunica o con l’interdetto, ma anche con la deposizione e perfino
con spedizioni militari.
La generale
esaltazione religiosa che caratterizza quest’epoca (ci si ricordi quanti santi
spagnoli si incontrano negli avvenimenti del Leòn,
della Castiglia e della Rioja) comporta nel pontificato un miscuglio tanto
singolare di rinuncia ascetica e di estrema ambizione di potere mondano, come
sostegno necessario del potere spirituale. Lo stesso secolo XI, che inizia con
quel notevole fiorire dello spirito ascetico nei re, doveva sviluppare la brama
di dominio dei papi, che era in fondo un desiderio di
liberarsi dal dominio laico che impediva la riforma della Chiesa. Il pensiero
religioso, assorbente, deduceva senza esitazione le estreme conseguenze.
1. LA SPAGNA PATRIMONIO DI S. PIETRO
Il « potere diretto
» conferito da Dio a San Pietro e ai suoi successori era superiore al Potere
temporale dei re; il Potere totale è di origine divino,
mentre il Potere regale una invenzione degli uomini, istituita già nel mondo
pagano; le nazioni cristiane dovevano dunque unirsi sotto la guida suprema del pontefice.
E tali elevate idee di monarchia
universale non erano sostenute solo da parte del Papato, ma anche da parte
dell’impero Romano -Germanico.
La Spagna non voleva rifiutare il suo ufficio ecclesiastico, che
era una reliquia venerabile dei padri della Chiesa visigotica. Tuttavia il re
d’Aragona, Sancho Ramirez, avendo necessità dell’appoggio pontificio per il suo
regno appena creato, e mal visto dalla Navarra, si era recato a Roma nel 1068,
e si era costituito « cavaliere di San Pietro: miles sancti Petri», ( titolo di
filiale sottomissione che al papa). Pertanto cedette ai desideri del papa
Alessandro e il secondo martedì di Quaresima, il 22 marzo 1071, nel monastero
di San Juan de la Peña [nella
chiesa monasteriale di S.Juan de la Peña, ai piedi dei
Pirenei, costruita in una grande cavità fatta di un conglomerato di frammenti
di roccia, a significare il sistema delle diversità], le ore
prima e terza si recitarono al modo toledano per l’ultima volta, e all’ora
sesta cominciò l’ufficio romano; invece
di cantare come avevano fatto fino ad allora...secondo l'antico rito hispanico,
i monaci intonarono l'inno Rector potens verax Deus secondo la
versione cluniacense del canto gregoriano".
Tale solenne
rinuncia alla tradizione era presenziata dal re, dai
vescovi aragonesi di Jaca e di Roda, inoltre dal legato del papa, il cardinale
Ugo Candido, istigatore della riforma.
Ugo Candido, uomo
abilissimo, ma di costumi dissipati, cominciò a far circolare la notizia che la
Spagna aveva appartenuto anticamente al patrimonio di
San Pietro (secondo la favolosa donazione di Costantino).
Il papa Alessandro
II organizzò una spedizione militare contro la Spagna e ne affidò
il comando a un famoso capitano di allora, Ebles di Roucy, fratello della
regina d’Aragona Felicia, la figlia d’Hilduino, conte di Montdidier e di Roucy,
nella Champagne.
Mentre il fastoso barone della
Champagne riuniva il grande esercito che pensava di condurre contro il regno
moro di Saragozza, il papa morì. Il popolo di Roma e il clero proclamarono
tumultuosamente frate Ildebrando (22 aprile 1073), e
il nuovo pontefice, col nome di Gregorio VII, otto giorni dopo la sua elezione,
si dirigeva a « tutti i principi che volessero partire in terra di Spagna »,
avvertendoli che non doveva essere loro ignoto che « il regno della Spagna
anticamente apparteneva per diritto proprio a San Pietro, e che ancora in quel
momento, benché fosse occupato dai pagani, a nessun uomo mortale apparteneva,
ma solo alla Sede Apostolica »; tutto quello che il conte Ebles di Roucy o
qualsiasi altro avessero guadagnato sui pagani, lo avrebbero posseduto a nome
di San Pietro, e sotto certe condizioni; il Cardinale Ugo Candido avrebbe
rappresentato la volontà del papa dinanzi a tutti i partecipanti a quella
spedizione.
Le terre conquistate
avrebbero avuto come sovrano il pontefice stesso, secondo le ultime idee
teocratiche prevalenti in Roma.
Si deve supporre che
la nuova teoria storica sulla Spagna, che ora il legato Ugo Candido aveva
condotto seco, fosse nella penisola ancor meno gradita
delle opinioni sulla liturgia.
Anche Alfonso di Castglia era
schierato accanto al papa. Il re si sentiva ad accettare il rito romano per istanza della regina, donna Inés, figlia del potente duca d’Aquitania
Guglielmo.
La volontà del papa
e di Alfonso cominciò ad essere compiuta. Sappiamo che
nelle preghiere della solennità quaresimale dell’anno 1075, in cui il Cid adorò
le reliquie di Oviedo, si mescolavano chierici
toledani che abitavano nelle Asturie ed altri di rito romano. Ma la lotta tra
gli uni e gli altri era viva. La resistenza del clero
nazionale è comprensibile: gli spagnoli veneravano nella loro liturgia i
ricordi dei santi Isidoro e Leandro di Siviglia,
Braulio di Saragozza, Eugenio, Giuliano;
e vedevano con dolore come il papa, nella sua lettera del 1074, attribuisse
confusamente le divergenze tra quella liturgia e la liturgia romana alla
demenza dei priscillianisti, alla perfidia degli ariani, all’invasione dei goti
e dei saraceni. La menzione dei goti era inoltre doppiamente priva
di tatto per un popolo che si gloriava di continuare la storia gotica. Ma a Gregorio VII non importava d’irritare i sentimenti
degli spagnoli. Era un temperamento forte, che si rinvigoriva dinanzi alle difficoltà,
e in Spagna, dove non esistevano questioni d’investiture che lo portassero a
lottare contro re e vescovi, applicava tutta la sua energia nella questione del
rito, e in essa utilizzava i vescovi e i re per
combattere contro il clero e contro il popolo.
Il 20 marzo del 1074 il papa
benedettino Gregorio VII ringraziava Sancho Ramírez, re d'Aragona, per aver
fatto adottare l'Ordo Romanus al posto del "Gothicum officium".
Due fatti che molti giudicano poco importanti, ma che
annientarono una civiltà plurale e cambiarono il corso della storia: non più
l’unità nelle diversità, ma l’omologazione ad un solo sistema di pensiero e di
potere.
I prodromi erano stati posti dal concilio di Costanza nel 1050,
quello che proibì agli ebrei di vivere nelle stesse
case dei cristiani e stabilì che la loro testimonianza nelle cause intentate
contro i cristiani non era ammessa. Autorizzò il rito romano nelle cattedrali e
nelle abbazie.
Contro il romanum ordinem in gran parte della
Spagna (la chiesa isidoriana ed apocalittica differiva profondamente dalla grande chiesa dei Gentili, specialmente nelle categorie di
pensiero che spiegavano le “verità della fede”) ci fu per molti anni una forte
resistenza del clero e dei tanti monaci (tutti laici). Non dimentichiamo che la cultura mozarabica, proprio per la sua
teologia simbolica, fece tanta paura alla Chiesa di Roma, a papa Gregorio VII,
che fu dichiarata eretica. (60) E lo stesso
papa, già prima del suo Dictatus del 1075 (quod catholicus non
habeatur qui non concordat Romanae ecclesiae), aveva già scritto nel 1074 ad
Sancium Regem Araioniae, per ordinargli in hoc autem quod sub dictione
tua Romani ordinis officium lieti studio & iussonibus tuis afferis, Romanae
ecclesiae te filium. (61)
Nello stesso 1074 Gregorio VII riscriverà ad Alfonsum
Castellae & Sancium Aragoniae reges e poi ancora ad Alfonsum Regem
Castellae per ordinare il rispetto del Romanum ordinem. (62)
Su richiesta di Gregorio VII, Alfonso VI, re di Castiglia e León, e
prossimo a diventare anche re della riconquistata Toledo, nel 1080 indisse il
concilio di Burgos (sono sempre re ed imperatori che indicono i concili; unica
eccezione il Vaticano II) che sancì la soppressione del rito ispanico.
Schiacciata
definitivamente la liturgia mozarabica, non ci fu poi alcun inconveniente a
riconoscerla pura e cattolica, lasciandola sopravvivere come una reliquia in
certi altari delle nostre chiese. Ma con la
liturgia scompariva tutta la vecchia tradizione ispanica. I cluniacensi, dai
loro centri culturali dei monasteri e delle chiese, esercitavano una grande
influenza per assimilare la vita spirituale della Spagna a quella del resto dell’Europa. Come epilogo del
modernismo trionfante in questa epoca, potremmo segnalare l’abbandono della
scrittura nazionale.
La Spagna usava nei
suoi scritti una grafia chiamata, come la liturgia, toledana o visigotica. derivata dalla Scrittura corsiva romana. Era analoga ad
altre scritture nazionali, come quella lombarda dell’alta Italia o quella
curiale usata alla corte romana per tutto il secolo XI e parte del XII. Tali
scritture arcaiche distinguono per i loro caratteri specialissimi, di cui il più saliente, per il profano, è la a aperta verso l’alto, che talvolta sembra una u latina, talvolta una ω
greca, ed anche la t con un trattino
curvo verso sinistra, che assomiglia a una a
corsiva, Questa scrittura fu quella imparata dal Cid, e praticata nelle
scuole di Fernando I. Ma i cluniacensi si sforzarono d’introdurre negli
scrittoi monastici la scrittura francese, ed erano aiutati in tale impegno
dalla necessità in cui si trovò il clero spagnolo, di leggere i libri
dell’ufficio romano venuti dalla Francia. Non ci si
deve meravigliare del fatto che, dopo anni, il gran Concilio di León del 1090 infligesse un nuovo
colpo al nazionalismo, ordinando che nei libri dell’ufficio ecclesiastico si
usasse la scrittura francese e non quella toledana, « affinché non ci fosse
differenza tra i ministri dell’altare ».
Da quel momento anche numerosi notai e amanuensi profani cominciarono ad
usare la nuova lettera, progressivamente viene a diminuire l’uso della
scrittura toledana, finché essa scompare completamente
verso la metà secolo XII.
Ben si comprende
l’enorme trascendenza del nuovo muta mento. Gli
antichi libri rimasero pressoché illeggibili. Tutta letteratura del secolo XI o
dovette essere ricopiata in francesi, o rimase lettera morta per gli uomini del
secolo XII. Si aprì così un abisso tra
la cultura modernista e quella arcaica.
Nel maggio 1085
furono stipulati gli accordi di capitolazione di Toledo. Alfonso vi aveva
concesso agli abitanti musulmani la possibilità di far uso della moschea
principale per il culto. Egli aveva poi affidato il governo della città a uno dei suoi principali collaboratori, Sisnando Davidez,
che lo rendevano particolarmente adatto all’incarico, perché fatto prigioniero
era entrato al servizio di al-Mu’tamid di Siviglia (m. 1068-69),ed aveva
raggiuto una posizione importante e fu incaricato di missioni diplomatiche
presso re Ferdinando i di Castiglia e Leòn.
Ma la politica conciliante verso i
musulmani perseguita da Sisnando si scontrò con quella dell’arcivescovo
Bernardo, nominato alla sede di Toledo poco dopo la conquista. Bernardo era un
uomo molto diverso, un francese, un cluniacense inviato in Spagna verso il
1079, probabilmente al seguito o su richiesta di
Costanza, nipote dell’abate Ugo, la quale aveva sposato Alfonso VI proprio
quell’anno. Nei maggio del 1080 Bernardo divenne abate
di Sahagùn, un monastero antico e illustre che vantava stretti legami con la
famiglia reale ed era recentemente diventato il centro del movimento
cluniacense in Spagna. Da questa pos:zione, già di
rilievo, venne promosso nel 1085 dal re ad arcivescovo di Toledo e primate
della Chiesa spagnola. Proprio all’epoca della giovinezza di Bernardo, a Cluny
e altrove, si erano andate diffondendo le idee di crociata, e uno dei suoi
confratelli fu quell’Oddone di Chàtillon che, divenuto papa col nome di Urbano II, proclamò la prima crociata. Bernardo inoltre
nutriva grandi ambizioni per la sua cattedra episcopale; Toledo sarebbe dovuta
tornare, come al tempo dei Visigoti, il principale centro ecclesiastico della
Spagna. L’arcivescovo di Toledo doveva quindi avere una cattedrale adeguata
alla sua dignità, che evocasse il trionfo della Croce
sulla Mezzaluna.
A un certo punto, durante il 1086, la
politica di Sisnando venne sconftessata, gli accordi di capitolazione violati e
la principale moschea della città trasformata in chiesa cristiana. La nuova
cattedrale venne consacrata il 18 dicembre 1086 e,
nella carta di dotazione probabilmente redatta dall’arcivescovo o da un suo
collaboratore, il re affermò che l’edificio, «un tempo ricettacolo di demoni»
era ora divenuto «un tabernacolo di virtù celesti per tutti i cristiani».
Non a caso per i manuali scolastici con la riforma gregoriana
finiscono i secoli buî e ci si avvia all’umanesimo ed alla rinascita.
Burgos, la città del Concilio del 1080 che sanciva la esclusività dell’ordo romanus avviata da Nicea, è, di
contro una città simbolica, una incredibile macchina del tempo, che stravolge
la convinzione che la civiltà ed il senso religioso dell’uomo siano stati
organizzati in termini moderni dal “nostro padre Abramo”. Quasi come un
risarcimento ospita il centro nazionale di ricerca, e presto ospiterà il museo dell’evoluzione umana. A pochi
chilometri c’è la Sierra de Atapuerca dove casuali scavi (si stava costruendo
una ferrovia) hanno messo in evidenza resti umani dell’Homo antecessor di 780.000 anni fa.
Nel 2008 (gli scavi sono diventati sistematici) sono emersi altri resti
dell’ominide di 1,2 milioni di anni