MOZARABI. L’ ORDO ROMAMUS SOPPIANTA IL GOTHICUM OFFICIUM: E FU GENOCIDIO.

20 e 22 marzo, due date emblematiche sul vizio profondo delle religioni, delle chiese, delle politiche, della scuola, in una parola del potere: non tollerare altro da sé.

Il 20 ed il 22 marzo va ricordato il genocidio dei mozarabi, giudicati “eretici” da Gregorio VII: sono passati quasi mille anni da quel genocidio “culturale”, operato  senza spargimento di una goccia di sangue, senza nemmeno una tumefazione o un livido, ma solo imponendo il romanum ordinem (greco-latinicismo più giudaismo). Furono cancellati un popolo e una delle più significative esperienze nella storia dell’uomo di interazione e “sincretismo” civile, culturale e religioso. Fu cancellato l’approccio “laico” e non dogmatico e clericale all’esperienza  religiosa.

Lo stato delle conoscenze muta momento dopo momento. Ed ecco perciò una nuova versione molto aggiornata sui genocidi culturali dell’XI secolo.

9 marzo 2009

 

 

La storia dell’uomo è costellata di innumerevoli genocidi.

Molti gravissimi e terribili.    Molti con torture e stragi di milioni di individui, ma molti “solo” culturali.   Questi ultimi funzionano spesso di più e meglio delle torture, delle armi e delle stragi. Creano schiavi e chi non è più produttivo al sistema di potere dominante viene eliminato o si auto-elimina.

Basta andare a Mauthausen per rendersene conto. L’arma letale che cercò di usare il nazismo fu la distruzione delle culture e delle “diversità”.

Anche le religioni e le chiese ne hanno fatto e ne fanno un uso sistematico: io ho sperimentato bene la dottrina cristiana.

Basta ricordarsi dei Catari. Simone Weil scrive:“Colpisce innanzi tutto, in questo racconto di una guerra religiosa, che non vi si faccia per così dire questione di religione…E’ infinitamente doloroso pensare che le armi di questo omicidio furono maneggiate dalla chiesa”.

Passati molti secoli, si può aggiungere che “è infinitamente doloroso pensare che le armi di queste stragi sono maneggiate dalla chiesa”.   Quando si invocano fatti religiosi, teologicamente strutturati ed etici, la tradizione, la religiosità e la spiritualità dell’uomo di norma non c’entra nulla.

 

Fig.1.Beato di Magio, Pierpont Morgan Library di New York, I metà del X secolo, fol 26

E’ il vizio profondo delle religioni e delle chiese anche di quelle cristiane. Se il Vangelo di Gesù era rivolto a tutti gli uomini (che, per il credente, Dio ama nelle loro differenze, altrimenti, come ricorda il Corano, li avrebbe fatti tutti uguali, senza differenze), le religioni cristiane, a partire da Pietro, pretendono la circoncisione, l’atto anche inconsapevole di sottomissione al potere.

Se il Vangelo di Gesù ha per scenario il composito, interagente e plurale ambiente etnico della Palestina (terra strategica di passaggio e da sempre contesa tra l’Egitto ed i grandi imperi mediorientali), il cristianesimo, centrato su Nicea, ha per scenario l’impero romano con le deduzioni del ragionamento filosofico greco (accessibili a pochi), più il potere della corrente sacerdotale giudaica che ha soppiantato tutte le altre manifestazioni mediorientali del sacro.

Anche P.P.Pasolini, a proposito  della “distruzione e della sostituzione di valori nella società italiana”, ha scritto con forza, fino a pochi giorni prima della morte, e giustamente di genocidi culturali che avvengono “senza carneficine e fucilazioni di massa”. Anche senza torture fisiche. Arrivò ad avanzare  provocatoriamente (Corriere della Sera 18 ottobre 1975) “due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia: a) Abolire immediatamente la scuola media d’obbligo; b) Abolire immediatamente la televisione”. Scrisse che nella “scuola d’obbligo…si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche. La loro funzione dunque altro non è che creare… un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un’altra cultura…)”. Padre Turoldo nel 1987 nota, in un’intervista pubblicata solo ora: “non poteva che finire che così”. Oggi si scrive che fu delitto politico. Lo sapevamo da molti anni.  Per il mentore di quella scuola è iniziato il processo per elevarlo agli onori dell’altare.

Massimo Fini ricorda la tabe totalitaria dell’Occidente, questo vizio oscuro e inconfessato che non tollera, anche attraverso l’evangelizzazione, «l'altro da sé». “C’è …l’ambizione della reductio ad unum, dell’omologazione a sé  dell’intero esistente, che passerà poi per l’eurocentrismo, per il colonialismo, che si basa sulla distinzione fra culture «superiori» e «inferiori» e il dovere delle prime di portare la civiltà, laica e religiosa, alle seconde”. 

Il 20 ed il 22 marzo va ricordato il genocidio dei mozarabi, non meno grave di quello dei catari, di cui è il prodromo: sono passati quasi mille anni, ma in un momento in cui si deve prendere atto della interazione tra culture, va ricordato il genocidio operato  senza spargimento di una goccia di sangue, senza nemmeno una tumefazione o un livido, imponendo il romanum ordinem (greco-latinicismo più giudaismo). Fu stroncata una delle più significative esperienze nella storia dell’uomo di interazione e di “sincretismo” civile, culturale e religioso.

"Il 22 marzo 1071 ...invece di cantare come avevano fatto fino ad allora...secondo l'antico rito hispanico, i monaci [nella chiesa monasteriale di S.Juan de la Peña, ai piedi dei Pirenei, costruita in una grande cavità fatta di un conglomerato di frammenti di roccia, a significare il sistema delle diversità] intonarono l'inno Rector potens verax Deus secondo la versione cluniacense del canto gregoriano". 

Il 20 marzo del 1074 il papa benedettino Gregorio VII ringraziava Sancho Ramírez, re d'Aragona, per aver fatto adottare l'Ordo Romanus al posto del "Gothicum officium".

Due fatti che molti giudicano poco importanti, ma che annientarono una civiltà plurale e cambiarono il corso della storia: non più l’unità nelle diversità, ma l’omologazione ad un solo sistema di pensiero e di potere.

 

I prodromi erano stati posti dal concilio di Costanza nel 1050, quello che proibì agli ebrei di vivere nelle stesse case dei cristiani e stabilì che la loro testimonianza nelle cause intentate contro i cristiani non era ammessa. Autorizzò il rito romano nelle cattedrali e nelle abbazie.

 

Contro il romanum ordinem in gran parte della Spagna (la chiesa isidoriana ed apocalittica differiva profondamente dalla grande chiesa dei Gentili, specialmente nelle categorie di pensiero che spiegavano le “verità della fede”) ci fu per molti anni una forte resistenza del clero e dei tanti monaci (tutti laici), ma, su richiesta di Gregorio VII, Alfonso VI, re di Castiglia e León, e prossimo a diventare anche re della riconquistata Toledo, nel 1080 indisse il concilio di Burgos (sono sempre re ed imperatori che indicono i concili; unica eccezione il Vaticano II) che sancì la soppressione del rito ispanico.

 

Non a caso per i manuali scolastici con la riforma gregoriana finiscono i secoli buî e ci si avvia all’umanesimo ed alla rinascita.

 

Burgos, la città del Concilio del 1080 che sanciva la esclusività dell’ordo romanus avviata da Nicea, è, di contro una città simbolica, una incredibile macchina del tempo, che stravolge la convinzione che la civiltà ed il senso religioso dell’uomo siano stati organizzati in termini moderni dal “nostro padre Abramo”. Quasi come un risarcimento ospita il centro nazionale di ricerca, e presto ospiterà il museo dell’evoluzione umana. A pochi chilometri c’è la Sierra de Atapuerca dove casuali scavi (si stava costruendo una ferrovia) hanno messo in evidenza resti umani dell’Homo antecessor di 780.000 anni fa. Nel 2008 (gli scavi sono diventati sistematici) sono emersi altri resti dell’ominide di 1,2 milioni di anni fa.

 

Si dice che la Spagna “crea sempre casini”, ma forse tanti casini sono stati creati alla Spagna cancellando la sua cultura plurale, imponendole l’invasione benedettina e poi l’integrismo domenicano e gesuita che gestiva l’inquisizione e la distruzione delle culture nell’”America latina”, e così via di questo passo.  “Esaminammo molti libri, ma poiché  non vi trovammo niente di interessante, li bruciammo”, così dice Diego De Landa nello Yucatan, ricompensato con la nomina a vescovo. Non bisogna meravigliarsi se poi è arrivata la chiesa di Franco e  dell’Opus Dei.

 

Il 20 marzo è anche una data simbolica perché è l’anniversario dell’incoronazione (avvenuta nel 242) di Shapur I, l’imperatore persiano che inflisse dure sconfitte agli imperatori romani. Qualcuno dice autorevolmente che ai romani non importava niente dei persiani. Ne va cancellato il ricordo. Nello stesso giorno del 20 marzo Mani iniziò la predicazione della sua bella religione, che bene esprimeva, come ricorda S.Weil, il pensiero da cui il cristianesimo plurale è nato. Anche di questa predicazione va cancellato il ricordo.

Ho più volte ricordato che "mozarabico" non individua solo un popolo storicamente definito erede dell’antico rito hispanico e del  Gothicun officium, ma è diventato un termine per identificare una complessità  e interazione culturale e religiosa che mette insieme elementi occidentali e centro europei, centro asiatici, africani, orientali, mesopotamici, siro-palestinesi, persiani, arabi.

André Grabar, il grande studioso dell’età paleocristiana, il 26 maggio (una data simbolica) del 1971, al termine di un mio lungo intervento sui Longobardi in un Convegno internazionale all’Accademia dei Lincei, mi disse: lei ha perfettamente ragione, non c’è cosa che io scavi nella Francia merovingica che non sia mozarabico, cioè espressione di una interazione plurale di culture, “ma non lo scriverò mai”. Era un consiglio. Il potere, che ha fondamenti nella falsificazione della storia, non lo consentiva. Non lo consente.

Per essere studiati attentamente nella loro complessità, i mozarabi meritano una ricerca molto complessa e sofferta che metta insieme almeno quattro, cinque millenni e spazi dall'antica Cina, all'India, ai popoli delle steppe, all'Africa, al Vicino oriente ed alle estreme propaggini della Penisola Iberica che guardano all'Oceano.

Il mondo fino allora conosciuto” comprendeva questi spazi complessi, dall’estremo oriente all’estremo occidente, come ben notava anni fa l’ atlante storico di Sebastiano Crinò (un importante geografo) in uso nella mia scuola media. Le vie commerciali e quelle “religiose” dei pellegrinaggi coincidevano. Le merci, anche quelle di uso quotidiano e fragilissime, come il vetro, viaggiavano per il mondo globalizzato.

Si, la globalizzazione non è una scoperta del mondo d’oggi.

Non a caso già nei primi anni del Novecento la Spagna fu definita da M.Gomez Moreno il Paese più orientale dell’Occidente. Oggi dei mozarabi non si parla quasi più. Le grandi testimonianze iconiche mozarabiche sono lette essenzialmente sul piano estetico e, studiate solo in chiave filologica con gli strumenti adatti alla cultura greco-romana, sono dette visigotiche.

Esaminando però la complessità culturale e religiosa della Spagna, complessità che chiamiamo con un termine onnicomprensivo mozarabismo, si impara a conoscere le tante inculturazioni anche europee del cristianesimo che fecero poco conto della cultura latino-greca, e molto delle tradizioni locali (pregermaniche e preromane), dell'unificante e composita cultura dei celti (degli "stranieri del nord", dal 600 a.c. al 400 d.C., dall'Irlanda, e dalla Penisola Iberica, al centro Europa, alla Galazia in Asia minore), delle culture centro asiatiche, del vicino (Siria e Persia) e del lontano "Oriente”,, dell'India, dell'Arabia e soprattutto dell'Africa, non solo romana, ma berbera.

Il cristianesimo delle origini è caratterizzato da una pluralità etnica, linguistica, culturale. Ma non lo si deve dire. In questi anni ho imparato come è stato stroncata, nel cristianesimo, la pluralità delle espressioni originarie e come viene stroncato anche nella cultura laica, l'io sociale a favore dell'io individuale ed ho imparato che da sempre, soprattutto oggi, la comunicazione multiculturale e multimediale (la multipercezione) è un diritto negato. La teologia (e le inquietudini dei teologi) hanno ormai soppiantato l’antropologia e la storia.

E in un momento di profonda crisi e trasformazioni come quello attuale, la cosa non è di poco conto.

 

Falsificando la storia, si cerca di riprodurre, insomma un'operazione ben riuscita un millennio fa. "Il 22 marzo 1071", così comincia il preambolo del bel libro "El antifonario de San Juan de la Peña, siglos X-XI, Zaragoza 1995 ", ...invece di cantare come avevano fatto fino ad allora...secondo l'antico rito hispanico, i monaci intonarono l'inno Rector potens verax Deus secondo la versione cluniacense del canto gregoriano". Sembra un fatto marginale, eppure si tratta di un cambiamento epocale come pochi altri ce ne sono stati. Era un atto blasfemo,  un genocidio. Ma fu fondamentale per segnare il “dominio” dell’Occidente e della sua struttura oligarchica sociale e politica. L’inno (per l’ora sesta) è attribuito a sant’Ambrogio. Fu inserito nella liturgia, con altri canti ed inni, e qui c’è un testimone d’eccezione (Agostino, Conf. IX,7,15)  “secondo il costume delle regioni d’Oriente”.

La chiesa di San Juan de la Peña rappresentava uno degli esempi più limpidi di “mozarabismo”, cioè d'adesione ad una cultura molto complessa arabo-cristiana largamente legata a motivi centro-europei, centro asiatici, vicino orientali, in alternativa alla tradizione del greco-latinicismo. Il grande storico R. Menendez Pidal definisce il medioevo un’età latino-araba.

Fig 2 La chiesa di San Juan de la Peña in una grande “cueva di un conglomerato di frammenti di roccia.

 

La chiesa di San Juan de la Peña, a due navate, ed una chiusa da un’abside con una singolare lingua di calcare, che fuoriesce dalla roccia,  umida e riflettente nella quale ci si specchia alla ricerca della conoscenza di sé, è una testimonianza del cristianesimo apocalittico.

Fig.3 S.Juan de la Peña, la lingua di calcare, umida, riflettente: l’uomo si specchia in se stesso per conoscere.

Ancora un esempio, qualora ce ne fosse bisogno, della reductio ad unum, dell’omologazione alla cultura dell’ordo romanus, di ogni esperienza dell’uomo.

Dalla musica non scritta (le melodie, le ritmiche, le sonorità erano affidate alla memoria ed alle potenzialità evocative dei gesti vocali dei cantori e dei musici: è un po’ quello che succede nella moderna “improvvisazione”), si passava all’esecuzione di una musica codificata e poi, inevitabilmente scritta. L'irruzione e l’imposizione del canto gregoriano e dello “spirito” benedettino in tutte le chiese “mozarabiche” era un cambiamento violento ed era la parte più evidente dell’ imposizione del "Romanum ordinem", anche attraverso il divieto dell'uso di tutte le loro forme di conoscenza e di comunicazione (i francesi direbbero del "language sans parole"), in primo luogo del canto (non delle parole, ma del ritmo, del suono, della modulazione della voce, ecc.) e persino delle lettere dell'alfabeto (la littera mozarabica o visigotica, cioè una ben definita e connotata forma dell'alfabeto), delle "linee" e dei colori delle miniature (cioè delle strutture simboliche), che evidentemente, al di là del loro significato esplicito, facevano parte di un complesso sistema comunicativo e conoscitivo implicito, analogico-percettivo, simbolico. E “politicamente” non controllabile.

La scrittura del resto è stata inventata per rispondere alle necessità di rappresentazione visiva e di memorizzazione del "pensiero", avvertite da chiunque faccia parte di un gruppo socialmente avanzato e dominante, di evocazione delle "esperienze" verbali, sensoriali ed extrasensoriali, ma anche e soprattutto per annotare il linguaggio articolato e lo stile esoterico "cognitivo", accessibile a pochi.

M.Amari (Storia dei musulmani in Sicilia, Firenze, 1854,  n.e.Firenze 2002, p. 74) dice che “ La scrittura…si adopera a perpetuare qualche atto pubblico, non a conservare le produzioni dell’ingegno, le quali raccomandansi tuttavia alla memoria dei raccontatori…che parve per lunghissimo tempo più comoda e sicura che le carte scritte”. Ma già Cesare nel 52 a.C., nel De Bello Gallico annotava che facendo affidamento sulla scrittura viene meno la voglia di conoscere e la memoria.

Vietarono dunque ai mozarabi anche il loro "lettering"; gli ordinarono persino di cambiare i "caratteri" della scrittura che usavano. E' come se oggi al Corriere della Sera ordinassero di cambiare l'impaginazione; a riprova che basta imporre forme, colori, canto, danze, modalità comunicative e conoscitive, come facciamo con milioni di giovani nella scuola, per imporre una circoncisione culturale e procurare danni gravi ed irrimediabili.

Lo sterminio, il genocidio dei mozarabi avvenne soprattutto attraverso l'imposizione delle “forme” della liturgia romana: cancellando canti, musica, pittura, colore, un sistema simbolico di comunicazione e ribadendo l'esclusività della cultura greco-romana-giudaica. Come non ricordare le moderne dispute, durante il Concilio Vaticano II, sull'uso del latino nella messa, oggi riproposto da Benedetto XVI?

Nella formazione (riservata a pochi) e nel trasferimento delle conoscenze, contavano allora, come contano oggi, solo la logica e l'esercitazione verbale, la "sacralità" della parola scritta, il concetto. Molte volte ho sottolineato come esiste, nei codici mozarabici una netta distinzione tra testo e miniature, che non sono mai decorative o illustrative, ma evocative. Potrei aggiungere che si tratta di testi autenticamente bilingui, che parlano due diversi linguaggi: quello (tanto per schematizzare) concettuale dell'Occidente nei testi scritti, e quello percettivo, analogico e simbolico dell'Oriente nelle miniature.

 Un ruolo chiave ebbe l’Apocalisse, la cui lettura liturgica da Pasqua a Pentecoste fu prescritta, pena la scomunica, dal IV Concilio di Toledo nel 633 (la Spagna era multiculturale ben prima che arrivassero gli arabi), presieduto proprio da Isidoro di Siviglia. Nello stesso periodo nelle chiese ubbidienti all’ordo romanus si leggevano gli Atti degli Apostoli. Non è una distinzione da poco.

Agli inizi dell’XI secolo assistiamo all’invasione franca, cioè dei benedettini che avevano il loro centro francese a Cluny. Sono loro ad introdurre in Spagna la regola, fino allora assente, di san Benedetto e, perciò, la cultura romana.

Dopo Gregorio VII (papa dal 1073 al 1085, già praepositus della celebre abbazia di san Paolo a Roma, ed influentissimo esponente della curia romana, prima di diventare papa), l'immagine (è solo un indicatore), e lo si vede anche nei codici mozarabici della “decadenza”, deve esser concepita solo come rappresentazione, illustrazione ed arte, e deve avere una funzione essenzialmente sussidiaria; è edificatoria per la massa; muove nobili sentimenti estetici, per pochi eletti; stimola o testimonia, in molti, la "visione" demoniaca o demenziale. Il ragionamento simbolico, la grande analogia e percezione (sensoriale ed extrasensoriale), i gesti (i grandi gesti creatori dell'uomo, a cominciare da quelli tattili ed oculari), la musica, i colori, i suoni, la linea, i rumori, gli odori (insomma, la vita) furono (come sono tutt’ora) anatemizzati.

Fig.4.Beato di Magio, Pierpont Morgan Library di New York, I metà del X secolo, fol 115v, Ap.7,1-3.

 

Era così avviato uno dei più singolari, sistematici, risolutivi ed emblematici genocidi della storia. La cultura mozarabica (una delle più complesse ed alte forme di interazione e sintesi tra etnie, religioni, stili di vita e di conoscenza) fu annientata fino alle radici, al punto che ancora oggi, a distanza di nove secoli, si fa fatica a riconoscere la sua dignità.

E con la cultura fu stroncato un popolo. Va ricordato che in Spagna i musulmani, un’esigua minoranza, avevano esercitato un dominio politico ed economico, e non un dominio religioso e tanto meno una persecuzione. I pochissimi martiri, furono martiri volontari, che, stimolati da autori paleocristiani africani (“per amore dei martiri”, commenta Beato nell’VIII sec., “si uccidono tra di loro”), ambivano al sacrificio per realizzare prima le nozze mistiche con Cristo.

Senza spargere una goccia di sangue, i mozarabi furono cancellati dalla faccia della terra.

Il 20 marzo del 1074 il papa benedettino Gregorio VII ringraziava Sancho Ramírez, re d'Aragona, per aver fatto adottare l'ufficio romano, l'Ordo Romanus, nelle chiese aragonesi contro il "Gothicum officium", che pur essendo teologicamente coincidente con quello romano, si collegava ad inculturazioni estranee al mondo occidentale, all'ellenismo, alla centralità di Roma e degli apostoli Pietro e Paolo.

Il concilio di Costanza (1050), gli avvenimenti di San Juan de la Peña (1071), le lettere dei papi (già con Alessandro II, ma tutte ispirate da Ildebrando di Soana anche prima di diventare papa) ai vari re cattolici, il Dictatus di Gregorio VII (1075 o 1087?: quod catholicus non habeatur qui non concordat romanae ecclesiae),  il concilio di Burgos (1080). Sono atti significativi, che trascendono i fatti hispanici. L'"Occidente" cancella secoli, popoli, culture, civiltà, etnie, religioni, insomma la storia di gran parte della Terra  e dell'intero Primo millennio, che da allora sarebbe stato presentato come un insieme di secoli buî. Una storia fatta da tanti milioni di uomini e donne, delle stragrandi maggioranze della Terra. E con l’introduzione violenta dell’ordo romanus si gettano i presupposti per le crociate e l’inquisizione, per la cacciata degli ebrei e dei musulmani, fino ad arrivare ai giorni nostri con il colonialismo, il nazismo, il comunismo, il capitalismo e tante altre tragiche nefandezze. Il razzismo sembra la naturale conseguenza.

 

L'Ordo Romanus. l'esclusività della cultura greco-romana-giudaica.

La ricerca dell'ordo romanus è di antica data. Nel IV-V secolo, dopo Nicea, il cristianesimo è ricondotto ad una religione solo occidentale. Il compianto Bellarmino Bagatti ( ALLE ORIGINI DELLA CHIESA,II, edito significativamente dalla LIBRERIA EDITRICE VATICANA,1982) notava: «…Fu introdotto nelle regole di fede la parola “omousio” non usato nella Bibbia, che iniziò la maniera di spiegare le verità cristiane con l’aiuto della filosofia greca. Nei Concili seguenti si andrà avanti per questa via, ma tagliando fuori una comunità dietro l’altra.» Si cominciò a tagliare fuori il simbolismo, centrale nel cristianesimo delle origini e nelle aree estranee alla tradizione greca, perché,come è stato osservato “l’idea astratta della trascendenza metafisica non ha spazio nel simbolismo”.

 

Si manifesta l'intolleranza cristiana.

La Chiesa si arrocca nei suoi privilegi e nelle sue credenze per preservare l'ortodossia nelle dispute che non di rado, soprattutto nel confronto tra Oriente ed Occidente, tra cattolici latini e "barbari" ariani erano essenzialmente di cultura e di “linguaggio” ed erano sostenute o si saldavano a motivazioni politiche ed economiche. Con il VI ed il VII secolo i regni "barbarici" sono ormai una realtà. Si definisce una nuova società. Le minoranze venute da lontano sono ormai cresciute in chiave demografica ed in potere politico e militare. Gli Alani, i Vandali, i Silingi, gli Svevi, i Visigoti, i Longobardi, i Franchi, i Burgurdi ormai stanno cancellando la Roma aeterna. Le città ormai vivono alle spalle della campagna; cresce sempre più il divario tra una minoranza più o meno ricca e generalmente oziosa, e la maggioranza povera, o scarsa di risorse, incapace di pagare le sue imposte. Il monachesimo, fatto esclusivamente da laici (i fenomeni religiosi sono intimamente legati alla vita quotidiana ed hanno un approccio laico), è molto diffuso. L’egittologo Donadoni ha mostrato come l’anacoreta è colui che è cacciato dalla città, perché non può pagare le tasse. Sono i poveri tra i poveri e non bisogna fare molta fatica per immaginare tra gli anacoreti una folta rappresentanza di donne, certo relegate ai gradini più bassi della scala sociale. E' naturale che nasca, soprattutto negli eredi della cultura e del potere romano la voglia di riorganizzarsi per un riscatto. La corrente sacerdotale d’impronta giudaica prende il sopravvento nella complessità delle esperienze religiose, omologando a sé e impadronendosi del messaggio plurale del Vangelo, di cui vengono salvati, manipolandoli, solo i testi in greco. E' naturale che le mire politiche della grande chiesa di Roma trovino terreno fertile nella ricerca dell'ordo romanus che si realizzerà nei secoli attraverso varie forme di "rinascita" (ad esempio nell'età carolingia, nell'XI secolo, attraverso la riforma cosiddetta gregoriana, o nel XII secolo, quando, persino in architettura e nelle arti assisteremo alla rinascita delle forme espressive antiche) che si concluderanno nell'anno 1300 con Bonifacio VIII.

Fig.5. Beato della cattedrale di Girona, II metà del X secolo, Dispersio Apostolorum, ff. 52v-53

Con Gregorio VII, ma solo allora, era definitivamente imposto a tutto il mondo quell'ordo Romanus, che ancor oggi rappresenta per le comunità cristiane l’unico punto di riferimento. La tradizione greco ortodossa, detta orientale solo perché la Grecia è ad Oriente di Roma, è nella sostanza una tradizione dell’Occidente. Se Gesù vive nel composito ambiente etnico palestinese, il cristianesimo è nato con Costantino a Nicea. “I vescovi del Concilio”, come nota Bellarmino Bagatti) “erano tutti di ceppo gentile”. G.Alberigo, fa credere incredibilmente il contrario: i ”vescovi provenivano quasi tutti dalle chiese d’oriente, salvo cinque occidentali”. Un oriente,dunque, fatto di vescovi greci!. L'intera antichità, dunque, è letta esclusivamente secondo gli schemi culturali dell'ordo romanus (che va ricordato usa le deduzioni del ragionamento filosofico ovviamente greco ed il sacerdotalismo giudaico) della Grande Chiesa dei Gentili, che rappresentò certo un fatto importante, ma uno dei tanti fatti importanti.

La stessa pluralità dell'evangelizzazione cristiana, tante volte sottolineata dalla missio Apostolorum (Unum sint singuli, quantunque fossero una sola cosa, tuttavia ciascuno ebbe un proprio ruolo in diverse parti del mondo), e tante volte sconvolta nel primo Millennio, era cancellata definitivamente, anche dalla memoria, con un atto politico e ridotta ad una monocultura accessibile a pochi specializzati (i teologi). L'operazione che sarà poi fatta nel Nuovo Continente (il genocidio non solo fisico, ma culturale) era già stata sperimentata in Europa.

 

Antonio Thiery, Roma, 20 marzo 2008, modificato il 9/03/2009

P.S. Il 26 maggio del 2001 inserii nel mio sito (www.antoniothiery.it) una lunga nota sul 22 marzo 1071 che meriterebbe ormai un aggiornamento, anche alla luce di queste osservazioni.