I genocidi culturali:   20 e 22 marzo, due date per ricordare anche i “mozarabi”.

Il Dalai Lama, a proposito della drammatica situazione in Tibet, parla con forza di genocidio culturale. La storia dell’uomo è costellata di genocidi culturali. Funzionano di più e meglio delle armi. Basta andare a Mauthausen per rendersene conto. L’arma letale che cercò di usare il nazismo fu la distruzione di culture e civiltà. Anche le chiese ne hanno fatto e ne fanno un uso sistematico. I cristiani, ricorda M.Amari, furono martiri e martirizzatori. Basta ricordarsi dei Catari. Simone Weil scrive:“Colpisce innanzi tutto, in questo racconto di una guerra religiosa, che non vi si faccia per così dire questione di religione…E’ infinitamente doloroso pensare che le armi di questo omicidio furono maneggiate dalla chiesa”.  Quando si invocano fatti religiosi, teologicamente strutturati ed etici, la tradizione, la religiosità dell’uomo di norma non c’entra nulla. Anche Pasolini, a proposito  della “distruzione e della sostituzione di valori nella società italiana”, ha scritto con forza fino, a pochi giorni prima della morte, e giustamente di genocidi culturali che avvengono “senza carneficine e fucilazioni di massa”. Anche senza torture fisiche. Arrivò ad avanzare  provocatoriamente (Corriere della Sera 18 ottobre 1975)due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia: a) Abolire immediatamente la scuola media d’obbligo; b) Abolire immediatamente la televisione”.

 

Fig.1.Beato di Magio, Pierpont Morgan Library di New York, I metà del X secolo, fol 131, Ap.6, 9.

Massimo Fini ricorda la tabe totalitaria dell’Occidente, questo vizio oscuro e inconfessato che non tollera «l'altro da sé». “C’è …l’ambizione della reductio ad unum, dell’omologazione a sé, dell’intero esistente, che passerà poi per l’eurocentrismo, per il colonialismo, che si basa sulla distinzione fra culture «superiori» e «inferiori» e il dovere delle prime di portare la civiltà, laica e religiosa, alle seconde”. 

Il 20 ed il 22 marzo va ricordato il genocidio dei mozarabi: sono passati più di mille anni, ma in un momento in cui si deve prendere atto della multiculturalità, va ricordato il genocidio operato  in nome dell’ ordo romanus, con cui fu stroncata una delle più significative esperienze nella storia dell’uomo di interazione e “sincretismo” civile, culturale e religioso.

"Il 22 marzo 1071 ...invece di cantare come avevano fatto fino ad allora...secondo l'antico rito hispanico, i monaci [nella chiesa monasteriale di S.Juan de la Peña] intonarono l'inno Rector potens verax Deus secondo la versione cluniacense del canto gregoriano". 

Il 20 marzo del 1074 il papa benedettino Gregorio VII ringraziava Sancho Ramírez, re d'Aragona, per aver fatto adottare l'Ordo Romanus al posto del "Gothicum officium".

I prodromi erano stati posti dal concilio di Costanza nel 1050, quello che proibì agli ebrei di vivere nelle stesse case dei cristiani e stabilì che la loro testimonianza nelle cause intentate contro i cristiani non era ammessa. Autorizzò il rito romano nelle cattedrali e nelle abbazie. Ci fu per molti anni una forte resistenza del clero e dei tanti monaci in gran parte della Spagna e, su richiesta di Gregorio VII, Alfonso VI, re di Castiglia e León, e prossimo a diventare anche re della riconquistata Toledo, nel 1080 indisse il concilio di Burgos che sancì la soppressione del rito ispanico.

Il 20 marzo (242) è anche una data simbolica perché è l’anniversario dell’incoronazione di Shapur I, l’imperatore persiano che inflisse dure sconfitte agli imperatori romani. Nello stesso giorno del 20 marzo Mani iniziò la predicazione della sua bella religione, che bene esprimeva, come ricorda S.Weil, il pensiero da cui il cristianesimo plurale è nato.

Ho più volte ricordato i "mozarabi", evidenziando che "mozarabico" non individua solo un popolo storicamente definito erede dell’antico rito hispanico e del  Gothicun officium, ma è diventato un termine per identificare una complessità culturale e religiosa che mette insieme elementi occidentali e centro europei, centro asiatici, africani, orientali, mesopotamici, siro-palestinesi, arabi. Per essere studiati attentamente nella loro complessità, i mozarabi meritano una ricerca molto complessa e sofferta che metta insieme almeno quattro millenni e spazi dall'antica Cina, all'India, ai popoli delle steppe, all'Africa, al Vicino oriente ed alle estreme propaggini della Penisola Iberica che guardano all'Oceano. Non a caso già nei primi anni del Novecento la Spagna fu definita il Paese più orientale dell’Occidente (M.Gomez Moreno). Oggi di mozarabi non si parla quasi più. Le grandi testimonianze iconiche mozarabiche sono lette essenzialmente sul piano estetico e studiate solo in chiave filologica con gli strumenti adatti alla cultura greco-romana sono dette visigotiche. Esaminando però la complessità culturale e religiosa della Spagna, complessità che chiamiamo con un termine onnicomprensivo mozarabismo, si impara a conoscere le tante inculturazioni anche europee del cristianesimo che fecero poco conto della cultura latino-greca, e molto delle tradizioni locali (pregermaniche e preromane), dell'unificante e composita cultura dei celti (degli "stranieri del nord", dal 600 a.c. al 400 d.C., dall'Irlanda, e dalla Penisola Iberica, al centro Europa, alla Galazia in Asia minore), delle culture centro asiatiche, del vicino (Siria e Persia) e del lontano "Oriente”, dell'India, dell'Arabia e soprattutto dell'Africa, non solo romana, ma berbera. Il cristianesimo delle origini è caratterizzato da una pluralità etnica, linguistica, culturale. In questi anni ho imparato come è stato stroncato, nel cristianesimo, e viene stroncato nella cultura laica, l'io sociale a favore dell'io individuale ed ho imparato che da sempre, soprattutto oggi, la comunicazione multiculturale e multimediale (la multipercezione) è un diritto negato.

Il 22 marzo 1071

Fig 2 La chiesa di San Juan de la Peña in una grande “cueva.

Falsificando la storia, si cerca di riprodurre, insomma un'operazione ben riuscita un millennio fa. "Il 22 marzo 1071", così comincia il preambolo del bel libro "El antifonario de San Juan de la Peña, siglos X-XI, Zaragoza 1995 ", ...invece di cantare come avevano fatto fino ad allora...secondo l'antico rito hispanico, i monaci intonarono l'inno Rector potens verax Deus secondo la versione cluniacense del canto gregoriano". Sembra un fatto marginale, eppure si tratta di un cambiamento epocale come pochi altri ce ne sono stati. Era un atto blasfemo. La chiesa di San Juan de la Peña rappresentava uno degli esempi più limpidi di “mozarabismo”, cioè d'adesione ad una cultura molto complessa arabo-cristiana largamente legata a motivi europei, centro asiatici, vicino orientali, in alternativa alla tradizione ellenistica. Una testimonianza del cristianesimo apocalittico. Dalla musica non scritta (le melodie, le ritmiche, le sonorità erano affidate alla memoria ed alle potenzialità evocative dei gesti vocali dei cantori e dei musici: è un po’ quello che succede nella moderna “improvvisazione”), si passava all’esecuzione di una musica scritta, codificata. L'irruzione e l’imposizione del canto gregoriano e dello “spirito” benedettino in tutte le chiese “mozarabiche” era un cambiamento violento ed era la parte più evidente dell’ imposizione del "Romanum ordinem", anche attraverso il divieto dell'uso di tutte le loro forme di conoscenza e di comunicazione iconiche (i francesi direbbero del "language sans parole"), in primo luogo del canto (non delle parole, ma del ritmo, del suono, della modulazione della voce, ecc.) e persino delle lettere dell'alfabeto (la littera mozarabica o visigotica, cioè una ben definita e connotata forma dell'alfabeto), delle "linee" e dei colori delle miniature (cioè delle strutture simboliche), che evidentemente, al di là del loro significato esplicito, facevano parte di un complesso sistema comunicativo e conoscitivo implicito, percettivo. La scrittura del resto è stata inventata per rispondere alle necessità di rappresentazione visiva e di memorizzazione del "pensiero", avvertite da chiunque faccia parte di un gruppo socialmente avanzato, di evocazione delle "esperienze" verbali, sensoriali ed extrasensoriali, ma anche e soprattutto per annotare il linguaggio articolato e lo stile "cognitivo". M.Amari dice che la scrittura conserva le testimonianze del potere. Vietarono dunque ai mozarabi anche il loro "lettering"; gli ordinarono persino di cambiare i "caratteri" della scrittura che usavano. E' come se oggi al Corriere della Sera ordinassero di cambiare l'impaginazione; a riprova che basta vietare forme, colori, canto, danze, modalità comunicative e conoscitive, come facciamo con milioni di giovani nella scuola, per procurare danni gravi ed irrimediabili. Lo sterminio, il genocidio dei mozarabi avvenne soprattutto attraverso l'imposizione della liturgia romana: cancellando canti, musica, pittura, colore, un sistema simbolico di comunicazione e ribadendo l'esclusività della cultura greco-romana. Come non ricordare le moderne dispute, durante il Concilio Vaticano II, sull'uso del latino nella messa? Nella formazione (riservata a pochi) e nel trasferimento delle conoscenze, contavano allora, come contano oggi solo la logica e l'esercitazione verbale, la "sacralità" della parola scritta, il concetto. Molte volte ho sottolineato come esiste, nei codici mozarabici una netta distinzione tra testo e miniature, che non sono mai decorative o illustrative, ma evocative. Potrei aggiungere che si tratta di testi autenticamente bilingui, che parlano due diversi linguaggi: quello (tanto per schematizzare) concettuale dell'Occidente nei testi scritti, e quello percettivo, analogico e simbolico dell'Oriente nelle miniature. Un ruolo chiave ebbe l’Apocalisse, la cui lettura liturgica fu prescritta, pena la scomunica, dal IV Concilio di Toledo nel 633 (la Spagna era multiculturale ben prima che arrivassero gli arabi), presieduto da Isidoro di Siviglia, da Pasqua a Pentecoste. Nello stesso periodo nelle chiese ubbidienti all’ordo romanus si leggevano gli Atti degli Apostoli.

Fig.3.Beato di Magio, Pierpont Morgan Library di New York, I metà del X secolo, fol 115v, Ap.7,1-3.

 

Agli inizi dell’XI secolo assistiamo all’invasione franca, cioè dei benedettini che avevano il loro centro francese a Cluny. Sono loro ad introdurre in Spagna, fino allora assente, la regola di san Benedetto e, perciò, la cultura romana. Dopo Gregorio VII (1073-85, già praepositus della celebre abbazia di san Paolo a Roma, ed influentissimo esponente della curia romana), invece, l'immagine, e lo si vede anche nei codici mozarabici della “decadenza”, deve esser concepita solo come rappresentazione, illustrazione ed arte, e deve avere una funzione essenzialmente sussidiaria; è edificatoria per la massa; muove nobili sentimenti estetici, per pochi eletti; stimola o testimonia, in molti, la "visione" demoniaca o demenziale. Il ragionamento simbolico, la grande percezione (sensoriale ed extrasensoriale), i gesti (i grandi gesti creatori dell'uomo, a cominciare da quelli tattili ed oculari), la musica, i colori, i suoni, la linea, i rumori, gli odori (insomma, la vita) furono (come sono tutt’ora) anatemizzati.

 

Fig.4 S.Juan de la Peña, la lingua di calcare, umida, riflettente: l’uomo si specchia in se stesso per conoscere.

Era così avviato uno dei più singolari, sistematici, risolutivi ed emblematici genocidi della storia. La cultura mozarabica (una delle più complesse ed alte forme di sintesi tra etnie, religioni, stili di vita e di conoscenza) fu annientata fino alle radici, al punto che ancora oggi, a distanza di nove secoli, si fa fatica a riconoscere la sua dignità. E con la cultura fu stroncato un popolo. Va ricordato che in Spagna i musulmani, un’esigua minoranza, avevano esercitato un dominio politico ed economico, e non un dominio e tanto meno una persecuzione religiosa. I pochissimi martiri, furono martiri volontari (“per amore dei martiri”, commenta Beato nell’VIII sec., “si uccidono tra di loro”), che, stimolati da autori paleocristiani africani, ambivano al sacrificio per realizzare prima le nozze mistiche con Cristo. Senza spargere una goccia di sangue, i mozarabi furono cancellati dalla faccia della terra. Il 20 marzo del 1074 il papa benedettino Gregorio VII ringraziava Sancho Ramírez, re d'Aragona, per aver fatto adottare l'ufficio romano, l'Ordo Romanus, nelle chiese aragonesi contro il "Gothicum officium", che pur essendo teologicamente coincidente con quello romano, si collegava ad inculturazioni estranee al mondo occidentale, all'ellenismo, alla centralità di Roma e degli apostoli Pietro e Paolo. La lettera di papa Gregorio e gli avvenimenti di San Juan de la Peña sono atti significativi, che trascendono i fatti hispanici. Testimoniano ancora una volta come l'"Occidente" abbia cancellato secoli, popoli, culture, etnie, religioni, insomma la storia dell'intero I millennio, che da allora sarebbe stato presentato come un insieme di secoli bui. E con l’introduzione violenta dell’ordo romanus si gettano i presupposti per le crociate e l’inquisizione, per la cacciata degli ebrei e dei musulmani e tante altre nefandezze.

L'Ordo Romanus

La ricerca dell'ordo romanus è di antica data. Nel IV-V secolo, dopo Nicea, il cristianesimo è ricondotto ad una religione solo occidentale. Si manifesta l'intolleranza cristiana. La Chiesa si arrocca nei suoi privilegi e nelle sue credenze per preservare l'ortodossia nelle dispute che non di rado, soprattutto nel confronto tra Oriente ed Occidente, tra cattolici latini e "barbari" ariani erano essenzialmente di cultura e di “linguaggio” ed erano sostenute o si saldavano a motivazioni politiche ed economiche. Con il VI ed il VII secolo i regni "barbarici" sono ormai una realtà. Si definisce una nuova società. Le minoranze venute da lontano sono ormai cresciute in chiave demografica ed in potere politico e militare. Gli Alani, i Vandali, i Silingi, gli Svevi, i Visigoti, i Longobardi, i Franchi, i Burgurdi ormai stanno cancellando la Roma aeterna. Le città ormai vivono alle spalle della campagna; cresce sempre più il divario tra una minoranza più o meno ricca e generalmente oziosa, e la maggioranza povera, o scarsa di risorse, incapace di pagare le sue imposte. Il monachesimo, fatto esclusivamente da laici, è molto diffuso. L’egittologo Donadoni ha mostrato come l’anacoreta è colui che è cacciato dalla città, perché non può pagare le tasse. Sono i poveri tra i poveri e non bisogna fare molta fatica per immaginare tra gli anacoreti una folta rappresentanza di donne, certo relegate ai gradini più bassi della scala sociale. E' naturale che nasca, soprattutto negli eredi della cultura e del potere romano la voglia di riorganizzarsi per un riscatto. E' naturale che le mire politiche della grande chiesa di Roma trovino terreno fertile nella ricerca dell'ordo romanus che si realizzerà attraverso varie forme di "rinascita" (ad esempio nell'età carolingia, nell'XI secolo, attraverso la riforma cosiddetta gregoriana, o nel XII secolo, quando, persino in architettura e nelle arti assisteremo alla rinascita delle forme espressive antiche) che si concluderanno nell'anno 1300 con Bonifacio VIII.

Con Gregorio VII, ma solo allora, era definitivamente imposto a tutto il mondo quell'ordo Romanus, che ancor oggi rappresenta il nostro unico punto di riferimento. L'intera antichità è letta esclusivamente secondo gli schemi culturali dell'ordo romanus, della Grande Chiesa dei Gentili, che rappresentò certo un fatto importante, ma uno dei tanti fatti importanti.

La stessa pluralità dell'evangelizzazione cristiana, tante volte sottolineata dalla missio Apostolorum (Unum sint singuli, quantunque fossero una sola cosa, tuttavia ciascuno ebbe un proprio ruolo in diverse parti del mondo), e tante volte sconvolta nel primo Millennio, era cancellata definitivamente, anche dalla memoria, con un atto politico e ridotta ad una monocultura accessibile a pochi. L'operazione che sarà poi fatta nel Nuovo Continente (il genocidio non solo fisico, ma culturale) era già stata sperimentata in Europa.

Fig.5.Beato di Magio, Pierpont Morgan Library di New York, I metà del X secolo, fol 207,  Ap.19, 1-10.

 

Il 26 maggio del 2001 inserii nel mio sito (www.antoniothiery.it) una lunga nota sul 22 marzo 1071 che meriterebbe ormai un aggiornamento.

Antonio Thiery, Roma, 20 marzo 2008.