La storia tagliata:

22 marzo 1071

L'ordo romanus ha vinto. Popoli, culture, etnie, religioni sono cancellati dalla storia.

Come studiare trenta anni per diventare autodidatta e capire un po' meglio non come sarebbe dovuto andare, ma com'è andato il mondo nell'alto medio evo.

Antonio Thiery

26 maggio 2001

 (Tomaso a san Pedro de la Nave, VII-VIII sec.)

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Premessa

Il 22 marzo 1071, come spiegherò in seguito, è una data simbolo per studiare la ricerca lunga ed affannosa dell'ordo romanus, che si concluderà con la nascita dell'anno santo romano del 1300. "Il 22 marzo 1071", così comincia il preambolo del bel libro "El antifonario de San Juan de la Peña, siglos X-XI, Zaragoza 1995 ", ...invece di cantare come avevano fatto fino ad allora...secondo l'antico rito hispanico, i monaci intonarono l'inno Rector potens verax Deus secondo la versione cluniacense del canto gregoriano".

E' un atto simbolico. La sostituzione della liturgia mozarabica con quella romana simboleggia la cancellazione di un millennio del fare umano (Popoli, culture, etnie, religioni) nella storia.

Il 26 maggio di trenta anni fa, nel 1971, tenni una relazione ( Problemi dell'arte e della cultura in Europa nei secoli VI-VIII) all'Accademia Nazionale dei Lincei, nell'ambito del Convegno internazionale sul tema: La civiltà dei Longobardi in Europa.

Mario Salmi, uno dei padri della storia dell'arte italiana, era convinto che per studiare l'alto medioevo si dovessero organizzare strumenti operativi e conoscitivi autonomi e diversi da quelli utilizzati per l'archeologia classica e per il Rinascimento. Pensava che una Sovrintendenza unica nazionale e ad un Museo Nazionale per l'alto medio evo da localizzare a Spoleto (non come momento di ghettizzazione o di parcellizzazione, ma come presupposto per uno sforzo unificante delle metodologie di ricerca), avrebbero potuto promuovere ed organizzare, in collaborazione con gli istituti culturali, di ricerca ed universitari "in modo coordinato la catalogazione, le ricerche, i sondaggi e gli scavi per una più opportuna conoscenza dell'arte dell'alto medioevo". In tal senso molto si adoperò negli ultimi anni della sua lunga vita, e, in quel convegno sui Longobardi (in cui mi volle presente con una impegnativa relazione) presentò un voto (facendolo firmare anche dai professori Cagiano e Ferri e da me) candidandomi in questo modo alla Sovrintenza nazionale.

Contrariamente alle sue aspettative, tenni una relazione in cui prendevo le distanze dalle metodologie di analisi delle strutture accademiche ed universitarie (la filologia comparativa centrata sulla ricerca formale, iconografica e stilistica) e mi dichiaravo convinto di dover vivere una ricerca centrata sul visivo, sulla percezione, sull'analogia e sul simbolo, basata sui documenti storici delle stragrandi maggioranze della gente comune. Mi dichiaravo interessato ad uno studio dell'alto medio evo fondato non solo sulla classe egemone dell'occidente: nell'Impero Romano, lo 0,1% della popolazione; una percentuale irrisoria se rapportata allo scenario complesso e sistemico del mondo, con le sue tante culture, dall'estremo oriente all'estremo occidente. Sottolineavo che i documenti di cui si avvale la ricerca accademica sono solo una parte modestissima dei documenti rimasti a testimonianza del passato e comunque esistono a volte e non vengono presi in considerazione documenti della "cultura popolare, intesa non come recupero folcloristico di canti e danze, ma come testimonianza delle quotidiane esperienze ordinarie della gente comune". Inseguivo, infine, la poligenesi della cultura europea e del cristianesimo, derivati non solo dalla tradizione giudeo-ellenistica, ma, in un contesto cosmopolita, dalle integrazioni e contaminazioni tra mille culture. Per non avere ripensamenti, a conclusione della mia relazione, consegnai il testo definito per la stampa.

Questi appunti, nella ricorrenza del 26 maggio, riferiscono parzialmente di trenta anni spesi per trasformare un filologo in autodidatta allo scopo di conoscere un po' meglio, al di fuori degli stereotipi, il primo millennio.

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Indice

- Profetizzare rispetto al passato

- Alla ricerca delle radici

- Un pluralismo religioso e culturale consapevole

- Non è un saggio o un libro

- San Pedro de la Nave

- Allo stato attuale delle conoscenze…

- I rappresentanti di tutte le nazioni della Terra

- La realtà storica è molto più complessa. A chi giova semplificarla?

- Giulio Cesare e il De Bello Gallico

- Quando spiego perché hanno fame, dicono che sono comunista

- Riscrivere la storia o desacralizzare i poteri?

- La popolazione del mondo

- Le cose della storia senza le esperienze della vita

- Historici profani e Theologici

- Mi sento un po' esagerato...

- Il buio Medioevo

- I millennio. Scenari e fatti della storia, a dir poco, fantasiosi

- I percorsi della storia

- Una cultura sistemica nella società della conoscenza

- I secoli bui per l'Europa sono i secoli d'oro per il Mondo

- La manipolazione e la falsificazione della storia

- Raccontare una storia più rispettosa del vero

- I Mozarabi

- Il 22 marzo 1071

- L'Ordo Romanus

- Via san Calepodio

- Può venire qualcosa di buono da ciò che non è greco?

- In Europa che cosa è successo?

- L'ignoranza e' la madre di tutti i mali

- Complessita'\modernita'\mondializzazione

- L'anno santo del 2000: una grande occasione sprecata

- Finché non c'è pace tra le religioni non c'è pace nel mondo

- Ritrovare Gesù di Nazareth, il Cristo del Signore

- Le radici culturali

- La storia dell'uomo non è solo quella raccontata

- Il cristianesimo giovanneo e apocalittico

- Lo gnosticismo

- L'ortodossia e le eresie

- Religioni e culti a Roma

- Il monachesimo

- Il monachesimo in Italia

- La regola di San Benedetto e Gregorio Magno promuovono un monachesimo romano

- A proposito dell'arte longobarda

- Pietro e Paolo\ Giovanni e Paolo\ Filippo e Tommaso

- Qualche altro tema di ricerca su Roma e sulla storia europea

- In conclusione: ...non serve la circoncisione culturale

- Sintesi cronologica essenziale

- nota bibliografica

Profetizzare rispetto al passato.

Quali sono i miei veri interessi? Fin dagli anni di liceo ho dedicato molto tempo e molte energie alle tematiche ambientali, a riconoscere uno stretto ed interagente rapporto tra le opere della natura e le opere dell'uomo, a superare la terribile frattura tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, a studiare temi socio-economici, a promuovere l'urbanistica dei cittadini e la democrazia del vivere quotidiano. Ho partecipato a tutti gli organismi partecipativi della scuola, ho fatto per otto anni il Consigliere della mia Circoscrizione, ho fatto parte per oltre tre anni della Commissione Edilizia del Comune di Roma.

Ho lungamente indagato i meccanismi attraverso i quali, nella società della conoscenza, si realizza il sistema dei saperi non solo attraverso il loro trasferimento, la loro diffusione e la loro utilizzazione, ma anche attraverso la loro produzione. I saperi sono tutto l'insieme delle conoscenze che comprende certamente il sapere organizzato, scientifico tecnologico ed umanistico-artistico, prodotto dagli intellettuali di professione; il sapere organizzativo, prodotto dalle organizzazioni (imprese e istituzioni); ma anche, e non certo in minor misura, il sapere popolare, cioè le "esperienze cosi differenziate della vita quotidiana di singoli e di gruppi". E perciò ho studiato le infinite combinazioni delle forme, dei codici, dei linguaggi, degli schemi logici della comunicazione e della conoscenza.

Tutto questa continua "agitazione" mi ha riportato sistematicamente a studiare l'alto medio evo, un'epoca di profonde mutazioni antropologiche, e di terremoti cognitivi su scala globale e di profonde interrelazioni tra etnie, culture e religioni.

Il 26 maggio 1971 presi atto che questi miei studi erano solo in parte compatibile con le strutture del sapere organizzato. Decisi che non avrei fatto mai nessuna domanda e nessun concorso per avere un qualunque tipo di incarico inerente allo studio dell'alto medio evo. Ugualmente l'alto medio evo mi sembrò un laboratorio straordinario per studiare, per analogia, la "complessità" del mondo contemporaneo.

L'assidua frequentazione di Emilio Gandolfo mi portava spesso a confrontarmi con Gregorio Magno e con il suo senso della storia, mentre Roma, nel VI/VII secolo dalla grande città imperiale si riduceva sempre più ad un piccolo villaggio di pescatori, che presto avrebbero dovuto praticare il cannibalismo per sopravvivere.

Secondo Gregorio i tempi della profezia sono tre, passato, presente e futuro. Nessuno, nemmeno Dio può profetizzare rispetto al futuro se non conosce il passato e non vive il presente. "Qualche volta lo spirito della profezia tocca in ordine al futuro e non tocca in ordine al passato".

Preso a lavorare nell'anticipazione progettuale del futuro, presto imparai che per progettare il futuro non solo sulla spinta dell'utopia, e per resistere ai venti impetuosi di chi ti richiama al presente, bisogna radicarsi nelle proprie radici.

Alla ricerca delle radici.

Alla ricerca delle radici. Questo era il tema che univa Emilio Gandolfo, l'ottantenne prete studioso della Bibbia e dei Padri della chiesa (la scrivo con la "c" perché è una istituzione post-apostolica), trucidato il 2 dicembre 1999 a Vernazza, nella perla delle Cinque Terre, e me.

Amava "ruminare" la parola di Dio. E' stato massacrato a lungo di botte, triturato con odio, fino a sembrare rimasticato, "ruminato". Era fin da giovanissimo un attento e critico testimone della vita sociale e politica dello Stato italiano e sociale e religiosa della chiesa di Roma. Era un testimone del Vangelo, non come opera di devozione e di edificazione , ma come fonte di esperienze alternative. E' morto massacrato come sono stati e vengono sempre massacrati ed uccisi moralmente o fisicamente i testimoni.

Evidentemente era "diverso" il significato di "radici" per Emilio e per me. Le nostre strade della ricerca tante volte divergevano, ma tante volte erano in comune. Lui cercava quanto di giudeo e di greco c'era nelle origini cristiane, io cercavo tutto quello che era incardinato e derivato da tradizioni che non fossero quella giudaica e greca. Capitava di fare dei percorsi insieme, magari litigando. Lui cercava le radici della fede cristiana. Io, più modestamente, cercavo le radici del mio DNA, della mia cultura, della mia formazione, dei miei interessi, delle mie esperienze ordinarie; le ragioni dell'irresistibile impulso che mi portava a confrontarmi con altre lontane culture.

Pur essendo nato a Roma, come dirò, da genitori romani , aspirando ad esser cristiano, mi è sempre interessato poco conoscere le inculturazioni ebraica, greca, romana, germanica del vangelo. Ho sempre "percepito" un messaggio evangelico poligenetico inserito in una koinè indo-siro-mesopotamica. Mi sono sempre interessate di più e quindi conosco meglio (e soprattutto sento a me molto più vicine) alcune inculturazioni che di volta in volta fecero poco conto della cultura latino-greca.

Frequentavo Emilio da più di quaranta anni. Amava definirsi "condiscepolo" dei suoi tanti amici, spesso non cristiani o non credenti. Era diventato per me un compagno di studi. Le diversità ci giovavano vicendevolmente. Avevamo ricercato, insieme ad un gruppo di amici a Roma per dieci anni, i luoghi in cui si erano organizzate le (le e non la) comunità cristiane di Roma nei primi secoli. Contavamo, Emilio ed io, anche con l'aiuto di altri amici studiosi, primo fra tutti Pietro, di riorganizzare il tanto materiale raccolto, non per farne un libro di devozione, né un saggio storico antagonista, ma una guida che proponesse un itinerario "mistico", un percorso di riflessioni esegetico-spirituali, invitando alla lettura del patrimonio visivo della composita cristianità delle origini che ancora si incontrano a Roma. Un percorso fondato su notizie storiche e fonti più credibili, su documenti toccabili, su simboli non descrittivi, che evitasse i grossolani errori di valutazione che impone una lettura teologica dei primi secoli e che ispirasse le esperienze ordinarie nella vita civile quotidiana.

Ricordavo Francovich, il mio maestro, di padre Ungherese e di madre Goriziana, che non si è stancato di ripetermi nella sua lunghissima vita: non è vero quasi niente, e si riferiva alla tradizione di Santa Romana Chiesa. Negli ultimi tempi parlavamo con Emilio di Attila, "il flagello di Dio", come lo definisce la manualistica corrente e "il primo grande europeo", come lo definiva polemicamente Mario Bussagli, un altro dei miei maestri.

Emilio sarebbe tornato presto a Roma. Ci saremmo messi al lavoro. Prima di fare una guida credibile, bisognava cercar di capire non dico il complesso e non documentato fenomeno del cristianesimo primitivo, ma almeno esser convinti della pluralità delle comunità, anche cristiane, presenti nella Roma cosmopolita dei primi sei secoli: il 30/40% di stranieri, 100 etnie, 30 religioni primarie, un centinaio di culti, un viaggiare (di uomini, di merci, di idee) talmente sistematico dall'estremo oriente all'estremo occidente da far impallidire la globalizzazione del mondo presente. Tante volte avevamo ricordato la brevissima e bellissima prefazione del libretto "La chiesa primitiva apocrifa" del suo grande amico padre Bellarmino Bagatti: "ben sapendo quanto la mentalità odierna sia differente da quella antica e quanto sia facile travisare le loro parole e le loro intenzioni." Ed ancora: "Il libro, quindi, non è un manuale di teologia per insegnare ciò che il cristiano deve sapere, ma uno studio storico per fare sapere ciò che avvenne nel II secolo dopo Cristo".

Un pluralismo religioso e culturale consapevole..., che rifiuta ogni posizione di inferiorità e di sottomissione...

Pietro Rossano, grande studioso delle religioni e sincero amico di Emilio, aveva scritto alcune riflessioni su "Lo Spirito Santo nelle Religioni e nelle culture non cristiane". Si leggeva tra l'altro: ci "si deve confrontare con un pluralismo religioso e culturale consapevole e spesso concorrenziale, che rifiuta ogni posizione di inferiorità e di sottomissione....Se ci troviamo storicamente divisi in confessioni religiose e in formazioni culturali differenziate non dipende da opzioni personali dei singoli individui, ma da ragioni storiche e geografiche e in ogni caso le religioni e le culture corrispondono a istanze congeniali ai diversi gruppi sociali, ai quali offrono modelli di comportamento apprezzati e un approdo ad aspirazioni profonde della vita". Mi sono sentito sempre parte di questo pluralismo religioso e culturale consapevole e spesso concorrenziale, ed ho sempre rifiutato ogni posizione di inferiorità e di sottomissione.

Non è un saggio o un libro.

Quello che segue non è né un saggio, né uno schema di lavoro ben definito, ma uno schema di lavoro solo abbozzato. Sono degli appunti, molto lacunosi, su alcuni e solo alcuni dei temi che andrebbero studiati. Negli ultimi tempi, nella chiesa cattolica romana, che sopperisce anche alla mancanza di una tensione etica della politica nella società, ma che evidentemente non crede più alla parola di Dio, sono emerse affannose ricerche di legittimazione, come i continui riferimenti ai presupposti fondamenti biblici del Giubileo; i richiami agli inesistenti martiri cristiani del Colosseo; l'anelito fondamentalmente emotivo della Giornata Mondiale della Gioventù, il messaggio di Fatima (ma potrei citare decine di altri casi), che ben ricordano, nell'arroccamento intorno ai "valori" della cultura occidentale, nell'intolleranza e nell'integrismo (dogmatismo più sincretismo), quanto avvenne nel mondo occidentale tra il IV ed il V secolo.

Anche da quelle che vogliono sembrare le esperienze più avanzate di ricerca degli ambienti occidentali cosiddetti progressisti, emergono sistematicamente luoghi comuni, vere e proprie forme di integrismo nella comunicazione e nella conoscenza, forti omissioni e manipolazioni della storia. Tante "false verità". Basterà pensare ai limiti fantasiosi ed ideologici del "mondo fino allora conosciuto". E' noto che a Roma la seta cinese esisteva già nel I sec.a. C: quindi, i confini del mondo fino ad allora conosciuto erano estremamente ampi.

Perciò mi sembra utile far circolare questa bozza preparatoria largamente incompleta, per ricordare quello che in molti conoscono, ma facilmente dimenticano.

Le metodologie scientifiche e filologiche servono a poco. Gran parte dei documenti, soprattutto quelli scritti, non esistono più. Spesso sono stati cancellati con odio feroce. Bisogna farsi autodidatti, ricercando pazientemente testimonianze, ogni genere di testimonianze su popoli, culture, forme, modi e strutture di comunicazione e di conoscenza, religioni che non esistono più, di cui è stato cancellato anche il solo ricordo dell'esistenza.

Questi appunti sono nati a partire dal 1998 per essere diffusi su di un apposito sito Internet per contribuire al dibattito, rivelatosi inesistente, sull'anno santo romano, sulla complessità e sui mutamenti antropologici, al fine di sottolineare i pericoli, gravi per l'intera umanità, che derivano dalla "sacralità del potere". Vari problemi personali e poi l'uccisione di don Emilio Gandolfo, l'ottantenne parroco di Vernazza, tanto violenta, quanto misteriosa; tanto inattesa ed esorcizzata, quanto preventivabile, mi ha costretto a rivedere i programmi.

Emilio (un monaco che aveva scelto di vivere in città con il carisma della "libertà") era tra i maggiori conoscitori a livello mondiale degli scritti e della figura di Papa Gregorio Magno, il servo dei servi di Dio, colui che ridà dignità a Roma almeno dal punto di vista religioso. Era un grande studioso della Bibbia e dei padri della chiesa. Eppure era fuori da ogni ricerca accademica. Aveva dovuto farsi autodidatta. Gregorio, ripeteva Emilio, identifica la Chiesa con l'intero genere umano (Cfr. In Cant., 13): "Immaginiamo il genere umano tutto intero dall'inizio del mondo sino alla fine, cioè tutta la Chiesa, come una Sposa unica che aveva ricevuto l'anello del fidanzamento sotto forma forma di dono spirituale mediante la Legge; tuttavia, era la presenza del suo Sposo ch'ella desiderava...". Io aggiungevo: "i confini giudeo cristiani, per la chiesa delle origini sembrano proprio angusti".

Studiare la storia del mondo significa studiare " il genere umano tutto intero dall'inizio del mondo".

San Pedro de la Nave

Filippo a San Pedro de la Nave, VII-VIII sec.)

Lo spunto per l'avvio di questi miei studi sulla pluralità del cristianesimo delle origini fu dato dalla visita nel 1969 della chiesa di San Pedro de la Nave, del VII-VIII secolo, sul fiume Duero.

E' di qualche decina d'anni posteriore ad Isidoro di Siviglia, che testimonia l'esistenza nella Penisola Iberica di apocrifi "sub nomine apostolorum". Significativi sono i due capitelli contrapposti nella crociera, con le scene della Bibbia che preannunciano la venuta di Cristo. Il primo, il capitello con Davide nella Fossa dei Leoni presenta sulle due facciate laterali Filippo e Tomaso. Il secondo, il capitello con Abramo e il sacrificio di Isacco, presenta invece Pietro e Paolo.

La presenza di Tomaso e di Filippo è molto importante. Nel vangelo di Giovanni (che ha una teologia originale e spesso in chiara opposizione ai sinottici) è evidente che Filippo e Tomaso hanno una posizione prevalente; Giovanni e non Pietro è a capo della lista degli undici apostoli; dopo Giovanni, emerge Tommaso.

Anche consultando i testi canonici come gli Atti degli Apostoli si può giungere ad analoga conclusione sul poligenismo del cristianesimo, secondo i bisogni di una koinè indo-siro-mesopotamica. Angelo Roncalli (Istanbul, 16 maggio 1937, Pentecoste) superava la radicata credenza che prima e al di fuori della tradizione giudeo ellenistica non esista niente, né civiltà, né cultura, né ricerca sull'uomo, né ricerca su Dio.

Gli Atti degli Apostoli (Act 2, 6-11), un testo dichiaratamente ellenistico e normalmente utilizzato per giustificare un presunto monogenismo del cristianesimo e, conseguentemente, la centralità della Chiesa gerarchica di Roma, sono molto chiari, invece, nell'individuare la koinè culturale e spirituale "indo-iranica" che si è andata costituendo nel mondo dal III-II millennio a.C.: "...Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, della Frigia, della Panphilia, del Ponto, dell'Asia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi". Roncalli, sulla scia di Gregorio Magno poteva ben dire che "i rappresentanti di tutte le nazioni della terra" non sono destinatari di un messaggio strutturato e dogmatico che parte da Roma, ma sono "ragione ultima di esso", della parola di Dio, dello spirito del Signore. Poteva ben dire che non uno o due (Pietro e Paolo) e non verso una sola località (Roma), ma che "tutti gli altri apostoli", "partono chi qua chi là a recare il messaggio celeste".

I capitelli di San Pedro insieme ai Vangeli di Filippo e di Tomaso, insieme al testo di Beatus de Liebana (non a caso un monaco agostiniano) ed all'omelia cristiano-araba dell' VIII secolo, sono testimonianze eccezionali della molteplità del Cristianesimo dei primi secoli, anche dopo Costantino, e della pluralità di culture nell'impero romano..

Allo stato attuale delle conoscenze, mi sembra di aver capito che...

Allo stato attuale delle conoscenze, dopo tanti viaggi, e dopo tanti anni di studio, mi sembra di aver capito che Gesù di Nazareth, il carpentiere, parlasse, proponesse in aramaico, un insegnamento "orale" (fatto di segni, di gesti, di suoni, di danze, di odori, di strumenti evocativi -es. le parabole-, di sonorità infinite delle parole stesse che solo in chiave segnica possono essere percepite e gustate), legato cioè alle strutture mentali dell'apprendimento evocativo, analogico, percettivo e mnemonico, in armonia con le capacità di conoscere e di comunicare, con le ansie, le speranze, le attese, le gioie, i dolori delle stragrandi maggioranze della gente comune di quei secoli lontani, ma anche degli abitanti, oggi, delle nostre città.

Dopo tanti anni di studio, mi sembra di aver capito che la parola di Dio, lo spirito del Signore non si organizza secondo un messaggio strutturato e dogmatico, ma è "ragione ultima" di ogni uomo, qualunque sia la sua etnia, la sua cultura e la sua religione.

Pietro Rossano, che fu vescovo ausiliare di Roma (Vangelo e culture, Roma, Edizioni Paoline, 1984), ricordava che "Quando si dice che l' uomo è immagine di Dio, si intende l' uomo nella totalità delle sue diversità, l' umanità in totale".

L'aramaico non è solo la lingua dei poveri (ma sarebbe meglio dire: di chi non accede al potere), ma è soprattutto lo strumento per conservare e trasmettere l'insieme delle tradizioni della "spiritualità", della visione del mondo, che con termine onnicomprensivo diciamo indo-iraniche, già diffuse in Palestina e nei territori siro-mesopotamici, ma anche nell'Asia centrale, nell'Europa centrale, nel bacino del Mediterraneo, in Africa.

Gesù, l'ebreo, si rivolge storicamente a questa complessa koinè indo-iranica che nel medio oriente aveva già una molteplicità di espressioni (bisogna ricordare, un esempio fra tanti, lo zoroastrismo). Gli Atti degli Apostoli (Act 2, 6-11), come ricordato, sono molto chiari nell'individuare questa koinè "...Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, della Frigia, della Panphilia, del Ponto, dell'Asia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi".

Gli ebrei, i romani tra gli altri. Ma gli Atti degli Apostoli sono ancora più espliciti: "ognuno li sentiva (gli apostoli) nella propria lingua". Gli apostoli non hanno bisogno di cambiar lingua, non hanno bisogno né di interpreti né di una lingua universale, ma ognuno riceveva lo Spirito di Dio secondo la propria cultura, secondo la propria "identità".

Anche se utilizzassimo solo i testi giudeo ellenistici e la più rigorosa tradizione apostolica, dovremmo rivedere quanto la storiografia e la teologia cattolica romana propongono dogmaticamente.

"I rappresentanti di tutte le nazioni della terra...ragione ultima della parola di Dio.

Si finge di ignorare che "i rappresentanti di tutte le nazioni della terra" non sono destinatari di un messaggio strutturato e dogmatico, ma sono "ragione ultima" di esso, della parola di Dio, dello spirito del Signore. Le notizie storiche e persino il testo, riconosciuto come canonico, degli Atti degli Apostoli, non si prestano a fraintendimenti. Viene ignorato, ad esempio, l'ammonimento ricorrente di Gregorio Magno, e non è il solo padre della chiesa che lo fa, secondo il quale "ognuno trova il vangelo come lo vuole trovare".

In duemila anni di storia siamo riusciti, ad esempio, a trovare gli antecedenti del vangelo solo nel libro sacro del popolo ebraico, che conosciamo unicamente attraverso il filtro della cultura ellenistica greco-romana. E dei vangeli ne abbiamo accantonato o anatemizzato la maggior parte, soprattutto quelli legati alle esperienze analogiche e percettive che diciamo gnostici.

Il "cristianesimo" diventa, o è presentato come una religione strutturata, legata solo alle esperienze ed alle tradizioni greco-romane-giudaiche, ed alle strutture teologiche e dogmatiche organizzate da professionisti del ragionamento e della fede, attraverso la retorica verbale: una religione occidentale.

Eppure, ad esempio, esistono testimonianze ben precise, almeno per alcune culture ed aree geografiche, di quanto è avvenuto nei primi secoli. Quando cerca di prendere il sopravvento, attraverso anatemi lanciati da ogni parte, una religione cristiana non più fondata sulla koinè indo-iranica, ma sulle strutture personalistiche e concettuali del mondo occidentale, la reazione delle culture del mondo è immediata.

Ad esempio, ma è solo uno dei tanti esempi, è opinione di molti che a Est del Giordano, il giudeo cristianesimo trovò la sua continuazione nell'Islam semitico, grazie a Muhammad, l'Apostolo in vesti arabe, e realizzò autonomamente un monoteismo senza compromessi. La parola di Dio e Cristo sono cercati fuori dalle categorie filosofiche e metafisiche dell'ellenismo.

Qualcosa di non molto diverso avviene in Europa, dove la "coscienza simbolica", dà vita a quella che con termine limitativo, ma onnicomprensivo viene definita la "chiesa celtica". La "coscienza simbolica" europea è infatti estranea all'approccio intellettuale della grande Chiesa di Roma, si basa sulla cultura e sulla ricca tradizione locale, si rifà, invece, alla tradizione percettiva ed alla "comunità di Giovanni". Questi temi tornano oggi di grande attualità quando, come ricordava Pietro Rossano, in un brano già citato ci "si deve confrontare con un pluralismo religioso e culturale consapevole e spesso concorrenziale, che rifiuta ogni posizione di inferiorità e di sottomissione".

L' uomo, continuava Rossano "è un essere che si fa, che non cessa di esprimersi e darsi un nome, e questo sviluppo, alle cui radici sta la libertà, si chiama "cultura, e si differenzia dalla "natura. Ogni uomo quindi produce cultura, vive di cultura e tende alla cultura, la domanda di cultura scaturisce dall' intimo dell' uomo. Ciascuno possiede una filosofia spontanea, elementare, in base alla quale si colloca e agisce nella vita. Ma una persona è "colta quando si è coltivata, ha saputo scegliere tra gli elementi diversi che le offrono la storia e la società in cui vive, e ne ha fatto una sintesi personale. Ne sono esempi ragguardevoli l' infermiera, l' insegnante, l' operatore sociale, il professionista, l' operaio, l' agricoltore, la madre di famiglia, che sono capaci di di dare un significato compiuto all' impegno di ogni giorno ed hanno acquisito la capacità di riferirsi al tutto nel frammento in cui vivono. Esistono, quindi, tante forme di cultura, quanti sono i modi della vita, le scale di valori, gli ideali, le norme, le tradizioni che regolano la vita dei singoli, dei gruppi umani, dei popoli. Il nostro umanesimo occidentale ha un carattere circoscritto, in quanto non esaurisce né assomma i canoni di tutta l'umanità, passata e presente".

Potremmo trovare documenti importanti della cristianità delle origini (che non deriva da Roma) anche nell'Asia Minore, nei territori indo-iranici e siriaci, nei territori delle koinè copte ed etiopiche, in Africa e non solo settentrionale.

Dopo tanti anni di studio, mi sembra di aver capito che solo una parte, modesta, del cristianesimo delle origini si identifica con la Grande Chiesa di Roma. Roma non è un centro di irradiazione culturale e religioso, ma, fin dai tempi più remoti, fin dai tempi mitici di Romolo, è un centro di confluenza di numerosissime etnie, culture e religioni di tutto il mondo ed anche di esperienze cristiane largamente differenziate tra di loro.

Diventerà un centro di irradiazione religiosa solo con la romanizzazione del cristianesimo, solo con Gregorio Magno.

La realtà storica è molto più complessa...A chi giova semplificarla?

La realtà storica è molto più complessa di quanto prevedano le nostre teorie e le nostre costruzioni concettuali. Dobbiamo aver presente che le semplificazioni possono condurre, e di solito conducono, a distorsioni che a volte sono molto profonde e cambiano completamente gli avvenimenti. A chi giovano?

Ecco perché è fondamentale premettere con umiltà l'avvertenza per il lettore: "allo stato attuale delle conoscenze e delle congetture possiamo dire che...".

Ci si dimentica spesso che la Terra, la nostra unica casa, e l'unico palcoscenico per la storia del genere umano, è un organismo vivo, che respira, si modifica e si trasforma. La sottile epidermide di suolo che ci protegge dal suo interno rovente, è piuttosto flessibile e porosa.

Gli ecosistemi ed i climi locali sono soggetti a profonde variazioni nel corso del tempo. Vi sono continue catastrofi: maremoti e terremoti in tutto il mondo. Maree, alluvioni, eruzioni periodiche dei numerosi vulcani emersi e sommersi. I continenti si spostano su piastre gigantesche. Inoltre il manto gassoso che permette ai nostri polmoni di riempirsi d'aria è soggetto a tornadi, uragani e tempeste, capaci di provocare notevoli distruzioni. Ciò nonostante, secondo l'opinione scientifica ortodossa, il progresso della civiltà umana è stato assicurato da un ambiente relativamente stabile.

Inoltre, di tanto in tanto, ma non raramente come si vuol far credere, corpi celesti che vagavano nel cielo cozzavano contro il pianeta, generando onde d'urto devastanti. I nostri antenati cercavano (ed anche noi dovremmo cercare), di prevedere il comportamento del nostro pianeta, prendendo nota del moto degli astri, della connessione tra gli eventi che avvenivano nella volta celeste e gli eventi sulla Terra, di capire, insomma, il funzionamento del complesso sistema integrato ed interagente della Natura (o se piace di più, si può dire Cosmo, Universo, Creato). Razze animali e vegetali scompaiono e si trasformano a migliaia, cambiando abitudini di vita radicate persino nell'alimentazione. Al tempo stesso animali, piante e frutti "viaggiano" da un continente all'altro.

Il nostro pianeta è, dunque, molto meno stabile di quanto si crede. Costringe a continui spostamenti, adattamenti, a diversificazioni, a modifiche anche sul piano della civiltà e della cultura. Immensi deserti, ma è solo un esempio, sorgono dove c'erano fertilissime pianure attraversate da grandi fiumi.

La storia dell'uomo viene ricostruita utilizzando solo le pochissime testimonianze scritte che sono state salvate dal furore degli anatemi dei vincitori. La maggior parte dei documenti sono andati certamente persi, o sono stati distrutti. Non va dimenticato, inoltre, che molti popoli e la maggior parte delle culture passate e presenti, anche in epoche moderne, anche nei nostri Paesi, hanno preferito e preferiscono usare come promemoria opere, cose ed esperienze figurali, gestuali, sensoriali, percettive, ritmiche, musicali, visive ed orali, i suoni, le danze, le sonorità infinite delle parole che solo in chiave segnica possono essere percepite e gustate, il visionario immaginifico, tutto ciò che è legato alle strutture mentali dell'apprendimento analogico, percettivo e mnemonico. Vanno pertanto considerate come fonti della storia, accanto ai documenti scritti, ai codici, alle epigrafi, ai graffiti, ai modi di intervento sulla natura, alle architetture, alle pitture, tutte le testimonianze del fare umano nella storia, tutti i modi e gli strumenti del comunicare.

Giulio Cesare e il "De Bello gallico".

Del resto già Giulio Cesare, nel 53 a.C., nel "De Bello gallico", in una relazione al Senato Romano (che serviva ad evidenziare gli utili che derivavano da una guerra ed a sollecitare nuovi finanziamenti) trova modo di ricordare che facendo troppo affidamento sulla scrittura ("praesidio litterarum") viene meno la voglia di "conoscenze profonde" e la "memoria". Quasi venti secoli dopo, anche Michele Amari, il grande arabista, che fu uno dei primi ministri della Pubblica Istruzione, scrisse che "la scrittura conserva la testimonianza del potere, la memoria è più utile per conservare la testimonianza dell'ingegno".

Il nostro metro di lettura (definito: la modalità scientifica) porta a leggere i pochi promemoria che si conservano secondo la concezione delle categorie filosofiche e metafisiche ellenistiche del razionalismo del mito, del trionfalismo, dello spettacolarismo, dei prontuari di comportamento, dei precetti da osservare, delle analisi da fare, delle forme letterarie, della visione individualista del mondo. Il mondo (antico e moderno) va letto anche attraverso lo psicologismo del simbolo e l' antropologismo (comunitario e solidale) e la creatività della parola parlata e del gesto globale, della analogia e della percezione, delle esperienze sensoriali, della "cosalità", della sistemica connessione dell'uomo con il cosmo e l'ambiente naturale, dei percorsi psichici conoscitivi, della visione profonda, della conoscenza globale sciolta dai rapporti logici di casualità.

La storia dei nostri manuali di comportamento è raccontata attraverso le inevitabili interpolazioni, tagli, aggiunte e manipolazioni, solo dalla parte dei vincitori. E' evidente la convinzione che è il potere e, dunque, chi vince la guerra (religiosa, ideologica, economica, culturale, politica, militare), a tracciarne il percorso, negando la dignità del quotidiano, delle paure, delle gioie, delle ansie, delle attese, di ciò che può servire a vivere in tutti gli esseri che sono sulla terra, con le loro etnie, le loro culture e le loro religioni. La frantumazione e la manipolazione della storia, raccontata spesso inoltre in modo dogmatico ed integralista, solo in chiave occidentale antropocentrica ed eurocentrica, cancella popoli, culture, etnie, esperienze, epoche.

Non si può leggere il passato o il presente del mondo intero secondo l'ottica dei propri linguaggi o secondo schemi logici derivati e spesso esclusivi del mondo occidentale.

Da più parti ormai si sottolinea, come fa Pedro Miguel, un "antropologo" angolano che insegna all'Università di Bari (Rete Radié Resch, n.40, settembre 1998,pag.34), come "la storia del pensiero occidentale è la storia della ragione cresciuta sulla negazione delle differenze". E la storia delle identità espropriate. Per "essere" bisogna "essere come". Le differenze culturali sono diventate dominio politico. Per l'inculturazione del vangelo nell'universo greco-romano la storia è irrilevante. E' stato cancellato tutto quello che non fu elaborato nei territori ellenizzati dell'Impero romano; tutto quello che non è "canonico", sacralizzando la cultura occidentale. Questa concezione ha portato ad una completa secolarizzazione della storia, in quanto teologicamente irrilevante. Per questo il cristiano (specialmente la gerarchia) ha interferito nella vita quotidiana delle maggioranza dei cittadini comuni senza grandi scrupoli etici o senza ispirazioni di fede, perché la storia, in definitiva, non conta.

"La storia", dunque, come ricordano molti autori, e tra questi Simon James, "è la costruzione, operata da menti moderne, di passati immaginari (benché non totalmente immaginari!), a partire dai frammenti discontinui lasciati dalle società del passato". La storia è quello che noi (la classe oligarchica di potere o il gruppo, sempre oligarchico, che mira a delegittimare la classe al potere per subentrarvi) pensiamo, sosteniamo, documentiamo e scriviamo sul passato. I giovani, ma anche le stragrandi maggioranze dei cittadini comuni, reagiscono perdendo completamente il senso storico.

La grande corsa al revisionismo storico, alla riscrittura della storia è inevitabile dal momento che la storia raccontata dai nostri manuali di comportamento è essenzialmente una costruzione ideologica che serve a giustificare, a legittimare, a sacralizzare il potere. Ad una scrittura ideologica se ne vuole sostituire un'altra.

Ma il problema non è quello di "riscrivere" la storia (perché ogni riscrittura porterà inevitabilmente a giustificare ed a sacralizzare ben definiti poteri). Semmai bisogna "leggere" la storia, cioè ogni tipo di testimonianze e di documenti che l'uomo e la natura hanno lasciato, ma leggerli tutti, e non leggere solo quelli che fanno comodo. Bisogna comunque avere la consapevolezza che, per molte epoche storiche, per quante ricerche si facciano, si sono conservati solo una parte dei documenti utili a ricostruire un'epoca o una civiltà e non bisogna assolutizzare i documenti facendo loro assumere un significato emblematico. Spesso lo avevano, ma spesso avevano significati e ruoli del tutto marginali. Il problema è di desacralizzare, ridistribuire, democratizzare i poteri. Di non aver bisogno di far prevalere la realizzazione dei propri valori ideologici e del proprio potere attraverso la sacralizzazione di fatti del divenire umano.

Paul Gauthier ricordava una decina d'anni fa che "se nel 1940/45 l'umanità era in pericolo a causa del nazismo, oggi lo è a causa del sacralismo...dei poteri dello Stato e della Religione...l'umanità, per mancanza di libertà, di uguaglianza, di fratellanza, rischia di morire per fame, guerre e, soprattutto, per catastrofe nucleare".

Quando spiego perché hanno fame, dicono che sono comunista.

Il 27 agosto 1999 è morto all'età di 90 anni a Recife (Brasile), città di cui era stato vescovo, Hélder Câmara. E' nota la sua frase: "Quando do da mangiare ai poveri, dicono che sono santo; ma quando spiego perché hanno fame, dicono che sono comunista".

Comunista in segno di disprezzo, come stalinistica, imperialistia. Insegnò cioè che non bisogna gettare uno sguardo pietistico alle miserie del mondo, ma bisogna guardare all'analisi delle ingiustizie strutturali. La pace, infatti, è frutto solo della giustizia. Spesso capita che nella visione ideologica, manipolata e dogmatica della storia che le strutture accademiche, scolastiche e politiche ne danno (a volte bastano semplici omissioni o enfatizzazioni della "tradizione") si trovano molte delle cause delle ingiustizie strutturali anche del sud del mondo, e soprattutto la "legittimazione" del potere.

Anche quando qualcuno cerca di capire il ruolo dei vari popoli, civiltà, culture, religioni e dei vari individui e lascia il metodo della storia vista dal punto di vista dell'Occidente e dei vincitori, dicono che è un "fazioso" ed un "pericoloso sovversivo".

"Riscrivere" la storia, o desacralizzare i poteri?.

Dopo il fascicoletto sui Mozarabi, distribuito come auguri di Natale nel 1995, dopo le riflessioni sul giubileo (luoghi del pellegrinaggio e incontro delle culture), rese accessibili anche per via elettronica (http://www.geocities.com/Athens/Olympus/5496/co-pelle.htm), mi sembra necessario suggerire altri "temi di ricerca", spinto da:

1) le considerazioni che Bonifacio VIII (con la Bolla Unam sanctam e con l'anno santo romano) porta ormai a compimento la ricerca (un processo avviato nel IV\V secolo, e rinvigorito dall'XI secolo in poi) della unicità del cristianesimo sotto l'ordo romanus.

3) la cancellazione del monachesimo dei primi secoli, sostituito da un monachesimo occidentale latino e greco legato alla Grande Chiesa, il fraintendimento del significo di "laici", la riconduzione del sacerdozio solo alla "autorità trasmessa", la nascita di un monachesimo romano e di una religiosità legata solo alla cultura ellenistica romana e greca e la conseguente emarginazione, almeno per quello che riguarda il primo millennio, di alcuni ordini religiosi e monacali (ad esempio i monaci agostiniani), l'enfatizzazione e la generalizzazione di certe linee sessuofobiche, il fraintendimento o il silenzio sul ruolo della donna nella chiesa e sui monasteri misti, il ruolo delle famiglie nobili nella diffusione del cristianesimo, ecc.ecc.

3) La costruzione del parcheggio del Gianicolo: la disinvoltura con cui sono state distrutte le uniche testimonianze della vita e della cristianità del primo secolo a Roma.

4) la forte manipolazione della storia e l'emarginazione di molti dei pochissimi dati conosciuti, che relegano larga parte del mondo, delle genti, delle stirpi, delle culture, al non conosciuto. Ad esempio si continua a nascondere, nei testi di divulgazione che nel medioevo è molto diffusa una tipologia cartografica che, partendo dall'idea della Terra sferica, disegna un Oceano equatoriale, che delimita, al di fuori dell'Europa, dell'Asia e dell'Africa (i tre continenti che hanno come cerniera centrale Gerusalemme), "una quarta parte, al di là dell'Oceano, che non si nota a causa del calore del sole e che si favoleggia abitata dagli Antipodi". Basta guardare, per rimanere in Italia, al mappamondo dell'XII secolo, conservato a Torino nella Biblioteca Nazionale (pp.45 e 46 dal ms I.II.I). Si tratta di una copia tarda dei numerosi mappamondi che nei manoscritti originali del Commentario all'Apocalisse del monaco Beato, della metà dell'VIII secolo, probabilmente accompagnano la descrizione della "dispersio apostolurum". Di questi mappamondi abbiamo una vasta documentazione dal X secolo. Gli scritti cristiani, già dall'anno 100 assegnano ora a questo, ora a quell'apostolo un ruolo forte nella Evangelizzazione del mondo. Il monaco Beato nella metà dell'VIII secolo propone una formula di mediazione e di razionalizzazione (che è anche teologica) sulla base delle attese politiche di quell'epoca.

Umberto Eco nell'Espresso del 17 gennaio 1993, nella sua rubrica "la bustina di Minerva" scriveva una dotta nota dal titolo:"Lo sapete che nessuno ha mai detto che la terra è piatta?". Peccato che dimenticasse i mappamondi altomedioevali con la "quarta pars" che pure ben conosce, al punto da averne pubblicato uno in edizione facsimile. E' evidente come il "mondo allora conosciuto" non sia dunque delimitato dai confini dell'Impero Romano, come i nostri manuali e le tante mostre che si fanno in Italia fanno credere.

La popolazione del mondo

Si ha ormai la certezza che almeno un millennio di storia è cancellato. Dobbiamo imparare a riflettere un po' sulle dimensioni delle popolazioni del mondo stimate in diversi periodi. Scopriamo ad esempio che nel mondo nell'anno 500 dovevano esistere 206 milioni di individui e che in Europa gli abitanti dovevano essere solo 29 milioni. La tabellina seguente indica un primo elemento di riflessione: la Popolazione, in milioni di individui, stimata nel mondo, in diversi periodi.

_______________________________________________________________

popolazione 400 a.C. 1 500 1000 1250 1500 1750 1970

________________________________________________________________

Cina 25 70 32 56 112 84 220 774

India,Pakistan, Bangladesh

30 46 33 40 83 95 165 667

Asia Sudocc. 43 49 53 36 25 27 29 118

Giappone 1 2 5 4 9 10 26 104

Asia (-.URSS) 3 5 8 19 31 33 61 386

URSS 13 12 11 13 14 17 35 243

Europa 23 35 29 30 57 66 109 462

Africa sett. 10 14 11 9 9 9 10 87

Resto dell'Africa

7 12 20 30 49 78 94 266

America sett. 1 1 2 2 3 3 3 228

America centrale

e meridionale 5 8 11 14 23 34 15 283

Oceania 1 1 1 1 2 3 3 19

________________________________________________________________

TOTALE 162 255 206 254 417 459 770 3637

 

Le cose della storia senza le esperienze della vita

La "Scientia in vivo", come è noto da sempre, è ben diversa dalla "scientia in libro". Per scrivere un libro sul primo millennio non bisognerebbe cercare i documenti solo nel chiuso degli archivi. Si troverebbe solo una piccola parte residua delle testimonianze della storia dell'uomo. Il vescovo Diego de Landa, annunciando nel Cinquecento la distruzione del patrimonio librario dei Maya, dice trionfante: "Trovammo un gran numero di libri con questi caratteri, e poiché essi non contenevano nulla che non fosse superstizione e menzogne diaboliche, li bruciammo tutti...". Sappiamo bene, dunque, che le testimonianze scritte del passato (ma anche quelle di pietra, o della cultura materiale) sono ben poche e che testimoniano sempre i "poteri".

Metto, dunque, insieme una serie di riflessioni sulla tarda antichità e sull'alto medio evo che sono venuto appuntandomi in questi anni attraverso studi, letture, viaggi, incontri, ricerche; percorrendo e ripercorrendo molte delle strade europee del pellegrinaggio. Molti studi nuovi su culture lontane (vicino orientali, iraniche, africane, arabe, indiane, cinesi, giapponesi) modificano profondamente ed a volte stravolgono molti dei nostri convincimenti storici. Ma anche rimanendo ben saldi in Europa ci si rende conto che gli avvenimenti storici ed i rapporti tra culture, etnie e religioni sono ben diversi da quelli raccontati.

In questi appunti, che non hanno certo il dono dell'originalità, della scoperta o della completezza, non c'è niente di nuovo. Sono tutti fatti, elementi, esperienze ben noti alla cultura scientifica, ma del tutto ignorati dal grande pubblico, dai manuali accademici e scolastici, dai mass media. L'importante è non far sapere.

Questi appunti sono un invito a riflettere in modo sistemico, rivisitando "le cose" che connotano gli itinerari, tante volte percorsi, e che avremmo continuato a percorrere, con don Emilio, della Roma in cui era presente anche la composita cristianità delle origini.

Quando, tanti anni fa, alla ricerca inconscia ma evidente delle mie radici, cominciai a studiare, leggendo e "vedendo", il "Primo Millennio", mi resi conto che larga parte delle testimonianze di quegli anni, di quelle culture e di quei popoli erano stati completamente cancellate e che, comunque, venivano esaminati solo una piccolissima parte dei pochi documenti superstiti. L'ottica di lettura era quella della cultura verbalizzata, del bello e del civile secondo parametri "ellenistici", del misticismo estetizzante, degli spiriti eletti, dell'individualismo esasperato, di una cultura come esercitazione letteraria, di una vita e di una democrazia come privilegi riservati a pochi, della cancellazione della molteplicità e della complessità delle culture che pure quell'epoca aveva vissuto, della totale "occidentalizzazione" della cultura e della storia.

Imparai che persino il mio cognome (Thiery, contratto da Thierry) era "manipolato". Mi spiegarono, infatti, che, secondo le leggi della filologia, deriva dal greco e perciò dal latino Theodoricum. Ma i miei avi, presumibilmente merovingi, dovevano avere una cultura ed un nome alemanni, centro europei, centro asiatici, non greci. Il supplemento alla Lettre de Ligugé, n. 157 del gennaio 1973, trattando del monaco Sain-Thierry, sostiene subito (pag.4) che "Thierry est un Alamand" e che per la sua vita monastica "il s'inspirat necessairement de l'Orient". Quando i miei avi entrarono in Europa presumibilmente la lingua greca era stata già accantonata. Anche come lingua veicolare era ormai soppiantata dal siriaco. Che motivo avevano di cambiare il loro nome con uno greco? Arrivavano da vincitori e, quindi, non avevano bisogno di esser colonizzati anche attraverso l'imposizione del nome occidentale, come hanno fatto spagnoli e portoghesi in Africa, in India (il mio amico indiano si chiama Felix Machado!), nell'America Latina.

E, infatti, non lo cambiarono. Come indicano studi dell'Ottocento sulle genti merovingiche, Thierry / Thiery "traduce" secondo suggestioni occidentali, per assonanze ed analogie fonetiche e semantiche, l'alemanno Childrich.

Allo stato attuale delle conoscenze possiamo dire che è stato necessario un millennio, il primo, per sottomettere pienamente il messaggio di Gesù di Nazareth al pensiero occidentale e per cancellare le testimonianze della pluralità e della complessità del cristianesimo delle origini. Ma possiamo anche dire che non è stato soffocato, se é riemerso in tante esperienze ed oggi riemerge con tanta forza attraverso la multiculturalità, il cristianesimo celtico, le teologie legate alle culture locali, dell'America latina, asiatiche ed africane.

Historici Profani e Theologici.

E' vero che in Italia studi di questo genere sono totalmente anatemizzati dalla cultura accademica laica e religiosa. Nelle biblioteche europee del '700 esistono scaffali antagonisti, spesso anche fisicamente contrapposti, per i libri: Historici Profani o Theologici. Gli studi di storici laici e teologi non si incontravano mai e non si incontrano ancora. Sono concordi solo nel raccontare la storia dalla parte dei vincitori con la convinzione che è il potere e, dunque, chi vince la guerra, a tracciarne il percorso, negando la dignità del quotidiano, delle paure, delle gioie, delle attese, di ciò che può servire a vivere in tutti gli esseri che sono sulla terra.

I tempi stanno maturando. Credo che le vecchie barriere protezionistiche siano destinate a cadere, di fronte alla complessità ed alla internazionalizzazione. Ad esempio, la riscoperta di Gesù di Nazareth, il Cristo del Signore è la grande profezia ed il grande dono delle comunità di base dell'America latina e della cultura asiatica ed africana.

Spesso mi sento un po' esagerato quando sostengo che, in Italia, la scuola, la comunicazione, la cultura, i beni naturali e culturali, la multimedialità, l'esercizio pratico della politica, il volontariato sono utilizzati come strumenti potenti per riservare a pochi il sapere e, quindi, il potere e per accrescere le differenze tra chi sa ed ha e chi non sa e non ha. Per escludere la maggioranza della gente comune dalla democrazia. Del resto già Noam Chomsky ("L'Europeo" del 19/1/1994) aveva ricordato: "Questa democrazia è un giocattolo nelle mani delle élite...Io difendo semplicemente il diritto di esprimere opinioni. Ci sono atrocità commesse dai nemici e quelle commesse dagli amici".

Certo è evidente che l'affarismo e gli interessi individuali di bassa bottega hanno ormai preso il sopravvento , ma è altrettanto evidente che il potere dei singoli si rafforza in gruppi che si organizzano per legittimare il potere, utilizzando una la visione ideologica, che serve solo come paravento. Basterebbero gli ultimi cinquanta anni della storia d'Italia. Si è combattuta una "guerra civile strisciante" all'insegna dei due blocchi che si contendevano il mondo. In realtà questo era lo scenario strategico in cui si svolgeva la lotta tra e nelle grandi "famiglie" per ridistribuirsi il potere.

Mi sento un po' esagerato...

Mi sento un po' esagerato quando sostengo che la manipolazione "ideologica" del passato è uno dei mezzi decisivi per far prevalere la realizzazione dei propri "valori ideologici", nelle rare volte in cui ci sono, e del proprio potere. Per di più, quando alterano la memoria storica, le grandi forze ideologiche (fascismo, ex-comunismo, anti comunismo, democrazia, capitalismo, cristianesimo, cattolicesimo, islamismo, nazionalismo, ecc.) sono destinate a danneggiare non solo gli stessi valori dell'uomo, ma anche la scienza e la tecnica e, quindi, il futuro dell'umanità. Ma ho dovuto prendere atto che è disarmante il disinteresse per la storia dei giovani del tempo presente. E' disarmante, ma naturalmente provocato. Non raccontiamo, infatti, la storia della gente comune, del quotidiano, delle paure, delle gioie, delle attese, di ciò che può servire a vivere. Abbiamo stolidamente manipolato e falsificato la storia, raccontandola solo dalla parte dei vincitori di turno: abbiamo, infatti, la convinzione che è il potere e, dunque, chi vince la "guerra" religiosa, ideologica, economica, culturale, politica, militare a tracciarne il percorso. E di vincitori in due millenni ce ne sono stati molti, ognuno dei quali ha manipolato la storia precedente. In queste manipolazioni esistono dei luoghi comuni a tutti i vincitori.

Giulio Girardi, a proposito dell'Italia, sostiene con forza che "bisogna prender coscienza delle espropriazioni delle culture, dell'intelligenza e della creatività delle maggioranze dei cittadini. Una espropriazione", continua Girardi, "che colpisce il diritto fondamentale della identità personale e collettiva".

Queste osservazioni mi fanno sentire un po' meno esagerato quando sostengo che, in Italia, la pretesa di esaltare, come razionale, solo la logica verbale e ridurre tutto a concetto, consente ai "professionisti del ragionamento" di cancellare o di rendere subalterna ogni altra forma di comunicazione e di conoscenza. Conseguentemente il diritto della ed alla comunicazione (il diritto dei diritti a comunicare secondo la propria cultura), e quindi il diritto alla conoscenza, è diventato un "diritto negato". Va ricordato che la razionalita' non e' una caratteristica soltanto del pensiero verbale (accessibile a pochi), ma di tutte le forme di pensiero (di tutti i processi mentali) analogico, simbolico, percettivo, sensoriale. Il pensiero analogico, simbolico, percettivo, sensoriale (considerato di natura barbarica) non è alternativo alla razionalita' del pensiero verbale. Così facendo, continuiamo a proporre, ad esempio, alla gente un vangelo che è in realtà un insieme di teologia, di dogmi, di chiese e soprattutto di affari politici delle oligarchie dei privilegiati. Raccontiamo la storia del cristianesimo come storia del potere delle gerarchie ecclesiastiche che hanno definito l'ortodossia del cristianesimo in Occidente e poi lo hanno esportato. E' significativa l'insistenza dei nostri manuali nel rivendicare l'invenzione della stampa a Gutenberg. Basta andare alla British Library per rendersi conto che la Bibbia di Gutenberg de 1453 è posta in una vetrinetta a fronte della Sutra del Diamante, un libro cinese stampato con i caratteri mobili 600 anni prima!.

Rimango perciò sempre più costernato nel vedere come, in un'epoca di complessità e di multiculturalità, si rinsaldi sempre più l'arroccamento della cultura élitaria occidentale. Per capire la complessità, la multiculturalità, la multireligiosità, per vivere nel presente e progettare il futuro, il mio laboratorio è nel primo Millennio. Io, romano, nato a genitori romani, sono portatore di una cultura "altra", che ha radici lontane dall'individualismo e dal concettualismo verbale occidentale; mi trovo a mio agio nell'utilizzare modalità di pensiero prevalentemente percettivo-analogiche, piuttosto che concettuali; ed ho una cultura cristiana che non attinge alla tradizione del cristianesimo ellenistico-romano-greco-giudaico.

Il buio Medioevo

Rimango costernato nel vedere come sia annullato tutto il primo Millennio, le culture, i popoli, gli uomini in carne ed ossa che sono vissuti in quei tempi. I barbari, gli stranieri che dalle epoche più antiche venivano verso l'estremo occidente nei secoli dell'Impero romano, dopo complesse vicende politiche e tanti scambi commerciali e culturali. Tendono a stanziarsi in Europa. C'è una mutazione antropologica di tale portata che solo la nostra epoca ne conosce una ugualmente importante. Sappiamo poco dell'Impero Romano, un momento culturalmente molto composito; sappiamo quasi nulla del cristianesimo del primi quattro secoli; non sappiamo nulla del V secolo, e poi del VII-VIII secolo. Il IX secolo è avvolto nelle leggende di Carlo Magno. Il X è del tutto avvolto nelle nebbie.

Quando si parla di buio Medioevo, di tenebre, di streghe, ci si riferisce in genere a fatti della cultura occidentale del XIV secolo, quando ormai sta sbocciando l'umanesimo!.

E' nell'umanesimo che vanno trovate molte tenebre ideologiche. Certo del primo Millennio sappiamo molto poco. Ma come si giustificano (solo per fare qualche esempio) la cultura Merovingica, San Pedro de la Nave e Quintanilla de las Viñas, la cultura Irlandese, il monachesimo, i Mozarabi, se non studiando in modo diverso i rapporti con la tradizione indo iranica attraverso le vie commerciali sia di terra (attraverso l'Europa e l'Asia Centrale), sia di mare (il Mediterraneo e l'Africa e l'Oceano Indiano)? E come spiegare la presenza di Filippo e Tomaso, o di Giovanni e Paolo, accanto a Pietro e Paolo? Di un complesso intreccio sono rimaste solo le "leggende" che unificano Oriente ed Occidente, collocando Cristo, prima della sua vita pubblica e dopo la sua morte "presunta" in India e, ancora dopo la sua morte "presunta" in Francia, dove, sposo della Maddalena, avrebbe dato vita alla dinastia Merovingia. O le "tradizioni" dello sbarco della Maddalena e di Lazzaro e di altri amici di Gesù, tra cui Giuseppe d'Arimatea, sulle coste della Provenza. "Tradizioni" che connotano il pellegrinaggio medievale in Francia e che legittimano le manifestazioni in preparazione per celebrare negli anni quaranta del nuovo secolo il bicentenario della cristianizzazione dell'Europa e della Provenza. Venti anni prima del martirio di Pietro e Paolo a Roma.

Nel XII secolo, non più in Provenza, ma nella Borgogna, ritroveremo puntualmente la tradizione degli "amici" di Gesù, che rappresenterebbero un filone "parallelo" (ma non antitetico e antagonista) a quello degli apostoli nella evangelizzazione del mondo. Puntualmente ritroveremo questa tradizione proprio nella Gemma animae, di Honorius, un personaggio enigmatico, che si dice: "Augustodunensis ecclesiae presbyter et scholasticus...". Augustoduno è il nome romano e medievale di Autun dove Onorio avrebbe esercitato i suoi ministeri sacerdotale e di insegnamento (derivati dal filone "parallelo" a quello apostolico) tra il 1100 ed il 1140, proprio in coincidenza con la costruzione della Cattedrale di San Lazzaro e del lavoro di Gesleberto.

Non servono bei saggi, riservati a pochi, serve la volontà di perseguire un metodo di ricerca che penetri nella cultura comune, attraverso i materiali didattici della scuola, gli strumenti della comunicazione e dei mass media, le occasioni di consumo culturale (i libri, le mostre, i musei, ecc.), le visite turistiche e le rare iniziative di educazione permanente. Serve recuperare la dimensione storica dei beni naturali e culturali, dimenticando che i nostri "beni" sono i maggiori ed i migliori del mondo. Serve recuperare le ansie, le gioie, le attese, le speranze, i dolori della gente comune qualunque sia il colore della sa pelle, la sua etnia e la sua religione. Serve recuperare l'esplosione dei linguaggi nel laboratorio della vita quotidiana. Serve recuperare le culture, che non sono espressioni letterarie, ma esperienze di vita quotidiana.

I millennio, scenari e fatti della storia, a dir poco, fantasiosi.

Negli ultimi anni alcuni quotidiani italiani si sono contesi i lettori offrendo grandi atlanti storico-geografici. Nella prefazione de "I percorsi della storia", il supplemento del "Corriere della Sera", si legge: "Negli ultimi trent'anni la concezione della storia e la prospettiva in cui appariva il progresso dell'umanità si sono profondamente modificate...La maggior parte degli atlanti storici sono caratterizzati da uno spiccato eurocentrismo...il nostro intento è stato concepire e presentare la storia in una dimensione mondiale che renda giustizia -senza pregiudizi o parzialità- alle conquiste di tutti i popoli, in ogni epoca del lungo cammino umano". L'atlante del "Corriere della Sera" rimane ben lontano dai suoi propositi, ma la prefazione è molto chiara. Va ricordato che esistono, già da qualche secolo, migliaia di studi spesso molto belli ed approfonditi, ma relativi a segmenti molto delimitati e definiti della storia e del sapere umano, che mostrano come nei primi secoli a Roma e nel mondo occidentale sono accaduti "fatti" molto diversi da quelli che normalmente si raccontano. Soprattutto è evidente che il mondo occidentale e il Mediterraneo non erano tutto il mondo conosciuto, ma una parte, molto importante, ma una parte dell' universo mondo. Sono saggi e ricerche specialistiche di gran livello, ma che non concorrono quasi mai a definire un contesto sistemico al punto di dare un panorama storico, culturale, religioso, etnico più credibile.

Tra gli studiosi si tentano a volte sintesi, spesso pregevoli, ma in modo esoterico, esclusivamente riservate ai pochi specialisti di una cultura monodisciplinare, per cui persino valenti studiosi spesso ignorano i risultati delle ricerche storiche o antropologiche o religiose o scientifiche e così via d'altre discipline. Spesso questi studi, però, non sono riservati solo agli studiosi, hanno anche esigenze di rivolgersi ad un pubblico meno ristretto, al punto che nella stessa Italia non mancano molti volumi, anche nelle collane economiche, ben fatti. Nella mia biblioteca, che è una modesta raccolta di materiali da lavoro, non sarebbe difficile individuare 100 volumi in italiano a basso costo ed in normale commercio, che offrono elementi sufficienti per un quadro storico del passato totalmente diverso da quello che è proposto dalle strutture culturali, educative e della comunicazione. La ricerca non dà soluzioni, solleva dubbi e molti di questi libri fanno emergere tanti problemi ed una ricchezza multiculturale, multietnica, multireligiosa straordinaria, che stravolge gli insegnamenti accademici e scolastici e ci proietta con gran fiducia nel III Millennio. Questi testi, però, di fatto non scalfiscono, né possono scalfire il quadro che è proposto ai giovani nelle scuole e nelle università, attraverso i normali canali formativi ed educativi, e che poi naturalmente rifluisce nei media. Acquisiti dei luoghi comuni è quasi impossibile rimuoverli, soprattutto se questo avviene in un Paese, come l'Italia, in cui gli strumenti della conoscenza sono riservati a pochi.

Gli scenari ed i fatti della storia antica, delle attese del sacro, dello sviluppo delle religioni raccontati, come sono solito ricordare, sono limitati, parziali e spesso, a dir poco, fantasiosi.

E' questo quello che conta. Alle maggioranze della gente comune, attraverso i prodotti e quelli che dovrebbero essere i servizi culturali derivati dalla ricerca (libri, guide, mostre, musei, film, programmi radiofonici e televisivi, ecc...), o ai fedeli nelle chiese si continuano a raccontare (e volutamente) scenari e fatti della storia antica, delle attese del sacro, dello sviluppo delle religioni limitate e spesso, a dir poco, fantasiosi. E' proposto un sapere precostituito, congelato dagli schemi e dai codici, autoreferenziale. Il mondo è stato costruito dai vincitori bianchi, belli, colti, ricchi, occidentali, concettuali. E' negata o sminuita l'importanza di tutto ciò che non è occidentale e concettuale, derivato dalle élite dominanti.

Suggerisco di confrontare lo schema che segue con un normale libro scolastico, magari di un autore importante e progressista, per rendersi conto di come le manipolazioni dei vincitori che si sono succeduti in 1500 anni abbiano cancellato larga parte della storia dell'uomo.

 I Percorsi della storia.

Nella storia si tende a semplificare in modo lineare il percorso complesso e sistemico dell'intera umanità dalle origini per universum mundum. Ad una fitta rete di integrazioni e di interazioni di etnie, culture, religioni, viene contrapposta l'unicità della civiltà di una piccola parte del mondo, con una cultura certa, definitiva, immutabile.

* Percorso A, semplificato e lineare, proposto dalle strutture educative italiane fino agli anni Sessanta:

- LA PREISTORIA

- La Grecia Classica

- Il Medioevo: secoli bui. Barbari, invasioni, pestilenze, fame, morte, flagelli, penitenze, ignoranza, paure, malattie, mostri

- La monogenesi del cristianesimo nell'eredità ellenistica. Prima e al di fuori della tradizione giudeo-ellenistica non esiste niente, né civiltà, né cultura, né ricerca sull'uomo, né ricerca su Dio.

- La Rinascita carolingia

- La Grecia Classica e Roma come uniche fonti d'ispirazione per la conoscenza ed il sapere l'Europa e la Chiesa di Roma come unica erede e custode della civiltà greco-romana.

- Il Rinascimento

- L' Europa ed il Cristianesimo occidentale portano la civiltà nel mondo.

 

* Percorso B, semplificato e lineare, (aggiornato) proposto oggi dalle strutture educative italiane:

- Preistoria / Egitto / Mesopotamia

- Grecia Classica

- Mondo Ellenistico

- Mogenesi del Cristianesimo nell'eredità giudeo - ellenistica. Prima e al di fuori della tradizione giudeo-ellenistica non esiste niente, né civiltà, né cultura, né ricerca sull'uomo, né ricerca su Dio.

- Medioevo: i secoli bui (barbari, invasioni, pestilenze, fame, morte, flagelli, penitenze, ignoranza, paure, malattie, mostri) con le meraviglie dell'arte araba, asiatica e precolombiana.

- Rinascita carolingia. La Grecia Classica e Roma come uniche fonte d'ispirazione per la conoscenza ed il sapere e l'Europa, attraverso il cristianesimo, come unica erede, custode e diffusore della unica civiltà del mondo, quella greco-romana.

- Rinascimento: recupero dell'eredità greca

- L' Europa ed il Cristianesimo portano la civiltà nel mondo

* Percorso C, complesso, alternativo a quello che giustifica l'eurocentrismo, che consente di ricostruire l'insieme sistemico integrato ed interagente della cultura dell'uomo nei secoli.

Considerazioni:

- La Grecia Classica è un insieme di culture e di popoli.

- La Roma imperiale è un sistema di culture e di popoli.

- Poligenesi del cristianesimo su una koinè indo-siro iranica, di cui l'ebraismo fa parte.

- Le "invasioni barbariche" sono spostamenti, migrazione di popoli interi, in un'età che se è buia per Roma (in certi secoli ci si sfamati con il cannibalismo), rappresenta i secoli d'oro per gran parte del mondo.

Togliendo le vecchie periodizzazioni si deve tener conto di un "sistema che si definisce quardano in:

Europa Occidentale.

Sicilia

Mondo ellenistico

Cina

India e Asia centrale

Asia minore

Africa settentrionale

Persia

Mezzaluna fertile

Bagdad

Penisola arabica e ISLAM

Celti

Etiopia

Egitto, Copti

Africa centrale

Irlanda

Slavi

Popoli del Nord

Quarta pars al di là dell'Oceano (attestata dalle descizioni altomedievali del mondo).

L' EUROPA, la cultura ed il cristianesimo occidentali hanno grandi meriti, ma non sono le uniche matrici della civiltà nel mondo.

Una cultura sistemica, nella società della conoscenza

Una società complessa è un sistema di elementi e di culture interagenti.

Bisogna prendere atto della assoluta necessità di ricreare il sistema delle conoscenze, riconoscendo il cambiamento antropologico e la rivoluzione cognitiva in atto, sia attraverso il recupero sistemico delle due culture (di retorica e logica), sia accettando il sistema della multimedialità, un insieme, un sistema multipercettivo di opportunità di conoscenza prima che di comunicazione. Antonio Ruberti ripeteva che "C'è il rischio di polarizzare l'attenzione sul trasferimento dei saperi, sulla loro diffusione e sulla loro utilizzazione...e di lasciare in secondo piano la produzione dei saperi... Una tale asimmetria è in contrasto con la caratteristica centrale della società della conoscenza, che sta proprio nella crescita dei saperi e del loro ruolo. Quando parlo di saperi mi riferisco a tutto l'insieme delle conoscenze: al sapere organizzato, scientifico tecnologico ed umanistico-artistico, prodotto dagli intellettuali di professione; al sapere organizzativo, prodotto dalle organizzazioni (imprese e istituzioni); al sapere popolare di singoli e di gruppi (dai diari alle collezioni, dal dilettantismo al folclore)."

I grandi momenti della ricerca, le grandi infrastrutture industriali, i grandi momenti della divulgazione scientifica debbano articolarsi nel Paese, nelle città, nei territori, per dar vita ad un sistema di occasioni culturali capaci di coinvolgere fino in fondo le risorse e gli abitanti, tutti gli abitanti, di ogni singolo quartiere.

Il dibattito sul decentramento culturale, che aveva avuto i suoi momenti alti negli anni settanta, aveva un punto fermo: far rivivere la grande cultura nazionale ed internazionale attraverso la creatività della cultura locale. L'enormente grande, il globalismo, si sposa con l'infinitamente piccolo, il localismo.

Lavorare per realizzare un presente e per progettare un futuro comunitario e solidale non è un'utopia. E' cosa non solo possibile, ma addirittura "naturale". La restituzione della dignità alle culture, a quel sistema naturale e complesso di cui l'uomo fa parte, insieme agli animali, alle piante, a tutto il mondo animato e (come lo definisce una scienza infantile) inanimato, è il primo passo necessario per lavorare per la giustizia e la pace. Una restituzione che è anche ridistribuzione del potere, avviando meccanismi che superino le povertà, intese non solo come privazione dei beni materiali, ma come privazione della propria storia, delle proprie attese, delle proprie risorse per comunicare e per conoscere. L'opzione per i poveri tanto sbandierata, non significa fare carità, ma significa rinunciare almeno a ciò che rafforza la sacralità del proprio potere. Facciamo un esempio.

I secoli bui per l'Europa sono i secoli d'oro per il mondo.

Nell'anno 500 nasce il Medioevo europeo. Teodorico, ariano, re dei Goti, viene a Roma, ormai piccola città periferica, ma con grandi memorie e monumenti. Sono a Roma Boezio e Cassiodoro. Secondo la tradizione c'è anche Benedetto. L'Europa ha 29 milioni di abitanti, il 14% degli gli abitanti di tutto il mondo che sono 206 milioni. Da 116 milioni dell'anno 1 in Cina, India, Pahistan, Bangladesh, a 65 milioni dell'anno 500.

PAGANI significa: COLORO CHE PROFESSANO UN'ALTRA RELIGIONE.

BARBARI significa: COLORO CHE PARLANO UN'ALTRA LINGUA, di civiltà composita, spesso inferiore, ma spesso superiore a quella romana. Grande pluralità delle forme e delle culture religiose, nello stesso cristianesimo. La religione dei barbari è spesso ariana. Alla fine del V secolo (496-98, battesimo di Clodoveo) sono definitivamente insediati in Occidente.

Ricordiamo gli avvenimenti:

- L'Occidente si chiude su se stesso. Roma diventa una piccola città, che vive di pesca. Negli anni successivi si praticherà il cannibalismo.

L'Occidente", dunque, anziché essere visto come l'unica terra conosciuta, va studiato almeno secondo cinque direttrici, ognuna delle quali è molto complessa:

La manipolazione e la falsificazione della storia

La manipolazione e la falsificazione della storia, con semplici omissioni o sacralizzando spesso episodi marginali o del tutto inventati (anche in epoche lontane per legittimare una classe al potere) almeno per quel che riguarda il primo Millennio è favorita da alcuni fattori:

1) molti popoli e molte culture hanno usato ed usano un sistema simbolico di segni, l'analogia, la percezione sensoriale e la memoria, in alternativa alla scrittura. Questi strumenti erano giudicati e sono giudicati più utili della scrittura per conservare le testimonianze dell'ingegno.

Al contrario la storia ufficiale valuta soprattutto, se non soltanto, i documenti scritti.

2) i documenti scritti, figurali, della memoria, del costruire giunti fino a noi rappresentano una parte molto modesta e spesso quasi insignificante di quanto fu prodotto nel mondo nel primo Millennio. Se molto è caduto in rovina o in disuso per il passare del tempo, molto è stato volutamente distrutto. Basterà ricordare, come esempio, l'intolleranza cristiana del IV-V secolo, o la cosiddetta rinascenza carolingia, (che cancellano, entrambe, sistematicamente le tracce di quanto non è riferibile alla cultura cattolica greca e romana) o l'avvento dell'età ottoniana, romanica o gotica.

Ma normalmente si dimentica che Alcuino era irlandese ed abate di monasteri agostiniani. e la rinascita carolingia non è solo rinascita della cultura greco-romana.

Una visione storica più rispettosa del vero ed una continua ricerca delle nostre radici (che risultano sempre più pluralistiche, multietniche, multiculturali e multireligiose) non può che rafforzare le scelte fondamentali di pace, giustizia e salvaguardia del creato.

Raccontare una storia più rispettosa del vero.

1) Il mondo nuovo non dovrà inevitabilmente soggiacere all'affermazione della cultura occidentale. Più le aree non-occidentali diventano "moderne", tanto più respingono l'Occidente che non ha smesso di rappresentare il colonialismo. All'Occidente, se vuole sopravvivere alla prossima tornata storica non resta che accettare l'idea che la coesistenza tra civiltà diverse non solo è consigliabile, ma è la sola via d'uscita per una cultura come la nostra che è in netto declino.

2) E' in declino non solo la cultura occidentale, ma il potere della piccola élite delle borghesie occidentali, che cerca con ogni mezzo di creare, nella stessa Italia, insormontabili steccati tra sé e le maggioranze della gente comune. "La cultura maggioritaria", come ricorda Habermas, " deve rinunciare alla sua prerogativa storica di definire i termini ufficiali di quella cultura politica generalizzata, che deve poter essere condivisa da tutti i cittadini, quali che siano le loro origini ed il loro modo di vita". Al contrario le strutture della scuola, della cultura, della comunicazione, rendono rigorosamente e dogmaticamente gerarchiche e sequenziali le categorie mentali, la concettualizzazione e la verbalizzazione (le uniche giudicate "razionali"), che rappresentano i privilegi di pochi; e, al tempo stesso, demonizzano e cercano di cancellare la comunicazione e la conoscenza che derivano dalla percezione, dalle esperienze senso-motorie, dall'analogia, dall'esperienza acustica e visiva, (giudicate illogiche ed irrazionali) che, invece, hanno larga parte nei processi comunicativi e conoscitivi della maggior parte di noi ed in particolare dei giovani. Così facendo, rendono il sapere riservato a pochissimi e la conoscenza inaccessibile alle maggioranze della gente comune. Queste si sentono più a proprio agio, sentono più naturale, normale l'utilizzazione del ragionamento per analogia anziché del ragionamento per parole. Preferiscono il simbolo e la sintesi, all'allegoria ed all'analisi: la discontinuità alla conseguenzialità. Si sentono maggiormente a loro agio nella percezione sensoriale e nell'uso della globalità dei codici, degli stili, dei linguaggi della comunicazione e non di una scala gerarchica dei linguaggi comunicativi, che vede in testa la verbalizzazione esaltata dalla retorica. Le diverse "visioni del mondo", o percorsi conoscitivi, o modalità di pensiero, o stili e codici comunicativi e conoscitivi, o "percezioni" del mondo, ambienti di comunicazione e di conoscenza, va ricordato, non sono in antitesi, ma s'integrano ed interagiscono.

I mozarabi

In altre note ho ricordato i "mozarabi", evidenziando che "mozarabico" non individua solo un popolo storicamente definito, ma è diventato un termine per identificare una complessità culturale e religiosa che mette insieme elementi occidentali, con elementi centro europei, centro asiatici, africani, orientali, mesopotamici, siro-palestinesi, arabi. Per essere studiati attentamente nella loro complessità, i mozarabi meritano una ricerca molto complessa e sofferta che metta insieme almeno quattro millenni e spazi dall'antico Giappone, all'India, ai popoli delle steppe, all'Africa, al Vicino oriente ed alle estreme propaggini della Penisola Iberica che guardano all'Oceano. Oggi di mozarabi non si parla quasi più. La grande "arte", le grandi testimonianze iconiche mozarabiche sono dette visigotiche, ma studiando i mozarabi si impara a conoscere le tante inculturazioni anche europee del cristianesimo che fecero poco conto della cultura latino-greca, e molto delle tradizioni locali (pregermaniche e preromane), dell'unificante e composita cultura dei celti (degli "stranieri del nord", dal 600 a.c. al 400 d.C., dall'Irlanda, e dalla Penisola Iberica, al centro Europa, alla Galazia in Asia minore), delle culture centro asiatiche, del vicino e del lontano "Oriente", dell'India, dell'Arabia, dell'Africa. Il cristianesimo delle origini è caratterizzato da una pluralità etnica, linguistica, culturale. In questi anni ho imparato come è stato stroncato, nel cristianesimo, e viene stroncato nella cultura laica, l'io sociale a favore dell'io individuale ed ho imparato che da sempre, soprattutto oggi, la comunicazione multiculturale e multimediale (la multipercezione) è un diritto negato.

Il 22 marzo 1071

Falsificando la storia, si cerca di riprodurre, insomma un'operazione ben riuscita un millennio fa. "Il 22 marzo 1071", così comincia il preambolo del bel libro "El antifonario de San Juan de la Peña, siglos X-XI, Zaragoza 1995 ", ...invece di cantare come avevano fatto fino ad allora...secondo l'antico rito hispanico, i monaci intonarono l'inno Rector potens verax Deus secondo la versione cluniacense del canto gregoriano". Sembra un fatto marginale, eppure si tratta di un cambiamento epocale come pochi altri ce ne sono stati. Era un atto blasfemo. La chiesa di San Juan de la Peña rappresentava uno degli esempi più limpidi di mozarabismo, cioè d'adesione ad una cultura molto complessa arabo-cristiana largamente legata a motivi europei, centro asiatici, vicino orientali, in alternativa alla tradizione ellenistica. Una testimonianza del cristianesimo apocalittico. L'imposizione del canto gregoriano in tutte le chiese mozarabiche era un cambiamento violento e s'accompagnava alla imposizione del "Romanum ordinem", anche attraverso il divieto dell'uso di tutte le loro forme di conoscenza e di comunicazione iconiche (i francesi direbbero del "language sans parole"), e persino di quelle rappresentate dalle lettere dell'alfabeto (la littera mozarabica, cioè una ben definita e connotata forma dell'alfabeto), delle "linee" e dei colori delle miniature (cioè delle strutture simboliche), che evidentemente, al di là del loro significato esplicito, facevano parte di un complesso sistema comunicativo implicito, percettivo. La scrittura del resto è stata inventata per rispondere alle necessità di rappresentazione visiva e di memorizzazione del "pensiero", avvertite da chiunque faccia parte di un gruppo socialmente avanzato, di evocazione delle "esperienze" verbali, sensoriali ed extrasensoriali, ma anche e soprattutto per annotare il linguaggio articolato e lo stile "cognitivo". Vietarono dunque ai mozarabi il loro "lettering"; gli ordinarono persino di cambiare i "caratteri" della scrittura che usavano. E' come se oggi al Corriere della Sera ordinassero di cambiare l'impaginazione; a riprova che basta vietare forme, colori, modalità comunicative e conoscitive, come facciamo con milioni di giovani nella scuola, per procurare danni gravi ed irrimediabili. Lo sterminio, il genocidio dei mozarabi avvenne soprattutto attraverso l'imposizione della liturgia latina: cancellando un sistema simbolico di comunicazione e ribadendo l'esclusività della cultura greco-romana. Come non ricordare le moderne dispute, durante il Concilio Vaticano II, sull'uso del latino nella messa? Nella formazione (riservata a pochi) e nel trasferimento delle conoscenze, contavano allora, come contano oggi solo la logica e l'esercitazione verbale, la "sacralità" della parola scritta, il concetto. Molte volte ho sottolineato come esiste, nei codici mozarabici una netta distinzione tra testo e miniature, che non sono mai decorative o illustrative. Potrei aggiungere che si tratta di testi autenticamente bilingui, che parlano due diversi linguaggi: quello (tanto per schematizzare) concettuale dell'Occidente nei testi scritti, e quello percettivo, analogico e simbolico dell'Oriente nelle miniature. Dopo Gregorio VII, invece, l'immagine, e lo si vede anche nei codici mozarabici della decadenza, deve esser concepita solo come rappresentazione, illustrazione ed arte, e deve avere una funzione essenzialmente sussidiaria; è edificatoria per la massa; muove nobili sentimenti estetici, per pochi eletti; stimola o testimonia, in molti, la "visione" demoniaca o demenziale. Il ragionamento simbolico, la grande percezione (sensoriale ed extrasensoriale), i gesti (i grandi gesti creatori dell'uomo, a cominciare da quelli tattili ed oculari), la musica, i colori, i suoni, la linea, i rumori, gli odori (insomma, la vita) furono e sono anatemizzati. Era così avviato uno dei più singolari, sistematici, risolutivi ed emblematici genocidi della storia. La cultura mozarabica (una delle più complesse ed alte forme di sintesi tra etnie, religioni, stili di vita e di conoscenza) fu annientata fino alle radici, al punto che ancora oggi, a distanza di nove secoli, si fa fatica a riconoscere la sua dignità. E con la cultura fu stroncato un popolo. Senza spargere una goccia di sangue, i mozarabi furono cancellati dalla faccia della terra. Il 20 marzo del 1074 il papa benedettino Gregorio VII ringraziava Sancho Ramírez, re d'Aragona, per aver fatto adottare l'ufficio romano, l'Ordo Romanus, nelle chiese aragonesi contro il "Gothicum officium", che pur essendo teologicamente coincidente con quello romano, si collegava ad inculturazioni estranee al mondo occidentale, all'ellenismo, alla centralità di Roma e degli apostoli Pietro e Paolo. La lettera di papa Gregorio e gli avvenimenti di San Juan de la Peña sono atti significativi, che trascendono i fatti hispanici. Testimoniano ancora una volta come l'"Occidente" abbia cancellato secoli, popoli, culture, etnie, religioni, insomma la storia dell'intero I millennio, che da allora sarebbe stato presentato come un insieme di secoli bui.

L'Ordo Romanus

La ricerca dell'ordo romanus è di antica data. Nel IV-V secolo il cristianesimo è ricondotto ad una religione solo occidentale. Si manifesta l'intolleranza cristiana. La Chiesa si arrocca nei suoi privilegi e nelle sue credenze per preservare l'ortodossia nelle dispute che non di rado, soprattutto nel confronto tra Oriente ed Occidente, tra cattolici latini e "barbari" ariani erano sostenute o si saldavano a motivazioni politiche.Con il VI ed il VII secolo i regni "barbarici" sono ormai una realtà. Si definisce una nuova società. Le minoranze venute da lontano sono ormai cresciute in potere politico e militare. Gli Alani, i Vandali, i Silingi, gli Svevi, i Visigoti, i Longobardi, i Franchi, i Burgurdi ormai stanno cancellando la Roma aeterna. Le città ormai vivono alle spalle della campagna; cresce sempre più il divario tra una minoranza più o meno ricca e generalmente oziosa, e la maggioranza povera, o scarsa di risorse, incapace di pagare le sue imposte. Il monachesimo, fatto esclusivamente da laici, è molto diffuso. E' naturale che nasca, soprattutto negli eredi della cultura e del potere romano la voglia di riorganizzarsi per un riscatto. E' naturale che nasca la ricerca dell'ordo romanus che si realizzerà attraverso varie forme di "rinascita" (ad esempio nell'età carolingia, nell'XI secolo, attraverso la riforma cosiddetta gregoriana, o nel XII secolo, quando, persino in architettura e nelle arti assisteremo alla rinascita delle forme espressive antiche) che si concluderanno nell'anno 1300 con Bonifacio VIII.

Con Gregorio VII, ma solo allora, era definitivamente imposto a tutto il mondo quell'ordo Romanus, che ancor oggi rappresenta il nostro unico punto di riferimento. L'intera antichità è letta esclusivamente secondo gli schemi culturali dell'ordo romanus, della Grande Chiesa dei Gentili, che rappresentò certo un fatto importante, ma uno dei tanti fatti importanti.

La stessa pluralità dell'evangelizzazione cristiana, tante volte sottolineata dalla missio Apostolorum (Unum sint singuli, quantunque fossero una sola cosa, tuttavia ciascuno ebbe un proprio ruolo in diverse parti del mondo), e tante volte sconvolta nel primo Millennio, era cancellata definitivamente, anche dalla memoria, con un atto politico e ridotta ad una monocultura accessibile a pochi. L'operazione che sarà poi fatta nel Nuovo Continente (il genocidio non solo fisico, ma culturale) era già stata sperimentata in Europa.

Via San Calepodio

Persino dal nome della strada in cui abito, Via San Calepodio, e dal nome della Parrocchia (San Giulio) a cui amministrativamente appartengo mi viene lo stimolo a studiare il Primo Millennio. Calepodio è legato alla tradizione delle prime comunità cristiane a Trastevere ed allo schiavo Callisto che, agli inizi del III secolo, fu malaccorto amministratore (pro domo sua?, la storia si ripete) dei risparmi e del cimitero cristiani, e che fondò il titolo omonimo a Trastevere, sembra prima di diventare papa nel 217. Forse dove oggi sorge la Basilica di santa Maria in Trastevere. A Callisto, nel ruolo di presbitero successe Calepodio, che intanto gestiva un importante cimitero sulla via Aurelia, dove fu sepolto lo stesso Callisto, morto martire.

Papa Innocenzo II Papareschi (1130 -1143) fece realizzare importanti mosaici nel catino di Santa Maria in Trastevere, e preoccupato, lui romano, in un`epoca in cui tutto doveva esaltare l'ordo romanus, di sottolineare la romanità (peraltro inesistente) della chiesa di Roma, dette largo spazio nelle immagini ai Santi Romani del III secolo: Callisto, papa Giulio I, Calepodio.

Questi stessi personaggi e per lo stesso motivo furono esaltati nell'Anno Santo Romano del 1950. A Giulio fu dedicata una Parrocchia, mai completata, a Via Maidalchini, ed a san Calepodio una via di Monteverde. Le autorità ecclesiastiche oggi negano fermamente la santità del presbitero.

Può venire qualcosa di buono da ciò che non è greco?

Solo pochi ormai credono che le varie fedi cristiane nella versione greco-romana, siano le uniche inculturazioni, anche nei tempi passati, del cristianesimo, le definitive ed immutabili. La diffidenza, ad esempio, con cui è stata vista ad esempio la televisione ed oggi sono visti la società globale dell'informazione, i nuovi media, e le culture non concettuali, ricorda l'attaccamento agli arcaici sistemi che portò i cristiani dell'Occidente della fine del primo millennio a rifiutare i numeri indiani (quelli che oggi usiamo), il metodo posizionale e lo zero. Fu una strenua resistenza. I chierici dell'epoca si ritenevano gli unici degni e fedeli della grande tradizione greco-romana e non potevano ammettere che esistesse un'altra tradizione,. Al punto che Gerbert d'Aurillac, diventato nel 999 papa con il nome di Silvestro II, per aver sperimentato i nuovi numeri e lo zero e per averli trovati "buoni" (Genesi, 1), fu sospettato di aver venduto l'anima a Lucifero. Per secoli i sapienti europei continuarono a chiedersi se può venire qualcosa di buono da ciò che non è greco, al punto che nel 1648 l'autorità pontificia fece aprire la tomba di papa Silvestro II, per ricercare le tracce del patto con i demoni dell'inferno. Non a caso la ricerca fuori dell'accademia è definita eretica. E fuori della divulgazione che deriva dall'accademia e dalla ricerca riservata a pochi, c'è la constatazione, anche grazie ai risultati degli studiosi di cose africane, arabe e vicino orientali, che a Ovest del Giordano il Cristianesimo acquistò un aspetto ellenistico grazie a Paolo, in vesti Greche, e si sviluppò in una chiesa normativa. A Est del fiume, il giudeo cristianesimo trovò la sua continuazione nell'Islam semitico, grazie a Muhammad, l'apostolo in vesti arabe, e realizzò autonomamente un monoteismo senza compromessi.

In Europa che cosa è successo?

E in Europa che cosa è successo? E a Roma che cosa è successo? Tutto fa pensare che ci fu oltre un millennio di tradizioni eterogenee che convivevano. Solo dell'inculturazione greco-latina-germanica è rimasta testimonianza, e per di più libresca. Come dobbiamo comportarci di fronte ai temi della giustizia, della pace, della riconciliazione che vuole un rapporto sistemico dell'uomo nel creato? Non dobbiamo rivedere molti nostri atteggiamenti di dominio-possesso anche dei percorsi che portano alla conoscenza? L'inizio del terzo millennio non può essere l'occasione per saperne qualcosa di più?

L'ignoranza e' la madre di tutti i mali.

Giovedì 2 gennaio 1997 nella trasmissione "Italia Mia Benché" si discettava delle crociate. La conclusione è stata: il cristianesimo è intollerante. Non c'è dubbio che la cultura greco-romana (laica e religiosa) sia intollerante (ed anche questo va detto) e che, conseguentemente, il cristianesimo occidentale sia intollerante.

Ma il cristianesimo occidentale (anche quello greco definito orientale) non è "tutto il "cristianesimo". Solo pochi credono che "le storie" dei vincitori, delle élite in Occidente siano le uniche, certe e definitive esperienze che hanno caratterizzato l'umanità in ogni tempo ed in ogni latitudine. E allora una affermazione apodittica come quella della trasmissione televisiva citata è senza senso. La cultura occidentale, al contrario di altre, è sempre stata segnata dal logocentrismo e dall'individualismo di tradizione greca. Il cristianesimo nascente, invece, era profondamente comunitario e tale rimase nelle culture non ellenizzate. Ma, in forza dell' inculturazione latino-greca, si lasciò pervadere dall'intimismo ed al tempo stesso diventò prevalentemente autoritario ed accentratore in termini di esercizio del potere.

Ancora va ricordato il 29 giugno 1998. Un servizio giornalistico per il TGR, realizzato da un attento ricercatore della cristianità primitiva, affermava che San Pietro e San Paolo sono i fondatori del cristianesimo (sic!). E poche sere dopo Cantalamessa ricordava che Gesù predicava in ebraico. E l'aramaico della povera gente che fine ha fatto? Se ne parla sempre meno da quando esistono studi importanti che individuano nell'aramaico certamente la lingua della gente comune, ma anche una lingua sacra unificante di tutte le religioni indo-iraniche, un capitolo che non bisogna studiare.

Malgrado tanti maldestri tentativi di manipolazione, rimangono alcuni punti assodati, che non possono essere dimenticati soprattutto nel momento in cui le élite privilegiate dell'occidente devono confrontarsi con la marea delle maggioranze della gente comune in dimensione globale, mondiale ed emerge la complessità e la multiculturalità. Vorrei ripetere riassumendoli questi punti, almeno per quel che riguarda il cristianesimo occidentale:

1) Il cristianesimo, specialmente nella sua versione romano-cattolica, ha lasciato una scia di fatti negativi che non devono essere messi da parte. Gregorio Magno ricorda che non si può profetizzare riguardo al futuro (neppure Dio può farlo) se non si profetizza anche rispetto al presente ed al passato. In termini moderni, dirò che senza memoria non c'è futuro. E' fondamentale progettare il futuro, ma vivendo il presente e ricordando il passato.

2) Il cristianesimo nascente, prima di imbattersi ed essere limitato nella catalogazione cattolica-romana, come ho ricordato, era profondamente comunitario. Per noi (impregnati della cultura greco-romana) la prevalenza spetta all' io individuale; il cristianesimo nascente e molte culture, anche odierne, fanno prevalere l' io sociale. Nell'inculturazione occidentale "il regno" si è trasformato in sinonimo dell'altro mondo, dell'aldilà. Nella chiesa apocalittica il "Regno di Dio" è ora, per gli uomini che vivono il presente.

3) Il cristianesimo ha subito una profonda spiritualizzazione e una completa depoliticizzazione. Ha acquisto un'anima fortemente violenta; non si trattava di una violenza fisica, ma di un altro tipo di violenza anch'essa distruttrice, la violenza simbolica; distruggere questo nucleo (come fanno anche molte dottrine laiche dell'occidente) equivale a decapitare una comunità e a decretare la morte culturale di un popolo.

4) E' emersa nei secoli la prepotenza delle persone che rifiutano di dialogare e si sono chiuse nei loro valori culturali, realizzando di fatto un rapporto di distruzione di alterità.

5) Per l'inculturazione del vangelo nell'universo greco-romano la storia è irrilevante. Questa concezione ha portato ad una completa secolarizzazione della storia, in quanto teologicamente irrilevante. Per questo il cristiano (specialmente la gerarchia) ha interferito nella vita quotidiana delle maggioranza della gente comune senza grandi scrupoli etici o senza ispirazioni di fede, perché la storia, in definitiva, non conta.

La religione cristiana è parte di questo dramma. La catechesi (ed i progetti educativi in genere) furono fatti (e sono fatti) all'interno del progetto culturale, in cui era inserito il sistema culturale europeo, secondo il quale (ed è un pensiero interessato) la cultura occidentale è l'unica, la definitiva e l'immutabile; la conoscenza passa inevitabilmente attraverso i percorsi cognitivi, la verbalizzazione ed il concetto, accessibili solo a pochi, provenienti da ben definite classi sociali privilegiate, cancellando i percorsi cognitivi analogici, percettivi sensoriali, motori ed affettivi, che caratterizzano le maggioranze della gente comune.

Complessita' \ modernita' \ mondializzazione

Il catastrofismo e l'arroccamento nei loro privilegi di molti credenti e soprattutto di quasi tutti gli intellettuali progressisti laici e non credenti è dal loro punto di vista giustificato: vedono cadere i loro dogmi, le loro certezze, i loro poteri (consolidati nei saperi e nei linguaggi esoterici) a vantaggio di popoli legati a diverse civiltà e di nuove classi sociali che emergono. Devono prendere atto che l'Occidente e le sue élite privilegiate non sono in grado di portare valori e democrazia. Non vogliono accettare la "complessità", la "modernità", l'"internazionalizzazione" e mirare ad uno sviluppo integrale, riconoscendo la dignità di tutte le "culture", quelle dei popoli nuovi (in realtà antichissimi, colonizzati, sfruttati, annullati nelle loro identità) e quelle delle maggioranze della gente comune (che mai hanno avuto il rispetto di soggetti sociali), anche nella nostra Italia.

Già sant'Agostino, lui berbero che, attraverso lo studio del greco, avevano voluto sottomettere alla cultura del ragionamento logico-verbale, non si stancava di ripetere che "diversi non adversi". I diversi non sono nemici.

Cadute le ideologie, finite le guerre combattute all'interno della civiltà occidentale (il XX secolo ha avuto il dramma dei grandi conflitti, del nazismo, del comunismo sovietico), scomparsa la contrapposizione tra le grandi potenze e la distinzione tra primo, secondo e terzo mondo, rimangono le grandi "civilizzazioni": fortemente differenziate tra di loro per storia, lingua, cultura, religione e tradizioni, sono destinate a grandi e forti scontri le otto civiltà: - occidentale; - confuciana; - giapponese; - islamica; - hindu; - slavo-ortodossa; - latino americana; - africane (non è possibile unificare le varie "civilizzazioni" dell'Africa).

Non è certo casuale il rifiuto della storia (della storia raccontata solo dalla parte dei vincitori) da parte dei giovani.

La ricerca delle radici; la riscoperta delle proprie identità culturali; l'accentuazione dei limiti del sapere concettuale e delle limitazioni della fisica; il riconoscimento delle potenzialità del ragionamento simbolico-analogico-percettivo, che viene contrapposto a quel ragionamento verbale (che lo ha sempre definito "barbaro" ed inattendibile): sono questi gli elementi potenti di destabilizzazione e di scontro delle aree non-occidentali con il mondo occidentale.

Per rimanere nel chiuso della nostra Italia, vorrei aggiungere che questi sono anche i fattori di scontro (ed io temo di scontro violento) della cultura delle maggioranze della gente comune e della cultura delle élite. Questi sono i motivi per cui le classi al potere ritengono che gli utenti non debbano diventare soggetti sociali.

L'anno santo del 2000: una grande occasione sprecata.

L'anno santo del 2000 avrebbe potuto rappresentare una grande occasione per restituire dignità alle culture, alle etnie, alle attese religiose offese da secoli di ricerca di privilegi e di potere da parte di piccolissime élite; per ricostruire le radici cancellate e restituire dignità alle maggioranze della gente comune.

In questi anni di viaggio ho raccolto materiali sufficienti per riferirmi, come ricorda la bella presentazione del volume "De Constantino a Carlomagno, Disidentes Heterodoxos marginanados, Cadiz, 1992", "a quegli aspetti considerati "non canonici", a quei movimenti, concetti o attitudini che, quando non coincidevano con gli schemi politici, morali, etici, religiosi di un'epoca e di una regione determinata, si ponevano pericolosamente in contrasto con il potere stabilito". Ancora oggi il potere stabilito (una piccola élite economica, politica, ideologica, che veste di volta in volta i panni della borghesia bianca, colta ed occidentale illuminata o conservatrice) difende i privilegi ed il dominio-possesso acquisiti nel corso del tempo, e lo fa attraverso due strumenti:

1) cancellando tutto quello che non è "canonico", falsificando la storia, sacralizzando la cultura occidentale, quanto cioè fu elaborato nei territori ellenizzati dell'Impero romano;

2) cancellando il sistema dei linguaggi conoscitivi e comunicativi e sacralizzando esclusivamente i linguaggi, i modi comunicativi e conoscitivi della logica verbale e del concetto esaltati dalla retorica dello spirito discorsivo, che, giova ricordarlo sono accessibili, comprensibili solo a pochi.

Rimango convinto che l'anno santo del 2000 avrebbe potuto rappresentare una grande occasione per restituire dignità alle culture, alle etnie, alle attese religiose offese; per ricostruire le radici cancellate; per restituire dignità alle maggioranze della gente comune; per superare il "nazismo". "Nazismo" è una parola forte, ma, per la sua connotazione storica, è la parola che in quest'epoca meglio definisce l'impegno a conservare con qualunque mezzo (anche attraverso i genocidi culturali) le strutture di privilegio delle élite ed i condizionamenti di un potere precostituito.

Non sarebbe neppure necessario rincorrere il fare umano per universum mundum dalla più remota antichità fino al XIII secolo, magari ripercorrendo le tante diversissime strade europee dei pellegrinaggi. Basterebbe passeggiare per Roma.

Finché non c'è pace tra le religioni non c'è pace nel mondo

Hans Küng ricorda che "finché non c'è pace tra le religioni non c'è pace nel mondo". Noi cristiani potremmo cominciare a dare un serio contributo ricordando che non deteniamo il monopolio dello Spirito Santo: "Tutti coloro che sono condotti dallo Spirito di Dio, quelli sono figli di Dio" (Rm 8,14).

Non ci sarà pace nel mondo, e continueremo a costruire le condizioni per imporre violenza e dolore, fin tanto che continueremo a comportarci come se le nostre credenze (culturali o religiose), le nostre ideologie, i nostri modi comunicativi e conoscitivi abbiano il monopolio della verità. Si farebbe un passo avanti enorme se nelle strutture educative e formative si raccontasse una storia meno fantasiosa, almeno facendo affidamento a quei dati ormai acquisiti (ma mai dimenticati nel corso degli ultimi due millenni) cosmopoliti e che giacciono nascosti nelle biblioteche specialistiche, in ambienti "segreti", che sono riservati a pochi o che vengono divulgati, come fatti marginali, nelle tante riviste di arte e di archeologia che sono ormai in edicola.

Sarebbe un grande passo avanti se le strutture educative e scolastiche riconoscessero che "Le cose", come ricorda Thich Nhat Hanh, "non possono essere descritte mediante concetti e parole. Si possono incontrare solo con l'esperienza diretta". "La dimensione ultima della realtà non ha nulla a che vedere con i concetti". Sarebbe un grande passo avanti se nel ricercare le esperienze dell'uomo nella storia non si guardasse solo agli interessi delle piccole élite che governano il mondo. Se non si guardasse solo alla storia del Pensiero Occidentale, del cristianesimo sviluppatosi nell'alveo delle categorie filosofiche ellenistiche o dei "Concili" teologicamente definiti, che il più delle volte sono stati dei veri e propri consigli di amministrazione delle Chiese.

Ritrovare Gesù di Nazareth, il Cristo del Signore

La lettura del cristianesimo che spesso ne fanno le chiese cattolica e cristiane d'Occidente e le associazioni confessionali è a dir poco parodistica e spesso blasfema. Rende irriconoscibile Gesù di Nazareth, il Cristo del Signore, privato di tutto il suo spirito sovversivo e rivoluzionario. Lo trasforma in un santone rituale che benedice il potere delle élite della classe dominante occidentale, che, invece di perseguire la giustizia, ridistribuiscono in elemosina quanto loro avanza. I cristiani, invocando il nome di Gesù, sono presi solamente dalle parole e perdono di vista la sua vita ed i suoi insegnamenti, che vanno praticati e non ridotti a nozione e concetti. Gesù visse esattamente secondo i suoi insegnamenti. La teologia si è sovrapposta agli insegnamenti, alla vita ed alla morte di Gesù. Troppo spesso i praticanti cristiani si sono impegnati in esami eccessivamente intellettuali o analitici delle scritture, cercando di avere esperienza di Dio in modo intellettuale, facendo affidamento soltanto su nozioni e concetti relativi all'assoluto. Inevitabilmente molti cristiani hanno creduto che il potere politico sia necessario per il benessere della loro chiesa o comunità. Lo chiamano la "necessità storica." E che il proprio benessere servisse a Dio. Perciò hanno rubato e rubano.

Gesù non si limitò ad insegnamenti astratti o morali; visse secondo i suoi insegnamenti: Lui che era la pace, il frutto della giustizia, ricercò la giustizia e fu condannato a morte come sovversivo. La vita di Gesù costituisce il suo più essenziale insegnamento, più importante persino della fede nella resurrezione o nell'eternità. Come cristiani annunciamo la sua Resurrezione, ma troppo spesso dimentichiamo che si incarnò, che si suoi insegnamenti si identificarono con la sua vita in un determinato momento storico ed in una regione del Mondo, e che la vittoria sulla morte fu anche la vittoria sulla morte data ad un sovversivo di un "ordine ingiusto".

Le radici culturali

Le radici culturali del nostro Occidente, del Mediterraneo e dell'Europa non stanno solo nelle categorie filosofiche greche e romane o nel sapere concettuale che viene trasmesso nelle strutture educative e scolastiche. Anche a voler ricercare solo le radici della civiltà cristiana nei Paesi Europei che affacciano sul Mediterraneo, avendo come punto di osservazione Roma, ma non facendo affidamento solo sulle fonti occidentali sacralizzate, il panorama storico appare del tutto diverso da quello che si studia.

Se è vero che "noi cristiani dovremmo stare più che vigilanti per non imporre agli altri credenti centralità spirituali che sono solo nostre" (come ricorda G.Franzoni, Farete riposare la terra, Roma 1996, p.26), è anche vero che noi delle élite al potere dovremmo stare attenti a non imporre, anche nella nostra Roma, centralità culturali (laiche e religiose) che sono solo nostre. Dovremmo dire: "noi élite della classe dirigente dovremmo stare più vigilanti per non imporre agli altri uomini centralità culturali, stili e codici conoscitivi e comunicativi che sono solo nostri". I genocidi culturali (Franzoni cit., pag. 55) non riguardano solo gli altri "credenti" (ma sarebbe meglio dire: gli altri uomini) delle popolazioni indigene, ma si realizzano sistematicamente anche nella nostra Italia, quando si impongono nelle strutture educative e scolastiche o nella catechesi delle parrocchie, persino nei libri alternativi o antagonisti, stili, schemi logici e codici conoscitivi e comunicativi (legati al pensiero per parole) raggiungibili solo dalla élite della classe dirigente.

Dovremmo ricordare che il furto, nelle forme dello sfruttamento, dell'ingiustizia sociale e dell'oppressione è un'uccisione. La riflessione ci porterebbe lontano. Un passo avanti enorme sarebbe rappresentato se nelle strutture educative e formative si ricordasse, come ha rilevato L.Boff, che la cultura della maggior parte delle persone (e della quasi totalità dei giovani) è segnata più dal simbolismo che dal concetto, più dall'analogia e dalla percezione che dalla verbalizzazione, più dalla sintesi che dall'analisi. Quella della gente è una cultura fondamentalmente comunitaria, simbolica, sintetica, festosa, rumorosa, plurilinguistica e, soprattutto, creativa: non l'oggetto dello studio di spiriti nobili e colti; ma il soggetto della vita umana.

La storia dell'uomo non è solo quella raccontata dai manuali accademici dei bianchi.

Già alla fine dell'Ottocento esistevano studi sufficienti per dire che il vangelo che abbiamo proposto alla gente è in realtà un insieme di teologia, di dogmi, di interessi di chiese e soprattutto di affari politici delle élite. Abbiamo raccontato la storia del mondo, come se esistesse solo l'Occidente, solo quanto è stato elaborato dalle categorie filosofiche ellenistiche nei confini del Mediterraneo e dell'Impero Romano; solo quanto di occidentale è fiorito nel Mediterraneo, dimenticando che è quel mare è già nel III Millennio a.C. il terminale delle merci e perciò delle culture che provengono da tutto il mondo, anche dal lontano Oriente e che vi fiorirono e vi fioriscono molte culture e civiltà destinate a mescolarsi dinamicamente, a sintetizzarsi con l'Occidente.

Abbiamo raccontato la storia del cristianesimo come storia delle Chiese, del potere delle gerarchie ecclesiastiche che hanno definito l'ortodossia del cristianesimo in Occidente e poi lo hanno esportato. Abbiamo raccontato dogmaticamente la "nostra" storia, come la storia di un "progresso" senza fine: l'epoca in cui viviamo è immutabile e definitiva.

Alle astratte preoccupazioni di molti borghesi illuminati bisognerebbe dare concretezza utilizzando le acquisizioni della ricerca e scrivendo la storia dell'uomo (non solo dei credenti nelle chiese strutturate), nella sua quotidianità e molteplicità di culture, di etnie, di religioni, di sensibilità ed attese religiose. Lo sforzo (certamente molto importante), già "sperimentato da grandi missionari come padre Matteo Ricci, di annunciare nella sua essenzialità l'evento Cristo, cercando di attingere linguaggi, simboli e riferimenti culturali dallo stesso contesto in cui questo si annuncia" (Franzoni cit., pag.77), fu certamente sperimentato dal cristianesimo nascente. Fu sperimentato, ad esempio, anche da Paolo che, orientale ed ebreo (e tale rimase fino in fondo), predicando in occidente, utilizzò le categorie, schemi logici e gli stili comunicativi occidentali greci e romani per farsi capire. Se avesse predicato in India, si può esser sicuri che avrebbe usato, come fa il Vangelo di Tomaso, la sensibilità religiosa del mondo indiano. Paolo, infatti, pensava che "tutti coloro che sono condotti dallo Spirito di Dio, quelli sono figli di Dio" (Rm 8,14). Credo che non sia giusto usare le categorie, i concetti e gli stili comunicativi occidentali utilizzati dall'orientale Paolo per farsi capire "per omnes gentes" (cioè nel mondo romano ed ellenistico) per evangelizzare "universum mundum".

Il cristianesimo giovanneo e apocalittico.

L'Apocalisse (la ricostruzione della speranza, come la definisce in un bel libro Pablo Richard) riscoperta e commentata dalle Comunità ecclesiali di base, di contadini ed indigeni dell'America latina, ripropone un cristianesimo delle origini lontano dalle categorie filosofiche greche. L'Apocalisse è un documento storico straordinario. E' un libro carico di speranza, per il tempo presente, si esprime mediante lo psicologismo del simbolo, ed è la rivelazione di Dio nel mondo dei poveri, degli oppressi ed esclusi, della gente comune, di chi, insomma, non conta nulla. L'Apocalisse mostra come il cristianesimo delle origini sia profondamente pluralista e, unico tra le tante religioni di matrice indiano-iranica dell'epoca, sia una religione comunitaria, collettiva, che presuppone una conversione, dentro la storia, comunitaria, collettiva. Gesù di Nazareth, come ricordato, è condannato a morte quale sovversivo. Molte comunità cristiane delle origini (almeno quelle, e non sono poche, che non sposeranno la cultura intellettuale, individuale, spettacolare delle categorie filosofiche dell'ellenismo) continueranno per molto tempo a rifarsi tra gli altri, alla I lettera di Giovanni: (Gv 2,6): "Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato". La sequela di Cristo (la testimonianza dello spirito sovversivo di Gesù di Nazareth) portò alla morte tanti apostoli del cristianesimo nascente. E noi siamo stati capaci di inventare persino la "prudenza cristiana", "la necessità storica", i cristiani moderati di destra o di centro nella politica. E' fondamentale recuperare la pratica storica e la testimonianza. E' fondamentale recuperare, attraverso la forza del simbolo e della comunicazione analogica e percettiva, "il potere della speranza e dell'utopia nella trasformazione della storia, l'efficacia di una maturazione della coscienza collettiva di un popolo e, infine, la forza, il potere e l'efficacia dello Spirito nella storia e la forza della spiritualità dei poveri ed oppressi". Non a caso molte Comunità di base dell'America latina hanno scelto per una lettura dei mali della società Carlo Marx, che deriva, per sua stessa ammissione, gli elementi fondamentali del suo metodo (come la lotta di classe), dall'utopia socialista di quel cristianesimo francese degli inizi dell'800, che studiava la diffusione del cristianesimo nell'Europa altomedievale. Molte comunità cristiane dei primi secoli (non certo quelle "occidentali") sono appunto comunità. E se non ci fosse stata la tragedia del comunismo sovietico e la parola non fosse equivocabile, si potrebbe tranquillamente parlare per molte comunità cristiane delle origini, come fa Moraldi, di "comunismo cristiano". Basterà in fondo ricordare i Dialoghi di Gregorio Magno (Dial.,4, 57, 8-15): "...la regola del nostro monastero è sempre stata che tutti i fratelli vivessero in comune senza che nessuno avesse il diritto di conservare niente in proprio".

Credo che si debba fare uno sforzo in più per ricostruire la dimensione storica dei primi secoli del cristianesimo. Per valutare il messaggio del IV Vangelo e l'Apocalisse già nel I e nel II secolo, bisogna ricordare che la "missio apostolorum" e la loro dispersio fu "per universum mundum" e non solo "per omnes gentes", per chi, cioè, viveva nel mondo e nella cultura dell'ellenismo.

Lo ricorda molto bene Beato di Lièbana, nel suo "Commento all'Apocalisse" nell'VIII secolo, in un testo (ignorato, con un atto certamente censorio ed ideologico dal Migne) che fu diffuso nei secoli finali del I Millennio in centinaia di esemplari, accompagnato sempre dal testo di Daniele e "commentato" da una infinità di immagini simboliche estranee alla cultura allegorica ellenistica. Veniva così pienamente attribuito al testo apocalittico il carattere "popolare" della dimensione storica, economica, politica e sociale del movimento di Gesù di Nazareth. L'Apocalisse (nei codici miniati del Commentario di Beato) si esprimere pienamente in simboli ed immagini, così come voleva il Vangelo di Filippo ("la verità non è venuta nuda, ma in simboli ed immagini"), che certamente circolava nella Penisola Iberica Alto Medioevale. "Per universum mundum" significa veramente per tutto il mondo e non solo i confini dell'impero romano. Ci ostiniamo a leggere il cristianesimo attraverso la lente dell'ebraismo ellenizzato, fingendo di ignorare che, accanto alla cultura ellenistica, c'è in Europa ed a Roma anche la cultura che definiamo indo-iranica, c'è quella araba, quelle Africane, quelle dell'Asia centrale e dell'estremo Oriente.

Non ci sono solo, come molti vogliono credere, solo quattro correnti del cristianesimo del primo secolo (il cristianesimo giudeo, il cristianesimo ellenico, il primo cattolicesimo, o cristianità primitiva ed il cristianesimo apocalittico). Il cristianesimo è veramente pluralista. Tante sono le correnti quante sono le culture con cui viene a contatto. Esistono tante chiese, intese come insieme dei fedeli, che trovano l'unità nel riconoscimento di Gesù di Nazareth, il Cristo del Signore. Esistono tante chiese che non hanno bisogno di rifarsi alla Bibbia ed al mondo giudaico.

Possiamo accettare il termine di cristianesimo apocalittico non solo per individuare il cristianesimo (come normalmente si dice) che affonda le sue radici profonde nell'apocalittica giudea, ma per identificare il cristianesimo che non si adatta al sistema culturale dominante della tradizione occidentale ellenistica ed al sistema politico dominante dell'Impero Romano. Che si collega al messaggio "giovanneo". Esistono indizi precisi per ricercare la complessità del mondo antico. Ad esempio Alessandro Magno viene citato sprezzantemente, dai popoli nuovi che entrano in Europa a seguito dalle grandi immigrazioni (dai cosiddetti barbari) come zotico, ignobile e rozzo. E' un evidente rifiuto della cultura dell'Ellade da parte di chi veniva dall'Asia centrale. Esiste uno stretto collegamento tra Asia Minore ed India. Il vangelo di Giovanni (sia che accettasse la filosofia degli opposti, sia che condannasse il dualismo) è il testo più prezioso per i primi cristiani che si prefiggono, sull'esempio del movimento di Gesù, di cercare, domandare, guardare, capire, ascoltare, ricevere l'aperta visione, guardare apertamente Dio all'interno dell'uomo (di se stessi e del proprio prossimo). Nelle poesie di Antonio Machado possiamo rivedere la sorgente di vita (il "manantial") che fluisce nel proprio cuore: alla sacra fonte, al battesimo, alla conoscenza di Dio si accede direttamente, senza la mediazione della Chiesa.

Appare evidente che il primo cristianesimo, già nel 36 d.C., si è imposto in Palestina come la religione dei poveri. Una religione femminile, e non solo perché tra i primi diaconi c'erano anche le donne. E' la religione che garantisce il riscatto sociale agli anelli più deboli della società. E.Renan già nel 1866 rilevava come i grandi sapienti (in Giudea nel primo secolo) facevano fuoco e fiamme, dall'alto dei loro pulpiti, contro l'accesso all'istruzione (il sapere è lo strumento di accesso al potere) per quegli scarti di umanità che erano le donne, e anche per i loro figli denutriti. Solo la visione troppo greca, troppo puritana nel Vangelo di Luca nei confronti delle donne, ne ha fatto la religione delle élite maschili.

Benché non siano sopravvissute fonti per la storia della chiesa fino al 300, si hanno notizie certe che spesso il cristianesimo nascente non deve nulla né al mondo giudaico, né a quello ellenico. Ne è testimonienza il fatto che il cristianesimo praticato nelle cerimonie del Graal nel XII sec. è totalmente preromano.

Esistono, come ho ricordato, già da qualche secolo, migliaia di studi spesso molto belli ed approfonditi, ma relativi a segmenti spesso molto delimitati e definiti della storia e del sapere umano, che mostrano come nei primi secoli siano avvenuti a Roma e nel mondo occidentale fatti molto diversi da quelli che normalmente si raccontano e che le chiese siano state massacrate dalla Chiesa. Sono saggi e ricerche specialistiche di grande livello, ma che non concorrono quasi mai a definire un contesto sistemico al punto di dare un panorama storico, culturale, religioso, etnico più credibile. ll vangelo è per tutti i popoli e per tutte le culture: lo Spirito soffia dove vuole (Gv 3, 8); tutti coloro che sono condotti dallo Spirito di Dio, quelli sono figli di Dio (Rm 8, 14). La missione apostolica non è legata ai soli apostoli Pietro e Paolo. La tradizione apostolica non è legata solo alle categorie filosofiche e metafisiche ellenistiche diffuse (per di più in chiave minoritaria) nei territori dell'impero romano e venute a strutturarsi teologicamente in Occidente, nel corso di alcuni secoli ed in contesti storici economicamente, socialmente, antropologicamente definiti.

Ci si rende conto che gli avvenimenti storici ed i rapporti tra culture, etnie e religioni sono ben diversi da quelli raccontati dai manuali di storia. E nella Roma imperiale (ma anche nell'Europa del I secolo d.C.) le lingue e le culture, le etnie e le religioni c'erano tutte: oltre 30 religioni primarie e la presenza di un centinaio di etnie e di culture (induisti e buddhisti compresi). Il numero delle religioni e dei culti crescerà nei secoli successivi. La Cristianità delle origini non si identifica solo con l'ellenizzazione del cristianesimo e Costantino non ha spento, almeno per tutto il primo millennio, le altre radici, se è vero (come è il più delle volte è documentato):

1) che ci fu una forte intolleranza del gruppo che a Roma decise di essere il custode dell'ortodossia contro i "pagani" e gli "eretici". Si tratta di intolleranza (una intolleranza della cultura ellenistica) nei confronti delle altre forme religiose presenti nell'impero romano e di altre inculturazioni del Vangelo (per lo più di matrice indo-iranica);

2) che testi estranei al canone ellenistico continuarono a circolare nel mondo. Tra questi erano i testi sacri dell'ala detta in modo onnicomprensivo e generico gnostica (estremamente composita e variegata) del cristianesimo nascente, che tra i I ed il IV secolo era fiorita impetuosamente dall'Iraq all'Egitto, da Roma a Lione, assimilando idee della "lontana" India. Sopraffatta dall' ortodossia organizzata sembrava essersi dissolta, anche se ne rimanevano segni certi, ma non sempre e chiaramente decifrabili nella cultura iconica del Medioevo europeo.

3) che il vangelo di Tomaso rappresenta l'inculturazione del messaggio di Cristo nella cultura induista e buddhista.

4) che l'islamismo rappresenta la reazione di comunità arabe giudeo cristiane ad una ellenizzazione ed occidentalizzazione del cristianesimo. Muhammad accusa i cristiani di aver falsificato il Vangelo. In modo molto verosimile si riferisce ai "canoni" che hanno escluso, anatemizzato e distrutto decine e decine di testi non legati alla cultura ellenistica.

5) che durante la prima Crociata furono sterminati, più degli ebrei e dei musulmani, comunità cristiane che ignoravano la tradizione ellenistica del Vangelo e che si rifacevano a forme di inculturazione siriaca, mesopotamica, iranica.

6) che Gregorio VII dovette ricercare l'appoggio di molti regnanti per raggiungere quel Romanum ordinem e stroncare quelle forme cristiane (definite, anche quand'erano orientali, "Gothicum officium") che pur essendo teologicamente coincidenti con quelle romane, si collegavano ad inculturazioni estranee all'ellenismo.

E' stato necessario un millennio per sottomettere pienamente il messaggio di Gesù di Nazareth al pensiero occidentale e per cancellare le testimonianze del pluralismo e della complessità del cristianesimo delle origini.

Lo gnosticismo

Vorrei ricordare che sotto il termine "gnostico" si raggruppano oltre ad esperienze non cristiane, una serie di inculturazioni del Vangelo coesistenti e molto diverse tra di loro. Larga parte della ricerca è ormai convinta, contrariamente a quello che normalmente si dice, che lo gnosticismo sottolineò la crisi del razionalismo classico. Lo gnosticismo è un pensiero mitico che si esprime in termini simbolici e rappresenta la denuncia dell'inutilità del sapere classico che detta astratte norme. La mancanza di conoscenze sulla cultura persiana, siriaca e palestinese e l'abitudine a sistematizzare il pensiero concettuale, porta a valutare i complessi fenomeni che con termine onnicomprensivo si dicono "gnostici" come fenomeni intellettuali, speculativi, filosofici e non religiosi. I fenomeni "gnostici", i "vangeli gnostici" vanno piuttosto studiati nel quadro delle culture, delle strutture di pensiero e degli itinerari conoscitivi psichico-percettivo-psicofisico-sensoriali, motori, affettivi, simbolici.

Lo gnostico non è un filosofo. E' un'anthropos, un uomo qualunque con tutta la sua cultura, le sue esperienze, le sue attese, la sua visione del mondo, la sua spiritualità. I movimenti monastici, ad esempio, hanno in comune, nel III e IV secolo, secondo le culture gnostiche, la ricerca, la penetrazione religiosa nella solitudine, nella visione percettiva, nell'esperienza estatica e simbolica, nell'esplorazione della psyche, nella conoscenza di sé. Ognuno, nella sua psyche porta in sé le potenzialità di liberazione e di distruzione. Il vangelo di Giovanni, riconosciuto come canonico dalla ortodossia organizzata (forse solo perché scritto in greco, quantunque il suo autore usasse il greco solo come lingua veicolare) è rivendicato a sé dagli gnostici ed usato come fonte principale di informazione, di rivelazione e di riferimento per l'insegnamento. La parola gnosi è usata per definire tante esperienze diverse, notevolmente divergenti ed anche contrapposte. Non è certo parola monovalente o dal significato univoco. Con gnosticismo cristiano, secondo le opinioni più accreditate, si definisce di volta in volta:

1) una speculazione eterodossa giudaica, quando si presenta in forme di radicalizzazione;

2) una forma che si sviluppa dall'ambiente giudaico cristiano;

3) una evoluzione del cristianesimo (un interpretazione ellenistica o uno sviluppo entro gli schemi del pensiero ellenistico), che trova la sua origine all'interno dello stesso cristianesimo;

4) uno sviluppo del cristianesimo, che tenta una risposta al problema cristologico, entro gli schemi del pensiero greco;

5) uno sviluppo del cristianesimo, che tenta una risposta al problema cristologico, entro gli schemi del pensiero indo-iranico;

6) un incontro del cristianesimo con religioni già diffuse nei territori occidentali ed in particolare con il buddhismo e l'induismo.

Nel 1945 a Nag Hammadi (Egitto) viene alla luce una giara di terracotta rossa con tredici volumi, con 52 testi, in pergamena, rilegati. Sono i testi sacri dell'ala gnostica (come detto, estremamente composita e variegata) del cristianesimo primitivo, che tra i I ed il IV secolo era fiorita impetuosamente dall'Iraq all'Egitto, da Roma a Lione, assimilando idee della "lontana" India. Sopraffatta dall'ortodossia organizzata sembrava essersi dissolta, anche se ne rimanevano segni certi, ma non sempre e chiaramente decifrabili nella cultura iconica del medioevo europeo. Lo stesso Isidoro di Siviglia ne da notizia certa: Apocrypha autem dicta, id est secreta...Esta enim eorum occulta origo...In iis apocryphis, etsi invenitur aliqua veritas, tamen propter multa falsa,.. et recentiora sub nomine apostolorum ...auctoritate canonica diligenti examninatione remota sunt. Alcune notizie sono di straordinario interesse: 1) alcuni scritti sono sub nomine apostolorum (sono presumibilmente i vangeli di Filippo e Tomaso) e questo spiega la presenza dei due apostoli con la stessa dignità di Pietro e Paolo nei capitelli di san Pedro de la Nave; 2) è già definita un'autorità canonica che assume la decisione se i testi contengono o meno verità; 3) sono stati accantonati e non anatemizzati.

I testi di Nag Hammadi sono molti, alcuni non cristiani, e rappresentano certamente un ingente patrimonio anche economico ed il frutto di un lavoro collettivo ed anche specializzato di centinaia di persone per alcuni anni (per curare le greggi, per preparare la pergamena, per scrivere i testi). Forse i testi di Nag Hammadi provengono proprio da una comunità monastica (certamente da una comunità in grado di sopportare ingenti investimenti economici. Per dare un'idea secondo l'economia odierna, dell'ordine di decine di miliardi) a seguito dell'epurazione dei libri anatemizzati nel IV secolo.

Le dottrine gnostiche, nella loro molteplice articolazione, hanno una prospettiva religiosa di base antitetica ed antagonista alle rivelazioni della chiesa istituzionale:

Nelle dottrine gnostiche, la strada è interiore ed è indicata direttamente da Dio. Nel rapporto maestro-allievo, il fedele (come del resto diceva già san Paolo) non sarà più cristiano, ma Cristo. La verità deve essere vestita di simboli, "non è venuta al mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini": emerge lo psicologismo ed il valore evocativo del simbolo. Le immagini, come noi le intendiamo non esistono, ci sono soltanto i grandi gesti creatori. L'uomo percorre itinerari conoscitivi psichico-percettivo-psicofisico-sensoriali. Hanno un ruolo determinante: la visione immaginifica (il gesto oculare); la mnemotecnica; la conoscenza motoria; la cultura orale e gestuale; la partecipazione mistica (attivazione, attraverso gesti, canti visioni, balli, processioni, ecc.); la crittografia; il labirinto; gli intrecci; le iniziazioni; il centro; l'ombelico e la penetrazione del mondo. La BESORETA, l'annuncio orale, avviene attraverso un gesto globale ed orale, che coinvolge tutti i sensi.

Nella chiesa istituzionale, la strada è legata alle istituzioni religiose ed è indicata dalla chiesa stessa. Il rapporto fedele-istituzioni religiose è nella catechesi morale. La verità è nelle "edificazioni" che vengono descritte, decifrate nel loro significato verbale, ed illustrate dalle formule teologiche e metafisiche e elaborate dall'ortodossia organizzata.

L'ortodossia e le eresie.

L'emergente gruppo che definì nei primi secoli la Grande Chiesa di Roma, definisce anche l'ortodossia e l'identikit dei pericolosi nemici. Lo gnosticismo e le tradizioni e culture, i diversi "schemi logici" e le "sensibilità diverse", con contorni spesso molto sfumati e indefiniti , diventano le eresie da isolare e duramente combattere. Contro le tante attese e manifestazioni del sacro fondati sul mistero e sullo psicologismo del simbolo si afferma il razionalismo del mito e contro le "diversità" delle varie comunità cristiane cominciano a scatenarsi, con l'intolleranza, anatemi e scomuniche. Lo scontro tra il mondo greco-romano ed il messaggio cristiano si attenua al punto che il cristianesimo romano (che condizionerà sempre più il messaggio cristiano) comincia a strutturarsi in modo "cattolico", lontano dalle sue radici e manifestazioni palestinesi ed orientali e dal pluralismo culturale per incardinarsi ed identificarsi nella cultura e nelle categorie filosofiche greco-romane. La stessa sistemazione della tomba di Pietro (dovuta sembra, nel 155, a papa Pio, pio come l'Imperatore Antonino) sembra essere dovuta ad una scelta ideologica per rivendicare il primato della chiesa di Roma. L'eccidio di Lione (ordinato nel 177 da Marco Aurelio) è un episodio quantomai complesso, che dovrebbe essere valutato in quel complessissimo problema che fu lo gnosticismo.

Il cristianesimo dell'Occidente diventa essenzialmente urbano, mentre quello dell'Oriente diventa essenzialmente rurale. Il monachesimo, nelle sue ispirazioni rurali, denuncia fino in fondo la sua matrice orientale. Dovremo prendere coscienza insieme ad Arturo Paoli "che lo svuotamento dei simboli è immensamente più grave che la persecuzione. E' più grave la banalizzazione dei simboli che la bestemmia". Dalle culture non condizionate da una visione razionalista-ellenista-liberale della storia e dalle maggioranze della gente comune, (caratterizzate, come detto, da una da una cultura comunitaria, simbolica, sintetica, festosa, rumorosa, plulinguistica e creativa) può venire un recupero delle testimonianze del pluralismo e della complessità del cristianesimo delle origini (la loro distruzione e la distruzione della cultura simbolica fu un vero e proprio genocidio, pari a quello consumato ad opera degli europei nei confronti delle culture precolombiane) e soprattutto che può venire il riscatto del cristianesimo apocalittico.

I cristiani d'occidente sono oggi disposti a riconoscere agli ebrei (ad una cultura che conosciamo solo nei suoi aspetti ellenistici) il ruolo di fratelli maggiori. Quando riconosceranno a induisti e buddhisti lo stesso ruolo di fratelli maggiori?

Religioni e culti a Roma

A Roma, dal I al IV secolo d.C., oltre a consistenti testimonianze della religione romana, ci sono ragionevoli elementi per credere che esistessero ancora tracce delle antiche religioni, e che fossero professati, in maggiore o minore misura, tanti culti e almeno:

i culti di:

- Adone (Siria e regioni della Mesopotamia e della Persia. Il dramma annuale della Natura. A Roma al Gianicolo c'è un tempio alla dea Sira, con opere del I, del II e del IV secolo).

- Attis e Cibele (Magna Mater). (Originario dell'altopiano anatolico nell'Asia Minore, vede come protagonista La grande Madre, come personificazione della Natura fertile e feconda. La distinzione tra i sessi è provvisoria. La nascita e la morte sono due aspetti della medesima idea. Attis è figlio e sposo di Cibele. Si evira: Muore e risorge. E' la natura).

 

- Mithra (dalla Persia, divinità della luce, protettore della vegetazione. L'uccisione del toro che feconda la terra, la caverna, l'iniziazione, l'albero. Culto molto diffuso in Europa).

- Iside e Osiride (valore naturalistico-agrario di origine Egiziana, presente, con i luoghi di culto -gli isei- a Roma già nel 105 a.C. e fino al IV secolo. Molto diffusa a Roma, specialmente tra i militari)

- i culti Orfici (si sviluppano nel VI secolo a.C., un secolo molto importante perché nascono molte religioni in ogni parte del mondo, soprattutto in Oriente. E' una sistemazione teologica dei misteri di Dioniso, che pone l'attenzione sul sacrifico primordiale, che è un odioso deicidio. E' l'esperienza religiosa greca più alta: ai culti orfici si collegano altri misteri).

i misteri, in particolare:

- Dionisiaci (originari dalla Tracia, feste agrarie e mistiche (segrete) di fertilità della vegetazione e del bestiame a vantaggio della comunità. Il culto è suscettibile di un'evoluzione religiosa, che raggiunge nel santuario di Delfi, dove si passa dalla divinazione magica, alla rivelazione estatica ed all'unione mistica attraverso il sacrificio)

- Eleusini (riti nuziali magico-agrari mistici (segreti, che si svolgono sotto il controllo dello Stato e mirano non alla salvezza, ma ad una immortalità beata. Ai misteri Eleusini se ne legano altri, ad esempio quelli di Samotracia)

le religioni:

- arabe

- dell'Asia (Brahmanesimo, Buddhismo, Giainismo,

Induismo, Taoismo, Vedismo)

- di Axum

- degli Aramei

- dei Baschi

- dei Cananei

- celtica

- dei cinesi (Confucio)

- cristiana

- degli Elamiti

- ellenistiche

- dei Frigi

- dei Germani

- giudaica

- dei Manichei (dal IV secolo)

- dei popoli della Mesopotamia

- dei Nabatei

- di Palmira

- della Persia

- della Siria

- degli Slavi

- zoroastriana

Soprattutto a partire dal II secolo esistono varie correnti "gnostiche", che intervengono in vario modo sul cristianesimo, sul giudaismo e sulle religioni ellenistiche. I confini tra i vari culti (che si confondevano, interagivano e si integravano) erano spesso sottilissimi, al punto che esistevano edifici pluriculto. Tutto questo complesso sistema viene definito: paganesimo.

Se gli Ebrei hanno le synagoghe, i cristiani (probabilmente unici in questo mare di culti e di religioni) non hanno luoghi di culto, ma si raccolgono nelle case per leggere le sacre scritture e celebrare la comunione.

Il Monachesimo

A ricordare che Roma nell'alto medio evo non è più il centro del mondo, nemmeno sotto l'aspetto economico e culturale, c'è il monachesimo, che va ricordato, è fatto da laici. Anche gli abati sono dei laici. Ma "laicato" è contrapposto a "sacerdozio"?

Luca (2,25) ricorda che il Cristo del Signore è riconosciuto dal vecchio Simeone, uomo giusto e pio, che aveva lo Spirito santo presso di sé, come il Consacrato, il Santo, il Sacerdote unico e perfetto.

Il tema è ricordato con forza nelle grandi abbazie francesi della "rete" dei pellegrinaggi verso Santiago, così legate agli "amici di Gesù", è così frequentate da un'umanità cosmopolita. Nel portale dell'abbazia di san Pietro a Moissac, evocando l'altare sacrificale di Abramo e di Isacco, è evidente che la storia della salvezza giunge ormai al suo compimento: sull'altare si compie un sacrificio nuovo. Se Abramo si accingeva a sacrificare suo figlio per un atto di amore verso il suo Dio, qui è il Padre che sacrifica il figlio, il Consacrato, il santo, Sacerdote unico e perfetto, per preparare la salvezza, come ricorda l'Evangelista Luca, di "tutti i popoli".

Se il Sacerdote è unico, tutti i figli degli uomini, sono laici, oppure tutti, in quanto "coeredi" con Cristo, nato da donna, sono sacerdoti. Non hanno bisogno della consacrazione, in quanto sono consacrati.

Il monachesimo nasce sulla tradizione cristiana delle origini, che (fin dagli atti degli apostoli) pone l'accento sulla necessità di collegare l'io individuale all'io sociale. Molte comunità monastiche vivono insieme, mettendo insieme i loro beni o, più spesso, i loro guai. Coloro che vivono ai margini delle città spesso sono dei fuoriusciti, dei "banditi scappati per i debiti che non possono onorare, e mettono insieme le poche risorse per sopravvivere. Non ci si può certo meravigliare se Luigi Moraldi (L'inizio dell'era cristiana, una ricchezza perduta, Piemme, Casale Monferrato 1996, p.91) scrive: "Oggi, a qualcuno, può apparire maldestra l'espressione del così detto "comunismo cristiano" e tuttavia resta un esempio non periferico, ma un impegno permanente per tutti i cristiani, un incitamento per una realizzazione sempre più attuale e accorta e non meno totale". Ho già ricordato i Dialoghi di Gregorio Magno (Dial.,4, 57, 8-15) del VI secolo: "...la regola del nostro monastero è sempre stata che tutti i fratelli vivessero in comune senza che nessuno avesse il diritto di conservare niente in proprio".

Sappiamo molto poco del cristianesimo dei primi secoli, ma abbastanza per intuire il ruolo determinante delle donne (non mancano monasteri misti in cui l'autorità dell'abate è esercitata da una monaca) e per individuare in Asia e nel vicino Oriente, in Asia Minore, in Armenia, in Mesopotamia, in Egitto, in Africa, già nell'anno trecento, notizie certe di comunità monastiche.

Spesso si tende a ridurre il monachesimo alle esperienze consumate nel bacino del Mediterraneo, nell'ambito ellenistico, da pochi anacoreti: Antonio, Pacomio, Basilio, i monaci siriaci. E poi c'è la luce di San Benedetto e della sua Regola. Al "bandito" viene sostituito il rampollo di una nobile famiglia che rivendica a sé l'autorità sociale, spirituale ed economica. Ma i precedenti, per capire la nascita della Regola di San Benedetto ed il monachesimo occidentale (ricordando che abbiamo testimonianze solo di alcune culture e tradizioni ) sono molto complessi e certo insufficientemente documentati.

Si può ben dire del monachesimo cristiano:

a) che si incardina su antiche tradizioni monastiche (sempre fatte di laici) diffuse un po' in ogni parte del mondo.

b) che è un richiamo diretto alla predicazione evangelica.

c) che un ruolo determinante dovettero avere la chiesa apocalittica giovannea e di molte tradizioni cristiane che non fecero riferimento né a Roma, né a Costantinopoli.

d) che non è legato al sacerdozio consacrato, a uomini e donne "cresciuti nella chiesa", ma ad un laicato inteso come sacerdozio compartecipato di tutti i figli degli uomini, senza distinzioni di sesso, di etnia, di condizione sociale e culturale.

d) che va valutata la straordinaria funzione che ebbero le regioni "celtiche" europee ed in particolare la Francia e l'Irlanda dove il cristianesimo arrivò direttamente, dalle vie marittime, ma anche da quelle terrestri, senza la mediazione di Roma.

Le testimonianze della evangelizzazione e del monachesimo europeo e francese, se non sono esaurienti, sono molte e diversificate. Ne ricordo qualcuna relativa a: - Ireneo di Lione (+ 202), discepolo di Policarpo di Smirne, - l'anonimo pellegrino che viaggia fino a Gerusalemme secondo l'itinerario del codex burdingalense del 333, - Martino di Tours (IV secolo), la pellegrina Egeria (+391\4), - il fatto che già nel 395 la chiesa gallica fosse già quasi completamente organizzata, - i monaci di Lérins, davanti a Cannes (cfr. la Vita di Sant'Onorato,+428), - il fatto che Papa Celestino I si lamenti proprio nel 428 del monachesimo della Gallia fatto da uomini "...non cresciuti nella chiesa", - i monaci del Giura. Martino di Tours (soldato della Pannonia, come a dire un uomo qualunque di qualsiasi parte del mondo, dal momento che quello del soldato è il mestiere più diffuso e che i soldati prima o poi svernavano in Pannonia), prima di diventare vescovo è un monaco, un laico. Una riflessione evidente: la chiesa è l'insieme dei figli dell'uomo, che sono tutti sacerdoti. La Grande Chiesa è una struttura gerarchica che anziché riconoscere il sacerdozio di tutti, lo distribuisce ad una oligarchia attraverso l'unzione.

Martino di Tours è un seguace di Ilario di Poitiers, che conosceva bene la cultura orientale. Promuove la prima comunità monacale, che ha il carattere di una "comune". E le comunità monacali sono di ispirazione "necessariamente" orientale.

Ma la fioritura più "estremista" del monachesimo, almeno a giudicare secondo i canoni dell'individualismo di stampo ellenistico, spuntò dal ceppo celtico isolano.

D'origine irlandese era quel Pelagio, "eretico" che sosteneva che l'uomo può vincere il male, solo perseguendo il bene e non con l'aiuto della chiesa. La chiesa celtica era ben più antica di Palladio (inviato come missionario in Irlanda da Papa Celestino I nel 431) e di Patrizio (che andò missionario in Irlanda intorno al 500), che ebbero certamente il compito di riportare sui binari dell'ordine romano i già battezzati.

In Irlanda il richiamo diretto alla predicazione evangelica (giunta, senza elementi "classici" e con molti elementi copti e siriaci, attraverso il Mediterraneo, la Francia, la Spagna o attraverso l'Asia Minore, i Balcani,l'Europa continentale. Come non ricordare il pellegrinaggio della "monaca" Egeria tra il 380 ed il 383?) trova i punti di forza nella proprietà comune e nell'abate (di regola un "laico") che rappresentava tutti i membri della comunità verso l'esterno. Le donne, assai numerose nel cristianesimo delle origini, non furono mai allontanate totalmente. Il monachesimo irlandese è lontano dalle eresie, ma anche dai dogmi e dalle gerarchie. La evangelizzazione si diffuse esclusivamente attraverso la persuasione. La fede antica si saldò più che altrove con la fede nuova. E' evidente che Agostino fu inviato nel Kent da Gregorio Magno (597) per costruire la chiesa britannica secondo il modello romano. Così come è evidente che San Colombano Minore (cugino del Maggiore) esportò in Europa il monachesimo irlandese, passando nel 590 dall'Irlanda alla Francia (gli insediamenti di Annegray, Luxeuil e Fontaine, Sangallo), e fondando poi nel 614 il monastero Bobbio (Pavia,), dove morì nel 615.

Il Monachesimo in Italia

Il monachesimo, lontano dal dualismo greco della contrapposizione tra anima e corpo, arrivò, per quel poco che ne sappiamo, in Europa all'inizio direttamente attraverso le immigrazioni, dapprima lente e poi tumultuose, dall'Europa Centrale o forse dall'Egitto.

In Italia si diffonde, secondo le poche testimonianze storiche, a cominciare dall'Umbria, provenendo direttamente dalla Siria. Se non sappiamo niente dei primi secoli, sappiamo che a Norcia, ad esempio, già nel quarto secolo vive una delle tante comunità monastiche siriache. Secondo Gregorio Magno (Dial 3, 14-) "nei primi anni del dominio dei Goti", (Teodorico regna tra il 493 ed il 526), nella provincia di Valeria, a 10 kilometri da Norcia, nella Valle Castoriana, vivevano in lauree (in complessi di caverne) alcuni eremiti: Fiorenzo (che vive per tre anni in un anfratto della roccia), Speranza (che muore stando in piedi nell'oratorio e la cui anima si separa dal corpo sotto forma di colomba a significare "con quale semplicità di cuore abbia servito Dio") ed Eutizio che evangelizza i pastori. Eutizio, successore del siriaco Spes, è lui stesso un siriaco. I monaci (i solitari) umbri, come quelli siriaci vivono ai margini delle città, in ambienti rurali: un insieme di persone vivono in solitudine, singolarmente, ma in "comunità": hanno infatti in comune alcuni servizi (mensa, lavoro, la cassa economica; ecc:). In Umbria dunque sono arrivati alla fine del V secolo monaci siriaci. Alla Madonna della Stella, presso Roccatamburo, si vedono ancora le celle monacali, scavate nella roccia e disposte a più piani.

La Regola di San Benedetto e Gregorio Magno promuovono un monachesimo romano.

La Regola di San Benedetto e Gregorio Magno hanno assunto un evidente ruolo di promuovere un monachesimo romano. Gregorio Magno, nello stesso libro dei Dialoghi sui miracoli dei padri italici, scritti intorno al 593, fornisce le prime notizie dell'uomo tanto venerabile chiamato "Benedictus", nato a Norcia. Gregorio si riferisce ad una comunità che viveva a Montecassino, testimone della inculturazione del cristianesimo nella cultura greco-romana. San Benedetto (le date tradizionali della nascita e della morte -480/547- devono comunque essere notevolmente spostate -492/575 circa-), forse è una figura reale (non un uomo qualsiasi, un figlio dell'uomo nato in qualche località imprecisata del mondo, ma un rampollo di famiglia nobile e romana), forse è il simbolo di un insieme di monaci che vivevano secondo le norme della "Regola", che promuove un monachesimo occidentale. E' nel V secolo, infatti, che il cristianesimo assume caratteristiche e forme organizzative fondamentamente occidentali, latine e greche. I laici, partecipi del sacerdozio di Cristo, sono ricondotti sotto il controllo del sacerdozio consacrato e gerarchizzato. Il monachesimo è clericalizzato. Gli abati diventano vescovi.

Gregorio Magno è il primo che menziona la Regola di Benedetto, che per il 25% ripete "la Regola del Maestro" (un testo anonimo appunto del V secolo); per il 50% ne è fortemente influenzata; per il 25% è completamente autonoma. E' evidente che in Benedetto confluisce e si sintetizza fino a diventare "romana" tutta una tradizione proveniente dall'Egitto, dalla Siria, dall'Asia Minore, dall'Africa, dalla Gallia occidentale e meridionale, dal Giura.

La prima diffusione della Regola avviene attraverso i missionari mandati da Gregorio in Inghilterra (596, Agostino di Canterbury) a romanizzare territori che avevano conosciuto il cristianesimo probabilmente già nel I secolo. Agostino e i monaci romani transitarono per la Gallia e svilupparono un monachesimo che è, nelle forme organizzative,. occidentale e romano. Le prime testimonianze in Gallia Meridionale sono nel 620. E' evidente che in Italia, indipendentemente dal monachesimo "greco" che si diffonderà nei territori soggetti all'influenza bizantina, a partire dall'Umbria, si sviluppano due filoni del monachesimo:

1) orientale (il termine, generico, che individua una cultura estranea al mondo latino-greco, non va confuso come solitamente avviene con "greco), testimonianza di un cristianesimo "sirianizzante", che si è diversamente inculturato fin dal primo secolo in tante culture diverse. Il centro è l'abbazia di Sant' Eutizio (in Val Castoriana), che, benché non citata da nessuno dei manuali scolastici ed accademici, ebbe una grande ricchezza ed un grande ruolo nella diffusione della cultura religiosa e laica. Lo scriptorium non fu secondo a quello di Montecassino tra il X ed il XII secolo. I pochi libri rimasti sono nella biblioteca di Spoleto e nella Vallicelliana di Roma. Alla cultura di Sant'Eutizio si rifanno Federico II e Francesco d'Assisi, che non a caso trova la sua ispirazione in Martino di Tours, un soldato di origine ungherese direttamente legato alla cultura siriaca.

2) occidentale, che si diffonde in Europa con Gregorio, il cui papato coincide con l'avvento e il predominio dei Longobardi. Con il monachesimo occidentale, Roma ridiventa almeno un centro religioso. Gregorio Magno, ha un forte rispetto per i "diversi", sdrammatizza i rapporti tra cattolici ed ariani; tra cattolici e pelagiani, riconoscendo le tante culture. La chiesa di Roma, ormai strutturata, si adoperò presto per allineare i monaci (che, va ricordato, sono fino a quel punto, dei laici) all'autorità episcopale. Il cristianesimo dell'Occidente diventa essenzialmente urbano, mentre quello dell'Oriente diventa essenzialmente rurale.

L'esperienza monastica risulta, dunque, molto diversa da quella comunemente rappresentata, anche ricordando le poche testimonianze note:

 

A proposito dell'arte longobarda

L'uomo comunica e conosce attraverso un sistema complesso e globale integrato ed interagente che coinvolge il corpo, i sensi, la mente e il cervello. Le diverse "visioni del mondo", o percorsi conoscitivi, o modalità di pensiero, o stili e codici comunicativi e conoscitivi, o "percezioni" del mondo non sono in antitesi, ma s'integrano ed interagiscono.

E' evidente la sproporzione tra lo stimolo sensoriale (che giunge al cervello sotto forma di una serie temporale di dati) che riceviamo e le informazioni che ne ricaviamo. I dati sensoriali sono trasformati in costrutti mentali.

Le sensazioni che percepiamo e le informazioni raccolte dai nostri organi di senso, arrivano al cervello. Sono confrontate con le immagini mentali ed acquistano significati attraverso un'elaborazione cerebrale, cioè attraverso le interpretazioni che il cervello ne da. La percezione è un costrutto cerebrale che consegue a processi di ricerca interpretativa, attraverso analogie e confronti, del cervello sulla base di "atteggiamenti mentali", d'informazioni acquisite, per eredità genetica, per esperienze sociali ed individuali, per interazioni con il mondo esterno.

C'è nella percezione un coinvolgimento diretto e completo del consumatore che diventa a sua volta produttore. C'è un completo superamento della netta separazione tra soggetto ed oggetto della conoscenza.

Non solo c'è interattività (uno scambio di dati che influenza il comportamento degli attori che effettuano lo scambio), ma c'è l'interazione, cioè completamento, complementarità tra gli stimoli sensoriali, gli "atteggiamenti mentali", e le informazioni che riceviamo.

I tanti dati, le tante informazioni che ricaviamo in modo sproporzionato dagli stimoli sensoriali della vista, dell'udito, dalle linee, dal colore, e così via, possono essere manipolati, ricomposti, ri-giocati in modo diverso e nuovo, al punto da essere ri-creati, da dar luogo ad una creazione nuova.

Queste "sculture" non riproducono, ma rendono visibile il mondo.

Esistono molte testimonianze del passato. Ad esempio Angela da Foligno, già nel mille e duecento aveva osservato: "ho visto cose che non hanno forma".

Esistono testimonianze del futuro: la realtà virtuale (che si realizzerà solo nel lungo termine, ma sarà esplosiva).

Entra in discussione la netta distinzione tra mondo fittizio e mondo reale; con l'interattività (ma anche con l'altare di san Pietro in Valle in Valnerina) cadono le distinzioni tra realtà e finzione, tra osservatore e mondo esterno, tra soggetto ed oggetto, tra lo spettatore e l' attore, tra l'anima ed il corpo; tra la copia e l' originale.

La percezione e la conoscenza sono intese come attività. Si può parlare d'intelligenza quando si evidenzia la capacità di costruire rappresentazioni interne del mondo per prevedere, anticipare, pianificare, liberandosi dalla tirannia dei comportamenti reattivi automatici di controllo, che non sono più soli, esclusivi.

Pietro Paolo \ Giovanni e Paolo\ Filippo e Tommaso

Queste cose si possono dire "in segreto", tra addetti ai lavori, non si devono divulgare. Il 26 maggio del 1971, al termine di una mia complessa lezione sui Longobardi alla Accademia Nazionale dei Lincei, il grande vecchio André Grabar mi ricordò che durante i suoi studi non trovava cosa che non mostrasse la complessità e la multiculturalità, ma mi ammonì dicendomi: "Sono d'accordo con Lei, ma queste cose non le scriverò mai". Del resto già due anni prima, nel 1969, avevo visto, con la sorpresa del giovane addottrinato alla cultura occidentale, che la chiesa di San Pedro de la Nave sul Duero, della fine del VII secolo, ai confini con il Portogallo, spostata per far posto ad un invaso artificiale, con le sue tante sculture, era lontana dalla tradizione ellenistica. Nella crociera spiccano due capitelli con le scene di "Daniele nella fossa dei leoni" e con il "Sacrificio di Isacco". I due segni del Vecchio Testamento della venuta del Cristo. Ma ai lati del capitello di Abramo, sono scolpiti gli apostoli Pietro e Paolo; ai lati del capitello di Daniele sono scolpiti Tomaso e Filippo. I due Apostoli a cui sono attribuiti i vangeli ritrovati nel 1945 a Nag-Hammadi e dei quali appunto alla fine degli anni sessanta cominciavano a circolare le prime edizioni critiche non destinate soltanto agli specialisti. Isidoro di Siviglia aveva scritto qualche anno prima della costruzione di questa chiesa che nella Penisola Iberica "alia volumina apocrypha nuncupatur... et sub nomine prophetarum et recentiora sub nomine apostolorum". Nella Penisola Iberica del VII secolo circolavano dunque (secondo la testimonianza di Isidoro ed a guardare i documenti figurali) i testi che dopo la scoperta di Nag Hammadi sono detti, con termine generico, gnostici, gli "apocrifi" del Vecchio e del Nuovo Testamento. La presenza di Tomaso e di Filippo è molto importante.

Del resto nel vangelo di Giovanni (che ha una teologia originale e spesso in chiara opposizione ai sinottici. Cfr. Martin Hengel, La questione giovannea. Paideia Brescia, 1998. Die Johanneische Frage, Tübingen 1998) è evidente che Filippo e Tommaso hanno una posizione prevalente (Ibidem, pag. 68, 304); Giovanni e non Pietro è a capo della lista degli undici apostoli (Ibidem, pag. 53.); dopo Giovanni, emerge Tommaso (Ibidem, pag. 72.)

La sede di Roma difende il proprio primato universale ricordando (cfr. Innocenzo I) che è l'unica sede occidentale di origine apostolica. La tradizione della "dispersio apostolorum" afferma il contrario: Filippo ebbe la missione in Gallia; Giacomo in Spagna. Il vangelo detto gnostico di Filippo è fondamentale per capire i documenti figurali del medioevo europeo. Ma anche la presenza di Tomaso è importante. Egli ebbe in missione l'India ed il suo vangelo (antichissimo) detto gnostico risuona di quella tradizione buddista largamente presente nell'antichità in Europa e specie in Spagna. La piccola chiesa di san Pedro de la Nave conferma la grande complessità (la mondialità) culturale e religiosa dell'Europa nel VII secolo. Altri edifici contemporanei, e di grande importanza (ad esempio, le chiese di Quintanilla de las Viñas, nei pressi di Silos, e di San Juan en Baños de Cerrato, nei pressi di Palencia), mostrano che la Penisola Iberica dell'età visigotica, prima dell'avvento degli arabi, deriva larga parte della sua cultura e della sua cristianizzazione direttamente dalla Palestina, dalla Siria, dalla Mesopotamia. La stessa cosa si può dire della Gallia, dell'Irlanda, della stessa Roma. Il cristianesimo che si sviluppa in Occidente non passa necessariamente per Roma e per l'ellenismo.

Va ricordato che a proposito della disputa della celebrazione della Pasqua (nella domenica successiva al primo plenilunio di primavera oppure il terzo giorno dopo tale fase) il Venerabile Beda difende l'usanza irlandese contro quella romana, ricordando che "E' la Pasqua di Giovanni Evangelista, il discepolo prediletto di nostro Signore, valida in tutte le chiese di cui fu a capo".

Chi vive a Roma ha frequenti ricordi di chiese dedicate a Giovanni e Paolo, in evidente ricordo dei due apostoli, di due differenti tradizioni e di una forte pluralità religiosa del cristianesimo delle origini. L'esperienza e la vita del mondo antico e medievale, del Mediterraneo, del cristianesimo "per universum mundum" ed anche del cristianesimo europeo è molto diversa da quella che viene tramandata. Ricostruire le vicende storiche con più rispetto può significare entrare in contrasto con la teologia romana, ma significa riconoscere meglio che Cristo è la via, la verità e la vita per tutti gli uomini che Dio ama. Mettere in evidenza gli elementi ed i simboli che appartengono non specificatamente al cristianesimo (o al massimo alla tradizione rabbinica), ma a tutte le forme sacre universali (cinesi, indiane, africane, vicino orientali, celtiche, precolombiane, ecc.ecc.) e mettere in evidenza il carattere della diffusione del cristianesimo (l'inculturazione) non limitata ai confini dell'Impero romano e in questi confini alla sola cultura ellenistica, non significa sminuire il Cristianesimo. Al contrario significa sottolineare il suo carattere "cattolico", non solo "romano" (per omnes gentes), ma universale (per universum mundum), e un segno della sua missione che è di "ricapitolare in Cristo tutte le cose" (Ef 1,10), tutto il creato (frutto delle mani di Dio) e non solo, come molti continuano a credere, gli interessi degli uomini bianchi, belli, che sanno ben parlare secondo le categorie filosofiche e metafisiche concettuali dell'Ellade. In sostanza ricostruire i primi secoli del cristianesimo in modo meno fantasioso, potrà dispiacere a quei poteri che sono sempre più orientati al dominio-possesso, ma significa ritrovare il senso del sacro. Significa ripercorrere la storia del mondo, evocando da tutte le cose del mondo (anche da quelle più semplici, inutili ed umili), in una visione cosmologica, il corpo Mistico, vivificato dal cuore di Cristo, che infonde la vita a tutte le membra per mezzo del suo sangue, e che esplica così la sua azione creatrice e non si "espone", invece, come vogliono le pie pratiche in uso nelle nostre chiese, come simulacro immobile, ad una adorazione pietistica, sentimentale, capace di stimolare sensazioni o rapimenti mistici ed estetici.

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 Qualche altro tema di ricerca su Roma e sulla storia europea.

Rimane comunque ferma la valutazione, ribadita da Martin Hengel, che "non è più possibile scorgere alcunché in modo chiaro nel buio della storia del cristianesimo primitivo". Come rimane ferma la complessità sulle origini degli scritti, anche di quelli canonici, relativi alla predicazione di Cristo. Tuttavia con i pochissimi documenti superstiti, spesso selezionati e salvati ideologicamente, è possibile mettere a disposizione della informazione e della cultura della gente comune in modo più coerente di quanto si faccia molti elementi su temi culturali, etnici, sociali, politici. Ad esempio sarebbe già molto importante dare elementi per far capire se le antichissime "tradizioni" sono costituite da elementi tutti inventati o sono costituite da una razionalizzazione di fatti analogicamente collegati; se sono nate per legittimare o per contrastare il potere. Senza voler essere esaurienti si indicano altri temi, oltre quelli già ricordati, che meritano di essere studiati.

I SECOLO A.C

Nel secolo antecedente alla venuta di Gesù sono numerosi gli avvenimenti su scala mondiale che non hanno lasciato notizia scritta, ma sono numerose le testimonianze figurali, archeologiche , di saghe, di leggende, che hanno influito in modo decisivo sugli avvenimenti del primo secolo dopo Cristo:

1) crescono gli scambi culturali, religiosi e commerciali tra l'Impero Romano e il Medio ed Estremo Oriente;

2) diventa sistematica la penetrazione nei confini dell'Impero Romano (che culminerà nelle cosiddette invasioni barbariche) di popoli interi provenienti dall'Europa e dall'Asia centrale, da territori che avevano subito fin dai tempi di Alessandro Magno un forte contatto con l'Occidente;

3) si diffonde sempre più il pellegrinaggio religioso (che prevede spostamenti di grandi quantità di individui), in date e luoghi particolari verso i luoghi sacri in cui cielo e terra si confondono, in cui l'uomo penetra la madre terra o in cui si manifesta la divinità;

4) si fanno forti le attese religiose (già avviate nei secoli precedenti) di una forte "ri-generazione" dell'umanità attraverso la vita in terra della divinità (in Palestina, vedi gli Esseni ed i Rotoli del Mar Morto);

5) le comunità giudaiche di Palestina si diffondono in grande maggioranza (sembra per i 9/10) nel mondo, anche nei confini dell'Impero Romano e nella stessa Roma;

6) Roma diventa una città cosmopolita in cui sono presenti tutte le etnie, le culture e le religioni. La prima chiesa di Roma, che nascerà poco dopo, fu molto poco latina.

I SECOLO D.C.

Si accentuano i fenomeni del I secolo a.C. già descritti. Assumono un grande ruolo la Siria (ed in particolare Antiochia dove si sposta da Gerusalemme la primitiva comunità cristiana di Palestina), Efeso, Cartagine ed Alessandria d'Egitto (un milione di abitanti, crogiolo di razze e di religioni) che diventano i terminali, nel Mediterraneo, dei rapporti con l'Africa, l'Arabia, il Medio ed Estremo Oriente. In Europa, la Gallia assume un ruolo decisivo nei rapporti con l'Oriente e con l'Asia Minore L'io sociale prende il sopravvento sull'io individuale di matrice ellenistica. La vita e le ricchezze sono comunitarie (i ricchi alimentavano la cassa comune; le barriere sociali venivano abbattute nel nome di Cristo, solo unificatore). Se in Grecia il lavoro era disonorante, nell'ideale cristiano lavorare per vivere, senza spirito di lucro o di avarizia, appariva una scelta fondamentale e irrinunciabile. I cristiani si integrarono nelle città. Nel primo secolo, la città cosmopolita (il quadro sociale e religioso è estremamente composito) è controllata da una classe politica nel quale prevale lo schema sociale e lo schema razionale della tradizione romana impregnata di Stoicismo. Il cristianesimo (forte delle sue connotazioni simboliche) penetra tra gli stranieri (soprattutto soldati) e tra i ceti più umili che non professano la Ragione classica e penetra al tempo stesso nel vecchio establishment (che percepisce la possibilità di rafforzare i propri strumenti di potere: l'origine divina della gerarchia e l'obbligo della subordinazione).

Nel 62 Nerone volge le spalle alla classe senatoria (e, quindi, anche al cristianesimo) e inizia una politica "popolare", aperta a nuovi ceti. Viene avviata una persecuzione contro l'aristocrazia stoicizzante parallela a quella anticristiana (Nerone, Diocleziano) e antigiudaica (Claudio). Nelle prime comunità cristiane l'insegnamento e le pratiche religiose sono concluse nella professione del mistero, della nascita, della morte e della resurrezione di Cristo. Per entrare nella comunità cristiana, serve un cambiamento radicale di tutta la persona e l'annuncio diventa un codice di comportamento sociale.

Secondo la testimonianza neotestamentaria, il passaggio alla vita nuova (dalla morte alla vita) si realizza in un unico atto iniziatico, che coincide con la prima risposta di fede alla proposta del messaggio evangelico: il BATTESIMO (l'acqua e la professione di fede). L'ingresso nella salvezza è stato operato una volta per tutte, con la vittoria di Cristo sulla morte. L'unico atto iniziatico (che si svolge con più e diversi riti ed ha più significati escatologici) è a sua volta diviso in tre momenti: battesimo d'acqua, di fuoco, di Spirito.

Si può svolgere anche in fasi separate e distanziate nel tempo, anche nel giro di due o tre anni. Il Battesimo è un insieme straordinario di simboli, di misteri, di sigilli, di parole segrete, di percorsi mentali. Quando la mente esplora un simbolo, essa realizza esperienze che stanno al li là delle capacità razionali. La catechesi non precede, ma segue il battesimo ed è tutta centrata sul Mysterium Tremendun, sulla limitazione di Dio, che nasce, vive, muore e risorge. Tutti i battezzati, credenti in Cristo incarnato, morto e risorto, sono pienamente partecipi della salvezza, che si completerà alla fine dei tempi, ma che già é. Il battezzato, quindi, partecipa immediatamente alla Cena, completando così l'ingresso nella comunità. Non ci sono templi (né chiese, né altari), e, al di là del battesimo, non ci sono riti. Negli oratori casalinghi, e questo quadro rimarrà immutato fino a Costantino, si celebrano i misteri e la "sacra lectio", non certo intesa come esame filologico dei testi, ma piuttosto come disvelamento dei simboli. I "festini" si svolgono in prossimità della tomba dei defunti.

I viaggi sono frequentissimi ed hanno luogo via terra, col carro, a dorso di mulo o cavallo o a piedi e lungo vie d' acqua (fiumi, canali, mari). I bastimenti erano grandi (Paolo si imbarca con 276 passeggeri, lo storico Giuseppe con 600 passeggeri, con una popolazione estremamente cosmopolita e di varia estrazione: cantanti e filosofi; commercianti e pellegrini; soldati, schiavi, turisti, sacerdoti d'ogni religione, di ogni fede e di ogni culto). Le navi erano veloci quanto quelle degli inizi del secolo scorso; la velocità dipendeva dal vento. Catone impiegò meno di tre giorni da Roma in Africa; Chateaubriand 50 giorni da Alessandria a Tunisi).

Gli ebrei (ed i cristiani dal II secolo) andavano in massa in pellegrinaggio a Gerusalemme o in Palestina, affittando intere navi. Il greco è una lingua veicolare (degli scambi, dei commerci). Parlare in greco non significa aver accettato la cultura greca. E infatti il IV vangelo e l'Apocalisse, scritti in greco, sono del tutto lontani dalla "cultura" greca.

Le catacombe non sono luoghi di culto, ma sono cimiteri romani lungo le principali strade, nelle quali trovano sepoltura tra il I ed il V secolo anche i cristiani. All'inizio i primi cristiani (Pietro e Paolo) sono sepolti nei cimiteri romani. L'attesa della resurrezione pone particolare attenzione alla sepoltura. Nascono cimiteri cristiani, in terreni di proprietà di ricchi cristiani o di padroni che li donano ai servi cristiani e poi in terreni di proprietà della chiesa. Le catacombe sono anche in qualche caso cave di pozzolana, ma quasi tutte furono scavate in terreni adatti ad ospitare i cimiteri, o si tratta di cave adattate ed ingrandite. la sepoltura è uno degli atti religiosi ed anche economici più rilevanti della chiesa primitiva. Le catacombe, quindi, non sono rifugi per i cristiani perseguitati. Questa leggenda nasce solo in questo secolo. Le tombe dei cristiani e in particolare le tombe dei martiri diventano centri di ritrovo dei cristiani. Molti desideravano essere sepolti presso le tombe dei martiri. Alcuni momenti liturgici si svolgevano presso le sepolture, anche ricordando i banchetti funebri del mondo romano, che appunto si svolgevano presso il luogo dove erano deposti i resti mortali. Presso alcuni cimiteri nascono dei veri e propri luoghi di ritrovo e di culto, degli spazi attrezzati e non delle chiese, perché i cristiani dei primi secoli non hanno, per scelta, né templi né altari, fin tanto che Costantino non impose (provvedendo spesso lui stesso) la costruzione di edifici religiosi che servivano essenzialmente al controllo gerarchico ed amministrativo.

I cristiani non accettano altari o edifici di culto non certo per le persecuzioni. Si considerano essi stessi chiesa in attesa della Gerusalemme celeste. Nell'Apocalisse è, infatti, scritto: "Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio l'Onnipotente e l'Agnello sono il tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. I cimiteri (quelli che noi chiamiamo catacombe) non erano luoghi di rifugio, né di dolore, ma evocavano simbolicamente la Gerusalemme celeste".

Glossarietto:

- Besoreta, (tradotto in greco come l'intellettuale "logos") in aramaico è l'annuncio, fatto attraverso un gesto globale ed orale, che va ripetuto per essere compreso. La regula veritatis è trasmessa oralmente e gestualmente. I vangeli sono promemoria e la parola è un pozzo di evocazioni sensoriali. Nascono codici simbolici di tipo iconico, che richiamano il gesto globale. Tutti quegli elementi aniconici (intrecci, ghirigori, elementi vegetali, geometrici e floreali) che noi definiamo decorativi, sono in realtà simbolici. ma non riusciamo a decifrarli ed a capirli.

- Catechesi: la ripetizione e l'apprendimento per eco. Si realizza attraverso una simbologia escatologica. E' la strada per il disambiguamento dei simboli e per l'iniziazione all'autoevidenza percettiva di atti (i riti) e di immagini visive (e perciò mentali). La conoscenza di Cristo (incarnazione, vita, morte, resurrezione e solo di Lui, da qui l'accusa di "docetismo" a molte comunità) si ha essenzialmente attraverso immagine visive simboliche multivalenti (non rappresentative, perciò si spiega lo scarso significato della figura umana almeno fino al V secolo). La croce significa essenzialmente o l'albero della vita o (la lettera TAU) "segnati nel nome di Dio". Queste immagini conducono lungo imprevisti sentieri, entro le profondità della psiche, alla conoscenza. La "liturgia" è anche un viaggio iniziatico dell'anima alla ricerca della propria identità.

- iniziazioni (il labirinto, la processione, il pellegrinaggio, la grotta, il centro, l'ombelico del Mondo).

- Mysterium absconditum: il cristianesimo è religione misterica, che fa largo uso di crittografia e di "segreti", contenuti nelle parole e nelle lettere scomposte, ricomposte, combinate secondo tecniche volte ad imporre un ordine ed a scrutare indizi. Il cristianesimo ama manifestarsi più che con formule teologiche e metafisiche (esattamente il contrario di quanto oggi avviene) con un sistema simbolico di segni, che suscita nei fedeli l'amore per il lavorio conoscitivo di tipo analogico ed una tendenza pronunciata a una gnosi più profonda. L'oscurità dei simboli deriva proprio dal fatto che il loro disambiguamento avviene attraverso l'analogia che è spinta fino alle estreme conseguenze.

- partecipazione mistica: attivazione dei processi primari volti alla conoscenza del concreto attraverso gesti, canti, balli, stimoli visivi e la visione (il gesto oculare),

- I simboli sono collettivi ed ambivalenti e coinvolgono l'intera totalità dell'individuo e del gruppo sociale produttore del simbolo. Il simbolo non è logico (e non può essere spiegato ed illustrato). E' piuttosto una pulsione vitale, uno stimolo evocativo, uno strumento di conoscenza istintiva, diretta e profonda. I significati simbolici ed i valori semantici sono indipendenti dal loro significato verbale e dal loro valore concettuale. La comunicazione e la conoscenza coinvolge tutti i sensi, attraverso tecniche psicofisiche e mnemotecniche ed itinerari psico-percettivi. Grande importanza hanno il visionario immaginifico. La cultura è orale, gestuale e simbolica.

II SECOLO

Nel secondo secolo c'è una conservazione culturale del precedente ideale di governo romano. Gli intellettuali di regime e la burocrazia si schierano contro il cristianesimo che, per le sue valenze comunitarie e simboliche, si propone come una forza corrosiva della "ragione". Lo gnosticismo (che, come detto, si manifestò in tante forme, sostenendo molte e divergenti tesi) sottolineò la crisi del razionalismo classico. Lo gnosticismo è infatti, in molte sue forme, un pensiero mitico che si esprime in termini simbolici e rappresenta "la denuncia dell'inutilità del sapere classico che detta astratte norme".

Dal secondo al settimo decennio del II secolo (nell'epoca degli Antonini) il cristianesimo (attingendo direttamente ad Oriente, alla chiesa giovannea) si diffonde in Europa (Gallia, Spagna, Irlanda) su posizioni che saranno fortemente contrastanti con la chiesa di Roma, che cercherà in realtà dal V secolo in poi, con le missioni dette di evangelizzazione dei pagani, di ricondurre all'ordine romano i già battezzati.

Ireneo con i suoi discepoli (Marco il Mago) arriva fino al Rodano.

Va ricordato che nella Roma imperiale (ma anche nell'Europa del I secolo d.C) le lingue e le culture, le etnie e le religioni c'erano tutte: oltre 30 religioni primarie, con la presenza di un centinaio di etnie e di culture, induisti e buddhisti compresi. A Roma è difficile trovare un cristianesimo romano. Si percepisce, invece, una cultura cosmopolita. La Cristianità delle origini non si identifica con l'ellenizzazione del cristianesimo.

Ho ricordato che Maria Gallo (Omelia Arabo-cristiana dell'VIII secolo, Roma, Città Nuova Editrice, 1994, p.8). sostiene che "A buon diritto... si è potuto parlare della vocazione cosmopolita ed ecumenica della Chiesa di Gerusalemme" (Ibidem,p.15)."Vale la pena di ricordare che" - secondo gli Atti degli Apostoli (2, 5-13) "- fin dal giorno di Pentecoste, la Chiesa di Gerusalemme vide radunarsi intorno al nucleo primitivo dei discepoli del Signore molti popoli e lingue. Questa pluralità etnica, linguistica, culturale non è mai venuta meno". Fin dal giorno di Pentecoste si diventa cristiani con la propria lingua e con la propria cultura. Se il cristianesimo occidentale diventa egemonico con la chiesa di Costantino, il cristianesimo apocalittico si confronta con le culture siro-mesopotamiche-palestinesi, indo-iraniche, copte, etiopi, africane, vicino, centro ed estremo orientali, celtiche, ecc.

E' evidente che l'Occidente non è l'universo mondo, ma solo una parte. E' altrettanto evidente che larghissima parte della cultura dell'epoca è legata ad una mentalità profondamente analogica, collaudata da secoli di abitudine a percepire l'intimo della vita animale, vegetale e naturale (il mondo inanimato esiste solo per noi contemporanei) e afferrare i messaggi che un comportamento o un dato potevano significare per l'uomo, come individuo e come partecipe di un contesto sociale.

Nella seconda metà del II secolo a Roma prende il sopravvento e si afferma una dottrina unica ortodossa, contro la pluralità di opinioni presenti nella stessa Roma e tollerate in altre regioni. Ad esempio la diffusione del messaggio di Cristo non significò assolutamente per una gran parte della cristianità dei primi due secoli l'accettazione dell'Antico Testamento. L'emergente gruppo che definisce la Grande Chiesa di Roma definisce anche l'ortodossia e l'identikit dei pericolosi nemici (lo gnosticismo e tradizioni e letture che hanno contorni molto sfumati e indefiniti e che diventano "eresie") da isolare e duramente combattere. Anche se, paradossalmente, il cattolicesimo romano assume caratteristiche dualistiche chiaramente di derivazione greca sostituendo alla risurrezione della "carne" (principio unitario), la risurrezione dell' anima (il positivo), contrapposta al corpo (il negativo).

Contro le tante attese e manifestazioni del sacro fondati sul mistero e sullo psicologismo del simbolo si afferma il razionalismo del mito e contro le "diversità" delle varie comunità cristiane cominciano a scatenarsi anatemi e "scomuniche". Lo scontro tra il mondo greco-romano ed il messaggio cristiano si attenua al punto che il cristianesimo romano (che condizionerà sempre più il messaggio cristiano) comincia a strutturarsi in modo "cattolico", lontano dalle sue radici e manifestazioni palestinesi ed orientali e dal pluralismo culturale per incardinarsi ed identificarsi nella cultura e nelle categorie filosofiche greco-romane. Comincia a diventare una "struttura di potere".

La stessa sistemazione della tomba di Pietro (attribuita, nel 155, a papa Pio -come l'imperatore Antonino-) sembra essere dovuta ad una scelta ideologica per rivendicare il primato della chiesa di Roma.

L'eccidio di Lione (ordinato nel 177 da Marco Aurelio) è un episodio quantomai complesso che dovrebbe essere valutato in quel complessissimo problema che fu lo gnosticismo.

Il cristianesimo dell'Occidente diventa essenzialmente urbano, mentre quello dell'Oriente diventa essenzialmente rurale.

Questo è un fatto estremamente importante che assicurerà grande sviluppo al Cristianesimo di cultura greco-romana e caratterizzerà il monachesimo che, nelle sue ispirazioni rurali, denuncia fino in fondo la sua matrice orientale.

Glossarietto:

- Catechesi. Agli inizi del II secolo, nella cultura raziocinante occidentale, si afferma una catechesi fondamentalmente morale, preliminare al battesimo anche perché la predicazione ai raziocinanti gentili (come è già evidente nella predicazione di san Paolo nel 1ü secolo) non può avvenire attraverso la simbologia escatologica. E' vero che Roma è un coacervo di etnie e di culture, ma la cultura delle classi dominanti è raziocinate. La catechesi morale richiede tre anni di catecumenato ed alcune settimane (due o tre) di preparazione con sedute di insegnamento e riti di esorcismo. Rimane una comprensione analogica (che avviene attraverso le parabole ed i misteri) della realtà che scopre la fede. Rimane la convinzione che il credente prende parte alla salvezza, che è stata realizzata una volta per tutte e in tutta la sua pienezza, nella morte e resurrezione di Cristo, che ha rappresentato il raggiungimento di una nuova "alleanza". Si rimane in attesa della manifestazione ultima del regno di Dio, mentre rimane, e spesso in modo determinante, il simbolismo escatologico di autoevidenza percettiva (direttamente ed in modo diverso in ogni fedele), la tradizione orale, il ruolo straordinario di tutti quegli appunti scritti che sono definiti come "gli apocrifi".

III SECOLO

La chiesa diventa un' istituzione che attrae sempre più larghi strati dell'aristocrazia e delle classi elevate. Si struttura il canone definitivo (Tertulliano, Origene). Comincia ad emergere la chiesa dei banchieri, una struttura economica dotata di larga intelligenza politica.

Al tempo stesso si afferma a Roma una nuova cultura piccolo borghese mentre si accentuano le difficoltà per le penetrazioni di popoli dall'Europa centrale, per la diffusione delle culture Orientali (la Siria e la Persia stanno ridiventando grandi entità politiche), per le rivolte interne e per la crescente crisi economica.

Nel terzo secolo emerge l'incisiva figura di Diocleziano (imperatore dal 284) che cerca di fondere tradizioni occidentali ed orientali, ridare unità ed organicità organizzativa all'attività amministrativa e militare dell'impero. E' evidente la contrapposizione di Diocleziano (che sfocerà in furiose e diffuse persecuzioni) con il cristianesimo, che si lega alle classi economicamente potenti e che contrastano con quelle emergenti. Mentre il ruolo e il prestigio dell'Urbe decade anche politicamente e viene decentrato, la Grande Chiesa di Roma esalta l'Urbe come il centro del mondo.

I cristiani non hanno ancora chiese. Origene deve difendersi dalle accuse di Celso: i cristiani non hanno chiese, né altari. Negli "atti apocrifi di Giovanni", in un'opera della prima metà del III secolo (che S.Agostino conosceva bene), Cristo invita tutti a danzare: "Non ho case ed ho delle case; non ho luogo ed ho dei luoghi; non ho tempio, ed ho templi". Bisogna pensare (cfr. l'Irlanda) che le prime chiese siano dei cumuli, delle cataste di pietre. Ogni pietra rappresenta un fedele. L'uomo spirituale (l'uomo stabile) è fatto di pietra:"Tu sei Cefas e su questa pietra edificherò la mia chiesa". Le chiese sono perciò l'insieme dei fedeli. Nel III secolo nascono i "romitaggi": cittadelle nelle quali, attraverso fenomeni collettivi (tipo associazione o confraternita per coabitare), si esaltano gli obiettivi ideali della città.

IV SECOLO

La media e la piccola borghesia sono ormai stritolate. I ricchi hanno vinto e definiscono la Grande Chiesa di Roma, scavando profondi solchi con le masse diseredate. Costantino sceglie di allearsi con la Grande Chiesa e non con i "rigoristi" nord-africani. La Grande Chiesa che sta omai dando vita ad un pontificato monarchico, offre l'unica ideologica in grado di assicurare, con il rispetto della gerarchia e dell'autorità consacrata e con la chiamata per cooptazione alle alte cariche, l'Ordine nella nuova società ed una classe dirigente in grado di gestirlo. L'ortodossia religiosa diventa un fenomeno di consenso politico.

Già nel 395, a quattro anni dalla proclamazione del cristianesimo a religione di stato, la chiesa gallica era già quasi completamente organizzata. Ma esiste tuttavia un pluralismo religioso diffuso che talvolta viene tollerato (il monachesimo nella stessa Gallia; la chiesa ed il monachesimo irlandese, così lontani dall'ordine romano) e talvolta viene dichiarato eretico (Pelagio, contro cui Agostino disegna l'immagine di un Dio terribile, il cui strapotere in fatto di grazia nessuno poteva vincere, nemmeno ricorrendo alla comunità dei credenti; una grazia alla quale si poteva accedere solo con l'aiuto della chiesa gerarchica).

Con il Concilio di Nicea (325) e poi di Costantinopoli (381) è evidente la preoccupazione, tutta occidentale, di collegare i momenti religiosi ai momenti politici e di strutturare la religione come era strutturato lo Stato. Costantino impone alla Grande Chiesa una struttura amministrativa per la distribuzione dei sacramenti resa evidente da una fitta rete di chiese di evidente derivazione dalla "basilica" romana e dalle aule in cui si gestiva il potere politico. Dalla Chiesa intesa come comunità, insieme, dei fedeli, si passa alla chiesa come struttura gerarchica. Il cristianesimo a partire dal IV secolo conquista sempre più la classe dirigente, che vede in esso il terreno propizio per ottenere ruoli socialmente dominanti. Cresce così un ambiente cristiano, che si risolve in una classe vescovile tutta dedita ai propri affari mondani. La romanizzazione toccava solo le strutture di potere, l'organizzazione religiosa tocca solo le strutture di vertice.

Con il IV secolo la Grande Chiesa di Roma allontana le chiese orientali (nelle quali ormai il siriaco ha soppiantato il greco ellenistico come lingua veicolare) e introduce definitivamente la filosofia greca per la precisazione delle verità cristiane: il razionalismo del mito ha il sopravvento sullo psicologismo del simbolo. Mentre nei primi secoli l'introduzione del cristianesimo nel mondo veniva presentata come un dono che penetrava profondamente le anime per cambiarle, dopo fu esposta con un aspetto spettacolare con miracoli ad ogni pie' sospinto: resurrezione dei morti, guarigioni dei malati e degli indemoniati, idoli che cadono e animali che agiscono da esseri umani. Sono frequenti le visioni allucinatorie, il profetismo, le stramberie e gli attacchi ascetici.

Con il IV secolo la chiesa si struttura gerarchicamente e si definisce il modo di accesso al sacerdozio, che non è più di tutti i battezzati. Si cominciano a costruire i templi; le parrocchie sono strutture amministrative e si strutturano i riti religiosi. Il Canone cristiano assume la forma definitiva. Nella tradizione della Grande Chiesa di Roma dopo il IV secolo il battesimo, fino a quale momento amministrato privatamente, è confermato dal vescovo e viene conferito nei "tituli" e poi nelle chiese parrocchiali o battesimali. Prende il sopravvento, almeno in alcune parti dell'Occidente, la cultura concettuale e del razionalismo verbale. Tutto quello che non è scritto in greco, secondo l'unico stile riconosciuto come razionale, è considerato apocrifo ed anatemizzato. La forza dell'istituzione sottintende quella del dogma. Gli intellettuali diventano alleati di una Chiesa ormai solidamente costituita e ben amalgamata, al vertice gerarchico, con il potere economico e politico dello Stato. Si chiude un'epoca. Il centro del potere dell'Impero romano non è più Roma, ma si sposta al centro dell'Europa (Treviri, Milano con Ambrogio ed il berbero Agostino). Costantinopoli, nata come un quartiere, a distanza, di Roma, acquista una sua definitiva autonomia anche se continua a guardare sempre più ad Occidente, chiusa com'è in Oriente dal mondo persiano che ritrova una sua forza politica. In Italia si incontrano: Girolamo, Ambrogio, Rufino, Simmaco, Tyconio, Agostino, Donato, Hylario, Pelagio, Priscillano, Photinus, Macedonius, Giovanni Crisostomo, Cirillo d"Alessandria, Atanasio, Cirillo di Gerusalemme, Basilio, Gregorio Nazianzeno. La chiesa diventa occidentale. I Padri della Chiesa sono prevalentemente latini e greci. Si sviluppano le parrocchie comunità di stranieri. A Roma sono tra 20 e 30. La parrocchia si identifica con vasti patrimoni fondiari (inalienabili) che crescono per la donazione di decime. La parrocchia è la residenza del vescovo, eletto normalmente tra i fedeli che abbiano capacità di amministrazione: spesso sono derivati dai monasteri perché sono più colti. I mercati e le fiere si sviluppano accanto alle chiese parrocchiali, le cui celebrazioni sono costituite da feste, cortei, processioni, pellegrinaggi, digiuni e banchetti anche sfrenati. L'esempio nel IV secolo della basilica di San Pancrazio.

Nascono tra il IV ed il V secolo le scuole episcopali e presbiterali. Si sviluppano anche iniziative per i mendicanti ed i malati e la possibilità di organizzare una fruizione collettiva delle proprietà pubbliche e religiose, in cambio di alcuni servizi. Si sviluppano gli usi civici, un Istituto romano. Se l'aristocrazia laica rifiuta la cultura classica (ma non la sostituisce con altre culture), le lettere, la scrittura ed il far di conto rimangono ad appannaggio dei chierici. Si ha la clericizzazione del sapere.

V\VI SECOLO

Normalizzazione ed occidentalizzazione: il messaggio di Paolo ai gentili diventa la struttura unica ed esclusiva della teologia. Nestorio è cacciato; il decreto pseudogelasiano lancia anatemi; i "diversi" sono sterminati (i testi non greci sono distrutti e sopravvivono solo se nascosti, a Roma i Mithrei vengono distrutti).

Come già ricordato, le missioni dette di evangelizzazione dei pagani, in realtà mirano a ricondurre all'ordine romano i già battezzati.

Costantinopoli diventa la nuova Roma. I Concili di Efeso (431), Calcedonia (451), Costantinopoli (533), Costantinopoli (630-1) definiscono le strutture della chiesa d'Occidente. Anche il monachesimo, che ha già subito una forte grecizzazione, diventa pienamente occidentale e da movimento di laici diventa una struttura della chiesa gerarchica controllata dai vescovi. Con la decadenza urbana, nascono le chiese rurali. L'Abate e il vescovo, spesso capo di un clan o di una famiglia, è un grande proprietario terriero. Il presbitero è un colono. I nobili entrano nel clero (diventare presbyter ed abate è una sistemazione economica) e diventa sempre più organico il rapporto tra affari e religione. Le torri ed i campanili servono per individuare e segnare la proprietà di in territorio. Si assiste ad un irrigidimento delle forme di preghiera ed alla nascita di un formulismo di pietà. La popolazione della diocesi è ripartita in plebs (pievi), in chiese autorizzate ad amministrare il sacramento del battesimo.

Non va dimenticato che, contemporaneamente, in questi secoli in larga misura si diffonde il cristianesimo non occidentalizzato direttamente dalle terre orientali in Egitto, in Etiopia, in Francia, in Spagna, in Irlanda e chissà in quanti altri posti.

VI\VII SECOLO

Si assiste ad una rinnovata pluralità delle culture religiose del cristianesimo che deve fare i conti con Costantinopoli. I popoli nuovi non sono né eserciti invasori, né predoni che saccheggiano e distruggono tutto quello che vedono, ma interi popoli scacciati dalla propria patria, che emigrano in cerca di una sistemazione e nel viaggio rubano, depredano rompono quello che può essere portato dietro, che può essere barattato. Nascono tanti Stati. La cultura greca è tramontata, come sono tramontate le categorie ellenistiche. Gregorio è a Costantinopoli per 9 anni e rifiuta di imparare il greco.

Sono crollate le città ed il cristianesimo urbano deve fare i conti con una realtà del tutto nuova e lo fa attraverso il monachesimo. Monachos è il solitario che riflette, che lavora mentalmente. Con il V secolo si struttura un monachesimo occidentale e i monaci diventano i controllori di un territorio e sono sottomessi ai vescovi. In questo quadro si inserisce Gregorio Magno (540\46 - 603), pur forzando l'accentramento a Roma del cattolicesimo, riconosce le nuove culture (che volutamente non hanno scrittura, non hanno arte realistica e comunicano con un sistema simbolico di segni). Dira che Sacra eloquia cum legente crescunt: riconosce tante liturgie, tante teologie, tanti modi di utilizzare i simboli nei riti e di far catechesi. La catechesi (apprendimento per eco) diventerà in seguito ammaestramento edificatorio di verità e di comportamenti definiti per rafforzare una unità politica. Tutto il Medioevo vive di un forte contrasto:

a) la conoscenza di sé è la conoscenza di Dio (prevalgono i percorsi mentali, il pellegrinaggio, mentre la madre di tutti i vizi è l'ignoranza dei percorsi iniziatici)

b) lo sforzo di adesione ad un insegnamento omogeneizzante che sottomette l'iniziazione religiosa (la conversione attraverso un solo atto, quello battesimale, che avviene una volta per tutte) a pratiche ricorrenti, mescolate ad avvenimenti politici. Ma, in contrasto, malgrado gli anatemi, c'è anche una ripresa dei cristianesimo "orientale" (quello greco è occidentale), nei borghi rurali della stessa Europa fino al 1200, quando rinascono le città ed il cristianesimo urbano.

Non vi è alcuna particolare cerimonia legata alla prima comunione (si viene ammessi al banchetto subito dopo il battesimo). I genitori insegnano il Padre nostro, l'Ave Maria e il credo (ma si tratta di preghiere orali, cioè di conoscenze che vengono acquisite nel profondo). Alcune regioni europee (cfr. l'Irlanda) indicano che la diffusione del cristianesimo può avvenire indipendentemente da Roma. Se Gregorio Magno manda al Nord missioni (non solo per cristianizzare, ma soprattutto per romanizzare il cristianesimo locale), dall'Irlanda vennero missioni a rendere il cristianesimo cosmopolita.

VII SECOLO

Nasce l'Islam: un adattamento delle religione giudaica e cristiana ormai troppo occidentalizzata. A Ovest del Giordano il Cristianesimo acquistò un aspetto ellenistico grazie a Paolo, in vesti Greche, e si sviluppò in una chiesa normativa. A Est del fiume, il giudeo cristianesimo trovò la sua continuazione nell'Islam semitico, grazie a Muhammad, l'Apostolo in vesti arabe, e realizzò autonomamente un monoteismo senza compromessi. Cristo è cercato fuori dalle categorie filosofiche e metafisiche dell'ellenismo. Le grandi lotte contro le "eresie" non toccano mai l'islamismo. Cristiani ed ebrei affiancavano gli arabi nei centri agricoli e sedentari dell'Arabia centrale, dove passavano le vie carovaniere per Siria, Egitto, Etiopia, Palestina, Iraq. L'Arabia centrale fu un territorio sempre indipendente, che sfuggiva ai due giganti di allora: gli imperi bizantino e sasanide. L'islamismo è un ritorno alle origini, al padre Abramo ed è una risposta:

a) all'annullamento dell'identità araba. Muhammad è il profeta che riunisce le tribù arabe e l""espansionismo" musulmano è volto essenzialmente a ricostruire l'Unità araba;

b) alle "vecchie" religioni (in primo luogo cristianesimo e giudaismo) fortemente centralizzate, strutturate ed ordinate gerarchicamente e che si pongono come intermediarie tra Dio e l'uomo;

c) ad un cristianesimo solo ellenizzato, condizionato da una canonicità organizzata, che definisce l'ortodossia, distribuisce patenti di "eresia", rifiuta non solo i testi scritti in lingue diverse dal greco (gli apocrifi e gli gnostici) ma persino l"aramaico e la tradizione apostolica orale, fatta non solo di insegnamenti, di parole, di simboli, di segni e di riti,

d) alle sottigliezze teologiche, cristologiche e mariologiche;

e) ai missionari cristiani che erano o persiani o bizantini ed erano perciò espressione del potere dei due grandi imperi dai quali gli arabi difendevano la loro indipendenza ed identità;

f) ai precetti del giudaismo rabbinico ed alla prevaricante funzione economica esercitata dagli ebrei, popolo eletto. Secondo alcuni Muhammad avrebbe conosciuto solo un cristianesimo "eretico". In realtà, Muhammad accusa i cristiani, che hanno cancellato molte tradizioni apostoliche, di aver falsificato il vangelo. Dà vita ad un monoteismo "arabo" (con tendenze universalistiche) sulla base dei dati della teologie biblica, senza il rituale rabbinico e senza le prescrizioni dei concili ecumenici, suscitando:

a) disaffezione per il culto degli idoli;

b) aspirazione ad una profonda riforma delle strutture sociali e religiose (è vicino al cristianesimo apostolico e contrasta le esperienze del vangelo della grande chiesa di Roma);

c) desiderio di un "libro" rivelato che sia il riferimento delle riforme.

L'islamismo è una religione di legge, molto simile e molto diversa dal cristianesimo. Oltre al Corano, nasce un "corpus di dottrina" che non ne altera i principi fondamentali. Questo corpus (che contribuisce a diffondere cosmopolitismo e tendenze universalistiche) è opera di ebrei, cristiani greci, cristiani siriaci, magi zoroastriani, manichei, mandei, indù, idolatri ellenistici.

VIII-IX SECOLO

Bisognerà abituarsi a non sacralizzare i padri della chiesa romani e greci, ricostruendo la storia di questi periodi in Europa dimenticando che la cultura del cristianesimo delle origini è pluralista. E' il mondo carolingio, sopravalutando Sant'Agostino, che ha interesse a legarsi alla "romanità".

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In conclusione: per essere cristiani non c'è bisogno della circoncisione culturale.

Sull' Avvenire del 26 maggio 1996 (Pentecoste ed anche festa di San Filippo Neri) si poteva leggere il bell'articolo di Enzo Bianchi : "Pentecoste, l'anti Babele". "La lingua dello Spirito è la parola di Dio che scende all'uomo e che porta la Chiesa non a imporre il proprio linguaggio, ma entrare nel linguaggio degli altri uomini, a dire "Dio", ad annunciare le meraviglie di Dio secondo le forme e le modalità di comprensione dell'altro". Come ho ricordato, il 26 maggio 1996 ha segnato per me anche un anniversario. 25 anni anni prima, il 26 maggio 1971 tenni, come detto, una lunga relazione all'Accademia dei Lincei, nell'ambito del Congresso internazionale sui Longobardi in Europa. "Che ne sappiamo delle origini del Cristianesimo?" Mi chiesi, tra l'altro. E risposi: "Poco, per non dire nulla". Tutta la relazione, utilizzando i documenti "figurali" e le esperienze sensoriale ed antropologiche, rimetteva drasticamente in discussione (non ero certo il primo, ma utilizzavo una tribuna scientifica di grande rilevanza e pretendevo di promuovere meccanismi conoscitivi di massa) la costruzione storica (e le giustificazioni dei privilegi) che laici e cattolici hanno artificiosamente edificato sulla tarda antichità e sull'inizio del medio evo, per giustificare e sostenere il potere di ristrette élite (lo 0,1% dell'occidente). In una parola mettevo in evidenza quelli che sarebbero stati i punti fermi della mia ricerca che guardava dall'Europa al primo Millennio ed alla mescolanza di etnie, lingue, religioni, culture e che mi avrebbero guadagnato la sinistra fama di "pericolosissimo sovversivo":

1) Il vangelo è per tutti i popoli e per tutte le culture: lo Spirito soffia dove vuole (Gv 3, 8); tutti coloro che sono condotti dallo Spirito di Dio, quelli sono figli di Dio (Rm 8, 14). La missione apostolica non è legata ai soli apostoli Pietro e Paolo. La tradizione apostolica non è legata alle categorie filosofiche e metafisiche ellenistiche diffuse (per di più in chiave minoritaria) nei territori dell'impero romano e venute a strutturarsi teologicamente in occidente, nel corso di alcuni secoli ed in contesti storici economicamente, socialmente, antropologicamente definiti. Il messaggio cristiano , come tanti altri messaggi religiosi, è per universum mundum (e il mondo conosciuto nell'antichità somiglia molto a quello attuale. Il continente americano è la misteriosa "quarta pars" dei mappamondi medievali) e non solo per omnes gentes (il mondo conosciuto solo dagli occhi occidentali, i confini dell'impero romano, con al centro il Mediterraneo). Anche l'Australia non fu "scoperta" dagli europei qualche secolo fa, ma fu raggiunta dagli asiatici almeno 4.000 anni fa.

Per esser cristiani non c'è bisogno della circoncisione culturale. L'adesione al vangelo richiede l'adesione a Cristo e non a preti, dogmi o chiese. Comunque, anche nei confini geografici dell'Impero Romano la storia si è svolta in modo un po' diverso da come la si racconta. Viaggiavano gli uomini (popoli interi) e viaggiavano le merci dall'estremo oriente all'estremo occidente, dall'Etiopia e dall'Africa orientale all'India. Il cristianesimo non si costituì soltanto né secondo le forme ebraiche (Gesù di Narareth, riconosciuto dal vecchio Simeone come il profeta liberatore, il Cristo del Signore, squarciò con la sua morte il velo del Tempio, a significare una vittoria sul sacerdotalismo ebreo), né secondo lo stile conoscitivo, di vita sociale ed economica del mondo ellenistico (Gesù di Narareth, con il suo spirito sovversivo e rivoluzionario, eliminato nel corso dei secoli dal sacerdotalismo, dal sistema ecclesiastico, cristiano e cattolico, non propose certo l'ordo romanus). Il cristianesimo si costituì secondo le forme delle culture che incontrava ed incontrò in Europa, in Africa, anche quella "Nera", in Asia.

2) anche nei territori dell'occidente (Roma compresa) esisteva già nel primo secolo una pluralità di etnie, di culture e di religioni ed uno scambio, anche di merci, con i territori dell'Africa nera, dell'Europa e dell'Asia centrali, del medio ed estremo oriente così sistemico che non ha ancora uguali nell'epoca moderna, malgrado la globalizzazione. Il cristianesimo, le tante forme di cristianesimo, convivono nella Roma imperiale (in una città profondamente multiculturale, multietnica e multireligiosa e molto poco romana e greca) e nelle regioni europee con infinite religioni (almeno 30 nuclei primari; molte di più se si tiene conto della pluralità di opinioni e di culture che si riferivano ai vari culti ed alle varie religioni), molte delle quali autenticamente orientali, dell'Asia Minore, della Mesopotamia, della Persia, dell'India, dell'Asia Centrale, della Cina. A Roma ed in Europa il cristianesimo dovette assumere tante "inculturazioni". Esisteva una pluralità di opinioni. Nei primi quattro secoli presero il sopravvento i gruppi cristiani che si legarono al vecchio establishment (che, ricostruendo il sacerdotalismo rotto dal vangelo, adottavano l'origine divina della gerarchia e l'obbligo della subordinazione). A Roma, nel II secolo prende il sopravvento un gruppo che, definendo la grande chiesa, struttura una dottrina unica ortodossa, lontano dalle radici del cristianesimo, dalle manifestazioni palestinesi ed orientali e dal pluralismo culturale, per identificarsi ed incardinarsi nella cultura e nelle categorie filosofiche greche e romane. Dandosi naturalmente strutture di gestione: da qui l'idea del sacerdozio cristiano. Nel 1996 ricorrevano i 1500 anni del battesimo di Clodoveo e della conversione delle genti merovingiche e della nazione Franca, che dal quel momento riconosce la propria unità. Ci sono state grandi dispute. Alcuni rivendicano che le radici della Francia sono cristiane. Il battesimo portò alla nascita della nazione. Altri richiamano la tradizione celtica. E' nell'unità celtica che va riconosciuta la nascita della nazione Franca. Quando nel 496 (o negli anni successivi) avvenne il battesimo di Clodoveo, il cristianesimo era presente in Gallia già da 350\400 anni e si era mescolato, assumendone gli stili ed i codici comunicativi e culturali, con le culture celtiche, africane, slave, vicino orientali, centro asiatiche e dell'estremo oriente. Con la seta a Roma ed in Europa erano presenti gli indiani con la loro cultura e le loro religioni. Le merci, come ci ha insegnato Giorgio Nebbia, conservano incorporato il lavoro, la fatica, la cultura di chi le ha prodotte. Il vangelo cosiddetto gnostico di Tomaso (che risale al più tardi alla metà del II secolo e che circolava nell'Europa altomedievale) sembra essere una testimonianza dell'incontro tra induismo, buddhismo e cristianesimo. Clodoveo e la sua gente, accettando il battesimo, non accettarono la romanizzazione, ma si resero consapevoli del rispetto della complessità culturale, etnica e religiosa delle terre in cui regnavano. La nazione franca (o per lo meno la fortuna politica dei merovingi) nasce probabilmente dall'atto di accettazione del cristianesimo, ma anche dalle manifestazioni culturali e religiose celtiche, africane, slave, vicino orientali, centro asiatiche e dell'estremo oriente. E' una nazione che nasce nella globalizzazione delle culture, delle etnie, delle religioni. Le regioni della Gallia rivendicano percorsi diversi nella stessa evangelizzazione: Ireneo, Ilario, Martino, Remigio, Thierry, Giulio, la Maddalena solo per citarne alcuni nomi. Come si fa a definire la Gallia la figlia prediletta della chiesa di Roma?

3) Il cristianesimo romano che noi conosciamo è un prodotto di Costantino e del Concilio di Nicea (un concilio occidentale, che escluse l'ecumenismo e la pluralità delle evangelizzazioni). La definitiva assunzione delle categorie filosofiche greche da parte del cristianesimo è solo del V secolo.

La storia dell'uomo viene ricostruita utilizzando solo le pochissime testimonianze scritte che si sono salvate dal furore degli anatemi dei vincitori. La maggior parte dei documenti sono andati certamente persi. Non va dimenticato che molti popoli e la maggior parte delle culture hanno preferito usare come promemoria opere, cose ed esperienze figurali, gestuali, sensoriali, percettive, ritmiche, musicali, visive ed orali. Con l'assunzione delle categorie filosofiche ellenistiche, larga parte delle testimonianze cristiane anteriori, sviluppate nella stessa Europa, furono cancellate nel V secolo. Comunque il metro di lettura che porta a leggere i pochi promemoria che si conservano secondo la concezione delle categorie filosofiche e metafisiche ellenistiche del razionalismo del mito, del trionfalismo, dello spettacolarismo, dei prontuari di comportamento, dei precetti da osservare, delle analisi da fare, individualista, letteraria, è a dir poco insufficiente. Il mondo (antico e moderno) va letto anche attraverso lo psicologismo del simbolo e l' antropologismo (comunitario e solidale) e la creatività della parola parlata e del gesto globale, della analogia e della percezione, delle esperienze motorie e sensoriali, della "cosalità", della sistemica connessione dell'uomo con il cosmo e l'ambiente naturale, dei percorsi psichici conoscitivi, della visione profonda, della conoscenza globale sciolta dai rapporti logici di casualità.

Non si può leggere il passato o il presente secondo l'ottica dei propri linguaggi e dei propri schemi logici

Quando i crociati andarono a "liberare" il sepolcro di Cristo trovarono in Asia ed Palestina molte comunità cristiane che ignoravano l'esistenza di Roma e di Costantinopoli. E le sterminarono, per cancellare dei testimoni scomodi. C'erano molti arabi cristiani. Del resto il confine tra islamismo e cristianesimo non legato alle categorie filosofiche greche è molto labile. Ci furono "spaventosi massacri di ebrei e di musulmani", ma anche di cristiani non occidentali, che non solo erano estranei ad una teologia informata a quelle che diventeranno le categorie aristotelico-tomistiche, ma erano estranei ad un cristianesimo teologicamente strutturato. La tradizione orientale (e Paolo la conosce bene) esclude forme di catechesi prebattesimali, riconosce nel battesimo l'unica forma di conversione che porta a trasformare il credente: non sarete più cristiani, ma Cristo. Il cristianesimo del primo Millennio guarda all'autorevolezza di chi, nella vita sociale di tutti i giorni, si fa Cristo: questi sono i santi. Per il credente deve esserci la consapevolezza che risponde all'invito dello spirito nelle strutture e nei condizionamenti istituzionali dell'epoca e della cultura in cui vive. Certo è sintomatico che i grandi santi cristiani nei primi secoli siano gente qualunque, che proviene da località imprecisate del mondo. Dal V secolo diventano rigorosamente rampolli di famiglie nobili possibilmente romane.


Sintesi cronologica essenziale:

dopo 630 a.C. vive in Persia Zoroastro
VII secolo a.C. taoismo
560 a.C. nasce Budda
551 a.C. nasce K'ung-fu-tzu (Confucianesimo)
330-327 a.C. Alessandro Magno in Iran
327-325 a.C. Alessandro Magno in India
124-88 a.C. Mitridate II regna in Persia ed espande il suo dominio fino all'Europa ed all'Armenia
50 a.C. prima testimonianza della seta a Roma
42\46 (?) San Pietro a Roma
61 San Paolo a Roma
64 incendio di Roma sotto Nerone. Prima persecuzione limitata a Roma
67 martirio dei Santi Pietro e Paolo
70 conquista di Gerusalemme
86 campagne contro i Daci, a nord del Danubio.
94-96 ultima fase del regno di Domiziano. I cristiani coinvolti nella dura repressione di tutte le opposizioni
99 il re indiano Kanishka invia un'ambasciata a Traiano
101-106 Traiano conduce campagne contro la Dacia, che viene ridotta a provincia romana
107 muore martire Ignazio di Antiochia
112-113 Traiano: i cristiani non vanno ricercati, ma vanno puniti se rifiutano di sacrificare all'imperatore
113 muore Plinio il giovane
113 vengono costruiti il foro e la colonna di Traiano
114 muore Pan Chao autrice di un trattato di morale confuciana
116 Traiano conquista il Regno Nabateo (Arabia Settentrionale)
117 Traiano combatte contro i Parti. Le province romane di Mesopotamia e di Assiria
117 Massima espansione dell'Impero romano
117 muore Ssu-ma Hsiang-ju, grande poeta cinese
117 Adriano ed il suo mausoleo
120 muore Tacito
124-125 Adriano, le disposizioni di Traiano reinterpretate con grande tolleranza
144 Marcione fonda una propria chiesa
150 inizia l'invasione degli Unni in Cina
163 l'impero Parto ha il controllo delle vie commerciali tra Oriente e Occidente
177 Marco Aurelio: breve, ma dura persecuzione a Roma ed a Lione per riaffermare l'autorità dell'imperatore
202 e 235 persecuzioni locali in un periodo di sostanziale tolleranza
216-277 in Persia, la predicazione di Mani
224 Artaserse i fonda in Persia la dinastia dei Sasanidi
250 prima persecuzione generale (imperatore Decio)
251 i Goti invadono la Tracia
257-258 persecuzione di Valeriano per impadronirsi dei beni della chiesa ormai rilevanti
260 Gallieno sospende la persecuzione e restituisce i beni confiscati
276 Franchi ed Alemanni passano il Reno
280-305 Diocleziano. Roma non è più capitale dell'impero.
302-304, 4 editti (Diocleziano-Galerio) con dura persecuzione anticristiana ( in occidente). Gli editti furono eseguiti con moderazione per fermare la crisi dell'impero
311 Massenzio restituisce i beni della Chiesa confiscati
313 editto di Milano
317 in Cina si formano un regno del Nord ed uno del Sud
318 Ario, prete di Alessandria: il movimento ariano
320 in India inizia un periodo di grande sviluppo culturale
325 Concilio di Nicea, condanna la dottrina ariana
330 viene consacrata Costantinopoli
332 i Sarmati nei confini dell'impero
337 muore Costantino
340 muore Eusebio di Cesarea
342 i Franchi si istallano nella Gallia
347 nasce S. Girolamo
349 in Cina, invasione a Nord degli Unni e dei Turchi
361 si rinnova lo scontro dei romani con i persiani
354 nasce S. Agostino
354-375 i Sarmati passano il Danubio
355 muore Donato, l'organizzatore del movimento dei Donatisti
357 Alamanni nei confini dell'impero, sul Reno
367 muore Ilario di Poitiers
369 i Visigoti (ariani) stanziati nella Mesia
372 il buddhismo in Corea
374 Ambrogio (340-397) vescovo di Milano
378 i Visigoti distruggono ad Adrianopoli l'esercito romano
379 gli Ostrogoti (ariani) sotto la pressione degli Unni si stanziano in Pannonia
379 muore Basilio, il grande monaco d'Oriente
380 editto di Tessalonica: il cristianesimo religione ufficiale dell'Impero
381-451 Nestorio, patriarca di Costantinopoli tra il 428 ed il 431
382 muore Ulfila, vescovo visigoto, autore della traduzione della Bibbia in visigoto
390 muore Gregorio Nazianzeno
395 muore Gregorio Nisseno in Cappadocia
395 morte di Teodosio e fine dell'unità dell'Impero
396 i Visigoti di Alarico in Grecia
397 muore S. Ambrogio
400 inizia una fase climatica fredda che durerà fino al 900 circa
402 i Visigoti di Alarico in Italia
406 Alamanni, Burgundi, Franchi, Vandali invadono Gallia e Penisola Iberica
407 muore Giovanni Crisostomo
410, 24 agosto, i Visigoti di Alarico saccheggiano Roma, ma, ariani, risparmiano le chiese.
412 i Visigoti di Alarico in Gallia meridionale e nella Penisola Iberica
418 concilio di Cartagine condanna la dottrina di Pelagio, monaco Irlandese
420 muore S. Girolamo
430 i Vandali di Genserico scacciati dalla Spagna, in Africa
430 gli Unni iniziano le invasioni in India
431 Concilio di Efeso condanna Nestorio
439 rinascimento in Cina e grande diffusione del buddhismo
440 i Vandali di Genserico invadono la Sicilia
440-461 S.Leone I Magno papa
451 gli Unni con Attila invadono la Gallia, ma sono fermati
452 gli Unni con Attila invadono l'Italia, ma sono convinti a lasciare l'Italia
453 muore Attila
455 i Vandali d'Africa (ariani) sbarcano in Italia e saccheggiano Roma
460 affreschi delle grotte di Ajantâ (India)
476 Odoacre depone Romolo Augustolo 484 il nestorianesimo si diffonde in Asia
500 a Roma presumibilmente Boezio, Cassiodoro, Benedetto
527-565 Giustiniano
Mediterraneo bizantino

540 nasce Gregorio Magno
541 il goto Totila (ariano) riconquista l'Italia
550 tocca il suo culmine la civiltà Maja
493 Teodorico conquista Ravenna. Nasce il, regno Ostrogoto, ariano
494 Sacramentarium Gelasianum: prima redazione ufficiale del messale
496\7 Clodoveo e i Franchi si convertono al cristianesimo
500 Angli e Sassoni in Inghilterra
527 -565 Giustiniano imperatore d'Oriente
529 è fondato Montecassino
531 in Persia sale al trono il sovrano sasanide Cosroe I: grande sviluppo culturale e politico
537 i Goti assediano Roma, sul Tevere i primi mulini galleggianti
541 nuovo assedio dei Goti a Roma
542 nello Yemen finisce l'antico regno di Saba
550 la civiltà Maja al suo culmine
553 finisce la guerra gotico-bizantina. i bizantini rigovernano in Italia
568 inizia l'invasione Longobarda in Italia
560\570 nasce a Siviglia S.Isidoro (muore 4 aprile 636)
570 truppe persiane occupano lo Yemen
570/71 nasce Muhammad.
587 in Spagna il re Visigoto Recaredo si converte dall'arianesimo al cattolicesimo
594 muore Gregorio di Tours, autore della Storia dei Franchi
604 muore Gregorio Magno
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 Fra i tanti scritti di Antonio Thiery, sommari promemoria di studi, viaggi, convegni, conferenze, se ne segnalano alcuni centrati sul medio evo: