24 febbraio 1959

 

Il 24 febbraio 1959, esattamente 50 anni fa, Marina ed io cominciammo a chiacchierarci. Cominciò allora un’esperienza che continua ancor oggi attraverso il padre (97 anni), i figli ed i nipoti. A giorni nascerà una nuova nipotina, figlia di Isabella e Filippo.

 

Don Battista, annunciando alla sua comunità che il 10 agosto 2002 si era concluso il lungo calvario di Marina ricordò che per me «era stata, fin dai banchi del liceo, la compagna vera, la forza e la voglia di vivere».

 

Quasi negli stessi giorni del 1959 cominciammo a frequentare, prima separatamente, poi insieme, dEmilio Gandolfo. dEmilio, dopo l’esperienza siciliana ed il tentativo di lasciare la Compagnia, cercava dei punti di riferimento. Ed uno l’aveva trovato nella professoressa del Virgilio AnnaMaria Masci, che, guarda caso era anche zia (sorella della madre) di Marina. Non avevamo bisogno di un sacerdote, di un maestro, di una guida spirituale. Sapevamo già (e ne avemmo conferma negli anni successivi) che non c’è quasi niente di vero in quello che la teologia cristiana di stampo greco-latinicista e giudaico dogmaticante propone e che nel Vangelo non c’è nessun riferimento al sacerdozio. Avevamo già fatto le nostre scelte. E su queste scelte ci siamo “intesi”. dEmilio, nel 1967, ci scrisse: «E siccome voi avete scelto san Filippo, la mia grande passione, mi sento ancora di più in consonanza».

La consonanza stava nel domandarsi se, come dEmilio ripete nel suo diario (e per questo sperava ardentemente di costruire una comunità), il vangelo è un trattatello devozionale o lo stimolo ad un esperienza alternativa?

La consonanza stava nella dimensione laica del fatto religioso. Contava, cioè, l’antropologia (così presente nel messaggio di Gesù), con le sue gioie, dolori, speranze, realtà quotidiane, nella storia, ed anche nella vita di tutti i giorni.

 

La consonanza stava nella ricerca delle radici plurali del cristianesimo. Alla sua morte, Marina aveva in evidenza, accanto alla grammatica ebraica, quella accadica. E certo le serviva per discutere con dEmilio.

 

I nostri figli, ed in particolare tra il 1976 e l’1982, gli anni drammatici dell’Ambasciata italiana presso la S.Sede, quando era a Roma, frequentavano ed avevano confidenza più con dEmilio che con i propri nonni.

 

Non ci interessavano quelle “invenzioni”, inquietudini, e violenze della teologia (messe insieme dalla classe sacerdotale che nei secoli aveva preso il potere), che, chissà perché, ci sono state scaraventate addosso alla morte orrenda, sacrale e simbolica di dEmilio (non a caso chiamata mistero pasquale) e con Marina malata.

 

Allora alcuni amici ci hanno aiutato in ogni modo, altri “amici”, preoccupati della propria gelosia, di legittimare il proprio stile di vita e di sopire, troncare, manipolare, omettere, nascondere, inventare, clericalizzare, hanno affrettato la morte di Marina e reso angoscianti gli ultimi mesi di vita. Marina, che fino ad allora aveva mostrato una  straordinaria capacità di lottare contro il male, è morta per un nuovo tumore, non per una metastasi, insorto a febbraio del 2000 dopo l’eccidio di dEmilio. Non ha saputo più reagire: ma questi lo sanno come io sto?”.

 

Marina (in questa foto 15 giorni prima di morire), anche quand’era ridotta paralizzata sulla sedia a rotelle, sentiva di dover vivere per il padre, il marito, i figli, per molti allievi ed amici. Ancora poche ore prima di entrare in coma, era nella biblioteca di scuola a lavorare, ad organizzare. Eppure certi “amici” hanno voluto cancellare ogni forma di pietà, e non hanno trovato di meglio che dirci: Non lo conoscevi, io lo voglio, non sei degno di far memoria di Emilio ed altre cose del genere. Hanno saputo persino impadronirsi del gran lavoro fatto per ricordare Emilio e Marina (!).

 

Nemmeno le bestie più feroci.

 

Noi non abbiamo sognato per quarant’anni, abbiamo lavorato e vissuto e se dEmilio fosse stato come lo descrivono, certo non ci sarebbe stata consonanza e non ci sarebbe stato alcun motivo di frequentarci. E nessun motivo di farne memoria. Avesse mentito, sarebbe stato indegno anche di ricevere memoria.

 

dEmilio negli anni Sessanta aveva come punto di riferimento don Zeno, quello di Nomadelfia, che era solito ripetere: «Questa religione, fatte le debite eccezioni, fa schifo ». Ed io, in questi 50 anni, ho  avuto conferma, e non perdo occasione per andare in giro a sottolinearlo, che se il messaggio di Gesù è una cosa grandiosa, la religione che si dice cristiana, con i suoi sacerdoti e fedeli, con il suo occidentalismo, fatte le debite eccezioni,  fa schifo.

Entrare in una chiesa anche solo per vedere un’opera d’arte, mi suscita ripugnanza.

 

Chi lo avrebbe immaginato in quel febbraio del 1959 che avremmo dovuto vivere, mentre Marina stava morendo, e quando è morta, fatti tanto raccapriccianti al punto da dover celebrare oggi i cinquant’anni ricordando la sacra violenza dei santi, il potere, la storia inventata: «Questa religione, fatte le debite eccezioni, fa schifo »?

 

Antonio Thiery, 24 febbraio 2009