le bombe al Velabro e a S. Giovanni il  27 luglio 93.

Una testimonianza: un comune codice esoterico ed erudito lega ricattatori e ricattati, sodali tra di loro.

 

Adesso che le polemiche (destinate a sollevare un polverone che nasconde una verità che nessuno ha interesse a rivelare) si sono un po’ calmate, vorrei ricordare una mia “curiosa” esperienza che avvenne proprio il 27 luglio del 1993.

 

Quel giorno Giovanna, la mia figlia di mezzo, partiva nella tarda serata, dopo le 22, per la Germania. Andava per un mese a Tubinga per seguire un corso di tedesco. Io avevo già capito che quello era il primo di una serie di viaggi che la avrebbero portata a stabilirsi definitivamente in Germania, certo un Paese con mille problemi, ma più normale del nostro. Non mi ero sbagliato. Ed infatti oggi vive a Stoccarda; è sposata con un tedesco ed ha tre bambini.

 

Ed allora il 27 luglio la portai in giro per Roma a farle visitare i luoghi simbolici di questa città. Che avesse almeno un ricordo serio della città che lasciava.

 

Ho desiderato per tanti anni di andar via da Roma e dall’Italia per andare in un paese normale che rispettasse le mie radici di meticcio culturale.

 

Quando mi sono reso conto che il mio futuro era a Roma ho cominciato a studiare, per radicarmi in questa città e capire fino in fondo i suoi “linguaggi” che parlavano a tante civiltà. Ho capito che Roma non irradia cultura nel mondo, ma che molte tra le tante culture, interagendo tra di loro, convergono a Roma.

 

Nel pomeriggio la portai prima al Velabro, alla chiesa di San Giorgio e poi a San Giovanni, nella piazzetta su cui si apre l’ingresso laterale della basilica, sotto la loggia delle benedizioni, dove prima furono celebrati i poteri cardinalizi (vedi i resti dell’affresco di Giotto) e poi fu indetto il primo giubileo.

 

Le spiegai che non avrebbe trovato su nessuna guida e su nessun manuale la spiegazione che mi apprestavo a darle, ma che, mettendo insieme tante notizie ed informazioni, quelli mi sembravano i due “siti” che meglio simbolizzano Roma. Come al solito non ero l’unico ad averlo capito, ma l’unico che lo diceva o scriveva tra i tanti che lo avevano capito.

 

La palude del Velabro era il luogo che simbolizzava la nascita civile, politica della Roma cosmopolita. Lì era approdata secondo una tradizione comune a molte civiltà, la cesta con i due gemelli. La palude, diceva il giovane Pratesi, è vita. Poi diventò il mercato, dove confluivano le vie commerciali e religiose. Inevitabilmente diventò il luogo “oracolare”, dove, a conclusione di un lungo processo di urbanizzazione, le decine di “culti” religiosi presenti nella Roma cosmopolita ed imperiale, avevano diritto e possibilità di esprimersi. Ognuno poteva collocare la propria edicola sacra o il proprio altarino. Poi con i secoli il Velabro, com’è avvenuto per una miriade di luoghi e di tradizioni, era stato cristianizzato con i segni del nuovo potere. Lì dove si incrociavano una miriade di culti, di idiomi e di lingue, sorsero chiese dove risuonava la sola lingua greca.

 

La piazzetta del Laterano, da cui si guardava la statua che per molti secoli si credeva di Costantino (l’imperatore della falsa donazione e del “trasferimento” del potere alla chiesa, del concilio di Nicea, dell’imposizione delle categorie filosofiche greche come unica possibilità di spiegare la fede cristiana che  da poligenetica e plurale diventava  monogenetica e dogmatica, consolidando il potere della gerarchia, della lotta senza quartiere alle tradizioni mesopotamiche e persiane). La piazzetta era sotto la loggia delle benedizioni, del Pontefice della bolla “Unam Sanctam”. Il cattolicesimo cancellava definitivamente le sue matrici dell’ambiente etnico palestinese, rappresentava il nuovo potere clericale, basato su bugie e violenze,  a cui il popolo doveva dogmaticamente sottostare.

 

La mia era o sembrava una lectio difficilior, ma non ne trovavo una più plausibile.

 

Dopo queste due visite accompagnai Giovanna al treno; Tornai nella mia casa di Monteverde molto turbato per la partenza di Giovanna e per la convinzione che quello era destinato a diventare un distacco definitivo. Era inutile andare a letto e nella calda serata di fine luglio cominciai a guardare distrattamente la televisione.

 

Ed ecco allora due tremendi botti. Il primo relativamente vicino. Pensai subito, e non si poteva fare diversamente, a delle esplosioni.

 

Presto cominciarono telegiornali straordinari: due attentati in luoghi difficilmente spiegabili. In realtà erano stai colpiti i due luoghi simbolo di Roma. E ebbi la certezza che la mia lectio difficilior era ben nota, almeno in certi ambienti, se era stato strumento altamente simbolico di ricatto ed avvertimento a chi sapeva disambiguare un così esoterico simbolo. Il giorno successivo mi telefonò Giovanna e scherzando mi disse: ma non sarai stato mica tu? La coincidenza era davvero singolare.

 

Nei giorni successivi ne parlai con alcuni collegi RAI, ma tutti erano convinti che la mia lettura altamente simbolica era esagerata.

 

Solo il Messaggero, in uno dei suoi editoriali, nei giorni successivi adombrò questa ipotesi: un messaggio esoterico di alto significato simbolico confezionato con una cultura complessa, non certo da un povero delinquente, indirizzato a chi sapeva interpretarlo e quindi di cultura altrettanto complessa.

 

Era un ricatto in grande stile messo in opera con un simbolo che solo pochi sapevano decifrare. Esecutori degli attentati e destinatari del messaggio si conoscevano bene ed avevano un codice simbolico, ed interessi ed affari, in comune.

 

Le ipotese di Ciampi e della Magistratura confermano che quella, che allora a me sembrò l’unica ipotesi plausibile, era quella giusta. Ma avevo fatto già esperienza con Piazza Fontana.

 

La mia è una testimonianza tardiva. Mi hanno sempre accusato negli anni di essere un pansimbolico. L’Unità dedicò, a me comunista militante, anche un paginone dispregiativo. Eppure, per capire, andava fatta, in quel caso ad in tanti altri casi, una lettura simbolica.

 

A distanza di tanti anni, le conclusioni sono sempre le stesse: il potere è nelle mani di pochissimi, sodali tra di loro, membri di una cerchia ristrettissima, che normalmente fanno affari insieme. C’è chi sale e chi scende, c’è chi, a torto o a ragione pone il problema della ridistribuzione dei poteri, con le buone, con le trattative, gli accordi, o con le cattive, i ricatti, gli avvertimenti,  le bombe e le stragi.

 

I  potenti della cerchia rimangono quasi sempre nell’ombra, e fanno agire, con mezzi leciti e duri, con ricatti ed avvertimenti, spesso con assassinii e stragi,  qualche prezzolato contento di sedersi ad una ricca mensa, anche solo per spartire le briciole. Ma a volte ha un lauto companatico.

 

L’unico problema dei pochi potenti è la ridistribuzione degli affari e del potere, degli utili: agiscono con prese d’atto, con accordi, trattative, con ricatti e, se necessario, con bombe e stragi per forzare a loro favore le decisioni. Usando un comune codice simbolico che, dal momento che non sono solo dei poveri delinquenti, spesso nasconde, come nelle bombe del 27 luglio 1993, studi eruditi.

 

L’Italia dei mille “misteri” è questa.

 

Antonio Thiery, luglio 2010