4
anni fa, il 10 agosto 2002, moriva tra mille sofferenze non
solo fisiche, ma morali
Marina
Forte Thiery.
Qualcuno
ha scritto:”...una delle donne più STRAORDINARIE che io
abbia mai conosciuto e che non dimenticherò mai!!...a scuola i suoi metodi innovativi…la
gran cultura che ha saputo infondermi, e ultimo, ma non ultimo, il regalo più
bello, l’insegnamento più grande che Marina mi abbia dato: imparare ad essere
ORGOGLIOSAMENTE SE STESSI,…”
Fu laica ed insegnò ad essere laici: seppe mettersi alla sequela di Cristo e
vivere il suo “cristianesimo” radicale con una fede fatta di opere, di modelli di vita, di un impegno senza risparmio nella
vita sociale, senza giaculatorie, senza elemosine, senza preti che le facessero
da maestri, senza dogmi, che accetta la sfida della strada e della storia,
ascoltando, conoscendo e rispettando i valori, le culture e le etiche espresse
dalle varie umanità.
Marina
praticava una laicità che non è contrapposizione tra
clero e non clero; ma è salvaguardia della propria e dell’altrui libertà. E’
riconoscimento della pluralità delle antropologie e delle culture, dei modi e
degli stili di vita, delle esperienze, delle intelligenze, delle ragioni: non è
svendita delle proprie idee o mancanza di tensione al vero, ma fiducia che la
ricerca di tutti possa essere arricchita e quindi avvalorata dall’apertura alla
conoscenza, che non è mai predestinata ed immutabile. Il mondo è complesso; è
un sistema di diversità che non sono contrapposizione, ma complementarietà che si integrano ed
interagiscono.
Marina,
tentando di credere in Cristo, con uno stile di vita che indicava
scelte radicali, era convinta che il Vangelo può cambiare il mondo, parlando alle coscienze, modificando
gli stili di vita, creando un cuore nuovo ed un uomo nuovo, fatto non di dogmi
e di potere, ma di fratellanza e di rispetto per la complementarietà delle
differenze.
Su
questi temi, a partire dalla Sicilia e dalla primavera del 1957 aveva
intrecciato una straordinaria amicizia laica con dEmilio Gandolfo (non fu
mai sua allieva o discepola o figlia spirituale), il pretino scomodo ucciso, in
modo barbaro e sacrale il 2 dicembre 1999. Ma il corpo
massacrato fu trovato il 3. E delle vicende culturali, umane e spirituali di dEmilio, la cui immagine doveva
essere “normalizzata” prima e dopo l’uccisione, era diventa una scomoda
testimone. Una testimone che non poteva aderire alla linea
fissata con incredibile tempestività già il 5 dicembre 1999 dall’Osservatore
Romano. L’uscita del bel libro su don Zeno e l’esperienza di Nomadelfia (F.Marinetti, Don Zeno, Obbedientissimo
ribelle, edizioni la meridiana, 2006), permette di ricordare (ma forse
anche questo non si deve dire) che don Zeno (i due si conoscevano malgrado la differenza d’età) rappresentò sempre uno dei
punti di riferimento di dEmilio nella sua formazione
negli anni Quaranta e Cinquanta. Dunque, non è vero che il suo primo incarico nella Compagnia
di San Paolo fu l’insegnamento al Virgilio. E’ vero invece, che dopo alcune
missioni (nota quella con gli operai di Terni), fu mandato a Palermo a servire
messa e ad imparare l’ubbidienza dal Cardinal Ruffini.
Solo in un secondo momento cominciò ad insegnare. Approdò al Virgilio più tardi, quando il suo
rapporto con la Compagnia di San Paolo era completamente esaurito. E ne soffriva molto.
Ma anche questo non di deve dire.
Mentre molti, nei due anni
ed otto mesi che sono intercorsi tra la morte di dEmilio e di Marina, l’hanno aiutata ( ci hanno
aiutato) al limite delle possibilità, quelli che si dicono gli amici di dEmilio, non le hanno riservato nemmeno il più modesto
gesto di misericordia quando era in vita, affrettandone così la morte, non ne
hanno rispettato i suoi carismi e la sua identità nemmeno durante il funerale
(bisognava nascondere che una persona, donna per giunta, può vivere un’intensa
vita spirituale e sociale laicamente, senza
avere un prete per maestro), ed ora, a 4 anni dalla morte, ancora si impegnano
per cancellarne la memoria: è una vera e propria “damnatio memoriae”. Si sono impossessati
– e lo hanno stravolto, dandogli un tono clericale- del “grande lavoro di trascrizione, di
catalogazione, di scannerizzazione” da me fatto,
per consentire la pubblicazione delle lettere agli amici di dEmilio,
unicamente in memoria della sua amicizia laica
con lo stesso dEmilio. Clericalizzando
il mio lavoro e cancellando la memoria di Marina, si è voluto “normalizzare” dEmilio.
L’uscita del libro su don
Zeno mi permette anche di usare un linguaggio aspro ma conveniente:“Una religione che,
fatte le debite eccezioni, fa schifo”, “Molti non avrebbero il coraggio di
pugnalare l’Eucarestia, di sputarci sopra. Eppure
ogni volta che offendete un abbandonato, non crediate di fare un male minore”,
“l’ingiustizia è un’offesa tale alla sostanza umana ,
che non può essere perdonata senza riparazione e restituzione della refurtiva,
pena la complicità con l’ingiusto”.
Che cosa ci siamo andati a
fare dal notaio se abbiamo registrato che l’associazione era di natura “laica e
non confessionale” e che si fondava “sulla complessità della persona di don
Emilio Gandolfo e sulla complessità delle identità
dei tanti amici da lui coltivati, diversi per fede, cultura esperienze
religiose, attese, scelte, visioni del mondo, stili di vita e condizioni
sociali” (fossero state dette queste cose in modo diverso io non ci sarei
venuto), e se queste caratteristiche non sono state rispettate ed ora vengono taciute?
Non hanno fatto un male
minore di sputare sull’Eucarestia. Io rivoglio la refurtiva, altrimenti mi
sembra di contribuire a cancellare, cosa che alcuni molto autorevolmente hanno
fatto, la laicità di Marina, quella
sua straordinaria capacità di essere orgogliosamente se stessi.
E andrò a rivendicarla fuori delle loro chiese, dei loro uffici, delle loro
università, dicendo :“Questa religione fatte le debite eccezioni, fa schifo”,.
(A.T.)
L’immagine si riferisce all’agosto 1974. E’ una fotografia non è certo opera di un
gran fotografo: l’ha fatta Filippo che aveva 4 anni da
poco compiuti. Marina ha un aspetto sereno ed orgoglioso: è incinta di
Francesca. I medici e le condizioni oggettive le hanno sconsigliato
di portare avanti la gravidanza. Lei ha
deciso diversamente.