Il dovere di ricordare l’insostenibile inganno della comunione

 

6 anni fa, il 10 agosto 2002, moriva tra mille sofferenze fisiche ed angosce morali

Marina Forte Thiery

Ha vissuto una piena vita spirituale e sociale laicamente, alla sequela del Vangelo senza credo clericale o potere sacerdotale, senza manipolazioni ed affari, insegnando ad essere orgogliosamente se stessi, nel rispetto della pluralità  delle antropologie e delle culture, dei modi e degli stili di vita, delle esperienze, delle intelligenze, delle ragioni.

 

La sua malattia è stata resa irreversibile e la sua morte più repentina dall’angoscia per la feroce, sacrale e simbolica uccisione di don Emilio Gandolfo ed ancor più dall’impegno che ne è seguito per oscurare lo scenario del delitto, creando un clima di gelosia ed invidia, volto a sopire, troncare, anatemizzare, omettere, insultare, manipolare, clericalizzare. Un clima che ha segnato il lungo calvario di Marina.

Così facendo credevano di agire per il supremo interesse della Chiesa, ma in realtà agivano in nome di un interesse economico del tutto estraneo al Vangelo.

Una delle prime lettere (forse la prima) che dEmilio ci fece leggere (e non solo a noi) tanti anni fa, è quella che scrisse il 3 novembre 1957 per manifestare l’intenzione di lasciare la Compagnia di San Paolo, che ricercava il troppo ed il vano. In quella lettera ci sono tutti gli elementi per ricostruire la storia del cattolicesimo italiano. Ma gli storici che contano non vogliono e non possono.  Così il troppo e vano  è stato tradotto clericalmente, per coprire di nebbia la sua morte, in “mistero pasquale”. Ma i giornali all’inizio di questa estate hanno interpretato più correttamente come “miliardi e politica”.  Il mistero della morte di dEmilio è assai poco misterioso.

I buoni cristiani vogliono tenere in vita ad ogni costo Eluana Englaro, ridotta da 16 anni ad un vegetale, ma a Marina che aveva disperatamente bisogno e voglia  di vivere almeno qualche ora in più, non hanno riservato nemmeno il più modesto gesto di pietà (ma questi lo sanno come io sto?, si chiedeva incredula) che magari le avrebbe consentito appunto di vivere quattro, cinque ore in più. Nemmeno ai condannati a morte per i più atroci delitti, si nega l’ultimo semplice desiderio. E per noi sarebbe stata una cosa molto utile e necessaria.

Ma loro speravano che morisse presto dal momento che era uno dei più accreditati testimoni delle vicende umane, culturali e spirituali di don Emilio.

Un personaggio vestito da sacerdote la spogliò della sua identità e dignità persino quando era nella bara ai piedi dell’altare, facendone una monachella beghina, definendola la discepola numero 1 di dEmilio. Com’è falso. Marina era ben consapevole (come del resto lo era dEmilio) che c’è un solo Maestro (Mt 23, 10: ma voi non fatevi chiamare maestri, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo).  Ma si sa le donne non hanno un’anima, ed allora era giusto ricominciare la caccia alle streghe.  Era una vera credente, perché era una vera laica, senza i riti magici dei sacerdoti, senza dogmi e credo clericali, senza chiese. Anche per questo era una grande amica e condiscepola di dEmilio.

Poi è seguita una feroce damnatio memoriae, al punto che si sono persino impossessati del lavoro fatto ( un“grande lavoro di trascrizione, di catalogazione, di scannerizzazione”) per ricordare lei ed un’esperienza quarantennale. Non è bastato né un contratto, né un atto registrato dal notaio e neppure l’art.2 della Costituzione: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

La sacra violenza dei santi, la libido dominandi, la determinazione nel raccontare la loro vera verità, non gli permette di rispettare la personalità, le esperienze, nemmeno il dolore degli altri. Se la religione cristiana è questo, se la tengano

Marina ed io non siamo stati né alunni, né discepoli, né figli spirituali di dEmilio, né seguaci di una religione teologicamente struttu- rata. Forse un giorno ci spiegheranno perché abbiamo frequentato in quel modo dEmilio. Per ora vogliono farci credere che abbiamo dormito e sognato per quaranta anni. Nemmeno le bestie più feroci...

Questa è un’occasione per ricordare l’insostenibile inganno della comunione.

Ma perché una chiesa tanto violentemente antifemminile, clericale e disumana? Perché tanta determinazione nel manipolare la storia? La risposta è semplice: miliardi e politica.

 

Marina il 17 luglio del 2002, con i figli, pochi giorni prima della morte.

 

 

* Nel frattempo il signor papa ha reso omaggio al sacrario dei nuovi martiri. Inutile dire che don Emilio Gandolfo non è compreso in questa categoria.      E chiamano la sua morte, per niente misteriosa,  “mistero pasquale”. C’è il rischio di indagare su miliardi e politica.

 

Roma, 10 agosto 2008