Il dovere di ricordare l’insostenibile inganno della comunione

 

7 anni fa, il 10 agosto 2002, moriva tra mille sofferenze fisiche ed angosce morali

Marina Forte Thiery, povero Cristo

Ha vissuto laicamente una grande vita spirituale ed una impegnata vita sociale, alla sequela del Vangelo senza credo clericale o potere sacerdotale, senza manipolazioni ed affari, insegnando ad essere orgogliosamente se stessi ed impostando il pensiero critico in migliaia di alunni, nel rispetto della pluralità  delle antropologie e delle culture, dei modi, delle esperienze e degli stili di vita, delle esperienze, delle intelligenze, delle ragioni.

 

La sua malattia è stata resa irreversibile e la sua morte più repentina dall’angoscia per la feroce, sacrale e simbolica uccisione di don Emilio Gandolfo (2 dicembre1999), uno dei tanti misteri d’Italia (in un Paese con troppe verità turbolente, incomplete o artefatte), ed ancor più dall’impegno che ne è seguito per oscurare e manipolare le complesse vicende umane, culturali e spirituali di don Emilio Gandolfo, (di cui Marina era un quarantennale, profondo scomodo testimone) e lo scenario del delitto, creando un clima di gelosia ed invidia, volto a sopire, troncare, anatemizzare, omettere, insultare, manipolare, clericalizzare.

 

Alla morte di dEmilio iniziò subito un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo. Era un prete complesso, plurale e scomodo. E infatti non è considerato un martire. Meglio cancellarne, minimizzarne e clericalizzare il ricordo. E conseguentemente delegittimare i “testimoni”.

Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera. Qualcuno si è spinto a parlare di una vendetta magari per “gelosia”, altri hanno insistito sui meno attendibili dei moventi (il furto e gli slavi).

 

Non andava detto, ad esempio, che  DEmilio era un testimone approfondito e complesso delle vicende del cattolicesimo italiano del dopoguerra sfociate nella “rottura” del 1952 dell’Azione Cattolica; che nel 1950 fu mandato in Sicilia ad imparare l’ubbidienza, servendo la messa al cardinal Ruffini (sic!); che cercò di allontanarsi dalla sua Compagnia che ricercava il troppo ed il vano, con una lettera del 3 novembre 1957 in cui ci sono tutti gli elementi per ricostruire la storia del cattolicesimo italiano. Ma gli storici che contano (vero professor Ignesti? Tra l’altro esecutore testamentario e perciò “custode”  della memoria di dEmilio) non vogliono e non possono.  Non va detto, ad esempio, che dEmilio prestò grande attenzione alla chiesa dei poveri, che vide nel Vangelo un progetto alternativo e non un trattatelo di devozione, che dava una determinata importanza all’elemento femminile, alla chiesa domestica, a “comunità” laiche che vivevano la vita civile nell’essenzialità dello spirito evangelico, che fu poi un eminente protagonista (anche come confidente di politici) della cultura cattolica, come scrittore ed educatore.

 

Qualcun altro  (Il Giornale dell’estate 2008) più propriamente ha insinuato di “miliardi e politica”, facendo riferimento al clima furioso di contrapposizione nell’ambito del vaticano per la ridistribuire del potere economico. Clima di cui dEmilio fu angosciato testimone.

 

Il clima delle omissioni, delle manipolazioni e delle reticenze ha segnato il lungo calvario di Marina.  Per lei, povero Cristo, neanche il più modesto gesto di misericordia e di pietà quando era in vita. Nemmeno ai condannati a morte per i più atroci delitti, si nega l’ultimo semplice desiderio. Fu spinta a morire. Nessun rispetto per la sua identità e dignità nemmeno durante il funerale. Ma la gerarchia cattolica non parla di omicidio per chi spinge a morire? il papa dei cattolici non dice: rispettare la dignità della donna?.

 

Si cercò di imporre (Io lo voglio) un “teologo” (un vero difensore della fede: quando comparve, dEmilio, agitando la mano destra volle significare, adesso son guai) che era o cercava di accreditarsi come l’uomo di don Achille, e noi ben sapevamo che cosa dEmilio pensava di don Achille. Il degnissimo teologo cominciò a scrivere (ricordo assai bene!) non quanto Emilio diceva, ma quanto avrebbe dovuto dire.

 

Si cercò la delegittimazione degli “amici” che più avevano frequentato dEmilio e con lui avevano studiato e ricercato (Non lo conoscevi, Non sei degno di farne memoria). Si proprio quelli con i quali era più in consonanza

, con quelli che riconosceva come la eco più fedele.

 

 

Giuseppe Ignesti ricordò più volte (poi si è dimenticato di averlo detto) che nei suoi viaggi a Roma, il primo pensiero di dEmilio era di andare a trovare Marina e poi Mario Colafraceschi: le persone con cui meglio condivideva i suoi progetti e le sue speranze, i  più accreditati testimoni delle vicende umane, culturali e spirituali di don Emilio.

 

Un personaggio vestito da sacerdote (che si accredita come uno dei protagonisti della grande chiesa fiorentina e delle vicende politiche e sociali di Giorgio La Pira) spogliò Marina della sua identità e dignità persino quando era nella bara ai piedi dell’altare, facendone una monachella beghina, definendola la discepola numero 1 di dEmilio. Che cazzata! Marina non è stata mai (né avrebbe mai potuto esserlo) discepola di un “sacerdote” e soprattutto di un pretino dogmatico e che assolutizzava i propri valori, come poi ha descritto dEmilio, pur conoscendolo molto, molto bene. Già molto malata, vedendo in televisione alcune grandi veglie di preghiera, si domandò: "ma questi cattolici sanno solo dir preghiere?".

 

Marina era ben consapevole (come del resto lo era dEmilio) che c’è un solo Maestro (Mt 23, 10: ma voi non fatevi chiamare maestri, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo). Gli elementi della sua grande spiritualità li aveva imparati non da un prete, ma in una famiglia laica, soprattutto dalla zia Annamaria, la stessa che, insegnante del Virgilio, aveva aiutato Emilio al amare la verità più della vita. Ma si sa le donne non hanno un’anima, hanno assolutamente bisogno di una guida spirituale (maschile) ed allora era giusto ricominciare la caccia alle streghe.  Marina era una vera credente, perché era una vera laica, senza i riti magici dei sacerdoti, senza dogmi e credo clericali, senza chiese. Anche per questo era una grande amica e “condiscepola” di dEmilio, uomo della complessità e della pluralità. Anche per questo c’era grande “consonanza”.

Marina ed io non siamo stati né alunni, né discepoli, né figli spirituali di dEmilio, né seguaci di una religione teologicamente strutturata. Certo è che non abbiamo mai frequentato quel pretino ignorante, tutto chiuso nella sua cultura concettuale e greco-latinicista, credulone, e dogmatico, educatore dei giovani ricchi che i signori Silvano e Pietro hanno descritto. E’ venuto a casa nostra qualche centinaio di volte. Forse un giorno ci spiegheranno perché abbiamo frequentato per 40 anni in quel modo dEmilio. Per ora, per delegittimarlo, vogliono farci credere che abbiamo dormito e sognato per quaranta anni. O che siamo schizofrenici.

 

Nemmeno le bestie più feroci... Va aggiunto che dopo la morte di Marina (il 10 agosto 2002) si è manifestato un forte impegno per cancellarne la memoria, anche rubando quanto era stato prodotto per ricordare la sua identità. L’editore aveva sottoscritto una lettera con cui si impegnava a pubblicare le lettere di Natale e Pasqua riferendo la consonanza tra dEmilio e Marina. Ma non è successo niente di tutto questo.

Marina e dEmilio parlavano di quali sono le attese e le speranze dei giovani, del mondo che cambia, dei secoli di cultura ignorata o dimenticata dell’universo mondo, della Palestina, terra di passaggio dall’estremo Oriente all’estremo Occidente e viceversa, dall’estremo Nord all’estremo Sud e viceversa. Il loro era un dialogo laico. Senza catechesi e senza giaculatorie. E’ seguita, e ancora dura, una feroce damnatio memoriae, al punto che si sono impossessati del lavoro fatto ( un“grande lavoro di trascrizione, di catalogazione, di scannerizzazione”) senza nemmeno ricordare lei ed un’esperienza quarantennale. Non è bastato né un contratto, né un atto registrato dal notaio e neppure l’art.2 della Costituzione: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

 

Se solo fossimo un Paese un po’ più normale…Si cercherebbe di capire perché con tante omissioni (vera e propria omertà) è stato delegittimato un uomo di Dio e sono stati delegittimati alcuni amici ce ne erano “l’eco più fedele”.

 

Evidentemente andavano nascoste molte caratteristiche di dEmilio. Ed il solito “sacerdote” fiorentino lo ha fatto con infinite “omissioni” ed inventandosi qualche fatto. Ha persino scritto che per la pubblicazione delle lettere si è cominciato dal III volume perché era tutto pronto presso l’amico editore Borgia.E’ un’altra incredibile cazzata, perché sapeva bene come sono andati i fatti. Parte dei volumi era su un sito Web predisposto da Filippo Thiery, il resto fu completato da me lavorando per quattro giorni e quattro notti per venire incontro ad un forte desiderio di Marina. Il volume che ha richiesto pochi giorni per la stampa è uscito dopo 4 (quattro) anni.

 

A questo signor Silvano ricordai il dolore, fino ad incidere sulla sua morte, provocato in Marina dalla mancata pubblicazione dei volumi. Mi rispose con arroganza:tu sai bene perché è morta. Nessuno più di me è stato così vicino a Marina in quei giorni ed io so bene quanto la feroce uccisione di dEmilio ed il clima di sopire,troncare,clericalizzare che ne è seguito hanno influito. Marina è morta per un nuovo tumore ai polmoni, non una metastasi, manifestatosi nei primi giorni di febbraio del 2000.

 

La sacra violenza dei santi, la libido dominandi, la determinazione nel raccontare la loro vera verità, non gli permette di rispettare la personalità, le esperienze, nemmeno il dolore degli altri. dEmilio ripeteva che l’amicizia è l’unica cosa che conta. Abbiamo sperimentato la loro amicizia.

Ma che c’entra Cristo con questo cristianesimo? Se la religione cristiana è questa, se la tengano.

Hanno creduto di agire in onore di “nostro” Signore. In realtà hanno agito nell’ interesse economico, del tutto estraneo al Vangelo, di qualche signore con fascia e berretta.

Ma perché una chiesa tanto violentemente antifemminile, clericale e disumana? Perché tanta determinazione nel manipolare la storia? La risposta è semplice: miliardi e potere.

Questa è un’occasione per ricordare, con Marina, l’insostenibile inganno della comunione. Per ricordare che 7 anni non sono stati sufficienti  per restituirle l’identità, la dignità e la memoria.

I suoi amici, colleghi, alunni la ricordano così.

 

 

Chi pratica per mestiere e

con alta professionalità il

furto della storia, non fa

* Ricordando Pentecoste

 
una piega a sentirsi

chiamare “ladro”.

“Ladro” di identità, di dignità, di umanità,

di dolore, di sentimenti, di lavoro,

di pietà, di cultura,

di esperienze, di personalità,

di vita, di memoria.

 

Roma, 10 agosto 2009