9 aprile, in ricordo di un anniversario.

 

Il 9 aprile cade il 67° anniversario della nascita di Marina, e coincide quest’anno con il Giovedì Santo, che per noi, letto nel simbolo e nella composita identità etnica palestinese (terra di passaggio con larghe interazioni delle culture e delle attese religiose prodotte nei quattro angoli del mondo, dal Baltico al Mare indiano, dalla Cina all’Oceano Atlantico) nel contesto delle feste di Pasqua, è stato per più di 40 anni giorno di riconoscimento della nostra identità meticcia e perciò di grande letizia.

 

E’ il plenilunio di Primavera. E dEmilio, al termine dei riti al Palatino non mancava mai di far riferimento a questo elemento ancestrale che da sempre ha caratterizzato la vita, le attese e le speranze dell’uomo.

 

Ora è drammaticamente evidente che il simbolismo antropologico è mutato in dogma clericale e che il fermento evangelico non ha niente a che vedere con le chiese, ed in particolare con la grande chiesa dei gentili (e con i suoi sacerdoti e fedeli), che chiama “mistero pasquale” anche gli orrendi omicidi (una parola che non si deve dire) e gli affari clericali e dello Stato del  Vaticano, con i quali si identifica totalmente.

 

Il Giovedì Santo ed i riti della Pasqua mi appaiono, dunque, oggi come momenti assai dolorosi e  blasfemi. Il dolore e la ripugnanza quest’anno raddoppia nel ricordo del 9 aprile e del “mistero pasquale”.

 

E’ in libreria La santa casta della Chiesa, di Caudio Rendina, uno dei massimi romanisti. Con il sottotitolo lungo e esplicito che suona Duemila anni di intrighi, di  lussuria, inganni  e mercimonio tra papi, vescovi, sacerdoti e cardinali.  

Il “mistero pasquale” del feroce omicidio di dEmilio ben si inserisce nei duemila anni di intrighi, di  lussuria, inganni  e mercimonio tra papi, vescovi, sacerdoti e cardinali. Aggiungerei atei devoti e fedeli.

dEmilio Gandolfo, messo alla prova in terra di Sicilia, non volle far parte della “casta”. Diceva di amare la verità più della vita. Perciò fu ucciso in modo sacrale e simbolico con inaudita violenza e crudeltà, e il suo martirio è stato nascosto sotto la pietra tombale del “mistero pasquale”: Mentre si da in giro ovunque la patente di martire, il suo martirio non è ricordato!.

 

Dopo la sua morte fu iscritto d’ufficio nella casta, manipolando e clericalizzando la sua esperienza. Non solo hanno cancellato il ricordo delle sue vicende terrene ma hanno anche cancellato con una vera e propria damnatio memoriae gli amici ed i testimoni quarantennali delle sue esperienze umane, culturali e spirituali. E non hanno rispettato la vita, né la donna nella sua dignità. Eppure di questi due temi, a parole, ma solo a parole, e per motivi di marketing la chiesa fa la bandiera ideologica e politica.

 

Se vuoi vedere gente buona che fa cose cattive, guarda alla religione. Questo è oggi il clima delle feste di Pasqua. Il velo che si era squarciato, è stato ricucito. Nemmeno gli animali più feroci…

 

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dEmilio Gandolfo, nella Lettera agli amici Pasqua ’73 scrisse: «Anch'io sono discepolo del Signore come voi e con voi.  Vengo a voi per intrattenermi con voi, specialmente con quelli che non riesco a vedere in chiesa.  Vengo per fare conoscenza con ciascuno di voi, perché non voglio restare in mezzo a voi come un estraneo, magari considerato come uno stregone che compie riti magici incomprensibili.  Io sono un uomo come voi, e sono qui … con voi per essere qui … é non voglio restare in mezzo a voi come un estraneo, magari considerato come uno stregone che compie riti magici incomprensibili.  Io sono un uomo come voi, e sono qui … con voi per essere qui … per voi; e sono convinto che non potrò essere per voi a servizio vostro nelle cose di Dio, come devo e desidero, se non riuscirò ad essere con voi nella vita di tutti i giorni, partecipe delle vostre pene e delle vostre gioie, delle vostre angosce e delle vostre speranze.»

 

Noi già a fine anni Cinquanta avevamo compiuto le nostre scelte. Sapevamo bene che non c’è niente di vero nelle inquietudini dei teologi delle diverse fedi. E  sapevamo bene che leggendo simbolicamente quanto di antropologico e spirituale aveva prodotto l’ambiente etnico palestinese (terra di passaggio,come detto, con larghe interazioni delle culture e delle attese religiose prodotte nei quattro angoli del mondo) era possibile ricavare preziosi tesori – e senza clero, senza autorità religiose, senza teologie strutturate ed integralismi- nella ricerca del Sacro. Eravamo cioè intenzionati a vivere laicamente la nostra esperienza religiosa. Questo voleva il nostro DNA e la nostra formazione.

 

dEmilio ci sembrò un amico adatto a vivere questa ricerca, e lo invitammo ad esser  partecipe delle … pene e delle … gioie, delle … angosce e delle… speranze. E poi non era certo il sacerdotino grezzo e ignorante, tutto concetto e grecolatinicismo, all’oscuro delle cose e della storia dell’universo mondo, uno stregone che compie riti magici incomprensibili, come ce lo  descrivono. Altrimenti non lo avremmo frequentato. O lo avremmo preso a calci in culo. La ricerca delle radici che conduceva era un’altra cosa. Tra l’altro don Zeno, Silone, Pomilio, l’esperienza della Comunità di San Giminiano dei Toesca erano per lui vere ossessioni: esperienze da vivere concretamente in qualche modo. Si domandò tutta la vita: il Vangelo è un trattatelo devozionale o lo stimolo per un’esperienza alternativa?  Non farne nemmeno cenno è omertà.

 

Antonio Thiery, Pasqua 2009, in ricordo del 9 aprile 1942.