In memoria di Marina 10 agosto 2003

 

ANTROPOLOGIA E NUOVI MEDIA

 Marcel Jousse tra ambiente contadino e nuovi alfabeti: "Bisogna che educhiamo i nostri figli non in funzione di ieri, ma di domani".

Nota di discussione e di riflessione propedeutica alla costruzione di un lungo articolo su "Primo Millennio tra intellettualismo inaridente e comprensione globale". (Antonio Thiery, 10 agosto 2003; II-IX/03)

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Forse anche in Italia si apre una piccola nicchia per studiare l'opera di Marcel Jousse, pressoché ignoto da noi, e invece noto in tanti Paesi europei e del mondo e ricordato in Francia da una Fondazione a lui intitolata.

Marcel Jousse (1886-1961) è un grande scienziato, un gesuita, antropologo del gesto (il pensiero è il gesto), interessato soprattutto alle civiltà (come quella palestinese) che non si espressero con il pensiero verbale e con la scrittura (e quindi con la cultura "latinogrecista"), ed insegnò prevalentemente alla Sorbona e all'Ecole des Haute Etudes e all'Ecole d'Antrhopologie di Parigi, ma tenne anche lezioni all'Istituto Biblico di Roma.

 Continua il lavoro della tradizione francese che già agli inizi dell'800 sottolineava la necessità di ricercare "le origini della disuguaglianza e delle ingiustizie sociali…La storia della Francia, quale ce la rendono gli scrittori moderni, non è la vera storia del paese, la storia nazionale, la storia popolare…ci manca la storia dei cittadini, la storia del popolo…Questa storia" si può ricostruire ricorrendo anche "a procedimenti induttivi suggeriti dalle leggende, dalle poesie dell'epoca, dai documenti diplomatici e da quelli figurati".

Da questa tradizione Marx, per sua ammissione, derivò il tema della "lotta di classe"; Manzoni, l'ideale liberale della storia e Munier e Maritain il tema dell'umanesimo integrale di stampo cattolico, che non è però così socialemnet aperto come si vuol far credere. Senza Marcel Jousse sarebbero impensabili anche la semiologia dell'immagine e del cinema di Barthes e di Metz e gli studi dello stesso Eco almeno fino all'intellettualistico "breviario di semiotica generale".

M.Jousse, quando le sue poche opere cominciarono ad essere pubblicate anche in Italia (dal 1979 in poi) fu colpito da anatemi e da censure e soprattutto da un ostentato silenzio. Un primo volume (L'antropologia del gesto) fu accolto con curiosità, un secondo (La manducazione della parola) con indignazione; un terzo volume (Il parlante, la parola, il soffio) fu stampato, ma fu immediatamente ritirato dalla distribuzione e dal commercio e prese, probabilmente, la via del macero. Certo è che le sue opere sono state cancellate dai cataloghi della casa editrice che le aveva pubblicate (le edizioni Paoline) e sono introvabili, persino nell'edizione francese, nelle biblioteche italiane, statali o religiose, anche in quelle specializzate.

Forse per il mio DNA mi trovo in sintonia con Jousse nei miei studi, sia quelli sul Primo Millennio, abitato dalle culture estranee alle esigue élite greco-latine (lo 0,1% della popolazione), sia quelli sui nuovi linguaggi comunicativi d' oggi e di domani, estranei al "bene supremo" del concetto (posseduto dal 2 - 3 % della popolazione), non a caso enfatizzato dall'ex ministro Berlinguer.

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""Conosci te stesso" ha detto un tale, e il suo ambiente sociale gli ha fatto bere la cicuta. "La verità vi farà liberi" ha detto un altro, il più grande fra i grandi, e il suo ambiente etnico lo ha fatto inchiodare su una croce da schiavo romano" (M.Jousse, La manducazione della parola, p.177)

 

 

"Si parla di una crisi degli studi umanistici. Bisognerebbe parlare di una crisi dell'umano"(1, così nota Marcel Jousse, gesuita (1886-1961) (2, che nella sua lunga attività di ricerca e di insegnamento sull'antropologia del gesto, già nel 1942 aveva ricordato: " Si commette un grave errore a voler ridurre tutto al solo grecolatinismo, che rappresenta una cultura, un aspetto del pensiero umano senza dubbio assai ricco... ma anche altri popoli hanno pensato…" (3.

Questa tesi della pluralità delle culture e delle civiltà, ancora del tutto estranea ai nostri manuali scolastici ed accademici, tornò a svilupparsi a partire dalla metà dell'Ottocento, forse anche per merito di quegli studiosi che, al seguito degli eserciti coloniali, andavano a studiare il mondo "nuovo". Non è certo un caso che proprio in Francia già nella prima metà dell'Ottocento nacque il modo nuovo di fare la storia, leggendo gli avvenimenti non sui libri, ma sulla vita della gente comune. Si ricorre "a procedimenti induttivi suggeriti dalle leggende, dalle poesie dell'epoca, dai documenti diplomatici e da quelli figurati"(4. Cercando "le origini della disuguaglianza e delle ingiustizie sociali". Dai pochi scritti (i suoi lavori furono giudicati eccentrici e deliranti) e dai resoconti stenografici delle lezioni universitarie di Jousse redatti dai suoi alunni, la crisi dell'umano, emerge in tutta la sua realtà ed emerge strettamente connessa alla pretesa di egemonia della nostra civiltà occidentale: ""Conosci te stesso" ha detto un tale, e il suo ambiente sociale gli ha fatto bere la cicuta. "La verità vi farà liberi" ha detto un altro, il più grande fra i grandi, e il suo ambiente etnico lo ha fatto inchiodare su una croce da schiavo romano" (5.

Con questa convinzione, Marcel Jousse mira a ricostruire l'ambiente contadino aramaico, in cui si è inserito il messaggio di Yeshûa di Nazareth.  

Conobbi la metodologia e le ricerche di Marcel Jousse non appena uscì in Italiano, presso le edizioni Paoline, nel 1979, "l'antropologia del gesto", sollecitato, può sembrare strano, da don Emilio Gandolfo (7, un grande conoscitore della Bibbia e dei padri della chiesa, di cultura e impostazione esclusivamente latinogrecista, ma convinto da alcuni suoi grandi amici come, tra gli altri, Emmanuele Testa (8, Bellarmino Bagatti (9 e Pietro Rossano (10 dell'esistenza di una pluralità di culture, di esperienze, di "sensibilità", come lui le chiamava. Emilio, certo anche per la straordinaria consapevolezza di questa pluralità, e per lo studio di culture e di testi che si voleva affidati all'oblio (vedi Gregorio Magno), ottantenne, è stato ucciso, con inaudita ferocia, nella sua canonica di Vernazza, il 2 dicembre 1999.

Jousse, evidentemente infastidito dai tanti studi teologici in atto nell'ultimo secolo e tutti centrati sulla "psicologia dell'uomo bianco, adulto e civilizzato" (11, nota: "Finora l'attenzione non si è orientata nel senso conveniente. Abbiamo fatto del teologico, mentre bisognava cominciare dall'antropologico. Abbiamo lasciato crescere l'incredulità, mentre bisognava stimolare la curiosità". In sintesi: l'antropologico viene prima del teologico (12.

Jousse, coglie la complessità del mondo, le "differenze" di culture, di civiltà e di religione che definisce un altro "aspetto del pensiero umano", fino allora (ma anche oggi) ignorato, ed è convinto che una cultura libresca, come quella grecolatinicista, centrata sul teorema che non c'è comprensione se non c'è verbalizzazione, porta inevitabilmente alla retorica e ad una "intellettualità inaridente" (13.

Di fronte al problema centrale della conoscenza, nella cultura occidentale ancora importano molto poco i vari "aspetti del pensiero umano". Poco importano miliardi di persone. Conta solo il pensiero delle élite colte e ricche, che sanno usare il pensiero per parole, rafforzato dalla retorica, il sillogismo, il "concetto", che, nella cultura occidentale, è definito , il "bene supremo". E come il "bene supremo" lo esaltato, in un recente programma televisivo sul film Pinocchio, l'ex Ministro della P.I. Luigi Berlinguer. Jousse è convinto che "la scienza occidentale ha paura della vita". Non esiste niente al di fuori della filologia libresca, che "resta una scienza meravigliosa finché si occupa di fatti filologici, ma non va oltre….non s'interessa ai gesti vivi dell'uomo, ma ai residui morti di questi gesti" (14. Non c'è più l'Anthropos. E ne consegue, come detto, che "La psicologia dei nostri manuali, è la psicologia dell'uomo bianco, adulto e civilizzato" (15.

Con dei libri, aggiunge, si può fare tutt'al più un altro libro (16. Lo scritto quando esiste è soltanto un sussidio mnemonico (17. Ma, come ricordava G.Battista Angelo Roncalli, non a caso quando era nunzio in Francia, per chi ama la storia non c'è mai niente di nuovo sotto il sole. E' infatti la tesi era già stata sostenuta in modo autorevole da G. Cesare nel 52 a.C. (18, che, non a caso proprio a proposito dei celti e dei druidi così ben ricordati da Jousse (19, aveva osservato che facendo troppo affidamento sulla parola scritta, viene meno la voglia di conoscere e la memoria.

Studiano l'ambiente etnico palestinese, Jousse, individua una civiltà di stile globale orale in cui il pensiero è innanzi tutto gesto: in principio era il gesto o l'insieme dei gesti "accennati o compiuti: gesti corporei, gesti manuali, gesti oculari, gesti auricolari, gesti laringo-boccali, gesti papillari, gesti pituitari, ecc. Tutta la nostra vita intelligente si gestualizza. Noi vediamo, o meglio "intussuscepzioniamo" non con i nostri occhi, ma con tutto il nostro corpo (20" .

La "crisi dell' umano" è propria insita nella pretesa egemonia di una civiltà di stile scritto e libresca, quella greco-latinicista (come lui la chiama), che pretende ancora oggi di imporsi come l'unica, la certa, la definitiva, pur non avendo saputo ammettere né utilizzare le leggi antropologiche (21.

 

Gesù, sostiene Jousse, non ha formato degli scribi, ma dei talmid, degli apprenditori a memoria, che diverranno gli inviati, gli apostoli, portatori della sua besôretâ-vangelo, il suo annuncio orale (22. "Nel rabbi la parola è soltanto la verbalizzazione del gesto"(23. Da Betlemme: è partito non uno scriba di manoscitti, ma un contadino creatore di gesti vivifivanti (24.

Fondamentale è, dunque, il mimismo, la capacità di prendere coscienza e di mimare -e perciò di conoscere-, di ri-creare la pressione che il Cosmo esercita sull'uomo. Attraverso il mimismo l'anthropos vivente (c'è un solo composto umano, non c'è da una parte il corpo e dall'altra l'anima) acquisisce tutte le sue cognizioni (25. E, per conoscere, non è nella fontana di Narciso che bisogna guardare, ma in se stessi (26.

Jousse forse ancora ignora o forse non ha dimestichezza con i vangeli apocrifi, con quei testi, come il vangelo di Tommaso e di Filippo, che furono trovati in Egitto a Nag Hammadi nel 1945 e che sono stati pubblicati solo a partire dagli anni Sessanta. Ne avrebbe tratto straordinarie conferme alle sue tesi, secondo cui l'antropologico viene prima del teologico (27, con il gesto globale, il ri-gioco, il bilanciamento, il ritmo, il formulismo, soprattutto la manducazione, mediante la ripetizione, della parola che consente con la memorizzazione e l'approfondimento (la manducazione boccale (28 (la com-unione), che tanto ricorda "la ruminatio" di S. Agostino), la ripetizione a eco, il cat-ech-ismo (che provoca l'apprendimento), la memoria, la mnemotecnica. Con i gesti del mimismo non c'è sillogismo. Con i gesti del mimismo c'è l'analogismo (29. Famose le frasi: "il bambino recita e dondola" (30, " fin dall'età di due anni veniamo abituati a trattenere tutta la nostra muscolatura per ottenere la rigidità di un pezzo di legno. Il bravo bambino è il bambino immobile" (31. "L'uomo è un essere a due battenti. Si può cogliere la legge antropologica del 'bilateralismo' nella struttura stessa dell'uomo a livello di un meccanismo e di un organismo viventi. Ovunque ritroviamo il principio del bilanciamento (o dondolamento): negli esseri allo stato spontaneo, nel bambino che gioca, nella madre che culla il suo bimbo, nell'uomo che lavora..." (32.

 

Il gesto globale si collega al problema della conoscenza, ai gesti vivi dell'uomo. "Infatti è nell'uomo che l'uomo deve trovare la propria copia"(33. La conoscenza astratta, intellettuale non esiste: "l'uomo conosce soltanto ciò che riceve dentro di sé e ciò che rigioca…Possiamo conoscere soltanto ciò che abbiamo intussuscepzionato in modo più o meno perfetto. Ogni individuo differisce per l'intussuscepzione (34. Nell'ambiente palestinese la parola conoscere concerne i rapporti coniugali. Questo è il primo momento della conoscenza, dopo di che abbiamo il cencepimento…Viene poi il "parto" (35." Nell'Anthropos non…c'è a un dato momento "prelogismo" e a un dato momento "logica" (36." Jousse ricorda la creazione della donna, nel sonno, dalla costola di Adamo e conclude: "ecco risolto il problema della conoscenza cosicché abbiamo questa formula di una stupefacente semplicità: E sono due in una stessa carne"(37."Il conoscente diviene il conosciuto, lo diviene per la coincidenza a specchio di tutti i suoi gesti del globalismo antropologico"(38.

 

Jousse, da accademico, solleva i temi che sono del tutto rifiutati dalla "cultura" accademica grecolaticinista, scolastica e della comunicazione. Anzi questi temi che sono "anatemizzati" e questo spiega perché Jousse è non solo poco noto, ma del tutto cancellato.

Molti studiosi che pure apprezzano ed ammirano Jousse si fanno fuorviare dal suo attento esame della cultura etnica contadina palestinese e si convincono che "l'antropologia del gesto" sia inscindibilmente connessa con un ambiente contadino, ormai tramontato in molte parti del mondo. E quindi utilizzabile solo per conoscere il passato.

Ma non è così: l'opera di Jousse, così attenta a riconoscere il passato plurale, che contempla la civiltà, le modalità di pensiero dei vari popoli, è ben proiettata verso il futuro: "Bisogna che educhiamo i nostri figli non in funzione di ieri, ma di domani. Occorrerà vegliare su di loro in modo particolare in funzione di questo "gioco' e di questo 'rigioco" a cui li sottopongono il cinema e la televisione. Rendiamoci ben conto che tra i mimodrammi rappresentati dagli attori sullo schermo e i mimodrammi rigiocati dai ragazzi non c'è nessuno stacco: è un gioco e un rigioco continuo" (39.

  

Jousse, malato, nella seconda metà degli anni Cinquanta, quando finisce di ricercare, non può certo prevedere le straordinarie potenzialità dell'informatica, della digitalizzazione, della realtà virtuale, ma sente il "cambiamento" ed è consapevole che le "trasformazioni" saranno più che tecnologiche, antropologiche e porteranno a riscoprire modi, forme, codici conoscitivi, accantonati da secoli ma essenziali per l'Anthropos. E' il caso della percezione sensoriale, uno degli strumenti più antichi, ma anche più potenti per la conoscenza che la moderna psicologia riconosce all'uomo: si conosce con tutto il corpo, con tutti i sensi, in movimento.

"Domani, i ragazzi non avranno più i nostri discorsi e i nostri alfabeti. Avranno i mimodrammi oggettivi della televisione che giocheranno davanti a loro, in loro, senza di loro, malgrado loro. Lo schermo si farà antropologia del mimismo" (40.

"Non stanchiamoci di ripeterlo ai giovani ricercatori: finora non è stato veramente guardato quasi nulla, Il mondo è sempre nuovo per occhi rimasti nuovi. Tanto nel campo dell'arte, quanto in quello della letteratura e della scienza, ci sono da fare miriadi di scoperte straordinaria e inaspettate" (41.

 

Jousse intuisce, profetizza (conoscendo il passato e vivendo il presente), le straordinarie potenzialità dei nuovi mezzi non solo di comunicazione, ma di conoscenza. Parla dei linguaggi "polifonici" come oggi si dovrebbe parlare di multimedialità (la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità multipercettive e cognitive della mente, in ogni singola persona): i vari linguaggi richiedono mezzi diversi, diversi alfabeti, diverse regole; linguaggi e mezzi sono integrati ed interattivi. Usando diversi linguaggi e diversi mezzi le conoscenze e i saperi si modificano a volte profondamente.

Non conosce ancora le "novità" dell'informatica, le capacità unificanti della digitalizzazione, le potenzialità, che chissà dove porteranno, della "realtà virtuale", ma già esalta il "possesso del reale" (42, che tanto ricorda "l'esperienza" di Dewey, (43 che ha un legame profondo con il corso normale delle attività sociali nella vita quotidiana (44. E l'"esperienza" rimanda alle grandi mistiche medievali, come Angela da Foligno (45 e Giuliana de Norwich, (46 che si dicono analfabete, e che "vedono" ed "esperimentano" non per i teologici, ma per le persone semplici, E' persino necessario restaurare la continuità dell'esperienza estetica con i processi vitali normali (47. Sembra di sentire Jousse che a proposito dei "mimodrammi esplicativi che nella ignoranza di questa espressione globale chiamiamo "danze". Non si tratta di arte quale noi la concepiamo: è la vita stessa che si esprime" (48. Anche Dewey aveva detto che "Questo atto del vedere implica la cooperazione degli elementi motori"(49…"per percepire uno spettatore deve creare la propria esperienza"(50. "Lo sperimentare come il respirare è un ritmo di dare e ricevere"(51. "La vera opera d'arte consiste nel ricavare un'esperienza integrale della interazione tra le condizioni e le energie organiche e ambientali" (52.

Va ricordata la stretta rispondenza con la "danza pasquale di Cristo" degli Atti del Santo Apostolo ed Evangelista Giovanni il teologo, della prima metà del III secolo (53. E' con la danza che si conosce: "il Tutto partecipa / alla danza. Amen./ Colui che non danza / ignora ciò che è accaduto" (95, 16-17), ed ancora: "Rispondi ora / alla mia danza, / vedi te stesso / in me che parlo /…Tu che danzi comprendi / ciò che io faccio" (96, 28-31).

Ed ancora, per Jousse: " Non c'è poesia non c'è musica nella bibbia. C'è analogismo, c'è concretismo e mnemo-melodismo. I salmi non sono poemi. Sono preghiere di stile orale. Il giorno in cui i "teologisti" avranno bandito dai loro studi la parola "poesia" allora cominceremo a vederci chiaro" (54. " Nell'Anthropos non…c'è a un dato momento "prelogismo" e a un dato momento "logica"(55. ". Dewey aveva ricordato: "solamente la psicologia, che ha separato cose che in realtà si appartengono l'un l'altra, ritiene che gli scienziati e i filosofi pensino, mentre i poeti e i pittori seguano i loro sentimenti"(56.

Lo stesso Jousse in una lezione alla Sorbona del 14.1.1934 (57, aveva sottolineato la necessità di "unificare": "sono un essere che ha bisogno di unificare". Un tema forte questo in Jousse, che ricerca le scritture "polifoniche" (58 ed il "planetarismo" (59.

 

Nella prima metà del secolo XIX, l'attenzione di alcuni ricercatori era stata attirata dalla necessità di superamento delle due culture, ristabilendo un contatto, una possibilità di dialogo, fra letterati e scienziati, tra l'esaltazione del passato ed un ottimismo, spesso ingenuo, del futuro, se non vogliamo compromettere le sorti dell'intera civiltà occidentale (60.

 

E' nota la tesi, che ha condizionato anche in Italia gran parte del dibattito sull'istruzione, secondo la quale "l'attività scientifica non fa parte in alcun modo dell'attività conoscitiva"(61. Ed è evidente la preoccupazione per un mondo che cambia anche nelle sue dimensioni antropologiche. "Questi uomini…è necessario che ricevano una educazione non solo scientifica, ma anche umana. Essi non potrebbero fare il loro mestiere se non si scrollassero di dosso ogni traccia di paternalismo. Un'infinità di Europei, da San Francesco Saverio a Scweitzer, hanno dedicato la propria vita agli Asiatici ed agli Africani; lo hanno fatto con nobiltà, ma con paternalismo. Ma non sono questi gli Europei cui gli Asiatici e gli africani daranno il benvenuto"(62. Il tema della globalizzazione è ben evidente già agli inizi degli anni Sessanta e Clarles P. Snow nota che lo scontro tra due soggetti, due discipline, due culture, due galassie, dovrebbe produrre occasioni creative, invece ha prodotto fratture profonde (63. "L'educazione non è la soluzione totale" per " colmare la frattura che separa le nostre due culture", "ma senza l'educazione l'Occidente non può neppure cominciare ad affrontarlo" (64.

 

Secondo Clarles P. Snow (sessanta anni fa!) se non si affronta il problema "sarà per noi un fallimento, tanto dal punto di vista pratico, quanto da quello morale. Nella migliore delle ipotesi, l'Occidente diventerà un enclave in un mondo differente"(65. Eppure il processo mentale scientifico porta alla comprensione del mondo naturale ed al controllo di esso (66.

 

Ma si trattava pur sempre di due culture (umanistica e scientifica) nel contesto della cultura colta e dominante. Jousse invece pensava alla "cultura popolare", orale, che contrapponeva alla cultura scritta, accademica ed algebrosata, all'intellettualità inaridente. Leonard Boff sente l'urgenza di "camminare nella direzione della liberazione, verso una società più diffusa ed egualitaria" (67 ed approfondisce il tema della comunicazione-conosceza. "La nostra cultura ha trovato nella scrittura il mezzo privilegiato per conservare e trasmettere l'esperienza accumulata a trasformata in sapere" (68. Contrappone la cultura popolare che è la cultura delle stragrandi maggioranze della gente comune (e aggiungerei, della quasi totalità dei giovani) , e quella colta e dominante delle élite. La prima, rispetto alla seconda è segnata più dal simbolismo che dal concetto, più dalla narrazione che dalla disquisizione, più dalla percezione che dalla verbalizzazione, più dalla sintesi che dall'analisi. Quella della gente comune è una cultura fondamentalmente comunitaria, simbolica, sintetica, festosa, rumorosa, plurilinguistica e, soprattutto, creativa, con i suoi canti, le sue poesie, le sue espressioni corporee, con una forte propensione per le feste, le processioni, il lavoro comunitario e la solidarietà, la mistica del quotidiano, la drammatizzazione dei misteri della fede. La seconda, quelle delle élite, ha strumenti elaborati di conoscenza (e di manipolazione della conoscenza) che solo pochissimi hanno (69. Ancora la contrapposizione netta tra due culture, tra il pensiero per parole della cultura dominante ed il pensiero percettivo della cultura "popolare". Anche Pier Paolo Pasolini, nei suoi "Scritti Corsari" su "Il Corriere della Sera" rivendicava i diritti della cultura popolare ed usava sistematicamente la cruda ed evocativa definizione di "genocidio culturale" per indicare il trattamento a cui le strutture dell'educazione e della comunicazione sottoponevano i portatori di saperi e di modalità di pensiero estranei a quelli dell'oligarchia dominante. Ed ecco che nell'ultimo quarto del secolo XX si fa strada una cultura non solo dialogante, ma unificante, globale che richiama ben da vicino lo sforzo d'indagine di Marcel Jousse e i suoi modelli "polifonici" ed il "planetarismo": è la cultura della Multimedialità, che è come detto la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità multipercettive e cognitive della mente, in ogni singola persona. E' la ricerca di una società più diffusa ed egualitaria.

 

Non a caso la discussione sulla multimedialità è stata ostacolata e stroncata dalle strutture educative e della comunicazione, gestite dalle élite di destra e di sinistra (si tratta, secondo Boff, di coloro che hanno il potere, i mezzi ed il sapere: i colonizzatori, i nobili, i ricchi (70). Eppure la multimedialità, diventata un "diritto negato", aveva interessato ogni angolo d'Italia con decine e decine di convegni, seminari e saggi. Era stata sistematizzata a Firenze nel 1990 (71, ed aveva raggiunto i suoi livelli più elevati nei seminari di Erice del 1993 (72 e del 1996 (73.

 La scuola multimediale, secondo Tullio Sirchia, è la scuola alfamediale che mira alla formazione della mente globale e di un linguaggio universale. "Alfamedialità" dice Sirchia "è un neologismo composto da alfabeto e multimedialità. Indica l'incontro e la fusione della cultura alfabetica (chirografica e tipografica) con la cultura multimediale (televisiva ed informatica)" (74. Certamente quella dei multimedia è una cultura sovradisciplinare (75, e, attraverso la digitalizzazione, "unificante".

 

La scuola nuova, secondo Sirchia, è quella delle tre culture: l'umanistica per imparare ad essere nella complessità del mondo, la scientifica, l'oggettività, per imparare a conoscere, e la multimediale per imparare a comunicare.

 

Non c'è dubbio che il problema centrale, unificante è sempre quello della "conoscenza". Solo un sistema di modi di pensiero, di linguaggi, di strutture comunicative (la multimedialità, la scuola alfamediale) consente la "conoscenza", democratizza la "conoscenza". Ho dei dubbi sulla definizione di scuola umanistica e scientifica, considerando che la scuola,

 

le sue culture ed i suoi saperi sono stati sempre costruiti per le élite, con la psicologia dell'uomo bianco, adulto, colto e benestante.

 

L'Occidente ha preferito separare anziché unificare. La legge antropologica del "bilateralismo", del bilanciamento è diventata il "dualismo": la contrapposizione, anziché la "coniunctio". E così nell'eterna distinzione tra bene e male (il giudizio su ciò che è bene e ciò che è male è di esclusiva competenza della classe egemone occidentale), ecco la contrapposizione non solo tra cultura umanistica e scientifica, ma anche tra cultura scritta ed orale, verbale e percettiva, colta e popolare, tra occidente ed altri popoli.

 

E' questo il vizio oscuro dell'Occidente (76, che sta nella convinzione di incarnare il Bene, dunque d'essere autorizzato, anzi tenuto, a portarlo ovunque per - in una "pretesa prometeica" - distruggere il Male. L'Occidente non tollera "l'altro da sé". Questo "vizio oscuro" di occupare e omologare tutto il pianeta non è recente: in principio fu

 

l'evangelizzazione secondo le categorie filosofiche greche, poi l'eurocentrismo, il colonialismo, l'Illuminismo con le sue fedi "universali", seguì l'internazionalismo proletario e ora eccoci all'attuale modello di sviluppo unico e indiscutibile, come l'ha definito la dottrina Bush.

 

Ma all'interno di questo mondo apparentemente vincente e libero si nasconde l'altro corrosivo vizio dell'Occidente: l'angoscia, la profondissima frustrazione, la perdita di identità che sempre più contamina i suoi cittadini, costretti a un'affannosa corsa verso il futuro e verso il di più per l'"ossessivo e ineludibile" dinamismo proprio del sistema. Siamo al punto che dobbiamo consumare per poter produrre, e non il contrario, come logica vorrebbe. Una logica umana. Ma ormai questo "modello paranoico" non contempla più l'uomo, ma solo il consumatore.

 

L'Occidente, se non vorrà diventare un "enclave", dovrà prima o poi affrontare il tema di una "cultura planetaria" e dovrà prima o poi affrontarlo nelle sue strutture educative, anziché porsi il problema solo su come si trasferiscono "saperi" classificati dalla oligarchica classe egemone e, quindi, si conservano i "poteri"

 

Una straordinaria occasione è data dal confronto fra "alterità" , tra culture diverse che irrompono anche in Italia per sopperire alla mancanza di braccia e di menti per il lavoro. E' l'occasione per promuovere una scuola unificante, "alfamediale", multimediale, che democratizzi i saperi, la comunicazione e la conoscenza.

 

Marcel Jousse oggi citerebbe il Vangelo di Tommaso, un testo "apocrifo" antichissimo dell'inizio del II secolo, che attinge, in forma più arcaica, alle stesse fonti dei Vangeli sinottici, dei quali sembra essere più antico, che testimonia l'ambiente palestinese: il Cristo non vince le forze del mondo servendosi del dolore. La sua arma non è la sofferenza, ma la conoscenza che esce dal tempo e diventa eterna, cosmica. Nel detto 39 Gesù dice: "il fariseo e lo scriba / hanno rubato la chiave della conoscenza / e l'hanno sotterrata. / Così non solamente non sono entrati, ma non / Hanno lasciato entrare quelli che volevano". Io più semplicemente faccio riferimento a N.Chomsky (77 che ricorda come Reinhold Niebuhr, eminente teologo e critico di politica estera, a volte chiamato "il teologo del sistema" - guru di George Kennan e degli intellettuali del gruppo di Kennedy - sosteneva ad esempio che la razionalità è una capacità riservata a un gruppo molto ristretto. Soltanto poche persone ne sono dotate. La maggior parte della gente è guidata unicamente dall'emozione e dall'impulso. Chi possiede la razionalità, il sillogismo, il concetto fa parte della "classe specializzata" e deve creare delle "illusioni necessarie" e delle "semplificazioni eccessive" in grado di fare appello alle emozioni per mantenere più o meno "in rotta" gli "ingenui sempliciotti"del "branco confuso", alle stragrandi maggioranze della popolazione. "Gli interessi comuni" possono essere compresi e gestiti soltanto da una "classe specializzata" di "uomini responsabili", da un'élite, una piccola comunità intellettuale.

 

Questa teoria piuttosto complicata di democrazia progressista, è diventata parte integrante della scienza della politica contemporanea. Chi non dimostra una sufficiente abilità, non potrà mai far parte della "classe specializzata".Abbiamo dunque un tipo di sistema educativo diretto verso le persone responsabili, verso la "classe specializzata". Questa deve essere fortemente indottrinata secondo i valori e gli interessi del potere dominante e il nesso statal-corporativo che esso rappresenta. Il resto del "branco confuso" deve semplicemente essere distratto. Bisogna rivolgere la sua attenzione verso qualcos'altro, tenerlo fuori dai guai, accertarsi che rimanga tutt'al più spettatore dell'azione, dandogli la possibilità di esprimere, di quando in quando, il consenso verso uno dei leader, tra cui si ha la possibilità di scegliere. In altre parole hanno la possibilità di dire: "Vogliamo che tu sia il nostro leader". Questo perché viviamo in un regime di democrazia, e non in uno Stato totalitario, per cui l'espressione del consenso - ciò che è definita elezione - è fondamentale. Ma una volta dato il sostegno con il proprio voto a uno dei membri della "classe specializzata", si presume che tornino al loro posto per continuare ad essere spettatori, senza prendere parte attiva alla gestione delle cose.

 

I temi della globalità, della planetarietà della conoscenza erano stati compresi tanti anni fa da Marcel Jousse, quando sosteneva che "attraverso il cinema potremo re-introdurre nella nostra pedagogia esangue il gesto, portatore di una 'realtà interazionale"(78. " Ed aggiunge che "Nel secolo del cinema e della televisione, siamo fermi ancora alle povere grafie morte di cento, duecento anni fa. La nostra pedagogia pare orientata a creare professori di filologia e di grammatica piuttosto che uomini osservatori e, rigiocatori della realtà. Volendo dare ai ragazzi una scienza enciclopedica, abbiamo dato loro soprattutto un'ignoranza enciclopedica, poiché non abbiamo ancora nemmeno sfiorato davanti ad essi la lettera A di quell'alfabeto infinito che sono le interazioni dell'universo"(79.

 

Studiano l'ambiente etnico palestinese, Marcel Jousse non fa un'operazione archeologica, ma evidenzia i limiti temporali e geografici della tradizione grecolatinicista, che non può guardare alla vita quotidiana dell'Anthropos in ogni tempo e paese. E' convinto che con la crisi dell'umano "no, non siamo alla fine del mondo. Siamo all'aurora di un mondo, il mondo dei terrosi"(80.

"La civiltà cosale e mimodrammatica di domani, risvegliata e amplificata dall'uso universale ed educativo della televisione, avrà tutto da guadagnare a mantenersi nella linea della civiltà cosale e mimodrammatica dei contadini palestinesi, l'estremo approfondimento scientifico e tecnico vivificandosi nella semplicità terrestre del principio" (81.

 

Jousse ha capito che gli stili di vita ed i linguaggi dei giovani sono destinati a trasformarsi, recuperando il gesto globale e guarda alla "giovane generazione, formata alla civiltà audiovisiva e ai metodi sperimentali" che "avrà altre esigenze e si accosterà agli ambienti di tradizione globale-orale più facilmente di un erudito libresco che ha maneggiato soltanto libri e schede di biblioteche..."(82. "Oggi i giovani non cercano frasi, non cercano sistemi, ma uomini che li dirigano verso fatti, e fatti che diano loro il possesso del reale". (83

 

Ed i linguaggi dei giovani, nell'epoca dei terremoti cognitivi, come pensava Jousse, sono cambiati proprio in quella direzione. La comunicazione dei giovani è sempre più fatta di sintesi, discontinuità, evocazione di esperienze (sociali, archetipiche, individuali, ambientali) legate alle cose della vita quotidiana, plurilinguismo (inteso come uso di molti linguaggi), psicologismo del simbolo (forme, ambienti ed esperienze simboliche), processi, percorsi psichici, ri-costruzione mentale, disvelamento. La mente è concepita come scrittrice e lettrice attiva di simboli. (84

 

Si direbbe che Jousse guardi ai segni del cambiamento che definiscono e determinano molti dei comportamenti giovanili, per ripensare globalmente (e non solo nei contenuti) un sistema formativo, che vive nel suo dorato e drammatico isolamento culturale, sociale e, quindi, politico.

I segni del cambiamento sono molto chiari nel loro complesso e al tempo stesso difficili da interpretare e, soprattutto, da digerire per una cultura libresca: è cambiata la domanda d'istruzione e di cultura; i saperi si apprendono e si determinano spesso fuori della scuola; molti saperi, addirittura, non si insegnano, ma si apprendono direttamente.

 

Conseguentemente si accrescono e si espandono linguaggi audiovisivi, iconico-acustici, percettivi e si sviluppano nuove agenzie, nuove strutture formative: la televisione, la musica, lo stare insieme. Nascono, così, le grandi occasioni formative dei giovani: lo spettacolo dal vivo (musicale, calcistico), dove non si è spettatori passivi, ma si è partecipi con tutti i sensi. Lo spettacolo viene ritrasmesso dalla televisione, a volte su maxi schermi, in luoghi di riunione, o a casa dove viene registrato per essere rivisto o riascoltato ancora insieme (magari in un gruppetto di ridotte dimensioni), ma che rievoca, fa rivivere l'avvenimento, magari attraverso l'esibizione di oggetti (bandiere, magliette, manifesti, spille, riviste, cappelli) acquisiti in occasione del concerto o della partita.

 

Questa, piaccia o no, è la cultura, l'accesso alla conoscenza della maggior parte dei giovani ed era la cultura dei nostri nonni, dei nostri genitori e che è stata accantonata o combattuta dalla scuola dei saperi classificati, masticati e digeriti. Marcel Jousse, aveva previsto, mezzo secolo fa, senza avere la palla di vetro, ma avviando gli studi sull'antropologia gestuale e sul segno, che i nostri ragazzi non avrebbero avuto più i nostri discorsi e i nostri alfabeti, e che sarebbe toccato agli educatori prendere coscienza degli strumenti che sarebbero stati costretti a maneggiare, per bene e per il male..

 

Sédar Senghor il grande poeta e uomo di Stato africano, "gustato" da Jousse, aveva notato che "la parola stessa è immagine analogica, senza neppure l'aiuto della metafora. Ogni cosa è segno e senso nello stesso tempo: ogni essere, ogni oggetto, ma anche la materia, la forma il colore, l'odore e il gesto e il ritmo e il timbro". La conoscenza si acquista vagabondando "attraverso intere foreste d'i simboli". Continua Senghor: "Spesso mio padre mi picchiava la sera, a causa del mio continuo vagabondare; e finì, per punirmi e addomesticarmi, col mandarmi alla Scuola dei Bianchi", cioè alla scuola che insegna a leggere e scrivere, ma anche a dimenticare tutti gli altri linguaggi, a sostituire con il ragionamento concettuale, così caro a Berlinguer, la conoscenza analogico-simbolico-percettiva.

 ________________________note

1 (M Jousse, La manducazione della parola, Roma 1980, La manducation de la parole, Gallimard, Parigi 1975, p. 172).

2 Marcel Jousse (1886-1961), nota biografica, da Gabrielle Baron, Marcel Jousse, Introduction à sa vie et son oeuvre, Casterman, Tournay 1965), 1886: Nasce a Beaumont-sur-Sarthe il 28 luglio in un ambiente di contadini di stile orale. Madre ritmatrice e recitante di tradizione orale. 1891-1897: Primi studi educazione bilingue: in casa: dialetto dell’Haut-Maine; a scuola: la <<lingua>> francese; Certificato di scuola elementare. Diploma d’agricoltura. 1898-1901: Iniziazione alle <<quattro lingue>> (ebraico-aramaico, greco-latino) secondo il metodo del linguista Manoury sotto la direzione di un precettore benevolo. 1901-1906: Studi superiori al collegio dell’Immacolata-Concezione di Séez (Orne). Diploma di maturità in latino-greco e filosofia. 1906-1907: Grande seminario di Séez (Orne). Studi semitici. Teologia.1907-1909: Studi di matematica e d’artiglieria sotto la direzione di ufficiali di artiglieria e politecnici.. Incorporato al° di artiglieria. Promosso sottotenente di riserva il 29 marzo 1909 e tenente di riserva il 27 marzo 1913. 1909-1912:seminario. Preparazione al sacerdozio. Ordinazione. Sua prima messa a Natale 1912. 1912-1913: Noviziato dei Gesuiti a Cantorbéry. Insegna Sacra Scrittura e inglese ai compagni di noviziato. 1914-1918: Mobilitato come tenente’artiglieria al 50° d’artiglieria di Rennes. Guerra al fronte: Charleroi, Arras, la Marne, Les Eparges, Bois de la Grurie,, Fleuty, le Fontaine-aux-Charmes...Insignito della Legione d’onore e della Croce di guerra sul campo didi Verdun (settembre 1916). 1918-1919: Capitano istruttore degli alti ufficiali d’artiglieria americani negliUniti. Professore di francese diplomatico alla <<School of Foreign Service>> dell’università di Georgetown a. Ricerche antropologiche ed etniche negli ambienti amerindi. Messo in congedo illimitato il 17 maggio. Riformato per infermità di guerra il 28 febbraio 1937. 1919-1920: Noviziato dei Gesuiti a Beaumont-sur-Oise.-1922: Facoltà di filosofia di Jersey. Prende i voti il 3 dicembre 1920. 1922-1929:        Parigi: studi specialistici.Ricerche di fonetica sperimentale et di ritmica al laboratorio del Collège de France con l’abate Rousselot. -Studi di psicologia patologica al Collège de France e al Sant’Anna con i Dottori Pierre Janet e Dumas. -Studi d’etnologia all’École des Hautes-Études (sezione di scienze religiose) con il professor Marcel Mauss. -Ricerche etniche sul Medio-Oriente. 1925: Uscita del saggio di psicologia linguistica su Le Style oral rythmique et mnémotechnique chez les Verbo-moteurs. 1927: Serie di conferenze all’Istituto biblico pontificio di Roma. Le leggi antropologiche dello stile orale vivente e l’ambiente etnico palestinese. Lo Stile orale aramaico nell’insegnamento di Gesù e dei suoi apostoli. Lo Stile orale aramaico davanti al problema sinottico e giovanneo. 1928-1929: Dimostrazione delle leggi dello Stile orale evangelico con gli studenti del laboratorio di Stile manuale e orale. -al Théâtre des Champs-Élysées. -al grande anfiteatro della Sorbona, durante il I Congresso di psicologia applicata presieduto dal Dr.Pierre Janet. -nella sala della Società di Geografia (1933-1935). -alla Facoltà di teologia protestante (1935). -al Laboratorio di ritmo-pedagogia e alla Sorbona nell’ambito dei corsi. 1929-1930: Terzo anno a Paray-le-Monial sotto la direzione du R:P:Bulot. 1930: Pubblicazione dell’opera su Les Recitatifs rythmique parallèles des Rabbis d’Israël. Genre de la Maxime. -Serie di conferenze all’Università di Lovanio sull’Antropologia del Linguaggio. 1930: Morte della madre. 1932-1957: Corsi liberi tenuti all’anfiteatro Turgot della Sorbona. 1933-1950: Professore titolare all’École d’Anthropologie. Cattedra di Antropologia linguistica. 1933-1945: Incaricato di Antropologia etnica all’École des Hautes-Études (sezione di scienze religiose). 1933-1940: Conferenze al Laboratorio di Ritmo.pedagogia per educatori ed educatrici. 1934-1937: Professore d’Antropologia del Linguaggio alla facoltà di filosofia di Jersey. Pubblicazione di una serie di saggi sull’espressione umana a partire dalla legge antropologica del mimismo per entrare nell’etnia palestinese. 1948: Prime gravi avvisaglie: congestione cerebrale. 1950: Pubblicazione di La Manducation de la Leçon dans le Milieu ethnique palestinien. 1955: Morte della collaboratrice Gabrielle Desgrées du Loû. Ultimi lavori. 1957: Ultimi corsi all’anfiteatro Turgot. Doppio intervento. Temporanea incredibile ripresa. Lenta agonia. 1961: <<Tutto è consumato>> per la festa dell’Assunzione.

3 (M. Jousse, Ecole d'Anthropologie, lezioni del 30.11.1942 e del 19.5. 1947. E' questa tendenza - e quest'eccesso - che Jousse chiama grecolatinicismo).

4 Augustin Thierry, Récits des Temps Mérovingies, Storia dei Merovingi, Parma, 1994, Ugo Guanda, p.18. Nel 1820 già scrive: "La storia della Francia, quale ce la rendono gli scrittori moderni, non è la vera storia del paese, la storia nazionale, la storia popolare…ci manca la storia dei cittadini, la storia del popolo…Questa storia ci darebbe degli esempi…che vanamente cerchiamo in un piccolo gruppo di personaggi privilegiati i quali occupano da soli tutta la scena della storia…Le nostre anime si appassionano al destino delle masse di uomini che hanno vissuto e sentito come noi…Il progresso delle masse popolari verso la libertà e il benessere ci sembrerebbe più importate della marcia di conquistatori, e le loro miserie più commoventi di quelle dei re spodestati". Ibidem,p.4-5

5 Ibidem. p.5

6 La manducazione…cit,p.177

7 Emilio Gandolfo, nato a Sestri Levante (Genova) nel 1919, è stato ferocemente ucciso a Vernazza (La Spezia) il 2 dicembre 1999. La sua bibliografia è sterminata. Ricorderò solo alcuni straordinari studi su Gregorio Magno (si fece promotore tra l'altro della pubblicazione della sua "opera omnia" e della traduzione, la prima in italiano, che realizzò personalmente in gran parte) di cui proprio nel 1979 usci la traduzione ed il commentato alle Omelie in Ezechiele (Gregorio Magno, Omelie Su Ezechiele, Traduzione introduzione e note a cura di Emilio Gandolfo, Città nuova editrice, Roma 1979): Saggio storico, con un lucidissimo impianto critico, com'è raro vedere, su uno dei momenti più interessanti della stona dell'uomo. E' evidente in chi lo conosceva bene il suo stile conoscitivo percettivo-analogico, violentato, per la vergogna, da un costante riferimento alla cultura greca del concettualismo. Violentato per la vergogna, perché la scuola e la società hanno sempre portato a vergognarsi di se stessi i tanti, le stragrandi maggioranze, che dispongono di questa modalità di pensiero. A lui interessava sempre più "l'omelia, cioè un commento tutto orientato verso la vita, non verso la conoscenza astratta, derivato da una lettura meditata della parola di Dio, dalla lectio divina, secondò la tradizione monastica di Gregorio: Gettare le radici nella storia", 'il compito del profeta è quello di mettere a contatto la parola di Dio con la situazione storica contingente e con il cuore dell'uomo in cui la storia realizza la sua massima densità* ' Gregorio, e con lui Emilio, non fa affidamento su una visione dualistica. Per la bio-bliografia vedi: (http://web.tiscali.it/donemilio).

8 E. TESTA, ll Simbolismo dei giudeo-cristiani, Jerusatem, Istituto Biblico, 1962, idem, La tradizione giudeo-cristiana a Nazaret, Jerusalem , Istituto Biblico, 1966; idem, Maria Terra Vergine, Jerusalem , lstituto Biblico, 1985.

9 Bellarmino Bagatti, "La chiesa primitiva apocrifa",Edizioni Paoline 1981.; B. BAGATTI, La cbiesa primitiva..., cit., p. 13. Cfr. anche: ID., Alle origini della cbiesa. I. Le comunità giudeocristiane; II. Le comunità gentilo-cristiane, Città del Vaticano, 1981-82; ID., L'Eglise de la Circoncision, Gerusalemme, 1965.

10 P.Rossano, vescovo ausiliare di Roma, nel libretto "Vangelo e cultura", 1985, Edizioni Paoline.: "Ogni essere umano", attraverso l'esperienza della quotidianità, in cui è "centrale" il lavoro, produce cultura, vive di cultura e tende alla cultura, la domanda di "cultura" scaturisce dall'intimo dell'uomo.

11 L'antropologia, p.70.

12 La manducazione, p.41.

13 Ibidem.,p.46. Il tema è riproposto con forza da Maria Zambrano, Chiari del bosco, claros del bosque, Feltrinelli, Milano 1991 (1977), che ridimensiona il ruolo della logica discorsiva dei "professionisti del ragionamento" "mente discorsiva, la grande ordinatrice che tutto occulta" (ivi,p.73). Marcel Jousse tra ambiente contadino e nuovi alfabeti.

14 Marcel Jousse, L'Antropologia del gesto, Ed.Paoline, Roma 1979, L'anthropologie du geste, Gallimard, Parig 1974, p.34.)

15 Ibidem, p.70)

16 La manducazione…cit.,p.69).

17 Ibidem, 70

18 De bello gallico, VI, 14,4: praesidio litterarum diligentiam in perdiscendo ac memoriam remittant.

19 L'antropologia…cit., p. 346-7, Jousse cita la prefazione (p.VIII-X) di Camilla Jullian al libro di Dottin Langue gauloise: giudicare le cose di un tempo da ciò che ci resta di esse vuol dire essere un cattivo studioso e uno storico di nessun valore….la lingua celtica se non ha lasciato nulla non è perché non ha prodotto nulla. … Vi assicuro che c'erano presso di loro opere equivalenti all'Iliade, o alla Genesi, alle Atellane o alle odi di Pindaro …Tutto questo è scomparso per sempre. Nessuno storico del futuro ne conoscerà mai nulla. Uno dei più nobili capitoli dello spirito umano ci sarà eternamente nascosto. Non perdono a Roma e a Cesare di essere stati la causa di questo assassinio intellettuale, che veniva dopo altri assassini!…Nulla fa sentire l'incredibile piccolezza morale del grande Impero romano meglio del disprezzo dei pensieri e delle lettere che non provenivano da Roma stessa o dalla Grecia. Liberiamoci una volta per sempre della nostra ammirazione convenzionale per le forme imperiali del passato, sontuosi edifici i quali sono soltanto facciate che coprono soprattutto cadaveri di uomini e sofferenze di patrie.

20 Ibidem, p.127

21 Ibidem, p. 20-21

22 La manducazione…cit.,p. 30

23 Ibidem,,p. 70

24Ibidem,p. 172

25 Ibidem,,p. 93

26 Ibidem, p. 62

27 Ibidem,p.44

28 Ibidem, p75

29 Ibidem, 114.

30 L'antropologia…cit.,p.226

31 Ibidem, p.72

32 Ibidem, p.201

33 La manducazione…cit., p. 98

34 L'antropologia…cit.p. 53

35 Ibidem, p.95. Nell'enciclica "pacem in terris del 1963, Giovanni XXIII, mettendo da parte le belle parole di "dialogo" e di "confronto" sostiene che la convivenza tra culture, popoli, classi sociali va realizzata attraverso una "coniunctio bene composita". Cfr. capitolo 18, ed anche 12,17,19,23,47,55,58,62,67.

36 Ibidem, p. 214

37 Ibidem,p.98

38 Ibidem, p.146

39 La manducazione…cit.p.71

40 L'antropologia…cit.p.70

41 Ibidem, p.73

42 La manducazione…cit.p.93

43 J.Dewy, L'arte come esperienza, Art as Experience, New York 1934, La Nuova Italia Firenze 1951.

44 Ibidem, p.12

45 Angela da Foligno, Il libro dell'esperienza, a cura di Giovanni Pozzi, Adelphi, Milano 1992. Vedi anche il bel libro di Carolly Erickson, La visione del Medioevo, saggi su storia e percezione, Liguori Editore, Napoli 1982 (1976).

46 Vedi il recente: Juliana de Norwich, Libro de visiones y revelaciones, edicición y traducción de María Tabuyo, Editoriale Trotta, Madrid 2002.

47 Ibidem p.16

48 L'antropologia….cit.,p.:83

49 Dewey, p.65

50 Idibem, p.67

51 Ibidem, p.69

52 Ibidem, p.78

53 Luigi Moraldi (a cura di), Apocrifi del Nuovo Testamento, UTET, Torino 1975, pp.1131 sgg., vedi in particolare le pp.1180-1181.

54 Ibidem, p. 238

55 Ibidem, p. 214: La distinzione tra prelogico e logico è utt'oggi uno dei temi centrali della psicologia e della pedagogia che vede, invece, nel concetto l'unica via per giungere ai "saperi".

56 Dewey, p.88

57 L'antropologia…cit., p.13)

58 Le Style oral rythmique et mnémotecnique chez les verbo-moteurs,

59 L'antropologia…cit. p.20-21

60 Charles P. Snow le due culture, Feltrinelli, Milano 1964, con prefazione di L.Geymonat, (The two cultures, Cambridge University Press, 1959,1963.

61 Ibidem, p.XI, dalla prefazione di L.Geymonat.

62 Ibidem p.X

63 Ibidem, p.17.

64 Ibidem, p.49

65 Ibidem, p.49

66 Ibidem, p.67

67 L. Boff, La teologia, la Chiesa, i poveri, Einaudi, Torino 1992 (1987), p.48.

68 Ibidem, p.198.

69 Ibidem, p 34 e 51; cfr.anche C.Tullic) Altan, Soggetto, simbolo, e valore, Feltrinelli, Milano 1992.

70 La teologia…cit, p.39.

71 Alfabeti del sapere, atti del Convegno di studi promosso ed organizzato dall'Assessorato all'Istruzione della Provincia di Firenze e impostato da Raffaele Simone ed Antonio Thiery, a cura di Raffaele Simone, La Nuova Italia, Fiorernze 1993; cfr. pp.75-94: A.Thiery, L'immagine trasmessa.

72 L'alfabeto e i media. Verso la scuola multimediale, a cura di Tullio Sirchia. Editrice scolastica italiana, Trapani-Erice, 1993; cfr. pp.49-63 A.Thiery, Pensiero verbale e pensiero percettivo.

73 Le 3 culture, umanistica, scientifica, multimediale, a cura di Tullio Sirchia, Editrice scolastica italiana, Trapani-Erice 1996.

74 Ibidem, p.21.

75 Ibidem, p.28.

76 Massimo Fini, Il vizio oscuro dell'Occidente. Manifesto dell'Antimodernità. Marsilio, pp.80.

77 N. Chomsky, Il potere dei media. L'autore ricorda la straordinaria campagna per indebolire la democrazia italiana a partire dal 1947.

78 L'antropologia…cit.,70.

79 Ivi,p.70

80 La manducazione…cit.,p.154

81 Ibidem,p.87

82 (ultimi dettati, 1957)

83. (H.E., 25.2.1942)

84 Antonio Thiery, terremoto cognitivo e mutazione antropologica. I linguaggi dei giovani, nell'epoca della multiculturalità: tutto è comunicazione, in Proiezioni, bimestrale della CGIL Scuola, maggio giugno 1998)

        

 

TEMI DI RICERCA:

Le due culture. Le esperienze comunicative e conoscitive delle società del verbalismo (colta occidentale) e dell'analogia e della percezione sensoriale (società popolari dello stesso occidente e società delle "altre" etnie), si contrappongono e si scontano.

 




 


 


 


 












 





























 

 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 



 

 


 


 


 



 

 




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