Nell’africano Agostino e non nel concettuale Benedetto i cardini della cultura europea. Il Commento al Vangelo di Giovanni  di Agostino.

Presso l’editore: Bompiani  è uscito il nuovo Commento al Vangelo di Giovanni  di: Agostino (sant'), a cura di: G. Reale. Forse pochi ricordano che esiste in commercio un’altra versione del  Commento al Vangelo di Giovanni  di: Agostino (sant'),del 1966 presso l’editore Città Nuova a cura di Emilio Gandolfo.

Commento al Vangelo di Giovanni

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Il Commento al Vangelo di Giovanni è una delle opere più ispirate e più valide di Agostino. È costituita da centoventiquattro discorsi, nati nel corso di vari anni (non meno di tre lustri). I primi cinquantaquattro sono prediche fatte ai fedeli e messe per iscritto dai tachigrafi; gli altri settanta sono stati dettati e letti da altri. Vengono presentati la struttura logica, i fondamenti metodologici, filosofici e teologici dell'opera e in più punti viene fatto vedere in cosa consista la rivoluzione agostiniana rispetto al pensiero filosofico antico-pagano, e per quali ragioni, come ha sostenuto M. Zambrano (allieva di Ortega y Gasset), Agostino sia da considerare davvero per molti aspetti il padre spirituale dell'Europa. (Il testo latino dell'edizione Mauriana viene proposto in un volume separato).

 

Mentre il papa si affanna a presentare l'immagine di un Medioevo monastico interamente benedettino (che è un luogo comune, tanto inveterato quanto storicamente falso) e a propagandare il  mito di san Benedetto, patrono del suo pontificato , fondatore e padre del monachesimo occidentale, della civiltà religiosa medievale, e dell'Europa tout court, ormai in molti sono convinti che le radici che si definiscono cristiane,  sono in realtà molteplici, molto composite e si sono sviluppate nei millenni.

Ecco riemergere la figura di Agostino, africano, nelle cui vene, come ha ricordato Emilio Gandolfo con forza, fino alla morte violenta, scorreva sangue berbero.

Il cattolicissimo Giovanni REALE nota che «Maria Zambrano (filoso­fa spagnola, discepo­la di Ortega y Gasset,) ha sostenuto nel suo libro Agonia dell’Europa (tradotto anche in italia­no ed edito da Marsillo 1999, ed. originale 1945) una tesi che ha avuto poca diffusione, ma che - a mio avviso - si impone, in quanto ha un fondo di verità incontrovertibile: Ago­stino è stato il padre dell’Europa, e il protagonista della vita europea».  

María Zambrano (1904-1991), originaria di Malaga, prestigioso esponente del pensiero laico, allieva come detto di Ortega y Gasset (che fa incontrare il liberalismo e il socialismo), insegnerà all’Università di Madrid fino allo scoppio della guerra civile. Dal 1939, la sua condizione di esiliata la condurrà in Messico, Portorico, Cuba, Parigi. Particolarmente significativi saranno gli anni di permanenza a Roma (1953-1964), dove Zambrano entra a far parte di quella comunità di intellettuali che anima la vita culturale della capitale, ospite di  Elena Croce. La partecipazione diretta ai drammatici eventi storici della sua epoca, la rese interprete sensibile dei sintomi della crisi che l’Europa stava attraversando: ma l’insufficienza del razionalismo, la vanità delle utopie, l’involuzione della storia europea non sono semplicemente rilevati e analizzati. Zambrano ne tenta un’ermeneutica in vista di una ricostruzione: per questo si chiede chi sia veramente l’uomo e cosa realmente muova la sua storia.

 

Reale continua: «Leggia­mo le sue parole: “Per quanto strano sembri, è possibile fissare quasi all’anno la data di nascita della cultura europea, la venuta alla luce del suo protagonista. di quell’uomo che con l’espressione del­le sue ansie determi­nerà inesorabilmen­te il corso successi­vo [...]. Questo gran­de uomo è sant’ Ago­stino”.»

La Zambrano conosce acutamente la composita storia della Spagna, del tutto estranea fino al X secolo alla cultura del monachesimo benedettino, e fortemente condizionata, nel medioevo, dai suoi rapporti con la multietnica e multiculturale Africa, il Vicino Oriente, il mondo berbero ed islamico ed il monachesimo agostiniano.

«La Zambrano ri­tiene che i cardini della cultura euro­pea siano fissati nel­le due opere mag­giori di Agostino: 1) le Confessioni e  2) la Città di Dio… La studiosa precisa: “La vita di Agosti­no, resa trasparente dalle Confessioni, ci offre, nella sua concrezione persona­le, il transito dal mondo antico a quello moderno… La storia stessa si confessa in lui. Infatti, ciò che cambia non è tanto l’anima di sant’Agostino, ma l’anima del mondo antico che si trasforma in quello nuovo”.

La filosofia antica ormai non bastava: infatti, la pura ragione  - da sola  - non poteva più aiutare l’uomo, e lo lasciava “in solitudine, senza protezione”. La fi­losofla antica nel suo ultimo tragitto poteva aiutare l’uomo “solo abbracciandosi a essa con l’eroismo di un Plotino”; ossia chiedendo all’uomo di morire co­me uomo, per sopravvivere. In particolare va rilevato che nelle Confessioni l’uomo europeo scopre i “due uomini” che porta dentro di sé: quell’uomo da cui cerca di fuggire e quell’uomo che vorrebbe essere. Alla base di questa dinamica fra i “due uomini” sta l’“uomo nuovo”, os­sia l’uomo che ha scoperto l ' “interiori­tà”, e che proprio nell’interiorità ha tro­vato la verità, e quindi ha riconosciuto se stesso. Nelle celebri parole che Ago­stino rivolge a se medesimo e all’uomo in generale “ritorna in te stesso; all’inter­no dell’uomo abita la verità”, sta  - secondo la Zambrano - la nascita del­l’uomo europeo…

Va però rilevato che, pur restando le forti analogie, nella dottrina di Agostino si manifesta un nuovo spirito. Nelle Confessioni (VII, lì) si dice: “Per quan­to mi riguarda, il mio bene è rimanere unito a Dio, perché se non permangono in Lui, non permarrò nemmeno in me”. Ed è in questa dimensione e in questa valenza che il pensiero agostiniano ha infinito in maniera determinante. Perciò dice bene la Zambrano: “Questo sentire e sapere che l’essere unito a Dio è il modo migliore di permanere in noi stes­si sarà, senza dubbio, l’elemento caratte­ristico della religione europea”. Va però precisato che se non ci si spinge ai fondamenti me­tafisici e teologici ultimativi,

la novità del pensiero cristiano in generale e agostiniano in particolare sull’uomo e sulla “interiorità” non si può a fondo comprendere. Il fondamento spirituale da cui è nata l’Europa - che dal punto di vista assiologico può considerarsi un vertice  - è il concetto “chiave del Cristianesimo, ossia il concetto di “uomo come persona”. Si tratta di un concetto che i Greci, malgra­do la elevatezza del concetto di uo­mo come psvché — che pure si avviava in questa direzione non avevano raggiunto… Il pensiero ebrai­co-cristiano capo­volge tale concezio­ne. In primo luogo, dà nell’antico testa­mento l’uomo vie­ne detto: “Faccia­mo l’uomo a nostra immagine, a no­stra somiglianza”, e si presenta una concezione antropocentrica in netta antitesi con quella cosmocentrica del pensiero dei Greci. Con la venuta di Cristo, poi, ossia con il Figlio di Dio che si fa uomo, con il Logos che si incarna e prende un corpo come quel­lo degli uomini, viene conferita al­l’uomo stesso una sacralità in senso totale, impensabile nell’ambito del pensiero dei Greci. I filosofi e teologi cristiani della Cappadocia hanno formulato e im­posto in modo splendio l’idea di uomo come quel­l’essere che contie­ne in sé, pur nella sua piccolezza, una straordinaria grandezza. Gregorio di Na­zianzo scriveva: “L’uomo fu creato come un secondo mondo, un mondo grande in uno pic­colo”. Gregorio di Nissa affermava che la grandezza dell’uomo, appunto come “immagi­ne di Dio”, non può essere ristretta e collocata in alcun modo nella dimensione del mondo fisico. E contro la concezione dei Greci che vedevano nell’uomo un “microco­smo” scriveva che la grandezza dell’uomo sta: “Non nella somiglian­za con il cosmo, ma nell’essere im­magine del Creatore della nostra na­tura [...l. L’immagine porta in ogni momento il carattere dello bellezza prototipica”. L’uomo non è, dunque, un micro­cosmo, ma è piuttosto un macroco­smo, e precisamente un “macroco­smo contenuto in un microcosmo”.

Bisogna tuttavia riconoscere che proprio Agostino ha fondato e svilup­pato dal punto di vista ermeneutico nella maniera più forte il concetto di persona come rapporto dell‘uomo con Dio, soprattutto nelle Confessio­ni. E precisa ulteriormente: “La vera ragione per cui l’uomo si scan­dalizza del cristianesimo è perché esso è troppo alto, perché la sua misura non è la misura dell’uomo, perché vuol fare dell’uomo qualco­sa di così straordinario che supera ogni mente umana”. Ancora Agostino scrive: “Ralle­griamoci, dunque, e rendiamo gra­zie a Dio: non soltanto siamo diven­tati cristiani, ma siamo diventati Cristo stesso. Capite, fratelli? Vi rendete conto della grazia che Dio ha profuso su di noi? Stupite, gioi­te: siamo diventati Cristo! Se Cri­sto è il capo e noi le membra, l’uomo totale è lui e noi (totus homo, ille et nos)”.

E questo, dunque, il grande mes­saggio che per primo Agostino ha espresso in modo esemplare all’uo­mo europeo, ma che oggi, purtrop­po, sembrerebbe cadere in oblio».

 

María Zambrano (che scriverà poi un mirabile profilo di Benedetto Croce), nel suo saggio “La agonía de Europa”, arriverà a concludere che in sant’Agostino si ricapitola la sapienza antica e nasce la nuova coscienza della «speranza cristiana»: «San Augustín ha sido el padre de Europa, el protagonista de la vida europea. (…) En san Augustín el hombre nuevo ha nacido ya; ya sabe lo que tiene que esperar. Esperanza que prendió en san Augustín, absorbiendo la desesperación y la esperanza antigua. (…) Porque lo prodigioso es que se haya salvado también la esperanza antigua, la esperanza griega, que la cultura griega non había podido salvar»

Così – nell’orizzonte escatologico dell’umanità intera – chiudeva il suo saggio “La agonía de Europa”, María Zambrano: «Es la ciudad de Dios paradigma de toda la cultura europea. Se alza sobre el horizonte de todas las ciudades y se la ve entre nubes como trayendo a la ciudad real hacia sí poniéndola en pie, y a veces en llamas. Está sobre Toledo, sobre Florencia, sobre París»

Senza vocazione “delle beatitudini” (Luca VI, 20-26) cioè annuncio e politica della giustizia universale, non c’è Europa, non c’è cristianesimo.

Ma che c’entra il “cristianesimo” con le sue gerarchie clericali, con le teologie strutturate delle sue chiese e confessioni, con la sua cultura patriarcale e maschilista, con le menzogne, violenze ed esercizio del potere dei suoi preti?

Sembra di leggere lo spagnolo Isidoro di Siviglia («Non se autem glorietur Christianum, qui nomen habet et facta non habet), così estraneo alla cultura benedettina, o di sentire le omelie di Emilio (la novità del messaggio cristiano: o questo non è Vangelo o noi non siamo cristiani) profondamente estranee a inquietudini filosofiche e teologiche e perciò fondamentaliste.

A.Thiery, 13.2.2011