22 marzo

 

Ho ricordato che il 22 marzo del 1071 a San Juan de la Peña, nella chiesa simbolo della cultura mozarabica, il salmodiare e la modulazione della voce secondo l’antico rito ispanico fu sostituito dal canto gregoriano. Fu l’inizio della cancellazione di un popolo, di una civiltà. L’ordo romanus soppiantò violentemente il Gothicum officium.

 

Ma che ne sappiamo del canto mozarabico?. Poco, veramente poco. Sono rimasti due codici che recano delle notazioni musicali, ma si trattava non di note (era un canto non scritto), ma di appunti

che andavano disambiguati dai singoli “cantori”. Ed ogni tentativo di interpretarli è almeno insoddisfacente.

 

Esistono dunque due antifonari: l’uno a San Juan de la Peña, l’altro nella Cattedrale di León. Quest’ultimo, di piccole dimensioni, è  corredato da molte splendide miniature (figure umane ed intrecci) in simbiosi con le note musicali. C’è una ricchezza di notazioni cromatiche senza fine,  con colori caldi,  trasparenti, brillanti e luminosi. E’ un codice scritto per l’abate Ikila a León da Aia, un esperto copista di “note” musicali fatto venire dalla Germania, sua terra d’origine, e miniato probabilmente da un giovanissimo Magio (nato a Cordoba, monaco agostiniano ed emigrato nella regione di León) prima del 917, quando fu donato al monastero leonese di Santiago. E’ quasi certamente copia di un codice del 672. Con Marina vedemmo l’originale di questo codice (potemmo sfogliarlo pagina per pagina) nell’agosto del 1969  ed il 2 giugno 1970 quando nacque Filippo, ne annunciammo la nascita con una delle innumerevoli miniature.

 

E’ inutile ricordare che nel medio evo Cordoba era una città marinara, raggiungibile dal Mediterraneo con il navigabile Guadalquivir e che riassumeva, come bene lo testimoniano le miniature, tutta la cultura mediorientale della mezzaluna fertile e della Persia.

 

Non mancano certo elementi celtici e nordici e, come detto, il copista delle note musicali viene dalla Germania. L’Antifonario Mozarabico è, dunque, la testimonianza di quella interazione tra tante culture che caratterizza il medioevo. Interazione che fa tanta paura all’occidente cristiano che non tollera altro da sé. E allora si inventa i secoli buî.

 

Lo scegliemmo proprio per questa pluralità di culture. A rendere il quadro più “complesso” accompagnammo l’immagine con una citazione della Sura XIII, 12-14 del Corano, che ci sembrava più rispondente all’evento della nascita di una nuova vita: “E certo Noi creammo l’uomo d’argilla finissima, poi ne facemmo una goccia di sperma in ricettacolo sicuro. Poi la goccia di sperma trasformammo in massa molle, e la massa molle trasformammo in ossa, e vestimmo l’ossa di carne e produciamo  una creazione nuova!”.

 

Appena nacque Filippo, dEmilio venne subito in clinica e di fronte alle bozze del bigliettino cercava nella sua memoria un ricordo dell’anatolico Paolo.

 

Il 21 dello stesso mese di giugno ci fu il battesimo, con questo invito: respiramo la solita monnezza / da quando rovinò la Sacra Sposa / er tristo imperatore Costantino…”.

 

Volevamo ricordare che il fermento evangelo non ha niente a che vedere con le chiese cristiane fondate ed organizzate da Costantino.

 

Com’è difficile in questo paese testimoniare una cultura plurale. Se vuoi trovare gente buona che fa cose cattive, guarda alla religione.

 

Il 22 marzo è l’occasione giusta per sottolineare che l’occidente cristiano non tollera altro da sé. Abbiamo sperimentato fino in fondo  la dimensione integrista del cristianesimo ed anche del cattolicesimo più  avanzato: è impossibile in Italia vivere laicamente la dimensione religiosa.

 

Antonio Thiery