I BISOGNI. LE DOMANDE SOCIALI.

I PRIVILEGI DELLE OLIGARCHIE.
L’anomalia del caso italiano

Riflessioni a 30 anni dalla strage di piazza Fontana.

Antonio Thiery

22/06/99 

"L'Italia sta cambiando. E’ un cambiamento sostenibile...?". Il sapere ed il potere si concentra sempre più nelle teste nelle mani di pochi. Il tasso di consumo di educazione, di informazione e di cultura è, in Italia, di gran lunga il più modesto dei Paesi industrializzati. Si leggono i bisogni attraverso l’analisi dei consumi indotti dalla pubblicità.

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I dati dell’ISTAT del marzo 1999 confermano che l'Italia è uno dei Paesi europei meno capaci di crescere e di creare occupazione. Irlanda, Finlandia, Spagna, Portogallo, Olanda, Regno Unito e oggi anche la Grecia stanno dimostrando un dinamismo superiore al nostro. Francia, Germania, Belgio e Austria sono fra i Paesi meno dinamici, ma anch'essi negli ultimi anni hanno fatto meglio dell'Italia.

Nel 1998 l'economia italiana ha praticamente smesso di crescere. I consumi sono in discesa. E' crollato l'export, si è ridotta la domanda interna, gli investimenti hanno fatto flop. I consumi delle famiglie sono aumentati di appena l'1,9% contro il 2,6% del '97.

Sembra di poter leggere una forte analogia con il rapporto del "World Economic Forum, Europe 2050 GLT Initiative", recentemente pubblicato, che presenta un indice che misura, attraverso una serie di parametri reali, la preparazione di un Paese alle sfide del futuro. I dati relativi all’Italia, del tutto previsti e prevedibili, sono sconfortanti: rispetto ai 15 della UE e agli altri tre Paesi più industrializzati (Stati Uniti, Giappone e Canada), l'Italia è ultima assoluta. Con un gap che è una voragine. Se le tendenze generali fanno prevedere per tutta l’Europa risultati deludenti per noi e per i nostri discendenti, però, è chiaro che c'è un caso Italia. Il futuro è inevitabilmente preoccupante soprattutto per gli italiani.

Le preoccupazioni non sono superabili, questa volta, con manovre di bilancio: richiedono cambiamenti radicali. In particolare, va rilevato, il tasso di iscrizione ai diversi livelli di educazione è di gran lunga il più modesto.

Il sapere si concentra sempre più nelle teste e nelle mani di pochi. Crescono le iniziative di solidarietà, ma non incidono mai sulle cause che producono emarginazione e povertà. Si cercano correttivi alla globalizzazione, fingendo di ignorare che la vera sfida sta nella complessità e che la "globalizzazione" è la risposta strategica della società oligarchica detta capitalista.

Il tasso di consumo d'educazione, d'informazione e di cultura è, in Italia, molto più modesto dei Paesi industrializzati. E per di più chi acquisisce un buon titolo di studio, a dimostrazione di quanto l’insegnamento scolastico ed accademico sia lontano dalla realtà, più difficilmente trova lavoro. Che democrazia è mai questa?

Che democrazia è mai questa se non c’è ridistibuzione del sapere?

1) se i servizi educativo-formativi, culturali, di comunicazione e di conoscenza, sono consapevolmente ed ostinatamente costruiti in modo da essere non solo economicamente e socialmente, ma anche cognitivamente, irraggiungibili, incomprensibili, preclusi ed inutili per almeno due terzi (ma sarebbe meglio dire quattro/quinti) della popolazione, e soprattutto dei giovani, al fine di rimarcare il loro ruolo di sudditanza, di non cittadinanza;

2) se i bisogni (ad esempio quelli di conoscenza, di formazione e di sapere), soprattutto quelli del cittadino che non fa parte delle oligarchie del potere (cioè della quasi totalità della popolazione), si studiano attraverso l'analisi dei consumi indotti dalla pubblicità, organizzando di conseguenza "servizi" secondo le logiche di mercato e non secondo le necessità della collettività?

E’ questa la conseguenza più normale e ricercata dal momento che si leggono i bisogni attraverso l’analisi dei consumi indotti dalla pubblicità e si organizzano di conseguenza i servizi per produrre il maggior disagio possibile ai cittadini.

Si accentua la stretta correlazione tra la situazione socio economica e l’accesso ai consumi culturali, agli strumenti ed alle modalità di conoscenza e di comunicazione, ai new media ed ai servizi educativi, culturali e informativi. Tra l’accesso agli strumenti, alle modalità ed ai servizi culturali e la partecipazione alla gestione del potere.

E' sconvolgente il controllo forte dei linguaggi, dei codici, delle modalità di conoscenza, che avviene nelle strutture educative, della cultura e della comunicazione. Tra i tanti linguaggi che servono all'uomo per comunicare e conoscere ne viene "scelto" uno solo (la parola scritta e parlata). Delle tante modalità di pensiero, ne viene esaltata una sola (la verbalizzazione ed il concettualismo). Delle tante reazioni mentali che emergono dalle etnie e dalle culture che hanno fatto l’Europa, emerge solo la matrice greco-latina. Delle tante matrici del cristianesimo delle origini, solo quella ebraica. E lo stesso avviene enfatizzando un solo codice (il trasferimento di conoscenze assodate), un solo strumento (il libro). Il Linguaggio Universale e la Mente Globale sono negati, cancellando le potenzialità e le capacità di Essere, di Comunicare e di Conoscere della maggior parte di noi, che sono condannati al disagio.

Chi studia i fenomeni eco-sociali, mette inoltre in evidenza come sia in atto una violenta offensiva culturale e mediatica, che produce una progressiva amputazione non solo degli spazi di democrazia per i cittadini, ma ripropone, in forme nuove dal passato, una imponente emarginazione dei cittadini dai saperi e dai circuiti informativi e formativi necessari alla costruzione di una consapevolezza sociale sull’esistenza di modelli di società, di democrazia e di sviluppo "diversi" da quello prevalente capitalistico-distruttore delle risorse umane ed ambientali, a vantaggio di piccole oligarchie. E’ sconvolgente l’indottrinamento dei giovani attraverso il controllo forte dei contenuti dell’educazione, della cultura e dell’informazione ed attraverso la somministrazione di "nozioni culturali", soprattutto scientifiche, del tutto lontanee dalla realtà della vita quotidiana.

Viene messo in evidenza, ad esempio, il gigantesco fenomeno di omologazione dei modelli culturali ed educativi all'egemonia degli interessi di mercato rispetto a quelli della collettività. Di questo fenomeno di omologazione, non solo la destra, ma anche la Chiesa (chissà perché per essere cristiani bisogna essere conservatori!), e la sinistra sono parte attiva e determinante. Del resto il fenomeno fu chiaramente denunciato da Francesco Casavola, ex Presidente della Corte Costituzionale, che, da garante dell’editoria e della radiodiffusione, ricordò (Sole-24Ore, 31 ottobre 1996) che un "ceto oligarchico" utilizza i mezzi della comunicazione per un "imbonimento unilaterale" a scapito di milioni di cittadini venduti "con le alchimie dell’audience". Vari studiosi (cfr. ad esempio Luciano Galliani, Massimo Ampola) hanno più volte rilevato che la televisione non vende programmi televisivi, ma spettatori e clienti a distributori di merci. La tv è infatti un mezzo di produzione e gli utenti, i soggetti sociali, sono solo merce. Per garantire un consenso ampio e trasversale che coinvolge anche gli strati medio bassi della popolazione ai miti del globalismo e del modernismo tecnocratico (che sono, vale la pena di ricordarlo, strategie e strumenti a vantaggio di piccole oligarchie) è ridotto il pluralismo culturale ed educativo, trasformando anche le idee ed i luoghi di formazione ed educazione in strumenti idonei a favorire la "produttività" dei valori di mercato e di consumo.

E' sconvolgente la frantumazione e la manipolazione della storia, raccontata solo in chiave occidentale ed eurocentrica, solo dalla parte dei vincitori, senza che ci sia mai traccia della riscoperta del quotidiano, delle gioie, delle ansie, delle attese della gente comune, qualunque sia la sua etnia, la sua cultura e la sua religione.

E' stata sconvolgente e significativa negli ultimi anni la rabbiosa reazione per evitare il diffondersi della multimedialita' (che è la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità percettive e cognitive della mente, in ogni singola persona) e per ridurla ai soli aspetti tecnologici. La multimedialità, la multipercezione, infatti, favorisce (attraverso l’uso di tutti i linguaggi, di tutti i codici, di tutti gli strumenti, di tutte le modalità di pensiero) il rispetto dei diritti della ed alla comunicazione (il diritto dei diritti, a comunicare secondo la propria cultura), e, quindi, alla democrazia.

Sembra un paradosso che nell’epoca di Internet, sia diventato così difficile per i cittadini che non appartengano alle oligarchie economiche, politiche e burocratiche, reperire ed utilizzare strumenti efficaci di controinformazione e di saperi alternativi al modello culturale e politico dominante. Invece, per garantire un consenso ampio e trasversale (che coinvolge anche gli strati medio-bassi della popolazione) ai "miti" del globalismo e del modernismo tecnocratico, è necessario ridurre il pluralismo culturale ed educativo, trasformando anche le idee ed i luoghi di formazione e di educazione in strumenti idonei a favorire la "produttività" dei valori del mercato e del consumo.

Le leggi di mercato vengono sistematicamente proposte, ad esempio, come se fossero naturali, giuste ed immutabili. Le cosiddette "leggi" di mercato, invece, non sono affatto dei dogmi, ma sono delle scelte, degli strumenti, delle strategie di ben precise teorie e prassi economiche. Ed ecco promossa, nel migliore dei casi, una ricerca sulle "regole" con le quali governare i processi di "compatibilità e sostenibilità, del mercato con lo Stato sociale, anche a prezzo di erigere una democrazia autoritaria e/o peronista.

La violenta offensiva culturale e mediatica ripropone, tra l’altro, in forme nuove dal passato, una imponente emarginazione dei cittadini dal lavoro. I "genocidi culturali", con la violenta offensiva culturale e mediatica, servono a sostenere la "scelta" dell’economia liberista, i cui parametri sono evidenti:

- l' accumulo di ricchezze e di poteri (culturali, informatici, militari, finanziari);

- la sofferenza umana con l’ingiustizia sociale che costringe alla povertà larga parte della popolazione del pianeta;

- la sofferenza, la devastazione ecologica della terra stessa con il degrado dei terreni, dell'acqua e dell'aria e la distruzione ambientale del nostro pianeta;

- la cultura individualista e l'atomizzazione degli individui isolati; il vuoto e l'assenza di comunione e di comunicazione (al punto che almeno 2\3, ma forse è meglio dire 4/5 di - italiani sono esclusi da ogni consumo educativo e culturale);

- la convinzione che il compito storico di uno schieramento di progresso e innovatore è essenzialmente quello di compiere finalmente una modernizzazione del capitalismo per il raggiungimento del liberismo;

- la crisi dei due sacri pilastri della nostra civiltà: il lavoro ed il consumo. La disoccupazione anche nelle nostre città ed il debito pubblico che strangola i Paesi del Terzo Mondo sono le conseguenze più evidenti che richiedono interventi decisi nella ricerca di convivialità e di semplicità di vita

LE DOMANDE SOCIALI

Il sociologo francese Alain Touraine, autore del libro "Comment sortir du libéralisme?" (Corriere della Sera, 11/3/1999) ritiene, invece, che la "ineguaglianza e la competizione" sono il nocciolo duro di tutta la politica odierna. A proposito dei "governi socialisti europei" dice: "Di sinistra? Io li chiamerei più o meno tutti di centro-destra, perché accettano di muoversi nell'orizzonte liberale. E' di centrodestra anche quello italiano nonostante sia presieduto da un ex comunista". Siamo passati da una economia amministrata, fondata sulla burocratizzazione, sul corporativismo, sulla cooptazione e sui privilegi di piccole oligarchie, a una economia di mercato, ancora fondata, sulla cooptazione e sui privilegi di piccole oligarchie e sulla ideologia: "la globalizzazione" dice Touraine "è una costruzione ideologica...Non trovo migliore definizione dell'opposizione tra centro destra e centro sinistra: da una parte si dà priorità all'adattamento dello Stato al mercato, dall'altra c'è l'alleanza tra lo Stato e le domande sociali, che resiste al potere dilagante dell'economia mondializzata...Domande sociali che siano portatrici d'avvenire, sostenute da un movimento sociale e non reazioni difensive".

Tre volumi di recente pubblicazione (Ien Ang, Cercasi audience disperatamente, Il Mulino, Bologna, 1998; John B.Thompson, Mezzi di comunicazione e modernità. Una teoria sociale dei media, Il Mulino, Bologna 1998; Giulio Ceppi, Michele Zini (a cura di), Bambini, spazi, relazioni. Metaprogetto di ambiente per l’infanzia, Reggio Children e Domus Academy Research Center, Reggio Emilia 1998) mettono ancora una volta in evidenza come l’audience da sola non arriva a cogliere i bisogni e le attese del pubblico. L’analisi dei mercati televisivi (un formidabile meccanismo di coordinamento di risorse e bisogni sociali ed uno strumento fondamentale di auto-realizzazione di potenzialità umane) non può prescindere dal ricorso a precisi schemi interpretativi delle forze sociali che modellano la natura ed il senso della comunicazione mediatica, nel tempo, nello spazio, nei diversi contesti culturali.

La riproposizione di dati ufficiali ed oggettivi per quanto possibile aggiornati indicano alcuni terreni di indagine possibile di fronte alla domanda ricorrente: "In che tipo di democrazia di mercato crediamo?". E’ opinione di molti che il terreno delle politiche sociali dei media sia un banco di prova ideale per verificare i nostri reali intendimenti. In particolare, lo studio del divario (a volte forte) o della convergenza (a volte evidente) tra i consumi culturali "percepiti" e dichiarati e quelli effettivamente "agiti" e consumati, potrebbe rappresentare un terreno di ricerca straordinario per rilevare i diritti alla comunicazione, i bisogni e le attese e per rilevare se e quanto siano diversi dall’offerta culturale.

Marco Leto (Le Ragioni del Socialismo, 34. IV, febbraio 1999, pag.41) osserva in proposito, ricordando i complessi problemi della attuale programmazione tv: "Questa - dicono - è la televisione che vuole la gente. Così certifica anche l’audience. A proposito della quale sarebbe bene fare chiarezza una volta per tutte. L’audience è una cosa estremamente seria per il dirigente di una industria che deve vendere un prodotto ed usa a questo scopo il potente strumento di persuasione della pubblicità. E’ una cosa un po’ meno seria -per non dire avvilente- per un direttore di rete che deve fare programmi, i quali sollecitino e stimolino l’interesse del pubblico, invece di servirlo ed adularlo nei suoi aspetti meno edificanti.

E’ una vecchia falsa storia quella che sia soltanto la domanda a creare o almeno a condizionare l’offerta e non anche piuttosto il contrario. Ed è proprio l’esistenza stessa della pubblicità che sta lì a dimostrarlo. Nel nostro caso non è il programma televisivo il prodotto -come generalmente si vuol far credere- che viene proposto con l’intento di proporlo al pubblico. Il messaggio forte è quello dello spot pubblicitario. Il programma televisivo è solo il traino di quest’ultimo, e come tale finisce per comportarsi. Il messaggio pubblicitario fa del creare e imporre una domanda la sua ideologia. E non c’è dubbio che il più delle volte ci riesca."

Un altro ambito importante di studio è costituito, nei media, ma anche nelle strutture educative e culturali, dall’ evidente forte discrasia tra il reale e la descrizione del reale. Tra la conoscenza umana che avviene attraverso tante forme, codici, stili, strumenti cognitivi integrati ed interagenti, ed i "luoghi" e gli strumenti di apprendimento, di comunicazione e di informazione che fondano, al contrario, il loro ruolo "esclusivamente" sul ragionamento logico-verbale, attivano la comprensione attraverso la descrizione, la rappresentazione, la deduzione, la classificazione, la catalogazione di leggi-verità-certezze, la normativa concettuale, la continuità, l’analisi, l’astrazione, il sillogismo, il concetto, la scala gerarchica dei linguaggi, il racconto mitico, l’allegoria descrittiva, la magia, la sensazione, l’ emozione, la visione estetica, l’esperimento ripetibile.

Se la televisione è l’unico strumento della comunicazione diffuso ed accessibile alla quasi totalità della popolazione, appare evidente come la stessa tv potrebbe essere un canale di accesso alla ridistribuzione del sapere (inteso non solo come contenuti, ma come modalità di pensiero, culture, stili di vita, linguaggi), ed al tempo stesso potrebbe essere un volano per attivare un sistema dei servizi culturali-informativi, di cui la tv stessa sia solo un segmento. Ma è evidente come non voglia esserlo. E’ anche evidente come la tv sia uno strumento potente per la concentrazione dei saperi.

C’è insoddisfazione, ed vasta area di disagio (soprattutto da chi non ha altro accesso ai consumi culturali) per la programmazione TV. C’è un ascolto della tv sempre più inerziale. E evidente che c’è diminuzione del ruolo della TV (è sempre meno importante), soprattutto nei giovani tra i 15 ed i 25 anni. Ma non è detto che ci sia anche una riduzione degli ascolti, dei televisori accesi. Soprattutto a causa della anomalia del caso italiano, non è detto che ad una diminuzione del consumo di tv, possa subentrare un consumo culturale alternativo. Quale?

In momenti di cambiamenti come quello presente vanno certamente ricordati i tentativi della fine degli anni Sessanta e degli inizi degli anni Settanta, quando la televisione aveva ancora uno spazio non proprio determinante nei consumi, di dar vita a forme di decentramento culturale ("la grande cultura vissuta secondo le forme e gli strumenti della cultura locale", secondo i bisogni della maggioranza dei cittadini comuni), di avviare il rinnovamento della scuola (superando il verbalismo e legandola all’esperienza delle "cose"), di sperimentare il ruolo formativo ed informativo dell’ambiente naturale e storico e dei "beni culturali" (il termine nacque allora), di organizzare la rete di servizi culturali della formazione continua nel territorio, attraverso il "distretto scolastico", di legare i problemi dell'uomo a quelli dell'ecosistema.

Subito intervennero (allora come oggi) le oligarchie che gestiscono il potere ed organizzano il consenso per conservare i privilegi di pochi. Molti mettono in evidenza che ormai gli scontri in politica sono tra "doppi" che vedono la conquista del potere come unico trofeo.

Spesso si ricorda che i poveri fanno comodo alla Chiesa. Ma sicuramente fanno comodo anche alle oligarchie che attraverso la politica amministrano il potere ed alla stessa "sinistra", ormai convinta che il suo ruolo storico sia quello di armonizzare il mercato, tenendo in piedi i meccanismi, sostenuti anche dalla destra, che producono emarginazione e povertà.

E se qualcuno, che fa parte delle strutture pubbliche di comunicazione (cioè pagate da tutti i contribuenti), si azzarda ad evidenziare queste tematiche, si guadagna subito la fama ed il trattamento di "irriverente" e "pericoloso sovversivo", e subisce le più dure repressioni ed epurazioni. Ha ragione Curzio Maltese (Il Venerdì di Repubblica, del 6\3\`998) quando ricorda che "le grandi leve culturali, scuola e televisione, rimangono saldamente ancorate ad un'ideologia autoritaria ed antidemocratica"

Pedro Miguel, "antropologo" angolano dell'Università di Bari, ricorda che "La storia del pensiero occidentale è la storia della ragione cresciuta sulla negazione delle differenze" (Rete Radié Resch, n.40, settembre 1998,pag.34). Così, anche a casa nostra, sono nate le identità espropriate. "Per "essere" bisogna "essere come"". "Per essere figlio di Dio, bisogna essere come si è figlio di Dio in occidente". "Il missionario ci diceva che lo Spirito santo soffia dove vuole, e se lo Spirito Santo soffia dove vuole, lo Spirito Santo poteva soffiare anche in Africa. Invece no, il missionario ha girato il ventilatore dalla sua parte e ha creduto che solo lui poteva avere lo Spirito santo, tutti gli altri erano pagani, selvaggi, stregoni, ecc.".

In Italia, per essere figlio di Dio, bisogna essere come si è figlio di Dio secondo l’ideologia del cattolicesimo democratico, del cristianesimo sociale, del personalismo cristiano: è la storia cresciuta, anche a casa nostra, sulla negazione delle differenze.

"Il problema", dice Pedro Miguel "non è quello di criticare il modo in cui si forma il concetto, come si fa astrazione, il problema sta nel fatto di ritornare nella storia". Il problema, aggiungo io, è di credere in Cristo incarnato nella storia, nelle diversità del mondo, anche nelle diversità delle culture italiane e non solo nei laureati cattolici e nei boy scout.

Forse è arrivato il momento di chiarire 30 anni di stragi, di chiarire, lo ricordo, come mai ogni qual volta si sono cercati di leggere la domanda sociale (e conseguentemente di organizzare i servizi essenziali) non come frutto dei consumi indotti, ma come presupposto per una progettazione di un futuro comunitario e sostenibile, è successo qualcosa di drammatico. E’ arrivato il momento di spiegare i comportamenti di quegli "studentelli che giocano alla rivoluzione" (e che oggi, cresciuti, danno ai centri sociali gli stimoli ideologici per integrarsi con il potere) per perpetuare i loro genitori (ed oggi se stessi) nella gestione di un potere oligarchico.

Coinvolto nell’anniversario emotivamente, anche ricordando esperienze personali e famigliari, posso dare un contributo proponendo queste due riflessioni, ricordando come solo con la "ridistribuzione" del sapere e dei modi, stili, modalità della conoscenza, solo attivando il diritto alla comunicazione, è possibile (per ricordare il vescovo Romero), non solo essere dei santi, dando del pane ai poveri, agli esclusi (che sono le stragrandi maggioranze della gente comune), ma guadagnarsi la fama ed il ruolo di "comunisti", di pericolosi sovversivi, indagando le cause che producono esclusione e povertà.

Sei testimonianze.

"L'Italia sta cambiando. I numeri e le analisi dell'ISTAT affermano che il mutamento è profondo, più veloce del previsto, tale da modificare i rapporti tra le categorie sociali e le diverse aree del Paese. E' un cambiamento in meglio? Soprattutto, è un cambiamento sostenibile...?". (Rapporto ISTAT 1996)

"Cresce l'area del disagio, sempre più persone in bilico. La povertà non fa distinzioni: Trasversale, strisciante si è infiltrata in ogni fascia sociale. Oggi ci sono più giovani tra i barboni della città". (Caritas romana, Rapporto sulla povertà 1998).

"Le grandi leve culturali, scuola e televisione, rimangono saldamente ancorate ad un'ideologia autoritaria ed antidemocratica" Curzio Maltese (Il Venerdì di Repubblica, 6\3\`998).

"A fronte della confusione massmediale dei messaggi, degli stili di comunicazione, del fare informazione, va coagulando un'esigenza di nuova partecipazione, ancora disorientata e disorganizzata, troppo spesso urlata e rabbiosa, che ad esempio in ambito televisivo percorre prevalentemente il sentiero della tutela dei minori rispetto all'influenza invasiva della televisione e pone, forse ancora inconsapevolmente, i presupposti per avviare una più vasta e nuova stagione di partecipazione attiva degli utenti di comunicazione". (Rapporto Censis 1996)

Si rimane costernati nel vedere come i servizi educativi, culturali, di comunicazione e di conoscenza, siano consapevolmente ed ostinatamente costruiti in modo da essere, non solo economicamente e socialmente, ma anche cognitivamente, irraggiungibili, incomprensibili, preclusi ed inutili per almeno due terzi della popolazione (Comitato Promotore per il Riutilizzo di Forte Bravetta, 1999).

"Occorre por mano ad una riforma radicale del sistema di istruzione riqualificandone i percorsi a tutti i livelli, elevando la qualità e la professionalità dei docenti, collegando fra loro i diversi settori della scuola di base e di quella professionalizzante, dall’università alla formazione sul lavoro, per realizzare un processo di "formazione continua", come peraltro ci è richiesto dall’Unione Europea".

(Gian Maria Fara, introduzione del Rapporto Eurispes 1999).

 

 

 

 

Indice della preparazione al futuro e il un caso Italia.

Già da almeno tre anni i Rapporti dell’ISTAT, del Censis, della Caritas mettono chiaramente in evidenza che il cambiamento in atto è sostenibile solo per pochi. In questi giorni sono state pubblicate anche le classifiche dell rapporto del "World Economic Forum, Europe 2050 GLT Initiative".

Un gruppo di giovani professionisti europei ha preparato un indice che misura, attraversouna serie di parametri reali, la preparazione di un Paese alle sfide del futuro. Il risultato finale fa paura: rispetto ai 15 della Ue e agli altri tre Paesi più industrializzati (Stati Uniti, Giappone e Canada), l'Italia è ultima assoluta. Con un gap che è una voragine.

Gli autori dell'analisi hanno individuato 11 indicatori chiave per stabilire quanto un Paese sia pronto al futuro. I criteri sono divisi per quattro aree: sostenibilità, giustizia, armonia e vera e propria preparazione al futuro. Nel dominio della sostenibilità dello sviluppo, l'Italia ha una performance mediocre in tutti e tre i criteri adottati: crescita del Prodotto interno lordo (Pil) tra il 1986 e il 1996 (1,8% medio); Pil pro-capite (20 mila dollari); anidride carbonica pro-capite (sette tonnellate). Nel campo della giustizia e della realizzazione personale, ha un pessimo risultato nella disoccupazione dei giovani sotto i 25 anni (33%), un'aspettativa di vita abbastanza alta (78 anni), un costo della Sanitàmedio (8% del Pil) e una delle quote più alte di popolazione sotto il 50% della media nazionale del reddito (il 13%), segno di forti diseguaglianze sociali.

Ma è negli altri due regni, quello dell'armonia e della preparazione al futuro, che la Penisola precipita.

Nell'impatto del crimine sul mondo degli affari, la situazione italiana è in assoluto la peggiore, senza

nemmeno paragoni nei Paesi industrializzati. Se si contano le migliaia di collegamenti Internet per

milione di abitanti, peggio dell'Italia vanno solo Grecia e Portogallo. E la variazione prevista, tra il

1995 e il 2020, del tasso di dipendenza (il numero di persone sotto i 20 e sopra i 65 anni diviso per

il resto della popolazione) sarà del 18%: peggio andrà solo in Finlandia, Olanda e Germania.

Infine, il tasso di iscrizione ai diversi livelli di educazione è di gran lunga il più modesto.

Da questi parametri di performance, è stata elaborata una classifica complessiva, chiamata Indice

della preparazione al futuro. Tutti i Paesi risultano sopra quota 80, con la Danimarca, l'Austria,

l'Irlanda le più pronte. Le due sole eccezioni sono la Grecia, a 79,5, e l'Italia, a quota 75. Vista

diversamente: tra la Danimarca e l'Italia c'è un divario di oltre 12 punti mentre tutti gli altri Paesi

(Grecia esclusa) sono in un ventaglio di cinque punti. Staccati dal gruppo in modo preoccupante.

indice della preparazione al futuro in Europa

 

Danimarca

87,3

Austria

87,2

Irlanda

87

Svezia

86,5

Finlandia

86,4

Lussemburgo

85,5

Regno unito

85,5

Canada

85,5

USA

84,4

Olanda

84,1

Francia

84

Giappone

83,5

Portogallo

83,5

Germania

82,4

Spagna

82,4

Belgio

82,3

Grecia

79,5

Italia

75

 

 

Fonte: "World Economic Forum, Europe 2050 GLT Initiative".

 

 

 

Nel complesso, dicono i giovani leader del futuro, se noi europei "non facciamo altro che continuare sulla traiettoria che è stata stabilita e seguita nel passato, i risultati saranno deludenti per noi e per i nostri discendenti".

All'interno di queste tendenze generali, però, è chiaro che c'è un caso Italia. Che è inevitabilmente preoccupante soprattutto per gli italiani. E non è superabile, questa volta, con manovre di bilancio: richiede cambiamenti radicali.

 

 

Sei Indicatori

"E’ un cambiamento sostenibile...?". E’ sostenibile solo per pochi.

Gli indicatori sono tanti. Ne guardo solo qualcuno, solo sei, (se ne potrebbero aggiungere altri -i servizi, la città, l’inquinamento-, ma non cambierebbe il drammatico quadro di riferimento) con dati non sempre statisticamente correlabili, ma che indicano tuttavia delle linee di tendenza molto chiare. Va ricordato che se i dati non sono sempre correlabili, ciò è dovuto anche al fatto che tra il 1992 ed il 1996 l’ISTAT pubblicava un utilissimo "Rapporto sulla situazione del Paese", dove venivano sintetizzati dati e statistiche con commenti e note di di grande rilevanza. Ne derivava un quadro estremamente significativo sul piano sociale.

Il Rapporto è stato sostituito da uno smilzo libretto annuale sui "Conti degli italiani", pubblicato da "Il Mulino", certamente ben fatto, ma di importanza non certo paragonabile al Rapporto. Molti dati che consentivano un Rapporto sul Paese sono ora sparapagliati, quando sono ancora reperibili, nelle numerose pubblicazioni dell’Istat, spesso pubblicate quando gli stessi dati raccolti sono irrimediabilemente invecchiati. In particolare attraverso il Rapporto era possibile e non solo per gli specialisti, una lettura complessiva dei "bisogni" degli italiani. Questa lettura non è più accessibile. Il rimando ai Rapporti degli anni passati ricorda che se l’ISTAT non propone più le pessimistiche valutazioni fatte in passato, non è certo dovuto al fatto che quei dati e quelle situazioni sono migliorate. Vuole anche significare che strumenti di analisi largamente accessibili ed utili ai cittadini sono stati annullati.

 

Gli indicatori esaminati sono dunque questi:

1) la televisione

2) i consumi culturali

3) la scuola, l'istruzione, l'universita'

4) la modernizzazione

5) rispetto delle diverse culture e dei diversi modi di comunicare e di conoscere

6) la poverta'

All’esame di questi sei indicatori segue

- una prima stesura del tutto provvisoria di considerazioni finali

- delle tavole di sintesi su comunicazione e conoscenza

 

 

 

 

 

 

 

 

POPOLAZIONE RESIDENTE IN ITALIA. ANNO 1997

NORD 25.567.030

CENTRO 11.052.605

MEZZOGIORNO 20.943.719

_______________________________________________

TOTALE 57.563.345

 

 

 

 

 

POPOLAZIONE RESIDENTE IN ITALIA DI 6 ANNI E PIU’ PER TITOLO DI STUDIO E CLASSE D’ETA’. ANNO 1997

eta’

dottorato o laurea

diploma universitar.

maturità

qualifica profession.

licenza media

licenza elemtare o nessun titolo

totale

6-10

-

-

-

-

-

3.016.000

3.016.000

11-14

-

-

-

-

560.000

1.908.959

2.469.269

15-19

-

-

437.125

132.294

3.116.754

187.946

3.874.119

20-24

32.357

17.087

2.449.368

319.469

1.480.957

159.808

4.459.047

25-29

343.832

38.887

1.857.948

353.072

1.944.919

271.364

4.810.022

30-34

414.238

40.981

1.369.881

350.919

2.014.173

286.217

4.476.208

35-39

380.825

33.648

1.178.728

299.064

1.707.670

386.249

3.986.184

40-44

401.191

26.649

966.526

249.349

1.429.094

655.180

3.727.989

45-49

367.595

16.204

748.017

206.719

1.268.323

1.175.185

3.792.043

50-54

260.130

11.056

544.087

142.825

980.527

1.527.654

3.466.279

55-59

175.816

12.440

413.142

100.499

805.579

1.931.254

3.438.730

60-64

115.296

7.090

263.320

59.920

579.138

2.214.794

3.239.557

65 e più

261.798

13.807

520.229

123.222

1.115.147

6.849.267

8.883.469

TOTALE

2.753.078

217.847

10.748.170

2.337.354

17.002.592

20.570.710

53.629.751

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

_____________________________________________________

1) LA TELEVISIONE

Il rapporto Censis, questa volta quello recentissimo del dicembre 1998, ci fornisce le chiavi di lettura per concludere che esistono due Italie contrapposte.

Una che non riesce a superare il terzo del totale, protagonista di quei processi di modernizzazione per i quali possiamo considerarci all’altezza dei grandi paesi europei.

L’altra che rappresenta la maggioranza e continua a crescere, rimane esclusa da tutti i circuiti della comunicazione e della conoscenza, fatta eccezione per la sola televisione.

Esiste un gruppo di cittadini il 33,7% multi-mediali (che consumano cioè molti-media, con un livello di istruzione medio-alta. La stragrande maggioranza dei cittadini, il 66,3% sono mono-mediali (consumano pochi media ed hanno un livello di struzione medio-basso).

Molti (sono il 40,2%) consumano quasi esclusivamente la televisione.

 

 

________________________________________________________________________________ distribuzione della popolazione in eta’ maggiore di 14 anni per gruppi in base ai consumi culturali

gruppi in base ai consumi culturali

1987

1992

1996

1998

I multi-mediali*

34,6

35,8

33,4

33,7

I mono-mediali della narrazione

15,8

18,5

15,0

14,7

dell’informazione

17,6

14,7

11,8

11,4

della televisione

(o teledipendenti)

32,0

31,01

39,8

40,2

TOTALE

100,0

100,0

100,0

100,0

*Multi-mediali: persone che consumano molti media (cinema, teatro, giornali, riviste, musei, mostre, videoregistratori, televisione, computer, in leggera predominanza uomini tra i 20 ed i 50 anni, livello di istruzione medio-alto.

Mono-mediali della narrazione: persone che consumano pochi media con preferenza per gli strumenti narrativi (romanzi, settimanali di cronaca, poco cinema). Soprattutto donne in età lavorativa.

Mono mediali dell’informazione: persone che consumano pochi media (in prevalenza giornali e settimanali informativi, poco cinema), soprattutto uomini in età lavorativa.

Mono mediali della televisione: persone che consumano pochi media e quasi esclusivamente televisione.

_____________________

Fonte: elaborazione CENSIS 1998 su dati Auditel/Eurisko

________________________________________________________________________________

Facendo raffronti negli ultimi anni si nota la crescente polarizzazione tra le due categorie estreme (i multimediali ed i teledipendenti), con la crescita sostenuta di questi ultimi ed il costante declino dei lettori dei giornali (un milione di copie giornaliere in meno).

Circa un terzo degli italiani frequenta cinema, teastri, viaggi, librerie, musei, siti Internet, mentre due terzi si rifuggiano con sempre maggiore frequenza nella televisione.

In tutto il mondo industrializzato, Italia compresa, la stragrande maggioranza della popolazione guarda la televisione tra le due e le tre ore al giorno. La differenza fondamentale è tra chi usa la televisione come unica chiave di accesso al mondo e quanti sanno sfruttare un ventaglio più ampio di strumenti.

Mario Morcellini, affrontando i temi della crisi del giornalismo rileva che "sul piano dei confronti europei ed internazionali, appare subito una prima specificità del caso italiano: nel complesso i dati di penetrazione della cultura audiovisiva nel nostro paese (televisione e persino radio e cinema) appaiono singolarmente incomparabili e quasi "drogati" se chiamati a confronto con quelli relativi alla lettura in tutte le sue modalità, dal settimanale al periodico".

Perchè la specificità del caso italiano?

Evidentemente uno spettatore di un qualunque programma televisivo che ha familiarità anche con libri e giornali, spettacoli teatrali e cinematografici, viaggi, computer e videocassette, presegue il Rapporto Censis, "non può esssere considerato allo stesso modo di uno spettatore che entra in contatto con il mondo solo attraverso lo schermo televisivo. Ed è evidente che il grado di sviluppo culturale di un Paese è tanto più elevato quanto più alta è la percentuale di cittadini che sanno integrare le sollecitazioni prevenienti da diversi media" e da tante diverse occasioni culturali.

Tutto ci conferma l’esistenza di due Italie. Una che non riesce a sperare il terzo del totale, protagonista di quei processi di modernizzazione per i quali possiamo considerarci all’altezza dei grandi paesi europei. L’altra che rappresenta la maggioranza e continua a crescere, rimane esclusa da tutti i circuiti della comunicazione non televisiva.

 

E' evidente la sproporzione tra la vastità dei problemi che abbiamo di fronte (la mutazione antropologica e il terremoto cognitivo che caratterizzano le profodnde trasformazioni della nostra società sempre più complessa multiculturale, multietnica e multireligiosala, la globalizzazione, la digitalizzazione) e la ricerca socio- antropologica e delle scienze cognitive.

La ricerca sulla comunicazione è intesa come studio, analisi e messa a punto di metodologie sempre nuove per la elaborazione di dati statistici sull'offerta, sui comportamenti di consumo televisivo nella logica di acquisire risorse dal mercato pubblicitario, incentivando l'individualismo consumista e l'io desiderante.

L’unico punto di riferimento per valutare anche i bisogni e le attese è costituito dai dati Auditel, dai dati acquisiti attraverso una metodologia e degli strumenti messi a punto dai pubblicitari. Nessuna attenzione è prestata al fatto che la televisione è per la maggior parte degli italiani, l’unico canale di accesso all’informazione ed al sapere.

2) I CONSUMI CULTURALI.

a) In Europa c’è un sistema delle opportunità culturali e della formazione permanente, che coinvolgono per tutto l'arco della vita larga parte della popolazione e di cui fanno parte interconnettendosi (come le tessere di un mosaico):

la scuola, con altissima redditività e mirata non solo al trasferimento delle conoscenze assodate, ma alla stimolazione dell'esperienza.

- l’università è una parte, spesso piccola, del sistema dell’istruzione terziaria, dopo il diploma di scuola secondaria superiore.

- le strutture e le iniziative della formazione continua variamente articolate ed aperte a tutta la popolazione (rete capillare di biblioteche di pubblica lettura, centri multimediali nel territorio, musei leggibili per tutti, musei territoriali ed occasioni formative offerte dalla natura e dalla storia del territorio, miriade di corsi serali, organizzati nelle sedi scolastiche, ed occasioni di esperienze sociali e per rivivere la storia e la cultura tradizionale).

- la televisione rappresenta solo un frammento delle opportunità e delle offerte di formazione e di informazione.

Nei consumi culturali i comportamenti attivi sono dunque molto diffusi, quasi generalizzati.

b) In ITALIA manca (fatto unico in Europa) anche l’accenno di un sistema organico ed articolato formativo-culturale-informativo, di cui fanno parte (conservando le proprie specificità) la scuola, l'industria culturale, i libri, i musei, il cinema, i concerti, il teatro, la formazione permanente, il tempo libero, il turismo di qualità (che non significa d'élite), la televisione, i nuovi media, i giornali, ecc. ecc.

C’è una serie di occasioni frammentate:

- la scuola mira al trasferimento di conoscenze assodate, con scarsa redditività e con profonde differenze tra licei, istituti tecnici ed istituti professionali. C'è una media nettamente inferiore a quella dei Paesi OCSE tra gli studenti che si iscrivono alla scuola superiore e coloro che portano a termine gli studi.

- l’università in Italia "ha uno dei più bassi tassi di successo del sistema di istruzione universitaria in Europa", considerando gli indicatori del tasso di successo tra gli iscritti all'Università ed i laureati e la totale mancanza di istruzione terziaria che non sia quella universitaria,

- le occasioni di consumo culturale sono molte ed articolate per pochi; poche ed omogeneizzanti per tutti.

- le occasioni di formazione di formazione permanente sono inesistenti.

- le occasioni di formazione professionale sono riservate a pochi.

- la televisione è un elemento determinante e spesso esclusivo nelle opportunità informative e formative per la quasi totalità della popolazione.

I dati presentano una realtà che diventa molto più grave quando si condidera che ai Paesi a reddito pro capite più alto (dove maggiore è la possibilità di spese individuali) corrisponde invece una rete di servizi culturali più ampia ed una maggiore possibilità di comportamenti sociali ed attivi.

REDDITO PRO CAPITE NEI PAESI DELL’UNIONE EUROPEA (Dati in milioni di lire)

_______________________________________________________________________________________________

LUSSEMBURGO

59

SVEZIA

38,8

SPAGNA

21

DANIMARCA

49

PAESI BASSI

37

GRECIA

16,6

GERMANIA

43,6

FINLANDIA

32,8

PORTOGALLO

13,5

AUSTRIA

43

ITALIA

31

 

 

FRANCIA

39,6

REGNO UNITO

30,2

 

 

BELGIO

39

IRLANDA

25,4

 

 

_______________________________________________________________________________________________

 

L’ISTAT fornisce un quadro ben più pessismista di quello offerto dal Censis ed offre dati molto eloquenti sul rapporto sapere/potere; sul fatto che solo pochi "mostrano interesse" per le offerte culturali e che i comportamenti attivi sono riservati ad una piccola minoranza, di cultura medio alta. Il sapere, e, quindi, il potere, è per pochi.

Tra i comportamenti attivi (che sono riservati all’ 11/ 12 % della popolazione) si considera la:

- cultura elitaria: un gruppo di circa 1.700.00 persone (il 3,5% degli italiani, tutte di età compresa tra 35 e 54 anni) che predilige attività di tipo individualistico ed una fruizione elitaria (libri, teatro, cinema, musei, concerti di musica classica, recupero elitario della cultura tradizionale).

- cultura socializzante: un gruppo di circa 3.700.000 persone (il 7,7 % degli italiani, di cui 1.800.000 tra i 15 ed i 24 anni) con una fruizione che collega la cultura a forme dì socializzazione (discoteche, cinema, spettacoli sportivi e concerti di musica non classica).

 

In totale 5.400.000 persone, secondo l’ISTAT, usufruiscono delle offerte culturali, ed hanno pieno diritto di cittadinanza nella società. Tutti gli altri sono esclusi. I comportamenti passivi e la cultura medio bassa riguardano quasi il 90 % degli italiani.

 

Tra questi:

- c'è un 60% di cittadini che dichiara comportamenti passivi o inesistenti. Considerando che molti si vergognano a dichiarare la propria cultura bassa, il 60% riguarda in realtà una fetta più alta di popolazione (quindi, la maggior parte), che non dimostra (sarebbe meglio dire: non può avere) alcun interesse per attività culturali ed educative diverse dalla televisione.

- Rimane un 20/30% degli italiani, che cerca di far qualcosa, di non affogare, di darsi un contegno culturale, di contare qualcosa, di promuovere una qualche partecipazione politica o sociale, usufruendo solo occasionalmente o per imitazione dei consumi culturali.

 

Esiste un forte divario tra il bisogno-richiesta di aggiornarsi per tutta la vita e il giudizio di scarsa utilità delle offerte culturali e scolastiche. C’è, insomma, un forte divario tra la domanda, i fabbisogni e l'offerta.

 

Secondo il Rapporto Censis 1998, il 65% degli italiani dichiara di voler continuare ad apprendere per tutto l'arco della vita. Ma la cultura (5,7%) e l'educazione (6,8%) sono considerate solo da pochissimi le "Virtù" indispensabili per la crescita del Paese.

Moltissimi considerano le attuali offerte culturali: "un'occupazione sgradevole, priva di senso".

Solo il 18% indica la scuola come il settore sul quale indirizzare i nuovi investimenti. Solo il 22% ritiene la scuola il settore dove è più urgente una riforma: i sistemi scolastici fanno bene (il 22,8%) o in modo sufficiente (47,3%) il loro dovere.

__________________________________________

_____________________________________

PERSONE DI SEI ANNI E PIU’ CHE HANNO FRUITO NELL’ULTIMO ANNO DEI VARI TIPI DI INTRATTENIMENTO. (PER 100)

________________________________________________________________________________

ANNI

PERSONE DI 6 ANNI E PIU’

TEATRO

CINEMA

MUSEI,MOSTRE

CONCERTI MU SI-CA CLAS-SICA

ALTRI CONCERTI DI MUSICA

SPETT.LI SPOR- TIVI

DISCOTECHE, BALERE ECC.

1994

53,460

14,3

42,1

24,3

7,5

14,7

27,0

25,3

1995

53,572

15,2

41,3

24,8

7,8

15,4

26,9

25,1

1996

53.728

15,8

41,9

25,6

7,7

17,1

26,4

25,5

1997

53.798

17.0

44,7

26,8

8,8

17,8

28,0

25,3

1977

NORD-CENTRO

34.450

19,5

46,9

32,1

9,8

17,4

28,8

26,6

1997

MEZZO

GIORNO

19.348

12,5

40,8

17,4

7,0

18,5

26,7

23.0

Fonte: Annuario ISTAT 1998.

________________________________________________________________________________nota: E’ evidente da questi dati (vedi in particolare gli spettatori del cinema che secondo di dati Censis 1998, cfr. oltre, sarebbero invece i seguenti; 1995/96; 19.608.000; 1996/97: 19.202.000; 1997/98: 19.655.000) la sostanziale differenza tra il comportamento dichiarato (i punti di riferimento sono interviste nelle quali si dichiarano sempre in eccesso i comportamenti considerati qualificanti, perchè pregiati o di moda) ed il comportamento agito (i punti di riferiento sono dati oggettivi).

Indagare la differenza tra i comportamenti dichiarati ed i comportamenti percepiti può rappresentare una straordinaria modalità per individuare i bisogni e le attese.

________________________________________________________________________________

PERSONE DI SEI ANNI E PIU’ CHE HANNO FRUITO NELL’ULTIMO ANNO DEI VARI TIPI DI INTRATTENIMENTO. (PER 100)

anni

guarda

la tv

di cui di 3 ore e +

ascolta la radio

di cui tutti i giorni

leggono i quotidiani almeno 1 volta a settimana

di cui 5 volte e più

leggono libri

da 1 a 3 libri

12 e più libri

1994

96,7

30,2

61,1

63,1

64,5

47,3

38,5

49,1

12,5

1995

96,5

29,6

62,1

63,1

60,1

47,1

39,1

49,5

11,3

1996

96,6

25,2

66,5

61,8

59,8

47

40,9

49,4

11,7

1997

95,7

23,9

63,2

58,9

61,1

44,3

41,5

47,3

13,0

1997

nord-centro

95,9

23,2

63,2

58,9

61,1

44,3

41,5

47,3

13,0

1997 nezzogiorno

95,3

25,3

59,5

56,0

48,5

36,6

31,2

60,5

6,2

Fonte: Annuario ISTAT 1998.

________________________________________________________________________________nota: E’ ancora evidente (vedi in particolare i lettori di libri ed i lettori di quotidiani) la sostanziale differenza tra il comportamento dichiarato (i punti di riferimento sono interviste nelle quali si dichiarano sempre in eccesso i comportamenti considerati qualificanti, perchè pregiati o di moda) ed il comportamento agito (i punti di riferiento sono dati oggettivi).

________________________________________________________________________________

 

Consumi culturali e condizione economica.

CRESCE IL CONSUMO DI TELEVISIONE

Ripartizione del consumo tv per fascia oraria : incremento 1998-99 in confronto al 1997-98

07 - 09

4,95

09 - 12

5,11

12 - 15

2,98

15 - 18

4,66

18 - 20,30

2,81

22,30 - 02

1,14

 

 

Fonte: elaborazione Studio Frasi su dati Auditel, Mcs, Mtvs

 

 

A conferma che per la maggior parte degli italiani, la televisione è l’unico strumento di informazione, di intrattenimento e di formazione, il consumo di televisione continua a crescere rispetto agli scorsi anni. Come rileva Francesco Siliato (Il solo 24 Ore, 16/2/1999, pag.18) "In queste prime settimane del 1999 gli italiani che hanno guardato la televisione sono stati ancora più numerosi che nello stesso periodo degli anni passati e non di poco. Considerando che il medium tv contattava già l’81% degli italiani nel giorno medio settimanale ed era dunque ad altissimi livelli di incidenza sulla popolazione, l’attuale incremento all’83% pone la televisione broadcasting gratuita e via etere a livelli assolutamente irraggiungibili per qualsiasi nuovo media non solo a pagamento ma anche se fosse offerto gratuitamente. E siamo alla vigilia del Festival di Sanremo, evento che da sempre produce un incremento nel consumo di tv. Non solo la quantità di pubblico cresce ma aumenta anche il tempo che questo dedica alla televisione. La media del ’99 è superiore ai 306 minuti al giorno: un quarto d’ora in più rispetto allo scorso anno. Contrariamente a quanto si è letto non è affatto la fascia di seconda serata quella che più incrementa il proprio pubblico. Al contrario, la fascia di seconda serata ha un incremento che è nettamente inferiore alla media dell’incremento complessivo. È al mattino, fra le nove e mezzogiorno, che il pubblico cresce più che in ogni altro momento della giornata, +5,11%; seconda fascia per crescita è quella del primo mattino: fra le sette e le nove l’incremento è del 4,95%; in ascesa anche quella del pomeriggio: fra le quindici e le diciotto l’incremento è del 4,66 per cento. In una sola fascia l’incremento della popolazione maschile è più elevato di quello femminile: al primo mattino, uomini + 6,28%, donne + 5,26 per cento. La ripartizione del pubblico fra le reti non è paritaria così Rai Uno nel giorno medio incrementa la propria quota d’ascolto di 2 punti mentre Canale 5 scende di un punto e mezzo, ma è proprio in seconda serata che l’ammiraglia Mediaset perde quota, -2,6% nel complesso, con le donne a -3,3% e gli uomini a -2,4 per cento".

 

 

Le famiglie con referente in condizione professionale variano il livello di spesa in relazione alla posizione. Le famiglie di imprenditori e liberi professionisti presentano l’incidenza più bassa per i consumi alimentari. L’ incidenza della spesa alimentare sul totale è considerata un indice, sia pure grezzo, del livello di benessere: più bassa è tale incidenza, più la famiglia può disporre di superiori mezzi economici da destinare ai consumi non di prima necessità.

Gli anziani presentano un tenore di vita meno elevato, su cui va ad incidere la spesa per i servizi sanitari e per la salute.

 

VALORE DI CONSUMI DELLE FAMIGLIE PER RIPARTIZIONE GEOGRAFICA E PER ALCUNI GRUPPI E CATAGORIE DI CONSUMO. ANNO 1996

GRUPPI E CATAGORIE DI CONSUMO

NORD-CENTRO

MEZZOGIORNO

ITALIA

 

 

 

 

SPESA TOTALE

3.726.663

2.585.907

3.349.277

 

 

 

 

GENERI ALIMENTARI E BEVANDE

719.662

676.768

705.482

RICREAZIONE SPETTACOLI ISTRUZIONE E CULTURA

246.419

138.310

210.653

Fonte: Annuario ISTAT 1998.

 

 

________________________________________________________________________________

VALORE DI ALCUNI CONSUMI DELLE FAMIGLIE SECONDO LA CONDIZIONE PROFESSIONALE DELLA PERSONA DI RIFERIMENTO. ANNO 1996

persona di riferimento in condizione professionale

 

imprendit. e liberi profes-sionisti

lavoratori in proprio

dirigenti e impiegati

operai e assimilati

totale

persona di riferineto in condizione non profession.le

totale

SPESA TOTALE

4.986.124

3.993.077

4.027.749

3.301.594

3.858.557

2.654.188

3.349.277

GENERI ALIMENTARI E BEVANDE

807.058

812.859

747.982

754.760

768.789

619.079

705.482

RICREAZIONE SPETTAC.

ISTRUZIONE E CULTURA

355.483

253.693

304.819

204.982

264.919

136.589

210.653

 

Fonte: Annuario ISTAT 1998.

 

 

 

 

DISTRIBUZIONE DELLA SPESA MEDIA MENSILE PER CLASSE DI REDDITO.

ANNO 1996.

________________________________________________________________________________

persona di riferimento in condizione professionale

____________________________________________________

spesa totale

fino a 1.000.000

1.000.000 1.500.000

1.500.000

2.000.000

2.000.0002.500.000

2.500.0003.000.000

oltre 3.000.000

totale

spesa totale

716.352

1.093.578

1.527.921

2.008.686

2.471.945

4.586.940

3.3.49.277

ricreazione, spettacoli e cukltura

17.882

30.693

56.835

84.686

125.269

317.7141

210.653

 

Fonte: Annuario ISTAT 1998.

 

- Le dimensioni della comunicazione in Italia (v.a.)

L’OFFERTA (V.A.)

1995/96

1996/97

1997/98

Host Internet (1)

113.776

211.996

393.204

New television

1

1

3

CD-Rom (titoli pubblicati)

1.078

1.350

1.410

Libri (titoli pubblicati) (2)

49.080

51.134

45.884

Schermi cinematograf.

2.281

2.326

2.401

Quotidiani

54

54

52

Periodici

129

123

120

Settimanali

56

52

54

Emittenti radio

2.514

2.350

2.386

Emittenti televisive

881

750

816

La domanda (v.a. in migliaia di persone)

(3)

1995/96

1996/97

1997/98

Internauti

405

1.000

1.450

Utenti new television

800

1.000

1.500

Utenti CD-Rom

900

1.80

3.080

Lettori di libri

18.116

18.455

18.207

Spettatori di cinema

19.608

19.202

19.655

Lettori di quotidiani

20.200

20.528

19.585

Lettori di periodici

23.534

20.528

23.058

Lettori di settimanali

29.119

28.013

27.511

Ascoltatori radio

30.246

30.890

32.296

Spettatori televisivi

46.485

46.698

47.052

(1) dati Ripe al novembre di ciascun anno

(2) il dato del 1998 è parziale perché riferito al 70% degli editori pari

al 90% della produzione libraria

(3) i dati sono riferiti alla popolazione oltre i 14 anni

Fonte: elaborazione e stime Censis su dati: Ads, Anee, Audipress, Guida

all’emittenza, Istat Multiscopo, Nua, Network Wizards, Stream, Ripe, Tele+

______________________________________________________________________________

 

Secondo il Rapporto ISTAT 1996 la scarsa vivacità culturale della popolazione italiana...rappresenta un ulteriore motivo di allarme sul funzionamento del sistema educativo del Paese"; il "quadro complessivo mette in luce una grossa fetta della popolazione che non dimostra alcun interesse per attività culturali e ricreative diverse dalla televisione". In Italia la maggioranza dei cittadini (tenendo conto soprattutto dell'invecchiamento della popolazione) non vanno a scuola, non leggono libri né giornali, non vanno al cinema, al teatro, a musei, a concerti, non viaggiano, insomma non fanno nulla. Hanno la televisione -anche la più degradata- come unico strumento di informazione. Il Rapporto ISTAT 1996 ricorda che "lo scenario italiano degli spazi formativi e culturali è certamente caratterizzato da una grossa concentrazione della popolazione che non dimostra interesse per altre attività culturali e ricreative diverse dalla fruizione del mezzo televisivo". Ora prendiamo atto che non è neppure così. Se è certo che in quel 50% di italiani e in quello zoccolo duro del 30% ci sono molti di classi culturalmente alte, dobbiamo pur dire che molti milioni di persone non hanno nessuno strumento di informazione neppure la televisione più degradata. Per non parlare poi degli strumenti di comunicazione (dal telefono ai nuovi media), sempre più riservati a pochi, anche per i costi e le alte tariffe. Il 14% delle famiglie non ha il telefono a casa.

 

La settimana del libro 1997 si è aperta con un grido di dolore degli editori che denunciavano una perdita secca nel numero dei lettori dei libri (si pubblicano più libri, ma oltre il 75% dei titoli non vende più di una copia) e nelle copie dei quotidiani (scesi ormai sotto i 6 milioni di copie giornaliere).

Negli anni ‘80 si vendevano ogni giorno 8 milioni di giornali. Nel 1998 solo 5.400.000 copie come nel 1954.

________________________________________________________________________________Diffusione quotidiani per tipo. 1997

________________________________________________________________________________

Nazionali 2.269.901

Non nazionali 2.366.587

Economici 421.209

Sportivi 768.584

________________________________________________________________________________Totale 5.826.281

________________________________________________________________________________Fonte: Ads

 

Le vendite dei giornali e delle riviste, secondo l’indagine Fieg-Deloitte sul '97, restano ancora al palo, ma i bilanci delle aziende editrici migliorano Se le vendite non decollano, a dare un significativo contributo ai bilanci sono stati i ricavi pubblicitari. Gli italiani infatti continuano a leggere poco, troppo poco rispetto al resto dell'Europa. Le vendite medie nel '97 sono state di 5 milioni 893 mila copie al giorno (stesso livello dell'84): anche se i lettori sono circa 18 milioni solo 103 italiani su mille comperano un giornale. Vediamo in particolare la stampa quotidiana: bene le testate economiche (più 7,4 per cento nel 1997, addirittura 13,8 nel 1998) e quelle sportive (più 3 e più 2,3 per cento). Buona tenuta per le testate provinciali e per quelle regionali. Leggera crisi, invece, per i quotidiani nazionali e a diffusione pluriregionale: rispettivamente, nel '97 e '98, hanno registrato cali di vendite pari allo 0,5 e allo 0,3 per cento. Pollice verso per le testate politiche, in crollo del 22,7 per cento nel 97 e del 16,2 nel 1998.

Diffusione mensile principali quotidiani (v.a. in migliaia di copie) (luglio 1998)

________________________________________________________________________________

Corriere della Sera 641,2

La Repubblica 571,6

La Stampa 380,7

Il Sole 24 Ore 374,9

Il Messaggero 276,4

Il Giornale 229,4

________________________________________________________________________________Elaborazione Censis su dati prima Comunicazione 1998.

Ma perché avviene questo? I libri "non si capiscono, sono scritti in modo astruso, in lingua straniera: se li scrivono e se li leggono tra loro". Leggere un libro, ricorda un'indagine dell'Associazione Piccoli Editori, è per la maggioranza degli italiani "un'occupazione sgradevole, priva di senso".

Comunque agli inizi del 1999 si registra una flessione dei lettori abituali, mentre il numero dei "buoni lettori", secondo le stime di Pietro Citati (La Repubblica del 27 gennaio 1999) andrebbero valutati in 50.000.

Dal 1980 ad oggi il numero dei titoli pubblicati è cresciuto in maniera notevole, mentre le tirature medie per ciascun titolo sono sensibilmente scese. La tiratura media dei titoli di varia dalle 5.000 copie è scesa a 4.000. Si punta su prodotti che abbiano vita breve ed una risposta immediata sul mercato. Viene inseguito il lettore "immediato" che in genere è quello informato (frequenta le librerie, legge i quotidiani), mentre è trascurato il lettore "potenziale". Una recente indagine (Marco Santoro, Libri, Quotidiani. I termini dell’intesa, 1998) mette in evidenza i rapporti tra diffusione della lettura e le segnalazioni di libri che avvengono sui quotidiani. Emerge che, tramite gli articoli sono maggiormente curati i lettori "forti". La letteratura (che riguarda ovviamente solo una piccola parte dei cittadini italiani) è la "tipologia" maggiormente segnalata. In genere i quotidiani peccano, per così dire, di un eccesso di tradizione, nel senso che danno molto spazio alla cultura umanistica. Trovano spazio nelle citazioni solo le grandi case editrici. le case editrici medie e piccole sono in genere trascurate.

 

Demetra, la più estesa catena di librerie italiana — per numero di negozi — annuncia che, nel

corso del ’99, aggiungerà una ventina di punti vendita al suo network. Le Messaggerie con il

Libraccio e la Libreria Gianni Stoppani di Bologna, stanno per dare il via a

una serie di librerie per ragazzi, la prima delle quali aprirà a Roma.

Feltrinelli ha inaugurato la scorsa settimana a Milano il più grande

megastore italiano di libri, che con oltre 1.500 metri di estensione,

240mila volumi e più di 70mila titoli è ormai all’altezza dei più importanti

centri europei. (Sole 24Ore, 2 marzo 1999)

Minacciato da una parte dal crescente successo della grande

distribuzione, e dall’altra dai primi brillanti risultati della vendita online (si

veda "Il Sole-24 Ore" del 15 febbraio), anche il più tradizionale canale di

distribuzione dei libri, quello delle librerie — che compresa la scolastica,

hanno fatturato nel 1997 oltre 1.800 miliardi — sembra essere

attraversato da grandi cambiamenti.

È in atto un processo di concentrazione e razionalizzazione interna

anche in questo canale che rimane comunque il più importante per la

vendita dei libri. La piccola libreria, che nei piccoli centri

ha ancora una sua funzione, nelle grandi città andrà scomparendo per

lasciare il posto a punti vendita di grandissime dimensioni, con un

vastissimo assortimento di titoli e di volumi ma anche a enormi librerie

specializzate per argomento o per target, come quelle per bambini e per

ragazzi".

Sta cambiando anche la funzione delle librerie che non è più solo quella

di esporre i libri, ma anche quella di diventare uno spazio consultivo e un punto d’incontro dove poter

passare delle ore insieme, soprattutto per i giovani". E se il prezzo di copertina

ufficialmente non si tocca, aumentano le formule di promozioni per

incentivare l’acquisto dei libri che in vario modo consentono uno sconto

sui volumi: dalla metà di questo mese in alcune delle librerie Mondadori,

per esempio, verranno dati in omaggio biglietti per il cinema.

La quota di mercato rappresentata dalla grande distribuzione, che vende

ormai da anni al 20% di sconto, continua, infatti, ad aumentare.

Sono titoli adatti per tutti, di narrativa, per bambini o di "saggistica", come per

esempio i libri di cucina o di giardinaggio.

Librerie. Vendite online e per corrispondenza. Grande distribuzione. Fiere

e mostre. Eventi specializzati. Ormai la maggior parte degli operatori

sono convinti che il mercato dei libri si giocherà sull’integrazione dei

canali.

 

 

L’andamento dei consumi culturali (con un confronto tra giovani ed anziani) è molto evidente da questo schema:

_____________________________________________________________________

12/24 anni + 65 anni Nord SUD

- leggono 12 o più libri 4,2 % (2,7%) 5,7 2,3

- vanno a teatro 19,1% (5,3%) 23,2 13,00

- vanno al museo 10,5% (8,0%) 12,2 8,5

- vanno al cinema

(+ di 4 volte in un anno) 47,3% (2,8%) 55,9 34,6

- non va a nessuno

spettacolo 9,4% (82%) 4,0 17,4

- guarda la tv per più

di 3 ore al giorno 22,3% (43%) 19,9 25,3

- non legge libri 44,6% (79%) 37,1 53,5

- non legge quotidiani 35,7% (50%) 28,5 44,6

- non ascolta la radio 13,2% (55%) 12,1 14,7

 

_____________________________________________________________________________

Tenendo conto della popolazione di 6 anni e più (53.798.000 nel 1997), avrebbe

- guardato la tv 95.7%

- guardato la tv da 3 ore e più 23,9%

- ascoltato la radio 63,2%

________________________________________________________________________________

 

 

 

 

Tenendo conto della popolazione di 6 anni e più (53.798.000 nel 1997), avrebbe

- letto i giornali almeno una volta a settimana 61.1%

- letto i giornali 5 o più volte 44,3%

- letto libri 41,5%

- letto da 1 a 3 libri 47,3%\

- letto 12 e più libri 13.0%

 

I dati sui consumi rilevati dall’ISTAT mostrano come si registri un vero e proprio boom nell'area della comunicazione: cellulari (21.000.000); alberghi, viaggi, consumi all'estero. C’è dunque gran voglia di viaggiare, di comunicare, di conoscere, ma non c’è voglia di utilizzare i servizi culturali offerti. Il cinema su grande schermo gode buona salute: aumenta il numero delle sale. C'è la riconversione in multischermi: moltiplicazione dell'offerta e non nuovi complessi multisala integrati a centri commerciali. I dati non sono disaggregati e va considerato il basso costo del biglietto negli spettacoli pomeridiani dal lunedì al venerdì (dati Cinetel aggiornati a metà aprile 1997): 1996 (periodo 9 gennaio 14 aprile), 19,5 milioni di biglietti (198,5 miliardi di incasso) 1997 (periodo 7 gennaio 11 aprile), 22 milioni di biglietti (+13,2%, 223,181 miliardi).

Negli ultimi tempi (fine 1998), per la presenza di alcune pellicole di gran successo (ma pochissime) e per il miglioramento delle sale e l’apertura delle multisale, si ha un incremento del 25% di biglietti venduti senza sia possibile supporre che all’aumento delle frequenze faccia riscontro un aumento dei cittadini che usufruiscono degli spettacoli cinematografici (in pratica gli spettatori abituali frequenterebbero con maggiore assiduità le sale).

 

CINEMA.

Nel 1998 la spesa del Pubblico in miliardi di lire è stata di 1.200.

Vanno comunque ricordati i dati dell’indagine Anicagis del 1995:

· considerando la popolazione tra i 14 ed i 79 anni, solo 18 milioni di persone (38,5%) vanno al cinema (di questi, 8 milioni di persone, vanno al cinema con una certa frequenza, una volta al mese: il 48% al Nord, il 23,2% al Centro, il 28,7% al Sud).

· Dei giovani tra i 15 ed i 22 anni, solo il 28% va al cinema. Ben 28,8 milioni di italiani (61,5%) non vanno mai al cinema e 2,3 milioni (5 % della popolazione tra i 14 ed i 79 anni) non sono mai entrate in una sala cinematografica);

Anche il cinema, dunque, non è un prodotto culturale di larghissimo consumo neppure presso i giovani. Il numero degli utenti conferma che 2/3 della popolazione è fuori dai circuiti culturali.

Esistono 2200 sale, di cui 400 parrocchiali, i biglietti venduti in un anno sono poco più di 100 milioni. Ai prodotti americani va il 61% degli incassi.

(Fonte: ANICA 1995).

______________________________________________________________________

Una conferma dai dati europei: Il multiplex aiuta il cinema.

A fatica, ma nel complesso recupera. Il "grande malato", il cinema in sala, continua a dare segnali di miglioramento. E il recupero è ancora più forte laddove gli esercenti hanno imboccato senza indugi la strada dei "multiplex" e dei "megaplex", i grandi complessi (anche più di venti schermi) che, soprattutto in Gran Bretagna, hanno trainato il ritorno del pubblico. Un’ulteriore conferma di queste tendenze del mercato viene dalla imponente massa di cifre raccolte nell’"Annuario statistico del cinema", con l’analisi dei multiplex operanti nel Vecchio continente è aggiornata al giugno ’98. "L’ammodernamento delle strutture e la disponibilità di film di produzione nazionale di successo continuano a essere elementi importantissimi per richiamare il pubblico nei cinema".

 

_______________

_________________________________________________________________

Persone di 6 anni e più e fruizione nel 1995 (almeno una volta) dei vari tipi di intrattenimento (in v.a. in migliaia e x 100 persone)

___________________________________________________________________________

Teatro 9.163 17,1%

Cinema 24.861 46,4

Musei, mostre 14.987 28,0

Concerti di musica classica 4.678 8,7

Altri concerti di musica 9.086 17,8

Spettacoli sportivi 14.984 28,0

Discoteche, balere, night 15.450 28,8

Feste, intrattenimenti in piazza 30.069 56,1

_______________________________________________________________________ _______

nota. E’ ancora evidente la differenza tra la "percezione" dei consumi ed i consumi (dati oggettivi dei biglietti venduti).

Fonte: ISTAT, INDAGINE MULTISCOPO 1997, SU DATI 1995

________________________________________________________________________________

Significativi sono i motivi percepiti per cui si va al teatro o al cinema rilevati dall’ISTAT dall’indagine multiscopo dei comportamenti nel tempo libero a seconda del titolo di studio nel 1995.

 

laurea

dipl. superiore

licenza media

elementare

TEATRO

 

 

 

 

piacere, passione

50,6

43,3

35,9

36,2

distrarsi

14,8

17,1

20,1

20,0

modo di stare in compegnia

2,9

3,7

6,1

10,9

arricchirsi culturalente

24.0

26,4

23

15,8

CINEMA

 

 

 

 

piacere, passione

43,4

35,7

29,7

34,7

modo per far passare il tempo

11,1

14,8

18,6

15,6

distrarsi

29,8

33,3

34,4

32,o

modo di stare in compegnia

3,6

6,1

10.0

9,6

arricchirsi culturalente

9,9

6,5

3,9

2,5

Fonte: ISTAT, INDAGINE MULTISCOPO 1997, SU DATI 1995

 

 

 

 

 

 

 

_______________________________________________________________________________MOTIVI DICHIARATI DELLE ATTIVITA’ ESPRESSIVE SVOLTE ALMENO UNA VOLTA AL MESE NEL TEMPO LIBERO.

SUONA O COMPONE

9,2

CANTA

11,5

BALLA

31,2

CUCE, RICAMA, LAVORA A MAGLIA

31,3 (il 59,1 delle donne intervistate)

Fonte: ISTAT, INDAGINE MULTISCOPO 1997, SU DATI 1995

________________________________________________________________________________

MOTIVI DICHIARATI DELLE ATTIVITA’ DI GIOCO SVOLTE SPESSO NEL TEMPO LIBERO.

FA GIOCHI DI SOCIETA’

30,9

GIOCHI A CARTE

53,3

CRUCIVERBA O SIMILI

41,6

TOTOCALCIO

35,6

LOTTO

23,0

Fonte: ISTAT, INDAGINE MULTISCOPO 1997, SU DATI 1995

______________________________-

Crescono gli "internauti" (in 2 anni sono passati da 400.000 a 1.500.000), coloro che consumano new-television, mentre gli utenti di CD Rom avrebbero superato nel 1998 i tre milioni. Ma i lettori di libri rimangono attestati sui 18 milioni; gli aspettatori di cinema si sono consolidati sui 19 milioni con lieve tendenza alla crescita; c’è un forte decremento dei lettori di quotidiani (poco più di 19 milioni dichiarati) e di settimanali (meno 1,5 milioni in due anni), mentre continbuano a crescere ormai al limite della saturazione gli spettori televisivi (più di 47 milioni su una popolazione oltre i 14 anni di 48,5 milioni) e radiofonici (più di 32 milioni).

ALCUNE TIPOLOGIE DI CONSUMO NEL 1998

________________________________________________________________________________

PC (unità vendute) 2.077.000

Telefoni cellulari (abbonati) 16.700.000

CD Rom (Vendite in milioni di lire) 480.000

Climatizzatori per auto (unità vendute) 608.000

abbonamenti Internet domestici 521.400

videogiochi, flippers e altri apparecchi

da divertimento

(spesa del pubblico in miliardi di lire) 600 _______________________________________________________________________________

Fonte: Censis su dati Angro, Omnitel, Tim, Magneti Marelli, Anee, Eito, Siae, Databank Consulting

 

________________________________________________________________________________QUOTA% SUI CONSUMI TOTALI

____________________________________________

anno 1970 anno1996

alimentari 35,9 17,2

bevande 3,6 1,3

non alimentari 64,12 82,8

vestiario-calzature 8,5 8,6

abitazione-energia 12,4 18.0

arredamento e servizi casa 6,8 8,8

servizi san.spese per salute 3,8 6,6

trasporti e comunicazione 10,3 12,4

tempo libero cultura 7,7 8,6

altri beni e servizi 11,8 18,0

Fonte: ISTAT, annuario 1998

________________________________________________________________________________TIPOLOGIE DI SPESA PIÙ IMPORTANTI NELLE REGIONI DELL’ITALIA OPULENTA (VAL.%)

________________________________________________________________________________

Lombardia Emilia-Romagna Toscana

Salute e benessere 28,6 44,3 41,4

Istruzione e cultura 31,8 28,7 21,3

Alimentazione 13,1 8,9 6,1

Viaggi e vacanze 8,2 5,2 10,9

Sport e tempo libero 3,9 2,2 6.0

________________________________________________________________________________Fonte: Censis - Findomestic

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GLI ANZIANI.

Secondo l’Eurispes gli anziani trascorrono le proprie giornate facendo molte cose. Innanzi tutto guardano la TV e ascoltano la radio (le donne, 36,1%, più degli uomini, 31,6%). Per le donne la seconda attività consiste nel cercare di rendersi utili agli altri (15%), per gli uomini nel praticare hobby (15,4%). La vita delle donne corre lungo un filo, a volte di lana o di cotone, ma più spesso telefonico (12,2%) e tutto ciò in misura più che doppia rispetto ai coetanei (5,3%). Questi ultimi frequentano, più spesso delle anziane, le associazioni (6,6% contro 3,2%) e si dichiarano assidui viaggiatori (con il 3,3% doppiano l’1,6% delle donne). I principali fattori su cui si fonda la scelta delle mete delle proprie vacanze sono la sicurezza, la tranquillità e la qualità dei servizi offerti. Quasi i ¾ dei turisti anziani non si allontanano dall’Italia, mentre il 10% si spinge fuori dall’Europa. Gli ultrasessantenni che fanno sesso almeno una volta al mese sono il 50% della popolazione. Oltre a divertirsi, gli anziani investono il loro tempo in formazione e cercano di garantirsi un presente e un futuro culturalmente migliore. Un’università della terza età su dieci è italiana. Il dato è davvero ragguardevole perché il confronto è operato a livello planetario.

Peraltro non tutti concordano sulla funzione eminentemente culturale delle università per la terza età: per il 21,5% prevale la funzione socializzante, soprattutto per gli uomini, 26,8% contro 20,6% delle donne; per l’8,9% le due funzioni hanno pari dignità. Infine va ricordato che la stragrande maggioranza dei frequentatori delle università della terza età è data dalle donne.

_____________________________________________

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I CONSUMI CULTURALI ALTERNATIVI.

_______________________________________

La spesa delle famiglie italiane per i consumi culturali è del tutto residuale. Va messo in evidenza che un ruolo determinante nei consumi culturali minori hanno le sale di intrattenimento e da gioco, che nel giro di un anno hanno incrementato gli inassi del 18%.

La spesa degli italiani nelle sale da gioco (v.a. in mld di lire e var.%)

anni

V.a. in mld di lire

Var.% 96-97

1996

460,8

 

1997

544,7

+ 18,2

Fonte: SIAE

 

Il rapporto dei giovani in età 14-20 anni con i videogiochi (val. %)

_______________________________________________________________________________________

 

SESSO

ETA

Frequenta sale di videogiochi

totale

maschio

femmina

16 anni

17anni

18 anni

19 anni e oltre

Una o più volte al mese

17,4

29,3

9,9

20,7

17,6

14,3

19,3

Una o due volte in tre mesi

22,2

35,0

14,0

27,9

22,3

21,4

16,8

Mai negli ultimi 6 mesi

60,4

35,7

76,1

51,4

60,1

64,3

63,9

Totale

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

Utilizza il personale computer per videogame:

Moltrissino

10,9

23,6

2,9

11,3

15,1

7,9

10,0

Spesso

17,9

29,7

10,4

24,2

18,8

16,6

11,7

Talvolta

31,3

25,4

34,9

31,9

31,2

30,6

31,7

Mai

39,9

21,3

51,8

32,6

34,9

44,9

46,6

Totale

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

Fonte: Censis Rapporto 1998

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I CONSUMI CULTURALI MINORI.

1. La disfatta dei consumi culturali in Italia ha radici lontane (è del 1976 il libro di Barone e Petrucci dal significativo titolo: Primo non leggere). U. Eco già da primi anni Settanta riconosceva che "la battaglia per la sopravvivenza dell'uomo come responsabile dell'era della comunicazione, non la si vince là dove la comunicazione parte, ma là dove arriva".

2. Era questa l'illusione della fine degli anni Settanta, quando tendevamo ad evidenziare la funzione (per una ridistribuzione del sapere) dei micromedia, del decentramento culturale e dei centri culturali polivalenti,

dei mezzi economici di stampa, della fotografia, del design grafico, delle scritte murali e dei tazebau (tutti elementi oggi raggruppabili nei new media), dei circuiti di diffusione alternativa, dei gruppi culturali (scuola, fabbrica, quartiere, associazioni culturali, gruppi sociali ed unità culturali locali.

3. La presenza di una serie di occasioni frammentate (moltissime e di qualità per pochi, pochissime/ripetitive/omologate/omogeneizzate per tutti) e la mancanza di un sistema integrato delle opportunità culturali e della formazione permanente, che coinvolgono per tutto l'arco della vita la maggior parte della popolazione (un sistema organico ed articolato formativo-culturale-informativo, di cui fanno parte, conservando le proprie

specificità, la scuola, l'industria culturale, i libri, i musei, il cinema,

i concerti, il teatro, la formazione permanente, il tempo libero, il turismo di qualità, produzione attiva ed autoconsumo di cultura, la radio/televisione, soprattutto nella dimensione locale, i nuovi media, i giornali e la stampa -fumetti, fotoromanzi, fantascienza, libri tascabili-, ecc.) rappresenta vertamente la causa prima del fatto (rilevato anche

dall'ISTAT) che solo pochi "mostrano interesse" per le offerte culturali e che i comportamenti attivi sono riservati ad una piccola minoranza (l' 11/12 % della popolazione), di cultura medio alta.

4. E' paradossale che nell'epoca delle grandi trasformazioni tecnologiche della comunicazione, della digitalizzazione, di Internet, e della mutazione antropologica conseguente al terremoto cognitivo, non si riesca a creare un sistema, una

rete di comunicazione, un coinvolgimento consapevole e permanente dei cittadini, una "ridistribuizione" della conoscenza, rispettando le diverse "culture" e visione del mondo.

5. Nei vari Paesi europei i comportamenti attivi nella fruizione delle offerte culturali da parte dei cittadini, sono

ben maggiori e più generalizzati. Considerevolmente più alta è la redditività dei sistemi culturali-scolastici-comunicativi, al punto che si può parlare di "specificità del caso italiano". Ma in Francia esiste una fittissima rete di mediateche e di sale culturali polivalenti: in Germania ci sono tante strutture associative di base che trovano il loro punto di riferimetno nelle scuole, nella formazione terziaria, nelle Università, nei centri di formazione permanente: in Spagna esiste uno stretto legame tra le popolazioni locali ed il patrimonio locale dei beni culturali del proprio

territorio. Ed in tutti i Paesi Europei è in atto la ricerca socio-antropologica e delle scienze cognitive sui tempi, modi, stili, forme, codici, linguaggi della comunicazione sulla "ridistribuizione" della conoscenza, rispettando le diverse "culture" e visione del mondo.

6. E' evidente quindi che, "la battaglia per la sopravvivenza dell'uomo come responsabile dell'era della comunicazione, non la si vince là dove la comunicazione parte, ma là dove arriva". Può essere importante fare il punto sull'esistenza (ma forse si rileva meglio la mancanza) attraverso i dati Istat, Siae, Censis, Eurispes dei "luoghi" (cfr. punti 2 e 3 ed in

particolare: concerti locali, radio e televisioni locali, teatro autoprodotto ed autoconsumato, stampa minore, turismo scolastico e culturale, centri sociali, manifestazioni del tempo libero, associazionismo culturale ed ambientale, sale da biliardi, carte, giochi comunitari, e videogiochi, "consumo" di beni culturali e naturali, strutture museali/bibliotecarie/archivistiche/scientifiche minori, cartellone di manifestazioni e mostre nel campo dell'arte, della fotografia, della musica, del folklore), se esistono, dove si forma comunicazione e conoscenza, dove la comunicazione arriva, dove (solo attraverso una rete di "micromedia" e di autoproduzione) i consumi culturali "minori" sono

realizzati in modo attivo. Non è semplice, ma si può tentare di raccogliere i dati su come e dove arriva la comunicazione, a cominciare a quella minore.

 

 

3) LA SCUOLA, L'ISTRUZIONE, L'UNIVERSITA'.

Il Rapporto ISTAT 1996-97 è esplicito: "Nonostante il sistema scolastico e universitario offra, in linea di principio, pari opportunità agli studenti, tanto le modalità dell’iter formativo che le probabilità di successo dipendono ancora fortemente dal livello sociale della famiglia". Il sapere, dunque, è riservato a pochissimi. I dati dell'OCSE sull'Istruzione in Europa rilevano che l'Italia ha un buon 72% della popolazione sopra i 25 anni provvista solo di diploma di scuola elementare o di scuola media dell'obbligo, mentre la media dei Paesi OCSE è del 45%.

A scuola vanno pochi (malgrado i miglioramenti di questi ultimi anni, il 56,3 % della forza lavoro, della popolazione superiore ai 15 anni, ha un titolo di studio che si ferma alla scuola media dell'obbligo) o sono andati pochi (il 51,1 % della non forza lavoro è senza titolo o tutt'al più raggiunge la licenza elementare).

L' ISTAT ricorda che quasi il 90% dei ragazzi di età corrispondente si iscrivono alla scuola superiore, ma che "non tutti coloro che si iscrivono alla scuola superiore portano a termine gli studi. Nel 1992 meno di 59 studenti italiani su 100 iscritti a questo ciclo di studi ha conseguito il diploma, una media nettamente inferiore a quella dei paesi OCSE". Solo pochissimi, va aggiunto, hanno conseguito la maturità classica o scientifica. Esistono poi fenomeni di vera e propria dissipazione delle risorse. Nell'anno scolastico 1995-96 il 46,6% degli alunni "interni" delle scuole medie statali infatti è stato "licenziato" con un giudizio di "sufficiente", mentre il 55,8% degli studenti delle scuole superiori ha partecipato a corsi di recupero.

Anche il rapporto Eurispes 1999, nell’evidenziare la sfida della complessità che ci attende rileva che "occorre por mano ad una riforma radicale del sistema di istruzione riqualificandone i percorsi a tutti i livelli, elevando la qualità e la professionalità dei docenti, collegando fra loro i diversi settori della scuola di base e di quella professionalizzante, dall’università alla formazione sul lavoro, per realizzare un processo di "formazione continua", come peraltro ci è richiesto dall’Unione Europea". Insomma la scuola, ha davanti a se solo due strade: riforma o tracollo

Secondo il rapporto Eurispes 1999 "Nella scuola secondaria, su 1.000 iscritti, poco più dei due terzi (684) arrivano al conseguimento del diploma di maturità.

" Dopo il diploma la maggioranza (467, ovvero il 68,27%) si iscrive all’Università, mentre una quota molto più bassa si indirizza verso percorsi formativi diversi.

"Solo 165 giovani arrivano al conseguimento della laurea (si tratta del 35,33% degli iscritti, ma solo del 16,5% dell’intero universo giovanile). E le prospettive lavorative non sono meno scoraggianti, appena un giovane italiano su tre (il 30%), un anno dopo aver lasciato la scuola, ha un’occupazione stabile.

" In Germania questo succede a quattro giovani su cinque (l’80%) e nella media dei paesi Ocse la probabilità è di quasi il 60%.

" Nella scuola italiana, dove vivono e operano 750 mila insegnanti, 150 mila ausiliari, 12 mila capi d’istituto e circa 7,5 milioni di studenti, i problemi aperti non riguardano solo i contenuti didattici ma anche l’organizzazione: tempo pieno e attività parascolastiche poco praticate, mancanza di confronto competitivo tra le scuole, instabilità dei capi d’istituto e del corpo insegnante, disomogeneità rispetto all’Europa per durata d’obbligo (8 anni contro 10-13). Il 92% della spesa di funzionamento della pubblica istruzione riguarda il personale, contro il 70-80% degli altri paesi europei. In Italia gli insegnanti costituiscono il gruppo occupazionale più numeroso nell’ambito del pubblico impiego".

Anche il comparto della formazione professionale appare assolutamente inadeguato per il raggiungimento degli obiettivi definiti dal Patto per il lavoro. Ritornando al Rapporto ISTAT apprendiamo che le attività formative regionali riguardano in definitiva solo l'1,6% della forza lavoro, o il 14% se si considerano solo gli inoccupati. Tutto ciò in un contesto in cui rispetto al finanziamento previsto dal Fondo sociale europeo, a fine '95, in Italia, si era riusciti a spendere il 36,7% delle risorse programmate nell'ambito dell'obiettivo 3, il 15,9% di quelle relative all'obiettivo 1 ed appena il 4,7% delle somme disponibili per l'implementazione di un sistema di formazione continua.

L'assenza di un reale processo di differenziazione dell'offerta di istruzione superiore rappresenta un ulteriore fattore di debolezza del sistema formativo. L'Italia, infatti, oltre a detenere il primato della dispersione nel ciclo universitario è di gran lunga il Paese con il minor numero di iscritti a corsi di tipo non accademico, con una quota assolutamente residuale pari allo 0,4% rappresentata dagli iscritti ai diplomi universitari (60 mila). Negli altri Paesi europei il tasso di immatricolazione a corsi di tipo accademico non supera il 35% degli iscritti a corsi di istruzione superiore (Germania) mentre scende al di sotto del 14,7% in Svezia.

I numeri della scuola

dati riferiti all’anno scolastico 1998-99

 

 

 

Scuola materna

Bambini

Sezioni

Insegnanti

901.764

38.962

76.643

Scuola elementare

Alunni

Classi

Insegnanti

2.631.772

146.274

259.503

Scuola secondaria di 1º grado

Alunni

Classi

Insegnanti

1.719.173

83.456

180.743

Scuola secondaria di 2º grado

Alunni

Classi

Insegnanti

2.453.215

110.452

231.238

Totale

Alunni

Classi

Insegnati

7.705.424

379.144

751.127

 

 

Non siano in grado di rimuovere alla radice squilibri strutturali e tendenze dissipative. Questo può significare indebolire ulteriormente il sistema riducendone la capacità di garantire pari opportunità educative". L' ISTAT ricorda che quasi il 90% dei ragazzi di età corrispondente si iscrivono alla scuola superiore, ma che "non tutti coloro che si iscrivono alla scuola superiore portano a termine gli studi. Nel 1992 meno di 59 studenti italiani su 100 iscritti a questo ciclo di studi ha conseguito il diploma, una media nettamente inferiore a quella dei paesi OCSE". Solo pochissimi, va aggiunto, hanno conseguito la maturità classica o scientifica.

 

ABBANDONO SCOLASTICO:

Italia 40%

Olanda 4 %

Germania 8 %

Svezia 17%

Svizzera 17%

Inghilterra 20%

Francia 22%

(FONTE: International Association For The Evaluation Of Educational Achievement)

In ultimo l'assenza di un reale processo di differenziazione dell'offerta di istruzione superiore rappresenta un ulteriore fattore di debolezza del sistema formativo. L'Italia, infatti, oltre a detenere il primato della dispersione nel ciclo universitario è di gran lunga il Paese con il minor numero di iscritti a corsi di tipo non accademico, con una quota assolutamente residuale pari allo 0,4% rappresentata dagli iscritti ai diplomi universitari (60 mila). Negli altri Paesi europei il tasso di immatricolazione a corsi di tipo accademico non supera il 35% degli iscritti a corsi di istruzione superiore (Germania) mentre scende al di sotto del 14,7% in Svezia. Non siano in grado di rimuovere alla radice squilibri strutturali e tendenze dissipative. Questo può significare indebolire ulteriormente il sistema riducendone la capacità di garantire pari opportunità educative".

 

I sondaggi della Generazione X definiscono la scuola un’esperienza deprimente, repellente, forse inutile. E non potrebbe essere diversamente. Alle maggioranze della gente comune, attraverso i prodotti e quelli che dovrebbero essere i servizi culturali derivati dalla ricerca (la scuola in primo luogo e poi: libri, guide, mostre, musei, film, programmi radiofonici e televisivi, ecc...), o ai fedeli nelle chiese si continuano a raccontare (e volutamente) scenari e fatti della storia, delle attese sociali e del sacro, dello sviluppo delle idee e delle religioni limitate e spesso, a dir poco, fantasiose. E’ proposto un sapere precostituito, congelato dagli schemi e dai codici accademici, autoreferenziale. La cultura maggioritaria annulla (con forme e modi che non possono essere definiti: genocidi e gli stermini) le tante culture e civiltà dell’uomo ed offre una falsificazione della storia, che è raccontata solo dalla parte dei vincitori: il mondo è stato ed è costruito da bianchi, belli, colti, ricchi, occidentali, concettuali.

 

RAPPORTO EURISPES: BAMBINI SEMPRE PIU' SOLI

Il mondo dell’infanzia viene generalmente studiato dagli psicologi o dai sociologi inrelazione a quello degli adulti, con cui necessariamente si rapporta e dipende. Una indagine dell’Università "La Sapienza" su un campione composto da 300 soggetti, tutti bambini di età compresa tra i 12 ed i 5 anni, di cui 148 di sesso maschile e 152 femminile evidenzia che i bambini preferiscono attività individuali (36,9%9, seguono le attività svolte con i coetanei (33,4%) per finire con le attività svolte con i genitori (29,7%).

Bambini soli ''di frequente'' anche di fronte alla tv (solo il 13% la segue sempre con amici e parenti), strumento ''prediletto'' nel confronto con il computer. La televisione - Nella maggior parte dei casi, il 36,9%, svolgono da soli le attivita' al di fuori dell' impegno scolastico; nel 33,4% sono in compagnia di coetanei e quasi il 30% con i genitori.

Dalla ricerca emerge, inoltre, che i bambini prediligono la televisione al computer, in quanto la tv è vissuta come possibilità di evasione e di divertimento, ma anche, come fonte di conoscenza e di informazioni.

Risultati interessanti sono quelli che indicano il rapporto dei bambini con i genitori, infatti il 34,7% afferma di uscire con i genitori o uno dei due spesso, il 44,3% qualche volta, il ,15% solo la domenica o nelle feste, infine il 6% quasi mai o non vive con i genitori.

I bambini appartenenti ad un ceto sociale medio-alto sono più seguiti, non si rilevano dati significativi relativamente alla esposizione alla televisione o al computer. Il sesso sembra essere discriminatorio soprattutto in riferimento alle attività pomeridiane non mediatiche, mentre non influisce sul rapporto del bambino con la televisione o il computer. L’età, è importante soprattutto perchè determina la differenza di tempo trascorso con i genitori; i piccoli trascorrono molto più tempo con i genitori rispetto a quelli più grandi. L’età è una discriminante anche per quel che concerne il rapporto con la televisione. I piccoli la preferiscono ai videogiochi e viceversa.

La giornata tipo di un bambino si struttura, quindi, in: ore trascorse a scuola, ore trascorse in attività prevalentemente individuali (più della metà in compagnia della TV e del PC), ore trascorse in attività con i coetanei (soprattutto a carattere sportivo-individuale) e, in misura minore, ore trascorse con i genitori, con i quali impostano una relazione caratterizzata soprattutto delle uscite e dal dialogo, poco dal gioco.

Va ricordato che 2 famiglie su 3 lasciano i figli ai nonni e 13 nonni su 100 si dichiarano completamente impegnati nell’educazione dei nipoti, 40 parlano di impegno considerevole e altri 20 lo ritengono non trascurabile.

I GIOVANI

L'ISTAT rileva che le giovani generazioni "sembrano adeguarsi passivamente alla divisione tradizionale tra cultura alta e cultura medio-bassa".

 

Varie ricerche hanno messo in evidenza che i giovani considerano rituali, inutili, noiosi i luoghi, i modi e i codici di apprendimento istituzionali come la scuola, l'università, il libro, i musei, il teatro, i concerti che non siano legati alla "loro" musica.

Questo avviene perchè;

1) I giovani non hanno un sapere sistematico. Il sapere dei giovani non è strutturato. Nei giovani c'è una dissolvenza (o rifiuto) delle categorie del sapere e della possibili di organizzare pensieri in sistema.

2) Combinando le possibili dei cinque sensi, nasce il pensiero con formulazioni che non sono presenti in nessuna delle sensazioni provate.

3) I giovani sono abilissimi nell'evocare.

4) La musica è il vero linguaggio dei giovani.

5) Il primo indicatore sociale è il potere. In Italia esso è concentrato in poche famiglie: una nobiltà dell'economia.

6) Nei giovani c’è la perdita della percezione del futuro. Vivono in una successione di tempi presenti, mancando una relazione con la realtà oggettiva. E' disarmante l'ignoranza storica dei giovani del tempo presente (i libri che lo contengono sono illeggibili), anche di chi la dovrebbe studiare a scuola. Ed è nota agli insegnanti la difficoltà a motivarli. Ma la storia è raccontata poco, male, parzialmente e sempre attraverso le manipolazioni dei vincitori. Così l’uomo perde una delle caratteristiche principali: pensare e costruire in una dimensione spostata nel futuro. E l’uomo senza percezione del futuro non ha futuro. Non bisogna, quindi, meravigliarsi se la dimensione storica (la ricerca delle proprie radici nel passato e le prospettive per il futuro) è totalmente assente.

Una recente indagine La Stampa-Explorer (gennaio 1999) mette in evidenza come i giovani siano delusi dalla scuola, dalla società e dalla politica, come non abbiano fiduci nei modelli proposti dalla tv e dai giornali e come siano in cerca di sicurezze e di conferme affettive. Qual’è il segreto della felicità. Accontentarsi.

Bene primario è riconosciuto alla famiglia (73%); poi all’amicizia (60%); poi all’amore (37%). Nessun valore alla politica (1%); poco al lavoro (5%); qualcosa più alla solidarietà sociale ed alla scuola (16%, ma non collaborano ad associazioni); pochino alle leggi ed alla giustizia (10%); ancora meno alla religione (6%). Non aspettano nulla dal futuro (44% è molto o abbastanza preoccupato. "Il modello ideale? Mia Nonna") e nel loro orizzonte non c’è il desiderio di esplorare il mondo o il conseguimento di un livello di istruzione elevato, ma solo desiderio di famiglia ed amici e del raggiungimento di un posto di lavoro sicuro ("solo i raccomandati trovano lavoro").

 

 

4) LA MODERNIZZAZIONE.

Anche la modernizzazione tecnologica, che ha impetuosamente investito il settore delle telecomunicazioni, è per pochi: in Italia riguarda non più di 500 mila persone. La sperimentazione integrata di computer, modem, Internet, E-mail è in grande fermento, secondo il CENSIS, solo nell'1% della popolazione sopra i 14 anni. Le reti civiche potrebbero rappresentare una straordinaria reazione alla staticità ed alla vischiosità tipiche della società attuale. Ma le potenzialità sono sfruttate però ancora in modo estremamente parziale". La modernizzazione tecnologica ha impetuosamente investito il settore delle telecomunicazioni. Nelle città italiane cresce la voglia di rete come reazione alla staticità ed alla vischiosità tipiche della società attuale e in primo luogo delle metropoli, luoghi di massima concentrazione di soggetti, di flussi e di relazione.

Tuttavia, è bene non perdere di vista il fatto che una straordinaria rivoluzione tecnologica, e dei paradigmi della comunicazione, è effettivamente in atto un po' ovunque e che in Italia questo stato nascente di cose riguarda 500.000 - 1 milione di persone. La sperimentazione integrata di computer, modem, Internet, E-mail è in grande fermento nell'1/3% della popolazione sopra i 14 anni.

Il restante 97/99% è tuttora alle prese con rassicuranti, consolidate e mal funzionanti tecnologie fortemente radicate nel presente: la televisione, che è ancora una scatola nera con l'antenna, rispetto alla quale le uniche azioni comunicative possibili sono tre: accenderla, spegnerla, cambiare canale; il telefono, che al massimo ha perso il filo ma non i problemi di costo e di collegamento; il computer, che è ancora una scatola chiara, piena zeppa di rompicapo "soft-hard-ware" che fanno perdere tempo e pazienza, nonostante sia è collegabile alla rete telefonica.

 

Non vanno dimenticate le nuove frontiere dei giochi elettronici e lo sviluppo di contenuti interattivi per Internet a larga banda e per la tv digitale. "La convergenza tra computer e tv è ormai una realtà - spiega Ferhan Cook, presidente di MediaPlay International -. La televisione del futuro sarà fatta di trasmissioni su larga banda, veicolate da satellite e da cavo, da ricevere interattivamente sul set-top- box". Una direzione già imboccata dai maggiori gruppi televisivi mondiali, che a Cannes si sono confrontati con grandi firme della tecnologia, come Intel e Microsoft, produttori multimediali e creativi del mondo digitale. Ma Tps, il consorzio francese di televisione digitale via satellite, ha già lanciato servizi interattivi di intrattenimento, shopping e home banking, oltre che di informazione, accesibili da un tasto del telecomando. L'indice di gradimento? Un terzo degli abbonati partecipa a giochi e quiz televisivi, oltre la metà consulta regolarmente la guida interattiva dei programmi, il 56 per cento naviga tra le previsioni meteo locali. I due servizi interattivi più consultati sono lo sport (98 per cento) e il cinema (95 per cento).

I dati stranieri confermano ancora che l’innovazione sarà per pochi e tale da accrescere il divario tra chi può (avrà sempre più servizi, anche quelli offerti dai new media), e chi non può (potrà accedere, nel complesso dei servizi culturali, solo alla televisione generalista).

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo il Rapporto Eurispes 1999, Internet, rappresenta la babele del nuovo millennio. Infatti contiene più di 100 milioni di pagine di pagine di informazioni della più svariata natura che assolvono sia funzioni di carattere comunicativo che funzioni di carattere economico - mercantile.

Internet è la più grande banca dati e il più grande shopping center del mondo. I navigatori della rete nel 60% dei casi parlano inglese, nel 10% spagnolo, nel 9% giapponese, nel 5% tedesco e nel 4% francese. Seguono i navigatori che parlano italiano (2%) e cinese (2%), portoghese (1%) e danese (1%). Entro il 2000, secondo le stime più attendibili, si passerà dagli attuali 150 milioni a 330 milioni di utenti connessi in tutto il mondo.

L’incremento riguarderà sopratutto i navigatori "altri" rispetto a quelli di lingua inglese, ovvero quelli che vantano un tasso di informatizzazione più contenuto. Per i navigatori di lingua italiana è prevista una autentica esplosione: l’incremento previsto dal 1998 al 2000 è del 504%; dagli attuali 2,1 milioni si passerà a 10,6 milioni di utenti.

Tale dato è spiegabile solo con una corrispondente previsione di incremento dei PC attualmente installati in Italia: 5,9 milioni, ovvero 10,3 ogni 100 abitanti. Peraltro va sottolineato che anche se la maggior parte degli utenti di internet posseggono un PC, il medesimo computer in rete può essere utilizzato da più navigatori della stessa famiglia o che lavorano nel medesimo ufficio. Cosa cambia nella vita di un "navigatore"?

I sondaggi USA indicano che internet, nell’84% dei casi, strappa utenti ai media alternativi, in particolare alla TV il 35%, al telefono il 22%, agli home - video il 19%, alle riviste il 16%, ai quotidiani il 16% e alla radio il 10%; mentre nel 16% dei casi vince la concorrenza delle altre applicazioni PC. Per quanto riguarda il tempo di navigazione settimanale negli stessi USA non ci sono dati certi: la risposta prevalente è infatti "non so".

Non va dimenticato che l’accesso alle autostrade elettroniche ed alle nuove tecnologie è di difficile accesso ai redditi medio-bassi.

Disponiamo di ricerche americane, dove è evidente la differenza di opportunità e di reddito. I cittadini a basso reddito continuano a perdere terreno nei confronti dei ceti medio-alti. La frattura politica, culturale ed economica sarà esacerbata.

La Vanderbilt University ha rilevato che soltanto il 14% delle famiglie con meno di 25 mila dollari l’anno di reddito dispone di un computer. Comunque tra le famiglie nelle fasce più deboli (40.000 dollari l’anno) i bianchi che dispongono del computer sono comunque il 27,5% mentre la percentuale di afroamericani precipita al 13,3%. I mestieri desiderabili nella nuova economia richiede un ambiente mirato della realtà on line che può generare una svolta tra molti studenti svantaggiati dei centri urbani. Il 78% delle scuole pubbliche ha una qualche connessione con Internet, ma questa percentuale cala al 63% nei quartieri più poveri. Il 19,3% dei neri ed il 19,4% degli ispanici ha il computer contro il 48% dei bianchi.

 

Le prospettive della pay tv.

Lo studio della Bnp Equities "European Television" (come riferisce il Sole 24Ore del 2/3/1999) offre una visione dettagliata delle prospettive del settore e delle principali compagnie quotate che vi operano.Entro il 2006 un’abitazione europea su due sarà in grado di ricevere la tv a pagamento mentre in Italia la pay tv non dovrebbe arrivare al 16% delle famiglie.

Nell’Europa meridionale, le tv terrestri gratuite rimarranno in posizione centrale. Non solo perché più di una casa su due non avrà la pay tv. Ma anche perché l’offerta di nicchia dei canali tematici, dall’ascolto frammentato, non potrà competere con quella generalista, soprattutto dove cavo e satellite hanno scarsa diffusione.

Semmai, i canali tematici potranno sottrarre risorse all’editoria specializzata.

Lo sviluppo di Internet non può rubare ascolto alle tv generaliste. Si tratta di due prodotti completamente diversi, consumati uno modo attivo e sempre singolarmente. , l’altre in modo passivo, e spesso collettivamente Le persone non vogliono mettersi alla tastiera davanti alla tv. Anche tv tematica a pagamento è una falsa minaccia per la tv generalista che resta sostanzialmente un mass market, per i grandi utenti internazionali e nazionali".

Le strategie delle società europee rispetto all’irruzione del digitale sono articolate. C’è chi punta alla diversificazione produttiva come la tv francese M6, che realizza il 30% dei suoi introiti in attività come video, editoria e musica, distribuite con il proprio marchio. Mediaset, invece, è sotto il 5% con prodotti diversi dal core business televisivo. La diversificazione geografica è condizionata dalle barriere linguistiche e culturali: il contenuto "locale", cioè quello nazionale, fa spesso la differenza. Ciononostante, Mediaset ha il 25% di Telecinco in Spagna e potrebbe entrare sul mercato tedesco con l’operazione Traviata. La tv terrestre trarrà beneficio da un’accelerazione degli investimenti pubblicitari nel_l’anno 2000, maggiore in Italia rispetto alla Gran Bretagna. Il mezzo, nella maggioranza dei casi, avrà una crescita superiore alla media degli investimenti in Francia, Spagna e Italia. Settori come i servizi finanziari e le telecomunicazioni stanno cominciando a investire in pubblicità. E scelgono la tv per raggiungere vaste audience. Le politiche di privatizzazione e di deregulation, a loro volta, contribuiscono al_l’exploit della pubblicità in tv. In Germania, la pubblicità di banche e assicurazioni è cresciuta del 40% dal ’95 al ’97. In più, il consumo di televisione cresce in tutta Europa. Altro fattore non secondario di vantaggio: la tv gratuita permette una misurazione del suo ascolto in tempi quasi istantanei, al contrario degli altri media. Nell’Europa meridionale, poi, la scarsa diffusione del cavo e del satellite costituisce una barriera all’ingresso nel settore, rafforzando la posizione dominante delle tv esistenti. Secondo le stime della Bnp, i canali terrestri, nel 2006, perderanno non più del 15% del_l’ascolto a favore di quelli tematici e della pay tv ma il loro trend pubblicitario resterà positivo, analogamente a quanto accaduto negli Stati Uniti. Gli abbonati alla pay tv, in Francia, dedicano circa il 30% del tempo televisivo ai canali digitali. E le abitazioni europee abbonate alla pay tv, nel 2006, dovrebbero oscillare tra il 40 e il 50% del totale. Stanno per arrivare giorni felici, insomma, per le televisioni del continente.

 

INTERESSANTE È UN ESAME DELLE DOTAZIONI TECNOLOGICHE DELLE FAMIGLIE IN ITALIA:

96,4% tv a colori

52,2% secondo televisore

68,7% videoregistratore

57,6% stereo hi-fi

34,8% lettore CD

27,8% personal computer*

17,5% videocamera

15,6% macchina fotografica digitale

12% consolle videogiochi tv

5,3% CD con lettore laser

4,6% parabola per tv via satellite

Fonte: Censis rapporto 1998

Secondo l’Eurispes i PC sono 5,9 milioni. Va ricordato che il 13/14% delle famiglie non dispone del telefono. La modernizzazione tecnologica è per pochi.

Va ricordato che un settore particolarmente interessato dai mutamenti dei sistemi comunicativi è quello del lavoro "in movimento". In tale ambito assumono notevole rilevanza i sistemi PMR (Professional Mobile Radio) che forniscono servizi radio mobili per scopi professionali a gruppi chiusi di utenti. Il PMR è una rete di comunicazione progettata per soddisfare le aziende che desiderano avere un contatto con il proprio personale in qualunque situazione e/o condizione esso si trovi: ad esempio, reti mobili per taxi, pronto soccorso e polizia. Il servizio PMR è caratterizzato da tempi molto brevi di accesso da stazione radio fissa a terminali mobili e da mobile a mobile.

Con il decreto del 18 dicembre 1996, si è verificato un inasprimento dei canoni dei sistemi radiomobili PMR pari al 260% rispetto ai canoni precedenti (del 1982). Nello stesso periodo, l’andamento dei canoni del servizio radiomobile cellulare ha subìto continue riduzioni in particolare dopo l’introduzione dello standard TACS e la liberalizzazione delle tariffe con l’ingresso del secondo operatore. La riduzione è stata, tra il 1985 e il 1990, pari al 32% e, tra il 1990 e il 1997, pari al 58%. La riduzione complessiva, tra il 1985 e il 1997, è stata del 72%. Inoltre offerte speciali e azioni promozionali di entrambi i gestori cellulari hanno ulteriormente ridotto il "costo amministrativo" per l’utilizzo della telefonia cellulare. Se poi si tiene presente il tasso inflattivo degli ultimi anni, la riduzione è ancora più sensibile: fatto 100 il valore del 1985, l’indice analogo al ’94 (ultimo dato disponibile) è pari a 165,2. Questo porta a una riduzione in termini reali di oltre 83 punti percentuali. Sono evidenti le disparità di trattamento e di approccio adottate nei confronti degli utilizzatori dei due servizi: a un utente professionale di un sistema PMR, che usa questo strumento per scopi esclusivamente produttivi, è riservato un trattamento molto penalizzante, mentre l’uso del cellulare, legato alle comunicazioni personali e private, viene incentivato. A ciò si aggiunga che l’utente di un sistema cellulare non deve sostenere direttamente il costo di impianto iniziale né i costi di gestione e manutenzione dell’intera infrastruttura, contrariamente a quanto accade all’utente PMR.

La situazione italiana rispetto a quella francese, ma soprattutto a quella britannica, risulta fortemente sbilanciata. Sia su piccoli sistemi (10 terminali) e sia su quelli di grandi dimensioni, i canoni italiani risultano di 17 volte (+1.600%) più cari di quelli del Regno Unito. Anche considerando il caso francese, la situazione italiana risulta circa tre volte più penalizzante per l’utente italiano (+248%). Di conseguenza a parità di costo di impianto del sistema (più o meno uguale in tutti i paesi europei, visto che i fornitori di stazioni radio, antenne e terminali sono società multinazionali con prezzi simili in Europa), il costo di esercizio è enormemente più oneroso per l’utente italiano che non per i suoi corrispondenti inglesi e francesi.

In Italia risulta una penetrazione del mercato molto contenuta pari a circa l’1,2%, nonostante le enormi potenzialità dei servizi e sistemi PMR/PAM: si stima infatti che ammonterebbe a 5.000 mld l’incremento del PIL connesso a una loro maggiore diffusione. Inoltre, una regolamentazione del settore contribuirebbe a ridurre del 35% la quota del mercato detenuta da soggetti non autorizzati. Il fenomeno

dell’abusivismo trova infatti terreno fertile in presenza di: tempi di rilascio licenze (18-36 mesi) lunghissimi, specie se comparati ad una media europea di 2-4

settimane, ed esiguità dello spettro radioelettrico effettivamente assegnato dal Piano

Nazionale Frequenze.

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Città in rete

Le applicazioni di telematica civica possono avere un forte impatto sull'efficienza della Pubblica Amministrazione. Molti osservatori individuano nella bassa efficienza degli Enti locali una delle principali cause di arretratezza di alcune zone del Paese, in particolare nel Mezzogiorno. La telematica civica può quindi essere occasione di rilancio di queste aree, se utilizzata come opportunità di sviluppo e rinnovamento. Se al contrario solo gli Enti locali delle regioni più sviluppate introducono ed applicano le nuove tecnologie, queste diventano inevitabilmente nuova fonte di divari sia nello sviluppo socio- economico, sia nella capacità di far partecipare i cittadini ai processi innovativi che stanno portando anche l'Italia nella "società dell'informazione".

Le "città in rete" sono molte. E’ stato rielevato un numero di Enti locali comunali presenti in rete (oltre 300) superiore alle aspettative, in particolare per quanto riguarda il Mezzogiorno: i siti di Enti locali presenti nel Mezzogiorno sono infatti il 29% del totale (a titolo di raffronto, la popolazione meridionale è circa il 37% della popolazione italiana). Le potenzialità sono sfruttate però ancora in modo estremamente parziale. L’Osservatorio Reti Civiche (Settembre 1998) ha censito oltre un migliaio di siti, predisponendo una griglia di classificazione dei siti stessi, che distinguesse poche tipologie di servizi. In particolare si distingue tra:

- siti vetrina", pensati per il turista. Il sito contiene informazioni turistiche, sulla storia del Comune, sulle attività commerciali, su monumenti ecc. Le informazioni sulle istituzioni locali non sono gestite direttamente dagli Enti interessati;

- "Comuni in rete", in generale - ma non necessariamente - gestiti dall'Ente locale. In questi casi il sito contiene informazioni prodotte da uno o piu' enti locali. E' debole la capacita' del visitatore di interagire con gli Enti locali (assenza di caselle e-mail e di altre forme di feed-back tra ente locale e cittadino). In questa tipologia sono stati classificati, ad esempio, i numerosi siti che hanno predisposto una casella e-mail per il sindaco, un elenco dei recapiti telefonici dei servizi comunali e una descrizione testuale dei servizi disponibili;

- "Amministrazioni interattive", dove l'Ente locale ha predisposto e attivato servizi in forma interattiva, come forme di teleprenotazione, richiesta di certificati, consultazione di mappe intelligenti, etc.

- Reti civiche", dove esistono uno o più strumenti di comunicazione multidirezionale tra cittadini e Enti locali. <div align="center">L’interattività è relegata, nella maggior parte dei casi, alla predisposizione dell'e-mail del sindaco o del Comune.

E’ stato rilevato come la prima condizione perchè le reti civiche divengano uno strumento efficace nei prossimi anni sia l'allargamento dell'utenza. Nella maggior parte dei casi, oggi l'accesso ai servizi di rete civica avviene tramite rete: i servizi sono quindi fruibili solo da quel 5% circa degli italiani che dispongono di un elaboratore, di un modem, di un contratto di accesso ad internet e della necessaria formazione all'uso delle tecnologie. E' possibile che in un futuro non lontano i servizi informativi di Internet siano integrati a basso costo con la televisione, entrando di colpo in tutte le case. Tuttavia, per il periodo intermedio, riteniamo di primaria importanza l'avvio di una politica attiva della formazione dei cittadini all'uso delle nuove tecnologie. Tale politica può essere avviata dagli Enti locali su due fronti:

- predisposizione di punti d'accesso gratuiti ai servizi di rete.

- predisposizione di corsi di formazione gratuito ai servizi di base della rete.

Un ulteriore strozzatura alla diffusione dell'accesso alla rete per il cittadino è costituito dal livello delle tariffe di connessione, ed in particolare dalla Tariffa Urbana a Tempo (TUT).

5) RISPETTO DELLE DIVERSE CULTURE E DEI DIVERSI MODI DI COMUNICARE E DI CONOSCERE

Esistono tante forme di cultura, quanti sono i modi della vita, le scale di valori, gli ideali, le norme, le tradizioni che regolano la vita dei singoli, dei gruppi umani, dei popoli. Conseguentemente esistono tanti modi di comunicare e di conoscere (tanti linguaggi, tanti codici, tanti strumenti, tante modalità di pensiero) quanti sono gli uomini e le donne sulla terra. Se siamo divisi in formazioni culturali differenziate e se pratichiamo modi di comunicazione e di conoscenza spesso molto diversi, non dipende da opzioni personali dei singoli individui, ma da ragioni storiche e geografiche e in ogni caso le "culture" corrispondono a istanze congeniali ai diversi gruppi sociali ed ai diversi popoli, ai quali offrono modelli di comportamento apprezzati e un approdo ad aspirazioni profonde della vita.

Se la comunicazione avviene, come di fatto avviene nel nostro paese, attraverso un solo linguaggio (la parola scritta e parlata, ma con la struttura sintattica della parola scritta), un solo codice (il trasferimento di conoscenze assodate), un solo strumento (il libro), una sola modalità di pensiero (la verbalizzazione ed il concettualismo, la sequenzialità); se i Linguaggi Universali e la Mente Globale sono negati, allora vengono cancellate le potenzialità e le capacità di Essere, di Comunicare e di Conoscere della maggior parte di noi.

La necessità di ridistribuire le conoscenze in una società che si avvia rapidamente ad essere multiculturale, multietnica e multireligiosa (anche per le forti immigrazioni, che, va ricordato, sono un fatto strutturale della storia) parte proprio da questa domanda dell'ISTAT: "è un cambiamento sostenibile...?". "La ridistribuzione delle conoscenze è uno dei temi fondamentali". Bisogna ricordare che: " La scuola, la cultura, la comunicazione non solo diffondono Cultura Colta (intesa come sapere precostituito, congelato dagli schemi accademici, autoreferenziale), ma producono cultura (intesa come pruralismo e diversità di modi, stili, codici attraverso i quali si formano le conoscenze).

Per ridistribuire la conoscenza, non serve creare canali sempre più diffusivi della cultura alta e dei codici accademici, serve invece recuperare la centralità degli interessi delle maggioranze della gente comune, riconoscendo dignità ai diversi stili, codici, ambienti di comunicazione e di conoscenza, alle diverse visioni del mondo e ai diversi processi di pensiero.

La borghesia conservatrice, al potere o all'opposizione, ritiene che questi problemi siano di competenza di una ristrettissima oligarchia. La borghesia illuminata, quando è all'opposizione, lascia vedere grandi aperture alla ricerca di consenso. Quando è al potere si chiude in una visione sempre più dogmatica, oligarchica ed antipopolare e si arrocca in trincea a difesa dei privilegi raggiunti. Allora le maggioranze della gente comune non servono più a niente, nemmeno come schiavi.

Un’attenzione partcolare merita il fenomeno strutturale delle immigrazioni. Secondo l’Eurispes 1999, in Europa ci sono 18 milioni di cittadini stranieri (il 5% dei residenti), di cui 14 milioni extracomunitari, una popolazione superiore a quella di taluni piccoli e medi stati europei. In Italia il milione e mezzo di immigrati (almeno 300 mila i clandestini) rappresentano il 2,6% della popolazione, una percentuale tutto sommato contenuta rispetto alla media europea che è vicina al 5%.

La nostra immigrazione, al contrario di quella degli altri paesi europei oggetti di flussi migratori, è caratterizzata dal "policentrismo etnico", vale a dire è composta da un incredibile mosaico di rappresentanti di 12 paesi diversi, molto differenziati per religione e cultura.

La metà degli immigrati che sbarcano in Italia decide di fermarsi stabilmente (quasi 280 mila risiedono nel nostro Paese da più di cinque anni), in preferenza nel Lazio (65 mila) e marocchini (38 mila i residenti). Il 58% del totale degli immigrati risulta occupato in un’attività subordinata o stagionale e solo il 3% svolge un lavoro autonomo. L’11% risulta, invece, senza lavoro.

Il processo di radicamento delle diverse comunità di immigrati porta con sé importanti problemi che lo Stato è chiamato a risolvere. Oltre al diritto di cittadinanza, la scuola in primo luogo, visto che sono circa 150 mila i minori stranieri in età scolare (il 12% della popolazione immigrata) e che le previsioni parlano di un loro raddoppio nel giro di meno di cinque anni. Attualmente la nostra scuola accoglie però poco più di 63 mila studenti stranieri ed è perciò inevitabile come debba attrezzarsi anche culturalmente per favorire sia l’integrazione dei giovani immigrati sia il sincretismo culturale educando e sensibilizzando al rispetto delle diversità.

La motivazione di fondo delle immigrazioni è data dalla ricerca di una via di scampo: da una guerra, da un’epidemia, dagli effetti provocati da un disastro naturale o causato dall’uomo. Senza speranza di ritorno, l’emigrazione che assume la forma di vero e proprio esodo è quella causata dalle carestie: impalpabile, lenta, inesorabile l’evento più catastrofico e disgregante che possa affliggere l’umanità. Negli ultimi decenni, per combattere la fame, sono state condotte incisive strategie per rendere la produzione agricola e l’allevamento zootecnico per l’alimentazione umana sufficiente per sfamare l’intera umanità. I risultati in termini di produzione, apparentemente degni di rilievo, privilegiano le popolazioni delle nazioni più ricche, che nel loro insieme sono quantificabili al 20% circa della popolazione mondiale, ma assorbono e consumano l’80% della ricchezza prodotta ogni anno sul pianeta. Del 20% del prodotto destinato alla Grande minoranza costituita dai Paesi in via di sviluppo o emergenti, più della metà è consumato dalla "classe media" delle loro popolazioni. Ciò che resta è destinato alla "classe degli ultimi degli ultimi", alle popolazioni più povere e affamate della terra. Inoltre, sono ancora tagliati fuori dal minimo vitale alimentare almeno 800 milioni di disperati che continuano a patire la fame o la sottonutrizione cronica; e di questi, addirittura 200 milioni sono bambini e donne in allattamento. E come se non bastasse la FAO ha valutato che la terra nel 2030 dovrà aumentare la produzione agro-alimentare del 75%… D’altra parte, l’evoluzione mondiale delle migrazioni ha assunto in Europa un aspetto decisamente positivo almeno per quanto riguarda l’apporto di mano d’opera "già pronta e disponibile" e il conseguente incremento demografico "gratuito" di cui ha beneficiato. Ed è probabile che esistano ancora margini alla capacità dell’UE di assorbimento di nuova forza lavoro. In Italia alla data del 31 dicembre 1998 la percentuale potenziale degli immigrati in regola, rispetto alla popolazione, si prevede possa attestarsi intorno al 2,8 per cento. Infine, un’ultima, incessante lievitazione del numero degli immigrati e dei richiedenti l’asilo politico, e quindi, il riconoscimento dello status di rifugiato, si è verificata agli inizi del 1998, nelle fasi di dibattito della nuova legge sull’immigrazione e subito dopo la sua promulgazione (l. 40, 6/3/1998). Anche in questo caso, come dopo la legge "Martelli", l’Italia è stata oggetto di un’ondata di immigrati clandestini provenienti da Africa, Europa dell’Est, dal Sud-Est asiatico.

Alla data del dicembre 1998, il numero delle domande di regolarizzazione per ottenere il permesso di soggiorno è arrivato a 350.000/400.000.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

EXTRACOMUNITARI IN ITALIA PER PROVENIENZA GEOGRAFICA ANNO 1998

____________________________________________________________________________________

PAESE DI PROVENIENZA

CON PERMESSO DI SOGGIORNO

CLANDESTINI (STIME

 

 

 

MAROCCO

119.381

24.939

ALBANIA

70.897

19.380

ROMANIA

29.738

15.980

TUNISIA

40.592

15.980

EX JUGUSLAVIA

73.126

14.762

FILIPPINE

56.738

13.276

CINA

34.351

13.045

POLONIA

23.926

11.232

PERÙ

22.887

8.208

SENEGAL

31.248

7.557

EGITTO

23.428

6.758

BRASILE

16.891

6.758

SRI LANKA

24.857

6.602

INDIA

20.587

5.516

ALTRI PAESI

217.380

64.115

 

 

 

TOTALE

806.027

235.566

Fonte: Caritas - Dossier Immigraziane, 1998

 

 

________________________________________________________________________________

Appartenenza religiosa degli stranieri soggiornanti in Italia (v.a.)

________________________________________________________________________________

Religione 1995 1997

________________________________________________________________________________Musulmani 301.780 422.186

Cattolici 309.349 371.658

Altri Cristiani 249.388 275.759

Altre Religioni 55.032 63.091

Buddisti/Shintoisti 32.387 40.768

Animisti 12.207 17.960

Thaoisti 6.751 9.735

Non classificati 428 7.084

Ebrei 7.065 4.244

________________________________________________________________________________

Totale 993.598 1.240.721

________________________________________________________________________________

Totale non cattolici 684.249 869.063

________________________________________________________________________________

Fonte: Caritas - Dossier Immigraziane, 1998

 

 

.

SCENARI DELLA POPOLAZIONE ITALIANA SECONDO LE FASCE DI ETÁ

I DATI E LE PREVISIONI. INDIVIDUI x 1000

 

ANNO

POPOLAZIONE PRESENTE

0 - 25 ANNI

%

0 - 25 ANNI

DA 25 A 55 ANNI

%

25 - 55

ANNI

OLTRE

55 ANNI

%

> 55 ANNI

NOTE

 

1995

56.385

17.759

31.70

23.684

42.40

14.942

26.60

massimo storico popo-lazione solo italiana

 

2005

53.552

14.698

27.40

25.323

47.00

13.531

25.00

massimo storico fascia età lavoro

 

2015

52.413

13.834

26.46

22.820

43.54

15.759

30.00

minimo storico in % fascia giovanile

 

2025

50.812

13.561

26.70

20.534

40.40

16.717

32,90

massimo storico indi- vidui fascia anziana

 

2035

47.269

13.338

28.20

17.414

36,80

16,517

34.90

massimo storico % anziani (nati ‘50/’60)

 

2045

44.555

13.137

29.50

17.210

38.60

14.204

31.90

inizio calo anziani (‘85/’95)

 

2055

42.109

13.457

31.90

16.711

39.69

11.941

28.30

minimo storico della popolazione italiana

 

 

Nell’anno 2007 ci sarà in Italia il sorpasso della popolazione del sud rispetto a quella del nord. E’ un’inversione di tendenza, che, accompagnata dal prevalere della fascia d’età oltre i 55 anni sulla fascia dei 25-30 enni, avrà una grande importanza nelle variabili del mercato dei consumi e quindi nella produzione.

Gli italiani, dunque, diventano sempre di meno e sempre più vecchi e nascono grandi preoccupazioni per l’assistenza, le pensioni ed anche i consumi. In una parola per lo stesso tenore di vita.

La fascia oltre i 55, dominanza nella popolazione del Nord, infatti, spende moderatamente, e' parca, e' sobria ed è incline alle demotivazioni in generale.

La fascia dei 20-35 enni e' quella invece del "consumatore tipo"; si muove nell'antagonismo sociale ed ha grandi e varie motivazioni negli acquisti. E' un forte acquirente di abbigliamento, di auto, di moto, di apparecchiature tecnologiche e frequenta l'80% le discoteche, il tennis, lo sci, la montagna. Costituisce il 95% della popolazione universitaria, il 54% dell'Esercito. Affolla le pizzerie, le biblioteche, le librerie, i cinema. E’ il più grosso acquirente di mobili, elettrodomestici, arredamento e di case in affitto e in parte anche nell'acquisto.

Il periodo critico economico inizia con il 2005. Ci sarà un numero bassissimo di consumatori: tanti vecchi e pochi giovani. La fascia demografica > 55 anni (circa 20 milioni saranno pensionati e assistiti) è costituita da consumatori morigerati, che non dispongono di grandi mezzi economici per il consumismo. La fascia giovanile è costituita da buoni consumatori (scuole, divertimenti, sport, vestiario, consumismo tipico delle fasce in piena vigoria fisica e antagonistica), ma sono pochi (10 milioni di giovani sotto i 21 anni) e con scarse disponibilità economiche.

A riequilibrare questi dati, a ridimensionare le preoccupazioni per l’assistenza, le pensioni ed i consumi ed a rendere il futuro ben progettabile stanno tre elementi:

1)- la immigrazione di nuova forza lavoro. E’ prevedibile che nei prossimi anni (con un regime demografico caratterizzato da bassa natalità e un alto e costante aumento della popolazione senile con una crescita demografica addirittura negativa), se non altro per garantire una sufficiente forza lavoro, dovrà crescere l'indice di presenza della popolazione straniera in Italia.

2)-la ricomposizione dei nuclei famigliari. Negli ultimi tempi é in atto un forte incremento nella costituzione o nella ricostituzione dei nuclei familiari stranieri nel nostro Paese, quasi interamente in età procreatrice.

3)- ed il numero crescente di figli degli immigrati nati e che nascono in Italia. Se il tasso di fecondità italiano è del 1,3 (occorre almeno il 2, per mantenere la popolazione costante), quello straniero è del 3,9 (tre volte superiore rispetto al tasso di fecondità dell'Italia). Nella popolazione straniera accanto ad un regime di alta natalità c’è una trascurabilissima fascia nella popolazione anziana.

In alcune ben definite realtà territoriali italiane (ad esempio nella Val di Chiampo -concerie-) il fenomeno del riequilibro della popolazione è già in atto. Il 50% delle nascite è già straniero, così negli asili, e i lavoratori stranieri (tutti giovani) sono oltre il 60%. A beneficiarne è stato il paese che é subito calato velocissimamente con l'età media di tutta la popolazione locale. Con l'alto tasso di natalità, il 25% della popolazione straniera ha concorso alla nascita di bambini pari al 75% del resto della popolazione (anziana o non prolifica).

Si tenga inoltre conto che lo scenario della popolazione della fascia africana mediterranea (l'intera Africa e il medio oriente) ha il 45% della sua popolazione sotto i 15 anni, mentre quella sopra i 65 anni é del 3,2 % in Europa sotto i 15 anni sono solo il 20% (in Italia il 15%), mentre quelli sopra i 65 anni sono il 13,4% (in Italia il 16,1%).

Dati e previsioni degli abitanti della riva sud e nord del Mediterraneo.

RIVA SUD DEL MEDITERRANEO x 1.000

anni

Algeria

Egitto

Marocco

Tunisia

TOTALE

1950

8.753

20.330

8.953

3.530

41.566

1970

13.746

33.053

15.310

5.127

67.236

1980

18.740

40.875

19.382

6.384

85.381

1990

24.960

52.426

25.061

8.057

110.504

1995

28.581.

58.519

28.260

8.933

124.293

2000

32.693

64.810

31.719

9.781

139.003

2025

51.830

93.536

47.477

13.425

206.268

2050

55.647

117.398

47.858

15.607

236.537

fonte: United Nations,1993

RIVA NORD DEL MEDITERRANEO x 1000

ANNI

Francia

Grecia

Spagna

Italia

TOTALE

1950

41.736

7.566

27.868

46.769

123.939

1970

50.772

8.793

33.779

53.822

147.166

1980

53.714

9.643

37.430

57.070

157.857

1994

57.747

10.416

39.568

57.157

164.888

2015

60.523

10.284

39.002

54.905

164.726

2050

60.475

8.591

31.765

43.630

144.461

fonte: United Nations,1993

Va stimolata la convinzione che gli immigrati non tolgono il lavoro ai nostri giovani, ma apportano ricchezza.

Gli immigrati, infatti, pagano le tasse ed i contributi, se messi nella condizione di lavorare, fin dal primo giorno della presenza in Italia.

Vanno stimolate politiche di inserimento e non integrazione (assorbimento) degli stranieri. Per ripetere Pietro Rossano, ci "si deve confrontare con un pluralismo religioso e culturale consapevole e spesso concorrenziale, che rifiuta ogni posizione di inferiorità e di sottomissione". E questo confronto porta necessariamente ad un forte arricchimento culturale scambievole.

I dati e le stime sulla popolazione con nati in Italia ed immigrati forza lavoro sono molto diversi dalle previsioni della popolazione solo italiana.

Dati e stime sulla popolazione con nati in Italia ed immigrati forza lavoro.

 

Popolazione residente in Italia. 1997

Popolazione italiana 1977

presenza stranieri regolari e clandestini 1999 (stime)

stranieri %

su popolazione italiana

fascia età lavoro (20- 45 anni). % di stranieri

popolazione italiana presente nel 2025, compresi i bimbi stranieri nati in Italia

stranieri nel 2025, con nuovi arrivati per carenza fasce italiane in età lavoro

57.563.345

56.384.000

1.925.900

3,45 %

9,1%

50.813.880

7.703.600

 

La tabella tiene conto sia delle fasce di eta' degli italiani e degli immigrati presenti e quelli futuri; i tassi di fecondita'; l'attuale natalita' di entrambi; e l'invecchiamento soprattutto della popolazione italiana. Per gli arrivi si e' presa la media di immigrati degli ultimi 5 anni e le necessita' locali di alcuni settori che dovranno necessariamente ricorrervi.

Evidentemente problemi complessi stanno nei permessi di soggiorno e nei titoli di cittadinanza.

La legge prevede che per diventare cittadini italiani:

- gli adulti: abbiano 10 anni di residenza e di lavoro in Italia. La cittadinanza non è automatica. Bisogna inoltrale domanda. Il procedimento per il riconoscimento della cittadinanza è del tutto discrezionale (a tal punto che ben il 40% delle domande è respinto), ed inoltre servono anche due anni per evadere la pratica.

- i bambini stranieri nati in Italia (che già oggi sono 125.000) devono aver soggiornato ininterrottamente nel nostro Paese fino al compimento del 18º anno di età (sarebbe più plausibile richiedere un soggiorno di 5 anni, fino all’ingresso della scuola elementare).

In qualsiasi paese d’Europa, le condizioni per acquisire il diritto di cittadinanza sono più semplice al punto che l’anno si risolvono positivamente 30\40.000 richieste, contro i 7.000 casi di cittadinanza riconosciuti in Italia (dati del 1996).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6) LA POVERTA'.

L'Italia, quinta potenza mondiale, è paradossalmente quinta in Europa per povertà. Secondo i dati ISTAT la quota, fissa da alcuni anni, e quindi si tratta di una povertà non episodica, ma strutturale, supera il 20%. La media europea è del 12%. L'Italia è preceduta per il numero maggiore di poveri dal Portogallo (43,8%), dalla Grecia (36,4%), dalla Spagna (25,2%) e dall'Irlanda (24,9%).

La soglia di povertà dei minori è maggiore della media europea e riguarda il 19,5% dei bambini. Tra i più poveri non è difficile trovare i laureati. Questo è l'assurdo del nostro Paese. Ovunque chi ha un alto titolo di studio trova più facilmente lavoro. Da noi lo trova con maggiore difficoltà.

Non bisogna andare troppo lontano per trovare i poveri. A Roma mezza città è ai margini della società. In provincia di Roma ben 2.800.000 cittadini vivono in situazioni di profondo disagio. Tra i più poveri non è difficile trovare i laureati. Questo è l'assurdo del nostro Paese. Ovunque chi ha un alto titolo di studio trova più facilmente lavoro. Da noi lo trova con maggiore difficoltà.

POVERTÀ

età nord-centro sud-isole totale

fino a 5 anni 15,8 51,3 30,7

6-10 14,5 52,9 31,2

11-15 18,1 51,1 32,6

16-20 10,8 44,7 25,9

21-25 7,7 44,7 21

26-30 8,9 35,2 17,8

31-40 11 42,8 21,9

41-50 8,9 36,8 18,2

51-64 5,1 32,8 14,2

oltre 64 6,5 20,7 11,1

totale 9,4 39,3 20,2

_______________________________________

Fonte: ISTAT

 

LA POVERTÀ DEI MINORI

La povertà dei minori è un problema serio, secondo la Banca d'Italia e non va sottostimato perché "influenza gli esiti di vita dei giovani e le loro condizioni economico-sociali future". Aumenta il rischio di restare da adulti disoccupati e di incorrere in altre situazioni sociali che comportano costi per la collettività.

Nel mezzogiorno (dati 1993) nel Mezzogiorno un minore su due vive al di sotto della soglia di povertà (600.000 lire mensili)

Molto esposti a povertà i minori che vivono in famiglie con tre o più figli (nel 49% dei casi) o che vivono con un genitore single.

Il 56,4 % delle famiglie povere è costituito da nuclei familiari con minorenni a carico

 

La suddivisione delle famiglie (20.665.000 secondo i dati ISTAT 1994) per classe di reddito mostra, del resto, che i consumi, a cominciare da quelli culturali, sono riservati a pochi.

13,3% reddito superiore ai 60 milioni annui

26,4% reddito tra i 40 ed i 60 milioni annui

34.2% redditi tra 25 ed i 40 milioni annui

27% redditi tra 0 e 25 milioni annui

Il 52% delle famiglie con reddito superiore ai 60 milioni risiede nel Nord (in Lombardia il 25,5%); il 30.5% al centro (dall'Emilia Romagna al Lazio e Abruzzo): il 16.3% al Sud (dal Molise e dalla Campania) e nelle Isole.

In dettaglio:

1,9% tra 0 e 10 milioni annui (circa 400.000 famiglie)

5,8% tra 10 e 15 milioni annui (circa 1.200.000 famiglie)

8,7% tra 15 e 20 milioni annui (circa 1.800.000 famiglie)

10,6% tra 20 e 25 milioni annui (circa 2.200.000 famiglie)

12,5% tra 25 e 30 milioni annui (circa 2.500.000 famiglie)

11,5% tra 30 e 35 milioni annui (circa 2.400.000 famiglie)

10,2% tra 35 e 40 milioni annui (circa 2.000.000 famiglie)

9 % tra 40 e 45 milioni annui (circa 1.800.000 famiglie)

6,3% tra 45 e 50 milioni annui (circa 1.300.000 famiglie)

5,9% tra 50 e 55 milioni annui (circa 1.200.000 famiglie)

4,2% tra 55 e 60 milioni annui (circa 900.000 famiglie)

13,3% + di 60 milioni annui (circa 2.700.000 famiglie)

 

Determinante è naturalmente il rapporto tra reddito e tipologia delle famiglie

22.9% famiglia di una sola persona

18,7% coppie senza figli

45,7% coppie con figli

7,6% un solo genitore con figli

Ogni famiglia spende per i giochi un milione all’anno. Unica possibilità di migliorare il proprio tenore di vita e la propria condizione sociale. 13 milioni di giocatori abituali; per 150mila italiani il gioco è "a rischio di patologia"

Ogni famiglia spende per i giochi un milione all’anno. La famiglia napoletana è la più spendacciona: col suo milione e settecentomila lire supera infatti quella romana (un milione e 500 mila lire) e quella milanese (un milione 400 mila). Queste cifre, secondo lo studio e l’interpretazione di Giuseppe Imbucci, docente di storia contemporanea all’università di Salerno, "rivelano la funzione compensativa svolta dal gioco e la sua capacità di ammortizzare le crisi sociali, tanto è vero che è maggiore nelle aree depresse e cresce nei momenti di gravi congiunture economiche".

Si accede al gioco come unica possibilità di migliorare il proprio tenore di vita e la propria condizione sociale. Poi giocare diventa potologico. Per 150mila italiani, su 13 milioni di giocatori abituali, il gioco è "a rischio di patologia" e, secondo alcuni medici specialisti, "è analogo alla dipendenza da alcool o droga ed ha forti riflessi nella vita quotidiana, annienta gli sforzi personali, le relazioni familiari e la vita professionale". Il giocatore patologico, hanno detto gli studiosi, non vuole essere curato e non sa che può essere curato, non gioca per arricchirsi, ma per sfuggire al potere del denaro e quasi si augura di perdere perchè così potrà giocare di nuovo. Questo tipo di gioco è, insomma, una specie di "suicidio vicario".

LA DISUGUAGLIANZA

il 45% della ricchezza in mano al 10% della popolazione

il 10% della ricchezza in mano al 90% della popolazione

fonte: La pelle del Pollo (tel. 02 6705185)

 

 

 

 

 

 

LA POVERTÀ A ROMA, SECONDO I DATI DATI DELLA CARITAS (rapporti 1997 e 1998).

Molti ragazzini e giovani non si integrano nella scuola: circa 6.000 nella scuola dell'obbligo (il 3,5%, ma il 6,4% degli iscritti se si considerano i bocciati); più di 14.000 (il l'13,8%) tra i non molti che arrivano alle superiori. Questi dati denotano un preoccupante incremento.

2.300 minori sono in assistenza economica (sarebbero molti di più se le strutture pubbliche non disponessero solo di pochissimi soldi per pochi); 1000 in istituto, 60 sono i detenuti di Casal di Marmo.

300.000 persone, di cui 190.000 giovani in cerca di prima occupazione, sono senza un lavoro.

circa 4.000 sono i barboni da marciapiede.

5.000 gli uomini che vivono da nomadi in situazione di radicale disagio. Hanno scelto di vivere da nomadi da almeno 2.000 anni ed oggi non ci sono più le condizioni per essere nomadi.

1.753 persone mangiano ogni giorno solo grazie alle mense della Caritas.

85.000 sono state nel 1996 le vittime degli strozzini.

16.000 i tossico dipendenti.

604.000 sono i pensionati, di cui 468.000 ultra sessantacinquenni; 86.000 hanno una pensione inferiore al milione; 37.700 ha solo la pensioni sociali; complessivamente 300.000 anziani vivono di una piccolissima pensione.

80.000 sono gli invalidi civili.

Potremmo aggiungere che solo la metà degli anzioano fa almeno qualche giorno (almeno 4) di vacanza; che neppure il 5% dei romani usa le biblioteche circoscrizionali; che il tasso di inoccupazione giovanile era del 33.8% nel 1966 e che è in crescita. La disoccupazione intellettuale è alta: il 54,5% delle fasce giovanili in cerca di lavoro hanno un alto titolo di studio. La spesa per i consumi culturali è del tutto residuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE PRIME DIECI E LE ULTIME DIECI PROVINCE ITALIANE PER REDDITO PRO CAPITE DISPONIBILE

(dati in milioni di lire)

Le province più ricche

Reddito pro capite

Le province più povere

Reddito pro capite

Milano

43,09

Agrigento

13,9

Bologna

42,69

Crotone

13,41

Modena

39,85

Vibo Valentia

23,52

Firenze

37,08

Caltanissetta

13,95

Parma

36,85

Enna

14,52

Reggio Emilia

36,49

Lecce

14,83

Aosta

35,84

Reggio Calabria

14,86

Prato

35,51

Trapani

15,12

Vicenza

34,64

Catania

15,31

Biella

34,53

Cosenza

15,39

Fonte: Il libro dei fatti 1999, du dati ISTAT

Sistemi di indicatori su integrazione ed esclusione sociale

L'Istat ed il CNR - Comitato Nazionale per le Scienze Economiche,Sociologiche e Statistiche stanno avviando un Progetto strategico che mira a definire misure e parametri per la politica economica e sociale. Viene rilevato, infatti, che negli ultimi anni, in Italia si è registrato un rapido deterioramento del tenore di vita raggiunto nei decenni precedenti dagli individui e dalle famiglie, a causa, oltre che del quadro economico internazionale, di fattori eminentemente interni, tra i quali la necessità di riassorbire un indebitamento pubblico non più sostenibile, anche nella prospettiva di integrazione europea. Esiste, pertanto, la necessità di canalizzare ed approfondire le domande, i dubbi e le critiche sull’adeguatezza degli strumenti teorico-concettuali e, al tempo stesso, di promuovere la stretta collaborazione tra il mondo della ricerca scientifica, le diverse discipline strumentali e settoriali e la statistica pubblica, per migliorare i metodi di rilevazione, per far progredire lanalisi delle trasformazioni in atto e per rinnovare sulla base dei nuovi contributi i concetti, le definizioni e le classificazioni statistich).

 

Le problematiche legate all'integrazione e all'esclusione sociale costituiscono una preoccupazione cruciale della attuale realtà nazionale. Negli ultimi anni, in Italia si e infatti registrato un rapido deterioramento del tenore di vita raggiunto nei decenni precedenti dagli individui e dalle famiglie, a causa, oltre che del quadro economico internazionale, di fattori eminentemente interni, tra i quali la necessità di riassorbire un indebitamento pubblico non più sostenibile, anche nella prospettiva di integrazione europea. Oltre a ciò, negli ultimi anni in Italia si è anche assistito a modifiche del quadro sociale e demografico profonde e inconsuete nella loro rapidità, in special modo per quanto riguarda i fenomeni dell'invecchiamento della popolazione e dell'immigrazione dai paesi del terzo mondo e dell'Europa orientale. La

combinazione di questi fattori economici e demografici ha determinato situazioni fortemente a rischio dal punto di vista sociale, esponendo intere fasce di popolazione al rischio di povertà, di disagio e di esclusione sociale.

Particolare interesse sembra avere il secondo modulo di questa fase della ricerca, che riguarderà i modelli di partecipazione sociale: famiglia, lavoro, relazioni amicali attività associative e uso del tempo libero.

 

CONTO ECONOMICO DELLE FAMIGLIE Anno 1997 (RAPPORTO ISTAT)

L’Istituto nazionale di statistica ha reso disponibili i dati relativi al 1997 dei conti economici dei settori istituzionali.

Nel 1997 il reddito disponibile delle famiglie italiane è cresciuto del 2,6% in termini correnti, facendo seguito ad una crescita del 4,9% nel 1996; in presenza di un aumento dei prezzi misurato dal deflatore dei consumi pari al 2,5%, il loro potere d’acquisto si è, di conseguenza, mantenuto sostanzialmente stabile, mostrando un incremento dello 0,1% rispetto all’anno precedente, quando, invece, la crescita era stata pari allo 0,6% . Dall’altro lato, i consumi hanno mantenuto un ritmo di crescita vivace, essendo aumentati del 4,9% a prezzi correnti e del 2,4% a prezzi costanti; nel 1996 i rispettivi tassi di crescita erano stati del 5,5% e dell’1,2%. Le decisioni di consumo delle famiglie riflettono il miglioramento del clima di fiducia e delle aspettative d’inflazione. Alla crescita ha, inoltre, contribuito in maniera sostanziale la forte ripresa della spesa per acquisto di autoveicoli che, favorita dagli incentivi statali, è aumentata del 30,5% a prezzi correnti e del 31,8% in termini reali.

In definitiva la propensione al consumo delle famiglie si è portata all’85,6%, con un incremento di 1,9 punti rispetto al 1996, collocandosi ad un livello superiore di 4,4 punti percentuali rispetto alla media degli anni dal 1990 al 1996 e di ben 8 punti rispetto a quella del decennio precedente.

L’andamento del reddito disponibile è stato pesantemente influenzato dalla dinamica dei redditi da capitale, in modo particolare degli interessi

netti, che hanno registrato una forte contrazione dovuta essenzialmente alla consistente flessione dei tassi di interesse che ha caratterizzato tutto il 1997, a seguito dell’allentamento delle condizioni monetarie,determinato dal consolidamento del processo di disinflazione e dal progressivo avvicinamento dei conti pubblici agli obiettivi fissati dal governo. In particolare gli interessi percepiti dalle famiglie, che già nel 1996 avevano segnato una contrazione del 2,5% rispetto all’anno precedente, sono diminuiti nel 1997 del 12,9%: la flessione più rilevante ha interessato i titoli di stato, soprattutto i BOT e i CCT, e in misura minore i titoli a reddito fisso.

L’andamento delle entrate per interessi delle famiglie non è stato, d’altra parte, controbilanciato da una sufficiente flessione degli interessi pagati, che sono diminuiti del 12% rispetto all’anno precedente, a fronte di una sostanziale stabilità evidenziata nel 1996; alla riduzione dei tassi di interesse praticati dal sistema bancario, infatti, ha fatto seguito un apprezzabile aumento dell’indebitamento delle famiglie, soprattutto per il medio e lungo periodo.

Le altre principali componenti del reddito delle famiglie, d’altronde, hanno mostrato andamenti solo moderatamente confortanti. I redditi da lavoro dipendente sono cresciuti del 4,7%; al loro interno, la crescita delle retribuzioni lorde è stata, invece, pari al 3,4%, inferiore di oltre 1,5 punti percentuali rispetto alla crescita del 5,1% segnata nell’anno precedente; tale risultato si pone, peraltro, sui livelli dell’anno precedente se depurato dagli effetti dell’inflazione, che nel 1997 si è portata ai livelli più bassi dagli anni Sessanta.

I lavoratori indipendenti delle imprese individuali, misurati in termini di

unità di lavoro, hanno mostrato una flessione dello 0,7%, che fa seguito al lieve aumento dello 0,4% registrato nel 1996. Questa evoluzione si è riflessa in un rallentamento della crescita dei redditi da lavoro autonomo per le famiglie, che è risultata pari al 3,8%, dopo un aumento decisamente più consistente segnato nel 1996 (+5,4%).

I proventi netti delle attività secondarie delle famiglie, in particolare la locazione di fabbricati, sono cresciuti del 6,1% registrando un rallentamento rispetto al 1996, anno in cui l’incremento era stato pari al 9,8%.

Un contributo positivo al reddito disponibile è venuto dalla crescita del 6,1% delle prestazioni sociali che, peraltro, nel 1996 avevano mostrato una dinamica più sostenuta, aumentando del 7,1%. La variazione del 1997 è da imputarsi essenzialmente all’incremento delle pensioni (+ 7,2%), in linea con la media del triennio precedente (+7%).

Nel 1997 le imposte correnti sul reddito e il patrimonio a carico delle famiglie, che nel 1996 erano cresciute dell’8%, hanno segnato un incremento del 6,2% sintesi di una crescita dell’8,9% dell’IRPEF, di una sostanziale stazionarietà dell’ILOR, di una marginale riduzione dell’INVIM, e di una rilevante riduzione dell’8,5% delle ritenute sui redditi da capitale.

D’altra parte, il versamento dell’Eurotassa ha più che raddoppiato l’ammontare delle imposte classificate in conto capitale che risultano aumentate del 125% a fronte di una diminuzione del 38,4% verificatasi nel 1996. Ricordiamo che tale anno si confrontava con un 1995 in cui, per effetto del concordato fiscale, l’ammontare di tali imposte era praticamente triplicato. Ne consegue che la pressione fiscale corrente è salita dal 12,8% del 1995, al 13,1% nel 1996, raggiungendo il 13,5% nel

1997, mentre quella complessiva è passata dal 13,1% del 1995 al 13,3% del 1996 e infine al 13,9% del 1997. I contributi sociali obbligatori sono aumentati del 6,6% contro il 7,8% del 1996 , portando la pressione fiscale e contributiva corrente ad un livello di 26,9%, superiore di oltre mezzo punto rispetto al 1996.

La dinamica dei consumi, cui si è già accennato, ha determinato una significativa contrazione del risparmio delle famiglie, diminuito del 9% rispetto all’anno precedente, una flessione ancora più forte di quella registrata nell’anno di crisi 1993, quando si era verificata una diminuzione del 7,8%.

Il 1997 si è, dunque, chiuso con una ulteriore riduzione di 1,9 punti percentuali della propensione al risparmio, che ha toccato il punto di minimo del 14,4% dal 1980. Gli investimenti delle famiglie, infine, hanno sperimentato una flessione di oltre due punti sia nel 1996 che nel 1997.

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Secondo il Rapporto sullo sviluppo umano 1998 redatto dall’ONU, oltre un miliardo di persone non può usufruire dei bisogni essenziali. L’86% delle spese personali sono effettuate dal 20% della popolazione mondiale. La distribuzione ineguale del reddito si traduce in esclusione sociale quando il sistema di valori di una società attribuisce eccessiva importanza a ciò che ciascuno possiede piuttosto a ciò che un individuo è o può fare.

Nell’indice di sviluppo umano 1988 l’Italia occupa il 21º posto dopo Canada, Francia, Norvegia, Stati Uniti, Islanda, Finlandia, Olanda, Giappone, Nuova Zelanda, Svezia, Spagna, Belgio, Austria, Gran Bretagna, Australia, Svizzera, Irlanda, Danimarca, Germania, Grecia.

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Di fronte al moltiplicarsi della diffusione di dati sulla povertà e sui diritti negati (dati noti da anni), giustamente chi è impegnato a cercare rimedi alla povertà, osserva che questi dati "devono tradursi in suggerimenti, a chi definisce le politiche sociali".

Alcuni importanti suggerimenti sono evidenti da tempo. Si fa presto, ad esempio, a creare mali, emarginazione e povertà. Povertà intesa come mancanza dei mezzi economici essenziali, del lavoro, della casa, della salute, dell'istruzione. Ma povertà, intesa non solo sul piano economico, ma come esclusione dai diritti e dal potere; come mancanza del diritto a comunicare nella scuola, nella cultura, nella comunicazione.

 

 

 

Considerazioni finali (stesura provvisoria)

Siamo partiti rilevano il un caso Italia; il risultato finaledell’’indice della preparazione al futuro, fa paura. Tutti i Paesi risultano sopra quota 80, con la Danimarca, l'Austria,

l'Irlanda le più pronte. Le due sole eccezioni sono la Grecia, a 79,5, e , ultima, l'Italia, a quota 75. Staccati dal gruppo in modo preoccupante. C’è un gap che è una voragine, con una delle quote più alte di popolazione sotto il 50% della media nazionale del reddito (il 13%), segno di forti diseguaglianze sociali e con un tasso di iscrizione ai diversi livelli di educazione che è di gran lunga il più modesto.

Il caso Italia, inevitabilmente preoccupante soprattutto per gli italiani, non è superabile, questa volta, con manovre di bilancio: richiede cambiamenti radicali.

E richiede cambiamenti radicali a cominciare dalla comunicazione e dalla conoscenza. Crescerà il divario tra chi può (avrà sempre più servizi, anche quelli offerti dai new media), e chi non può ( potrà accedere, nel complesso dei servizi culturali, solo alla televisione generalista).

Indagare la differenza tra i comportamenti dichiarati ed i comportamenti percepiti può rappresentare una straordinaria modalità per individuare i bisogni e le attese.

Il diritto di cittadinanza, il diritto a comunicare nella scuola, nella cultura, nella comunicazione è accessibile a pochi. Nella scuola, nella cultura, nella comunicazione, nei rapporti con la pubblica amministrazione, nella città, gli stili, i codici, gli ambienti di comunicazione e di conoscenza, le visioni del mondo ed i processi di pensiero sono quelli esoterici di piccole oligarchie, profondamente diversi da quelli, ugualmente importanti, delle maggioranze della gente comune.

Sono in molti a sostenere con forza che bisogna prender coscienza delle espropriazioni delle culture, dell’intelligenza e della creatività delle maggioranze dei cittadini. Una espropriazione, che colpisce il diritto fondamentale della identità personale e collettiva e che viene giustamente definita come "genocidio culturale". Sono ormai in molti a rimane costernati nel vedere come i servizi educativi, culturali, di comunicazione e di conoscenza, siano consapevolmente ed ostinatamente costruiti in modo da essere, anche cognitivamente, irraggiungibili, incomprensibili, preclusi ed inutili per almeno due terzi della popolazione.

Una ricerca condotta dalla società Astra per l'Associazione Piccoli Editori spiega perché gli italiani non leggono.: "Leggere è un'occupazione sgradevole priva di senso"..."provoca noia e fatica senza riscatto"..."Mostra l'incapacità di godersi la vita"..."E’ un lento morire". "I libri non si capiscono. Sono scritti in modo astruso"..."Se li scrivono e se li leggono tra di loro. Dovrebbero essere sottotitolati alla pagina 777". "Bisogna leggerli tutti di seguito, dalla prima all'ultima pagina". I dati coincidono con le indagini ISTAT.

 

 

MOTIVI DICHIARATI DELLA NON LETTURA DEI LIBRI

NON MI INTERESSA

45%

NON HO TEMPO

27,6%

NON CI VEDO BENE*

15,8%

SONO STANCO DOPO IL LAVORO

12,8%

E’ evidente come alcune di queste motivazioni nascondano la non comprensibilita’.

Fonte: ISTAT, INDAGINE MULTISCOPO 1997, SU DATI 1995

L’indagine è stata rinnovata ma i dati non sono ancora disponibili.

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Si rimane costernati nel rilevare la evidente sproporzione tra la vastità dei problemi che abbiamo di fronte, problemi sociali e problemi legati alle profonde trasformazioni della nostra società sempre più complessa multiculturale, multietnica e multireligiosa (la digitalizzazione, la globalizzazione, la mutazione antropologica e il terremoto cognitivo) la ricerca socio- antropologica e delle scienze cognitive.

La ricerca sulla comunicazione e sulla conoscenza e sul sistema dei consumi culturali è intesa come studio, analisi e messa a punto di metodologie sempre nuove per la elaborazione di dati statistici sull'offerta radiotelevisiva e sui comportamenti di consumo televisivo nella logica di acquisire risorse dal mercato pubblicitario, incentivando l'individualismo consumista e l'io desiderante.

L’unico punto di riferimento per valutare anche i bisogni e le attese sulla comunicazione e sulla conoscenza è costituito dai dati Auditel, dai dati di grande importanza acquisiti attraverso una metodologia e degli strumenti messi a punto dai pubblicitari.

Attraverso quei dati si ricavano i bisogni e le attese, forse perchè, caso unico nel mondo industrializzato, la televisione è per la maggior parte degli italiani, l’unico canale di accesso all’informazione ed al sapere.

Il divario (a volte forte) o la convergenza (a volte evidente) tra i consumi culturali dichiarati ("percepiti") e quelli effettivamente consumati ("agiti") potrebbe rappresentare un terreno di studio straordinario per rilevare i diritti alla comunicazione, i bisogni e le attese e per rilevare se e quanto siano diversi dall’offerta culturale offerta e così diversa dalla realtà.

Un altro ambito importante di studio è costituito dalla presa di consapevolezza che la conoscenza umana avviene, infatti, attraverso tante forme, codici, stili, strumenti cognitivi integrati ed interagenti. La comunicazione umana avviene attraverso il sistema dei linguaggi (verbali, non verbali e sensoriali, ed extrasensoriali). Non bisogna meravigliarsi se i giovani considerano rituali, inutili, noiosi i luoghi, i modi e i codici di apprendimento istituzionali come la scuola, l'università, il libro, i musei, il teatro, i concerti che non siano legati alla "loro" musica. Non bisogna meravigliassi se molti sono fuori dalla scuola e dal lavoro. E’ evidente, dal momento che i luoghi di apprendimento istituzionali appena citati fondano il loro ruolo "esclusivamente" sul ragionamento logico-verbale, attivano la comprensione attraverso la descrizione, la rappresentazione, la deduzione, la classificazione, la catalogazione di leggi-verità-certezze, la normativa concettuale, la continuità, l’analisi, l’astrazione, il sillogismo, il concetto, la scala gerarchica dei linguaggi, il racconto mitico, l’allegoria descrittiva, la magia, la sensazione, l’ emozione, la visione estetica, l’esperimento ripetibile.

E’ evidente la forte discrasia tra il reale e la conoscenza del reale. E’ evidente come di fronte alla complessità che ci apprestiamo a vivere, di fronte alla risposte delle scienze e dei sistemi complessi come sia necessaria una riflessione etica del tecnico, dello scienziato, del comunicatore. Di fronte ai temi dell’ apprendimento, infatti, ci troviamo di fronte non ad un modello, ma ad un’antologia di modelli (legati a comportamenti diversi) fortemente interagenti. I sensori, i robot, l’intellegenza artificiale richiedono sempre più non solo una intelligenza fabbricativa (induttiva, deduttiva, concettuale), ma una intelligenza percettiva, analogica, creativa. Multimedialità va intesa come "multipercezione", e tra i vari stimoli sensoriali c’è sempre più integrazione.

 

 

 

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TAVOLE DI SINTESI SU FORME, CODICI, LINGUAGGI, MODALITA’ DELLA CONOSCENZA E DELLA COMUNICAZIONE

 

Sul complesso problema dei linguaggi, dei codici, delle modalità di conoscenza vengono proposte delle tavole di sintesi, che vogliono essere degli schemi di ricerca.

Esistono tante forme di cultura, quanti sono i modi della vita, le scale di valori, gli ideali, le norme, le tradizioni che regolano la vita dei singoli, dei gruppi umani, dei popoli. Conseguentemente esistono tanti modi di comunicare e di conoscere (tanti linguaggi, tanti codici, tanti strumenti, tante modalità di pensiero) quanti sono gli uomini e le donne sulla terra.

E se il mancanza di riconoscimento delle culture, dei codici, dei modi, dei linguaggi comunicativi e conoscitivi fosse la causa prima della specificità del caso italiano?.

Se questa fosse la causa prima della costruzione consapevole ed ostinata dei servizi educativo-formativi, culturali, di comunicazione e di conoscenza, in modo che siano non solo economicamente e socialmente, ma anche cognitivamente, irraggiungibili, incomprensibili, preclusi ed inutili per almeno due terzi (ma sarebbe meglio dire quattro/quinti) della popolazione, e soprattutto dei giovani, al fine di rimarcare il loro ruolo di sudditanza, di non cittadinanza?

Si propongono delle tavole riassuntive (preparate per riprodurre in lucidi da conferenza) sul complesso tema della comunicazione e della conoscenza.

 

In questi ultimi tempi, si sono affermate realtà nuove nella discussione sui linguaggi universali, sulla mente globale, sul ruolo comunicativo e conoscitivo dell'immagine, sulla percezione sensoriale, sull'analogia, sulla creatività:

1) La ricerca scientifica moderna rileva una stretta relazione tra osservato ed osservatore e conseguentemente d'ovviare al dualismo che ha caratterizzato la cultura occidentale per due millenni: mente - corpo; copia - originale; oggetto - soggetto.

2) L'informazione non sta nella bocca di chi parla, ma nell'orecchio di chi ascolta, nell’occhio di chi vede, nell’esperienza di chi vive. C'è un coinvolgimento diretto e completo del consumatore, che diventa a sua volta produttore. Tutti possono diventare soggetti.

3) La complessità è "fonte" della vita dell'uomo: anche l'ambiguità, la diversità, l'indeterminatezza sono aspetti positivi.

4) La storia (la proliferazione continua di cambiamenti) rientra nelle scienze e nella fisica. L'uomo è per sua natura un soggetto di narrazione e la storia raccontata (da noi e dagli altri) modifica la nostra persona.

5) La scienza non è più portatrice di verità assoluta, ma di verità relative.

6) L'uomo è coevo con l'ambiente. Non c'è dualismo uomo/ambiente: c'è interattività ed integrazione sistemica. Si riscopre che l'uomo ha un corpo. I sensi sono i filtri (che cambiano con l'evoluzione) attraverso cui vediamo il mondo. Non sono categorie a priori, ma a posteriori, a seguito d'adattamento. Non esistono solo i sensi, ma anche i sensi artificiali sono filtri per interagire con l'universo.

7) Si modificano le categorie mentali gerarchiche e sequenziali.

8) abilità e flessibilità sono due facce della stessa medaglia. I processi mentali non sono definiti da determinismo cognitivo, ma da fluidità.

9) La realtà virtuale, ancora lontana, ma sconvolgente, supera la gerarchia dei sensi, non riproduce ma rende visibile il mondo.

10) Le persone "capaci" hanno a disposizione molte e differenti strategie di conoscenza e di comunicazione e di molti linguaggi, quindi, possono scegliere.

 

 

TAVOLA 1) COMPLESSITA' DELLA CONOSCENZA E DEI SAPERI:

L'uomo (nella sua dimensione individuale e sociale) comunica e conosce attraverso un sistema complesso, globale, variabile, integrato ed interagente che coinvolge il corpo, i sensi, la mente e il cervello. Le relazioni tra modi comunicativi e sistemi di pensiero "diversi" (analogia, percezione e cognizione) sono profonde.

Già duecento anni fa E.Kant suggeriva una connessione tra i concetti e la percezione. La cognizione è fusa con la percezione. La percezione è fusa con l'analogia. Percezione, analogia, concetto sono profondamente intrecciati con altri processi cognitivi. Il concetto senza la percezione e l'analogia è vuoto. La percezione e l'analogia senza il concetto sono cieche.

L'analogia è un processo intellettivo fondamentale e misterioso. Molti livelli percettivi sono paralleli; le analogie e le associazioni hanno un ruolo chiave; l'analogia, appena percepita, diventa molto forte. Forse anche per questo la scienza ne ha sempre diffidato, come se vi si celasse la minaccia di una perdita di ragionamento. Anche perché la percezione, le associazioni e l'analogia sono tra le modalità di pensiero più diffuse nelle culture "altre" rispetto all'Occidente, ma anche delle maggioranze della gente comune nello stesso in Occidente.

Eppure l'analogia continua ad agire a tutti i livelli e di accedere alla comprensione di realtà che altrimenti rimarrebbero opache. Abilità e flessibilità: sono due facce della stessa medaglia. Le persone "capaci" hanno a disposizione molte e differenti strategie e, quindi, possono scegliere.

Non c'è determinismo dei processi mentali (non determinismo cognitivo), ma fluidità: flessibilità, mutabilità, non rigidità, adattabilità, sottigliezza, duttilità, regolarità, levigatezza, agilità, ecc.

 

 

TAVOLA 2) LA DIGNITA’UMANA, IL RISPETTO DELL’ALTRO, LA DEMOCRAZIA: UN NUMERO INFINITO DI VARIABILI NELLE STRATEGIE DI COMUNICAZIONE E DI CONOSCENZA.

Con la GLOBALITA' DELLA CONOSCENZA si intende un "sistema" del sapere strutturato e del sapere non strutturato, che varia in ogni uomo. Nell’esperienza dalle varie persone e dai vari popoli, i diversi stili, codici, ambienti di comunicazione e di conoscenza, modalità di pensiero, sono diversamente privilegiati ed utilizzati con un numero infinito di varianti e possibilità "CREATIVE" che portano alla CONOSCENZA.

SAPERE STRUTTURATO: -INTELLIGENZA FABBRICATIVA. IL CONCETTO E LA LOGICA VERBALE: deduzione, continuità, allegoria, racconto, pensiero magico, razionalismo del mito.

SAPERE NON STRUTTURATO: - INTELLIGENZA CREATIVA. ANALOGIA E PERCEZIONE SENSOMOTORIA, percezione extrasensoriale, cultura iconica, conoscenza diretta e tacita, discontinuità, associazioni, collegamenti semantici, globalismo, psicologismo del simbolo, multimedialità come multipercezione.

LE COMBINAZIONI NELLA DEFINIZIONE DEL SISTEMA PENSIERO, DI CONOSCENZA E DI COMUNICAZIONE SONO NON SOLO INFINITE, MA SONO TUTTE, PROPRIO TUTTE UGUALMENTE IMPORTANTI.

IN ITALIA, LA SCUOLA, LA CULTURA, LA COMUNICAZIONE RICONOSCONO, INVECE, COME VALIDA SOLO QUELLA IN CUI PREDOMINA L’INTELLIGENZA FABBRICATIVA, IL CONCETTO E LA LOGICA VERBALE: IL SAPERE CATALOGATO (LE ‘MATERIE’), SOSTITUISCE L’ESPERIENZA

Un sistema estremamente complesso come quello della comunicazione viene ridotto a pochi elementi costitutivi, solo al sapere strutturato (logica verbale, concetto, deduzione, continuità, racconto, pensiero magico, razionalismo del mito), emarginando le strutture di comunicazione delle stragrandi maggioranze della gente comune e delle culture "altre".

 

 

TAVOLA 3) TUTTE LE STRATEGIE DI CONOSCENZA SONO RAZIONALI, INTEGRATE E INTERAGENTI

La razionalita' non e' una caratteristica soltanto del pensiero verbale, ma di tutte le forme di pensiero (di tutti i processi mentali) analogico, simbolico, percettivo, sensoriale.

Il pensiero analogico, simbolico, percettivo, sensoriale (considerato di natura barbarica) non è alternativo alla razionalita' del pensiero verbale. E' ugualmente razionale.

Non ci sono pensieri alternativi, (o il pensiero verbale razionale \ o il pensiero di natura barbarica), c'è piuttosto un sistema (&) di pensiero:

i due ragionamenti interagiscono, coesistono e si integrano e non sono contrapposti.

Con due ali si vola meglio. Due ali per un solo volo. Il pensiero logico verbale e il pensiero simbolico-analogico-percettivo sono due pensieri ugualmente razionali ma molto diversi per stili, per codici, per processi comunicativi e cognitivi.

Nell'uomo sono integrati e interagenti e non contrapposti per :

- ricucire, ATTRAVERSO L’ESPERIENZA, i pezzi separati della conoscenza;

- realizzare un atto di giustizia e di democrazia;

- operare un investimento per il futuro.

 

TAVOLA 4) IL "CONCEPTISMO".

La pretesa di esaltare, come razionale, solo la logica verbale e ridurre tutto a concetto, non è un fenomeno nuovo nel panorama politico e culturale europeo.

Ad esempio, uno dei primi strumenti che i gesuiti svilupparono per qualificare le loro scuole fu appunto il "conceptismo" (cfr: Alfonso de Ledesma, 1600: "Conceptos espirituales").

Con questo nome fu identificata una corrente di pensiero degli inizi del Seicento spagnolo. Quando cominciò a svilupparsi il "gongorismo" (che aveva la pretesa di far cultura con i linguaggi simbolici popolari, di ricordare, all'accademia ed alle élite, che non esiste solo il ragionamento per parole) prese corpo il tentativo di concettualizzare ogni momento della comunicazione.

 

 

 

 

 

 

TAVOLA 5) ANALOGIA E PERCEZIONE.

Le modalità percettivo-motorie (così gli psicologi definiscono la conoscenza, tacita e diretta, che si acquisisce attraverso le esperienze integrate ed interagenti dei cinque sensi; attraverso tutti gli "alfabeti del sapere" ed attraverso le esperienze dell'ambiente naturale, fisico ed antropizzato) e le modalità analogiche (associazioni mentali basate su "affinità" più o meno evidenti e forti) sono non solo i sistemi di conoscenza più potenti, rapidi ed efficaci, anche i più antichi di cui disponiamo. Sono anche i sistemi più naturali e democratici, alla portata di tutti.

Oggi queste sono le capacità conoscitive delle maggioranze della gente comune e dei giovani. di quelli che hanno fatto un'esperienza limitata (e, spesso, traumatizzante) della scuola.

La sottoutilizzazione dei sistemi percettivo-motorio e analogici di conoscenza, della cultura audiovisiva, porta la scuola italiana ai più bassi livelli dei sistemi di redditività dei sistemi educativi del mondo industrializzato.

 

 

TAVOLA 6) LA COMUNICAZIONE E LA CONOSCENZA NON DOVREBBERO ESSERE PRIVILEGI RISERVATI A POCHI.

La logica verbale, l'oralità e la scrittura prendono il sopravvento, nel bacino del Mediterraneo e nel mondo occidentale, per una serie di motivi storici. Il sapere concettuale si sposa con le strutture di potere definite dal mondo greco-romano.

Tutta la storia del primo Millennio è la storia per cancellare la globalità della cultura dell’Universo Mondo per sostituirla con l’ordo romanus, con quell’insieme di conoscenze e di modalità di pensiero legate al pensiero occidentale ed all’ellenismo.

Nell'età moderna, come ricordava già nel 1911 M. de Unamuno, i "professionisti del ragionamento" cancellano o rendono subalterna ogni altra forma di comunicazione e di conoscenza. Il pensiero mitico e la conoscenza come esercitazione verbale diventano (e lo sono ancor oggi) gli elementi che caratterizzano le élite dei colonizzatori, dei nobili, dei ricchi, dei colti. Di conseguenza vengono emarginate e discriminate tutte le altre strutture naturali conoscitive e comunicative che ciascuno di noi, e ciascun gruppo sociale e popolo, in mille forme e combinazioni diverse, possiede: quelle strutture che sinteticamente definiamo come logica simbolico-analogico-percettiva, che caratterizza le stragrandi maggioranze della gente comune.

E' stato e viene diviso quello che era e deve restare unito. E' stata creata una scala rigorosamente gerarchica e strutturata dei linguaggi e dei modi (stili, codici, ambienti) comunicativi, riducendo a pochi elementi un sistema così complesso come quello della comunicazione, emarginando le strutture simbolico percettive di co-municazione delle stragrandi maggioranze della gente comune.

Seguendo questa scala gerarchica solo il ragionamento a parole è' pensiero razionale, logico. I processi percettivi, costituiscono, invece il cuore delle capacità cognitive umane. E' un errore cercare di separare i processi concettuali dal substrato percettivo su cui si fondano e con cui si intrecciano:

LOGICO: (adulto, maturo):

L'ESERCITAZIONE VERBALE, LA VERBALIZZAZIONE DELL'ESPERIENZA, IL CONCETTO, LA PAROLA SCRITTA, l'ORALITA'.

PRE-LOGICO (infantile, artistico):

ESPRESSIONE, SENSAZIONE, EMOZIONE. I LINGUAGGI COSIDDETTI ARTISTICI: immagine, colore, musica, luminosità della visione, movimento.

A-LOGICO (disturbato, da curare):

EVOCAZIONE, ANALOGIA, PERCORSI PSICHICI E LINGUAGGI DELLA MEMORIA.

IL-LOGICO (degenerato irrecuperabile):

CONOSCENZA TACITA E DIRETTA (ma diventa, curiosamente, geniale intuizione nei colti), PERCEZIONE, IMMAGINAZIONE VISIONARIA, COLLEGAMENTI SEMANTICI, RAGIONE SIMBOLICA.

 

 

 

TAVOLA 7) L'AVVENTO DELLA SOCIETÀ GLOBALE DELLA COMUNICAZIONE CI RICORDA CHE LA COMUNICAZIONE È UN SISTEMA NATURALE E COMPLESSO, FATTO DI INTERAZIONI E DI INTEGRAZIONI CON TRE CARATTERISTICHE:

- plurilinguistico: le esperienze sono comunicate, vissute, evocate attraverso l'universo dei linguaggi verbali (mediati e concettuali), sensoriali ed extrasensoriali (percettivi-analogici-simbolici, di conoscenza diretta e tacita), i cui processi non sono sempre descrivibili e funzionano attraverso leggi che non conosciamo.

- multimediale: (la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità multipercettive e cognitive della mente, in ogni singola persona) i vari linguaggi richiedono mezzi diversi, diversi alfabeti, diverse regole. linguaggi e mezzi sono integrati ed interattivi. usando diversi linguaggi e diversi mezzi le conoscenze e i saperi si modificano a volte profondamente.

-polifunzionale: ognuno trova le esperienze comunicative come le vuole trovare. le diverse funzioni possono coesistere: educativa, scientifica, formativa, estetica, ludica, spettacolare, simbolica, filologica, ecc, ecc.

 

LA COMUNICAZIONE E’ PLURILINGUISTICA, MULTIMEDIALE E POLIFENZIONALE NON SOLO NEL SUO INSIEME, MA IN OGNI SUO ELEMENTO.

Ad esempio, la parola parlata e scritta puo' essere un'esperienza multimediale, multipercettiva. E' un pozzo inesauribile di suoni ritmi, colori, visioni, evocazioni, sensazioni, ecc.ecc. La parola, dunque, non e' soltanto un attivatore del pensiero concettuale, ma puo' essere segno, simbolo iconico e grafico, pro-memoria, e insieme di simboli (evocativi, concreti o naturali) ed essere percepita direttamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

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TAVOLA 8) LA DISUGUAGLIANZA DIVENTA DISCRIMININAZIONE.

Attraverso la "selezione" dei linguaggi e delle modalità di pensiero, i servizi educativi, culturali, di comunicazione e di conoscenza sono consapevolmente ed ostinatamente costruiti in modo da essere cognitivamente irraggiungibili, incomprensibili, preclusi ed inutili per almeno due terzi della popolazione.

La discriminazione a vantaggio dei privilegi di pochi avviene così:

 

a) Le capacità di Essere, di Comunicare e di Conoscere sono per tutti.

SISTEMA INTEGRATO DI TUTTE LE MODALITA' DI PENSIERO E LE STRATEGIE CONOSCITIVE INTERAGENTI:

- FABBRICATIVA: VERBALISMO E CONCETTO

- CREATIVA: PERCETTIVO/ANALOGICA

SERVE ALLA CONOSCENZA ED ALLA COMUNICAZIONE

TUTTO QUELLO____________________________________

(LUOGHI, - FORME, - MEZZI, - ESPERIENZE, - CODICI),

CHE CONSENTE DI__________________________________

- METTERE IN COMUNE, - CONFRONTARE, - VALORIZZARE, - ACQUISIRE, - TRASFERIRE, - ACCRESCERE, - FORMARE,

CON_________________________________________________

- LINGUAGGI VERBALI (- PAROLA PARLATA, - PAROLA SCRITTA),

- LINGUAGGI SENSORIALI (- GESTI, - SENSI, - TATTO, - GUSTO, - OLFATTO, VISTA, - UDITO),

- LINGUAGGI EXTRASENSORIALI (- IMMAGINAZIONE, - MEMORIA, - EVOCAZIONE, - PERCORSI PSICHICI, - EMOZIONI, - SENSAZIONI).

Se la comunicazione è usata come un sistema naturale, complesso e si avvale di linguaggi universali e di una mente globale, le informazioni, le conoscenze, i saperi, le capacità mentali (Concettuali, percettive, analogiche), gli apprendimenti mediati e diretti, la memoria, i percorsi psichici della propria cultura, si realizzano in modo diffuso attraverso tutti gli "alfabeti del sapere", creando una miriade di occasioni e di opportunità per tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

b) Le capacità di Essere, di Comunicare e di Conoscere sono per pochi.

UNA SOLA MODALITA' DI PENSIERO E

UNA SOLA STRATEGIA CONOSCITIVA:

- QUELLA FABBRICATIVA: VERBALISMO E CONCETTO.

E' MARGINALE L'INTELLIGENZA CREATIVA: PERCETTIVO/ANALOGICA.

SERVE ALLA CONOSCENZA ED ALLA COMUNICAZIONE

SOLO QUELLO (conta poco il sistema di LUOGHI, - FORME,,- MEZZI, - ESPERIENZE, - CODICI),

CHE CONSENTE DI TRASFERIRE CONOSCENZE ASSODATE,

(conta poco METTERE IN COMUNE,- CONFRONTARE,- VALORIZZARE,- ACQUISIRE, ACCRESCERE, - FORMARE.)

CON LINGUAGGIO VERBALE (PAROLA PARLATA E SCRITTA).

Contano poco i:

- LINGUAGGI SENSORIALI (GESTI, - SENSI, - TATTO, - GUSTO, - OLFATTO, - VISTA, - UDITO)

- LINGUAGGI EXTRASENSORIALI: (IMMAGINAZIONE, - MEMORIA, - EVOCAZIONE, - PERCORSI PSICHICI, EMOZIONI, SENSAZIONI).

Se la comunicazione avviene solo con i linguaggi della parola e scritta, se si riconosce dignità solo alla verbalizzazione ed al ragionamento per parola (al concetto), vengono cancellate le potenzialità e le capacità di Essere, di Comunicare e di Conoscere della maggior parte di noi. Ad una ricchezza (ad un sistema dinamico) di modalità di pensiero, di linguaggi, di codici, di strumenti, si sostituiscono strutture conoscitive e comunicative prefissate, algebrosate, irraggiungibili per le maggioranze della gente comune.

Sono cancellate le potenzialità e le capacità comunicative di molti.

 

 

TAVOLA 9) OGNI ESSERE UMANO PRODUCE CULTURA, VIVE DI CULTURA E TENDE ALLA CULTURA. LA DOMANDA DI CULTURA SCATURISCE DALL'INTIMO DELL'UOMO.

L'avvento di una societa' complessa multiculturale, multireligiosa e multietnica ricorda che esistono tante forme di cultura, quanti sono i modi della vita, le scale di valori, gli ideali, le norme, le tradizioni che regolano la vita dei singoli, dei gruppi umani, dei popoli.

L'uomo è un essere che si fa, che non cessa di esprimersi e darsi un nome, e questo sviluppo, alle cui radici sta la libertà, si chiama "cultura", e si differenzia dalla "natura", con la quale pure è integrato ed interagisce.

Ogni uomo quindi produce cultura, vive di cultura e tende alla cultura, la domanda di cultura scaturisce dall'intimo dell'uomo. Ciascuno possiede una filosofia spontanea, elementare, in base alla quale si colloca e agisce nella vita.

Ma una persona è "colta" quando si è coltivata, ha saputo scegliere tra gli elementi diversi che le offrono la storia e la società in cui vive, e ne ha fatto una sintesi personale.

Ne sono esempi ragguardevoli l'infermiera, l'insegnante, l'operatore sociale, il professionista, l'operaio, l'agricoltore, la madre di famiglia, che sono capaci di dare un significato compiuto all'impegno di ogni giorno ed hanno acquisito la capacità di riferirsi al tutto nel frammento in cui vivono.

Esistono, quindi, tante forme di cultura, quanti sono i modi della vita, le scale di valori, gli ideali, le norme, le tradizioni che regolano la vita dei singoli, dei gruppi umani, dei popoli. Il nostro umanesimo occidentale ha un carattere circoscritto, in quanto non esaurisce né assomma i canoni di tutta l'umanità, passata e presente.

Per di più oggi ci si deve confrontare con un pluralismo religioso e culturale (non solo degli immigrati, ma delle maggioranze della gente comune presenti in ogni Stato) consapevole e spesso concorrenziale, che rifiuta ogni posizione di inferiorità e di sottomissione, quindi, l'imbonimento e l'omogeneizzazione.

 

TAVOLA 10) I LINGUAGGI DEI MEDIA ED I LINGUAGGI DEI GIOVANI, SI VOGLIA O NO, ATTRAVERSO LA PERCEZIONE E L'ANALOGIA COINCIDONO.

Non fare la scuola multimediale, significa lasciare solo alle discoteche, ai concerti rock ed al karaoke televisivo il ruolo di "agenzie formative".

Paradossalmente i nuovi strumenti della comunicazione, anziché cogliere i segni del cambiamento e sviluppare i propri linguaggi auditivi-visivi, analogici e simbolico-percettivi e valorizzare le proprie potenzialità di agenzie educative, sono utilizzati nella loro inefficacia e nei loro limiti, registrando, riproponendo e trasmettendo in modo spettacolare ed estetizzante la cultura (conservata da piccole oligarchie) della filologia e del fisicismo ed i saperi testuali codificati e didatticizzati dalla normativa concettuale della logica intesa come esercitazione verbale, esaltata dalla retorica.

Demonizzare e sclerotizzare la comunicazione plurilinguistica, multimediale, multipercettiva e polifunzionale (la comunicazione dei bambini, dei giovani e di quelle maggioranze della gente comune che sono tenute ai margini della vita culturale, economica, sociale e politica), significa considerare un fallimento in termini scolastici e comunicativi (con la conseguente emarginazione e bocciatura) il non saper decodificare ciò che è stampato, mentre al di fuori delle aule scolastiche, l'audiovisivo sta ridiventando il più influente mezzo di comunicazione.

Con i nuovi media e con la multimedialità (e con una tecnologia sempre più integrata, unificante e di facile uso) è possibile mettere insieme l'universo delle potenzialità conoscitive ed espressive dell'uomo e di ritrovare quegli "studi approfonditi" e quella "memoria" che vengono meno (come già ricordava Giulio Cesare) in chi si giova troppo dell'aiuto della scrittura. Di quella scrittura che attraverso i nuovi media può rivestirsi di forme e di colori, al punto da tornare ad essere un'importante esperienza sensoriale, visiva e, perciò, conoscitiva per tutti e non un'esercitazione esoterica riservata a pochi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TAVOLA 11) DUE CONTRAPPOSIZIONI SENZA RAGIONE, MA CON UNA CONSTATAZIONE:

LA CULTURA DEI COLTI ANNULLA LA CULTURA DELLE MAGGIORANZE DELLA GENTE COMUNE

Le due modalità di conoscenza e di comunicazione in natura interagiscono, coesistono e si integrano e non sono contrapposte.

Nelle strutture culturali, educative e della comunicazione sono contrapposti. Solo la logica verbale ha la dignità di ragionamento.

1). La logica come esercitazione verbale esaltata dalla retorica; la comprensione attraverso la verbalizzazione, la descrizione, la rappresentazione, la deduzione, la classificazione, la normativa concettuale, costituita da:

- analisi (induzione e deduzione)

- linearità, continuità

- sensazione, emozione, visione estetica

- astrazione, sillogismo, concetto

- scala gerarchica dei linguaggi

- racconto mitico, allegoria descrittiva, magia

- monolinguismo

- la mente maneggia le regole linguistiche

- la catalogazione: leggi, verità, certezze

- la meticolosa necessità

- esperimento ripetibile

- leggere

- comprensione concettuale

- grammatica e sintassi

(2) la logica come multipercezione e come analogia e collegamenti semantici; la conoscenza tacita e diretta attraverso le esperienze e l' autoevidenza percettiva sensoriale ( visiva, auditiva, tattile, odorosa, motoria) ed extrasensoriale, costituita da:

- sintesi

- discontinuità

- evocazione, memoria, esperienze sociali, individuali,ambientali, archetipiche, genetiche, ecc.ecc

- la cosalità, le cose della vita quotidiana

- plurilinguismo

- associazioni

- psicologismo del simbolo (forme, ambienti, ed esperienze simboliche)

- la mente è scrittrice e lettrice attiva di simboli

- I simboli vivono in sé: segno iconico, colore, linea, gesto, danza, suono, rumore, musica, canto, odore, mimismo, luminosità della visione, movimento, ecc.

- la percezione supera le limitazioni e le oppressioni della catalogazione.

- la libera curiosità

- le limitazioni della fisica e il dogmatismo infantile della scienza

- percezione motoria; i 5 sensi

- integrazione dei vari stimoli sensoriali

- i limiti del sapere concettuale: la percezione globale

- semantica.

 

 

 

 

TAVOLA 12) IL LINGUAGGIO UNIVERSALE, LA MENTE GLOBALE.

E' stata significativa negli ultimi anni la rabbiosa reazione per evitare il diffondersi della MULTIMEDIALITA' (che è la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità percettive e cognitive della mente, in ogni singola persona) e per ridurla ai soli aspetti tecnologici.

La multimedialità,la multipercezione, infatti, favorisce (attraverso l’uso di tutti i linguaggi, di tutti i codici, di tutti gli strumenti, di tutte le modalità di pensiero) il rispetto dei diritti della ed alla comunicazione (il diritto dei diritti, a comunicare secondo la propria cultura), e, quindi, ALLA DEMOCRAZIA.

LA MULTIMEDIALITA' ed è diventata un DIRITTO NEGATO.

La mancanza di rispetto del linguaggio universale, della mente globale, della cultura di cui ogni uomo è portatore, esplode nelle espropriazioni delle culture, dell’intelligenza e della creatività delle maggioranze dei cittadini, cioè in veri e propri GENOCIDI CULTURALI, testimoniati fino in fondo dalla fame di visivo, di percezione, di analogia, di plurilinguaggi che sfocia nell'ebbrezza delle discoteche e delle stragi del sabato sera.

"Universal service" nella Società Globale dell'Informazione sono quei servizi che devono essere offerti a tutti i cittadini, a basso costo, indipendentemente dalla collocazione geografica e dalla condizione socio economica degli utenti. Il diritto al "linguaggio universale" (inteso come la globalità dei linguaggi, indipendentemente dalla collocazione geografica, dal colore della pelle, dalla cultura e dalla condizione socio economica dell'uomo) ED ALLA MENTE GLOBALE TUTTE LE MODALITA' DI PENSIERO va visto come il diritto al "servizio universale".

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