19 febbraio:

San Beato di Liébana, monaco di san Martín (oggi S.Toribio) di Liébana.

Nota di Antonio Thiery febbraio 2008 

 

 

 

Beato (Commento all’Apocalisse) della Cattedrale di Gerona del 975

Il 19 febbraio si celebra la festa canonica di San Beato di Liébana. Nel febbraio 2003 inserii una nota nel mio sito web, che oggi merita qualche aggiornamento, anche perché nelle tanta enciclopedie dei santi recentemente pubblicate, San Beato è scomparso. Alcuino, il monaco irlandese consigliere di Carlo Magno, lo definisce “Beato di nome e di fatto”.

Liébana è un piccolo territorio della catena cantabrica, non lontano da Santander, in cui spicca il monastero di San Toribio, in origine dedicato a San Martino. Quando il 16 aprile, giorno in cui si festeggia San Toribio vescovo di Astorga (vissuto nel V secolo), cade di domenica, allora è l’año jubilar lebaniego, un privilegio confermato ed esteso per un intero anno nel 1967 da papa Paolo VI. Allora Liébana diventa nota in tutta la Spagna.

Lì visse e scrisse le sue opere un personaggio molto famoso, San Beato di Liébana, la cui opera più nota, un commento all’apocalisse, esiste in molte copie splendidamente miniate e note come i Beati.  Nato nell’VIII secolo e morto poco dopo l’800 era  è un uomo di grande cultura e memoria (lo sarebbe anche oggi in epoca di memorie elettroniche), ben noto anche ai numerosi cristiani della Spagna (la maggioranza della popolazione) che vivevano in territorio musulmano, ed in tutta Europa, specialmente tra gli intellettuali della corte di Carlo Magno, tra cui Alcuino (Alcwin, Albinus Flaccus), divenuto abate di S.Martino di Tours.

Questa nota è un invito a conoscere un po' meglio la complessa storia d'Europa, che, piena di bugie, luoghi comuni ed di omissioni, raccontiamo nelle nostre strutture scolastiche ed accademiche, mentre si continua a discutere delle radici cristiane d'Europa. Conosciamo così bene San Benedetto, della cui esistenza non abbiamo nessuna prova certa, ed ignoriamo Beato, un uomo reale, un prete-monaco “agostiniano”, oggi ignoto ai più, senza il quale sarebbe impensabile l'Europa dei monasteri, delle abbazie, delle cattedrali, dei pellegrinaggi.

La pubblicazione in fac simili (quasi degli originali) di straordinaria qualità da parte dell’editore Moleiro (www.moleiro.com) di alcuni codici (primi fra tutti quello della Cattedrale di Gerona del 975 –in alto- e quello di Silos del 1091 –qui sotto-) richiama l’attenzione su questo monaco, uomo coltissimo,  che fu, insieme ad Isidoro di Siviglia, l'autore più letto, spesso l'unico, nei monasteri europei medievali dal IX all'XI secolo.

 

 

 

 

 

 

 

Beato di Silos, del British Museum, del 1091.

 

 

 

Beato è un prete-monaco che vive in uno dei tanti conventi “agostiniani” legati alla tradizione isidoriana ed all’Africa del nord, una chiesa né romana, né bizantina.  Conventi misti, duplici (spesso conventi familiari), in cui convivevano sotto l'autorità della badessa monaci e monache.

Sorpresa! Ma non ci raccontano che in quest'epoca ci sono solo i monaci benedettini? E infatti qualcuno dice che era un benedettino (ma i benedettini entreranno in Spagna qualche secolo dopo), qualcun altro dice che fu abate di Valcavado e lo confonde con S.Biego, la cui festa è il 1° maggio (forse Obeco, un copista del monastero di Valcavado) ecc.ecc. E non ci raccontano che i monaci e le monache sono rigidamente separati?

Le cose sono un po’diverse (cfr. Monjes y monasterios hispanos en la Alta Edad Media, Aguilar de Campo (Palencia) 2006).

 

La nascita del fenomeno monastico in Europa è complesso (basti pensare alle comunità di Lerin, a Cassiano, all’influenza siriana ed africana, a Martino di Tours). Il termine anachoresis, ebbe all’origine in Egitto, un significato economico: così denominavano quelli che fuggivano dalla città perché non potevano pagare le tasse. Molti, dalla Spagna, viaggiavano in oriente e grande sarà l’influenza dell’Africa. Le prime esperienze monastiche in Spagna sono legate al fenomeno priscilliano (345 – 385), che molti si chiedono se fu un’eresia o un fenomeno sociale.

 

Nel Concilio di Zaragoza (380) appare la prima volta il termine monachus.

 

 Ildefonso (607 – 667 ) dice che Donato  venne dall’Africa con 70 monaci ed una grande biblioteca  e con Minicea, una donna di buona famiglia. Donato è il primo che formula una regola, giacché la regola di Benedetto di Norcia non ebbe in questi secoli nessun effetto speciale in Spagna. Il pannonio Martin arriva in Galizia intorno al 550.

 

Solo nel X secolo ci sarà l’irruzione dei monaci di Cluny, ma la penetrazione dei benedettini fu lenta, avvenne, a poco a poco, dando luogo a regole miste; si propagò, ma non dominò. Prima dell’irruzione cluniacense c’è solo il monacato pattizio e familiare della Regola Comune di Fructuoso. Molti monasteri sono duplici e misti.

 

Dal VII secolo coesistono molte “regole”. Nel 615-6 è elaborata la regola di Isidoro, che è un fenomeno sociale, un trattato di amministrazione di uno spazio economico, come le grandi proprietà basso imperiali.

 

Nel 646 è definita la Regola Comune di Fructuoso  che sarà detto il padre del monachesimo spagnolo. Gli elementi ispiratori sono “agostiniani”.

 

Un monastero si costituisce quando un gruppo di persone (spesso della stessa famiglia) stabilisce delle norme. E’ cioè l’inizio di un’impresa, anche economica, familiare.

 

L’abate ha un’autorità politica e non religiosa e nel 546 il Concilio di Lerida riconosce ai monasteri grandi strutture proprietarie indipendenti dai vescovi e dalle proprietà diocesane.

 

C’è una pluralità di monacati. E’ una realtà plurale, senza grandi originalità nell’aspetto spirituale, ma  con un adattamento alla realtà sociale ed economica dell’epoca. Schemi organizzativi diversi hanno una grande influenza nella vita pubblica.

 

La venuta dei musulmani non interruppe né nell’Andalus, né nel resto della Spagna la vita monastica, né cambiarono le norme che i fondatori avevano elaborato.

 

I vari concili riconoscono la vita eremitica, ma stabiliscono che il monaco eremita, prima di vivere in solitudine (e di avere seguaci e discepoli), per ovvii motivi di controllo politico, deve aver fatto un’esperienza cenobitica, cioè controllata. Solo in questo caso si è eremiti onesti. Quelli che sono diventati eremiti senza aver fatto prima vita cenobitica sono definiti disonesti. San Millan, ad esempio, che tanta parte ha avuto nel medioevo spagnolo, è un eremita disonesto.

 

Il Concilio di Aquisgrana  (817) impone in Europa (ma con scarsa fortuna in Spagna) la regola di San Benedetto e stabilisce obblighi vassalatici. Va rilevato che esistono in Spagna ricche biblioteche, fino a 40 volumi) tra l’altro con testimonianze della chiesa africana, ma che le bibbie complete sono molto poche, a testimonianza dello scarso interesse per il Vecchio Testamento.                                                                                      

 

Alcune date

 

Priscillano 345 – 385

Pelagio 354 – 427

Donato 270-355 (315 vescovo di Cartagine)

Ticonio  330

Agostino, Tagaste 354 – Ippona 430

Ilario di Poitiers       +367

Martino di Tours       +397

Ambrogio      +397

Girolamo       +420

Turibio de Astorga  (festa il 16 aprile) nel V secolo, si oppose al priscillanesimo.   

Millán de la Cogolla (monte a forma di cappuccio, cocolla) 473-574  (12 novembre)

Isidoro   580 – 4 aprile 636  

Braulio.. – 18 marzo 651 scrive la vita di san Millán

Fructuoso, Toledo, inizi VII secolo - 16 aprile  665. Regola Comune, padre del monachesimo.spagnolo

Ildefonso   607 – 667  (23 Gennaio)

589 conversione di Recaredo

 

 

 

 

 

Il Beato di Ferdinando e Sancha, Biblioteca Nazionale di Madrid, del 1047.

 

 

 

 

 

 

Ambiente ed epoca: Beato nacque nella prima metà dell'VIII secolo, forse intorno al 730. Nel 776 scrive la prima edizione del Commento all'Apocalisse, forse già accompagnato da miniature. E' ancora vivo tra il 797 e l'800, come conferma una lettera che gli scrive Alcuino. Oggi esistono molte copie, di cui sono straordinarie quelle del X ed XI secolo.

Le tradizioni di Liébana sono celtiche e nordiche, ma molti abitanti nell'VIII secolo già vengono dalla Penisola Iberica del Sud. Accanto Abbondano la tradizioni arabe e soprattutto nord-africane che si rifanno ad Agostino, che va ricordato è un berbero da parte di madre ed anche  l'Algeria musulmana ricerca in lui, come mostrano recenti studi e convegni, le proprie radici.

I contatti tra la corte di Carlo Magno e le Asturie nell'VIII secolo si fanno molto intensi, anche per la definizione dell'importanza di "Roma senza Roma", con la "scoperta" delle reliquie di San Giacomo a Compostela. Beato è il primo in assoluto che cita San Giacomo e ne promuove il culto in Spagna e prima del “ritrovamento” della tomba.

E’ la cristianizzazione del pellegrinaggio a Finis Terrae, al luogo più occidentale dell’occidente, dove il sole si getta nel mare e feconda la terra.

E’ un pellegrinaggio, alla ricerca dell’Uno, vecchio quanto il mondo (dicono di 20.000 anni, in collegamento con i dipinti delle grotte pirenaiche e cantabriche), dove si veniva anche dall’India e dall’Asia estrema. Diventa il pellegrinaggio alla tomba di San Giacomo, cioè un fatto politico (oggi diremmo di turismo religioso)  promosso dalla corte di Carlo Magno.

Nell’VIII secolo si pensava che la fine del mondo fosse prossima, e che dovesse avvenire attorno all'anno 800, o 801, al compimento del VI Millennio dalla nascita del mondo, fissata intorno al 5200 a. C. l’Anticristo era già nato. La lettura del Commento all'Apocalisse stimola alla speranza della Parusia. Va anche ricordato che già il IV Concilio di Toledo (633) presieduto da Isidoro di Siviglia prescrive con sanzioni canoniche, cosa assai rara, la lettura nel corso della Messa del testo apocalittico da Pasqua a Pentecoste: si quis eum deinceps aut non receperit, aut a pascha usque ad pentecostem missarum tempore in ecclesia non predicaverit, excommunicationis sententiam habebit.. Nelle chiese europee legate allordo romanus nello stesso tempo liturgico sono letti gli Atti degli Apostoli.

A Natale dell'anno 800 c'è (e non è un caso) l'incoronazione di Carlo Magno. Guardando un po' alla realtà storica di quei secoli, potremo leggere anche l'incoronazione di Carlo Magno in una luce meno fantastica e senza travisare la cultura dell'epoca.

Città: Liébana è un villaggio delle Asturie dei monti cantabrici, a pochi chilometri dall'Oceano. Beato, studioso della Sacra Scrittura (scrive, riprendendo Girolamo: “che cosa è il testo letto nel Vangelo o nelle Sacre Scritture,  se non il corpo di Cristo, la carne di Cristo che è mangiata dai cristiani?”), vive e opera nel monastero di San Martino, che forse già esisteva a Liébana nell'età visigotica. Lì c'era una biblioteca veramente importante (di una quarantina di volumi), elemento indispensabile per la vita dei monaci. Nell'VIII secolo un manoscritto costava tre vacche gravide. E quindi 40 volumi rappresentano un autentico patrimonio.

Nelle opere di Beato c'è un uso sistematico di libri che riportano le opere di Gregorio Magno, Isidoro, Victorino, Primasio, Ticonio, Apringio, Gerolamo, Agostino, Ambrogio, Fulgenzio, Origene, Cassiano, Cipriano, Cirillo, Euquerio, Filastro, Gregorio di Elvira, Hegesipo e di alcuni altri autori. Beato è ripetitivo e ridondante, secondo i "gusti" e la “retorica” dell'epoca, così diversi dai nostri, ma vuole esser certo di esser capito.

Il  C ommento all’pocalisse è ignorato persino dal Migne nella monumentale raccolta di "tutti" i testi antichi editi a stampa ed il Commentario di Beato era già pubblicato a stampa: In compenso il Migne gli attribuisce altre opere e ne riporta una fantasiosa vita. Forse i motivi per cui il Commento all'Apocalisse, una delle opere più note dell'alto medio, non è ricordata in epoca moderna stanno qui: non tiene in alcun conto dell'insegnamento di Ambrogio (che pure conosce bene e cita spesso) e soprattutto della dottrina della grazia gratuita e della necessità terrena, che così larga fortuna, ha ancora in età contemporanea, anche nel "cattolicesimo democratico".

Ma Beato è per un cristianesimo essenziale: "Non se autem glorietur esse christianum, qui nomen habet, et facta non habet: ubi autem nomen secutum fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit". (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7-11).

Visto che il latino non si fa più a scuola, traduciamo: "Senza dubbio non si può vantare di essere cristiano quello che ha il nome, ma non lo stile di vita; certamente sarà cristiano quando sarà fedele a questo nome e lo realizzerà con la sua condotta. E' veramente un cristiano colui che con la fede e con i fatti si manifesta come un cristiano, camminando, come camminò colui dal quale riceve il nome".

Come non ricordare Emilio  Gandolfo, il pretino drammaticamente e sacralmente ucciso nel 1999, che nel suo diario spirituale cita il V Vangelo di Pomilio? Il vangelo è un trattatello devozionale o lo stimolo ad un esperienza alternativa?

Forse Beato è ignorato perché conosceva bene la pluralità del cristianesimo. L'unità si trova solo praticando la diversità, l'alterità. Dice, come ricordato, degli apostoli: "Qui cum omnes unum sint, singuli tamen eorum ad praedicandum in mundo sortes proprias acceperentun".

"Pur essendo una sola cosa" (con traduzione tutta rispettosa di Beato potremmo dire: "pur essendo una sola chiesa"), "tuttavia ognuno trovò il proprio stile di vita predicando nel mondo". In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 63-65).

Come non ricordare Emilio che a proposito delle "eresie" faceva appello alle "sensibilità diverse" e soprattutto riusciva a trovare con tutti (anche atei e comunisti, anarchici e agnostici) il terreno per dialogare, una sponda su cui costruire un rapporto sempre diverso e personalizzato.

Beato è un personaggio sconosciuto dai cristiani d'occidente, censurato, come ricordato, persino dal Migne. Eppure i libri di Beato, ed in particolare il Commento all'Apocalisse, erano tra i più letti, se non gli unici letti (un solo libro attraverso continue citazioni ne condensava molti), nei monasteri europei tra il IX e l'XI secolo. Beato di Liébana fu il punto di contatto tra i Padri della chiesa e il rinascente mondo culturale della Francia carolingia. E' autore di opere, come ricordato, che trovano forte ripercussione alla corte di Carlo Magno e l'appoggio deciso del famoso teologo Alcuino.

Nell'VIII secolo, grazie a Beato, i contatti tra la corte di Carlo Magno e le Asturie si fanno molto intensi, anche per la definizione dell'importanza di Roma senza Roma, con l'"invenzione" (il "ritrovamento") delle reliquie di San Giacomo a Compostela. E' il primo che considera S.Giacomo patrono della Spagna.

Basta questo a farne uno dei personaggi più significativi del medioevo cristiano europeo, quello dei pellegrinaggi e, quindi, delle cattedrali.

Ed è ignoto. Fino al 1995 non esisteva neppure una versione delle sue opere in nessuna lingua moderna: mistero della fede! Anche della fede laica.

Tutti gli studi moderni che, avendo come fondamento il giudeo-cristianesimo e l'ellenismo, sono stati prodotti e sono prodotti da studiosi laici, cattolici, ebrei e cristiani, hanno avuto ed hanno necessità di richiamare la favolistica sequenza temporale: mondo antico, medioevo, rinascenza carolingia, umanesimo e rinascimento, età moderna. Eppure questi studi ignorano Beato. Com'è possibile fondare la cultura dell'Occidente sulla rinascenza carolingia senza conoscerla?

Opere: scrive, tra l'altro:

un commento all'apocalisse di san Giovanni, in tre successive versioni: 776,784, 786, quando gli arabi sono già arrivati in Spagna, ricco di citazioni, ma rielaborando un testo di Tyconio, un africano donatista, ma molto apprezzato da Agostino, che non ci è pervenuto e che, attraverso le opere del monaco di Liébana, dette semplicemente Beatus, si può ricostruire. Altra sorpresa! Ma non ci hanno insegnato che l'Africa era romana? E le eresie? Carlo Magno, Imperatore del Sacro Romano Impero, si permette di sostenere un monaco che si ispira ad un africano eretico?. Il Commento all'Apocalisse è pervenuto in circa 35 (trentacinque) codici, molti scritti tra il X e l'XI secolo, molti riccamente miniati. Alcune copie, con tante pagine miniate (anche 114 come nel caso del codice di Gerona), vanno considerati tra i più preziosi e belli codici alto-medievali europei, e non solo alto-medievali europei, ma di ogni tempo, dell'umanità tutta intera, dall'inizio alla fine dei tempi, come Gregorio Magno definiva la chiesa.

La sua opera che si avvale di tutti gli autori noti fino allora, che Beato padroneggia con incredibile erudizione, costituisce, come in molti autori antichi e medievali, una "catena patristica", che intreccia le citazioni del Vangelo e dei Padri l'una con l'altra "senza soluzione di continuità". Solo pochissime note sono veramente "originali". Il suo lavoro consiste in una selezione di tutte le fonti e nella scelta di alcuni brani. E tuttavia ne scaturisce un'opera di straordinaria originalità che io stesso avevo creduto, prima di leggerla e rileggerla, un modesto centone. Si tratta, come detto, visti i costi, del testo (redatto da un uomo molto colto, con straordinaria memoria, che attinge ad una biblioteca molto fornita) più letto, e spesso unico, utilizzato e studiato nei monasteri europei dei secoli IX-X-XI.

E', come don Emilio Gandolfo, un profondo conoscitore dei Padri della Chiesa. Beato elabora una propria visione del mondo e della fede scegliendo e mettendo in originali sequenze, proprio come faceva Emilio, brani scritti appunto dai Padri.

E’ probabile che già gli originali dell’VIII secolo fossero accompagnati da molte miniature. E’ quasi certo che contenevano comunque dipinti dei mapa mundi.

Beato, riprendendo la geografia di Isidoro, che condizionerà tutto il medioevo; descrive il mondo sferico ("macina globi"), con una "quarta pars" al di là dell'Oceano equatoriale.

Il Mediterraneo è chiaramente un mare interno, che occupa una piccola parte dell'Universo Mondo.

Questi sono i ff. 45 v. 46 del Beato conservato alla Biblioteca Nazionale, Torino. Sono stati esposti nella mostra (Arte e scienza per il disegno del mondo) tenuta a Torino nel 1983. E sono pubblicati nel catalogo relativo ("Il disegno del mondo", con note di grande valore storico).

Il mappamondo, dice la didascalia del catalogo della mostra, fa parte "del manoscritto che contiene il Commentarius in Apocalypsim, composto alla fine dell'VIII secolo dal monaco Beatus Liebanensis, e che è stato copiato in Catatogna nel XII secolo, da un esemplare dei X,- illustra un brano relativo alla predicazione degli apostoli e alla diffusione della Chiesa primitiva. Alcuni errori e forme caratteristiche nella scrittura dei toponimi fanno pensare che il mappamondo sia una copia, modificata in parte ma non "aggiornata ", di un esemplare più antico. Orientato con l'est in alto, l'Asia, con le figure di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, occupa la metà superiore che il Mar Nero e il Don (braccio di sinistra) e iI Nilo (destra) separano dall'inferiore, mentre il Mediterraneo (striscia verticale centrale) si insinua tra Europa (a sinistra) e Africa (a destra); l'Oceano equatoriale (doppia striscia verticale a destra) delimita la zona australe e quello polare l'intera Terra. La tipologia cartografica adottata sembra essere intermedia tra quelle che, considerando Europa, Asia e Africa gli unici continenti, le rappresentano come un piatto circondato dall'Oceano e quelle che, partendo dall'idea di una Terra sferica, disegnano un emisfero, tagliato a metà da un Oceano equatoriale, in cui nella zona australe esiste un continente, inesplorato e variamente indicato, che bilancia i tre continenti noti, situati a nord dell'equatore. Il tipo intermedio riduce al massimo la parte di cerchio riservata alle terre australi e ricorre, in forma ovale o, molto più raramente, rotonda, quasi esclusivamente in manoscritti di Beatus, dei secoli X-XVI. Sul mappamondo, alcuni nomi di chiese, elencati nel commento, non son presenti;gli altri non sono in particolare evidenza tra il centinaio di toponimi riportati, è quindi una rappresentazione non funzionale per la consultazione.

La preponderanza di Europa, Asia, Africa (parti della terra popolate dai fogli di Noè); l'oriente del Paradiso terrestre (che misura 116 del diametro) in alto,- Gerusalemme al centro dei continenti,- i bracci di mare e i fiumi che richiamano la forma di una croce, sono invece quasi perfettamente funzionali a comunicare, attraverso una percezione globale, una cosmologia su base biblica.

Quasi perché al di fuori del sistema interpretativo biblico sta "una quarta parte, al di là dell'Oceano, che non ci è nota a causa del calore del sole e che si favoleggia abitata dagli Antipodi” come scrive il cartografo del continente australe. Il mappamondo risulta quindi una specie di compromesso tra cosmologia cristiana, dominante, e tradizione dei pensiero scientifico greco. Non a caso i manoscritti di Beatus provengono dalla Spagna cristiana, in cui la presenza degli Arabi costringe a conti quotidiani con una concezione del mondo del tutto diversa"

Il Beatus di Torino è uno dei più tardi di una lunga serie di codici che contengono anche la figura della terra e artisticamente dei meno importanti. Lo cito solo perché è ben noto anche in Italia e ben studiato nei suoi aspetti “geografici”. E' evidente come il sistema interpretativo biblico spesso omette cose ben note, ad esempio "la quarta parte" del mondo.

E' un santo scomodo. Mostra una realtà storica e religiosa molto diversa e soprattutto che non è vero che il solo monachesimo occidentale benedettino ha conservato la cultura antica ed ha fatto la cultura europea.

"Qui cum omnes unum sint, singuli tamen eorum ad praedicandum in mundo sortes proprias acceperunt". "Quantunque [gli Apostoli] fossero una cosa sola, tuttavia ciascuno trovò la propria sorte predicando nel mondo".

Così Beato di Liébana, (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 64,65), descrive la "dispersio apostolorum" per universum mundum: "Hi sunt duodecim Christi discipuli, praedicatores fidei, et doctores gentium". “Petrus, Romam. Andreas Acaiam, Thomas, Indiam. Jacobus, Hispaniam. Ioannes, Asiam. Mathaeus, Macedoniam.  Philippus, Galliam, Bartholomaeus, Licaoniam. Simon Zelotes, Aegyptum. Mathias, Iudeam. Iacobus frater Domini, Ierusalem. Paulo autem cum ceteris apostolis nulla sorsoropria traditur, quia in omnibus gentibus magister et praedicator eligitur. Si noterà la distinzione per universum mundum e magister in omnibus gentibus (il mondo occidentale). E’ un magister: non c’è traccia del sacerdozio, né del primato di Pietro.

Del resto la dispersio non è un fatto nuovo. Era stata già impostata da Origene (185-253) e sarà ripresa e sviluppata da molti padri della Chiesa e testimoniata da Eusebio (265-339).

Beato è ben consapevole della pluralità della cristianità delle origini, del messaggio di Cristo che si incultura in molti modi diversi nell'universo mondo. Non per questo perde la sua "unità". Siria, Mesopotamia, Persia, Africa Settentrionale, India, buddismo tantrico tibetano, Mar Baltico, Visigoti:  queste sono le principali fonti del testo di Beato ed ancora più complesse sono le fonti di questi dipinti. Bisanzio e Roma non c’entrano niente. Ecco forse traccia delle testimonianze di alcune di quelle comunità che dopo Nicea sono state cacciate “fuori una … dietro l’altra”.

Ma il testo di Beato contiene tante citazioni preziose. Un esempio: Michaelem Christum dicit: caelum Ecclesiam, et angelos eius sanctos homines. Nemo est qui habeat angelos nisi Dominus noster Iesus Christus. introduzione 40: In Apocalypsis B:JOANNIS APOSTROLI COMMENTARIA  di San Beato de Liébana, pubblicato in Obras completas de Beato de Liébana, Estudio Teologico de San Ildefonso, Madrid 1995, pag. 53. Ancora nel libro VI, 178, è ripetuto :  Michaelem Christum dicit; et angelos eius, sanctos homines. Nemo est praeter Dominum, qui habeat angelos, nisi Dominus lesus Christus, sicut Daniel ait,  Ibidem, pag. 477: Michele si riferisce a ( è segno di) Cristo, il cielo alla Chiesa e gli angeli agli uomini santi.

E’ chiaro il riferimento al quarto polo del pellegrinaggio, dimenticato: San Michele Arcangelo.

 

l'inno liturgico "O Dei Verbum", parte dell'ufficio divino del rito nella festività dell'Apostolo san Giacomo. E' il primo documento che cita la venuta di Santiago in Spagna (e lo elegge come patrono della Spagna), già prima dell'invenzione (della scoperta) della tomba a Finisterre. E' verosimilmente (“admisibile”, ma “poco problable”) opera di Beato tra il 738 ed il 788 (il periodo di regno di Mauregato, espressamente citato nell'inno). Sono 60 versi, distribuiti in dodici strofe di cinque versi ciascuna, che riprendono l'Apocalisse, il commento di Tyconio, il culto mozarabico, il tema della dispersio apostolorum in dodici diversi paesi dell'universo mondo. Cristo è il verbo di Dio creatore, luce del mondo, figlio di Maria, re e sacerdote, adornato di dodici pietre preziose. Comincia il giorno mette in fuga le tenebre nel suo percorso di dodici ore. Brilla la luce di Cristo nelle lampade dei dodici candelabri, che sono il simbolo degli apostoli, i quali diedero testimonianza in tutto il mondo, ciascuno in un paese diverso. Tra loro emergono i "Figli del Tuono", Giovanni e Giacomo il Maggiore, la cui madre sollecitò per loro i primi posti nel regno ed entrambi stavano ai lati di Cristo nell'Ultima Cena. Il primo con il capo appoggiato sul suo petto. Entrambi hanno avuto il premio del cielo. Il secondo mediante il martirio, fino alla decapitazione. Giacomo salvi il paese da tutti i mali, dalla peste, dalle calamità; protegga il gregge dei fedeli formato dal re, dal clero e dal popolo. Tutti abbiano la salvezza. Oh Re dei re, difendilo e proteggilo con il tuo amore. Comunque vale la pena di proporre integralmente il testo, ed è la prima volta che avviene nella versione italiana.

Inno nel giorno di San Giacomo Apostolo, fratello di San Giovanni

O verbo di Dio, pronunciato dalla bocca del Padre,
creatore e vero principio delle cose,
autore perenne, luce origine della luce,
partorito (reso luce) dal ventre della gloriosa Vergine,
Cristo, tu sei realmente il nostro Emmanuele.

Re e sacerdote, in cui onore brillano le sacre pietre
che sono "tre per quattro" -onice, agata-
Berillo, zafiro, rubino,
ametista, sardonica, topazio,
smeraldo, diaspro, ligurio e topazio.

Poi puntualmente il sole con le sue gemme -il giorno
brillando dodici ore, le migliori perle-
avanza, spaventando le tenebre del mondo;
ed i candelabri posti su d te
brillano con le lucerne dei due per sei apostoli:

Pietro a Roma, suo fratello in Acacia,
In India Tomaso, Levi (Matteo) in Macedonia,
Giacomo in Gerusalemme ed in Egitto [Simone]) Zelota,
Bartolomeo in Licaonia, Giuda ad Edessa,

Mattia in Giudea e Filippo nella Gallia;
poi, i due grani Figli del Tuono
risplendono, avendo ottenuto quello che chiedevano le preghiere della loro inclita madre,
tutti e due con pieno diritto agli onori supremi,
governando da solo Giovanni nell'Asia, alla destra,
e suo fratello aveva conquistato la Spagna.

Reclinato il capo sul petto innocente dell'illustre maestro,
uno è attratto alla destra dall'alleanza della pace,
alla sinistra l'altro per essere giustiziato,
ed entrambi hanno scelto per due volte il pegno del regno,
coronati si apprestano alla gloria del cielo:

portato quel Giovanni, glorioso, al premio,
scelta per questo la tunica del martirio di Cristo,
quello chiamato Giacomo di Zebedeo,
compiendo l'apostolato esemplarmente
vittorioso conquista le stimmate della passione.

E catturando lui con il favore divino
I colpevoli maghi, reprimendo le ire dei demoni,
castiga il veleno dei suoi emuli
e alla fine, da allo stolido una risposta insigne
e al penitente un cuore credulo.

Perplesso, pieno del desiderio dell'infermo
Che sollecita con insistenza un vantaggioso aiuto,
manifesta a chi lo chiede i carismi della fede,
e con lo stendardo della pace della piena salvezza
e giustiziato con la spada si assicura la gloria.

O veramente degno e più santo degli apostoli,
che rifulgi come aureo capo di Spagna,
nostro protettore e patrono del paese,
evitando la peste, tu salvezza del cielo,
allontana tutte le infermità, calamità e crimini.

Mostrati pio proteggendo il gregge a te affidato
E mite pastore per il re, il clero e il popolo;
con il tuo aiuto possiamo fruire delle gioie superne,
noi possiamo rivestirci della gloria del regno conquistato
e per mezzo di te siamo liberati dall'inferno eterno.

Concedici, ti preghiamo, o potente trinità
Che rischiari, unico, tutto l'edificio del globo,
a cui corrisponde eterna lode e clemenza,
e il potere perenne, la immensa gloria
e onore perenne abbondante nei secoli.

l'apologetico, un'opera scritta all’inizio del 786 come risposta virulenta (definisce l’avversario il "testicolo dell'Anticristo"), ad una lettera del 785 del vescovo di Toledo Elipando («non si è mai sentito che un libanese osa opporsi ad un toledano» ed ancora «il fetentissimo monaco Beato, dedito ai piaceri della carne, che costantemente si accompagna con delle prostitute, estraneo all’altare di Dio, paseudocristo e pseudoprofeta» )  che propugnava la complessa linea "adozionista": Elipando ammetteva la divinità di Cristo, però Gesù, nella sua umanità, è figlio adottivo di Dio. Questa linea sembra elaborata per rendere la teologia cristiana più vicina all'idea di Dio dei musulmani ormai largamente diffusi nella Penisola Iberica dopo appena 50 anni dal loro arrivo dall'Arabia (è una tesi già avanzata dal Baronio nel 1600). Ma in realtà è una tesi già sostenuta da tutta la tradizione siro mesopotamica e persiana (Ario, Nestorio), diffusa anche in Asia fino alla Cina, che richiama alle comunità delle origini estranee al Vecchio Testamento. Nel 740 arrivò in Spagna, accompagnata da siri una comunità nestoriana. Un esame di questo problema richiederebbe un lungo trattato.

L'opera sarà ratificata dal Concilio di Narbona nel 788, e poi dal concilio di Ratisbona nel 792, e quindi, nel 794, dal concilio di Francoforte, indetto da Carlo Magno, al quale partecipano 400 vescovi di Francia, Germania e Italia. Nel regno delle Asturie l'eresia di Elipando è condannata alla presenza di Alcuino.

Beato, così ricco di simboli sessuali (ed anche in questo sembra di risentire Emilio Gandolfo. Lo sposo, la sposa) non allude all’unzione degli infermi; non chiama sacramento il matrimonio, ma soltanto un atto benedetto dalla chiesa; usa scarsi e confusi riferimenti alla penitenza (non è ancora arrivato il IV concilio lateranese,1215, che fissa la confessione auricolare); ritiene che i vescovi trasmettano la dottrina, come ministri della confermazione.

In una parola, il santo dell’unità che si realizza nel riconoscimento delle diversità, uno dei monaci che più ha contribuito alla diffusione della Sacra Scrittura, festeggiato per secoli il 19 febbraio, oggi, in epoca di fondamentalismo cristiano, è dimenticato.