Il 19 febbraio si celebra la festa canonica di San Beato di Liébana.

 E' un invito a conoscere un po' meglio la complessa storia d'Europa, che, piena di bugie e di omissioni, raccontiamo nelle nostre strutture scolastiche ed accademiche, mentre si discute della "Costituzione" europea e delle radici cristiane d'Europa. Conosciamo così bene San Benedetto, della cui esistenza non abbiamo nessuna prova certa, ed ignoriamo Beato, un uomo reale, un prete-monaco agostiniano, oggi ignoto ai più, senza il quale sarebbe impensabile l'Europa dei monasteri, delle abbazie, delle cattedrali, dei pellegrinaggi. Fu, con le sue catene patristiche, l'autore più letto, insieme al suo ispiratore Isidoro di Siviglia, nei monasteri europei medievali dal IX all'XI secolo. Descrive il mondo sferico ("macina globi"), con una "quarta pars" al di là dell'Oceano equatoriale. Il Mediterraneo è chiaramente un mare interno, che occupa una piccola parte dell'Universo Mondo. Non pensa solo all'Europa ed all'Occidente. A lui si deve la prima citazione di San Giacomo come protettore della Spagna e l'avvio di un culto che cristianizzò uno dei principali luoghi di pellegrinaggio, quello di Finisterre (San Jacopo de Compostela), noto fin dalla più antica preistoria.

E' un santo scomodo. Mostra una realtà storica e religiosa molto diversa e soprattutto che non è vero che il solo monachesimo occidentale benedettino ha conservato la cultura antica ed ha fatto la cultura europea.

Umberto Eco,  ha realizzato Noterelle, in cui propone una lettura dell’Apocalisse in spirito laico. In realtà ripropone l‘assolutizzazione della dea ragione secondo un solo modello del pensiero verbale.

 

 UMBERTO ECO, BEATO E LA CHIESA APOCALITTICA GIOVANNEA

 

Beato, monaco asturiano, di Liébana, dell’VIII secolo (morto forse intorno all’anno 800) è personaggio ben più complesso di quello descritto con tanta sapienza da Umberto Eco  (Umberto Eco,  Noterelle su Beato (1) in DALL’ALBERO AL LABIRINTO. Studi storici sul segno e l’interpretazione Studi Bompiani 2007 - pp 227-259).

E ben più complessa è la situazione antropologica, culturale e religiosa nella penisola iberica del Primo Millennio, che vede un coacervo di popoli, di culture, di modi di vivere e di pensare: celti, slavi, africani e poi arabi, ebrei, commercianti e pellegrini dall’estremo oriente, oltre che romani e greci bizantini, ecc. Per non parlare poi delle culture persiane e mesopotamiche ben evidenti nelle opere premozarabiche e mozarabiche propriamente dette.

Innanzi tutto nella trattazione di Eco manca completamente l’Africa, ripetendo il consumato stereotipo che tutto si risolve nell’Europa continentale.  E’ la reductio ad unum, l’omologazione a sé dell’intero esistente, l‘assolutizzazione della dea ragione secondo un solo modello del pensiero verbale. Insomma non si esamina come si viveva in secoli ed in civiltà lontane, ma come si sarebbe dovuto vivere e pensare secondo i modelli egemonici odierni.

E’ certo citato Ticonio, ma non si ricorda che il suo commento all’Apocalisse in qualche modo riassume i tanti commenti africani andati perduti, ed ai quali si ispira Beato, citandone brani interi, rendendoli spesso ricostruibili.

E’ certo citato Agostino, ma non si ricorda che nelle sue  vene scorreva sangue berbero e non si ricorda il ruolo determinante, suo e dell’Africa, nella formazione e diffusione del cristianesimo e del variegato monachesimo spagnolo che si oppose con ogni mezzo fino al X-XI secolo alla diffusione della regola benedettina. S. Pricoco , correttamente, nella introduzione al libro "La regola di san Benedetto e le regole dei padri" (Fondazione L. Valla - A. Mondadori Editore, ricorda che:” In realtà, l'osservanza benedettina trovò diffusione largamente europea solo a partire dall'età carolingia, per l'opera riformatrice di un patrizio visigoto, Benedetto abate di Aniane, che ridusse i monasteri dell'Impero a unità legislativa applicando le direttive politiche di Carlo Magno e Ludovico il Pio. Prima di allora, tra il V e l'VIII secolo, numerose regole circolarono nell'Occidente. Una trentina di esse sono pervenute sino a noi”.

Gli storici più accorti parlano normalmente per il X secolo di“irruzione cluniacense, e di “invasione franca” nella penisola iberica.

 

Si può ben dire che in Spagna, prima della cacciata di ebrei e musulmani, nell’XI secolo, con l’ “irruzione cluniacense” dei benedettini, ci fu la cacciata di monaci cristiani, legati alla chiesa isidoriana, o toledana o apocalittica giovannea (tanti nomi per individuare una sola realtà). E le documentazioni non mancano. Intere comunità di monaci fuggirono in Africa; poi si insediarono a Cipro e di lì tornarono nell’Europa centrale dove dettero vita (soprattutto in Germania) a numerosi ed importanti complessi monasteriali. Isidoro è un continuatore, ma non un discendente dallo stato romano.

 

A proposito di Agostino, Maria Zambiano scriveva nel 1942, con mirabile sintesi, (l’agonia dell’Europa) “…il fatto è che, oltre ad essere cristiano, egli era africano, quasi spagnolo. Ed è venuto a nutrire l’Europa avvicinandola alla saggezza dell’Africa dimenticata e relegata, vecchia balia dalla pelle scura che se ne sta in un angolo della casa a contemplare il figlio cresciuto che si allontana sempre più da lei.... Dimenticata balia dell’Europa, con la sua saggezza umile e antica da madre e da fattucchiera al tempo stesso. Nella sua superbia, la cultura europea ha dimenticato ciò che le doveva e ha dimenticato anche questa cura del cuore, e così esso le si andò chiudendo. Si è così tornati alla situazione dell’antico Impero romano, in cui l’uomo, disanimato sotto la ragione e sotto il potere, sentiva l’esistenza come un incubo…E la saggezza meno europea, quella che l’Europa ha imparato di meno. Ancora oggi in alcuni angoli della Spagna, vicini all’Africa e dal paesaggio identico, il peggiore insulto lanciato a un individuo è: «senz’anima», o «senza madre» , che vuol dire lo stesso. E l’uomo europeo, lontano dalla sua origine, con le viscere chiuse, opache e confuse, si è reso un disanimato…”.

Perché i commenti all’Apocalisse?

Ecco, Eco ci restituisce un Beato lontano dalla sua origine. Non dedica nessuna attenzione a Isidoro da Siviglia (che in tante occasioni ha definito un “credulone”) che pure è fondamentale nella stessa formazione di Beato (che non a caso ne riporta brani interi), nella strutturazione del monachesimo e di quella chiesa apocalittica giovannea che trova appunto nell’Apocalisse il suo elemento fondante.

Non a caso questo testo merita una particolare menzione nel IV Concilio di Toledo, del 633, presieduto proprio da Isidoro. Nel cap. XVII si legge: Apocalypsim librum multorum conciliorum auctoriitas & synodica sanctorum praesulum Romanorum decreta Joannis evangelista esse praescribunt, & inter divinos libros recipiundum, atque in ecclesia Dei praedicare contemnunt.

L'apocalisse fa parte, dunque, dei testi canonici; è un libro ispirato e non apocrifo e, dalla solennità della citazione, bisogna presumere che le chiese d'ispirazione latina tendessero ad accantonarla. Le ulteriori prescrizioni provano questa supposizione. La predicazione e lo studio sistematico (giacché lo stesso Concilio ammonisce che: ignorantia, mater cunctorum errorum, maxime in Sacerdotibus Dei vitanda est, qui docendi officium in populis susceperunt... Sciant igitur sacerdotes scripturas sanctas... ut... aedificient cunctos tam fidei scientia, quam operum disciplina) del testo apocalittico sono imposti, cosa assai rara, con sanzioni canoniche: si quis eum deinceps aut non receperit, aut a pascha usque ad pentecostem missarum tempore in ecclesia non predicaverit, excommunicationis sententiam babebit. (Mansi, Sacrorum conciliorum, X, 623. 31. Ibidem, X, 626., 32. Ibidem, X, 626).

Dunque l’Apocalisse deve essere predicata in chiesa da pasqua fino a Pentecoste. Si badi che l’Apocalisse (così piena di evocazioni) sembra sostituire gli Atti degli Apostoli (un racconto che giustifica l’esistenza della chiesa di Roma), che tutt’ora si leggono e si commentano nelle chiese in attesa, in preparazione della Pentecoste.

 

Ecco un segno evidente del cristianesimo plurale e poligenetico dei primi secoli, ben diverso dall’omogeneizzazione dogmatica dell’attuale imposizione del credo romano per universum mundum.

 

Certo, c’è una bella differenza nel preparare la Pentecoste attraverso la lettura dell’Apocalisse che proclama che Dio “ha fatto di noi un popolo di sacerdoti, Ap,.1,6 e gli Atti degli Apostoli che attendono la venuta dello Spirito su una piccolissima élite di “sacerdoti”, pronti a nascondere dietro atteggiamenti irenei istinti di potere peggiori di quelli manifestati dagli animali più feroci.

 

Lascio al lettore notare le differenze tra la professione di fede proposta da Isidoro di Siviglia nel 633 nel IV Concilio di Toledo e la professione di fede che oggi si pronuncia.

 

ISIDORO e il IV CONCILIO DI TOLEDO

Et quoniam generale concilium agimus, oportet primum nostrae vocis sermonem de deo esse, ut post professionem fidei sequentia operis nostri vota, quasi super fundamentum firmissimum disponantur. Quemdadmodum a sanctis patribus accepimus, patrem et filium et spiritum sanctum unius deitatis atque substantiae confitemur, in personarum diversitate trinitatem credentes, in divinitate unitatem praedicantes nec personas confundimus nec substantiam separamus. Patrem a nullo factum vel genitum dicimus, filium a patre non factum, sed genitum asserimus, spiritum vero sanctum nec creatum nec genitum, sed procedentem ex patre et filio profitemur. Ipsum autem dominum Iesum Christum dei filium et creatorem omnium ex substantia patris ante saecula genitum descendisse ultimo tempore pro redemptione mundi a patre, qui numquam desinit esse cum patre, incarnatus est enim ex spiritu sancto et sancta gloriosa dei genetrice virgine Maria et natus ex ipsa solus. Idem dominus Iesus Christus unus in sancta trinitate anima et carne perfectus sine peccato suscipiens hominem manens, quod erat, assumens, quod non erat, aequalis patri secundum divinitatem, minor patre secundum humanitatem, habens in una persona duarum naturarum proprietatem, naturae enim in illo duae, deus et homo, non autem duo filii et dii duo, sed idem una persona in utraque natura; perferens passionem et mortem pro nostra salute, non in virtute divinitatis, sed infirmitate humanitatis, descendit ad inferos, ut sanctos, qui ibi tenebantur, erueret et devicto mortis imperio resurrexerit, assumptus in caelis venturus est in futurum ad iudicium vivorum et mortuorum, cuius morte et sanguine mundati remissionem peccatorum consecuti sumus, resuscitandi ab eo in die novissima in ea, qua nunc vidimus, carne et in ea, qua resurrexit, idem dominus forma, percepturiab ipso alii pro iustitiae meritis vitam aeternam, alii pro peccatis supplicii aeterni sententiam. Haec est catholicae ecclesiae fides, hanc confessionem conservamus atque tenemus, quam quisque firmissime custodierit, perpetuam salutem habebit. (J.D.MANSI, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, 53 voll., Florentiae-Venetiis-Parisiis-Lipsiat, 1759 ad 1927, X, col. 611. Senza entrare nella complessa questione dei simboli delle prime comunità cristiane, ricorderò che i Padri della Chiesa, a cominciare da Cipriano, ritengono che il Credo (un insieme di formule teoremiche messe insieme per necessità rituali) è trasmesso oralmente).

 

PROFESSIONE DI FEDE ATTUALE

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli:

Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create.

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal  cielo e per opera dello Spirito Santo

si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.

Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto.

Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre.

E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e il suo regno non avrà fine.

Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio.

Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.

Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica.

Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati.

Aspetto la risurrezione dei morti

e la vita del mondo che verrà. Amen.

 

Le varianti: si omette credo ecclesiam!  Che non è né una, santa, né apostolica. Non si parla neppure dello Spirito Santo che è signore e da la vita e neppure dell’unico battesimo

Voglio evidenziare solo (come ho altre volte notato in sedi prestigiose -nel 1988 su “arte medievale”, rivista edita dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana- che nella professione di fede IV Concilio di Toledo (che veniva dopo la pacificazione con gli ariani), cambiano molte cose, ma soprattutto si omette credo ecclesiam!  Che non è né una, santa, né apostolica, come sarà codificato nel Concilio di Nicea, voluto ed orchestrato da Costantino. Non si parla neppure dello Spirito Santo che è signore e da la vita e neppure dell’unico battesimo

Perché? Certo si parla di chiesa, che vuol dire, come insegna anche Gregorio Magno nel commento a Giobbe, non a caso dedicato a Leandro, fratello maggiore di Isidoro, “l’umanità tutta intera, dall’inizio alla fine dei tempi”.

Si tratta di varianti non certo di poco conto che assegnano ancor oggi alla chiesa di Roma un ruolo politico determinante.

Ebbene, nel proporre la raccolta dei simboli di fede della chiesa antica (vedi l’omonimo libro di J.N.D.Kelly, pubblicato a Napoli nel 1967 proprio per le “prestigiose” edizioni Dehoniane) questa professione di fede è semplicemente omessa. Proprio così: omessa! E’ un metodo: le verità della fede cancellano le esperienze della vita e si omettono cose, fatti, idee, esperienze e persone scomode.

Eppure Isidoro è un dottore della chiesa con chiara fama. Non è un “eretico”. 

L’Avvenire  infatti, con la penna di Bargellini, ha scritto: Ultimo dei Padri latini, Isidoro di Siviglia (560-636) fu molto letto nel Medioevo, soprattutto per le sue «Etimologie», un'utile "somma" della scienza antica. Fu però soprattutto un vescovo zelante preoccupato della maturazione culturale e morale del clero spagnolo. Per questo motivo fondò un collegio ecclesiastico, prototipo dei futuri seminari, dedicando molto spazio della sua laboriosa giornata all'istruzione dei candidati al sacerdozio. Dei suoi fratelli due furono vescovi e santi, Fulgenzio e Leandro, che fece da tutore a Isidoro, e una sorella, Fiorentina, fu religiosa e santa. Successe a Leandro nel governo episcopale della diocesi di Siviglia. Presiedette l'importante quarto concilio di Toledo (nel 633). Sapienza, mai disgiunta da profonda umiltà e carità, gli hanno meritato il titolo di «doctor egregius» e l'aureola di santo. 

            C’é da chiedersi perché mai Umberto Eco, che insiste molto e giustamente sul significato allegorico dell’Apocalisse, ne ignori i valori simbolici, visionari, gestuali, analogici e percettivi. Ad esempio evita di ricordare che il Commento di Beato è completato dal libro biblico delle visioni di Daniele, che offre ben più complesse chiavi di lettura.

 

A proposito dei ripetuti richiami al Millenarismo, va ricordato che allora si pensava che la fine del mondo fosse prossima, attorno all'anno 800. Al compimento del VI Millennio dalla nascita del mondo, fissata, con una serie di calcoli, anche modificati, intorno al 5200 a. C. Il Commento all'Apocalisse stimola alla speranza della Parusia. Forse anche per questo ebbe tanta diffusione.  E a Natale dell'anno 800 c'è (e non è un caso) l'incoronazione di Carlo Magno. Guardando un po' alla realtà storica di quei secoli, potremo leggere anche l'incoronazione di Carlo Magno in una luce meno fantastica e senza travisare la cultura dell'epoca.

Non mancano racconti,relativi alla Spagna, che vedono i fedeli raccolti nelle chiese in preghiera in attesa della fine del mondo, che non arrivava. E allora qualcuno invitò a banchetti e libagioni: se dovevano morire almeno morissero con lo stomaco pieno.

         A questo punto è inevitabile far riferimento a M.Jousse, gesuita ed antropologo, per tanti anni insegnante all’Università di Parigi, ma anche al Biblico di Roma, amico di Theilard de Charden, certo non amato dalla chiesa di Roma, ma che dovrebbe essere non ignoto ad Eco che  appunto ha studiato presso i gesuiti di Torino.

 

M. Jousse nota in proposito: «Si commette un grave errore a voler ridurre tutto al solo greco-latinismo, che rappresenta una cultura, un aspetto del pensiero umano senza dubbio assai ricco... ma anche altri popoli hanno pensato…» (M. Jousse, Ecole d'Anthropologie, lezioni del 30.11. 1942 e del 19.5. 1947. E' questa tendenza - e quest'eccesso - che Jousse chiama grecolatinicismo. Cfr. Idem, L'antropologia dei gesto, Roma, Ed.  Paoline, 1979, L'anthropologie du geste, Parigi, Ed.  Gallimard, 1974).

 

         E come hanno pensato? Marcel Jousse, a proposito dei vangeli, mira a ricostruire l'ambiente contadino aramaico, in cui si è inserito il messaggio di Yeshûa di Nazareth, e, quindi, individua una civiltà di stile globale orale in cui il pensiero è innanzi tutto gesto. Noi vediamo, o meglio "intussuscepzioniamo" non con i nostri occhi, ma con tutto il nostro corpo» ( Ibidem,  p.127).

 

      Molti studiosi, e ultimo N. Chomsky (Cfr. N.Chomsky, Illusioni necessarie, elèutera, Milano 1991. Vedi  Id.Il potere dei media, Vallecchi, Firenze 1994. Riporta (p.21) le tesi di R. Niebuhr secondo il quale la razionalità è una capacità riservata ad un gruppo molto ristretto. Soltanto poche persone ne sono dotate)., sostengono che uno dei compiti della «classe specializzata» dominante è quello di falsificare la storia e di riservare a pochi la conoscenza. Il pensiero verbale, la razionalità ha riguardato e riguarda una piccola élite: sono capacità riservate a pochi. Soltanto poche persone ne sono dotate.

 

            Questo spiega l’intransigenza con cui, nel momento in cui si diffondevano strumenti nuovissimi si è voluta ridurre la multimedialità ad un insieme di strumenti diversi con i quali si veicola un solo sistema di pensiero. E non piuttosto la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità multipercettive e cognitive della mente, in ogni singola persona: i vari linguaggi richiedono mezzi diversi, diversi alfabeti, diverse regole; linguaggi e mezzi sono integrati ed interattivi. Usando diversi linguaggi e diversi mezzi le conoscenze e i saperi si modificano a volte profondamente.     

      Chi si occupa di popoli estranei al piccolo mondo greco-romano (che riguardava anche nel Medioevo non più del 10/15% degli abitanti del mondo) (4), si convince necessariamente che bisogna guardare con molti occhi e molte categorie mentali «diversi». Sa o dovrebbe sapere che le diverse "visioni del mondo", o percorsi conoscitivi, o modalità di pensiero, o stili e codici comunicativi e conoscitivi, o "percezioni" del mondo non sono in antitesi, ma s'integrano ed interagiscono, spesso coesistono in una stessa persona. Sa o dovrebbe sapere che l’uomo comunica      

e conosce attraverso un sistema complesso e globale integrato ed interagente che coinvolge il corpo, i sensi, la mente e il cervello (Le sensazioni che percepiamo e le informazioni raccolte dai nostri organi di senso, arrivano al cervello. Sono confrontate con le immagini mentali ed acquistano significati attraverso un’elaborazione cerebrale, cioè attraverso le interpretazioni che il cervello ne da. Cfr. R. Pierantoni, Forma fluens. Il movimento e la sua rappresentazione nella scienza, nell'arte e nella tecnica. Boringhieri, Torino 1986; Idem, La trottola di Prometeo, introduzione alla percezione visiva, Editori Laterza, Roma-Bari, 1996. R. L. Gregory, Occhio e cervello, La psicologia del vedere. Introduzione di M. Cesa-Bianchi. Aggiornamento dell'edizione italiana a cura di E. Barolo, Il Saggiatore, Milano 1976 (1966), Idem, Curiose percezioni, Il Mulino, Bologna 1989 (1986).

      La percezione è un costrutto cerebrale che consegue a processi di ricerca interpretativa, attraverso analogie e confronti, del cervello sulla base di "atteggiamenti mentali", d'informazioni acquisite, per eredità genetica, per esperienze sociali ed individuali, per interazioni con il mondo esterno (C’è nella percezione un coinvolgimento diretto e completo del consumatore che diventa a sua volta produttore. C’è un completo superamento della netta separazione tra soggetto ed oggetto della conoscenza. I tanti dati, le tante informazioni che ricaviamo in modo sproporzionato dagli stimoli sensoriali della vista, dell’udito, dalle linee, dal colore, e così via, possono essere manipolati, ricomposti, ri-giocati in modo diverso e nuovo, al punto da essere ri-creati, da dar luogo ad una creazione nuova).

.          

Va ricordato che Michele Amari, esule a Parigi, già nel 1854 (M.Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Felice Le Monnier ,Firenze, 1984 (ristampa, 2002), p.74.)

aveva rilevato, a proposito degli arabi,  ma l'osservazione è valida per tutti i popoli almeno fino al XVIII secolo, che «la scrittura» («pochissimi l'apprendono…, difficilmente si pratica») «si adopera a perpetuare qualche atto pubblico, non a conservare le produzioni dell'ingegno; le quali raccomandansi tuttavia alla memoria dei raccontatori…che parve per lunghissimo tempo più comoda e sicura che le carte scritte». In Francia si pensava già da tempo che per recuperare la «memoria», bisogna  necessariamente ricorrere a  "procedimenti induttivi suggeriti dalle leggende, dalle poesie dell'epoca, dai documenti diplomatici e da quelli figurati".(11. Augustin Thierry, Récits des Temps Mérovingies, Storia dei Merovingi, p.18.).

 

      I Mozarabi e la comprensione globale

     E’ singolare la poca importanza che Eco da al popolo Mozárabo (19. Cfr. M.C.Hernández, El Islam de Al-Andalus, Instituto de Cooperación con el Mundo Arabe, Madrid 1992) un popolo che vive inizialmente soprattutto nei territori de "El Andalus"(20), essenzialmente in "mezzo agli arabi", e seppe essere di cultura araba, di lingua "latina" e di fede cristiana (21. I mozárabi, nella Penisola Iberica, non rappresentano delle esigue minoranze. Sono larga parte delle popolazioni locali. Si tratta, evidentemente, di una percentuale elevata e distribuita in modo omogeneo nei territori occupati dai musulmani. I mozarabi sono una popolazione cristiana che vive inizialmente soprattutto nei territori de "El Andalus", poi, tra l’VIII ed il X secolo, emigrarono, poi, nei regni cristiani del Nord e nei territori della riconquista cristiana, nei piccoli regni cristiani, per lo più scarsamente popolati, solo in modo spontaneo e limitato, attratti dalla larga disponibilità di terre abbandonate. I Mozárabi furono stroncati nel secolo XI nel momento cruciale della riconquista. Furono giudicati sovversivi. Anche perché, per comunicare con lingue e culture diverse, si affidavano all'immagine ed alla percezione sensoriale, superando l'uso monolinguistico della scrittura (che pure era praticata nella Penisola Iberica dall’80 % della popolazione), da sempre giudicato uno strumento esoterico del potere. E’ imposto il "Romanum ordinem", anche attraverso il divieto dell'uso di tutte le loro forme comunicative iconiche, persino di quelle rappresentate dalle lettere dell'alfabeto, che evidentemente, al di là del loro significato esplicito, facevano parte di un complesso sistema comunicativo implicito. Vietarono il loro "lettering"; gli ordinarono persino di cambiare i "caratteri" della scrittura che usavano. E' come se oggi al quotidiano a cui siamo abituati ordinassero di cambiare lo stile grafico; a riprova che basta vietare forme, colori, modalità comunicative e conoscitive, come facciamo con milioni di giovani nella scuola, per procurare danni gravi ed irrimediabili.

Lo sterminio dei mozárabi avvenne soprattutto attraverso l’imposizione della liturgia latina: cancellando un sistema simbolico di comunicazione e ribadendo l'esclusività della cultura greco-romana. Come non ricordare le moderne dispute, durante il Concilio Vaticano II, sull’uso del latino nella messa? Nella formazione (riservata a pochi) e nel trasferimento delle conoscenze, contavano allora, come contano oggi solo la logica e l'esercitazione verbale, la "sacralità" della parola scritta, il concetto. L'immagine, e lo si vede anche nei codici mozarabici della decadenza, deve esser concepita solo come rappresentazione, illustrazione ed arte, e deve avere una funzione essenzialmente sussidiaria; è edificatoria per la massa; muove nobili sentimenti estetici, per pochi eletti; stimola o testimonia, in molti, la "visione" demoniaca o demenziale. Il ragionamento simbolico, la grande percezione (sensoriale ed extrasensoriale), i gesti (i grandi gesti creatori dell'uomo, a cominciare da quelli tattili ed oculari), la musica, i colori, i suoni, la linea, i rumori, gli odori (insomma, la vita) furono e sono anatemizzati. Rimane solo la città dell'uomo bianco, ricco e colto, monolinguista, monoreligioso e monoculturale.).

I mozarabi nascono e vivono nella Penisola Iberica dell’VIII-XI secolo, in un terra che vede una straordinaria sintesi, interazione e coesistenza, tra culture e religioni (. I mozarabi vivono anche in mezzo ai celti, alle popolazioni locali "preindoeuropee" o indoeuropee delle origini[1], ai visigoti, ai siro-mesopotamici[1], agli arabi cristiani, ai musulmani (un mosaico di popoli arabi, siriaci e soprattutto berberi), ai tanti ebrei, ai maulas (i cristiani locali che accettano lo stato di clientes, adattandosi alla fede ed ai costumi islamici), ai tanti zoroastriani presenti allora in Europa, ai popoli centro europei ed agli slavi (eredi, fin dal I secolo a.C., delle invasione "barbariche", ma anche protagonisti di nuove continue immigrazioni, se non altro in veste di schiavi), ai popoli centro asiatici e vicino orientali, ai normanni (nell’845 sono penetrati profondamente lungo le vie d’acqua della penisola iberica), a nuclei cristiani indipendenti..

: celtica, ebraica, cristiana, musulmana, mazdea, buddhista (I punti di contatto tra mozarabi e i buddhisti non sono pochi e vanno da una consapevolezza che la realtà suprema non è definibile né raggiungibile attraverso concetti, alla definizione di un sistema mistico e di gnosi (inteso come processo interiore di conoscenza) dal carattere fortemente simbolico e privo di concessioni a qualsiasi tentazione di dogmatismo religioso, al superamento del pensiero dualistico (per la letteratura cristiana apocrifa, così condizionante nell'organizzazione della cultura mozárabica, il segno del raggiungimento della realtà suprema è: di due saranno uno), alla convinzione che la realtà, l'esistenza fenomenica, la verità sono provvisorie e convenzionali e che in concreto non esistono.)-

         Miniature e architetture costituiscono un sistema comunicativo (insieme alla danza, alla musica ed al "canto"), là dove la lingua e la verbalizzazione non consentono di esprimere il simbolismo, i significati nascosti e gli stati di conoscenza trascendente. Nei documenti mozarabici esiste una netta distinzione tra due diversi linguaggi: quello (tanto per schematizzare) concettuale, sequenziale, metafisico dell'ellenismo nei documenti verbalizzati (La scrittura del resto è stata inventata per rispondere alle necessità di rappresentazione visiva e di memorizzazione del "pensiero", avvertite da chiunque faccia parte di un gruppo socialmente avanzato, di evocazione delle "esperienze" verbali, sensoriali ed extrasensoriali, ma anche e soprattutto per annotare il linguaggio articolato e lo stile "cognitivo"),.

e quello percettivo, analogico e simbolico dell'Oriente (Anche la pittura, la scultura, l’architettura, la musica, la danza servono per rispondere alle necessità di rappresentazione visiva e di memorizzazione del "pensiero", di evocazione delle "esperienze" verbali, sensoriali ed extrasensoriali, ma anche e soprattutto per annotare gli "stili" comunicativi ed conoscitivi percettivi ed affettivi.) nei documenti "figurati"  e non verbalizzati.

            Sono sistemi autenticamente «multimediali», nel senso che la rappresentazione delle informazioni avviene secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità multipercettive e cognitive della mente, in ogni singola persona. I vari linguaggi richiedono mezzi diversi, diversi alfabeti, diverse regole. Linguaggi e mezzi sono integrati ed interattivi. Usando diversi linguaggi e diversi mezzi le conoscenze e i saperi si modificano a volte profondamente.

      I mozarabi, nei loro "documenti figurati" si sono espressi con un violento espressionismo, con un ricercato a-realismo nei corpi disarticolati, quasi tremanti sotto le vesti svolazzanti (che la critica estetica permeata di categorie greco-latine, definisce tozzi, gonfi, goffi  e deformi), e con quei "grafismi" ed intrecci fortemente simbolici e stimolatori di analogie e che sono detti  decorativi. Ma sono proprio questi i modi espressivi di un simbolismo che mira, non ad edificare o a descrivere o ad illustrare, secondo i metodi della retorica greco-latina, ma a mettere in moto, attraverso processi percettivi, lavorii intellettuali e, quindi, conoscenze profonde.

      Il mozarabo, attraverso i gesti oculari e gestuali (attraverso le visioni che gli vengono suggerite dai codici miniati e vivendo l'edificio sacro e la liturgia) fa propria l'immaginazione visionaria suggerita dai  "divina eloquia", dai  testi sempre presenti dell'Apocalisse di Giovanni e degli Apocrifi, cercando di trascendere il modo visibile per comprendere, globalmente, attraverso l'evocazione, la percezione e l'analogia, un mondo invisibile che sa tuttavia essenziale e concreto.

      Il simbolismo «non è logico; è piuttosto pulsione vitale, conoscenza istintiva», e le figure mozarabiche non sono mai marginali o narrative, ma hanno una propria vita con forti significati simbolici. Jousse offre gli strumenti per leggere con occhi diversi i documenti figurali del primo Millennio. Dice: «Non c'è poesia, non c'è musica nella Bibbia. C'è analogismo, c'è concretismo e mnemo-melodismo.  I salmi non sono poemi.  Sono preghiere di stile orale».  Io aggiungerei: le opere mozarabiche e larga parte dell'arte altomedievale  sono preghiere di stile iconico, che mettono in moto processi percettivi e, perciò, conoscitivi. « Il giorno in cui i 'teologisti' (ma anche: gli iconologisti, n.d.r.) avranno bandito dai loro studi la parola 'poesia' (o arte, n.d.r.), allora cominceremo a vederci chiaro» (28).

         Anche nei testi islamici dei primi secoli, anche in quelli legislativi, esiste un «collegamento per analogia» tra le varie parole ed i vari temi. Non dunque una sintassi logica, non classificazioni per categorie mentali, cosi come vogliono Platone ed Aristotele, ma «rimandi percettivi» ottenuti attraverso collegamenti che oggi, citando Giordano Bruno, diremmo mnemotecnici, lasciando alla creatività della mente, ovviamente esercitata da consuetudini, il collegamento tra più parole o fatti o temi apparentemente sconnessi, ma messi in comunicazione da una parola, da un nesso, da un segno comune.      Con i gesti del mimismo c'è l'analogismo

I testi apocrifi, sviluppati già nel I e II secolo dal cristianesimo siriaco, palestinese ed africano, rappresentano il filo rosso che unisce Persia, Mesopotamia, Siria, Palestina ed Africa alla Penisola Iberica e le culture del tardo antico a quelle del medioevo inoltrato. Il filo diretto tra le comunità cristiane delle origini che si distaccarono dalla cultura giudeo-ellenistica e la Spagna del VII-VIII secolo è, dunque, testimoniato proprio da Isidoro, una fonte non sospetta.

         Jousse, quando ricerca ed insegna, forse ancora ignora o forse non ha dimestichezza con questi vangeli apocrifi, che furono trovati in Egitto a Nag Hammadi nel 1945 e che sono stati pubblicati in edizione scientifica solo a partire dagli anni Sessanta. Ne avrebbe tratto straordinarie conferme alle sue tesi, secondo cui l'antropologico viene prima del teologico, con il gesto globale, il ri-gioco, il bilanciamento, il ritmo, il formulismo, soprattutto la manducazione, mediante la ripetizione, della parola che consente con la memorizzazione e l'approfondimento (la manducazione boccale (30) (la com-unione), che tanto ricorda «la ruminatio» di S. Agostino), la ripetizione a eco, il cat-ech-ismo (che provoca l'apprendimento), la memoria, la mnemotecnica. Con i gesti del mimismo non c'è sillogismo. Con i gesti del mimismo c'è l'analogismo(31).

         Il bilanciamento e il parallelismo sono due dei momenti fondamentali dell'analogia: «tutte le cose della natura si offrono a essere prese e raffrontate bilateralmente come termini di paragone.  La mentalità palestinese, fondamentalmente comparativa, accoglie gestualmente le cose in sé e le fa parlare da se stesse confrontandole o contrapponendole molteplicemente e formularmente, dunque mnemonicamente » (. L'antropologia.p.70).

        

      La conoscenza

      Il gesto globale si collega al problema della conoscenza, ai gesti vivi dell'uomo. «Infatti è nell'uomo che l'uomo deve trovare la propria copia» (La manducazione, p. 98)

. La conoscenza astratta, intellettuale non esiste: «l'uomo conosce soltanto ciò che riceve dentro di sé e ciò che rigioca…Possiamo conoscere soltanto ciò che abbiamo intussuscepzionato in modo più o meno perfetto. Ogni individuo differisce per l'intussuscepzione»(34. L'antropologia.p. 53). Nell'ambiente siro-mesopotamico e palestinese, ma anche nella Spagna mozarabica, si considera l'immagine prodotta nell'ambiente greco ed occidentale come il residuo statico della sensazione, che porta ad una conoscenza astratta. M. Jousse parla, non a caso, di « ipertrofia oculare » dei Greci, che crea una fantasmagoria di «immagini».  Le «immagini» non esistono (42. Ibidem,p.96). Ci sono soltanto come ho già ricordato i gesti accennati o compiuti. Solo in questa visione acquista un ruolo preciso la liturgia, soprattutto quella spagnola del medioevo sirianizzante che considera la chiesa, l'edificio fatto di pietra come un essere vivente, con il quale si entra in interagente rapporto con tutto il corpo, camminando, vedendo, danzando, cantando.

         La cultura antica ben conosceva i meccanismi estranei alla verbalizzazione attraverso i quali si genera la conoscenza.  In modo autorevole G. Cesare nel 52 a.C., non a caso proprio a proposito dei celti e dei druidi e della trasmissione orale della cultura, così ben ricordati da Jousse (L'antropologia, p. 346-7, Jousse cita la prefazione (p.VIII-X) di Camilla Jullian al libro di Dottin Langue gauloise: giudicare le cose di un tempo da ciò che ci resta di esse vuol dire essere un cattivo studioso e uno storico di nessun valore….la lingua celtica se non ha lasciato nulla non è perché non ha prodotto nulla.  … Vi assicuro che c'erano presso di loro opere equivalenti all'Iliade, o alla Genesi, alle Atellane o alle odi di Pindaro …Tutto questo è scomparso per sempre. Nessuno storico del futuro ne conoscerà mai nulla. Uno dei più nobili capitoli dello spirito umano ci sarà eternamente nascosto. Non perdono a Roma e a Cesare di essere stati la causa di questo assassinio intellettuale, che veniva dopo altri assassini!…Nulla fa sentire l'incredibile piccolezza morale del grande Impero romano meglio del disprezzo dei pensieri e delle lettere che non provenivano da Roma stessa o dalla Grecia. Liberiamoci una volta per sempre della nostra ammirazione convenzionale per le forme imperiali del passato, sontuosi edifici i quali sono soltanto facciate che coprono soprattutto cadaveri di uomini e sofferenze di patrie.).

aveva osservato che facendo troppo affidamento sulla parola scritta, viene meno la voglia di conoscere e la memoria (.De bello gallico, VI, 14,4: praesidio litterarum diligentiam in perdiscendo ac memoriam remittant.)-

Con dei libri, nota ancora Jousse, si può fare tutt'al più un altro libro ( La manducazionecit.,p.69).

        

      Videndo legant

      Gregorio Magno, il papa romano di nascita e di formazione, aveva suggerito alla fine del VI secolo al Vescovo di Marsiglia un largo uso di immagini nelle pareti della chiesa: «idcirca enim in ecclesiis adhibetur ut qui litteras nesciunt saltem in parietibus quae legere in codicibus non valent» (GREGORIO MAGNO, Ep. IX, 208. Monumenta Germaniae Historica (MGH), Epist. 1, t. 11, pag. 195. Cfr. il brevissimo, ma documentato paragrafo su " Istruzione religiosa con l'immagine e il canto", in P. Riché, Education et culture dans l'Occident Barbare, Vle- VIIIe siècles, Paris 1962, tr. it. Educazione e cultura nell'Occidente barbarico dal VI all'VIII secolo. A. Armando ed., Roma 1966, pp. 398-400. Acutamente lo studioso francese osserva che "nell'VIII secolo, la disputa iconoclastica diede alla chiesa romana d'occidente l'occasione di riaffermare la sua posizione nei confronti dell'importanza pedagogica delle immagini ".)

Videndo legant, si noti la felicissima espressione: osservando le immagini, leggano coloro che litteras nesciunt, ignorano le lettere. Ma si possono ignorare le lettere non solo per ignoranza, ma per scelta.  Ed anticipando le dispute dottrinali sull'iconoclastia  riafferma che  «aliud est enim picturam adorare, aliud picturae historia quid sit adorandum addiscere... quia in ipsa ignorantes vident quod sequi debeant (l'immagine, dunque, deve non solo informare sui fatti della storia sacra, ma acquista, se bene utilizzata, una forte ed autonoma funzione formativa, educativa, e perciò: quia... vident quod sequi debeant), in ipsa legunt qui litteras nesciunt» (GREGORIO MAGNO, Ep. IX, 208. M.G.H., Epist. XI, 10, pag. 270.)

         Gregorio Magno sa bene che un messaggio per immagini, con il canto, con la danza ha sempre una straordinaria carica «emotiva», al punto da rendere lo spettatore «emozionalmente» partecipe ad un fatto, ad un mito, ad una idea, ad un credo religioso. E sa bene che l'emozione è un "momento", né il più alto, né il più basso, della conoscenza: «unde precipue gentibus pro lectione pictura est» (GREGORIO MAGNO, Ep. XI, 10, pag. 270. Cfr. P. Riché, Educazione... op. cit., nota 294, pag. 415.)

         E molti secoli dopo, Jousse ribadisce l'assenza di una scala gerarchica nei modi della «conoscenza»: « Nell'Anthropos  non…c'è a un dato momento "prelogismo" e a un dato momento "logica"» (L'Antropologia, p. 214). «La psicologia dei nostri manuali, è la psicologia dell'uomo bianco, adulto e civilizzato» (Ibidem, p.70).

La  filologia «resta una scienza meravigliosa finché si occupa di fatti filologici, ma non va oltre….non s'interessa ai gesti vivi dell'uomo, ma ai residui morti di questi gesti».(Ibidem, p.34)-

 

Noterelle su Beato

Umberto Eco ha ricordato che la storia è un insieme di grandi falsi e certo con le sue noterelle su Beato contribuisce a cancellare tutto il primo millennio e in nome della laicità rafforza una serie di stereotipi sul cristianesimo.

 

Più volte ho pubblicato e citato un brano del monaco asturiano Beato (IX secolo) tratto da In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7-11), notando che  il  suo commento all’Apocalisse era una “catena patristica”, cioè un insieme concatenato di citazioni, fatte senza ricordare l'autore:.

 

«Non se autem glorietur esse christianum, qui nomen habet, et facta non habet: ubi autem nomen secutum fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit». 

         «Senza dubbio non si può vantare di essere cristiano quello che ha il nome, ma non lo stile di vita; certamente sarà cristiano quando sarà fedele  a questo nome e lo realizzerà con la sua condotta. E' veramente un cristiano colui che con la fede e con i fatti si manifesta come un cristiano, camminando, come camminò colui dal quale riceve il nome».

 

Rileggendo le poderose Etimologie o Origini di Isidoro di Siviglia (scritte tra il 624 ed il 636, una specie di enciclopedia diffusissima del sapere medievale, ne rimangono oltre 1.000 copie) trovo la fonte a cui attinse il monaco Beato.

 Nel libro VII, (XIV 3) dell’opera isidoriana, si legge:«Non se autem glorietur Christianum, qui nomen habet et facta non habet .Ubi autemt nomen secutum fuerit opus, certissime ille est Cristianus, quia se factis ostendit Christianum, ambulans sicut et  ille ambulavit a quo et nomen traxit

«Non si vanti un cristiano, se di cristiano ha il nome, ma non le opere: quando al nome seguirà l’opera, allora, senza dubbio alcuno, sarà cristiano, perché tale si mostrerà con i fatti, camminando così come camminò colui dal quale ha preso nome.»

Eco sa bene che nei vangeli il termine sacerdoti non è citato una sola volta.

Una teologa famosa, impegnata nell’America latina, in una  meditazione a delle monache, nota:: ….«Ma chi sono e chi siano? E cosa dico io? Ed anche un esempio più chiaro potrebbe essere quella domanda che fa Gesù ai suoi discepoli, che è divisa in due parti. La prima parte è: la gente chi dice chi sono io?. E lì è interessante, perché i discepoli cominciano ad essere molto creativi. Hanno sentito molte cose per cui hanno la risposta pronta. Quando lui entra più da vicino e fa la domanda: ma voi chi dite che io sia? Tutto silenzio. Poi la tradizione di Matteo (Cfr. Matteo 16, 18-19: Tu sei Pietro……) ci ha appiccicato questo solenne…per definire la struttura della Chiesa. Ma Marco lascia il discorso in sospeso (Vedi Marco, 8, 27-30 e Luca 9, 18-21».

La storia è fatta di grandi falsi.

 

Il mondo antico è molto diverso da come lo si racconta.

 

Volendo guardare ad un rinoceronte, direbbe J.H.Poincaré (un grande matematico della fine dell’Ottocento, inizi del Novecento), abbiamo preso un bel microscopio e ne abbiamo scrutato i pori: i territori soggetti al dominio romano sono diventati il mondo fino ad allora conosciuto; la trentina di grandi religioni ed il centinaio di culti che caratterizzavano le culture dell’occidente, sono diventati il “paganesimo”; la straordinaria pluralità del nascente cristianesimo, i mille modi di “esprimere la fede” con sensibilità  e accenti diversi, culture ed esperienze diverse, soprattutto il diverso modo di intendere i fatti del mondo è vista unicamente attraverso la lente dell'ebraismo ellenizzante, o attraverso le categorie greche della logica verbale e di una lingua essenzialmente veicolare; e così via.

 

Marcel Jousse (La sapienza analfabeta del bambino) ricorda: “Quando siamo entrati nel meccanismo dell’invisibile verso l’età di vent’anni, ci parlavano di un tale Gesù di cui, sembrava, non conservavamo nessuna parola. Tutto era stato scritto in greco, 30, 40 o 60 anni dopo... Non possedevamo niente. Eppure alcuni dicevano: “Gesù ha detto questo... Gesù ha detto quello.

 

Jousse rileva che il messaggio del Rabbi Yeshua non poteva essere inventato in un ambiente greco e che l’antropologia del Linguaggio, consentiva di affrontare una delle questioni più sviscerate non  a colpi di formule metafisiche (come è avvenuto per 2.000 anni), ma a colpi di Reale antropologico, ricostruendo l’ambiente contadino aramaico.

 

E pensare che io conobbi le opere di Marcel Jousse per la pressante insistenza di dEmilio Gandolfo, che pure viene ricordato esclusivamente per il legame con il mondo greco! Ma si sa, è una forte manipolazione che nasconde un feroce delitto.