Quod catholicus non habeatur qui non concordat Romanae ecclesiae. Non è
universale quello che non concorda con la chiesa di Roma.
L’insistenza con cui il nuovo papa
si richiama alle radici cristiane d’Europa e a San Benedetto ed ai benedettini,
evoca il ricordo del Dictatus papae
di Gregorio VII che fu, non a caso,
anche priore di San Paolo: Quod catholicus non habeatur qui non concordat Romanae ecclesiae. Non è universale quello che non concorda con la
chiesa di Roma.
Il Messaggero di Domenica 8 marzo 1980,a p.3, riportava un autorevole articolo di Gilmo Arnaldi, uno storico del medioevo di indiscusso prestigio, su San Benedetto.
Lo strillo dell’articolo diceva:
«Millecinquecento anni
fa (si racconta) nasceva S. Benedetto. Ma quanto c’è di vero, o di soltanto attendibile, o di
semplicemente leggendario, nella tradizione che ne ha fatto il padre del monachesimo occidentale?
Pochi
anni fa gli eruditi erano arrivati addirittura a sospettare che il santo di Norcia non fosse
mai esistito. Oggi invece il terreno storiografico si è un po’
riassestato…».
Che cosa è successo per riassettare il terreno storiografico? E’ spiegato nell’ articolo, riprodotto integralmente in appendice insieme ad un articolo di M.Sanfilippo. Sono avvenuti chiarimenti di fondo sulla “Regola” (un testo facilmente accessibile è quello di Georg Holzherr, abate di Einsiedeln, La Regola di San Benedetto, Piemme, Casale Monferrato 1992). Ma questi chiarimenti, certo decisivi, mi sia permesso di notare, non presuppongono affatto la presenza storica di un San Benedetto ben definito, non riassettano il terreno storiografico.
L’esistenza o meno di San Benedetto rimane comunque una “questione da studiosi”, che non cambia il corso della storia.
Rimane certo che tra il V ed il VI secolo fu dato il via ad un grandioso processo di “romanizzazione” del cristianesimo e delle pratiche religiose e della spiritualità (e la loro clericalizzazione) presente nel continente europeo e che questo processo fu realizzato in gran parte attraverso il nuovo ordine del monachesimo occidentale detto dei benedettini. L’impero romano rispettò le culture, le civiltà, la spiritualità, le attese e le pratiche religiose dei popoli sottomessi; l’imperialismo della chiesa di Roma non le rispettò. L’imperialismo romano si accontentò di controllare i centri del potere. L’imperialismo della chiesa spinse il suo controllo sulle coscienze fin nelle camere da letto.
Forse è arrivato il momento di riproporre una riflessione a tutto tondo sul monachesimo. Molto lentamente, quasi in sordina ed in modo colto, senza parlarne troppo in giro, ma certo favorito dai forti flussi migratori, riparte il riconoscimento (che sembrava cosa fatta agli inizi degli anni Sessanta) che la storia della cultura, della religiosità e della spiritualità non comincia certo con Abramo e cancellando la staordinaria koiné palestinese-indo-iranica-mesopotamica detta spregiativamente la mitologia babilonese che data di alcuni millenni (almeno dall’VIII-VII a.C.); storia che non si esaurisce certo nella tradizione giudeocristiana, riproponendo il mito del “miracolo greco” (ma né il Vecchio né il Nuovo Testamento furono scritti in Greco) ed il tema della centralità dell’Europa.
Qualcuno prende coscienza che il mondo antico è molto diverso da come lo descriviamo, che esistono tante altre culture e civiltà e che le origini del cristianesimo sono plurali (cfr.Enzo Bianchi, Un solo Dio, molti modi per dirlo, “LA STAMPA” di sabato 25 settembre 2004, p.26 : « fin dalle origini il cristianesimo è plurale»).
Ricordiamo: tagliando fuori una comunità dietro l’altra.
Le premesse per una lettura che oggi chiamiamo “fondamentalista” furono numerose dal V secolo in poi. Nel VII secolo furono ribadite da S.Isisoro (sobre los oficios eclesiasticos, I, 1,3) “in lei esiste una dottrina generale (cioè cattolica) per istruire gli uomini sulle cose visibili e invisibili, celesti e terrene” (cfr. San Isidoro, doctor Hispasniae, catalogo de la exposicion, Sevilla 2002).
Un
benedettino illustre, diventato papa con il nome di Gregorio VII, vedendo ormai
la “soluzione finale”, ordina nel
1074, di sostituire il “romanum ordinem” al “ghoticum officium”,
prima di emanare il suo Dictatus del 1075 (quod catholicus non habeatur qui non concordat Romanae ecclesiae). Per essere cattolici, cioè
universali, bisogna
dunque essere romani, alla faccia delle mille e mille culture del mondo.
Non
a caso Hans Küng,
all’intervistatore che gli chiedeva se gli “è mai passato per la testa che Joseph Ratzinger potesse
diventare un teologo conservatore” ha replicato: “direi
fondamentalista”. (Il Nuovo papa,
le testimonianze, a
cura di Paolo Valentino, nel Corriere della Sera, sabato 23 aprile 2005, p12).
I.Silone, (l’avventura di un povero cristiano, A.Mondadori
editore, 1986, p.29) ricorda che “…La storia dell’utopia è in definitiva la contropartita della storia
ufficiale della Chiesa e dei suoi compro messi col mondo. Non
per nulla la Chiesa, da quando si fondò giuridicamente e si sistemò col suo
apparato dogmatico ed ecclesiastico, ha considerato sempre con sospetto ogni
resipiscenza del mito…”.
L’utopia non riguarda solo la tradizione cristiana dei primi secoli (fin dagli atti degli apostoli) che pone l'accento sulla necessità di collegare l'io individuale all'io sociale, al punto che si può parlare serenamente di comunismo cristiano.
L’utopia riguarda tante altre cose. Ad esempio il sacerdozio. S. Paolo, Lettera agli Ebrei, versetto 4, capitolo 8, ricorda esplicitamente che “Se fosse sulla terra, Gesù non sarebbe nemmeno sacerdote”. Il sacerdozio è assente dalla parola, dalla prassi, dal pensiero di Cristo. Gli è addirittura contrario. E’ stato introdotto nella Chiesa molto tempo dopo la morte degli apostoli.
Riguarda le ideologie e i dogmi che derivano dai miti giudeo-cristiani: il peccato originale da cui scaturisce il senso di colpa e il dominio dell’uomo sulla donna; Sem il benedetto e Cam il maledetto da cui proviene il razzismo bianco; il popolo eletto, la terra promessa, il tempio, i sacrifici, e i sacrificatori da cui derivano il sionismo e il sacerdotalismo.
L’utopia riguarda il modo con cui è "percepito" il messaggio evangelico di Gesù (tramandato da mille rivoli "orali" poi messi per iscritto in mille vangeli), un messaggio poligenetico, inserito in Culture e religioni che convivono, si intrecciano e si con-fondono per rispondere alle mille «sensibilità» dei popoli, delle etnie, delle tribù, dei gruppi «sociali». Le mille «culture» della terra, a cominciare da quelle infinitamente maggioritarie dei diseredati e dei contadini, sono «ragione ultima» del messaggio di Gesù. La tradizione giudeo-ellenistica, anche se vincente, è una delle tante tradizioni.
Conseguentemente riguarda le eresie: nella storia del cristianesimo, tutti quelli che la Chiesa ufficiale ha rifiutato come eretici, erano portatori di verità, cominciando dai popoli d’Egitto, dell’Etiopia, dell’Armenia, della Siria, che rifiutarono l’imperialismo delle grandi Chiese di Roma o di Bisanzio. Le dispute (Ariani, Nestoriani, Donatisti, Manichei, ecc.ecc.) spesso non hanno niente di spirituale o di teologico, riguardano esclusivamente il “potere”.
L’utopia riguarda l’idea di Chiesa. Gregorio Magno, da molti indicato come l’organizzatore del potere temporale della Chiesa di Roma, alla fine del VI secolo (!), come ripeteva dEmilio Gandolfo, identifica la Chiesa con l'intero genere umano (Cfr. In Cant., 13): "Immaginiamo il genere umano tutto intero dall'inizio del mondo sino alla fine, cioè tutta la Chiesa, come una Sposa unica che aveva ricevuto l'anello del fidanzamento sotto forma di dono spirituale mediante la Legge; tuttavia, era la presenza del suo Sposo ch'ella desiderava...". Io aggiungevo: "i confini giudeo cristiani, per la chiesa delle origini sembrano proprio angusti".
L’utopia riguarda i continui riferimenti per così dire “sessuali”, che ricordano come anche nella cultura del cristianesimo primitivo l’atto sessuale è un atto sacrale.
Potremmo continuare per pagine e pagine. Scopriremmo molti dei motivi che facevano di don Emilio Gandolfo un prete scomodo, al punto di meritare quel feroce martirio, ma fermiamoci per ora sul monachesimo, giacché il nuovo papa ha scelto di chiamarsi Benedetto.
Sappiamo molto poco del cristianesimo dei primi secoli. J.-Yves Leloup, prete ordosso francese, Il Vangelo di Filippo, Edizioni appunti di viaggio, Roma 2004, p23, ricorda che “il cristianesimo è una religione, se non proprio sconosciuta, almeno mal compresa, soprattutto per quel che riguarda le sue origini”. Ma ne sappiamo abbastanza per individuare, almeno nel vicino Oriente, già nell'anno trecento, notizie certe di comunità monastiche. Le origini del monachesimo sono evidentemente collocate nel Vicino Oriente, in quello straordinario composito ambiente palestinese-siro-mesopotamico-iranico, che si cerca di ignorare.
Si può ben dire che:
a) I primi monaci e monache sono gli uomini e le donne (lontani da ogni tentazione religiosa) “espulsi” dalla società, i più poveri dei poveri, coloro che non possono nemmeno pagare le tasse, costretti a vivere fuori delle mura delle città, a cercarsi ripari naturale e a cibarsi dei frutti spontanei della terra.
b) assume connotati spirituali ed è un richiamo diretto alla predicazione evangelica.
c) che un ruolo determinante dovettero avere quella che chiamiamo la chiesa apocalittica giovannea, e l'Asia Minore, la Siria, la Palestina, la Mesopotamia, l’Armenia, l'Egitto, l’Etiopia e le tradizioni cristiane che si svilupparono in quelle regioni e si diffusero in Asia ed in Africa.
d) che va valutata la straordinaria funzione che ebbero le regioni “celtiche” europee ed in particolare la Francia, la Spagna e l’Irlanda.
Spesso si tende a ridurre il monachesimo alle esperienze consumate nel bacino del Mediterraneo, nell'ambito ellenistico, da pochi anacoreti: Antonio, Pacomio, Basilio, i monaci siriaci. E poi c'è la luce di San Benedetto e della sua Regola.
Ma i precedenti, per capire la nascita della Regola di San Benedetto ed il monachesimo occidentale (ricordando che abbiamo testimonianze solo di alcune culture e tradizioni ) sono molto complessi e certo insufficientemente documentati.
La Persia, l'Asia, l'Africa, l'Armenia che fine hanno fatto?
L'esperienza monastica risulta molto diversa da quella comunemente rappresentata, anche ricordando le poche testimonianze note:
- Atti degli Apostoli
- Ireneo di Lione (+ 202), discepolo di Policarpo di Smirne, in Asia Minore (+ 156)
- Origene (185-253\4)
- Testi gnostici (va ricordato che sotto il termine di gnosi si racchiudono almeno sei correnti di pensiero totalmente diverse tra di loro)
- Didascalia degli Apostoli, scritto nella Siria del Nord all'inizio del III secolo
- Cipriano, vescovo di Cartagine e martire (+ 258)
- Basilio Magno, vescovo di Cesarea in Cappadocia (330-379). Benedetto lo cita espressamente.
- Pacomio (+ 347), egiziano d'origine
- Vita di Antonio (+356)
- Ilario di Poitiers (315-367)
- Evagrio Pontico (+399)
- Martino di Tours (IV secolo). Nel 360 circa fonda il primo monastero gallico nei pressi di Tours. I Primi monasteri sono vere e proprie comuni.
- 370 Martino vescovo di Tours
- Storia dei monaci d'Egitto
- Egeria (+391\4)
- 391. Il Cristianesimo religione di stato (Teodosio I)
- 395. La chiesa gallica già quasi completamente organizzata
- Agostino (354-430)
- Giovanni Cassiano (360-430\5)
- Pelagio, monaco Irlandese (400), contro la dottrina agostiniana della grazia
- Vita di Sant'Onorato di Lérins (davanti a Cannes) (+428)
- 428 Papa Celestino I si lamenta del monachesimo della Gallia “...non cresciuti nella chiesa”)
- Papa Celestino I nel 431 invia Palladio come missionario in Irlanda.
- Patrizio va missionario in Irlanda (circa 500).
- «nei primi anni del dominio dei Goti», (Teodorico regna tra il 493 ed il 526), eremiti, monaci siriaci in Umbria.
- San Benedetto (-480/547- o meglio -492/575 circa-), forse è una figura reale, forse è il simbolo di un insieme di monaci che vivevano secondo le norme della "Regola", che promuove un monachesimo occidentale.
- Vita dei Padri del Giura (515 circa)
- Saint Thierry (+ 533)
- San Colombano Maggiore inizia (563) l’evangelizzazione della Scozia
- Longobardi: arrivano dall'Europa nord orientale nel 568. Sono ariani, da poco e superficialmente convertiti.
- San Colombano Minore (cugino del Maggiore) nel 590 passa dall’Irlanda alla Francia: gli insediamenti di Annegray, Luxeuil e Fontaine, Sangallo (lago di Costanza)
- Gregorio Magno, nel libro dei Dialoghi sui miracoli dei padri italici, scritti intorno al 593, fornisce le prime notizie dell'uomo tanto venerabile chiamato «Benedictus», nato a Norcia.
- Gregorio Magno (597) invia nel Kent Agostino per costruire la chiesa britannica secondo il modello romano
- San Colombano Minore fonda nel 614 il monastero Bobbio (Pavia,), dove muore nel 615
A ricordare che Roma non è più il centro del mondo (semmai lo è stata), nemmeno sotto l'aspetto culturale, c'è il monachesimo, che va sottolineato, è fatto da laici. Anche gli abati sono dei laici. Il monachesimo arriverà direttamente in Europa, dalle vie marittime, ma anche da quelle terrestri, senza la mediazione di Roma, probabilmente in Francia, nel Giura ed in Irlanda.
Martino di Tours (soldato della Pannonia, come a dire un uomo qualunque di qualsiasi parte del mondo), prima di diventare vescovo è un monaco. E' un seguace di Ilario di Poitiers, che conosceva bene la cultura orientale. Promuove la prima comunità monacale, che ha il carattere di una "comune". Ma la fioritura più "estremista" almeno a giudicare secondo i canoni dell'individualismo di stampo ellenistico del monachesimo, spuntò dal ceppo celtico isolano.
D'origine irlandese era quel Pelagio, "eretico" che sosteneva che l'uomo può vincere il male, solo perseguendo il bene e non con l'aiuto della chiesa. La chiesa celtica era ben più antica di Palladio e Patrizio, che ebbero certamente il compito di riportare sui binari dell'ordine romano i già battezzati.
In Irlanda il richiamo diretto alla predicazione evangelica (giunta attraverso il Mediterraneo, la Francia, la Spagna o attraverso l'Asia Minore, i Balcani, l'Europa continentale - come non ricordare il pellegrinaggio della "monaca" Egeria tra il 380 ed il 383?-. Molti elementi copti e siriaci) trova i punti di forza nella proprietà comune e nell'abate (di regola un laico) che rappresentava tutti i membri della comunità verso l'esterno. Le donne, assai numerose nel cristianesimo delle origini, non furono mai allontanate totalmente.
Il monachesimo, alle sue origini, è lontano dai dogmi e dalle gerarchie e quindi, anche, dalle “eresie”, ma anche guarda all’antropologia, prima che alla teologia. La evangelizzazione si diffonde esclusivamente attraverso la persuasione. La fede antica si salda con la fede nuova, più che altrove.
Il monachesimo, lontano dal dualismo greco della contrapposizione tra anima e corpo, arrivò, per quel poco che ne sappiamo, in Europa direttamente dall'Egitto, poi provenendo direttamente dalla Siria, si diffonde in Italia a cominciare dall'Umbria. A Norcia nel quarto secolo vive una delle tante comunità monastiche siriache. Secondo Gregorio Magno (Dial 3, 14-) «nei primi anni del dominio dei Goti», (Teodorico regna tra il 493 ed il 526), nella provincia di Valeria, a 10 kilometri da Norcia, nella Valle Castoriana, vivevano in lauree (in complessi di caverne) alcuni eremiti: Fiorenzo (che vive per tre anni in un anfratto della roccia), Speranza (che muore stando in piedi nell'oratorio e la cui anima si separa dal corpo sotto forma di colomba a significare «con quale semplicità di cuore abbia servito Dio») ed Eutizio che evangelizza i pastori. Eutizio, successore del siriaco Spes, è lui stesso un siriaco. I monaci (i solitari) umbri, come quelli siriaci vivono ai margini delle città, in ambienti rurali: un insieme di persone vivono in solitudine, singolarmente, ma in "comunità"; hanno in comune alcuni servizi (mensa, lavoro, la cassa economica; ecc:). In Umbria dunque sono arrivati alla fine del V secolo monaci siriaci. Alla Madonna della Stella, presso Roccatamburo, si aprono ancora le celle monacali, scavate nella roccia e disposte a più piani.
La Regola di San Benedetto e Gregorio Magno promuovono un monachesimo occidentale. Gregorio Magno, nello stesso libro dei Dialoghi sui miracoli dei padri italici, scritti intorno al 593, fornisce le prime notizie dell'uomo tanto venerabile chiamato «Benedictus», nato a Norcia.
Gregorio si riferisce ad una comunità che viveva a Montecassino, testimone della inculturazione del cristianesimo nella cultura greco-romana. San Benedetto (le date tradizionali della nascita e della morte -480/547- devono comunque essere notevolmente spostate -492/575 circa-), forse è una figura reale, forse è il simbolo di un insieme di monaci che vivevano secondo le norme della "Regola", che promuove un monachesimo occidentale.
Gregorio Magno è il primo che menziona la Regola di Benedetto, che per il 25% ripete "la Regola del Maestro" (un testo anonimo del V secolo); per il 50% ne è fortemente influenzata; per il 25% è completamente autonoma. E' evidente che in “Benedetto” confluisce e si sintetizza tutta una tradizione proveniente dall'Egitto, dalla Siria, dall'Asia Minore, dall'Africa, dalla Gallia occidentale e meridionale, dal Giura.
La prima diffusione della Regola avviene attraverso i missionari mandati da Gregorio in Inghilterra (596, Agostino di Canterbury) a romanizzare territori che già conoscevano e praticavano il cristianesimo, probabilmente dal I secolo. Agostino e i monaci romani transitarono per la Gallia, e sviluppano un monachesimo occidentale. Le prime testimonianze in Gallia Meridionale sono nel 620. E' evidente che, indipendentemente dal monachesimo «greco», a partire dall'Umbria, si sviluppano due filoni del monachesimo:
1) orientale, testimonianza di un cristianesimo "sirianizzante", che si è diversamente inculturato fin dal primo secolo in tante culture diverse. Il centro è l'abbazia di Sant' Eutizio (in Val Castoriana), che, benché non citata da nessuno dei manuali scolastici ed accademici, ebbe una grande ricchezza ed un grande ruolo nella diffusione della cultura religiosa e laica. Lo scriptorium non fu secondo a quello di Montecassino tra il X ed il XII secolo. I pochi libri rimasti sono nella biblioteca di Spoleto e nella Vallicelliana di Roma. Alla cultura di Sant'Eutizio si rifanno Federico II e Francesco d'Assisi, che non a caso trova la sua ispirazione in Martino di Tours, un soldato di origine ungherese direttamente legato alla cultura siriaca.
2) occidentale, che si diffonde in Europa con Gregorio, il cui papato coincide con l'avvento e il predominio dei Longobardi. Con il monachesimo occidentale, Roma ridiventa almeno il centro religioso. Gregorio Magno, ha un forte rispetto per i "diversi", sdrammatizza i rapporti tra cattolici ed ariani; tra cattolici e pelagiani, riconoscendo le tante culture. La chiesa di Roma, ormai strutturata, si adoperò presto per allineare i monaci (che, va ricordato, sono fino a quel punto, dei laici) all'autorità episcopale. Il cristianesimo dell'Occidente diventa essenzialmente urbano, mentre quello dell'Oriente diventa essenzialmente rurale. Il compito dei benedetti, dei monaci occidentali non è quello che evangelizzare l’Europa, già cristiana, ma di romanizzare i cristiani.
E il nuovo papa, un fondamentalista,
si rifà appunto a san Benedetto. Riconduce tutto a Roma ed all’Europa romana.
Si sente il Dictatus di Gregorio VII (quod catholicus non habeatur qui non concordat Romanae ecclesiae). Per essere cattolici, cioè
universali, bisogna
dunque essere romani, alla faccia delle mille e mille culture del mondo.
Appendici___________________________________
da Il Messaggero, Domenica 8 marzo 1980, p.3
«Millecinquecento anni fa (si racconta) nasceva S. Benedetto. Ma quanto c’è di
vero, o di soltanto attendibile, o di semplicemente leggendario, nella
tradizione che ne ha fatto il padre del
monachesimo occidentale?
Pochi
anni fa gli eruditi erano arrivati addirittura a sospettare che il santo di Norcia non fosse
mai esistito. Oggi invece il terreno storiografico si è un po’
riassestato…».
VIA DALLA PAZZA GUERRA…
di GILMO ARNALDI
NEL 1956, con le nostre certezze su san Benedetto eravamo arriva ti a un punto tale che solo il rispetto dovuto agli abitanti di Norcia accorsi in massa ad ascoltarlo, indusse il più dotto, forse, fra gli eruditi benedettini viventi a trattenersi dal dire in pubblico che probabilmente il più illustre figlio di quella terra non era mai esistito. A ventiquattr’anni di distanza, le cose sono del tutto cambiate. La terra trema in Valnerina, ma sotto i piedi di Benedetto il terreno si è riassestato. Oggi che ci apprestiamo a celebrare il quindicesimo centenario della sua nascita solo uno spirito testardamente e grettamente ipercritico potrebbe ancora insistere sulla negativa.
Qualcuno, un po’ esagerando, ha paragonato la questione sorta intorno a Benedetto alla questione omerica.
Per rendersi conto di ciò che è successo, bisogna partire dalla constatazione del fatto che, fino al I939-’40 ( ci fu il terremoto), l’immagine corrente di Bene detto poggiava su due pilastri: da una parte, il secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, che è una biografia dialogata del santo, scritta verso il 593-’94, cioè a dire poco più di trent’anni dopo la sua morte; dall’altra, la Regola, che è una raccolta di settantatré prescrizioni concernenti la vita monastica, dettate da Benedetto medesimo.
Questi pilastri si reggevano a vicenda. Gregorio Magno scriveva mentre i Longobardi erano in marcia alla volta di Roma: «Un certo giorno, oppresso com’ero dal trambusto insopportabile» di certi affari di carattere politico, sono andato in un luogo appartato, consono alla mia afflizione...». Non aveva avuto nessuna intenzione di fare opera di storico nel senso che intendiamo noi. Era stato avaro di dettagli concreti, che fanno la delizia degli studiosi moderni; per contro aveva sovrabbondato in miracoli. Ma sarebbe ingiusto limitarsi a dire che, accumulando portenti, Gregorio mirasse solo a rianimare gli atterriti romani e ad intimorire i troppo baldanzosi Longobardi che minacciavano Roma.
«l racconti che ci fa non sono scelti a caso — osserva un lettore che se ne intende, e soltanto per il loro carattere meraviglioso: con un’incantevole bonarietà, il santo papa aiutato dal diacono Pietro (il suo interlocutore nel dialogo si ingegna ogni volta a ricavarne per noi una lezione di vita spirituale. Per lui si tratta sempre di affermare e descrivere l’opera di Dio e l’azione dello Spirito Santo nelle anime, di insegnarci la purezza del cuore, l’arte del raccoglimento e le condizioni per la preghiera». Tutte cose bellissime per chi le sappia apprezzare; ma Benedetto dov’è?
Quanto alla Regola, era la natura stessa del genere che comportava la spersonalizzazione. Se dietro le norme fosse troppo trapelata la fisionomia dell’autore, forse questo codice di vita monastica non avrebbe avuto la straordinaria fortuna che ha avuto.
Presi separatamente, Dialoghi e Regola non offrivano un Benedetto plausibile. Ma Gregorio stesso consigliava leggere i due testi l’uno di petto dell’altro: «Del resto, chi vuole farsi un’idea più esatta della vita e dei costumi del santo, non ha che da richiamare i singoli punti della sua regola per riconoscervi tutti gli atti del suo magistero; perché Benedetto non poteva affatto insegnare se non la vita da lui vissuta Era una petizione di principio, ma fino al 1939-’40 ci si accontentò di questo espediente, così autorevolmente suggerito. Il Benedetto che ne risultava dava nell’agiografico, ma la patente di massimo legislatore monastico dell’occidente medievale valeva a ricondurlo nella sfera della storicità.
Il castello è crollato quando un monaco di Solesmes ha potuto dimostrare che una regola monastica (la cosiddetta Regola del Mae stro), edita per la prima volta nel 1661, e ritenuta poi sempre una delle tante regole locali che si ispirarono alla Regola di san Benedetto, andava invece riportata indietro nel tempo, a prima di Benedetto, agli inizi del secolo VI. Ne conseguiva che i numerosissimi punti di contatto esistenti fra le due regole, e spiegati fino a quel momento immaginando che l’autore della Regola del Maestro avesse tenuta presente e largamente utilizzata la Regola di san Benedetto, dovevano d’ora in poi venire spiegati presupponendo un Benedetto che, nello stendere la sua Regola, avesse seguito la falsariga e, per qualche tratto, copiato alla lettera la Regola del Maestro. Privo del suo riscontro oggettivo, consistente nei «singoli punti della sua regola», il Benedetto dei Dialoghi rischiava di svanire nel nulla. Di qui lo scetticismo radicale del dotto benedettino, cui accennavamo all’inizio.
La ricostruzione è avvenuta su due piani diversi, in parte comunicanti fra loro.
Anzitutto, si è provveduto a togliere di mezzo (ormai era giocoforza farlo) il mito della «originalità» di Benedetto come legislatore del monachesimo occidentale.
La sua Regola non si è affermata d’un tratto, per la sua novità, ma ha avanzato a lungo a fianco di altri testi consimili, non necessariamente in una situazione di concorrenza con essi, bensì piuttosto con possibilità di scambi reciproci, di continue contaminazioni in un’alterna vicenda di progressi e di ripiegamenti, fino alla sua affermazione finale, che si è avuta solo in piena età carolingia.
Il cammino della Regola è stato certo favorito dal giudizio che dà di essa Gregorio Magno in un passo fin troppo famoso dei Dialoghi: «notevole per il discernimento, luminosa per lo stile». Ma sta di fatto che nel monastero romano in cui Gregorio era stato rinchiuso prima di diventare papa, si osservava una regola diversa.
Quando, auspice Benedetto di Aniane (750cr.-821), che la confrontò passo per passo con le altre regole più seguite del tempo, la Regola di Benedetto sfondò definitivamente, il suo pregio non fu indicato nella pretesa originalità, ma, al contrario, nel fatto che si poteva riscontrare un perfetto accordo fra di essa e le antiche tradizioni ascetiche dell’oriente e dell’occidente. Benedetto, in somma, non aveva preteso di inventare nulla. Come ha scritto padre De Vogué, la sua Regola «si è imposta poco a poco ai monasteri dell’occidente come l’espressione più felice e più pratica della sapienza tradizionale del cenobitismo». A volere essere rigorosi, non Benedetto in persona, bensì il libro che ha circolato con tanto successo sotto il suo nome merita semmai il titolo di «patrono d’Europa» sul qua le è da prevedere che ricameranno i retori in occasione del prossimo centenario. Ma, per una sorta di eterogenesi dei fini, anche il Benedetto in carne ed ossa, nato a Norcia verso il 480, ha finito alla lunga con l’avvantaggiarsi della querelle sorta intorno alla Regola. Una volta accertato che la Regola del Maestro è stata composta nel primo quarto del secolo VI nelle vicinanze di Roma, si è presentata la possibilità di leggere la Regola di Benedetto non più a fronte di un testo di tutt’al tra natura come i Dialoghi di Gregorio, ma a fronte di un testo dello stesso genere, con cui è lecito e doveroso confrontarla punto per punto.
In più di un caso, quando Benedetto, che aveva sempre presente nello scrivere la Regola del Maestro, si allontana dal suo modello, è perché ragioni pressanti e facilmente intuibili lo spingevano a farlo. I pochi decenni che dividono i tempi di stesura del le due regole non furono anni qualunque, furono bensì gli anni in cui si consumò la tragedia della guerra goto bizantina, con tutto il suo carico di lutti e miseria per le popolazioni della penisola. Per esempio, Benedetto, allegando la paupertas, prospetta l’ammissibilità per i monaci del lavoro dei campi, negata dal Maestro, anche e ciò comportava una mitigazione dell’osservanza, in atto di digiuni e di orario del pasto quotidiano, per chi lavorava la terra.
L’immagine di Benedetto, che si ricava da un’analisi così puntuale, è composita, ma finalmente attendibile: alcuni indizi fanno pensare a un pius pater, che un’approfondita esperienza della miseria umana rende pronto a compatire e ad accondiscendere; altri indizi lo rivelano capace di usare la maniera forte, come quando parla del «vizio» della proprietà o di non sa leggere, e si rifiuta di imparare.
Cronologia ipotetica
480 circa: Nasce a Norcia da famiglia distinta («liberiori genere») ma non nobile; sua sorella è santa Scolastica. La data del 480 stata ricostruita approssimativamente dalla tradizione benedettina risalendo a ritroso d 529, anno della fondazione d Montecassino. Negli studi recenti si tende a spostarla verso il 490
500?: Benedetto, dopo aver studiato a Roma, si allontana dalla città e si ritira ad Affilo come eremita.
503?: A Subiaco indossa l’abito monastico e si rifugia in una grotta inaccessibile (Sacro Speco), per vivere completamente isolato e forse del tutto nudo, sostentato dalla carità altrui.
506?: Dopo tre anni di vita eremitica inizia a costruire i 12 monasteri sublacensi, in ognuno dei quali vivevano 12 monaci, tutti dipendenti dal padre comune. Lotta col prete Fiorenzo che, per vincere i monaci e indurli in tentazione, fa ballare sotto i loro occhi «7 ragazze nude». Benedetto. convinto dell’insufficienza della concezione monastica orientate, pensa a un cenobitismo integrale, realizzabile in un solo e vasto monastero autosufficiente.
529: Benedetto attraversa la Ciociaria e costruisce un monastero sopra e rovine dell’antica acropoli di Cassino: così Monte cassino sorge sui resti d’un antico tempio pagano. Questa data attestata da più fonti medievali posteriori.
534 circa: Prima redazione della .Regula sancti Renedicti».
.535: Inizio della guerra bizantino-gotica.
54Z- Incontro con re Totila. -
21 marzo 543. Morte d san Benedetto secondo la tradizione benedettina. Gregorio Magno riferisce che, circa un mese prima dì Benedetto, era morta nel suo monastero sublacense anche la sorella santa Scolastica. La data del 21 marzo appare molto presto, (forse intorno all’anno 700 in Inghilterra: in ogni caso diventa la data della ricorrenza nel «Martirolo Romano» o calendario delle festività ecclesiastiche. Negli ultimi decenni l’anno della mon di san Benedetto è stato spostato dapprima al 547 attualmente si tende a porlo nel decennio 550-560.
di MARIO SANFILIPPO Nonostante l’incertezza sulla data di nascita (480 490) e su quella di morte (543—55O/560), è indubbio che Benedetto da Norcia visse cavallo del V/VI secolo — l’inizio d’un periodo di grandi trasformazioni istituzionali, sociali ed economiche: tra il regno dell’ostrogoto Teodorico 493-526) e quello del longobardo Rotari (636-652) in Italia si compie il passaggio dall’età tardo antica alto medioevale.
Ormai è scomparso. anche nominalmente, l’impero d’Occidente. Nel 493, quando Mo Benedetto è un infante o un ragazzo — Teoderico strappa a Odoacre il .possesso dell’Italia e pur riconoscendone la supremazia di fatto si rende autonomo dall’imperato s’Oriente. Tenta di rendere saldi i legami tra i due regni dei i popoli Goti (Ostrogoti e Visigoti) con un’abile politica anche matrimoniale , cerca di stringere alleanze con gli altri regni romano-barbarici del bacino mediterraneo occidentale (Vandali, Franchi, Burgundi, ecc.). Contemporaneamente in Italia cerca di costruire uno stato dove possano convivere Goti e Romani. Quest’uItimo tentativo politico abortisce, ancor prima della morte di Teodorico (526), per le resistenze dell’antica classe dirigente romana e per i disegni di riconquista degli imperatori di Bisanzio.
Come è destino di tutti i mediatori, quando lo scontro è tra forze inconciliabili, Teoderico fallisce non soltanto nella sua politica italiana, ma anche in quella mediterranea.
E bene chiarire che nel quadro generale di decadenza economica, proprio nell’età tardo antica, i decenni del regno di Teodorico — o almeno la parte centrale del suo regno — costituiscono un momento di ripresa economica. E di questa ripresa beneficiano soprattutto le città, gli antichi poli di aggregazione della società, anzi civiltà romana.
Non si ripeterà mai a sufficienza che «civitas» e «civilitas» hanno la stessa radice: e ancora oggi ne risente il nostro vocabolario. Infatti civile, urbano sono aggettivi che hanno un connotato positivo non soltanto in rapporto a città, ma anche sul piano del comportamento; mentre contadino ha un connotato spregiativo reso più esplicito negli epiteti dialettali: burino, cafone, ecc..
La classe dirigente o senatoria, romana nonostante i suoi latifondi — dove è solita rifugiarsi nei momenti di crisi — e una classe dirigente cittadina. La decadenza del sistema stradale, l’allentarsi. dei rapporti tra centro urbano e campagne circostanti, la Crisi economica generale non hanno intaccato il potere di questa classe dirigente quanto ha fatto l’impatto coi Goti. Questi detengono il potere militare; si impossessano — attraverso l’istituto dell’ «hospitalitas» — d’un terzo delle terre o d’un terzo dei frutti delle terre soprattutto c’è un partito goto tradizionalista che non vede di buon occhio il tentativo di mediazione di Teoderico, che teme le trame di Bisanzio, che pensa di risolvere il contrasto con la classe senatoria col buon vecchio sistema d’ sgozzarla per intero.
In questi decenni «goto» per i Romani diventa sinonimo di nemico mortale dentro casa.
L’ultima parte dei regno di Teodorico vede la persecuzione della classe senatoria. Ma è dopo la scomparsa di Teodorico che cominciano i tempi cupi: iniziano decenni di desolazione.
La guerra bizantino gotica è una guerra senza scampo: gli eserciti conoscono un solo modo per approvvigionarsi, la rapina e lo sterminio; iniziano carestie perché i coltivatori sono fuggiti o deportati o uccisi infine a più riprese colpisce la peste, quasi per completare i ciclo letale (guerra, peste e carestia) che continuamente annienta le popolazioni nell’alto medio evo: l’epoca del sottosviluppo europeo.
Alla fine della guerra bizantino-gotica l’Italia è un paese stremato, spopolato e malcoltivato, con larghe zone deserte e incolte: ora le città — come nel IV secolo al tempo di santAmbrogio — sono d nuovo dei cadaveri.
Nell’ordinata campagna romana, con i municipi e le loro «conturiations», sarebbe stato inconcepibile il disegno di Benedetto da Norcia: sarebbe stato molto difficile trovare, il luogo per fondare un monastero autosufficiente col suo latitondo. L’Italia durante la guerra bizantino-gotica ospita a, malapena 4/5 milioni di abitanti, ha visto regredire il tenore di vita a livelli-infimi, diventa il palcoscenico d’un nuovo dramma. Secondo la formula felice d’una grande studiosa ora in Italia noli ci sono più uomini senza terra, ma terra senza uomini. Sta crollando a pezzi l’antico sistema urbano e viario che sorreggeva l’Italia romana.
Soltanto adesso, quando le città sono in piena crisi e quando intere contrade sono deserte e incolte, diventa realizzabile l’idea d’un monastero autosufficiente. Anzi il monastero può diventare il polo di aggregazione e di organizzazione dei territori circostanti Lo stesso risalto dato nella Regola di San Benedetto al lavoro, inteso soprattutto come lavoro agricolo — quello dei vari «scriptoria» monastici si presenta nei secoli successivi — è spiegabile con questa situazione. Ugualmente in rapporto a questa situazione sono comprensibili alcuni episodi riportati nei «Dialoghi» di Gregorio Magno.
Gregorio ci descrive Totila, il re goto, come un individuo perfido e crudelissimo proprio perché Totila aveva espropriato la classe senatoria e, nel suo ultimo sforzo per combattere i Bizantini, era arrivato a liberare gli schiavi e ad armarli contro il nemico; ma anche contro i padroni, perché se Totila avesse vinto, a questi ex-schiavi sarebbero toccate le terre dei latifondi.
Nell’episodio del cattivo prete Fiorenzo si parla di sette ragazze nude che danzano sotto gli occhi dei monaci. Balza in primo piani un mondo «pagano» (da .pagus») delle campagne, culturalmente contrapposte a quello cittadino più cristianizzato e questa danza richiama antichi riti per invocare la fertilità.
Cosi anche il giorno della festività di san Benedetto, 21 marzo. coincide cori l’equinozio di primavera e può essere inteso come un simbolo de profondo legame col mondo agricolo.
Nei secoli succassivi il lavoro dei monaci benedettini diventerà il modello d’un nuovo tipo di sfruttamento del territorio. Dissodamenti. bonifiche nuove coltivazioni, nuove organizzazioni aziendali: questi alcuni degli insegnamenti dei monaci benedettini. Naturalmente i grandi monasteri benedettini (per l’Italia centrale basterà citare Montecassino, Subiaco, Farfa, S. Clemente Casauria, S. Vincenzo al Volturno, ecc.) quelli che diventeranno veri centri, economici e culturali, amministrativi e politici, di vasti territori — fino a costituire delle vere e proprie signorie territoriali — sono un fenomeno di tempi molto più tardi di quelli di san Benedetto.
Resta il fatto che Benedetto da Norcia, o il suo mito, ha lasciato tracce enormi di sé ancora molti secoli dopo la su scomparsa: nella storia dell’agricoltura come in quella della cultura, nella storia politica come in quella artistica, nella storia religiosa come in quella dei territorio: e provatevi a pensare alla storia della musica medievale senza i benedettini di Solesmes.