Il Pensiero Analogico come risposta allo scontro di civiltà.

(settembre 2006)

 

Il numero 67 dell'Agenzia di stampa ADISTA del 30 settembre 2006 da notizia di un intervento di Cacciari che invita a riappropriarsi del pensiero analogico. Si tratta certo di un intervento importante, anche se non vanno dimenticati i tanti tentativi, legati ad una sparuta minoraza, di proporre tra il 1980 ed il 1993 (non a caso culminati con il convegno "le tre culture" ad Erice e recentemente negli studi su M.Jousse) una dimensione democratica della comunicazione e della conoscenza. In questo sito al sommario 3 ed al sommario 9.1 sono riportati molti testi.

 

Cacciari: Il Pensiero Analogico come risposta allo scontro di civiltà   (per il testo completo, clicca qui)

“se si vuole uscire dalle due alternative [ scontro di civiltà e l’illusione di una sussunzione delle diversità in una comune unità superiore non possiamo che riappropriarci di questo pensiero fortemente presente non solo nella nostra tradizione filosofica ma anche nella nostra tradizione teologica”.

Nell’ambito del XX Convegno nazionale di studi— presieduto e coordinato da don Achille Rossi -organizzato dalla rivista “L’Altrapagina” a Città di Castello il 9 e IO settembre scorsi ed intitolato “Il problema dell’altro. Dallo scontro al dialogo fra le culture”,sono intervenuti il teologo Raimon Panikkar, il filosofo Massimo Cacciari e il giornalista Jeari Leonard Touadi, nativo del Congo-Brazzaville ed attualmente assessore del Comune di Roma.

Parte dalla dialettica differenza-identità anche la riflessione sviluppata da Massimo Cacciari. Il Polemos come “padre di tutte le cose” di cui parlano i frammenti di Eraclito è solitamente tradotto come “guerra”, tuttavia il SUO significato originario (benché l’etimo sia ancora molto discusso) rimanda al concetto di “relazione”. “Nessun ente è comprensibe se non come relazione, e per questo motivo ciò che definisce l’ente è il’logos’ nel senso di ‘porre insieme’, di ‘colligere”. La diversità, sostiene Cacciari, “non è uno spazio intermedio che separatamente da ente ma il carattere stesso dell’ente”. Ma la diversità non può essere assunta come un qualcosa di statico, come una mera giustapposizione tra parti. La contapposizione che necessariamente caratterizza la diversità può sfociare nell’amicizia come nell’inimicizia; e può sfociare addirittura nella guerra. Se però la diversità è tale quando prevede il confronto (fino ai limiti dello scontro) e come abbiamo visto la diversità è tratto costitutivo dell’ente - ne deriva che “qualsiasi forma di multiculturalismo (nel senso di ‘sedata giustapposizione’) è quanto di più vuoto e filosoficamente infondato che possa esistere, perché annulla l’idea di diversità come confronto inesorabile e creativo” che struttura il processo di formulazione “dei nostri nomi,  delle nostre identità”. Per poter affermare la mia identità, continua il filosofo, “io ho dovuto forza entrare in relazione in solo con il diverso fuori di me ma anche con il diverso in me”. Per questo chi rifiuta il confronto “tradisce radicalmente il logos europeo ed occidentale”. A questo punto, domanda Cacciari, “una volta usciti da1 quale atteggiamento possiamo assumere?”,

La prima strada è quella di pensare che le diversità fra le culture sono così forti e radi cali da rendere impraticabile una qualsiasi forma di pace: è lo scontro di civiltà, una prospettiva che aborriamo ma che “non possiamo liquidare con una semplice alzata di spalle”, proprio perché è la strada scelta da molti e ha - come abbiamo visto - un suo fonda mento.

La seconda strada consiste nel “rintracciare le radici comuni per evitare la problematicità delle relazioni”. Ma nemmeno così possiamo arrivare ad una soluzione. il cristiano, pur con tutto lo spirito di dialogo da cui può essere animato, non può rinunciare a dire un minimo di cose senza le quali non potrebbe più dirsi tale. Ad esempio che Gesù è il figlio di Dio. Ma questa affermazione per un islamico è una bestemmia e l’attrito che ne risulta è assolutamente ineludibile. Ecco perché dobbiamo trovare un modo per affrontare le differenze senza che esse vengano pensate come ‘alternative’. E l’unico modo per farlo è quello di concepire la “diversità non come un qualcosa di contingente rispetto alla verità:

la verità non è tale se non contiene in sé anche la propria opposizione”. In altre parole occorre procedere al riconoscimento pieno delle diversità, approfondendo le diversità stesse; dall’approfondimento è necessario estrarre gli elementi di unità ma all’interno di essi bisogna ricercare la diversità ad un livello via via superiore. E così procedere sempre oltre, perché l”unità è ciò che fa vivere la ricerca e come tale non può mai essere completamente raggiunta”.

Il “pensiero analogico” è proprio ciò che la nostra tradizione filosofica sembra aver smarrito, concentrandosi sulla traiettoria del pensiero dialettico da una parte e del pensiero scientifico dall’altra. “Tutta conclude Cacciati - “se si vuole uscire dalle due alternative che ho delineato precedentemente [lo scontro di civiltà e l’illusione di un’ assussunzione delle diversità in una comune unità superiore] non possiamo che riappropriarci di questo pensiero fortemente presente non solo nella nostra tradizione filosofica ma anche nella nostra tradizione teologica”. (e. a)il confronto “tradisce radicalmente il logos europeo ed occidentale”. A questo punto, domanda Cacciari, “una volta usciti dal multiculturalismo quale atteggiamento possiamo assumere?”,

La prima strada è quella di pensare che le diversità fra le culture sono così forti e radicali da rendere impraticabile una qualsiasi forma di pace: è lo scontro di civiltà, una prospettiva che aborriamo ma che “non possiamo liquidare con una semplice alzata di spale”, proprio perché è la strada scelta da molti e ha - come abbiamo visto - un suo fondamento.

La seconda strada consiste nel “rintracciare le radici comuni per evitare la problematicità delle relazioni”. Ma nemmeno così possiamo arrivare ad una soluzione. Il cristiano, pur con tutto lo spirito di dialogo da cui può essere animato, non può rinunciare a dire un minimo di cose senza le quali non potrebbe più dirsi tale. Ad esempio che Gesù è il figlio di Dio. Ma questa affermazione per un islamico è una bestemmia e l’attrito che ne risulta è assolutamente ineludibile. Ecco perché dobbiamo trovare un modo per affrontare le differenze senza che esse vengano pensate come ‘alternative’. E l’unico modo per farlo è quello di concepire la “diversità non come un qualcosa di contingente rispetto alla verità: la verità non è tale se non contiene in sé anche la propria opposizione”. in altre parole occorre procedere ai riconoscimento pieno delle diversità, approfondendo le diversità stesse; dall’approfondimento è necessario estrarre gli elementi di unità ma all’interno di essi bisogna ricercare la diversità ad un livello via via superiore. E così procedere sempre oltre, perché l”unità è ciò che fa vivere la ricerca e come tale non può mai essere completamente raggiunta”.

Il “pensiero analogico” è proprio ciò che la nostra tradizione filosofica sembra aver smarrito, concentrandosi sulla traiettoria del pensiero dialettico da una parte e del pensiero scientifico dall’altra. “Tuttavia”- conclude Cacciari - “se si vuole uscire dalle due alternative che ho delineato precedentemente [scontro di civiltà e l’illusione di una  sussunzione delle diversità in una comune unità superiore] non possiamo che riappropriarci di questo pensiero fortemente presente non solo nella nostra tradizione filosofica ma anche nella nostra tradizione teologica”. (e. c)

 

Il testo completo di Cacciari

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