IL SACERDOZIO IN DISCUSSIONE
da Adista Notizie n. 73 del 4
luglio 2009
Si discute sulla
crisi dei sacerdoti, sul sacerdozio alle donne, sul celibato per i sacerdoti… comunque il perno fisso attorno cui tutto ruota è il
sacerdozio. A me pare che questo perno non sia affatto stabile e che si debba
metterlo in discussione, perché tutti i vari problemi dipendono da questo: ha
senso la figura del sacerdote nell'orizzonte cristiano? Nel Vangelo il termine
non è mai usato in riferimento ai discepoli di Gesù. I sacerdoti sono sempre la controparte, connotati con
un giudizio negativo, sino all'insulto: "I pubblicani e le prostitute vi
precederanno nel regno dei cieli" (Mt 21,31). Il
termine sacerdote compare nella lettera di Pietro, ma esprime il sacerdozio
universale di tutti i fedeli. È invece ricorrente nella Lettera agli Ebrei in
cui la figura di Gesù viene
interpretata con le categorie sacerdotali della cultura ebraica.
L'autore è persona
esperta nell'ebraismo, probabilmente un sacerdote convertito al cristianesimo,
che scrive agli altri sacerdoti che, convertiti al cristianesimo in un primo
tempo, come ci attestano gli Atti degli Apostoli, ora sentono la nostalgia dei
solenni riti celebrati nel tempio e sono tentati di ritornare all'ebraismo.
L'autore vuol far capire che ormai non c'è più bisogno dei sacerdoti e dei loro
riti sacrificali perché Cristo sommo sacerdote e vittima ha redento l'intera
umanità con il suo sacrificio sulla croce, una volta per sempre.
Cristo non ha parlato
di sacerdoti e non poteva parlarne perché il sacerdote
è il gestore del sacro e nel cristianesimo non c'è il sacro. Che cosa sia il
sacro merita uno studio a parte, qui è sufficiente sottolineare
la critica che Gesù ne fa. Del tempio non rimarrà
pietra su pietra e sarà sostituito dalla sua umanità che muore sulla croce e
dopo tre giorni risorge. Alla sua morte il velo del tempio si squarcia da cima
a fondo, significando con ciò la fine del suo ruolo. Forte è la critica alla
legislazione rituale rappresentata dal sacerdote e dal levita nella parabola
del buon samaritano. Il puro e l'impuro, che seguono le categorie del sacro e
del profano, sono oggetto di scherno. Anche la inviolabile
sacralità del riposo sabbatico viene subordinata all'uomo, ossia perde il
carattere primo della sacralità. Come giudice della storia Cristo ci chiederà
conto se l'abbiamo riconosciuto nel volto degli ultimi, nulla sulla
partecipazione ai riti del tempio.
Il termine sacerdote
compare nel terzo secolo. Per la prima volta Tertulliano distingue all'interno
della comunità cristiana due ordini: il clero (i
scelti) e la plebe. All'interno del clero diventa dominante il termine
sacerdote ripreso dall'Antico Testamento e configurato con le stesse
caratteristiche (Tertulliano, Cipriano, Origene,
Ippolito). L'uso del termine sacerdote dipende dal diverso modo di interpretare
l'eucaristia. Gesù per lasciare un ricordo di sé e
continuare la presenza tra i suoi, ha pensato al gesto più semplice e umano:
sedere assieme a mensa condividendo il pane. Anche se è dominante il modello di
cena e di pane condiviso, sin dall'inizio è presente anche il linguaggio
sacrificale, proprio del contesto culturale in cui gli
evangelisti scrivono. Nel terzo secolo il linguaggio sacrificale diventa
esclusivo, di conseguenza la cena diventa il sacrificio, la mensa diventa
altare, chi presiede (apostolo o anziano = presbitero) diventa sacerdote. In quanto sacerdote sacrificatore,
lui stesso deve fare della sua vita un sacrificio. Il sacrificio comporta la
purità rituale, soprattutto intesa come astinenza dalla sessualità. Qui viene continuamente richiamata la legislazione mosaica. In precedenza era in discussione se il battesimo fosse conciliabile con la vita sessuale nello stesso
matrimonio. Ora la soluzione sta proprio nella distinzione
degli ordini. I semplici fedeli, anche se esortati alla continenza, possono
vivere la vita matrimoniale, necessaria per la riproduzione, i sacerdoti, anche
quando tengono con sé la moglie, sono tenuti all'astinenza. La sessualità non è
considerata peccaminosa in sé, come affermavano gli eretici (ciò avrebbe
comportato la condanna del matrimonio), ma come conseguenza del peccato
originale. Sta di
fatto che, al dire di S.
Girolamo: "Omnis coitus
immundus". La inconciliabilità
tra il santo e l'immondo è la motivazione ricorrente in questo periodo.
Analoga vicenda
riguarda il servizio militare. Nella comunità primitiva sembrava inconciliabile
con la fede cristiana. S. Massimiliano afferma con decisione: "Christianus sum, mihi non licet militari" e coerentemente affronta il martirio.
Tuttavia dopo la vittoria di Costantino a Ponte Milvio (312) la
militanza diventa dovere per
difendere l'impero cristiano. Il dilemma viene
risolto: la proibizione delle armi rimane per gli appartenenti al clero,
chiamati alla perfezione evangelica, i semplici fedeli invece debbono compiere
il loro dovere nel servizio militare a difesa della fede e per la costruzione
di una pace duratura.
Tutto questo processo
rende sempre più profondo il solco tra i due ordini, come risulta
dal Decretum Gratiani,
mentre la Chiesa si identifica con il clero che sta organizzandosi in una
struttura rigidamente gerarchica, secondo la mentalità feudale codificata poi
dallo Pseudo-Dionigi: De celesti hirarchia,
De ecclesiastica hierarchia.
Credo legittimo
questo processo perché risponde alla precomprensione,
ossia alla cultura propria di quella epoca. Tuttavia
noi uomini della modernità abbiamo diritto a ripensare il messaggio cristiano
in rapporto alla nostra cultura: era questo "il sentiero interrotto"
del Concilio Ecumenico Vaticano II.
don Vittorio Mencucci
(prete e filosofo, è parroco di San Giovanni Battista a
Scapezzano di Senigallia)