Don Emilio Gandolfo:
una lettera di 50 anni fa per riscoprire
un homo grande.
Il 3 novembre 2007
ricorre il 50° anniversario di una sofferta lettera (cfr.appendice)
che dEmilio Gandolfo inviò alla Compagnia di San Paolo, opera del card. Ferrari offrendo le sue
dimissioni. Ha 38 anni, sono 10 anni che fa parte della Compagnia, ma il suo
rapporto con la Compagnia stessa è ormai esaurito, come mostra questa lettera.
Ma non lo si deve dire.
dEmilio ha 38 anni. Viene a Roma per
insegnare religione al Virgilio. Secondo molti comincia la sua più grande esperienza. Qualcuno dice che è il primo incarico. Ma ha 38 anni. E’ un uomo maturo con molti anni di attività di ricerca e pastorale alle spalle. E’ entrato
in seminario a 11 anni; è stato ordinato sacerdote a 23 anni. Sono ormai 10
anni che è nella Compagnia di San Paolo. Eppure comincia questa nuova esperienza
al Virgilio con un’amara lettera di dimissioni, dimenticando del tutto
l’incarico di insegnante a cui è destinato. Nell’opera
di sopire, troncare, normalizzare, clericalizzare
questo momento fondamentale della sua vita è del tutto dimenticato.
Eppure questa lettera è determinante
per ricostruire la vicenda culturale, umana e spirituale di questo prete
scomodo. Don Emilio
era: uno studioso e scrittore molto impegnato di quelle origini del
cristianesimo che oggi (e di ciò era consapevole) appaiono sempre più
giustificate con una “storia inventata”; un eminente protagonista della cultura
cattolica ed un attento osservatore e testimone della storia d’Italia e del
cattolicesimo italiano dagli anni 40 e 50 fino alla morte;
un informatissimo osservatore e testimone per quaranta anni delle vicende della Compagna di
San Paolo, opera del card. Ferrari,
nel 1939, uno dei punti centrali di riferimento (fino agli anni ‘90 ed al suo
fallimento) del cattolicesimo, della comunicazione ed istruzione e della
politica e dell’economia italiana.
Nato nel 1919 ed ordinato sacerdote
a maggio del 1942, è molto attento alle novità che si agitavano in tema sociale
ed ecclesiale nell’ambiente cattolico europeo negli anni 40 e 50.
Nel 1939 Emilio ha conosciuto la
Compagnia di san Paolo, opera del card. Ferrari. Ha subito il vivo desiderio di entrare nella
Compagnia. Ma solo nel 1946, dopo molta
insistenza, finalmente esaudisce il
desiderio di essere accolto nella Compagnia, e ne diventa membro il 22 luglio
1947, pronunciando i voti nel 1949 e si trasferisce a Roma.
Nel 1950 lo
mandano a Palermo, in terra di missione, all’inizio senza nessun incarico se
non quello di essere "soltanto il
ministro del culto…in casa". Ma, evidentemente per temperare il suo “fervore di attività
apostolica” ed “irrequietezza”,
aveva il compito di assistere nella celebrazione delle sue funzioni religiose il
cardinal Ruffini, del quale era invitato a mantenersi
“sempre nella più ossequiente devozione e
rispetto della Sua autorità”.
Si rende ben presto conto della
drammaticità della situazione palermitana tra prostituzione e sfruttamento
(svolge un lavoro simile a quello che farà poi di don Pugliesi) e mandato a
predicare la missione alle miniere di
zolfo annota che quei minatori già praticano con la loro fatica la parola di
Dio. Non si occuperà mai di teologia, o del canone clericale ma sempre e solo
della parola di Dio, della lettera che Dio scrive quotidianamente
agli uomini. Sono quegli gli anni dei profondi contrasti nell’Azione Cattolica
(dimissioni di Carretto, poi di Mario Rossi) che
coinvolgono la Compagnia di San Paolo. dEmilio
torna a Roma tra il 1952 ed il 1955 dove insegnerà
religione al Virgilio, poi tornerà a Palermo ed infine nel 1957
tornerà a Roma, ancora al Virgilio, dove resterà fino al 1972.
Tornando a Roma,
nel 1957, il suo rapporto con la Compagnia è ormai esaurito, come mostra questa
lettera. Ma non lo si deve dire.
Il
3 novembre dello stesso 57 (malgrado sia già destinato al Virgilio,
non perde tempo, ed è una data simbolica, perché è il suo giorno di nascita)
con una lettera al suo superiore chiede di lasciare la Compagnia, che insegue
il troppo e il vano. La lettera non avrà seguito e dEmilio rimarrà nella Compagnia fino alla morte con
grandi difficoltà.
Conosce e frequenta don Zen (Nomadelfia), del quale sarà sempre
solidale, frequenta l’Istituto biblico, forse senza essere iscritto. E' questo
il periodo della grande amicizia con padre Pellegrino
e con Lyonnet. Si avvicina sistematicamente alle
"radici" del cristianesimo delle origini, a San Paolo, ai Padri della
Chiesa che legge sempre in latino o in greco. Getta le basi del suo
straordinario lavoro di biblista, non dimenticando il
suo impegno di insegnante di religione. Molti dicono
che a Roma era totalmente preso dall’insegnamento e che, solo dopo il
trasferimento del 1972 a Levanto, cominciò a studiare
la Bibbia ed i padri della chiesa. Ma questo non è vero perché la sua ricerca
delle radici è già delineata e definita con chiarezza già
nel 1972, quando era ancora a Roma, nel suo libro (che è considerata da molti l’opera
più completa e sistematica) Lettera e spirito. Lettura della Bibbia dalle
origini cristiane ai nostri giorni, Ave 1972. Emilio è impegnato a ricercare ” I segni della
coerenza del Vangelo con le speranze degli uomini” (pag.17). Emilio è ben
consapevole che c’è una profonda frattura tra le verità della fede e le verità
della storia. Sono ormai avanzati gli studi che hanno parametri molto diversi
da quelli della “Bibbia aveva ragione”.
Tra i suoi amici più cari non mancano ricercatori convinti che “non c’è quasi niente di vero” in quello che racconta la grande chiesa di Roma e che, convinti di dover vivere un Vangelo senza chiese, dogmi e sacerdoti lontani da una religiosità teologicamente strutturata, discutono apertamente la legittimità del Sacerdozio e del magistero. Del resto d Emilio chiama tutti condiscepoli, ed a riconoscersi alla scuola dell’unico Maestro ed inoltre tra i suoi punti di riferimento più forti c’è proprio quel Paul Gauthier che più tardi ribadirà l’inesistenza evangelica del sacerdozio (con il libro e il velo si è squarciato, ed.Qualevita 1989).
DEmilio non si preoccuperà mai della certezze
della filologia, della teologia o della storia sacra, ma tenderà a leggere la parola di Dio in modo profetico ricordando che Gregorio Magno
(di cui è stato un grande studioso) sosteneva che il profeta non predice quello che sarà, ma mostra quello che è. Da qui la sua grande attenzione,
che lo legherà a papa Giovanni, per “i
segni dei tempi”. “Era la storia, la storia dell’umanità e delle sue civiltà, dei suoi
progressi e delle sue disgrazie e tragedie a permettere quella sintonia e
quella solidarietà che oltrepassava, così in anticipo per quei tempi, steccati
ideologici e politici…”
L’elogio più naturale è appunto in
una nota di Marcello Floris, pubblicata su Diario, IV,n
50 ( da mercoledì 15 a martedi 21 dicembre 1999):
…Don Emilio non era un prete
condiscendente, non cercava tra i giovani un facile consenso come molti tra i
religiosi «progressisti» della sua generazione, non metteva tra parentesi la
fede, il ruolo, l’ appartenenza alla Chiesa. Ma riusciva a trovare con
tutti il terreno per dialogare, una sponda su cui costruire un rapporto
sempre diverso e personalizzato: perché il suo interesse era l’umanità, e la
sua curiosità quello che i giovani pensavano di sé, del mondo, del futuro. ...
Lo ascoltavano, e lo amavano, soprattutto gli studenti atei, comunisti,
anarchici, agnostici…
Offriva il proprio terreno d’incontro, quello religioso ma era pronto a
restare ancorato a quello mondano, se così voleva il suo interlocutore
frequente od occasionale. E allora era la storia, la
storia dell’umanità e delle sue civiltà, dei suoi progressi e delle sue
disgrazie e tragedie a permettere quella sintonia e quella solidarietà che
oltrepassava, così in anticipo per quei tempi, steccati ideologici e politici….
Questo brano è confermato da un
taccuino in cui dEmilio ha
appuntato un brano di Onorio d’Autun (un autore che
lui considerava molto fine e che è
l’ispiratore delle sculture borgognone che lui tanto amava): “Tutta la Scrittura afferma a gran voce che
questo mondo è fatto per l’uomo; così che se l’uomo non
fosse stato creato, neppure questo mondo sarebbe stato fondato”. (Commento
al Cantico, PL 172, 432).
A dEmilio interessava l’antropologia, non la teologia,
ma sono in molti che se ne sono dimenticati. E’ un homo grande (come Filippo Neri, uno dei
suoi ispiratori); ne fanno un
misero sacerdotino.
Appendice
(Da un dattiloscritto (copia su velina) di una lettera di cui Emilio Gandolfo portò a conoscenza molti giovani (tra cui il sottoscritto) che lo frequentavano, proprio perché era un prete scomodo, a Villa Bassi, a Roma, a via Carini, a fine degli anni Cinquanta. ATh).
Roma 3 novembre 1957
quando, dieci anni fa
ottenni dopo molta insistenza, di entrare in Compagnia, ci credevo con tutta
l'anima anche se non avevo le idee del tutto chiare.
Mi spingeva il desiderio sincero di fare, di fare in
un certo modo, secondo uno stile: quello di San Paolo. San Paolo mi appariva la
vera maniera di darsi al Signore e ai fratelli e mi pareva che la Compagnia
fosse San Paolo.
Quando conobbi la Compagnia avevo vent'anni e fu vero innamoramento. Eravamo alla fine del 1939. Non ero ancora sacerdote, e subito non mi fu
concesso di entrare. Dovetti attendere
sette anni. Quando entrai ero sicuro che questa
fosse la mia strada, ed ero più che sicuro che la Compagnia avesse trovato la
sua.
Feci i Voti alla fine del 1949; quando erano in cantiere le Costituzioni che
dovevano qualificare la Compagnia come 'Istituto Secolare". Confesso che non avevo le idee chiare in
proposito. Dovetti farmele a poco a
poco, non senza fatica, e non senza cadere in esagerazioni. Ora capisco meglio quanto contino
gli accenti e come bisogna tener conto delle sfumature.
Prima era stato il fascino
del "bello" ad attrarmi, poi via via si
fece sentire sempre più viva l'esigenza
del "vero", del chiaro, del concreto: e ci fu un disincantamento
graduale. Al presente non c'é più nulla
che mi prenda e che mi tenga legato. C'è, grazie a Dio, quel poco (vorrei fosse
tanto) amore di Cristo e amore per la sua Chiesa, in cui cerco di trasferire
tutto quello che avevo collocato immediatamente nella Compagnia.
Forse ho sognato troppo e
sono stato come certi innamorati che rimangono delusi per colpa della loro
fantasia; e che tutta via non vogliono restare
delusi perché sentono bisogno di amare
più che di vivere. Sarei un disperato
(gente come me finisce cosi se finisce male) se non
riuscissi ad amare e a battermi per qualche cosa. So bene che non posso battermi da
"franco tiratore". Quindi ritornerò dal mio Vescovo, rimetterò le mie mani
nelle Sue come nel giorno dell'Ordinazione.
Una cosa mancata é una delusione che pesa, ma non un' amarezza,
soprattutto non è amarezza verso alcuno, tanto più che da molti ho ricevuto
molto bene.
Anzi mi
riconosco debitore: in più di un caso ho ricevuto più di quanto abbia saputo
dare. E chiedo perdono per ogni negligenza nel servizio di Dio e
dei fratelli.
Restando, resterebbe da soffrire e da far soffrire. Andando, certo non meno. Ma la chiarezza e la
coerenza esigono questo atto di coraggio. Non avrei, anzi, dovuto accettare, in questi
ultimi tempi, di giuocare una parte poco logica, e il
giuoco é stato provvidenzialmente interrotto, perché
non rimandassi ancora una decisione cosi grave.
Fino allo scorso speravo
nonostante tutto che la Compagnia riuscisse a
scrollarsi di dosso "il troppo e il vano", avviandosi più matura e
più chiara verso il suo avvenire. Invece, troppo preoccupata di sopravvivere, ha giocato il
suo autentico destino. Non ha superato
una grave e decisiva crisi di crescenza, questo secondo il mio debole parere, e
secondo il parere un pò meno debole - di altri ( e
ormai non sono né pochi né trascurabili) che se ne sono andati prima di
me. Ora. dopo i
fatti che mi hanno definitivamente aperto gli occhi. non
bastano più le belle parole a nutrirmi di speranza. Per fare un corpo ci vuole uno
spirito, e non basta un tetto per fare una famiglia. All'etichetta non corrisponde il contenuto
anche se si fanno tante belle cose e ci sono tante anime generose.
La mia scontentezza naturale
(é la mia croce), me la porto con me. Avevo sperato che nella Compagnia mi fosse
tolta questa spina ma ora so che pretendevo un miracolo che Dio non vuol fare:
"Ti deve bastare la mia grazia!".
Ma so anche che Dio fa un miracolo più grande
quando trae la forza proprio dalla nostra debolezza. Questa é sicuramente la
cosa più importante, perché il Regno di Dio - questo si sa - si costruisce
prima attraverso le persone che attraverso le cose. Questo un augurio - e anche una preghiera -
che faccio per ogni fratello e sorella, dentro o fuori di Compagnia.
Della storia della Compagnia
ne so abbastanza per benedire il Signore di averla
suscitata e di aver suscitato per mezzo di essa tanti ideali e tante energie
per il Regno di Dio, tante iniziative geniali e mirabili. Dio se n'è servito, non si può negare. Ed essa ha servito,
bisogna riconoscerlo. Noi tutti Le
dobbiamo molto, e non possiamo non ringraziare il Signore a motivo di Essa.
Ma se adesso il suo compito
fosse finito? Ciò non mi
scandalizzerebbe. Non mi sento naufrago, né figlio snaturato..
"Sono sicuro che mediante la mia morte, come mediante la mia vita, il
Cristo sarà glorificato". Il
candelabro passi pure ad altre mani, purché splenda. E' compito del Precursore aprire la strada,
preparare una venuta, Perché i giovani non si stringono più attorno a questa
bandiera? Forse perché sono scettici o
non sono generosi?
Perché tanti, ormai (e non sono i più superficiali, né i più volubili,
né i più litigiosi),se ne vanno, e tuttavia non
disertano?
Evidentemente c'é qualcosa
che non va. Si
dovrebbe indagare più a fondo senza paura.
Ma forse non ho il diritto di
parlare così, perché - evidentemente anch'io ho contribuito a che le cose
arrivassero a questo punto.
E allora preferisco chiudere e chiudere
con una preghiera che porto all'Altare. Prego perché
la prova, dentro e fuori, non si troppo dura, perché
ad ogni modo nessuno soccomba. Perché, venendo meno il legame della Compagnia, non si allenti in
alcun modo il vincolo della carità fraterna più sincera. Satana ha chiesto di passare al vaglio gli
apostoli, e non perché apparisse chi é buono e chi no, ma perché tutti ne
uscissero più puliti. Prego perché tutti
- in un modo o in un altro, in un posto o in un altro - tutti possiamo trovarci quotidianamente presenti nell'unica Ostia
che si offre al Padre, nell'unico pane che deve nutrire i fratelli.
A Te, caro Don Pasquale, un
saluto devoto e affettuoso. Tu sei
sempre riuscito a volermi bene più di quanto io non
sia riuscito a volerne a Te. Ti sei venuto a trovare al
timone d'una barca con più d'una falla, anche
splendidamente pavesata. Ti é
toccato un compito duro e per nulla invidiabile. So di darti un dispiacere, il più grande di
quanti te n'abbia mai dato, con questo passo che non posso non fare.
Ti chiedo di benedirmi ed
io, per parte mia, chiedo al Signore di benedire la Compagnia, che, prima di
questo momento, non sapevo di amare tanto. Ti chiedo anche di pregare per me, affinché -
più fedelmente o più generosamente - possa servire il Signore nella santa
Chiesa, e possa in modo particolare aiutare i giovani
che sempre mi hanno aiutato a non invecchiare troppo presto: Ho più paura d'invecchiare che
di morire.
Con devozione ed
affetto tuo (d.Emilio Gandolfo)