Ambiente, mass media e stili di vita

Per formare dei giovani "reporter" per l'ambiente

Antonio Thiery

20 febbraio 1997

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premessa

- le parole che sentiamo ogni giorno: modernità, mondializzazione, società globale dell'informazione, globalità dell'economia, multiculturalità (rinascita dei localismi), riconoscimento delle diverse identità culturali, ridistribuzione dei saperi e dei poteri, multimedialità, integrazione, interazione, discontinuità, creatività. Ridistribuzione delle ricchezze, dei beni della Terra, delle risorse.

- cambiamenti negli stili di vita

- coscienza a livello europeo dei cambiamenti di stili di vita

- sviluppo sostenibile: La dimensione storica (ricordare il passato, vivere il presente,progettare il futuro) per un progetto comunitario e solidale.

- I beni culturali strumento conoscitivo.

- Società neotecnica: merci e rifiuti; aria, acqua, suolo.

- Turismo compatibile

-cittadinanza bene informata (grande disinformazione)

- struttura e tecniche di comunicazione

- Beni culturali e multimedialità

 

 

1. cittadinanza bene informata

Per progettare un uso dei media nella proposta di stili di vita favorevoli:

- allo sviluppo sostenibile ed alla ripartizione equa e solidale delle risorse;

- ad una Società neotecnica: merci e rifiuti; aria, acqua, suolo;

- ad un Turismo compatibile;

bisogna conoscere i meccanismi attraverso i quali i mass media portano al livellamento e fanno passare i messaggi di consumo.

C'e' il pieno di messaggi di base diffusi in cento modi diversi e tuttavia univoci:

- che cosa mangeremo?

- che cosa consumeremo?

- come ci vestiremo/

- in che modo ci divertiremo?

C'è il pieno assoluto, il dominio degli ideali di consumo. C'è un mondo mercificato, un mondo fatto di merci e di gesti mercificati: tutto (il bar, il videogame, il supermercato, le commesse, i giochi insulsi, il tempo libero, la scuola, i mass media, i libri) deve essere carino, divertente e riguardare l'individuo fuori di ogni sfera relazionale, sociale.

C'E' IL VUOTO DI socialità, di progettualità, di identità, di percezione e linguaggi sensoriali, di analogia, di simbolismo, di linguaggi extrasensoriali (evocazione, immaginazione, creatività, percorsi psichici, emozioni).

La globalizzazione va (per fortuna) di pari passo con la rinascita dei localismi, con la ricerca della propria cultura e delle proprie radici, della possibilità di interagire con le informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità percettive e cognitive della mente, in ogni singola persona.

MULTIMEDIALITA' significa: la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità percettive e cognitive della mente, in ogni singola persona.

C'è la necessità di recuperare la propria dignità, vedendosi riconoscere il diritto alla comunicazione (il diritto dei diritti, a comunicare secondo la propria cultura) che è diventato il DIRITTO NEGATO.

_________________________________________________________NOTE:

La televisione (generalista, via etere, finanziata dalla pubblicità, dominata dal principio di audience), ha avuto una evoluzione degenerativa, passando da una natura più pedagogica, ad un modello più scriteriato.

la televisione non vende programmi televisivi, ma spettatori e clienti a distributori di merci. La tv è diventata un mezzo di produzione e gli utenti, gli attori, i soggetti sociali sono merce.

I programmi televisivi propongono sempre più accanto all'omologazione, ed alla spettacolarizzazione, una frammentazione della realtà. Ai giovani manca una relazione con la realtà oggettiva e vivono in una successione di tempi presenti.

La comunicazione è sempre tecnica di persuasione: non si tratta, quindi, di problemi tecnologici o legati essenzialmente ai media.

La discussione della "qualità televisiva" e dell'evoluzione del sistema dei media nell'era digitale va quindi ricondotta entro un’analisi politica ed etica.

Anche secondo gli osservatori più distratti è sulle telecomunicazioni che si giocherà in buona parte il riequilibro dei grandi poteri:

la Fiat, Berlusconi, De Benedetti, le galassie bancarie, i poteri finanziari.

Il garante dell'editoria e della radiodiffusione Francesco Casavola ricorda sistematicamente l'esistenza di un "ceto oligarchico" che utilizza i mezzi della comunicazione per un "imbonimento unilaterale", a scapito di milioni di cittadini venduti "con le alchimie dell'audience" (SOLE-24 ORE, del 31 ottobre). Quindi, UN CETO OLIGARCHICO attraverso il sistema dei media e della comunicazione educativa condiziona:

_ gli stili di vita nell'organizzazione della società

_la formazione dell'adolescenza

_deculturalizzazione

_omogeneizzazione.

Questo avviene:

- con un uso sistematico nei media di violenza e sesso;

- proponendo stili di vita inaccessibili, di disimpegno, "carini" e "divertenti";

- usando una pubblicità, spesso occulta o non dichiarata;

- proponendo la spettacolarizzazione e la frammentazione della realtà

- proponendo una storia solo dalla parte dei vincitori;

- rendendo accessibili i nuovi media ad élite sempre più ristrette (tariffe; standard; modi, codici, processi e percorsi di accesso; utilità, ecc.);

- con un rigido controllo sui linguaggi (tecnologie del cervello).

All’estero (dove molti hanno elevati livelli di studio) esiste una rete di servizi culturali e di educazione permanente di cui fa parte anche la programmazione televisiva, che nel sistema ha un ruolo limitato. In Italia (dove i livelli dell’istruzione sono molto bassi) manca una rete di servizi culturali e di educazione permanente. Esistono tante occasionali opportunità, che finiscono con essere "riservate" solo ad una parte molto ristretta della popolazione. Per circa 40 milioni di Italiani c’è solo la televisione.

La Corte di Assise di Chieti nel dicembre 1966, individuando l'influenza della televisione nei comportamenti e negli stili di vita, ha scritto: "Individui senza scrupoli, con la persuasione occulta che diffondono, lacerano il tessuto sociale".

__________________________________________________________Alex Zanotelli (leggere l'impero, edizioni la meridiana, 1996, pag.30) scrive che "E' con la televisione che noi siamo resi dei tubi digerenti. Il messaggio principale della televisione è chiaro: consumare".

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Noam Chomsky ricorda da anni che il potere sa:

1) di dover lottare contro la diffusione della cultura;

2) di dover accuratamente progettare la televisione per appiattire la mente degli individui. Per vendere meglio, il capo del marketing di una grande società vuole che la gente non abbia opinioni indipoendenti, e che sia apatica, obbediente, subordinata. Importanti risorse vengono investite dll'industrie in quest'opera di livellamento.

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E se le teste, anziché essere troppo vuote, fossero troppo piene?

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In questi anni invece di attrezzarci ai grandi cambiamenti in corso (complessità, modernizzazione, globalizzazione, multiculturalità, multimedialità) c'è stata una disputa tutta ideologica se la televisione fa bene o fa male. La televisione e i nuovi media (anzichè essere utilizzati per le sue straordinarie potenzialità linguistiche e conoscitive) sono stati:

1) demonizzati;

2) usati in questa opera di livellamento e di incentivazione al consumo;

3) usati per accrescere la distanza tra chi sa (ed ha i potere) e chi non sa.

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- Ci troviamo di fronte a dati vergognosi relativi al rendimento del sistema scolastico (meno del 10% dei ragazzi frequentano un liceo; altri vanno agli istituti licei tecnici o negli istituti professionali; molti non fanno niente.)

- Ci troviamo di fronte a dati vergognosi sui consumi culturali

- Ci troviamo esposti alle strutture della educazione, della cultura e della comunicazione che condizionano stili di vita e modi di pensiero. Selezionano rigorosamente ( e secondo gli interessi delle élite dominanti) l'accesso al sapere ed al potere.

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2. Che fare?

  I giovani repoter, se vogliono utilizzare i mass media per influire sugli stili di vita nell'organizzazione di una società più solidale:

1)- non devono aver paura di proporre una televisione didattica, che miri alla "formazione" dell'adolescenza;

2)- devono ridurre gli spazi tra chi produce e chi consuma televisione e i nuovi media;

3)- devono evitare la deculturalizzazione e l'omogeneizzazione, rispettando la multiculturalità degli utenti;

4)- devono evitare la spettacolarizzazione e la frammentazione della realtà contestualizzando ogni racconto con la società esistente. Ai giovani va data una relazione con la realtà della vita quotidiana e va ricostruita una successione di tempi storici.

5)- devono proporre stili di vita normali ed accessibili, di impegno, di progettualità comunitaria e solidale con una informazione, anche pubblicitaria (ma sempre dichiarata), di servizio;

6)- devono offrire prodotti che riguardino la normalità della vita quotidiana, in cui esiste anche, ma non solo, violenza e sesso.

7)- proporre una storia dalla parte di tutti, valorizzando anche la realtà quotidiana della gente comune;

8)- parlare la globalità dei linguaggi audiovisivi, multimediali ed informatici, (non rincorrere le tecnologie dei media, ma sviluppare le "tecnologie del cervello", cioè i linguaggi stessi), utilizzando tutti gli stili, i codici, i linguaggi comunicativi, ricordando che la comunicazione e la conoscenza sono un sistema naturale, complesso, integrato ed interattivo;

9)- recuperare la globalità del cosmo, del creato, come sistema naturale, complesso, integrato ed interattivo. Solo un dogmatismo infantile distingue tra elementi animati ed inanimati ed ha rotto l'equilibrio del sentire dell'uomo nella natura;

10)- rendere gli utenti soggetti sociali;

11) rendere accessibili i nuovi media non solo ad élite sempre più ristrette, ma a tutti ( modi, codici, processi e percorsi di accesso; utilità, tariffe; standard; ecc.).

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NOTE:

Bisogna ricordare che con la società globale dell'informazione, c'è un nuovo panorama mediatico: si avranno ricadute sociali, economiche e culturali per tutti o nuovi poteri per pochi?

 

Con la digitalizzazione (tutti i segnali trasmessi in bit) sta avvenendo, si voglia o no, una mutazione antropologica. E' necessaria una mutazione culturale profonda ed il cambiamento di molti parametri, di molti strumenti, di modi di vita, di molti linguaggi.

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Abbiamo poco tempo per attrezzarci: in breve tempo si creeranno le condizioni o per una esaltante stagione di democrazia partecipata; oppure per una drammatica stagione di democrazia mediatica.

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Secondo le previsioni più ovvie, formulate da molti e condivise anche da Umberto Eco, avremo nuovi poteri per pochi. Si potrebbero prevedere tre classi:

1) i "proletari" (in realtà le stragrandi maggioranze della gente comune) che non hanno accesso alle informazioni (i nuovi poveri: non contano nulla);

2) una borghesia (limitata al 10/15%) che usa il computer in modo passivo;

3) una nomenklatura (una piccolissima élite, 1/3%) che sa usare le macchine ed il software e se ne serve.

____________________________________________________Serve, perciò, il recupero della globalità della comunicazione, della dignità di tutti i processi e stili cognitivi, di ritrovare (come fa la pubblicità) la multimedialità, cioè: la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità percettive e cognitive della mente, in ogni singola persona. I vari linguaggi richiedono mezzi diversi, diversi "alfabeti", diverse regole, differenti strategie, diverse modalita' di pensiero, codici, stili.

Linguaggi e mezzi sono integrati ed interattivi. usando diversi linguaggi e diversi mezzi le conoscenze ed i saperi si modificano a volte profondamente.

Ritrovare la globalità della comunicazione significa anche stimolare e far rivivere tutti i documenti figurali ed antropologici, tutti gli ambienti, i luoghi, le forme, i mezzi, le esperienze dell'ambiente naturale, fisico ed antropizzato, i linguaggi (anche quelli detti, con termine pigro non verbali, come immagine, colore, suono, musica, luminosità della visione, ecc.), le modalità percettivo-motorie (il sistema di conoscenza più antico ed anche più potente, rapido, efficace), che stimolano esperienze non solo verbali, ma anche simboliche, analogiche, sensoriali, percettive ed extrasensoriali. Che consentono di promuovere percorsi e processi psichici, di "evocare" dalle conoscenze profonde e dalla memoria, cioè da tutte le esperienze conoscitive che derivano dagli alfabeti del sapere, dalle esperienze (archetipiche, genetiche, individuali, sociali, ambientali, passate e presenti) fatte nella vita quotidiana e nel proprio ambiente vedendo, sentendo, scrivendo, odorando, toccando, assaporando, ecc.ecc.

 

I linguaggi dei media e i linguaggi dei giovani, si voglia o no, attraverso la percezione, coincidono. Non fare la scuola multimediale, significa lasciare solo alle discoteche, ai concerti rock ed al karaoke televisivo il ruolo di "agenzie formative".

Paradossalmente i nuovi strumenti della comunicazione, anziché cogliere i segni del cambiamento e sviluppare i propri linguaggi auditivi e simbolico-percettivi e valorizzare le proprie potenzialità di agenzie educative, sono utilizzati nella loro inefficacia e nei loro limiti, registrando, riproponendo e trasmettendo in modo spettacolare ed estetizzante la Kultura della filologia e del fisicismo ed i saperi testuali codificati e didatticizzati dalla normativa concettuale della logica intesa come esercitazione verbale, esaltata dalla retorica.

____________________________________________________Demonizzare e sclerotizzare la comunicazione plurilinguistica, multimediale e polifunzionale ( la comunicazione dei bambini, dei giovani e di quelle maggioranze della gente comune che sono tenute ai margini della vita culturale, economica, sociale e politica), significa considerare un fallimento in termini scolastici il non essere idonei a decodificare ciò che è stampato, mentre al di fuori delle aule scolastiche, l'audiovisivo sta ridiventando il più influente mezzo di comunicazione.

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3. temi ed argomenti

- il concetto di limite. I limiti della città, della crescita illimitata e dell'aggressione all'ambiente. Ricerca propositiva sulla crisi dei rapporti natura-cultura, umanità-risorse e sulla conseguenza di uno sviluppo sostenibile, di una società neotecnica.

- consumi, preferenze e stili di vita. modelli di vita (promozione, distribuzione, organizzazione politica e sociale) ad alto e diffuso consumo culturale e a "basso consumo di energia e di risorse", attraverso le corrispondenti conversioni tecnologiche e il riequilibrio delle attività e degli insediamenti del territorio.

- i consumi energetici della città e il suo rapporto con l'ambiente naturale

- nuove scale di valori e costo ambientale delle merci

- l'ecosistema urbano

- la città della rendita fondiaria, i processi di pianificazione

- l'ecologia dei rifiuti

- l'economia delle aree protette

- popolazioni, risorse e ambiente, sviluppo sostenibile, attraverso lavori per l'ambiente naturale ed umano (difesa del suolo, regolamentazione delle acque, imboschimento, recupero delle terre incolte o degradate, disinquinamento e depurazione, ripristino di ambienti naturali ed equilibri geologici, nuovi prodotti agro-industriali, processi di riqualificazione urbana (degli spazi, degli ambienti, dei tempi della città), gestione dei suoli e degli ambienti urbani

- I processi di multietnicità e di diversità delle culture. Natura-cultura.

- dai patrimoni naturali e culturali un progetto per l’Italia. Il recupero e la valorizzazione dei patrimoni culturali (preesistenze archeologiche ed architettoniche, artistiche, storiche, tradizionali) è una fonte primaria di arricchimento (anche economico) per la qualità della vita, per una vita più giusta.

a) i consumi nazionali diminuiscono (e prevedibilmente in modo irreversibile) e si deve definire un nuovo stile di vita;

b) l’ Italia frana da tutte le parti mostrando fino in fondo il degrado del suolo, dell’aria, dell’acqua,

c) si mondializza la cultura e si globalizza l’economia; la società neotenica, l’uso parsimonioso dei consumi e degli stili di vita sono una necessità non più rimandabile; gli orari di lavoro hanno una riduzione inevitabile: aumenta il "tempo libero"; aumenta l’età di vita (diventa una categoria sempre più importante la terza età); servono nuovi servizi, nuovi lavori e nuove occupazioni.

d) le reti civiche possono diventare strumenti per marcare i privilegi di una piccolissima élite, ma possono anche diventare strumenti formidabili per ridisegnare le città e per promuovere una qualità della vita ed un utilizzo democratico dei patrimoni culturali, a condizione che si promuova una capillare alfabetizzazione informatica;

e) le reti di musei (capaci di utilizzare i patrimoni umanistici ed ambientali del territorio), di biblioteche, di mediateche strutturate in modo da essere accessibili a tutti e funzionali per tutti, rappresentano uno strumento essenziale per ricostruire una democrazia del sapere e per ridare ai giovani una dimensione storica e il senso delle proprie radici: per riconoscere il passato, per vivere responsabilmente nel presente e per progettare il futuro, in una dimensione mondiale, nel rispetto di tutte le etnie, le culture, le religioni, le risorse economiche, oggi sottoposte allo sfruttamento per sostenere il tenore di vita dispendioso e consumistico del ricco Occidente. Attraverso le reti civiche integrate con i beni culturali (naturali ed umani) il nostro Paese può raggiungere un secondo "miracolo": un popolo che finalmente utilizza il "potere forte" della comunicazione culturale per sviluppare il suo "benessere spirituale" fuori dalla logica dei criteri mercantili e dell'ideologia del profitto.

 

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per una riflessione a voce alta

_______________________________________________________________ La Corte di Assise di Chieti, punendo con il mimino della pena e lasciando in libertà due genitori infanticidi, ha sottolineato il ruolo di imbonimento che la televisione sta oggi esercitando sulle maggioranze della gente comune, imponendo stili e modelli di vita.

Subito c’è stata la reazione: "la televisione è il "megafono" della società". Magari lo fosse! La Corte di Assise di Chieti ha avuto il coraggio di rilevare: "Sono vissuti e vivono in un’Italia depredata da individui senza scrupoli, infarcita dai mass media che, con la persuasione occulta che diffondono, lacerano il tessuto sociale".

La Corte di Assisi di Chieti ha ripreso un tema chiarito da Alex Zanotelli (Leggere l'impero, edizioni la meridiana, Molfetta, 1996, pag.30): "E' con la televisione che noi siamo resi dei tubi digerenti. Il messaggio principale della televisione è chiaro: consumare".

Il garante dell'editoria e della radiodiffusione Francesco Casavola ricorda sistematicamente l'esistenza di un "ceto oligarchico" che utilizza i mezzi della comunicazione per un "imbonimento unilaterale", a scapito di milioni di cittadini venduti "con le alchimie dell'audience" (SOLE-24 ORE, del 31 ottobre). Un ceto oligarchico, quindi, attraverso il sistema dei media e della comunicazione educativa condiziona gli stili di vita nell'organizzazione della società, la formazione dell'adolescenza, e favorisce la deculturalizzazione e la omogeneizzazione.

Auguriamoci che non debba essere la magistratura ad indicare la strada per la "redistribuzione della conoscenza", ritenuta ormai indispensabile (Massimo D'Alema incontra a Bonn i giovani della sinistra europea, cfr. L'Unità del 28/7/1996). Come si fa a ridistribuire la conoscenza?

Bisogna soprattutto prendere atto che le modalità percettivo-motorie (così gli psicologi , vedi Antinucci del CNR), definiscono la conoscenza -anche quella tacita e diretta-, che si acquisisce attraverso le esperienze dei cinque sensi; attraverso gli alfabeti del sapere ed attraverso le esperienze dell'ambiente naturale, fisico ed antropizzato) sono non solo il sistema di conoscenza più potente, rapido ed efficace, ma anche il più antico di cui disponiamo.

E' anche il sistema più naturale, democratico ed universale, alla portata di tutti. Oggi, in Italia, queste sono le capacità conoscitive delle maggioranze della gente comune e dei giovani. Di quelli che hanno fatto un'esperienza limitata (e, spesso, traumatizzante) della scuola. La sottoutilizzazione del sistema percettivo-motorio di conoscenza porta la scuola italiana ai più bassi livelli dei sistemi di redditività dei sistemi educativi del mondo industrializzato. Ma sono anche le capacità di molti popoli e civiltà che rivendicano con forza le loro identità culturali.

Douglas Hofstandter (Concetti fluidi e analogie creative [1995], Adelfi , Milano 1996) uno dei più noti difensori delle potenzialità dell’ IA (intelligenza artificiale), uno dei più noti ricercatori sulle possibilità di riprodurre il pensiero attraverso la creazione di macchine pensanti, dopo aver fondato tutta la sua credibilità sui meccanismi del pensiero concettuale, ha dovuto prendere atto che sono emerse troppe difficoltà, che la natura del pensiero umano è fluida, che esiste una miscela di vaghezza ed efficacia dei concetti più banali ed ha dovuto compiere una revisione, non un’abiura, del sogno delle macchine pensanti, mettendo alla prova le sue nuove idee come cultore delle scienze cognitive (così si definisce) in un campo tra i più impegnativi: quello del pensiero analogico, base stessa del pensiero creativo. All’intelligenza, si può così sintetizzare il suo voluminoso libro, si arriva per analogia.

Douglas Hofstandter ricorda che la cognizione è fusa con la percezione. La percezione è fusa con l'analogia. Percezione, analogia, concetto sono profondamente intrecciati con altri processi cognitivi. Il concetto senza la percezione e l'analogia è vuoto. La percezione e l'analogia senza il concetto sono cieche. L'abilità e la flessibilità: due facce della stessa medaglia. Non c'è determinismo nei processi mentali (non determinismo cognitivo), ma fluidità: flessibilità, mutabilità, non rigidità, adattabilità, sottigliezza, duttilità, regolarità, levigatezza, agilità, ecc.

L'analogia è un processo intellettivo fondamentale e misterioso. Forse anche per questo la scienza ne ha sempre diffidato, come se vi si celasse la minaccia di una perdita di ragionamento. Eppure l'analogia continua ad agire a tutti i livelli. E alcuni grandi pensatori, da Platone a Simone Weil, hanno insinuato che solo l'analogia permette di accedere alla comprensione di realtà che altrimenti rimarrebbero opache.

Douglas Hofstandter riscopre il parallelismo (molti livelli percettivi sono paralleli) ed il ruolo chiave delle analogie e delle associazioni (l'analogia, appena percepita, diventa molto forte). Riscopre che le persone capaci hanno a disposizione molte e differenti strategie e, quindi, possono scegliere.

Viene ricordato insomma che la comunicazione e' un sistema naturale e complesso fatto di interazioni e di integrazioni. L’uomo comunica e conosce da quando è sulla terra attraverso un sistema complesso e globale integrato ed interagente che coinvolge il corpo, i sensi, la mente e il cervello.

Le informazioni, le conoscenze, i saperi, le capacità mentali (concettuali, analogiche e percettive), gli apprendimenti mediati e diretti, la memoria, i percorsi psichici della propria cultura si realizzano in modo diffuso attraverso tutti gli "alfabeti" del sapere ed una miriade di occasioni e di opportunità.

"Società Globale dell'Informazione" significa che: radio, televisione, telefono e computer (perciò: suono, musica, rumori, visivo, bit, gesti, ecc.) si integrano ed hanno nella digitalizzazione il minimo comune denominatore. E’ più facile ricordare la complessità dei saperi.

Integrare il pensiero (processi mentali) logico verbale e il pensiero (processi mentali) simbolico-analogico-percettivo (due pensieri ugualmente razionali) e farli interagire significa ricucire i pezzi separati della conoscenza: con due ali si vola meglio. Due ali per un solo volo (come ricorda J. Vidal, Sacro, Simbolo, Creatività [1990], Jaca Book, Milano 1992, pag.39) e per un atto di giustizia.

Si sgretolano le mura che ben difendono la concettualità occidentale e che definiscono che la comunicazione e la conoscenza sono privilegi di pochi. Per avvicinare la comprensione dell'Altro, non basta parlare la stessa lingua, ma si deve riconoscere che diversi stili, codici, ambienti di comunicazione e di conoscenza, diverse visioni del mondo e processi di pensiero, sono diversamente privilegiati ed utilizzati dalle varie persone e dai vari popoli,

con un numero infinito di varianti e possibilità "creative".

E' uno sgretolamento che va salutato con grande soddisfazione ed è inarrestabile. La Repubblica di sabato 28 dicembre 1996, con un articolo di Romano Giachetti, affronta i nuovi scenari di fine millennio: "L'Occidente trema, arriva il grande scontro". Viene recensito un recente libro di Samuel P. Huntington, uno studioso di Harvard che nega che il mondo nuovo debba inevitabilmente soggiacere all’affermazione della cultura occidentale.

Cadute le ideologie, finite le guerre combattute all’interno della civiltà occidentale, scomparsa la contrapposizione tra le grandi potenze e la distinzione tra primo, secondo e terzo mondo, rimarrebbero le otto grandi "civilization": Fortemente differenziate tra di loro per storia, lingua, cultura, religione e tradizioni , sono destinate a grandi e forti scontri le otto civiltà: - occidentale; - confuciana; - giapponese; - islamica; - hindu;- slavo-ortodossa; - latino americana; - africana.

Io non so se le civiltà che si scontano siano solo otto. Penso che siano molte di più. Sono convinto, però, anch’io che i conflitti (spesso armati) siano all’interno delle stesse civiltà e siano inevitabili (dice Huntington) per un insieme di motivi:

1. le differenze di lingua e di religione sono più forti delle dispute ideologiche e dei regimi politici;

2. la mondializzazione, la globalizzazione e la conseguente integrazione si scontrano con la ricerca delle radici;

3. La "revanche de Dieu" fornisce la base dell’identità che trascende i confini nazionali e unisce le civiltà;

4. La reazione e la ricerca di un profilo non occidentale alla grande potenza dell’Occidente;

5. La riscoperta delle identità culturali;

6. Il regionalismo economico è in aumento e questo ridà vigore alle diverse culture.

7. Aggiungerei un settimo motivo: la durezza con cui le élite dominanti hanno esercitato ed esercitano il colonialismo, è pari alla determinazione con cui determinano lo sfruttamento e l’emarginazione-estromissione delle maggioranze della gente comune (che non contano nulla) dalla gestione della cosa pubblica. Inevitabile è la reazione e la ricerca di un profilo anti elitario alla grande potenza delle élite. In proposito la rivista Reset (novembre 1996, n.33) ricorda in copertina: "Élites che sbagliano. Masse che si arrabbiano". Giancarlo Bosetti, nell'editoriale, con la consueta chiarezza descrive il "rancore tra masse ed élites".

Più le aree non-occidentali diventano "moderne", ricorda Samuel P. Huntington, tanto più respingono l’Occidente che non ha smesso di rappresentare il colonialismo. Si potrebbe aggiungere che più le masse (ma preferisco parlare di maggioranze della gente comune) prendono coscienza "delle disuglianze esasperate" più respingono le élites che rappresentano il "potere".

All’Occidente, se vuole sopravvivere alla prossima tornata storica, continua Huntington (ed io aggiungo, alla ristrettisssima élite dominante in Occidente) non resta che chiudersi compatto nella sua sfera culturale e accettare l’idea che la coesistenza tra civiltà diverse non solo è consigliabile, ma è la sola via d’uscita per una cultura come la nostra che è in netto declino.

Aggiungerei che:

1) siamo di fronte ad un sistema naturale e complesso in cui dovrebbero interagire ed integrarsi culture profondamente diverse (all’interno di una stessa "civiltà") per forme, stili e codici, linguaggi comunicativi e conoscitivi, per modi di pensiero ;

2) le differenze (e le tante culture e civiltà) sono state annullate, messe a tacere, disconosciute dalle piccole élite che hanno avuto il predominio nella civiltà occidentale, per favorire il colonialismo non solo nei confronti del resto del mondo, ma anche all’interno della complessità della stessa civiltà occidentale;

3) la piccola classe delle élite occidentali (il ceto oligarchico) condiziona, attraverso il sistema dei media e della comunicazione educativa, gli stili di vita nell’organizzazione delle altre classi dell’intera società. Impone deculturalizzazione ed omogeneizzazione; propone una storia solo dallaparte dei vincitori; rende accessibili i nuovi media ad élite sempre più ristrette (tariffe, standard, modi-codici-processi-percorsi di accesso, utilità, ecc:); esercita un rigido controllo sui linguaggi e forme di pensiero .

4) la società globale dell’informazione rivaluta (fino a farli diventare determinanti) quelle forme di pensiero e quegli stili comunicativi e conoscitivi (basati sulla percezione, l’analogia, la discontinuità, la sintesi, sul simbolo, sulle regole non contemplate dalla fisica, ma che funzionano) che sono stati negati dalle élite occidentali in questi ultimi tre secoli e che sono duramente combattuti, in Italia, dalle strutture dell’educazione, della cultura e della comunicazione.

La ricerca delle radici; la riscoperta delle proprie identità culturali; l’accentuazione dei limiti del sapere concettuale e delle limitazioni della fisica; il riconoscimento delle potenzialità del ragionamento simbolico-analogico-percettivo , che viene contrapposto a quel ragionamento verbale (che lo ha sempre definito "barbaro" ed inattendibile): sono questi gli elementi potenti di destabilizzazione e di scontro delle aree non-occidentali con il mondo occidentale. E per rimanere nel chiuso della nostra Italia, i fattori di scontro della cultura delle maggioranze della gente comune e della cultura delle élite.

Credo anch’io che l’unica possibilità che ha il mondo occidentale (e che hanno le élite) di sopravvivere non è quella di creare barriere, steccati, trincee e opere di difesa degli interessi delle oligarchie, ma di riconoscere la "globalità", la "complessità", la "pari dignità" delle tante culture e civiltà dell’uomo.

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Da molti anni, come ho ricordato, si rileva che le maggioranze della gente comune utilizzano in modo "naturale" il ragionamento per analogia anziché il ragionamento per parole. All’allegoria ed all’analisi, preferiscono il simbolo e la sintesi. Si sentono a loro agio nella percezione sensoriale e nell’uso della globalità dei codici, degli stili, dei linguaggi della comunicazione e non nella verbalizzazione esaltata dalla retorica, nella scala gerarchica dei linguaggi comunicativi. Insomma si sentono a proprio agio nella multimedialità esaltata dai nuovi media. Da molti anni si rileva che il pensiero concettuale, delle élite occidentali, non è il solo pensiero, l’unico, il definitivo. La discussione ormai tracima nei giornali. Umberto Galimberti su "La Repubblica" del 9 novembre 1996 rileva che "per parlare davvero con un Altro occorre non tanto scambiare parole, quanto piuttosto dimettere la propria visione del mondo per lasciar spazio, dentro di noi, alla visione del mondo dell'Altro".

Le diverse "visioni del mondo", o percorsi conoscitivi, o modalità di pensiero, o sili e codici comunicativi e conoscitivi, o "percezioni" del mondo non sono in antitesi, ma si integrano ed interagiscono. Umberto Galimberti rileva che "noi occidentale, ad esempio, abbiamo il concetto..", un modo di pensare che sfugge alle altre culture e civiltà, ad esempio agli arabi. Vorrei ricordare (e non lo si fa mai a sufficienza) che quello concettuale è un modo di pensare riservato alle ristrettissime élite del mondo occidentale e che anche da noi sfugge alle stragrandi maggioranze della gente comune nello stesso Occidente. "Concetto", continua Umberto Galimberti, è una parola che viene da cum-capio, che vuol dire prendo. Il nostro è un modo di ragionare che si basa sull'afferrare, sull'incamerare, sull'accumulare.

E' stato chiarito a sufficienza che il ragionamento attraverso il concetto, attraverso la logica come esercitazione verbale esaltata dalla retorica, vuole che la comprensione avvenga attraverso la descrizione, la rappresentazione, la deduzione, la classificazione, la catalogazione, la normativa delle regole linguistiche, attraverso il linguaggio esplicativo. La ragione occidentale, ricorda Umberto Galimberti, "non ci riserva altra novità se non quelle rigorosamente previste e predisposte dai suoi calcoli".

Altre "visioni del mondo", altre modalità di pensiero si fondano sul ragionamento simbolico-percettivo, sulla conoscenza che deriva dall'analogia, delle associazioni, dai collegamenti semantici, dall'autoevidenza percettiva sensoriale ed extrasensoriale, sul superamento del dogmatismo infantile della scienza, già sottolineato dal Poincarè. Le cose sui nuovi media e sulla multimedialità (soprattutto se stimolata dai nuovi media) stanno così, ma non bisogna dirlo.

Odile Ngo M'Billa, donna, giurista africana, in una conferenza stampa a Roma il 17 dicembre 1996 (mentre tutti si affannavano a spiegare il senso delle iniziative per l’Africa), ha iniziato il suo intervento dicendo "l'Africa chiede in primo luogo rispetto. E rispetto significa riconoscimento della propria identità culturale".

Sull’Unità del 16 novembre 1992 il filosofo Ermanno Bencivenga ricordava come il diverso (ma vorrei ricordare che si tratta della quasi totalità della popolazione mondiale) "subisca in questo momento una profonda violenza". Una violenza che "può essere concettuale: manteniamolo in vita membro di questo gigantesco mercato, però annulliamo la diversità, rendiamolo omologo a quello che noi siamo".

Il pensiero concettuale è stato un potente strumento per favorire il colonialismo e nell'occidente il potere di ristrettissime élite sulle maggioranze della gente comune. Per rimanere nel chiuso della nostra Italia, questi sono anche i fattori di scontro (ed io temo di scontro violento) della cultura delle maggioranze della gente comune e della cultura delle élite. Questi sono i motivi per cui gli utenti non devono diventare soggetti sociali. Per cui la multimedialità non s’ha da fare né ora né mai. Autorevolmente si dice: "ci sono già tanti problemi nella scuola. Non creiamone altri con la multimedialità"; "i tempi non sono maturi". Evidentemente i tempi non sono maturi per la democrazia.

Credo che il tema vero al quale siamo di fronte sia quello del riconoscimento delle identità culturali (se uno non le dimentica diventa, come nel mio caso, un pericoloso sovversivo), e perciò della democrazia sostanziale, aperta a tutti e non solo a ristrettissime élite. Il fatto che la multimedialità e le nuove tecnologie siano utilizzate ignorando le loro potenzialità, non è certamente casuale, come non è casuale che la televisione (sempre più degradata) abbia in Italia un ruolo spropositato (è l’unico strumento di informazione per la maggior parte degli italiani) e non sia inserita in una rete, in un sistema di opportunità educative, culturali e comunicative.

Il comportamento, il catastrofismo e l’arroccamento nei propri privilegi di molti intellettuali è dal loro punto di vista giustificato: vedono cadere i loro dogmi, le loro certezze, i loro poteri (consolidati nei saperi e nei linguaggi esoterici ) a vantaggio di popoli legati a diverse civiltà e di nuove classi sociali che emergono. Devono prendere atto che l’Occidente e le sue élite non sono in grado di portare valori e democrazia. Non vogliono accettare la "complessità", la "modernità°, l’"internazionalizzazione" e mirare ad uno sviluppo integrale, riconoscendo la dignità di tutte le "culture", quelle dei popoli nuovi (in realtà antichissimi, colonizzati, sfruttati, annullati nelle loro identità) e quelle delle maggioranze della gente comune (che mai hanno avuto il rispetto di soggetti sociali), anche nella nostra Italia.

* * *

Tullio Sirchia si chiede: la cultura multimediale è cultura umanistica tecnologizzata o cultura scientifica informatizzata o una sintesi di entrambe? Oppure un insieme di tutte queste cose e, al tempo stesso, qualcosa di inedito che apre un nuovo orizzonte di civilizzazione?

La multimedialità (non dovrei ricordarlo a chi lo sa bene) è, infatti, lo sforzo di adattare la rappresentazione delle informazioni a tutte le capacità percettive e cognitive della mente, per permettere una esplorazione attiva delle informazioni, rendendo ogni individuo, qualunque sia la sua cultura e la sua civilizzazione, (e non solo ristrettissime élite) protagonista dei processi comunicativi e conoscitivi.

La multimedialità tecnologica è una novità ancora più sconvolgente. Vengono esaltate tutte le facoltà umane attraverso processi e prodotti (plurilinguistici, integrati, interattivi, polifunzionali) di basso costo e di facile uso (soprattutto per chi usa un pensiero analogico e percettivo e non solo concettuale), con incorporata la tecnologia che consente l’organizzazione delle informazioni offerte, la loro manipolazione, la simulazione, la produzione di nuovi materiali, al fine di una partecipazione attiva alla produzione ed al trasferimento dei saperi. Con la multimedialità:

- C’è il recupero di facoltà che credevamo perse, ma che, in una società multietnica e multiculturale, vengono rimesse in circolo e viene riconosciuta dignità a forme e modi di pensiero che attengono alle civiltà non-occidentali ed alle maggioranze della gente comune anche nei paesi occidentalizzati.

- Cambia completamente la percezione dei media.

- Cambia l'apprendimento che non è più sottoposto a sedimentazioni, ma a rapide e continue innovazioni.

- cambiano i percorsi sociali e individuali verso la conoscenza. La multimedialità scatena e alimenta il pensiero analogico ed una percezione attiva, una conoscenza tacita, anonima e diretta, invertendo il rapporto passivo con le informazioni, creando processi di comunicazione personalizzata ed individualizzata, autogestita, interattiva. Soprattutto processi non più esoterici e riservati alla cultura concettuale delle ristrettissime élite, che tutt’al più se ne fanno mediatrici.

Insomma la multimedialità ed i nuovi media digitali (così naturalmente gestiti dai non-occidentali e, in Occidente, dai non-elitari) insidiano i privilegi delle élite bianche, ricche, concettuali dell’Occidente. Se la multimedialità ed i nuovi media non sono incanalati nei collaudati meandri della conoscenza e nella diffusione dei vecchi saperi, rischiano di ridistribuire sostanzialmente i poteri sia su scala regionale, sia su scala planetaria.

Quindi le élite si oppongono. La multimedialità può essere intesa come la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità analogico-percettive (fatte di evocazioni, di associazioni, di collegamenti semantici, di autoevidenza percettiva sensoriale ed extrasensoriale) e cognitive della mente, in ogni singola persona e vuol dire: complessità, modernità (superando il dogmatismo infantile della scienza, come dice il geniale Poincarè, che pure era un positivista o razionalista moderno e l'intellettualismo inaridente, come dice Jousse), globalità, multiculturalità.

In questo caso porta a riscoprire l'uomo tutto intero (tutte le "visioni del mondo" e le modalità di pensiero), che si confronta continuamente (attraverso l'io individuale e l'io sociale) con la vita nei suoi aspetti antropologici, costanti ed universali e non solo etnici e culturali (evidentemente legati ad un ambiente).

L'uomo che pensa con tutto il corpo: Scientia in vivo (è la vita stessa che dobbiamo studiare per comprendere l'uomo) ha continuo contatto con il "concretismo", con le esperienze che vengono "intus-scuptate", ammassate dentro se stessi.

Se è naturale il passaggio all'algebrismo (alla ricerca di codici di comportamento), è drammatico, e tipico della nostra civiltà concettuale e libresca, il passaggio all'algebrosi, al congelamento, al ritualismo dogmatico: Scientia cum libro.

Nelle biblioteche europee del '700 esistono scaffali antagonisti, spesso anche fisicamente contrapposti, per i libri Historici Profani o Theologici. Gli studi di storici laici e teologi apparentemente non si incontrano mai, però sono concordi solo nel raccontare la storia dalla parte dei vincitori con la convinzione che è il potere e, dunque, chi vince la guerra, a tracciarne il percorso, negando la dignità del quotidiano, delle paure, delle gioie, delle attese, di ciò che può servire a vivere in tutti gli esseri che sono sulla terra. Sembrerebbe una dura contrapposizione. La contrapposizione tra scienza e fede che ha drammaticamente il mondo occidentale. Ma non la contrapposizione tra due culture: gli Historici profani (positivisti e razionalisti) e Theologici sono concordi nella visione razionalista-ellenista-liberale della storia che disprezza o ignora la forza del mitico-simbolico. Dovremo prendere coscienza insieme ad Arturo Paoli "che lo svuotamento dei simboli è immensamente più grave che la persecuzione. E' più grave la banalizzazione dei simboli che la bestemmia".

La domanda di Tullio Sirchia stimola una riflessione più attenta alla ricerca dei fondamenti epistemologici della cultura audiovisiva, direi meglio della percezione sensoriale e motoria da affiancare ai fondamenti di linguistica (cfr. Raffaele Simone).

Perché in questi anni c'è stata da parte delle élite, non importa se di sinistra o di destra, una resistenza ed una reazione così dura per impedire la nascita di una cultura multimediale, al punto da far risultare la multimedialità come un diritto negato? Eppure, guardando alla forte discussione della fine degli anni Sessanta relativi alla "consapevole scelta sul tipo di società che dovremo fronteggiare o che vogliamo costruire" (Rapporto '80, capitolo I.17), troveremo in modo più o meno integrale la discussione che oggi stiamo facendo. Oggi parliamo più consapevolmente di complessità, mondializzazione, società globale dell'informazione, allora si parlava di "progressi dell'automazione" e di "società tecnotronica".

In quegli anni si sviluppò anche la discussione sulle due culture: umanistica \ scientifica (Charles P. Snow, le due culture [1959] Feltrinelli, Milano, 1964). L'ottimismo con cui gli scienziati guardano al futuro, rilevava L, Geymonat, nella prefazione, può apparire eccessivo e persino ingenuo; di contro c'è la preconcetta diffidenza degli umanisti che esaltano la cultura "tradizionale", denigrando il progresso odieno, quasi che la liberazione dalla miseria (che è il fine ultimo di questo progresso) costituisse fatalmente un incentivo alla superficialità e all'imbararimento morale. Se emerge chiaramente il conservatorismo dei propri privegi da parte delle élites al potere, è però evidente che quella tra cultura scientifica e cultura umanistica è una contrapposizione, all'interno della stessa civiltà, ideologia, legata ad una sola modalità di pensiero e al sapere classico che detta norme e dottrine astratte. La cultura scientifica tuttavia vede nello sviluppo di una cultura tecnica e di un progresso tecnologico la via d'uscita per affrontare una ridistribuzione dei saperi e dei poteri.

Alla fine degli anni Sessanta si sviluppò anche con molta forza, anche se con un certo provincialismo, il confronto tra le due culture: d’élite e popolare:

"- esiste, sia pur lacerata dall'esplosione conoscitiva, la cultura d'élite, trasmessa dalla scuola (abbiamo visto che questa trasmisisone rigurada numeri molto piccoli), tutta basata sulle discipline umanistiche di radice greco-latina, sulla sacrale sovranità della parola e dell'esperienza già concettualizzata;

- esiste ancora una cultura popolare, che riassume i resti dei costumi locali, dei "linguaggi" e delle forme di comunicazione dialettale, irrimediabilemnte insidiata dalla società industriale e troppo spesso riesumata, in chiave folclorica, in modo intellettualistico e spettacolare e, quindi, deformante" ("Il museo come esperienza sociale", Roma dicembre 1971).

Oggi si può notare che questa distinzione era inesistente in Occidente almeno per tutto il primo millennio. . La scrittura, che può essere anche strumento di partecipazione e di liberazione, non è la causa di questa contrapposizione (allora fortemente diffusa in alcune regioni europee anche tra gli strati popolari ed in almeno l'80 % della popolazione) , anche se è sicuramente (tra le altre cose e quando si fa portatrice della cultura algrebrosata, congelata, libresca), lo strumento esoterico di conservazione del potere.

Dalla degradazione della cultura popolare emerge la cultura di massa, definita dai sociologi , già alla fine degli anni Sessanta, un sotto sistema culturale, che lascia totamente esposte le classi carenti di una organica formazione esistenziale ad un processo di influenza propandistica e pubblicitaria. Già allora si sentiva la necessità di uno sviluppo del livello culturale "attraverso un efficace controllo sociale dei mezzi di comunicazione di massa...e mediante la creazione di nuovi centri di diffusione della cultura" (Rapporto '80, Rapporto preliminare al programma economico nazionale [1971-75], Sansoni, Firenze, 1970, capitolo II.64).

Il superamento della cultura di massa avrebbe dovuto portare alla "cultura delle culture", intesa come momento partecipativo di tutti, come cultura globale, cultura di tutti capace di riscoprire le capacità comunicative e conoscitive dell'insieme dei linguaggi. Si prefigurava allora quella che oggi chiamiamo la cultura multimediale (Cfr. L. Galliani, Multimedia, 2, 1991, aggiornato da A.Thiery, Alfabeti del Sapere, La Nuova Italia, Firenze, 1993).

Ecco io non credo che la civiltà degli Historici profani e dei theologici siano contrapposte, come non credo che la cultura umanistica (dell'esercitazione verbale sostenuta dalla retorica) e la cultura scientifica (dell'intellettualismo rigoroso della logica) siano contrapposte. Nascono dallo stesso ceppo.

La cultura scientifica e la cultura umanistica nella nostra civiltà si sono spesso presentate (a volte strumentalmente) separate, al punto che la scuola le ha trattate come due culture contrapposte. La loro riunificazione è nella scuola italiana un'esigenza primaria e drammatica. L. Geymonat, nella prefazione al libro di Charles P. Snow notava come "le nostre istituzioni scolastiche si reggono su una tradizione filosofica che da secoli afferma (sia pur con molte varianti) l'assoluta separazione del "vero" sapere dal sapere tecnico-scientifico, ed è anzi giunta a sostenere (con l'idealismo crociano) che l'attività scientifica non fa parte dell'attività conoscitiva. Stando così le cose, non è possibile, in Italia, illudersi di poter rinnovare le istituzioni scolastiche senza affrontare una previa, approfondita, discussione del rapporto scienza cultura".

Da questa preoccupazione, del resto pienamente condivisibile, deriva la domanda di Tullio Sirchia (uomo di scuola), da questo deriva il suo impegno: la cultura umanistica e scientifica si sintetizzano nella cultura multimediale: tre civiltà e tre umanesimi, tre modi di pensare e di vivere. Tullio Sirchia si rende ben conto che questo è uno degli aspetti importantissimi del problema, nonla soluzione del problema: "in verità, sul tema delle Tre Culture non tutto è chiaro".

Il fine vero della propria ricerca è per Sirchia (come del resto lo era in Snow, lo è in Geymonat ed in ogni uomo che meriti questo nome e che voglia la liberazione e non l'oppressione dell'Altro) è scoprire non la cultura umanistica, ma l'umanesimo, l'antropologia, in ogni forma di cultura.

La contrapposizione vera mi sembra tra "scientia in libro" e "scientia in vivo"; tra cultura libresca e cultura antropologica; tra l'uomo delle ideologie astratte (umanistiche e scientifiche) e l'uomo delle esperienze concrete. Tra visione razionalista-ellenista-liberale della storia e culture delle maggioranze della gente comune, caratterizzate da una da una cultura comunitaria, simbolica, sintetica, festosa, rumorosa, plulinguistica e creativa.

Allora si alle tre culture. La cultura delle élite (umanistica e scientifica, che si adatta [cercando di democratizzarsi] alla cultura tecnica ed allo sviluppo tecnologico) e la cultura popolare (degradata nella cultura di massa ed in parte risarcita dalla cultura tecnica e dallo sviluppo tecnologico. Non a caso alla maggior parte dei giovani vengono aperte le strade [ma solo quelle] dell'istruzione tecnica e professionale), possono trovare una sintesi nella cultura multimediale, intesa come cultura dei media, ma come cultura antropologica (multiculturale, globale) supportata dai nuovi media.

Ecco la "pericolosità" della cultura multimediale, ecco i motivi della opposizione feroce da parte delle élite prima alla cultura analogica e percettiva e poi allo sviluppo della multimedialità intesa come rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità percettive e cognitive della mente, in ogni singolo uomo, in condizione sociale, ogni luogo della Terra.

Si potrebbe ripercorrere la storia dell'umanità in questi ultimi due/tre millenni (lo scontro tra popoli e civiltà) per rendersi conto di come siano antichi i problemi di cui oggi dibattiamo. Si potrebbe guardare anche a come l'introduzione del cristianesimo nel mondo nelle culture non occidentalizzate veniva presentata come un dono che penetrava profondamente le anime per cambiarle, e che dal IV secolo in poi (quando prevale totalmente la visione latino-greca e l' eccessiva ellenizzazione del cristianesimo) fu esposta con un aspetto spettacolare, con miracoli ad ogni pie' sospinto: resurrezione dei morti, guarigioni dei malati e degli indemoniati, idoli che cadono e animali che agiscono da esseri umani. Scompare Gesù di Nazareth, finisce il cristianesimo che gli esegeti chiamano apocalittico, ma che sarebbe più giusto chiamare antropologico. Scompare l'"antropos", sostituito dal concetto tutto astratto (ed oggi imperante) di "persona".

Smentendo un luogo comune dobbiamo ricordare con forza che dal IV secolo in Occidente una razionalità astratta e tutta dottrinale ed ideologica cancella l'analogia ed il simbolo e mira (incredibile a dirsi) allo spettacolarismo, esattamente quello che succede oggi nelle trasmissioni televisive. Sono frequenti (allora, ma anche oggi) le visioni allucinatorie, il profetismo, le stramberie e gli attacchi ascetici. Prevale una escatologia totalmente extra-mondana, cosmica, fuori della storia, ai margine dei cambiamenti sociali e politici, prevalere il significato di salvezza dell'anima individuale. L'iniziazione nel mondo occidentale (seguendo l'individualismo della tradizione greca) è individuale. La cultura individuale del ragionamento verbale prevale (allora come oggi) sulla cultura sociale, antropologica dell'analogia, della percezione e del simbolo.

Non è un caso che su questi temi si interrogano più degli altri le comunità dell'America detta latina, dove è più forte il contrasto non solo tra civiltà, condizioni di vita, ma tra cultura delle élite (fatta di razionalità astratta) e cultura popolare (fatta di esperienze concrete). Non c'è bisogno di una cultura libresca, ma di una cultura antropologica che può essere appannaggio di tutti, anche degli analfabeti. Quello che conta è l'esperienza cosale, la percezione sensoriale e motoria, i ritmi ed i suoni, i colori i sapori, gli odori, la visione intesa come forza creativa e mezzo di comprensione umana: il visionario immaginifico, la visione profonda, determina le esperienze e la realtà.

Fin dalla più remota antichità, sia accettando la filosofia degli opposti, sia condannando il dualismo, l'uomo si prefigge, muovendosi, di cercare, domandare, guardare, capire, ascoltare, ricevere l'aperta visione, guardare apertamente all'interno di se stessi e del proprio prossimo. Si prefigge la conquista di quel "centro del Mondo" dove tutti gli opposti si congiungono; dove scompare la dualità, viene superata ogni considerazione dualistica tra le categorie, create dalla mente ordinaria ed ordinatrice. Delle cose si fa una sintesi unitaria.

Nel numero di settembre 1995 di "RESET", J. Habermas, in un articolo dal titolo "Così l'omogeneità diventò un veleno", ammonisce con grande chiarezza che "la diversità delle forme culturali di vita, dei gruppi etnici, delle visioni del mondo e delle religioni è o già grande, o almeno crescente. Se non si vuole una pulizia etnica, non c'è alternativa a questa via che porta verso la multiculturalità...Nascosta dietro una facciata di omogeneità culturale, potrebbe delinearsi, nel migliore di casi, la conservazione oppressiva di una cultura maggioritaria egemonica...La cultura maggioritaria deve rinunciare alla sua prerogativa storica di definire i termini ufficiali di quella cultura politica generalizzata, che deve poter essere condivisa da tutti i cittadini, quali che siano le loro origini ed il loro modo di vita".

Secondo me, se non accettiamo la complessità, la globalità, la multiculturalità, la multimedialità, operiamo quella che a ragione J. Habermas chiama "pulizia etnica". Quando Arturo Paoli dice "che lo svuotamento dei simboli è immensamente più grave che la persecuzione. E' più grave la banalizzazione dei simboli che la bestemmia", vuol dire che è una "pulizia etnica". Lo sappiamo da molti anni. Il Progetto 80 (ricordo pubblicato da Sansoni, Firenze, nel 1970) si presenta come uno "strumento originale per una didattica nuova, per un'educazione civica non libresca, per la consapevolezza dei problemi storici del paese verificata in un disegno critico del futuro, per dare concretezza alle tensioni dei giovani e al loro desiderio di partecipazione, un tramite suggestivo tra scuola e la vita".

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La razionalita’ non e’ una caratteristica del pensiero verbale, come normalmente si dice, ma di tutte le forme di pensiero (processi mentali e visioni del mondo) analogico, simbolico, percettivo, sensoriale. non ci sono pensieri alternativi, (o il pensiero verbale razionale \ o il pensiero di "natura barbarica"); c'è un sistema (&) di pensiero per cui sono profonde le relazioni tra analogia, percezione e cognizione. Il pensiero analogico, simbolico, percettivo, sensoriale (considerato di natura barbarica) non e’ alternativo alla razionalita’ del pensiero verbale. E' ugualmente razionale.

Come ho ricordato le modalità percettivo-motorie (così gli psicologi definiscono la conoscenza, tacita e diretta, che si acquisisce attraverso le esperienze dei cinque sensi; attraverso gli alfabeti del sapere ed attraverso le esperienze dell'ambiente naturale, fisico ed antropizzato) sono non solo il sistema di conoscenza più potente, rapido ed efficace, anche il più antico di cui disponiamo.

L'esaltando solo la logica verbale, i diversi stili, codici, ambienti di comunicazione e di conoscenza sono cancellati. L'escludere i processi percettivi ed analogici (la discontinuità ed il parallelismo) porta a serie limitazioni. Un sistema così complesso come quello della comunicazione non può essere ridotto a pochi elementi, emarginando le strutture di comunicazione delle stragrandi maggioranze della gente comune.

La pretesa di esaltare, come razionale, solo la logica verbale e ridurre tutto a "concetto", non è un fenomeno nuovo nel panorama politico e culturale europeo. Uno dei primi strumenti che i gesuiti svilupparono per qualificare le loro scuole fu appunto il conceptismo (cfr.: Alfonso de Ledesma, 1600: "Conceptos espirituales".)

Con questo nome fu identificata una corrente di pensiero degli inizi del Seicento spagnolo: Quando cominciò a svilupparsi il gongorismo (che aveva la pretesa di "far cultura" con i linguaggi simbolici "popolari", di ricordare, all’accademia ed alle élite, che non esiste solo il ragionamento per parole) prese corpo il tentativo di concettualizzare ogni momento della comunicazione.

I linguaggi dei media e i linguaggi dei giovani, si voglia o no, attraverso la percezione, coincidono. Non fare la scuola multimediale, significa lasciare solo alle discoteche, ai concerti rock ed al karaoke televisivo il ruolo di "agenzie formative". Paradossalmente i nuovi strumenti della comunicazione, anziché cogliere i segni del cambiamento e sviluppare i propri linguaggi auditivi e simbolico-percettivi e valorizzare le proprie potenzialità di agenzie educative, sono utilizzati nella loro inefficacia e nei loro limiti, registrando, riproponendo e trasmettendo in modo spettacolare ed estetizzante la Kultura della filologia e del fisicismo ed i saperi testuali codificati e didatticizzati dalla normativa concettuale della logica intesa come esercitazione verbale, esaltata dalla retorica.

Demonizzare e sclerotizzare la comunicazione plurilinguistica, multimediale e polifunzionale ( la comunicazione dei bambini, dei giovani e di quelle maggioranze della gente comune che sono tenute ai margini della vita culturale, economica, sociale e politica), significa considerare un fallimento in termini scolastici il non essere idonei a decodificare ciò che è stampato, mentre al di fuori delle aule scolastiche, l'audiovisivo sta ridiventando il più influente mezzo di comunicazione. Come ho ricordato, la multimedialità (intesa come la rappresentazione delle informazioni secondo tutte le modalità di pensiero e le capacità percettive e cognitive della mente, in ogni singolo uomo) e perciò il diritto alla comunicazione diventano diritti negati.

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Il comportamento, il catastrofismo e l’arroccamento di tanti intellettuali che si dicono progressisti è dal loro punto di vista giustificato: vedono cadere i loro dogmi, le loro certezze, i loro poteri (consolidati nei saperi e nei linguaggi esoterici ) a vantaggio di popoli legati a diverse civiltà e di nuove classi sociali che emergono. Devono prendere atto che l’Occidente e le sue élite non sono in grado di portare valori e democrazia. Non vogliono accettare la "complessità", la "modernità", l’"internazionalizzazione" e mirare ad uno sviluppo integrale, riconoscendo la dignità di tutte le "culture", quelle dei popoli nuovi (in realtà antichissimi, colonizzati, sfruttati, annullati nelle loro identità) e quelle delle maggioranze della gente comune (che mai hanno avuto il rispetto di soggetti sociali), anche nella nostra Italia.

Molte sono state le resistenze (tradotte in questi anni in vere e proprie massicce iniziative contrarie) che hanno impedito fino ad oggi e che mirano ad impedire la nascita di una cultura, di un’educazione, di una comunicazione multimediale (intesa come pluralità dei linguaggi e come possibilità di utilizzare le potenzialità comunicative e conoscitive di tutti) e che impediranno la utilizzazione a fini sociali delle nuove tecnologie. La multimedialità ed i nuovi media digitali (così naturalmente gestiti dai non-occidentali e, in Occidente, dai non-elitari) insidiano i privilegi delle élite bianche, ricche, concettuali dell’Occidente. Se la multimedialità ed i nuovi media non sono incanalati nei collaudati meandri della conoscenza e nella diffusione dei vecchi saperi, rischiano di ridistribuire sostanzialmente i poteri sia su scala regionale, sia su scala planetaria. Quindi le élite si oppongono.

E’ chiaro che cosa è multimedialità; che si saprebbe come farla; ma è altrettanto evidente che "i tempi non sono maturi" per fare degli utenti dei soggetti sociali. Basta rileggere l’Unità dell’ 8 novembre 1992. Pietro Marengo, direttore editoriale della Utet, diceva: "Sono in tanti oggi a cercare di rincorrere la multimedialità risolvendola con una cassetta appiccicata ad un testo. Quando invece multimedialità vuol dire integrazione, amalgama forte tra modi differenti di comunicare gli stessi contenuti: un’operazione per la quale i tempi non sono ancora maturi". Tanto è vero, che la UTET distribuisce i suoi prodotti appiccicando i CD Rom al testo.

I problemi non sono semplici, anche perché come dice la sentenza di Chieti, siamo di fronte ad individui senza scrupoli. Malgrado tutto penso (e la sentenza di Chieti, gli articoli di Repubblica, mostrano che i temi stanno diventando di grande attualità) che le cose stiano cambiando, se non altro perché la complessità e la mondializzazione sono ormai inarrestabili. A Roma, come era successo nell’età imperiale, il cosmopolitismo orami si tocca con le mani: gli stranieri residenti sono circa 180.000 di circa 100 nazionalità; i matrimoni misti ed il numero di ragazzini delle scuole elementari e medie legati ad altre culture, di cui si sentono fierissimi, non si contano più.

Che fare?

I tempi non sono forse maturi per mettere a frutto il ruolo della percezione acustica e visiva, come fa Ruggero Pierantoni? (Cfr. La trottola di Prometeo, Laterza, Bari-Roma, 1996, con una eccellente bibliografia). Bisogna utilizzare e rivivere tutti i documenti figurali ed antropologici, tutti gli ambienti, i luoghi, le forme, i mezzi, le esperienze dell'ambiente naturale, fisico ed antropizzato, i linguaggi (anche quelli detti, con termine pigro non verbali, come immagine, colore, suono, musica, luminosità della visione, ecc.), le modalità percettivo-motorie (il sistema di conoscenza più antico ed anche più potente, rapido, efficace), che stimolano esperienze non solo verbali, ma anche simboliche, analogiche, sensoriali, percettive ed extrasensoriali. Che consentono di promuovere percorsi e processi psichici, di "evocare" dalle conoscenze profonde e dalla memoria, cioè da tutte le esperienze conoscitive che derivano dagli alfabeti del sapere, dalle esperienze (archetipiche, genetiche, individuali, sociali, ambientali, passate e presenti) fatte nella vita quotidiana e nel proprio ambiente vedendo, sentendo, scrivendo, odorando, toccando, assaporando, ecc.ecc.

Per far questo bisogna preparsi e preparare.

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