I MOZARABI
Antonio Thiery
A
Natale del 1995 invitai gli amici a qualche riflessione mirata alla ricerca
delle testimonianze della storia che consentono di riconoscere un sistema di integrazioni
e di interazioni, nel piccolo Mediterraneo, in una dimensione globale e nel
particolarismo di popoli, culture, stili di vita, religioni.
Le
guerre nei Balcani, la distruzione dei popoli Persiani, Palestinesi, Curdi,
Armeni, Etiopi, ecc., di tutti quei popoli che hanno largamente contribuito a
definire la composita cultura europea, mi invita a riproporre quelle
riflessioni, guidate dal "mapa mundi, del Commento all'Apocalisse di
Beato". Per comodità riproducevo i folios 34v e 35 del codice della
Cattedrale di Burgo de Osma, miniato nel 1086.
Beatus
de Liébana, In Apocalypsin, Libro II, 3,1-5, dell'anno 776, nella Penisola
Iberica ormai islamizzata, ricorda che "Apostoli graece, latine missi
interpretantur... Ipsos enim misit Christus evangelizzare per universum mundum.
Ita ut quidam persas, indosque penetrarent"... "Qui cum omnes unum
sint, singuli tamen eorum ad predicandum in mundo sortes proprias acceperunt.
Petrus, Romam. Andreas, Acaiam. Thomas, Indiam. Iacobus, Hispaniam. Ioannes,
Asiam. Matheus, Macedoniam, Philippus, Gallias. Bartholomaeus, Licaoniam. Simon
Zelotes, Aegyptum. Mathias, Iudaeam. Iacobus frater Domini, Ierusalem"
(ibidem, II, 3, 59-70).
Su
questa base avviai qualche riflessione, forse petulante e infastidente.
Sentivo, però, la necessità di proporre una riflessione sempre più approfondita
su alcuni momenti della storia medievale, capaci di offrire grandi occasioni di
fiducia e di stimolare una capacità progettuale nell’attuale momento di grandi
sconvolgimenti. A ciascuno di noi, credente o meno, è richiesto, infatti, di
vivere fino in fondo nel mondo e di essere un profeta.
La
civiltà, il vangelo si sono inculturati soltanto nella cultura latino-greca?
Solo nella logica concettuale? Solo nel ragionamento verbale e deduttivo?
I
libri di storia presenti nelle nostre scuole, nelle nostre università e nelle
nostre librerie, dicono di si e delineano un quadro molto semplice, tutto
centrato sul nord del bacino del Mediterraneo: la potenza dell’impero romano
portava ovunque la civiltà e la pace. Poi c’è il crollo dovuto alle invasioni
barbariche. Il cristianesimo, legandosi alla cultura ellenistica, consente la
rinascita, ecc.ecc.
Questo
dicono, magari in modo più sofisticato, i libri di storia. Le cose non stanno proprio così. L'anno
Santo del 2000 dovrebbe rappresentare un'occasione per rivisitare la storia,
per darsi una visione storica più rispettosa della verità e degli
"altri". I pacifisti, gli uomini di sinistra e i cristiani dovrebbero
essere i primi. Anche solo ricercando le testimonianze dei cristiani a Roma
(del rapporto tra i cristiani & Roma) nei primi 13 secoli, credo che sia
possibile delineare un quadro di riferimento molto diverso da quello che viene
presentato nelle scuole italiane e, in particolare, romane dove ormai in ogni
aula sono presenti ragazzi che provengono da altre culture, spesso "extra
comunitarie", che hanno altri stili comunicativi e conoscitivi. Provengono
da culture e da stili conoscitivi sottomessi e cancellati (e giustamente e
spesso pericolosamente rivendicati) ma nobilissimi e che molto hanno
contribuito alla crescita della società e dell'economia dell'Occidente.
Dovremmo
studiare in modo nuovo la storia, per scoprire che ci sono stati periodi della
storia europea in cui il rapporto tra popoli, culture e religioni diverse non
si sono configurati come l’opposizione di nemici irriducibili. Anzi si
realizzarono "incontri" che, insieme ad aspri conflitti politici e religiosi,
diedero origine a vasti ed originali scambi culturali, che senza emarginare gli
aspetti di insuperabili differenze, realizzarono straordinarie sintesi di
civiltà. Sintesi (sistema integrato di etnie e di culture interagenti) ,e non
sincretismo (giustapposizioni, federazioni di popoli etnicamente e
culturalmente "puliti").
Che
facciamo? Cacciamo coloro che non si sono abbeverati alla cultura ellenistica e
occidentale o cominciamo a ragionare in altro modo? Non è solo questione di
giustizia o di risarcimento storico. E’ questione fondamentale per vivere con
consapevolezza la drammaticità del momento presente e per progettare il futuro.
Non diceva papa Gregorio che i tempi della profezia sono tre: passato, presente
e futuro? Che non si può profetizzare il futuro (nemmeno Dio può farlo) se non
si conosce il passato e non si vive fino in fondo il presente?
Mi
limito a qualche considerazione sul medioevo, e, essendo un mozarabista, farò
pedantemente riferimento a questo popolo.
La
nostra accademia e le nostre strutture educative magnificano, nel ricordo, il
monaco Alcuino. Si dice che alla fine dell' VIII secolo, quando tutto era
distruzione e barbarie, fu il massimo esponente della rinascita degli studi.
Ignorano altre fonti ed altre esperienze molto diverse, ad esempio il Commento
all'Apocalisse di Beatus, prete di Liébana, nella Penisola Iberica (che pure
Alcuino riconosce come suo maestro), che definisce le inculturazioni del
vangelo al di fuori della cultura latino-greca. Le definisce, rimanendo fedele
fino in fondo ad esempio a Paolo (che ebbe l'incarico di predicare in
omnibus gentibus e non per universum mundum), citando padri vicini
alla tradizione greco-romana e ricordando, con il mappamondo, la "dispersio
apostolurum". A dire il vero il Commentario di Beatus (giunto a noi in
tante copie del X secolo miniate in modo straordinario) fu stranamente
dimenticato anche dal Migne (e forse si tratta di una dimenticanza ideologica).
Le opere di Beatus solo ora vengono pubblicate per la prima volta in
un'edizione critica a diffusione molto "restringida", con orribili
tavole a colori.
Non
sappiamo quanto il codice del Commentario di Burgo de Osma (con la terra
sferica), che riproduco, sia fedele allo schema del mappamondo proposto da
Beatus tre secoli prima. Si tratta comunque di una testimonianza antica, di un
millennio fa, del "buio" XI secolo: Pietro e Paolo sono a Roma, ma
sparsi per il mondo ci sono i due Jacobi, Filippo, Andrea, Marco, Matteo,
Bartolomeo, Giovanni, Tommaso. Stanno dovunque. Non sono presenti solo nella
"quarta pars" del mondo, al di là dell'Oceano. In quelle terre
sconosciute e irraggiungibili, che pure, ritenevano gli uomini del medioevo,
dovevano esistere, anche perché ne avevano dato notizia (da cui attinsero evidentemente
i miniaturisti del X ed XI secolo) i Normanni penetrati lungo i fiumi della
Penisola Iberica già a metà del IX secolo.
Il
Mediterraneo (rappresentato da quella linea che separa ed unisce l’Europa
dall’Africa), proprio come ci ricorda oggi chi studia la globalizzazione
dell’economia, è una modesta porzione del mondo.
Di
Beatus e soprattutto della inculturazione del Vangelo nei quattro angoli del
mondo (in tante culture diverse, quanti sono gli uomini sulla terra) non c'è
notizia nei libri di scuola. Delle tante miniature del X/XI secolo che
proponevano il sapere medioevale a coloro che (e non certo per ignoranza)
"litteras nesciunt", c’è traccia solo delle decorazioni di qualche
libro esoterico di magia. O abbelliscono, con "illustrazioni esotiche"
qualche dotto studio. In compenso al "fetentissimo" Alcuino è
riconosciuto il ruolo di salvatore della "cultura" e di ispiratore
della rinascita carolingia. Certo ha salvato la cultura occidentale ed ha
ucciso le altre culture. Ha portato la "pace", ha ri-portato la
"pace romana".
E'
proprio vero che i vincitori, per prima cosa, falsificano la storia.
Bellarmino
Bagatti, nel bel libro "La chiesa primitiva apocrifa" ricorda
che il suo libro "non è un manuale di teologia per insegnare ciò che il
cristiano deve sapere, ma uno studio storico per fare sapere ciò che avvenne
nel II secolo dopo Cristo".
Galileo
Galilei, per difendersi dalle accuse dell’Inquisizione e del Card. Bellarmino,
soleva ripetere una frase che va attribuita a Cesare Baronio: "io
guardo come vadi il cielo, non come si vadi al cielo". Bisognerebbe
guardare come andava il mondo in epoche e terre per lo più dimenticate, non
come doveva andare secondo le leggi della normativa concettuale sposata dal
cristianesimo latino-greco.
Molti
studiosi (e ultimo N. Chomsky) sostengono che compito della classe dominante è
quello di falsificare la storia. Io prendo semplicemente atto che molta della
storia, riportata nei libri e che si insegna nella scuola e nell’università è
una semplice narrazione fantastica.
Da
tanto tempo, guadagnandomi la fama ed il trattamento di pericolosissimo
sovversivo, cerco di studiare il cristianesimo che si è diffuso nei primi 13
secoli ed in Europa, e che non subisce l’inculturazione del vangelo nelle
culture ebraica, greca, romana, germanica.
Il
mio laboratorio è costituito dal Medioevo europeo. Suggestionato dal ricordo di
Agostino Thierry, ricorro, come lui, anche "a procedimenti induttivi
suggeriti dalle leggende, dalle poesie dell’epoca, dai documenti diplomatici e
da quelli figurali". Il mio metodo di lavoro si fonda
sull’osservazione per quanto è possibile, almeno dell’ambiente naturale,
diretta (e non potrebbe essere diversamente visto che riguarda epoche e popoli
che facevano del pellegrinaggio l’elemento conoscitivo essenziale), anche se
non dimentico una preparazione ed un metodo filologico, acquisiti anche
frequentando (cosa assai rara negli anni universitari ormai lontani) il
faticoso, ma bellissimo corso di "paleografia e diplomatica".
Il
quadro di riferimento del mondo antico e medievale che io ho imparato a
conoscere viaggiando per l’Europa, è molto diverso da quello che viene
presentato.
Non
mancano studi settoriali ed anche complessivi di grandissimo livello, che
mettono bene in evidenza come la storia dell’uomo vada studiata con i metri
della scienza della complessità. Ma questi studi sono riservati a pochi: sono
strumenti accessibili a tutti, ma ai quali hanno accesso pochi. Non è che
manchi una divulgazione. Questi studi spesso sono ripubblicati nelle collane economicissime
dei grandi editori. I libri di testo cominciano anche a delineare una realtà
più complessa di quella legata solo al mondo greco e romano, ma manca, per così
dire, un terreno di coltura che consenta un’acquisizione popolare o per lo meno
diffusa di questo quadro. Sembra quasi che sia lecito parlare di certi
argomenti solo in modo accademico o tra i pochi che in Italia hanno una cultura
superiore.
Pur
essendo nato a Roma ed avendo fatto a Roma tutti i miei studi classici, conosco
poco le inculturazioni ebraica, greca, romana, germanica del vangelo. Conosco
meglio (e sento a me vicine) alcune inculturazioni che fecero poco conto della
cultura latino-greca, e molto delle tradizioni locali (pregermaniche e
preromane), dell’unificante cultura dei celti (dal 600 a.c. al 400 d.C.,
dall’Irlanda, e dalla Penisola Iberica, al centro Europa, alla Galazia in Asia
Minore), delle culture centro asiatiche, del vicino e del lontano
"Oriente", dell'Arabia, dell'Africa.
Il
mio punto di partenza è da molti anni costituito dal popolo Mozárabo, un popolo
che si sviluppò nella Penisola Iberica tra l’VIII e l’XI secolo, e che seppe
essere di cultura araba, di lingua "latina" e di fede cristiana. Fu
largamente permeato e partecipe di una società multiculturale, multirazziale e
multireligiosa, ed ha realizzato e vissuto un sistema culturale e religioso
scambievole, interagente, integrato, e perciò multimediale, così complesso e
composito che difficilmente riusciamo ad immaginarlo.
Accanto
ai visigoti, ai celti, alle popolazioni locali preindoeuropee, agli arabi
cristiani, ai musulmani (un mosaico di popoli arabi, siriaci e soprattutto
berberi), ai tanti ebrei, ai maulas (i cristiani locali che accettano lo stato
di clientes, adattandosi alla fede ed ai costumi islamici), ai popoli centro
europei ed agli slavi (eredi, fin dal I secolo a.C., delle invasione
"barbariche", ma anche protagonisti di nuove continue immigrazioni,
se non altro in veste di schiavi), ai normanni (nell’845 sono penetrati
profondamente lungo le vie d’acqua della penisola iberica), a nuclei cristiani
indipendenti, nei territori della Penisola Iberica, inizialmente in quelli
definiti come "Al Andalus", nascono e vivono quelli che sono detti
mozarabi.
Ho
parlato di Arabi Cristiani. Spesso si finge di ignorare quel che è evidente
nella ricerca storica da almeno un secolo. La Siria, la Palestina, la
Mesopotamia (ma potremmo dire anche larga parte dell'Asia Centrale), terre cioè
dove il cristianesimo era largamente presente fin dai primi secoli, con la
diffusione dell'Islam conobbero una rapida e profonda arabizzazione. Damasco
(centro prestigioso della Cristianità) con l'avvento della dinastia omayyade
(660 d.C.), diventa un centro politico, culturale e religioso arabo.
Giovanni
Damasceno (m.749), tanto per citare dei nomi, che ha un grande ruolo nel
raccogliere e nello sviluppare il cristianesimo greco ed ellenistico, è arabo
di famiglia. Conosce la logica concettuale, ma anche quella simbolica. Scriverà
che non possiede libri, che non ha tempo per leggere.
Sant'Antonio
Rawh al-Qurasi, convertitosi al cristianesimo nel 799 (e nello stesso anno
morto martire), è membro della nobile tribù dei Qurays, la stessa di Maometto,
parente del califfo.
Ma
esistono evidentemente rapporti (ed anche molto stretti) con il mondo centro
asiatico. Non è certo senza significato la figurina di danzatrice indiana delle
Vitae Patrum (un codice degli inizi del X secolo, del 902, conservato nella
Biblioteca Nazionale di Madrid, carico di forti connotazioni simboliche) che
testimonia come il mondo mozarabico guardi con molta partecipazione al
Buddhismo tantrico che proprio in quei secoli trova la sua eredità spirituale
nel Tibet. I punti di contatto tra mozarabi i buddhisti non sono pochi e vanno da
una consapevolezza che la realtà suprema non è definibile né raggiungibile
attraverso concetti, alla definizione di un sistema mistico e di gnosi (inteso
come processo interiore di conoscenza) dal carattere fortemente simbolico e
privo di concessioni a qualsiasi tentazione di dogmatismo religioso, al
superamento del pensiero dualistico (per la letteratura cristiana apocrifa,
così condizionante nell'organizzazione della cultura mozarabica, il segno del
raggiungimento della realtà suprema è: di due saranno uno), alla convinzione
che la realtà, l'esistenza fenomenica, la verità sono provvisorie e
convenzionali e che in concreto non esistono.
Basterebbe
vedere quale straordinario collegamento c’è tra la cultura mozaraba e le
testimoniaze dei canti spirituali di Ma gcig, vissuta nell’XI secolo che ha
avuto un ruolo determinante nella sistematizzazione del buddhismo tantrico
tibetano.
Nella
Penisola Iberica dell’VIII-XI secolo si assiste ad una straordinaria sintesi
(non a forme di sincretismo) tra la cultura religiosa ebraica, cristiana,
musulmana, buddhista (sic !).
Non
è necessario pensare sempre a scambi diretti (anche se la figurina con la
danzatrice indiana li documenta).
Esistono
atteggiamenti religiosi comuni condivisi da molte popolazioni del Mediterraneo,
del Vicino Oriente e dell'Asia Centrale che, se da una parte favoriscono le
stesse immigrazioni in Europa dei popoli nuovi (le cosiddette invasioni
barbariche), contatti e viaggi (sia commerciali, che politici e religiosi) e
pellegrinaggi, dall'altra consentono il riemergere di analoghe espressioni
culturali e sacrali in territori spesso distanti migliaia di chilometri.
Nell'Europa medioevale è facile riconoscere testimonianze siriache, persiane,
hittite, hurrite.
Miniature
e architetture costituiscono un sistema comunicativo (come del resto la danza
ed il canto), là dove la lingua (greca o latina) non consente di esprimere il
simbolismo, i significati nascosti e gli stati di conoscenza trascendente.
E’
possibile immaginare una realtà multirazziale, multiculturale, multireligiosa
più complessa? Non lo so. Constato semplicemente che questa
interazione-integrazione-multimedialità era assai diffusa nell’antichità.
Basterebbe pensare a quanto succedeva a Roma dove, in età imperiale, erano
rappresentati tanti popoli, tante culture, tante religioni, forse quanti sono i
popoli, le culture e le religioni del mondo.
E
nel mondo, nei primi tre\quattro secoli dell’era nuova succedono tante cose.
Della Dispersio Apostolorum ho già detto qualcosa; c’è la gnosi (una parola con
la quale si identificano molti e complessi fenomeni culturali e religiosi
distanti e contrapposti tra di loro); ci sono le chiese "apocrife"
(nascoste, ma sarebbe meglio dire: "a noi sconosciute", sparse un po’
in tutto il mondo); c’è la rivendicazione fatta dalle chiese locali, nella
stessa Europa (in Francia, in Spagna, in Irlanda, ecc.), nell’India, ecc.ecc.,
di una cristianizzazione che deriva direttamente dalla Palestina e, non solo
dagli Apostoli, ma dagli amici di Gesù. Ci sono tanti altri fenomeni che
andrebbero attentamente valutati.
Molte
volte ho sottolineato come esiste, nei codici mozarabici una netta distinzione
tra testo e miniature, che non sono mai decorative. Potrei aggiungere che si
tratta di testi autenticamente bilingui, che parlano due diversi linguaggi:
quello (tanto per schematizzare) concettuale dell'Occidente nei testi scritti,
e quello percettivo, analogico e simbolico dell'Oriente nelle miniature.
La
scrittura del resto è stata inventata per rispondere alle necessità di
rappresentazione visiva e di memorizzazione del "pensiero", avvertite
da chiunque faccia parte di un gruppo socialmente avanzato, di evocazione delle
"esperienze" verbali, sensoriali ed extrasensoriali, ma anche e
soprattutto per annotare il linguaggio articolato e lo stile
"cognitivo".
Anche
la pittura, la scultura, l’architettura, la musica, la danza servono per
rispondere alle necessità di rappresentazione visiva e di memorizzazione del
"pensiero", di evocazione delle "esperienze" verbali, sensoriali
ed extrasensoriali, ma anche e soprattutto per annotare gli "stili"
comunicativi ed conoscitivi percettivi ed affettivi.
L’uomo comunica e conosce attraverso un sistema complesso e globale
integrato ed interagente che coinvolge il corpo, i sensi, la mente e il
cervello.
Le diverse "visioni del mondo", o percorsi conoscitivi, o
modalità di pensiero, o stili e codici comunicativi e conoscitivi, o
"percezioni" del mondo non sono in antitesi, ma s'integrano ed
interagiscono.
E’ evidente la sproporzione tra lo stimolo sensoriale (che giunge al
cervello sotto forma di una serie temporale di dati) che riceviamo e le
informazioni che ne ricaviamo. I dati sensoriali sono trasformati in costrutti
mentali.
Le sensazioni che percepiamo e le informazioni raccolte dai nostri
organi di senso, arrivano al cervello. Sono confrontate con le immagini mentali
ed acquistano significati attraverso un’elaborazione cerebrale, cioè attraverso
le interpretazioni che il cervello ne da. La percezione è un costrutto cerebrale
che consegue a processi di ricerca interpretativa, attraverso analogie e
confronti, del cervello sulla base di "atteggiamenti mentali",
d'informazioni acquisite, per eredità genetica, per esperienze sociali ed
individuali, per interazioni con il mondo esterno.
C’è nella percezione un coinvolgimento diretto e completo del
consumatore che diventa a sua volta produttore. C’è un completo superamento
della netta separazione tra soggetto ed oggetto della conoscenza.
Non solo c’è interattività (uno scambio di dati che influenza il
comportamento degli attori che effettuano lo scambio), ma c’è l’interazione,
cioè completamento, complementarità tra gli stimoli sensoriali, gli
"atteggiamenti mentali", e le informazioni che riceviamo.
I tanti dati, le tante informazioni che ricaviamo in modo sproporzionato
dagli stimoli sensoriali della vista, dell’udito, dalle linee, dal colore, e
così via, possono essere manipolati, ricomposti, ri-giocati in modo diverso e
nuovo, al punto da essere ri-creati, da dar luogo ad una creazione nuova.
Queste "sculture" non riproducono, ma rendono visibile il
mondo.
Esistono molte testimonianze del passato. Ad esempio Angela da Foligno,
già nel milleeduento aveva osservato: "ho visto cose che non hanno
forma".
Esistono testimonianze del futuro: la realtà virtuale (che si realizzerà
solo nel lungo termine, ma sarà esplosiva).
Entra in discussione la netta distinzione tra mondo fittizio e mondo
reale; con l'interattività (ma anche con l’altare di san Pietro in Valle)
cadono le distinzioni tra realtà e finzione, tra osservatore e mondo esterno,
tra soggetto ed oggetto, tra lo spettatore e l’ attore, tra l’anima ed il
corpo; tra la copia e l’ originale.
La percezione e la conoscenza sono intese come attività. Si può parlare
d'intelligenza quando si evidenzia la capacità di costruire rappresentazioni
interne del mondo per prevedere, anticipare, pianificare, liberandosi dalla
tirannia dei comportamenti reattivi automatici di controllo, che non sono più
soli, esclusivi.
I
mozárabi, nella Penisola Iberica, non rappresentano delle esigue minoranze.
Sono larga parte delle popolazioni locali. Si tratta, evidentemente, di una
percentuale elevata e distribuita in modo omogeneo nei territori occupati dai
musulmani.
I
mozarabi sono una popolazione cristiana che vive inizialmente soprattutto nei
territori de "El Andalus", essenzialmente in "mezzo agli
arabi", in mezzo ai musulmani. I mozarabi, tra l’VIII ed il X secolo,
emigrarono, poi, nei regni cristiani del Nord e nei territori della riconquista
cristiana, nei piccoli regni cristiani, per lo più scarsamente popolati, solo
in modo spontaneo e limitato, attratti dalla larga disponibilità di terre
abbandonate.
Nacquero
conventi, chiese, scriptoria, nei quali la cultura araba e la fede cristiana,
come attesta Magio, un geniale pittore del X secolo, monaco agostiniano, nato
forse a Cordoba e vissuto nella regione leonese, trovarono mirabile sintesi. E
non va certo dimenticato il monastero di San Millán de la Cogolla, che conferma
una piena elaborazione mozarabica nella architettura e nei codici che lì furono
composti e miniati, ma che fu anche la culla della lingua castigliana.
Solo
nella seconda metà del secolo XI (quando però questo popolo aveva perso il
carattere multiculturale) le loro emigrazioni acquistarono un carattere
politico ed organizzato.
I
mozarabi hanno una visione religiosa cristiana, legata al platonismo
agostiniano ed alle scuole isidoriane. Praticano una liturgia
gotico-isidoriana. Le loro comunità ecclesiali e monastiche dipendono da
vescovi cristiani, a loro volta dipendenti dai metropoliti delle tre province
ecclesiastiche definite da Costantino: la Cartaginese con residenza a Toledo,
la Lusitana, con sede a Mérida e la Bética ubicata a Siviglia. Il metropolita
di Toledo esercita il primato come primus inter pares.
E’
un popolo che paga annualmente l’imposta legale di "capitación",
di residenza (ed anche contributi speciali e straordinari) ai musulmani, ma che
vive una grande e scambievole tolleranza culturale, politica e religiosa. Hanno
così poche occasioni di disputa che non ritengono nemmeno di dover conoscere
gli elementi costituitivi della religione dei musulmani, i quali, a loro volta
ignorano del tutto il cristianesimo. Nelle regioni del Vicino Oriente, in
Siria, in Iraq, i cristiani conoscono bene il Corano e i musulmani il Vangelo e
sfruttano queste reciproche conoscenze per punzecchiarsi a vicenda.
Nel
X secolo un vescovo mozarabico, così definisce questa complessa realtà storica,
che non è fatta di sincretismo, ma di rispetto profondo delle proprie diversità
culturali e religiose: "Siamo ridotti così male che siamo governati dagli
infedeli...ma almeno abbiamo una consolazione fra tante cattive leggi: più ci
vedono diligenti osservatori della Cristianità (diligentes Chistianitatis
viderint observatores), più ci amano, ci rispettano, ci abbracciano, al punto
che ci dilettiamo nel loro stesso banchetto".
Quello
mozárabo è un popolo, con tutte le caratteristiche sociali dell’epoca. Ci sono
i nobili e l’alto clero, gli agiati (basso clero, i colti, i grandi artigiani,
i commercianti, i proprietari terrieri), i poveri (piccoli artigiani, i
commercianti, i braccianti), i servi, gli schiavi illegali. Ma un popolo in cui
è forte la distinzione economica e sociale, ma non culturale. Moltissimi sanno
scrivere; tutti conoscono la lingua romanza, il latino, l’arabo colloquiale.
Forse l’elemento di diversificazione sta proprio nella conoscenza dell’arabo
letterario ed amministrativo, che è patrimonio di pochi.
I
Mozarabi furono stroncati nel secolo XI nel momento cruciale della riconquista.
Furono giudicati sovversivi. Anche perché, per comunicare con lingue e culture
diverse, si affidavano all'immagine ed alla percezione sensoriale, superando
l'uso monolinguistico della scrittura (che pure era praticata nella Penisola
Iberica dall’80 % della popolazione), da sempre giudicato uno strumento
esoterico del potere. I papi Alessandro II e Gregorio VII (buoni
cristiani-latini, non cattivi arabi o musulmani) li sterminarono impedendo loro
di utilizzare le manifestazioni della propria cultura, definite
spregiativamente "ghoticum officium" . Va ricordato che i
mozarabi non imitavano i "goti", ma non per questo erano giudicati
meno "barbari". Si rifacevano, infatti, prevalentemente alle culture
multietniche, multiculturali e multimediali del Mediterraneo e dell'Oriente. E’
imposto il "Romanum ordinem", anche attraverso il divieto
dell'uso di tutte le loro forme comunicative iconiche, persino di quelle
rappresentate dalle lettere dell'alfabeto, che evidentemente, al di là del loro
significato esplicito, facevano parte di un complesso sistema comunicativo
implicito. Vietarono il loro "lettering"; gli ordinarono persino di
cambiare i "caratteri" della scrittura che usavano. E' come se oggi
al Corriere della Sera ordinassero di cambiare l'impaginazione; a riprova che
basta vietare forme, colori, modalità comunicative e conoscitive, come facciamo
con milioni di giovani nella scuola, per procurare danni gravi ed irrimediabili.
Lo
sterminio dei mozarabi avvenne soprattutto attraverso l’imposizione della
liturgia latina: cancellando un sistema simbolico di comunicazione e ribadendo
l'esclusività della cultura greco-romana. Come non ricordare le moderne
dispute, durante il Concilio Vaticano II, sull’uso del latino nella messa?
Nella formazione (riservata a pochi) e nel trasferimento delle conoscenze,
contavano allora, come contano oggi solo la logica e l'esercitazione verbale,
la "sacralità" della parola scritta, il concetto. L'immagine, e lo si
vede anche nei codici mozarabici della decadenza, deve esser concepita solo
come rappresentazione, illustrazione ed arte, e deve avere una funzione
essenzialmente sussidiaria; è edificatoria per la massa; muove nobili
sentimenti estetici, per pochi eletti; stimola o testimonia, in molti, la
"visione" demoniaca o demenziale. Il ragionamento simbolico, la
grande percezione (sensoriale ed extrasensoriale), i gesti (i grandi gesti
creatori dell'uomo, a cominciare da quelli tattili ed oculari), la musica, i
colori, i suoni, la linea, i rumori, gli odori (insomma, la vita) furono e sono
anatemizzati. Rimane solo la città dell'uomo bianco, ricco e colto,
monolinguista, monoreligioso e monoculturale.
"Mozarabico"
non individua solo un popolo storicamente definito, ma è diventato un termine
per identificare una complessità culturale e religiosa che mette insieme
elementi occidentali, con elementi centro europei e centro asiatici, africani,
orientali, mesopotamici, siro-palestinesi, arabi. Per essere studiati
attentamente nella loro complessità meritano una ricerca molto complessa e
sofferta che metta insieme almeno 4 millenni e spazi dall’antico Giappone, ai
popoli delle steppe, all’Africa, al Vicino oriente ed alle estreme propaggini
della Penisola Iberica che guardano all’Oceano.
Dissi
alcune di queste cose nel lontano 1971 all’Accademia Nazionale dei Lincei. Dopo
la mia conferenza, André Grabar, il grande studioso di arte paleocristiana, mi
prese sottobraccio e per darmi un affettuoso consiglio, mi disse: "Ha
proprio ragione. Non c’è cosa che io scavi o studi nelle Francia Merovingica
che non sia mozarabico" (voleva dire che non testimoni grande complessità
culturale e la non centralità della cultura ellenistica). "Ma non lo
scriverò mai!":
Forse
voleva dire le stesse cose che mi ha ripetuto pochi anni fa un grande
scienziato italiano: "Nella scuola ci sono già tanti problemi. Non
creiamone altri con la multimedialità". Che significa: "Noi ricchi
abbiamo già tanti problemi. Non creiamone altri consentendo l'accesso
democratico di tutti al sapere".
I
mozarabi, dopo trenta anni che li frequento, mi hanno insegnato che bisogna
studiare in modo più globale (nel tempo e nello spazio) la storia dell'uomo e
le manifestazioni del cristianesimo primitivo; e che bisogna sottolineare
l'importanza delle multiculture e la relatività della cultura greco-romana. Il
cattolicesimo mi appare come una delle tante "inculturazioni" (uso un
termine moderno) e non la sola, che il cristianesimo subì nei primi secoli. E
così appariva a chi definiva nel Medioevo la "dispersio
apostolorum".
Per
conoscere anche soltanto i territori che indichiamo come "Europa" fin
dalla più remota antichità e nei primi 15 secoli dell' era moderna (la
"scoperta" dell'America costituisce certamente un elemento forte, che
modifica la metodologia degli studi storici) bisogna avere una dimensione di
studio di tipo planetario. Bisogna studiare molti secoli, molti popoli, molte
aree geografiche, molte differenze culturali e religiose, avendo una prospettiva
multiculturale e, quindi, multimediale.
Tra
il II ed il VII secolo assistiamo a "grandi migrazioni" (molti
elementi fanno pensare che alcuni "barbari" fossero cristiani): si
muovono popoli interi dall'estremo Oriente all'estremo Occidente (coinvolgendo
anche l'Africa Settentrionale) attraverso il continente che a ragione possiamo
chiamare Euro-Asiatico.
Problemi
globali, proprio come era avvenuto con la colonizzazione indoeuropea e come
avviene oggi nella comunicazione (ma anche nell’economia, e nelle immigraziani)
vengono vissuti in un particolarismo di popoli, etnie, stili di vita e
cognitivi, religioni, culture territoriali.
Con
le grandi migrazioni in Europa si rimescola tutto quanto si era andato
definendo negli ultimi secoli. Sant’ Agostino dovrà spiegare che
"diversus non adversus": il diverso non è un avversario. Ci sono
certamente conflitti e dispute feroci, ma c'è anche tolleranza, rispetto,
discussione, sintesi sistemica, e anche sincretismo.
L'
espansione musulmana, che segue cronologicamente le "invasioni
barbariche" serve a "ricollegare", al contrario di quanto si
spiega a scuola, Europa ed Asia.
Per
lo studio di questi secoli e di questi territori, vanno almeno ricercati dei punti
nodali (nella Mesopotamia, nella Palestina, nella Siria, nell'Egitto e nel
Mediterraneo. In Oriente, nelle steppe centro europee e centro asiatiche, in
India, in Cina) e dei punti di riferimento:
1) C'è un substrato culturale e religioso
comune. Se poi questo derivi da motivi archetipici o da acquisizioni ambientali
o da qualunque altra cosa, lo lasciamo definire ai filologi.
2) Da sempre, fin dalla più remota
preistoria, nell'antichità e nel medioevo, si viaggia molto (utilizzando
soprattutto il mare ed i fiumi) per commerciare e per conoscere. E la
conoscenza (il pellegrinaggio conoscitivo) è spesso un fatto religioso e di
massa. Gli scambi sono frequentissimi e sistematici.
3) Alcune zone europee (Roma e la Borgogna
su tutti) vedono il passaggio e la coesistenza di tutte le etnie, di tutte le
culture, di tutte le lingue, di tutte le religioni.
4) Non possiamo avvicinarci al mondo
antico e medioevale avendo i nostri parametri di giudizio e di pensiero.
Basterà ricordare come cambiano i parametri del tempo, dello spazio, della
valutazione della realtà.
Possiamo fare qualche esempio:
a) per noi è reale solo quello che è
legato alla realtà fenomenica, all'esperimento ripetibile. Per molte culture
medievali, la realtà non esiste: quello che è nascosto è più vero e profondo di
ciò che è visibile.
b) per noi, l'immaginazione visionaria, la
visione è deviante, se siamo dei razionalisti; è soprannaturale, se abbiamo
sentimenti religiosi. Per molte culture medievali (e anche per le odierne
maggioranze della gente comune) è il più importante strumento di conoscenza.
c) per noi è fondamentale la prospettiva.
Per molte culture non raziocinanti (e nell'arte moderna), non essendoci prima e
dopo, la prospettiva non esiste.
d) per noi la prevalenza spetta all' io individuale;
molte culture fanno prevalere l' io sociale.
5) La conoscenza non avviene attraverso la
razionalizzazione, ma attraverso la percezione, che è favorita dai cinque
sensi, nei quali predominano l'udito e la vista. Anche noi seguiamo non solo
delle regole linguistiche, ma anche delle regole simboliche per percepire e
comportarci più o meno appropriatamente.
6) La vista non è la registrazione passiva
di esperienze, ma una forma di energia creativa vera e propria. L'immagine può
essere descrittiva, allegorica, edificatoria, mirata al godimento estetico, ma
può essere anche un oggetto visivo simbolico, che favorisce la
"visione" e, quindi, la conoscenza, al di là di quello che
rappresenta. L'immagine può essere aniconica, può non rappresentare niente, ma
comunicare molto. Le immagini (insieme a tutti gli strumenti individuali e non
omologanti di conoscenza) sono oggetto nel medioevo, esattamente come avviene
oggi, di dispute feroci. Se Gregorio Magno attribuisce loro un ruolo
conoscitivo, per Gregorio II hanno solo un ruolo edificatorio e didascalico. Se
Giovanni Damasceno le difende perché "sono rivelatrici e dimostratrici di
ciò che è nascosto" e perché "gli apostoli ci hanno trasmesso la
legge della chiesa non solo attraverso le parole scritte, ma anche attraverso
alcune tradizioni non scritte", Bernardo da Chiaravalle ritiene che ci si
debba vergognare delle "bamboccerie" della "ridicola
mostruosità" di "quella specie di strana formosità deforme e
deformità formosa", che sta nei chiostri alternativa alla "legge di
Dio".
7) La scienza moderna nasce proprio nel
Medioevo, sviluppando gli studi di ottica. Dopo molti secoli non sappiamo
ancora che cosa vediamo, ma sappiamo, come lo sapevano nel Medioevo, come
vediamo: a colori, in momento, condizionati dalla luminosità della visione
a) il colore è un attributo, una qualità
inerente, profonda, legata alla sostanza delle cose. Colori e processi vitali,
nell'uomo e nella natura, sono indissolubilmente legati. Il simbolismo
cromatico innesca una catena complessa di associazioni e di evocazioni,
differenti in ogni uomo ed in ogni cultura ed è un elemento fondamentale nella
via che porta alla conoscenza.
b) l'uomo per conoscere, si muove (i
pellegrinaggi), ma principalmente muove gli occhi. La percezione del movimento
è assicurata dagli spostamenti degli occhi rispetto alla testa. E' il movimento
degli occhi che consente al sistema nervoso la percezione del movimento,
coinvolgendo tutta la psiche, l' emotività, le capacità evocative dell' uomo.
L'horror vacui medievale e moderno è un espediente per favorire, con il
movimento degli occhi, la percezione.
c) la luminosità della visione (la
"luce") non si ferisce alle qualità fisiche della luce (l'intensità e
la lunghezza d'onda), ma è il risultato dell'esperienza sensoriale, che cambia
da persona a persona, da cultura a cultura.
8) Non è possibile ricostruire epoche,
mentalità, credenze religiose, stili di vita facendo affidamento solo sui libri
e sui documenti scritti. Molti scritti hanno il carattere di
"promemoria" e servono a promuovere ricordi ed evocazioni. La stessa
forma e disposizione delle lettere dell'alfabeto, i sigilli, i segni di
appartenenza, le lettere o parole segrete, le scritte strane, le lettere fuori
posto od arcaiche, le rosette e gli intrecci, e tante altre manifestazioni
scritte e figurali hanno un carattere simbolico o esoterico di difficile o
impossibile interpretazione. Molti scritti hanno il valore dei documenti
ufficiali, hanno un ruolo "validante", contengono testimonianze solo
delle classi al potere e dei vincitori, sono pieni di luoghi comuni, di
formule, di convenzioni comunicative, che vanno ben al di là del significato
letterale ed ugualmente sono di difficile interpretazione. Moltissimi sono
andati persi, molti (soprattutto quelli che riportavano testimonianze non
gradite a nuove classi dominanti) sono stati volutamente distrutti e quelli
rimasti sono solo una percentuale spesso insignificante. Molte cose
(iniziatiche o misteriche) non venivano trasmesse per scritto e venivano
tramandate oralmente o evocate figurativamente. Accanto alla scrittura, un
ruolo determinante hanno le immagini (anche quelle aniconiche), la tradizione
orale, l' immagine simbolica (nel Cristianesimo fino al IV secolo le immagini
sono prevalentemente simboliche), la musica, la danza, la gestualità, le
cerimonie politiche e religiose, la liturgia, la stessa forma degli edifici e
delle città. Anche la maggior parte di questi documenti sono irrimediabilmente
persi o sono incomprensibili. E' rimasta pochissima roba, in quantità tale che
non consente la ricostruzione di un quadro di riferimento globale, ma solo
"ricostruzioni" di determinati fatti o avvenimenti. Il materiale
iconografico è solo in pochi casi in relazione con i dati delle fonti scritte,
anche con gli scritti teologici (che nel Medioevo erano intesi non come
proposte dogmatiche, ma come esercizio di argomentazioni discorsive messe al
servizio delle credenze religiose). La stessa parola non è immutabile,
definitoria, ma "fecondatrice", "creatrice". Tutti i documenti
entrano a far parte di un sistema plurilinguistico, multimediale e
polifunzionale. Lo stesso analfabetismo e il silenzio sono occasioni
comunicative estremamente complesse.
9) Il 'pellegrinaggio" è certamente
la condizione fondamentale per conoscere e per vivere l'esperienza religiosa.
Ha un significativo spirituale, religioso, di esperienza, di conoscenza di sé,
fisico, storico, di socializzazione. Come non ricordare gli ebrei d'Europa che
nel XII secolo noleggiavano interi battelli per andare a Gerusalemme a mangiare
la Pasqua?.
Ogni tappa del pellegrinaggio è
"méta", è raggiungimento dell' irraggiungibile, di conquista di quel
"centro del Mondo" dove tutti gli opposti si congiungono; scompare la
dualità, viene superata ogni considerazione dualistica tra le categorie, create
dalla mente ordinaria ed ordinatrice (terra e cielo; peccato e redenzione; vita
e morte): di due cose, si fa una sola.
Le méte del pellegrinaggio sono dunque
infinite. I terminali del pellegrinaggio cristiano (così come noi lo conosciamo
nel bacino del Mediterraneo) sono quattro: Gerusalemme e il Gargano (dove
Cristo, sotto il simbolo di Michele Arcangelo si manifestò risorto imprimendo
la propria impronta nella roccia); Roma (il presente, la chiesa d'Occidente,
dove i due Giovanni vengono "confusi" in una sola persona) e Santiago
de Compostella (la evangelizzazione fino ai più estremi confini del mondo, la
chiesa d'Oriente, dove si "confondono" Giacomo maggiore e minore).
10) Il cristianesimo si diffonde lungo
molte linee geografiche ed attraverso molte culture. Noi ne conosciamo solo
pochissime. Sappiamo molto poco su alcune evangelizzazioni che hanno lasciato
testimonianze certe (Etiopia); non sappiamo nulla di alcune che hanno lasciato
tracce evidenti in India ed in Cina (i Nestoriani). E' evidente il ruolo delle
comunità giudaiche, ma noi conosciamo sufficientemente solo quelle di Palestina
che, già nel primo secolo, rappresentano solo un decimo delle comunità della
diaspora.
In Europa e nel Vicino Oriente, vivono (e
sopravvivono fino ai nostri giorni) molte "tradizioni" lontane dalla
evangelizzazione greca, romana, ebraica, germanica, senza che si possa parlare
di "eresie". Si deve parlare, piuttosto, di "chiese
locali". Ad esempio sullo gnosticismo abbondano le definizioni, ma, allo
stato attuale delle conoscenze, possiamo fare solo ipotesi. Probabilmente fu
molte cose diverse, anche contrapposte, variamente mescolate tra di loro: a)
una elaborazione speculativa di ambiente giudaico; b) una elaborazione
d'ambiente cristiano; c) un'evoluzione interna al cristianesimo: una
interpretazione ellenistica o uno sviluppo ellenistico del cristianesimo; d)
una risposta di comunità cristiane al problema cristologico (riflessioni sui
Vangeli, su San Paolo, sulle religioni misteriche), e) una reazione
antiellenistica. Quello che è certo che nuove conoscenze sullo gnosticismo,
cambiano spesso completamente conoscenze sul mondo antico e medioevale.
Nel VII secolo (ce lo ricorda Isidoro di
Siviglia) nella Penisola Iberica sono presenti testi apocrifi, quelli gnostici
(sub nomine apostolorum) e gli apocrifi del Vecchio testamento: tutti scritti
che abbiamo riscoperto, in parte, solo recentemente.
11) il ruolo della "reliquia" è
completamente diverso da quello che è venuto acquisendo nei secoli recenti
nella nostra cultura raziocinante: non è necessario che sia vera (molti sanno
che non è "reale"), basta che sia una creazione mentale, basta
"credere" che sia vera). L'edificio sacro non è un tempio (è empietà
racchiudere entro muri l'essere supremo, la cui abitazione è il mondo intero),
ma un "locus consacratus".
12) C'è una sostanziale convergenza della
cultura dei colti e quella degli ignoranti e della miserrima plebs, forse
perché la diffusione, l'inculturazione del cristianesimo non avviene solo attraverso
forme raziocinanti.
13) Dioniso, Bacco, Cibele, Iside, Mitra,
i culti solari della Persia sono diffusi in tutta Europa. Nel terzo secolo il
culto di Mitra è penetrato anche lungo le valli del Rodano e della Saona e, in
genere, è più diffuso del cristianesimo anche in Italia. Per molti secoli le
espressioni della religiosità europea sono molto complesse e molto
diversificate.
Studiando i mozarabi ho imparato a
conoscere quei popoli, culture, civiltà (largamente maggioritarie e legate, per
lo più, alla gente comune) che, anche nella nostra Europa, in Occidente, sono
stati e sono estranei al concetto, alla fissità delle costruzioni teoriche, al
pensiero razionale fondato sulla logica verbale, sulle molteplici combinazioni
di parole, infinitamente illusorie e multicolori generate da nostre proiezioni.
Si impara che, anche a Roma, accanto al cristianesimo individualista della
Grande Chiesa, esiste quello comunitario delle chiese dette eretiche ed
apocrife, perché non legate alla cultura classica ed occidentale, ma alle
culture antiche e medievali, soprattutto a quelle espresse in Siria, in
Mesopotamia, in Arabia ed in Africa. Il Cristianesimo (come mostra anche la
pubblicazione del Corpus Arabicum) a Ovest del Giordano, acquistò un aspetto
ellenistico grazie a Paolo, in vesti Greche, e si sviluppò in una chiesa
normativa. A Est del fiume, il giudeo cristianesimo trovò la sua continuazione
nell’Islam semitico, grazie a Maometto, l’apostolo in vesti arabe, e realizzò
autonomamente un monoteismo senza compromessi.
Ho
imparato a conoscere le inculturazioni europee del cristianesimo che fecero
poco conto della cultura latino-greca, e molto delle tradizioni locali
(pregermaniche e preromane), dell’unificante cultura dei celti (dal 600 a.c. al
400 d.C., dall’Irlanda, e dalla Penisola Iberica, al centro Europa, alla
Galazia in Asia minore), delle culture centro asiatiche, del vicino e del
lontano "Oriente", dell'Arabia, dell'Africa.
Ho
imparato come è stato stroncato e viene stroncato l'io sociale a favore dell'io
individuale ed ho imparato che da sempre, soprattutto oggi, la comunicazione
multiculturale e multimediale è un diritto negato.
Solo
pochi ormai credono che le varie fedi cristiane nella versione greco-romana,
siano le uniche inculturazioni del cristianesimo, le definitive ed immutabili.
Molti
pensano che nell'inculturazione occidentale il regno si è trasformato in
sinonimo dell'altro mondo, dell'aldilà; ha subito una profonda
spiritualizzazione e una completa depoliticizzazione. Per l'inculturazione del
vangelo nell'universo greco-romano la storia è irrilevante. Questa concezione
portò ad una completa secolarizzazione della storia, in quanto teologicamente
irrilevante. Per questo il cristiano (specialmente la gerarchia) interferiva in
essa senza grandi scrupoli etici o senza ispirazioni di fede, perché la storia,
in definitiva, non conta.
Solo
pochi pensano (ed è un pensiero interessato) che la cultura occidentale è l'unica,
definitiva ed immutabile e che la conoscenza passa inevitabilmente attraverso i
percorsi cognitivi (cancellando quelli percettivi ed affettivi), la
verbalizzazione ed il concetto.
La
cultura occidentale è sempre stata segnata dal logocentrismo e dall'individualismo
di tradizione greca. Il cristianesimo nascente, tuttavia, era profondamente
comunitario e tale rimase nelle culture non ellenizzate. Ma, in forza
dell'inculturazione latino-greca, si lasciò pervadere dall'intimismo ed al
tempo stesso diventò prevalentemente autoritario ed accentratore in termini di
esercizio del potere.
Rimangono,
dunque, alcuni punti assodati, che non possono essere dimenticati e che vorrei
ripetere riassumendoli:
1) Il cristianesimo, specialmente nella
sua versione romano-cattolica, ha lasciato una scia di fatti negativi che non
devono essere messi da parte. Gregorio Magno, come ho detto, ricorda che non si
può profetizzare riguardo al futuro (neppure Dio può farlo) se non si
profetizza anche rispetto al presente ed al passato. In termini moderni, dirò
che senza memoria non c'è futuro.
2) Il cristianesimo ha subito una profonda
spiritualizzazione e una completa depoliticizzazione. Conteneva un'anima
fortemente violenta; non si trattava di una violenza fisica, ma di un altro
tipo di violenza anch'essa distruttrice, la violenza simbolica; distruggere
questo nucleo equivale a decapitare una comunità e a decretare la morte
culturale di un popolo. Diventò prevalentemente autoritario ed accentratore in
termini di esercizio del potere.
3) Il cristiano (specialmente la
gerarchia) interferiva nella vita quotidiana delle maggioranza della gente
comune, senza grandi scrupoli etici o senza ispirazioni di fede, perché la
storia, in definitiva, non conta.
4) E’ emersa nei secoli la prepotenza
delle persone che rifiutano di dialogare e si sono chiuse nei loro valori
culturali, realizzando di fatto un confronto, un rapporto di distruzione
dell'alterità.
5) Il cristianesimo nascente, prima di
imbattersi ed essere limitato nella catalogazione cattolica-romana, era
profondamente comunitario.
La
religione cristiana è parte di questo dramma. La catechesi (ed i progetti
educativi in genere) furono fatti (e sono fatti) all'interno del progetto
culturale, in cui era inserito il sistema culturale europeo (fondato sul
ragionamento concettuale accessibile solo a pochi, provenienti da ben definite
classi sociali privilegiate).
Questa
lunga premessa (magari pedante, o imbarazzante) non serve a fare una
puntualizzazione sui Mozarabi, serve piuttosto a capire alcune matrici
culturali di oggi e perché io mi senta tanto impegnato a "garantire"
(ed a garantirmi) il diritto inalienabile di ogni persona di poter conoscere,
lodare e servire il Dio della storia con gli strumenti della sua cultura e con
i simboli delle sue tradizioni. Un diritto cancellato "in nome della
storia", ma di una storia scritta dai dai vincitori.
Dio
incontra concretamente le persone e le società dove esse si trovano, nel modo
come si organizzano nello spazio e nel tempo. Il vangelo, insomma, non si
identifica con le culture, ma si identifica nelle culture.
II
Gesù storico è un uomo povero che si identifica con i poveri della sua terra,
con la loro lingua, con i loro usi e costumi. E povero non è solo colui che è
sollevato dai pesi delle ricchezze terrene. E' l'uomo qualunque, che non può
decidere nulla, che non conta nulla, può tutt'al più esprimere un voto feudale.
Gesù vive in un momento preciso e in un luogo preciso. La sua epoca è un'epoca
di grandi spostamenti, di grandi pellegrinaggi, di incontri di usi e costumi
diversi. Gesù non fu un cristiano, ma un ebreo, radicato nella sua religione e
nella cultura della sua gente, ma il suo messaggio è universale.
Nei
Primi Secoli, i popoli che si convertivano, contrariamente a quanto è avvenuto
in epoca moderna, definivano un progetto culturale cristiano proprio. Non c'è
un cristianesimo colonizzato che riproduce i modelli religiosi dei dominanti.
Non si richiede una circoncisione culturale. Come i giudei non rifiutarono ciò
che trovarono, così i neofiti cristiani non rifiutano ciò che trovarono. Non ci
fu conversione con la mediazione delle culture delle élite. Il vangelo che
venne a definirsi, non prese forma spoglio, ma sempre vestito culturalmente.
Non c'è mai l'installazione di un modello prefabbricato di cristianesimo. Ci
furono piuttosto mille mediazioni storico-culturali. I contenuti dottrinali
venivano collocati nel quadro dei significati delle varie culture.
La
liturgia ufficiale, come oggi la conosciamo, è fortemente segnata
dall'esperienza occidentale, incline ad apprezzare più lo spirito che la
materia. La versione occidentale del cristianesimo ha integrato scarsamente la
soggettività umana, l'affetto, la corporeità, la femminilità e i meccanismi più
snelli e più aperti della partecipazione alle decisioni circa le vie della fede
nelle diverse situazioni della vita.
Da
una parte grandi processi culturali che emergono un po' dovunque e dall'altra
intere culture minacciate di distruzione o tenute nel silenzio; sono le culture
delle popolazioni povere ed emarginate dai mezzi di comunicazione e di
promozione della vita. Il cattolicesimo romano ha resistito all'appello delle
grandi culture specialmente dell'Oriente e fino ad oggi non ha saputo
penetrarle in forma creativa.
A
Pentecoste lo spirito non fece in modo che tutti parlassero la stessa lingua,
ma che tutti nelle loro lingue udissero il messaggio di salvezza.
La
storia ha voluto che prevalesse la cultura greco-romana e che la rivelazione e
il vangelo siano stati codificati nelle culture giudeo-cristiane occidentali.
E' accaduto che la "Bibbia" sia il libro ispirato (occorrerebbe
definire esattamente il senso dogmatico di questa espressione); ma questo non
vuol dire che la sua espressione culturale faccia parte dell'essenza
irrinunciabile del vangelo e della rivelazione. Altrimenti correremmo il
rischio di prendere la versione culturale della fede cristiana nelle matrici
occidentali, nelle quali si sono affermati il credo, i dogmi, e la teologia
come appartenenti al vangelo stesso. In realtà, l'evangelizzazione storicamente
è stata un insediamento nelle varie culture del mondo, della cultura
occidentale. Aggiungerei della cultura colta, delle élite di quelli che sono
bravi, belli e ricchi, secondo i canoni della cultura occidentale
La
diffidenza con cui è stata vista la televisione ed oggi sono visti la società
globale dell’informazione, i nuovi media, le culture non concettuali, ricorda
l’attaccamento agli arcaici sistemi che portò i cristiani della fine del primo millennio
a rifiutare i numeri indiani (quelli che oggi usiamo), il metodo posizionale e
lo zero.
Fu
una strenua resistenza. I chierici dell’epoca si ritenevano gli unici degni e
fedeli della grande tradizione romana e non potevano ammettere che esistesse
un’altra tradizione, al punto che Gerbert d’Aurillac, diventato nel 999 papa
con il nome di Silvestro II, per aver sperimentato i nuovi numeri e lo zero e
per averli trovati "buoni" (Genesi, 1), fu sospettato di aver venduto
l’anima a Lucifero. Per secoli i sapienti europei continuarono a chiedersi se
può venire qualcosa di buono da ciò che non è greco, al punto che nel 1648
l’autorità pontificia fece aprire la tomba di papa Silvestro II, per ricercare
le tracce del patto con i demoni dell’inferno.
Non
a caso la ricerca fuori dell’accademia è definita eretica. E fuori della
divulgazione che deriva dall’accademia e dalla ricerca riservata a pochi, c’è
la constatazione, anche grazie ai risultati degli studiosi di cose africane,
arabe e vicino orientali, che a Ovest del Giordano il Cristianesimo acquistò un
aspetto ellenistico grazie a Paolo, in vesti Greche, e si sviluppò in una
chiesa normativa. A Est del fiume, il giudeo cristianesimo trovò la sua
continuazione nell’Islam semitico, grazie a Maometto, l’apostolo in vesti
arabe, e realizzò autonomamente un monoteismo senza compromessi.
Ma
in Europa che cosa successe? E a Roma che cosa è successo? Tutto fa pensare che
ci fu oltre un millennio di tradizioni eterogenee che convivevano. E’ rimasta testimonianza (libresca)
solo dell’inculturazione greco-latina-germanica.
Come
dobbiamo comportarci di fronte ai temi della giustizia, della pace, della
salvaguardia del creato? Non
dobbiamo rivedere molti nostri atteggiamenti di dominio-possesso anche dei
percorsi che portano alla conoscenza? L’anno santo che apre il terzo millennio
non può essere l'occasione per saperne qualcosa di più? E allora ri-cominciamo
a studiare proprio partendo da
Tutto
fa pensare che Roma, diventata con Augusto una città imperiale, diventi anche
il centro dell'Orbe, il punto di riferimento per genti di tutte le razze, di
tutte le culture, di tutte le religioni. Marc'Aurelio (già convinto che tutti
gli uomini appartengano ad una stessa razza e che abbiano uguale dignità) aveva
aperto ancor più Roma a tutte le scuole filosofiche e religiose, per favorire
un confronto universale. Dopo la decadenza tardo antica, questo carattere
multiculturale e multimediale è vivo nell'VIII secolo, quando si consolidano le
Scholae peregrinorum, le colonie straniere. Ci sono i Sassoni, i Frisoni, i
Franchi, i Longobardi, gli Angli, gli Alamanni, i Burgundi, i Bavari, ecc. Il
monoteismo cristiano è refrattario ad ogni sincretismo, ma non è riducibile ad
una sola razza e si estende a tutto il mondo abitato (per universum mundum) e
non solo nell’orbita del mondo ellenistico (per omnes gentes). Il cristianesimo
è erede del mondo romano che non temeva il popolo (pauperes) e rispettava la
sua cultura ed i suoi costumi, ma i grandi (potentes). E' quantomai credibile
che la cultura presente a Roma, almeno fino al 1300, sia estremamente
cosmopolita e che Roma recuperi il suo ruolo, non più politico, di centro
dell'Orbe: cum omnes unum sint, singuli tamen..sortes proprias acceperunt.
Se
fu detta romanum ordinem (Gregorio VII) e pace romana (
Mussolini) la ricerca del dominio-possesso dei potentes, la ricerca del
carattere cosmopolita della cultura presente nei secoli a Roma, può acquisire
un nuovo significato nella ricerca della giustizia, della pace e della salvaguardia
del creato per "tutti gli uomini che Dio ama".