dEmilio Gandolfo: l’Osservatore Romano ne pubblica un ricordo per
cancellarne il ricordo.
Il 2 dicembre 2009, in
occasione del 10° anniversario dell’orrendo e sacrale assassinio di don Emilio Gandolfo l’Osservatore Romano ha pubblicato a firma di
Pietro Petraroia, un ricordo per cancellarne il ricordo (vedi allegato). Persone complesse come Marina e me,
senza essere stati suoi alunni o discepoli, lo hanno
frequentato molto profondamente (a casa nostra è venuto decine e decine, forse
centinaia di volte) per la pluralità, la poliedricità
dei suoi atteggiamenti, per la multiculturalità, che consentivano a dei meticci
culturali (io lo sono da parte di padre e da parte di madre, e sono stato fin
da bambino consapevole ed orgoglioso del mio meticciato
culturale duramente contrastato dalla scuola italiana in una Nazione cattolica
e monoculturale) di ricercare le radici della propria spiritualità (di un
Vangelo senza preti, né chiese, né dogmi) non facendo affidamento solo sul greco-latinismo.
L’articolo di Pietro Petraroia fa di don Emilio un monoconcettuale,
monoculturale e monocorde che francamente non abbiamo mai conosciuto e mai
frequentato.
L’Osservatore Romano, non
dimentichiamolo il giornale di uno Stato estero, è sembrato il luogo adatto per
la pubblicazione di un articolo che mirava a fissare un ricordo non secondo la
verità della storia, ma secondo i dogmi della verità della fede,che derivano dal furto della storia, da bugie e da violenze
che hanno come fine la gestione del potere.
L’esperienza di meticcio
culturale mi portava a pensare questo fin da bambino. Di questo parlavamo con
don Emilio fin dagli anni Sessanta. Di
questo abbiamo parlato ancora l’8 ed il 10 novembre 1999, a pochi giorni dalla
morte, quando mi confidò per l’ennesima volta che uno
dei gran cardinali tanto osannati nella corsa alla ridistribuzione
dei poteri in occasione della morte ormai prossima del papa, non aveva il
benché minimo spirito evangelico.
E a
dei meticci culturali come noi don Emilio tante volte ha
confidato e scritto 
L’eco
più fedele non certo del don Emilio descritto da Petraroia. Prendo perciò forza dal ricordo di don
Emilio. 35 anni fa, nel marzo del 1975, in coincidenza con la nascita di
Francesca, ci mandò un biglietto dove c’era scritto

Non
mi sembra di dover aggiungere altro se non che l’articolo
dell’Osservatore Romano mi era sembrato la voce della Compagnia di San Paolo,
della Curia di Milano e del Vaticano che miravano a cancellare il ricordo di un
uomo che voleva essere a servizio dei
suoi amici nelle cose di Dio (Lettera
agli amici, Pasqua 1973), ed essere
partecipe nella vita di tutti i giorni, delle loro pene e delle gioie, delle
angosce e delle speranze.
Un santino che esprimeva
un’esperienza personale in modo certo meno grossolano, aberrante ed osceno di
quello che avevano fatto alcuni amici anni prima nelle “lettere agli amici” per
offrire un’immagine monoculturale, negando la parola data e scritta e
“rubandomi” il gran lavoro di catalogazione, scannerizzazione,
trascrizione fatto per ricordare, attraverso il legame culturale e spirituale
tra Marina ed Emilio, la straordinaria esperienza multiculturale
di un prete che
“riusciva a trovare con tutti il terreno per
dialogare, una sponda su cui costruire un rapporto sempre diverso e
personalizzato: perché il suo interesse era l'umanità, e la sua curiosità
quello che i giovani pensavano di sé, del mondo, del futuro” Marcello Flores,
"Diario della Settimana", anno IV numero 50 (mercoledì 21 dicembre
1999).
Petraroia cancellò allora persino alcune
parole dello statuto dell’Associazione depositato dal notaio: c’era scritto che
era un’Associazione laica, fatta anche da persone che non seguono una
teologia strutturata. Vedi me, eletto nelle liste del Partito Comunista
italiano, di cui pure don Emilio pensava quello che ho appena ricordato.
Con sorpresa ho
ricevuto copia del giornale con l’articolo, che già conoscevo, e con un
biglietto di Giuseppe: mi pare ben fatto e ricordi bene il nostro caro
amico.
Vogliono ricordarlo
così? Liberi di farlo. Ma rispettino chi lo ricorda ed
ha vissuto in altro modo.
Ho letto e riletto
l’articolo. L’ho fatto leggere al padre di Marina: 97 anni ed una straordinaria
memoria di un secolo di affari italiani. Lui conobbe don Emilio prima di noi, attraverso la cognata Anna Maria, un’altra credente laica, che insegnava al Virgilio e
che aiutò Emilio, come lui ricordò, ad amare la verità più della vita.
Anche a lui è sembrato
un articolo di nessuna importanza. Un
ricordo che non ricorda. E’ evidente che don Emilio andava
cancellato quando mi gridarono “non lo conoscevi”, “non sei degno di
farne memoria” e “io lo voglio” e si riferivano a quel teologo che era o
diceva di essere l’uomo di don Achille
(quello della “Mafia di Faenza”) e che mi scrisse “lo ricordo assai bene”
per elencarmi secondo la verità della fede i convincimenti che don Emilio
avrebbe dovuto avere e non aveva (e lo testimonia il libro Lettera e
Spirito, che è del 1972. Persino il cardinal Pellegrino, suo carissimo
amico, si sottrasse dallo scriverne la premessa: ma come faccio!) sulla storia della
chiesa.
Hanno cancellato 40 anni
della nostra vita, le pene e le gioie, le angosce e le speranze, ci hanno
coperto di insulti, hanno fatto morire Marina prima
del tempo ed angosciata. Ne hanno cancellato la memoria. Nemmeno gli animali più
feroci!
E ancora non basta! Eppure avevo capito fin dai funerali di Vernazza
con l’esibizione della forza della chiesa locale (una processione di 60 preti)
che l’omicidio sacrale e simbolico di don Emilio era cosa loro, sulla quale non
bisognava mettere becco. Ma non solo la morte, ma anche
l’esperienza umana, culturale, sociale.
Adesso pubblicano un
articolo che dicono ben fatto e ricordi bene il
nostro caro amico.
Ne ricorda uno dei
mille aspetti facendone
un pretino credulone, dogmatico ed ignorante, lontano dalla vita di tutti i
giorni.
Quello descritto non è
certo l’uomo che molti, me compreso, ricordano: “riusciva a trovare con tutti il
terreno per dialogare, una sponda su cui costruire un rapporto sempre diverso e
personalizzato: perché il suo interesse era l'umanità, e la sua curiosità
quello che i giovani pensavano di sé, del mondo, del futuro” M.Flores,
"Diario della Settimana", anno
IV numero 50 (mercoledì 21 dicembre 1999).
E poi qualcuno si meraviglia ancora
se provo disagio e disgusto anche solo ad entrare in una chiesa o a sentire un
prete che parla di “amore”.
Qualcuno si meraviglia
ancora se, dopo 7 anni, considero la breve omelia del signor Silvano Nistri ai funerali di Marina una terribile “cazzata”. Eppure non è stato mai
capace di correggerla. Vestì i paramenti sacri e salì sull’altare per definirla
la discepola numero uno di don Emilio.
Di un prete che, descritto com’è, Marina non avrebbe
mai frequentato. Si chiedeva: ma i cattolici sanno solo pregare? A
leggere Pietro Petraroia sembrerebbe proprio di si.
Credenti, dopo la
feroce e sacrale esecuzione di Emilio, abbiamo
duramente sperimentato che tra il messaggio evangelico e le tradizioni
confessionali cristiane e cattoliche non c’è nessun rapporto.
Oggi il papa dei
cattolici richiama
al “dovere dell’assoluto rispetto della dignità della persona e della vita
umana”. Questo rispetto non l’ho sperimentato.
Antonio Thiery, 27 gennaio 2010
