VILLA DORIA PAMPHILJ È
UN POLMONE VERDE.
Antonio Thiery
E
il più grande parco cittadino. Ma Villa Doria Pamphilj può diventare uno
strumento irripetibile per trovare una dimensione urbanistica, la vocazione
futura di un intero quadrante della città.
VILLA DORIA PAMPHILJ è certamente lo strumento primario per
promuovere la conoscenza di Monteverde e del quadrante sud occidentale della
città congiuntamente sotto l'aspetto fisico, culturale e progettuale: una
porzione di territorio molto ricco di storia, tra il Tevere, e le Via Portuense ed Aurelia che fin dall'epoca preistorica ha rappresentato
una delle principali porte di Roma, con gli sbocchi al mare.
Se la riva sinistra del Tevere è quella
della Roma dei sette colli e del Centro Storico (metà museo, più o meno
riconosciuto e conservato, metà mercato e uffici), la riva destra è quella di
Monteverde che al contrario ha conservato integralmente (troppo integralmente)
la sua veste residenziale. Si affaccia sulla riva destra del fiume, sovrastando
un limitato terrazzo alluvionale (dove si sono sviluppati in vari tempi i
quartieri di Prati, Borgo e Trastevere). E la struttura «alta» della città: da
Montemario al Colle Vaticano al Gianicolo e Monteverde.
La
conoscenza delle risorse naturali del
Gianicolo e dei quartieri di Monteverde (il sistema delle acque, le sorgenti,
il suolo, il clima, i materiali per l'edilizia, le cave di tufo, le cave di
inerti, i ciottoli e sabbie, le cave d'argilla, la preziosissima argilla
papalina) è un presupposto essenziale, che consente di riprogettare il lavoro,
l'abitare, il tempo libero, le relazioni sociali, il traffico, il commercio, l'educazione.
L'anello forte di una lunga catena per riprogettare la vita nel quartiere, le
attività culturali, per ridefinire una dignità urbanistica al quartiere, per
incentivare la riprogettazione dei quartieri nella prospettiva di
un'urbanistica dei cittadini (con una partecipazione attiva dei cittadini ad
una nuova organizzazione degli spazi, della mobilità, del lavoro e delle
attività commerciali, della comunicazione, delle attività culturali, sportive e
del tempo libero, della qualità della vita), rivalutando e riqualificando i
quartieri, utilizzando le risorse del territorio ed il verde, trovando una
vocazione futura di questo territorio, cercando nuovi rapporti tra gli abitanti
e nuove forme di educazione ambientale.
DA CHE PARTE LA CITTA'
DEVE ESPANDERSI ESPANDERSI?
Quando,
prima della fondazione di Roma, le tribù di
genti in qualche modo nomadi che vivevano della pastorizia e del fiume
sentirono la necessità di fondare una città, proprio lì sugli ultimi colli che
controllano il Tevere, avevano due progetti molto diversi per definire quale
tipo di Città doveva essere fondata. La gente di Romolo sosteneva una tesi, la
gente di Remo un'altra: partendo dal Tevere, Romolo pensava ad un insediamento
che guardava verso l'entroterra, verso i Castelli. Una città che facendo
affidamento sull'etnia etrusca (sulla forza centripeta) guardasse ai popoli
vicini (in primo luogo ai sabini) per sottometterli ed inglobarli.
Remo
pensava, invece, ad una città che si espandeva verso il mare, che faceva totale
affidamento sui popoli che venivano dalla costa, in particolare sugli etruschi.
Sembra
di rivedere la discussione avviata nell' Ottocento e che sfociò nel Piano
regolatore del 1942. Molti urbanisti pensavano che la città dovesse espandersi
verso i Castelli. Il Vaticano e le forze economiche, in vista della cessione di
Roma al neonato Regno d'Italia, avevano investito i loro soldi comprando grandi
quantità di terreno (con la speranza che diventasse edificabile) all'Aurelio,
al Gianicolo, lungo la Via Colombo. premevano perché la città si espandesse ad
Occidente e lo stesso Mussolini pensava che la nuova Roma, dai colli fatali,
dovesse protendersi verso il mare.
Romolo
e Remo consultarono gli uccelli La
linea retta di osservazione di Romolo e poi degli antichi sacerdoti era rivolta
a nord est, guardava i colli Viminale ed Esquilino. Si definiva un asse, che
prevedeva l' insediamento centrale nel Palatino ed una espansione verso i pagi
periferici della Nomentana, della Casilina, dell'Appia: sottomissione ed alleanze.
E' questa la fusione che avrebbe determinato l'unità urbana già al tempo del
mitico Romolo.
L'asse
di osservazione i Remo guardava verso ovest (in modo perpendicolare alla
spectio di Romolo). Avrebbe previsto l'insediamento centrale sull'Aventino maggiore
e avrebbe guardato per lo sviluppo futuro verso le porte di Roma, alle pendici
del Gianicolo (il balcone su Roma) e verso Ostia, con prospettive di futuri sviluppi del tutto
diversi da quelli auspicati e poi raggiunti da Romolo. Remo guardava evidentemente
ed in modo esclusivo al fiume che congiungeva Roma con il mare ed ai popoli
etruschi che appunto dal balcone del Gianicolo si affacciavano su Roma.
Porsenna fu sepolto proprio sul Gianicolo. Dal ponte Sublicio (l'unico guado
sul Tevere), ai piedi dell'Aventino,
cominciano le strade che poi congiunsero Roma con il mare: la via
Aurelia e la via Campana (poi la via Portuense).
da
allora, dagli episodi leggendari sulla fonda menzione di Roma il quadrante
occidentale, il Gianicolo, Monteverde, la ampia fascia che va dal Tevere alla
Via Aurelia fino al mare è alla ricerca della sua vocazione.
LE FUNZIONI AGRICOLE
Quando
nel XVI secolo, Roma torna a crescere demograficamente ed urbanisticamente, le
grandi famiglie iniziano la formazione di estese proprietà, di grandi
latifondi, all'interno delle quali le unità abitative sono rappresentate dai
casali o casalotti, spesso insediamenti su resti di ville e sepolcri antichi.
E il Gianicolo, ed il quadrante
Sud-Occidentale (le zone pregiate della città)
lentamente riprendono le funzioni
agricole che li avevano caratterizzati fin dall'epoca più remota: orti, vigne,
coltivazioni, delimitati dalle due strade (la via Campana, poi sostituita dalla
Portuense e la Via Aurelia) che, dal guado sul Tevere, portavano al mare.
Sul
Gianicolo, Anco Marzio aveva fatto costruire
una fortezza sentinella e Saturno, il dio agrario italico, avrebbe
trovato rifugio, fondando un suo regno
dove gli uomini avrebbero vissuto la mitica età dell'oro. Qui erano stati gli horti
(giardini con giochi d'acqua, ninfei, esedre, fontane, che spesso avevano un
uso residenziale o una utilizzazione agricola) di Muzio Scevola, di Cincinnato
e di Giulio Cesare. Il desiderio degli
antichi romani di vivere nella natura si concretizzò nella costruzione di
numerose ville suburbane, poco fuori della città, meglio nelle zone alte, in
modo di poter godere dei benefici anche climatici della campagna, sfuggendo al
caldo ed all'aria stagnante della città,
senza allontanarsi troppo dagli affari.
Con
il Rinascimento rinascono le delizie degli antichi horti, dove l'amore per le
belle arti si sposava con l'amore per l'agricoltura. C'è un fiorire di giardini
con casini. Lungo l'asse delle vie consolari ed in particolare la Via Aurelia
Antica, rinascono le ville suburbane, fastose,
non come luoghi di residenza stabile, ma come luoghi per feste e
ricevimenti.
Con
il fiorire di vigne, di giardini e di deliziosi casini si volevano rivivere gli
ideali classici. Anche sul Gianicolo nascono numerose vigne. Utilizzano l'acqua
dell'acquedotto Traiano, e che sarà poi restaurato da Paolo V (1608-1612), alimentato dalle sorgenti delle vicinanze del
lago di Bracciano. Il territorio è
caratterizzato da boschi, pantani, fiumicelli, monumenti, casali, fontanili, da
torri d'avvistamento e conserve d'acqua destinate alla raccolta delle ricche acque
sorgive.
Le
terre tornano ad essere coltivate e sono suddivise in vigne. Si comincerà a
produrre, tra l'altro, quel vinello bianco di Monteverde (di moderata
gradazione alcolica, ma di buona qualità) ancora consumato nelle osterie locali
(di Santa M azza e «di Nerone», lungo la via del Casaletto, o del casale
Giacometti, l'attuale Scarpone, a Via di San Pancrazio) agli inizi di questo
secolo.
Si
coltivano viti, ma anche semola, orzo, ceci rossi e bianchi, cicerchia,
ginestra per legare le viti, piante di rose, fagioli, meloni, cavoli, cedri,
fragole, piselli, cavolfiori, cipolle, mandorle, fichi, nocchie, lenticchie,
fave, prugne, broccoli, cerase, visciole, pere, cocomeri, finocchi, zucchine,
noci, carciofi.
In
sintesi nelle ville si sommano il giardino dei fiori (con rose e gelsomini,
definito con spalliere di cedri e con vasi di agrumi), estese zone coltivate
sia a vigna bassa, sia a vigna tesa, orti, piantagioni sperimentali e di piante
ornamentali, zone agricole di coltivazione più estensiva, zone da pascolo. La
vendita dei prodotti agricoli copre abbondantemente le spese di gestione della
Villa, che viene sempre più rinnovata ed ampliata nella parte nobile destinata
alle feste ed alla villeggiatura. La villa è un'azienda agricola produttiva che
reinveste parte dei suoi utili in bellezza, in opere d'arte, in servizi
sperimentali, nella creazione di nuovi lavori.
Nel
Seicento la malaria si insedia nella pianura e accentua il fenomeno di
costruzione, naturalmente sui colli, di luoghi di villeggiatura stagionale per
sfuggire la calura e le insidie estive. Ruoli importanti ebbero il Gianicolo, i
Castelli, il colle di Tuscolo a Frascati.
Il
casino principale delle ville, sempre più sontuose (grazie ai proventi, giova
ricordarlo, della produttività delle aziende agricole di cui sono parte, la
“parte bella”), aveva la funzione di accogliere ricche collezioni d'arte, e le
stesse facciate erano concepite come musei, con nicchie e riquadri, con statue
e busti impreziositi da stucchi. Vi lavorano i più celebrati architetti,
scultori, pittori, e tutto il mondo degli artisti minori, degli artigiani e
molti scienziati, esperti di idraulica e di botanica.
Con
le scoperte geografiche vengono importate nuove specie vegetali, animali
sconosciuti. Dalla seconda metà del
settecento la sperimentazione della coltivazione di piante esotiche mutano i
proprietari in collezionisti botanici. L'arte del giardinaggio delle Ville
romane fu tra le più alte in Europa. Alcune Ville, come Villa Doria Pamphilj,
diventano il punto di riferimento di scienziati e di letterati di passaggio a
Roma. Gli interni delle palazzine delle feste si riempiono di arredi
ricchissimi, ormai tutti dispersi: mobilio, stoffe, vetri, porcellane, bronzi,
oreficeria, raccolte antiquarie.
Nel
1870 Roma era ancora una città delle ville. Quando si trasformò in capitale di
uno stato moderno, subì urbanisticamente scelte condizionanti per le nuove
esigenze edilizie e per le scelte zonali e direzionali d'ampliamento. Cominciò
allora una irragionevole manomissione delle ville, sotto la spinta di una
feroce speculazione.
Villa Pamphilj
Villa Pamphilj, grande villa seicentesca,
è la più nota delle ville suburbane del Gianicolo, ma certamente non la sola.
Dai censimenti operati da Isa Belli Barsali, da Alberta Campitelli e completati
in questi anni dagli architetti Paolo
Fracasso e Alberto Giampaoli, dalla Valle dei Casali alle pendici del Gianicolo
è un pullulare di casali (centinaia) e di Ville.
Ne cito qualcuna: Villa York, Villa
Saccucci, poi Maraini (sede della Croce Rossa), Villa Zingone al Casaletto,
Casale Pio V, Palazzina della Meridiana a via Portuense, Villa Porta Rodiani a
lungotevere Portuense, gli orti
d'Alibert, Villa Corsini e Villa della
Farnesina alla Lungara, Villa Aurelia dell'Accademia USA, Villa Cecchini di Via
del Gianicolo, Villa Lante al Gianicolo, il Bosco Parrasio, Villa Giraud
Ruspoli dell'Accademia di Spagna, Villa Spada al Gianicolo, oggi Ambasciata
d'Irlanda presso la santa Sede, Villa Piccolomini e palazzina Corsini a via Aurelia, Villa Abamelek, Villa Sciarra,
Villa del Vascello con le palazzine annesse, il Casino dei Quattro Venti al
posto di Villa Corsini, Villa Doria
Pamphilj, per finire a Villa Carpegna, dove comincia Valle dei Casali. Di molte
ville è rimasto solo il nome, ad esempio di Villa Riario alla Lungara e delle
Ville Ottoboni e Crescenzi al Gianicolo.
Nacque una nuova cultura nell'ambito dei
giardini, costruiti e decorati con grande attenzione al paesaggio.
Villa Doria Pamphilj rimane una delle
poche fortunosamente intatte, anche se ferita dallo squarcio della via Olimpica
che ne preparava la lottizzazione. Oggi con i suoi 1.809.000 metri quadrati e
con 9 kilometri di perimetro è quasi interamente aperta al pubblico. Quasi,
perché ai romani è ancora precluso l'uso della palazzina dell' che pure fu
acquistata dallo Stato Italiano per farne sede di attività culturali romane e
fu donata alla cittadinanza romana con una solenne cerimonia pubblica il 1
maggio del 1970, come unico atto celebrativo del centenario di Roma Capitale.
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Promemoria su Villa
Algardi
1) Qualche nota su una
vicenda più che trentennale.
Quella della Casina
dell'Algardi è una vicenda nata nel lontano 1962.
In quell'anno fu rivolto
il primo appello allo Stato affinché fosse esercitato il diritto di prelazione
per un'importante edificio che stava per essere venduto allo Stato Belga.
Nel 1963 fu promossa una
sottoscrizione pubblica come contributo della cittadinanza per l'acquisto della
Casina. Fu la prima occasione in Italia
in cui lopinione pubblica in Italia si mobilitò per un bene culturale ed
ambientale. Villa Pamphilj e la Palazzina dellAlgardi furono la culla delle battaglie dei movimenti
ambientalisti, che hanno
consentito una riflessione democratica
e di crescita culturale, sociale ed economica per tutto il Paese.
Nel 1965 il Mistero del
Tesoro stanziò 600 milioni per l'acquisto della Palazzina, che il 1 maggio
1970, con una significativa cerimonia, venne affidata simbolicamente alla
cittadinanza romana, come unico atto con cui lo Stato italiano celebrava il Centenario di Roma capitale. Ma fu una consegna
simbolica, alla quale hanno fatto seguito anni di abbandono, anche se nel 1972
una delibera comunale costituì un gruppo di lavoro per preparare la stesura di
un piano programma, pubblicato, in una prima stesura, poi integrata, nel 1982.
Il piano programma
prevedeva:
- la lettura
storico-critica del contenuto geomorfico della villa;
- un'ipotesi di lettura
articolata per zone omogenee;
- un quadro delle
idoneità a livelli omogenei di intervento e di utenza (la zonizzazione);
- un quadro di
riferimento delle opzioni possibili;
- un'ipotesi per
l'accessibilità ed i trasporti,
- interventi compatibili
con le preesistenze;
- i criteri di
attuazione del parco nel tempo.
L'attuazione del piano
programma e la definizione della destinazione a palazzina dell'Algardi, a Villa
Vecchia, a palazzina Corsini, alle serre, avrebbe finalmente consentito sia di
dare una giusta sistemazione alle sculture di Villa Pamphilj (64 statue di gran
valore ed altri 400 reperti architettonici) nascoste nei depositi comunali, sia
di avviare la costituzione di un punto di riferimento per le iniziative ricreative e formative aperte a
tutta la popolazione in un intero
settore della città (con centinaia di migliaia di cittadini) totalmente
sprovvisto di ogni opportunità culturale.
Dopo la bozza del piano
programma non è successo più niente. Nel 1984, in previsione della Presidenza
italiana del semestre CEE nel 1955, la Presidenza del Consiglio richiese,
temporaneamente, l'uso della palazzina, per restaurarla e destinarla alle
attività di rappresentanza, che (per bocca del Presidente del Consiglio) si
impegnò solennemente a restituirla alla popolazione romana.
Successivamente però nel
1989 la Palazzina dell'Algardi fu incamerata dai beni della Presidenza del
Consiglio, che cercò successivamente (nel 1992) di farne la residenza del
Presidente del Consiglio. Ci fu (febbraio\marzo 1982) come ricordato una
petizione popolare con 28.000 firme che bloccò il progetto.
Sembrò avviato un
procedimento per restituire a Roma la Palazzina che fu espressamente acquistata
(con diritto di prelazione che solo lo Stato e non il Comune poteva esercitare)
per destinarla a sede di attività culturali romane. Fu redatto il protocollo
d'intesa del Governo Ciampi (lo siglò Maccanico Sottosegretario alla
Presidenza)
Il 1 ottobre del 1994 (quando
il Comune di Roma, secondo gli accordi del primo protocollo d'intesa, avrebbe
dovuto prendere possesso della Casina dell'Algardi) non è successo niente. Il
protocollo d'intesa è rimasto lettera morta e la Casina dell'Algardi è rimasta
preclusa ai romani. Le successive
vicende con il Governo Berlusconi e con il Governo Dini sono state
ricordate.
frequentatori di Villa Pamphilj hanno
rinnovato la mobilitazione popolare,
con una nuova petizione che ha raccolto oltre 10.000 firme, che sollecitavano non solo la restituzione della palazzina dell'Algardi
alla cittadinanza, ma anche l'avvio
della progettazione (di un Piano
Programma e di utilizzazione) di Villa Pamphilj, per avviare finalmente un piano complessivo di
riorganizzazione della Villa, soffocata
dalle troppe e concorrenti competenze di diverse Ripartizioni comunali e
Sovrintendenze statali. Tra tante competenze, in più di venti anni di apertura
al pubblico, non si è trovato nessuno che si assumesse la responsabilità di realizzare almeno alcuni servizi essenziali
(gabinetti, punti telefonici e di soccorso, accessi per i portatori di
handicap, ecc.), per i visitatori, che nei periodi di maggiore affluenza
diventano settanta mila al giorno.
Eppure, durante la
campagna elettorale per il Comune di Roma,
ci furono impegni precisi perché Villa Pamphilj e la Palazzina dell
Algardi (due problemi connessi, ma ben distinti) diventassero dei laboratori
(per ripensare in concreto i modi di far
cultura, educazione e progettazione
urbanistica ed ambientale) aperti alla partecipazione democratica di tutti i
cittadini.
2) Qualche nota per
riassumere le vicende degli ultimi due anni.
1) Il 4 marzo 1994 (Governo Ciampi) fu siglato un
protocollo d'intesa tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Comune di
Roma, il Ministero dei Beni Culturali, l'Ente Fiera di Roma e il Ministero
della Difesa. Il protocollo prevedeva la sistemazione della Galleria d'arte
moderna a palazzo Barberini, il passaggio del Circolo delle Forze Armate a Villa
Borghese alla Casina delle Rose, di proprietà della Fiera di Roma, che aveva in
cambio alcune concessioni. Il protocollo prevedeva tra l'altro:
"La Presidenza del
Consiglio dei Ministri si impegna a
restituire, con effetto dal 1 ottobre 1994, al Ministero dei Beni
Culturali la Casina dell'Algardi in Villa
Doria Pamphilj.
Il Ministero dei Beni
Culturali si impegna a sua volta a dare in concessione trentennale rinnovabile
al Comune di Roma la Casina dell'Algardi". Un'apposita commissione
composta dal Sovrintendente ai
Monumenti del Ministero dei Beni
Culturali e dal Sovrintendente Comunale avrebbe definito un piano per
l'utilizzo della palazzina dell'Algardi.
Questo protocollo
d'intesa recepiva le richieste avanzate da una petizione che, nei mesi di febbraio
e marzo del 1992, aveva raccolto 27.000
firme. a seguito dell'avvio di alcuni lavori sospetti che sembrano preludere
alla destinazione della Palazzina dell'Algardi (e, per ragioni di sicurezza, di
una buona parte della Villa) a residenza del Presidente del Consiglio. La
petizione chiedeva la definitiva
destinazione della Casina dell'Algardi ad attività culturali per la
popolazione romana.
2) Subentrò subito
il Governo Berlusconi, che adducendo alcuni
cavilli burocratici (la mancanza della firma di alcuni ministri sotto il
protocollo d'intesa) non volle tenere in nessun conto l'accordo tra Presidenza
del Consiglio e Comune di Roma, che avrebbe consentito di riorganizzare alcune
Istituzioni culturali e civiche molto importanti e per chiudere alcune questioni
che durano ormai da più di trenta anni (in primo luogo la palazzina
dell'Algardi e palazzo Barberini).
3) Subito dopo, con il Governo Dini, è stato sottoscritto un
nuovo protocollo d'intesa tra il Comune di Roma, la Presidenza del
Consiglio ed il Ministero dei Beni
culturali, nel quale erano scomparse le
clausole del precedente protocollo
d'intesa del 4 marzo 1994.
Secondo questo nuovo
protocollo, la palazzina restava a disposizione integrale della Presidenza del
Consiglio. Non ci sono più progetti di utilizzo per la cittadinanza. Era detto
che in futuro la palazzina potrebbe tornare ai romani soltanto (e questo
apparve subito del tutto improbabile) se la Presidenza del Consiglio riuscisse
a trovare un'altra analoga e prestigiosa sede di rappresentanza.
In compenso fu promesso
che la palazzina, con modalità da
precisare, sarebbe stata aperta alle visite del pubblico.
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Il
primo nucleo della Villa fu costituito, nell'ottobre 1630, da Panfilio
Pamphili, marito della celebre Olimpia Maidalchini, che compra un edificio
addossato all'acquedotto Traiano. L'estensione della proprietà è modesta. Si
tratta di una vigna di dieci ettari; la Vigna di San Pancrazio, dove Donna
Olimpia si dilettava ad allevare bachi da seta.
La
leggenda dirà, dopo la sua morte, che nelle notti di burrasca Olimpia
Maidalchini, detta la nota Pimpaccia di piazza Navona (in ricordo di un
personaggio della commedia salottiera della Roma del seicento: leziosa, astuta,
presuntuosa, dispostica), «non bella, ma bionda e snella, piacevole e
vivacissima», sarebbe stata issata da un
sabba di demoni e streghe su una carrozza tirata da cavalli con occhi di fuoco,
e sarebbe stata trascinata da Villa Vecchia fino a san Giovanni in Laterano e
poi, come se fosse un pellegrinaggio penitenziale, fino alla basilica di San
Pietro. L'attuale Aurelia Antica fu detta vicolo Tiradiavoli. L'arco
dell'acquedotto si chiama ancora, a ricordo di quelle notti di tempesta e di
donna Olimpia, Tiradiavoli.
Presto
la Villa comprese 23 vigne preesistenti. Crebbe con la fortuna della famiglia
Pamphili. Il fratello minore di Panfilio, Giovanni Battista diventò papa col
nome di Innocenzo X. Il figlio Camillo, cardinale, fece costruire il Casino del
Bel Respiro (1644-52), affidandone dapprima il progetto, carico di simbolismo,
al Borromini, e poi affidandone la realizzazione all'Algardi ed al Grimaldi. La
nuova villa fu destinata ai
trattenimenti ed agli svaghi. La villa vecchia diventò sempre più residenza
privata e familiare.
Nel
700 e poi a metà dell' 800 il casino ed il parco subirono numerose modifiche.
Il giardino era disegnato all'italiana, con otto aiuole costeggiate da alte
spalliere di cipresso. Un organo idraulico, andato distrutto nel 1849, poteva
suonare molte melodie e creava contemporaneamente scherzosi giochi d'acqua. Il
giardino, che fu uno dei principali campi di battaglia durante la guerra del 1849, fu completamente
distrutto e fu quindi trasformato secondo il gusto inglese, affidandone la
riprogettazione ad un architetto dei giardini fatto venire appositamente
d'oltre Manica.
Nel
settecento fu impiantato «il giardino dei Cedrati». Gli agrumi (i primi agrumi
commestibili si sperimentarono appunto a Villa Pamphilj) erano coltivati in
serre.
Al
centro della villa c'era il Serraglio, destinato ad uso venatorio ed agricolo
Villa
Doria Pamphilj si ampliò negli anni fino al 1857 con sempre nuovi acquisti di ben
46 proprietà limitrofe , inglobando anche la Villa Corsini e la Villa Abamelek.
Alla metà dell'Ottocento le proprietà
poste fuori le mura diventano grandi aziende agricole e Villa Doria Pamphilj
viene organizzata sul modello produttivo di stampo anglosassone. Come tante
altre Ville del Gianicolo, Villa Doria Pamphilj, dunque, oltre che luogo feste e di di villeggiatura,
aveva l'aspetto e le funzioni di una vera e propria azienda agricola: alberi da
frutto, ortaggi e piante ornamentali. Era
un sistema ambientale che
funzionava e che produceva merci e servizi in quantità tale da essere
economicamente non solo autosufficiente, ma una fonte di ricchezza. Molte e
differenziate erano le strutture del sistema: la villa, il giardino delle
feste, i casali, gli orti, gli orti botanici e le coltivazioni sperimentali, le
serre, le vigne, il caravanserraglio, la stalla, la tenuta agricola.
Villa
Doria Pamphilj non è solo la più grande villa pubblica della capitale, ma è un
monito ed un'esempio per chi,
dimenticando la progettazione unitaria della città e le valenze urbanistiche
che hanno le discontinuità create dal verde attrezzato, vuol far credere che il
verde, i parchi siano oltre tutto un lusso improduttivo destinato a lasciar
posto sempre e comunque all'edificazione, simbolo di progresso e di ricchezza.
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Oggi
serve più che mai:
- definire un piano programma che tenga
conto degli aspetti paesaggistici, storici, ambientali, monumentali ed
economici, visto che una corretta gestione della villa in passato ha prodotto
grandi ricchezze, al punto che villa storica non è sinonimo di qualcosa di
qualcosa che sta sotto una campana di vetro, ma è sinonimo di progetto
economico ( per dirla in termini moderni, di business plan), di ricchezza
produttiva, di bellezza, di arte, di scienza, di cultura che crea condizioni di
vita migliori per tutti. Va studiato qualcosa di attuale per oggi.
- definire un progetto museale e culturale della villa, che abbia
come momento centrale la Palazzina dellAlgardi.
______________________________________________________________A proposito dei musei va
detta qualcosa. Le attese, la formazione, l'istruzione ed i consumi culturali dei giovani presentano
delle caratteristiche omogenee che si possono così riassumere: 1) i luoghi, i
modi, le strutture ed i codici di apprendimento istituzionali (scuola, università, libro, musei, teatro,
concerti) sono ritenuti rituali, inutili, noiosi; 2) la dimensione storica
(ricerca delle proprie radici nel passato e prospettive per il futuro) è
totalmente assente; 3) i bisogni dei
giovani sono immateriali: ritmo, musica, "reti di relazioni"
(telematiche, ma anche i "gruppi", le amicizie) cultura per immagini
e ciberò, mondi virtuali, video-clip (immagine, colore, ritmo, musica,
materiali iconici da ricostruire mentalmente).
Sembra di andare
contro tendenza nel proporre di “definire un progetto museale” eppure notizie
di stampa di questi giorni ricordano che il Louvre da 2,7 milioni visitatori di 10 anni fa, è
passato ai 6,3 milioni di visitatori (la
Tour Eiffel ha 5,5 milioni di visitatori) nel 1994, trasformandosi da museo riservato
a pochi colti a Carousel du Louvre, una vera e propria calamita turistica
(anche con il suo shopping center), che attira un pubblico non specificatamente
interessato agli aspetti artistici e culturali. Non so se tutto è ben fatto, ma
c'è un dato di fatto importante: le opere d'arte riservate alla contemplazione
estetica dei colti, cominciano a diventare strumenti della conoscenza per
molti. Un museo al chiuso, capovolgendo una tendenza italiana, attira più
visitatori di un museo all'aperto. Lesperienza
diretta conferma che i l museo, con
la sua cafeteria, i giardini, lo shopping, i giochi e gli spazi per bambini,
ecc.ecc. è in molti paesi europei un
luogo di ritrovo, di educazione e di
svago, quasi da scampagnata, anche per una famiglia di giovani con bambini
piccoli.
Ci si prepara al Giubileo
creando «eventi». Persino i
lavori pubblici, vedi il sottovia di Castel santAngelo, vogliono essere
«eventi», inutili, ma «eventi». Anzi si cerca un «super evento» che concentri
lattenzione del mondo su Roma. Come se
il nostro Paese non fosse in grado di concentrare in altro modo lattenzione del
mondo. Il nostro Paese è uno dei maggiori contenitori di beni
culturali e contemporaneamente l'Italia è fra gli ultimi Paesi industrializzati
per grado di istruzione e per i consumi culturali dei propri cittadini. Abbiamo una consistente presenza di strutture
museali, bibliotecarie, archivistiche, un ricco cartellone di manifestazioni e
mostre nel campo dell'arte, della musica, del folklore in questa Italia delle
cento città, ma nessuno può affermare che tutto ciò crei sistema, rete di
comunicazione, coinvolgimento consapevole e permanente dei cittadini, oltre
l'effimero del turismo estivo e l'accrescimento culturale di piccole
oligarchie.
Eppure con le tecnologie integrate della multimedialità e
dell'interattività ed in particolare con le reti via cavo territoriali, si può
identificare un grande progetto di trasformazione culturale, civile ed
economica del Paese.
Il recupero e la valorizzazione dei patrimoni
culturali (preesistenze archeologiche ed architettoniche, artistiche, storiche,
tradizionali) che è una fonte primaria
di arricchimento (anche economico) per la qualità della vita, per una vita più
giusta. La definizione di un progetto per l'Italia attraverso la elaborazione di una politica
culturale ed economica fondata sulle risorse (sulle "memorie") del
nostro del patrimonio storico, artistico e naturale. Si mondializza la cultura e si globalizza l'economia;
la società neotecnica, l'Uso parsimonioso dei consumi e degli stili di
vita sono una necessità non più rimanda
bile; gli orari di lavoro hanno una riduzione inevitabile: aumenta il tempo
libero; aumenta l'età di vita (diventa una categoria sempre più importante la
terza età); servono nuovi servizi, nuovi lavori e nuove occupazioni.
Le reti di musei (capaci di utilizzare i patrimoni umanistici ed
ambientali del territorio), di biblioteche, di mediateche strutturate in modo
da essere accessibili a tutti e funzionali per tutti, rappresentano uno strumento
essenziale per ricostruire una democrazia del sapere e per ridare ai giovani una dimensione storica e il
senso delle proprie radici: per riconoscere il passato, per vivere
responsabilmente nel presente e per progettare il futuro, in una dimensione
mondiale, nel rispetto di tutte le etnie, le culture, le religioni, le risorse
economiche.
Il recupero per i giovani del senso delle proprie radici e di una
dimensione storica rispettosa delle differenze. Un uomo senza radici è
infelice. Lo psichiatra Vittorino Andreoli, noto per aver fatto le perizie
d'ufficio in tutti i grandi processi che hanno coinvolto i giovani protagonisti
dei maggiori fatti di cronaca nera, scrive:
E' disarmante l'ignoranza storica dei giovani del tempo presente.
Abbiamo costruito la storia stolidamente, con la convinzione che è il potere e, dunque, chi vince la guerra a
tracciarne il percorso. Non abbiamo raccontato la storia del quotidiano, della
paura, delle gioie, delle attese, di
ciò può servire a vivere. Nei giovani il
rifiuto della storia è consapevole, dipende anche dall'averla raccontata male e parzialmente,
con la convinzione che è il potere e, dunque, chi vince la guerra, a tracciarne
il percorso. I giovani sono così presi
dall' iperconcreto da non aver tempo per
occuparsi del passato, di ciò che non c'è. anche perché i libri che lo
contengono sono illeggibili.
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- individuare un’autorità unica di
progettazione e di gestione della Villa, unificando le tante competenze che
oggi rendono difficoltosa una programmazione delle attività della villa e che
agevolano degrado ed abuso. Tutelare, abbellire, rendere un servizio alla
città, generare lavori soprattutto per i giovani e favorire una gestione
economica: questa è la scommessa per un’autorità di programmazione e di
gestione;
- definire, sentite le competenze di
istituti di ricerca ed universitari e delle associazioni ambientalistiche, i
complessi problemi della fauna e della flora.
Villa Pamphilj nella progettazione del
quadrante sud-occidentale della città
La Regione Lazio sta discutendo per la
istituzione di alcuni parchi urbani tra cui quello relativo alla Valle dei
Casali.
Il
Parco Regionale è strumento di gestione di una porzione della ben più vasta
Valle dei Casali, un sistema, una struttura naturale, geomorfologica ed
ambientale che va da Villa Carpegna al
Tevere, e di cui fa parte Villa Doria Pamphilj. Come Villa Pamphilj e le ville
del Gianicolo insegnano, gestione economica e gestione ambientale non sono
certamente in contrasto. Sono gravemente
in crisi, invece, i due capisaldi
dell'attuale economia: il lavoro ed il consumismo. La gestione dell'ambiente significa uso delle
risorse, ma può diventare una fonte primaria di lavoro, soprattutto per i
giovani, di ricchezza, anche economica, per la qualità della vita, per una vita
più giusta. Significa inventarsi professioni nuove e forme nuove e sociali di
aggregazione; gestione ambientale ed urbanistica è sinonimo di nuove
professioni, di servizi, di modi di vita, di tempi del percorso tra casa ed
ufficio, di possibilità di lavoro e di riposo, di ambiente e di ecologia, di
modi di realizzazione di un progetto di progresso comunitario e solidale aperto
ai più deboli, di forme di
partecipazione alla vita sociale e culturale, ed è sinonimo di tante altre cose ancora.
Sul
Parco, ridotto, dall’abusivismo edilizio
e da uno sviluppo urbanistico
speculativo e per così dire spontaneo, a meno di un terzo delle sue
dimensioni originali (la proposta attuale riguarda 400 dei 1200 ettari previsti
dal piano di assetto del 1974) si
affacciano (Bravetta, Pisana, Corviale) e ne fanno parte (Trullo) quartieri che devono essere riqualificati. Il Parco serve, dunque, per riprogettare la
vita e le attività sociali e culturali dei quartieri vicini, per ridefinire una
dignità e dimensione urbanistica ai
quartieri dell'intero quadrante sud occidentale, guardando anche agli scenari
futuri di un progetto che porterebbe un volto nuovo a tutta la città.
La
Valle dei Casali è il nucleo centrale di
quella porzione di territorio molto ricco di storia (di testimonianze naturali
ed ambientali, archeologiche, storico-artistiche, catacombali) , tra il Tevere, e le Via Portuense ed Aurelia che da fin dall'epoca preistorica hanno
rappresentato gli sbocchi di Roma al mare. E' una le maggiori testimonianze
dellagro romano, e della tradizione agricola romana negli ultimi 30 secoli. E'
uno dei rari pezzi ancora coltivati
nella città costruita che rimane, con la globalità del suo territorio, il più
grande comune agricolo dItalia. La Valle dei Casali è la maggiore testimonianza della
trasformazione del territorio romano da agricolo ad urbano.
E'
anche una struttura essenziale
dell'intero sistema città e deve essere
progettata, salvaguardata, utilizzata nella sua organica globalità in un quadro
di riferimento cittadino. ll Parco dei Casali costituisce, infatti, uno dei punti forti della tangenziale verde e
rappresenta uno snodo fondamentale nella spina verde occidentale che
potrebbe ridisegnare Roma
L'istituzione
del parco di Valle dei Casali mostra come non sia solo un'utopia l'ipotesi
fatta tanti fa del collegamento della dorsale NW con il costituendo Parco
Archeologico dei Fori e dell'Appia. Dalla riva destra alla riva sinistra del
Tevere verrebbe a definirsi una fascia di verde che crea discontinuità ed
attraversa Roma.
Bisogna
chiedersi e studiare: quali sarebbero gli effetti su Monteverde? Quali effetti
sul traffico; sugli esercizi commerciali; sullambiente; sulle attività
economiche e culturali; sulle attività sportive e del tempo libero; sullo
sviluppo delle attività museali?
Allinizio
degli anni Sessanta prese corpo il progetto epocale di Cederna e Insolera per
la realizzazione del parco dellAppia Antica e del parco dei Fori (con
leliminazione di via dei Fori Imperiali), naturale continuazione dellAppia
allinterno della città. Un progetto che si caratterizzerà sempre più negli anni
come elemento di riqualificazione e
pianificazione urbanistica di tutta Roma, attraverso parchi verdi e archeologi,
attraverso la discontinuità di spazi vuoti urbani attrezzati ed ampie zone
pedonalizzate.
Contemporaneamente
prendeva corpo limpegno per lintegrità
del Parco di villa Doria Pamphilj.
La «via Olimpica» spezzava in due il Parco e definiva, delimitava la
metà più pregiata di villa Doria Pamphilj, (quella con il Villino dellAlgardi)
destinata dal Piano Regolatore fin dal 1931 a
verde privato senza vincoli e, quindi, edificabile per un
ventesimo. La «via Olimpica»
rappresentava di fatto una strada di lottizzazione tesa a facilitare laccesso
alle 60 ville che in piena legittimità sarebbero state costruite e voleva favorire ed incentivare lespansione
della città ad occidente, nella direzione cioè opposta a quelle indicate come
principali dal piano che sarà approvato nel 1962.
Allora
Villa Doria Pamphilj (al pari dellAppia Antica) fu subito considerata, insieme
alle falde del Gianicolo fino al carcere di Regina Caeli ed al Tevere e
allAurelia Antica (Villa Abamelek, Via delle Fornaci, Villa Piccolomini), parte di un complesso monumentale e naturale
di interesse nazionale ed internazionale ed uno straordinario elemento di riqualificazione e pianificazione urbanistica di tutta Roma.
Cominciava a prender corpo un elemento fondamentale dell'urbanistica moderna:
la pianificazione va fatta non solo ricucendo le zone costruite, ma conservando
la discontinuità, attraverso parchi verdi e vuoti urbani attrezzati.
Accanto
alla spina verde dellAppia si imparò a delineare anche la spina del Gianicolo, Villa Doria
Pamphilj, Villa Maraini, Valle dei Casali, sughereta di via della Pisana, fosso
e valle della Magliana, il comprensorio Arrone-Galeria, con terre dellex Pio Istituto, Malagrotta,
Maccarese, che congiunge il Tevere al
mare: una occasione irripetibile per il ridisegno della città e il ripensamento
degli standards. Nel frattempo sono stati progettati anche i parchi del
Litorale e del Tevere Sud che si incrocerebbe con la spina verde occidentale in
due punti: all'altezza del carcere di Regina Caeli, dove il fiume dovrebbe
essere riutilizzato nellattraversamento della città, ed alla Magliana, dove il
fiume attraversa un'ambiente naturale, realizzando un parco fluviale).
Con
la spina del Gianicolo, verrebbe a definirsi un unico grande complesso verde
capace di ricomporre l'unità ambientale di un territorio, molto ricco di storia,
tra il Tevere, e la via Campana, prima e
la Via Portuense poi e la via Aurelia (che iniziavano nei pressi di Ponte
Sublicio, l'unico guado tra le due rive del Tevere) che fin dall'epoca preistorica ha rappresentato
una delle principali porte di Roma, con gli sbocchi al mare. Svetonio
ricordava che la via Vitellia "ab Janiculo" conduceva
"usque ad mare". Il grande parco condurre dal Gianicolo fino al mare.
La
spina del Gianicolo costituirebbe, quindi, un unico complesso verde capace di
far ritrovare una dimensione urbanistica a Monteverde e ad un intero quadrante
della città, ridefinendo e riprogettando
i quartieri dell'asse sud occidentale nella prospettiva di un'urbanistica dei
cittadini (con una partecipazione attiva dei cittadini ad una nuova
organizzazione degli spazi, della mobilità, del lavoro e delle attività
commerciali, della comunicazione, delle attività culturali, sportive e del
tempo libero, della qualità della vita), rivalutando e riqualificando i
quartieri, utilizzando le risorse del territorio ed il verde, trovando una
vocazione futura di questo territorio, cercando nuovi rapporti tra gli abitanti
e nuove forme di educazione ambientale.
Villa Doria Pamphilj un’occasione
irripetibile
Partecipazione
e programmazione sono diventate due parolacce, eppure sono gli unici due
strumenti per costruire una città solidale. Una politica di progresso è
realizzabile solo attraverso la pianificazione ed un uso sociale delle risorse,
del suolo, dei beni culturali, della città.
Serve
rilanciare una pianificazione concreta fondata sui bisogni dei cittadini,
fermando la logica del cemento e sostituendola con quella dei servizi. Villa
Pamphilj, con le sue bellezze, sta a ricordare che il verde non è un lusso, ma
è una risorsa produttiva.
Bisogna
recuperare le vocazioni locali. Roma è tante cose insieme. Il più grande comune
agricolo dEuropa, la terza città industriale italiana, il centro del
cattolicesimo, la sede di molte attività culturali ed imprenditoriali
straniere, un potente grande polo di attrazione nazionale ed internazionale per
lo sviluppo dei beni culturali ed ambientali, per lindustria culturale, per
laudiovisivo, per il turismo, ecc.
Roma
ha molti disoccupati ed al tempo stesso ha molte risorse inutilizzate, che potrebbero
creare molti nuovi lavori per i giovani.
Roma
ha molti sfratti (servono 180.000 alloggi), ma molte case disabitate (186.000
alloggi sfitti).
Roma
non ha molti servizi. Non ha luoghi di aggregazione. Ha strutture “culturali”
solo per i ceti privilegiati. Non ha biblioteche. Le scuole sono
sottoutilizzate, malandate, mal funzionanti e male distribuite sul territorio.
Roma
ha mezzi pubblici insufficienti.
Roma
è una città che dimentica il suo passato inter culturale, inter etnico, la sua
complessità ed è una città con scarsa solidarietà e profondamente ingiusta per
gli uomini e le donne di cultura diversa, per i poveri, per i giovani, per gli
anziani, per i malati, per i deboli. Ha una dimensione che serve soprattutto ai
giovani, forti e belli, possibilmente ricchi.
Villa
Doria Pamphilj, parte essenziale della spina verde che dal Gianicolo porta al
mare, è unoccasione irripetibile per sperimentare nuove professioni per i
giovani.
E unoccasione irripetibile per creare
discontinuità, fermando la sciagurata ricucitura delle periferie con il centro,
invertendo la tendenza intellettualistica ed affaristica degli ultimi anni.
La
«logica del completamento» ricorda del sonetto 558 del Belli su “le confidenze
delle ragazze”: «E chedè...qui ce tienghi un bucio... viè un po in nellantra
stanza, chio co un ago che ciò tte laricucio».
Una
città radiale, che si espande a macchia dolio non è un sistema urbano fatto di
elementi che interagiscono tra di loro tutti ugualmente importanti e necessari.
Ma è una città che vive soltanto a servizio del centro continuando a creare
disuguaglianze ed ingiustizie,
Le
strutture urbanistiche periferiche devono avere molte funzioni (Monteverde ed i
quartieri verso il mare non possono avere solo funzioni residenziali), con servizi
autosufficneti, assumendo la dignità di città.
Villa
Doria Pamphilj, parte essenziale della spina verde che dal Gianicolo porta al
mare, è unoccasione irripetibile per costruire larea metropolitana, per rendere
interdipendenti, come in un sistema, il centro e le periferie di Roma, Roma
metropolitana e la regione.