Paolino
da Nola, un'occasione per riflettere
sulla ricchezza e sul rispetto delle "alterità".
A.Thiery, 1° nota, del 2
settembre 2004
Non si finisce mai di imparare.
Ho spesso messo in evidenza, in questi
ultimi quarant'anni che la falsificazione della
storia è uno degli strumenti fondamentali per gestire il potere a vantaggio
dell'élite dominante: distruzione delle testimonianze del passato e del
presente, luoghi comuni a volte millennari ed
omissioni. Ed insieme il controllo della conoscenza e
della comunicazione. Ne parlavano già Platone ed il vangelo di Tommaso della
fine del I, inizi del II secolo.
L'ho
sperimentato ancora in occasione della feroce uccisione di dEmilio Gandolfo
prima e della malattia e della morte di Marina poi: nessun rispetto per la
dignità, l'identità, le esperienze "altre"; nessun gesto di umana
pietà, solo gelosia, invidia, cortine fumogene per sopire, troncare; il
guardare al proprio ombelico ed agli interessi della Compagnia di San Paolo,
che per cinquant’anni ha tenuto dEmilio emarginato come non mai ("mi sbattono la
porta in faccia", ci disse).
L'ho
sperimentato in tanti anni di studio del Primo Millennio. Posso permettermi
negli studi di esercitare il "carisma della libertà",
essendo totalmente staccato dalle strutture accademiche ed al tempo stesso
avendo non poca dimestichezza, ed a livello planetario, con i popoli e le
culture di quel tempo. So bene che di quel che si racconta non è quasi niente
vero.
Non credevo di
doverlo sperimentare anche a proposito di Paolino da Nola, un personaggio per
me sostanzialmente ignoto, al quale non mi era mai capitato di prestare
attenzione.
Ci sarà una marcia della pace che si concluderà
a Nola. Mi è stato chiesto un incontro a Roma, un itinerario "alla
ricerca delle radici", come abbiamo fatto per dieci anni con dEmilio, in una di quelle straodinarie macchine del tempo (come San
Clemente) che sottolineano il carattere multietnico
e multiculturale della città fin dalla tarda età
repubblicana e nell'età imperiale (nel I secolo d.C. sono presenti oltre 100
etnie ed una trentina di religioni primarie con un centinaio di culti). La pace
si costruisce solo riconoscendo le "alterità"
e la convivenza, la coniunctio bene
composita, come dice la Pacem in Terris. E San Clemente è un
"luogo" straordinario per riconoscere la convivenza delle alterità.
Ed allora mi è sembrato necessario fare qualche ricerca su
Paolino da Nola. Ed ecco le sorprese.
E' nato a Bordeaux forse nel 353. Ne parlano S.Agostino e Gregorio Magno e, in epoca moderna, Lazzati. Era ricchissimo. Fece la scelta della povertà.
Un tema che ha sconvolto il cristianesimo nei secoli e che
oggi, nel cattolicesimo ed in genere nella cristianità occidentale, è
ridotto a virtù morale e ad atteggiamento spirituale.
Fu schiavo dei Vandali, presumibilmente "ariani" e,
almeno nelle testimonianze di Agostino e Gregorio,
emerge tolleranza e coesistenza.
Cominciamo dalla povertà.
Nel 1965 Paul Gauthier,
nel pieno del fervore del Concilio, su incarico di alcuni
vescovi, pubblicò La chiesa, i poveri, il concilio, Vallecchi editore, Firenze 1965.
Sembrò un avvenimento. La presentazione alla libreria "Paesi Nuovi"
mobilitò quanti erano in attesa di un Vangelo non più
concepito come libretto di devozione, ma come un programma alternativo.
dEmilio Gandolfo,
il parroco ferocemente trucidato il 2 dicembre 199 nella sua canonica di Vernazza, era infervorato e ci trasmise questo
"fervore". Con alcuni amici, tra cui io, andò come
“rapito”. Del resto sul suo “diario dell’anima”
sta scritto con la grafia chiara e forte propria della seconda metà della anni Sessanta: «Si racconta che Tomas Linacre, amico di Moro e di Erasmo, che, quantunque sacerdote e già avanti negli
anni, aprì per la prima volta il Nuovo Testamento. Il suo
occhio cadde sul discorso della Montagna: egli lesse meravigliatissimo
i tre capitoli di San Matteo, e quindi esclamò sempre più stupefatto: “O
questo non è il Vangelo o noi non siamo cristiani”»…Chambres, Tommaso Moro.
Nel suo libro, Paul Gauthier,
spiega (forse oggi non è più di moda parlare di queste cose) che «Ora i
poveri attendono una teologia dell’uomo povero, delle immense masse
miserabili. Si fabbrica in laboratorio una teologia della povertà, a uso dei ricchi, e nei salotti si parla molto di povertà»....
Aggiunge che «La povertà come virtù morale, atteggiamento spirituale
rischia di interessare soltanto quelli che, avendo già i beni di questo
mondo, vogliono acquistare anche quelli dell’ altro.
Il giovane ricco domanda che cosa deve fare per acquistare la vita eterna
conservando le sue ricchezze. Se Gesù gli avesse
risposto soltanto « Acquista lo spirito di povertà nel godimento e nella
gestione dei tuoi molti beni », quell’ uomo non se ne sarebbe andato così triste. Gesù non gli li ha parlato di povertà ma dei poveri «Dona
i tuoi beni ai poveri ». Il Vangelo non parla che una sola volta di
povertà ( poveri di spirito », Matt.5,2) ma ben 93
volte dei poveri. Del termine astratto « povertà » non v’è
traccia. Ciò nonostante, molti cristiani non conoscono a questo proposito che
il passo di Matteo, ignorando il corrispondente passo di Luca (6,2):” Beati voi che siete poveri, che avete fame, che
piangete”»... Gesù, si può
aggiungere, non dice nemmeno: "dacci i tuoi beni che penso io,
pensiamo noi con gli Apostoli a distribuirli ai poveri".Non gli ha
consigliato di darlo alla struttura ecclesialei per
finanziare la «missione», ma «Dona i tuoi beni ai poveri ».
E’ proprio la lettura di questo brano del giovane ricco,
(Matteo 19, 21-24, Marco 10, 21-25, Luca 18, 22-25), che nel corso dei secoli
sarà tra le più controverse ed avrà tante e diverse spiegazioni.
Ma che c’entra Paolino da Nola? Secondo alcuni
(Agostino, Gregorio Magno, Gregorio di Tours, le cui
testimonianze sono raccolte e riassunte in un messale del Seicento) questo
brano segnò in modo indelebile la vita di Paolino, uomo ricchissimo, ed
indirizzò le scelte sue e della moglie, altrettanto ricchissima, verso una
povertà rigorosa. Agostino e Gregorio Magno ne danno
quindi una lettura del tipo di quella che riproporrà P.Gauthier.
Altri (Giuseppe Lazzati, in una voce del Dizionario
biografico degli autori di tutti i tempi, dell’editore Bompiani), pur sottolineando
la scelta della povertà, non la collegano a questo brano, che è del tutto
ignorato. Anzi, lega a vicende personali (la morte di un
figlio appena nato) la "conversione".
Giuseppe Lazzati era in quel momento
(1956) una delle voci più forti ed autorevoli per il rinnovamento della Grande
Chiesa di Roma, ma era pur sempre un sicuro esponente dell’alta borghesia
cattolico-lombarda per la quale, la questione della ricchezza e della povertà sarà quantomai controversa e pur
sempre un atteggiamento spirituale.
Sono in molti a ritenere infatti che nel
cristianesimo, anche in quello antico, noi non abbiamo a che fare solo con una
stridente spaccatura fra teoria e prassi, ma altresì con disparatissime,
sovente assai contraddittorie concezioni di ricchezza e povertà nelle
predicazioni dei compilatori neotestamentari, nonché di padri e principi
della chiesa prima e dopo Costantino e fino ai giorni nostri.
Si richiama “la necessità storica”, che consente di godere
a pochissimi anche i privilegi di questa vita in
attesa della gloria eterna, “della grazia gratuita” che
sarà per tutti, ma alla fine dei tempi. Questo, tra l’altro è il tema
attualissimo dell’associazionismo cattolico, non a caso teso a
garantire le “necessità storiche” della borghesia
ricca e colta e legata alle escludenti categorie conoscitive
giudeo ellenistiche del raziocinio e del dualismo occidentale.
Va comunque ricordato che nel cristianesimo, carità e
beneficenza non ebbero quasi mai, o solo raramente, (e non hanno certamente
oggi) motivazioni sociali, ma quasi unicamente religiose. Tranne
in quelle esperienze che giustamente si chiamano del comunismo cristiano
e che si collegano ad esperienze anche di altre religioni: ad esempio, s.Francesco è in piena consonanza con quei coevi
"mistici musulmani" che esortano a non desiderare, a non possedere, a
non accumulare.
Il libro di Paul Gauthier
(ed il rigorismo di dEmilio Gandolfo), se trovano una precisa corrispondenza nella
semplicità del Vangelo (non a caso dEmilio, come san
Francesco, si riferiva ad un Vangelo sine
glossa), certo rimangono quasi del tutto isolati nel mondo cristiano, in
particolare in quello occidentale e nel cattolicesimo.
Va ricordato che dEmilio
cercò, con una lettera del 3 nov.1957, (si guardi la
coincidenza temporale con la “voce” di Lazzati)
di staccarsi dalla lombardissima Compagnia di San
Paolo – opera del Cardinal Ferrari, “Istituto
Secolare", nei cui confronti “ci fu un disincantamento
graduale”. Aveva sperato, aggiunge dEmilio,
“che la Compagnia riuscisse a scrollarsi di dosso "il troppo e
il vano", avviandosi più matura e più chiara verso il suo
avvenire".
Del resto, già Clemente
dì Alessandria, morto tra 211 e il 215, un padre della chiesa evidentemente
ispirato dalla opulenta capitale dei commerci
(divenuta, con i suoi 800.000 abitanti il più importante porto di
smistamento delle merci tra Oriente e Occidente all’interno
dell’Impero Romano), aveva chiarito che per le ristrettissime élite
non c’è "il troppo e il vano", ed aveva reso il
Vangelo accettabile e più gradevole alla corteggiata società.
Certi detti di Gesù, più di tutti
la parabola del ricco epulone, infatti, mettevano a dura prova i
facoltosi cristiani di Alessandria. E allora Clemente e - con una omelia composta nel 200 “Quale ricco si può
salvare” (Quis dives salvetur) – cerca di dimostrare che Gesù non chiude la porta del paradiso neanche in faccia al
capitalista (così importante per la chiesa).
“Va e vendi tutto ciò che possiedi...”, ordina il Signore
- invano - al giovane nel vangelo, e Clemente pone la domanda: che significa
questo? Non gli comanda, come taluni intendono il detto in maniera superficiale
di gettar via il patrimonio che possiede, di rinunziare alla sua proprietà,
bensì di bandire dalla sua anima il pensiero del possesso, l’amore
appassionato per esso, la travolgente bramosia, la
morbosa inquietudine per esso, gli affanni, le spine della vita terrena, che
soffocano il seme della vita eterna”.
L'omelia di Clemente di Alessandria avrà
un seguito straordinario per formulare quella dottrina della "grazia
gratuita" e della "necessità terrena", anche in
epoca moderna, al punto che al teologo e storico ecclesiastico francese Michel Clévenot, - che vede
in Clemente “un sessantenne in gamba” - vengano alle
orecchie le parole di un “uomo d’affari” commerciante
internazionale di Alessandria, che così commenta “Questo
esattamente è quello…che io mi sono sempre immaginato. Il Vangelo non
condanna la ricchezza; la cosa importante è soltanto non restarci attaccati...
Io ammucchio i denari, mia moglie fa
beneficenza, e tutti e due ci guadagniamo il paradiso...” .
Clemente difende con
veemenza la proprietà privata. Biasimevole di per sé non è la ricchezza,
soltanto l’ingordigia. Ricchezza e agiatezza sono
piuttosto un bene, tanto più che il ricco può essere anche mite e
compassionevole. Pertanto, non è il ricco ad essere escluso dal regno dei
cieli, bensì il peccatore che non si converte! Clemente non manca di rampognare
i poveri che si rivoltano contro i ricchi, né manca di appellare ricco
l’apostolo Matteo, insegnando che l’umanità non potrebbe
sopravvivere se nessuno possedesse qualcosa.
Quasi tutto, insomma, depone a favore di questa tesi: Clemente ha
“fornito un alibi teologico ai ricchi per il loro benessere”, cioè a dire una “teoria dell’elemosina”. E
in realtà, ciò che in effetti ne è rimasto nel tempo -
e non solo in Clemente, ma in linea di principio - è stato lo spirito
dell’elemosina.
Paul Gauthier aggiunge che “la
questione più delicata è proprio questa…, le
finanze della Chiesa” e che la beata Angela da Foligno (diceva che «Accettare
dei doni, vuoi dire perdere la propria libertà ». Angela, nata (1248) e
morta (1309) a Foligno, dopo la morte del marito e dei figli entrò
nel Terz’ordine Francescano, vendendo per i
poveri tutti i suoi beni e dandosi con una compagna a vita penitente. Quasi
illetterata, ebbe per la profondità delle sue illuminazioni mistiche il titolo
di « magistra theologorum
». Ed anche per questo era un’altra delle grandi passioni di dEmilio Gandolfo.
Ancora Paul Gauthier
osserva che:«Oggi, la questione si è
fatta ancora più grave: da una parte sta lo sviluppo di un capitalismo anonimo
e spesso molto equivoco, in cui il denaro estende « il suo potere e i suoi
compromessi »; dal l’altra parte, si sviluppa nella massa dei lavoratori
e dei poveri una esigenza di giustizia sociale e di verità economica. La Bibbia
« di Gerusalemme», a proposito delle parole di Gesù
sulla « iniqua ricchezza» (Luca 16, 9), non teme di annotare: « La ricchezza è
detta iniqua non soltanto perché colui che la possiede
l’ha male acquisita ma anche, in maniera più generale, perché
all’origine di quasi tutte le ricchezze c’è qualche disonestà »».
Temi che da un altro versante, ma con altrettanta decisione e
sicurezza aveva affrontato P.P.Pasolini, di cui il
prossimo anno ricorrono i trent’anni di
un’altra feroce uccisione.
Questa è la ragione per cui è di fondamentale importanza
riflettere a lungo sulle biografie - evidentemente alternative- di Paolino.
Sulla sua scelta di povertà.
Il "riconoscimento dell' "alterità"
Ma nelle note di Agostino e Gregorio
c’è dell’altro, accuratamente taciuto dal Lazzati.
E’ il rispetto per altre culture, per le “alterità”.
E’ il momento delle “invasioni”. E' appena
avvenuto nel 410 il sacco di Roma! Eppure i Goti non vengono
mai demonizzati o definiti in modo spregiativo, né in modo apocalittico. Il saccheggio
e la schiavitù vengono descritte nella loro durezza,
ma con la convinzione che sono le condizioni economiche e sociali
dell’epoca, del resto largamente accettate e sostenute, quando sono a
proprio vantaggio, dalla Grande Chiesa di Roma. A proposito del
“saccheggio”, Agostino nota che Paolino fu tra quelli che ebbe maggior perdite, perché gli rubarono gli
ornamenti della sua chiesa e gli svaligiarono la casa. Nessuna
distruzione fine a se stessa, come siamo abituati a leggere nei nostri manuali
accademici e scolastici. Sono popoli nomadi che rubano e
svaligiano come condizione della propria esistenza.
Gregorio Magno testimonia un soggiorno africano di Paolino,
già vescovo, presso il genero del re dei Vandali. Non avendo danari
per riscattarlo (evidentemente ha già usato per i poveri le straordinarie
ricchezze del vescovado di Nola), si dà in cambio di un giovane nolano, unico figlio di madre vedova, fatto prigioniero.
Come schiavo, tacendo della sua condizione di vescovo, fa l’ortolano.
Nessuna punizione, né angheria. Nessuna condizione umana degradata,
nessuna lettura dei Vangeli e nessuna messa di nascosto (come negli anni
Cinquanta del nostro secolo i giornali testimoniavano, anche con evidenti accenti
propagandistici, per i “cristiani” sottomessi al regime
stalinista). Anzi dalle testimonianze di Gregorio non è
difficile dedurre un rapporto “sereno” con il suo “padrone”:
tutto andava così bene che il Pagano voleva esser servito da Paolino, gli
faceva carezze e qualche volta faceva conversazione con lui, trovandolo accorto
ed informato su tutto.
Dopo alcune “visioni”, Paolino si dichiara per quello che è
(vescovo), e sarà liberato insieme agli altri nolani,
che tornarono nella città campana “con molto grano”. Dunque, traspare un clima di reciproco rispetto e di
convivenza. Paolino non tenta nessuna conversione, quantunque il principe
vandalo è “barbaro”, cioè usa
un’altra lingua; ha altri costumi e "pagano",
cioè presumibilmente un “ariano”.
Lazzati invece si affretta a concludere
il suo scritto, ed è noto che le parole conclusive acquistano maggior
rilevanza, ricordando che “fu eletto vescovo di Nola, e come
tale sostenne il suo popolo sotto l'urto dei barbari e prese parte alla lotta
contro Pelagio”.
Forse anche per questo la pubblicazione dell'opera omnia di
Gregorio, voluta da dEmilio,
fu dapprima osteggiata e poi gli fu di fatto sottratta: fu "relegato"
al ruolo di traduttore (era difficile trovare un altro che avesse tanta
perseveranza e pazienza) ed escluso dal comitato scientifico.
Già, perché, alla fine del VI
secolo papa GREGORIO Magno, diceva chiaramente: « La terra è comune a tutti gli
uomini...Quando noi diamo il necessario per vivere ai poveri, restituiamo loro
il proprio, non che elargiamo beni nostri; compiamo più opera di giustizia che
di misericordia. Ciò che è stato donato
dal comune Padrone, è certo giusto che tutti quelli che lo ricevano ne usino in
comune con gli altri ». MIGNE,
Patrologia Latina, LXXVII, 502. Ma per
lui, come ha ricordato dEmilio
(e credo che sia stato l'unico) la Chiesa non è la struttura ecclesiastica
della Grande Chiesa di Roma, ma "l'umanità tutta intera dall'inizio
alla fine dei tempi" , in Cant.,13.
Che la "terra è di Dio" ce lo
ha dovuto ricordare Giovanni Franzoni nel 1973. Che
si tratta di "restituzione" e non di carità ce lo deve ricordare Alex Zanotelli.
Altrimenti, , anche da parte dei
cattolici più democratici, i soliti luoghi comuni che tanto peso
hanno nella formazione delle coscienze, dell’integralismo cristiano, del
mantenimento della condizione sociale, economica e culturale che fa sì che una
piccola parte,(anche nella nostra cattolicissima e democraticissima
Italia goda di beni dell’ intera umanità.
ALLEGATO 1.
Da un messale del SEICENTO
San Paolino, vescovo di Nola, confessore. 22 giugno, morto 420
fonti:
sant’Agostino, Lib. I, de civit.Dei, c.10
San Gregorio Papa, lib.3 dialoghi, c.1
Gregorio di Tours, lib.de gloria conf.7
Vranio prete, in epit. Ad Paratum
Prospero Aquitanico I, 2 de vita contemplat.c.9
ed altri autori.
Nato a Bordeaux, di sangue illustre e ricchissimo. Ebbe una moglie di nome
Teresa, uguale a lui in tutte le cose.
Si dilettò nello studio delle lettere umane e divine, diventando
espertissimo.
Un giorno gli venne fra le mani quel dialogo che Gesù fece con un giovane molto ricco...
Paolino fece una lunga riflessione:
- da una parte c'erano le comodità, l'autorità, non aver bisogno di altri;
- dall'altra c'era ciò che disse Cristo quando vide che il giovane non volle
seguire il suo consiglio e se ne andò di mala voglia:
è più facile che un cammello entri nella cruna di una ago, che un ricco in
Cielo.
Pensò alla sua salvezza. Lo comunicò a sua moglie e vendettero
tutto quello che avevano ed il ricavato lo dettero ai poveri.
Per fuggire le mormorazioni dei parenti e degli amici ed il loro
borbottare e vedendoli molto soffrire, decisero di cambiar paese. Vennero in
Italia e si fermarono a Nola, dove dettero testimonianza delle loro scelte, al
punto che erano stimati e rispettati. E dal momento
che li vedevano poveri, provvidero (non solo i compaesani, ma anche quelli di altri paesi dove era arrivata la loro fama), a dar loro
le cose necessarie a passar la vita.
Paolino non si dimenticò di far carità. E
un giorno un povero gli chiedeva l'elemosina; allora disse alla moglie di
dargli un pane. Ella rispose che in casa avevano un
solo pane. Dagli quello, disse Paolino, che Dio ci
provvederà. Ma la moglie non glielo voleva dare.
Venne poi l'ora di mangiare e arrivarono alcuni marinai i quali
dissero che governavano alcune barche cariche di grano e di vino che erano
state mandate loro in dono; ma una di quelle barche era affondata.
Il Santo disse alla moglie che era presente: Vedi o moglie
mia per un pane che non hai voluto dare, hai perso una barca carica di grano. In
seguito morì il vescovo di Nola e per comune volontà di tutto il popolo,
Paolino fu eletto vescovo.
Quel vescovado era molto ricco: aveva grandi entrate. Si adempi
in Paolino quello che dice il Vangelo: chi lascerà la sua roba per amore di
Cristo, avrà cento per uno in questa vita e nell'altra, la gloria eterna.
Eletto vescovo, la moglie, pur vivendo in casa, fu di fatto una sorella e tutti e due vivevano in castità. Governò il suo vescovado discretamente e santamente. Non si
curava di esser onorato e riverito come Vescovo, ma amato come sacerdote.
Non lo si vede mai corrucciato; il suo
sdegno era mitigato dalla misericordia. Consolava gli afflitti, faceva
coraggio ai timorosi, mitigava i corrucciati, edificava
alcuni con gli esempi e altri con buone parole. Aiutava alcuni con buoni
consigli, altri con danari e non lasciava andar via
nessuno se non dopo averlo consolato.
Era pietoso, misericordioso, umile e piacevole ed imitò
molti santi. Fu fedele come Abramo, obbediente come Isacco, benigno come
Giacobbe, liberale come Melchisedech, accorto e
prudente come Giuseppe, chiedendo ai ricchi per darlo ai poveri, essendo di aiuto ai ricchi nell'altra vita ed ai poveri in questa
vita.
Fu mansueto come Mosè, innocente come
Samuele, misericordioso come David, saggio come Salomone, di grand'animo come San Pietro, fervente come San Paolo,
amabile come san Giovanni e nella cura e nella diligenza della sua Chiesa,
nella fede e nella carità imitò tutti gli Apostoli.
Durante il suo episcopato i Goti hanno
saccheggiato Roma e distrutto gran parte dell’Italia ed andarono anche a
Nola dove non furono meno crudeli.
Rubarono, saccheggiarono, distrussero e fecero prigioniere molte
persone. Paolino fu tra quelli che fece maggior
perdite, perché sa lui quale rubarono gli ornamenti della sua chiesa e
gli svaligiarono la casa.
S. Agostino dice che S. Paolino, vedendo svaligiare la chiesa e
la casa, si rivolse a Dio: Signore i miei beni e i miei tesori sono su da te.
Poco mi curo delle cose che sono qua in terra.
S. Gregorio racconta minutamente un fatto famoso. Tra gli altri,
fu fatto prigioniero il figlio unico di una vedova. Fu portato in Africa, dove
andò in potere al genero del re dei Vandali, che erano padroni di quella
provincia.
La madre sconsolata fu informata e andò a trovare il Santo
Prelato, pregandolo di aiutarla a riscattare il figlio. Ma
Paolino che non aveva beni da darle, le disse: Donna, io ti voglio dare me stesso.
Conducimi in Africa e scambiami con tuo figlio.
La donna pensava che la prendesse in giro, ma lui le disse tante
cose con la sua eloquenza che la donna gli prestò fede. Partirono tutti e due per l'Africa, parlarono al Pagano padrone del
giovane, che domandò a Paolino se sapeva fare qualche mestiere.
Lui rispose di no, ma che sapeva governare e prendersi cura
dell'orto.
Al Barbaro andò bene, ed accettò lo scambio.
Il santo stava nell'orto, procurando sempre al padrone quanto era
necessario e oltre tutto portava al padrone, durante i
pasti, frutti, o fiori, o erbe. Tutto andava così bene che il Pagano voleva
esser servito da Paolino, gli faceva carezze e qualche volta faceva converazione con lui, trovandolo accorto ed informato su
tutto.
Un giorno Paolino gli disse: abbi cura di quello che devi fare
perché tuo suocero morirà presto. Il padrone di Paolino disse questa cosa al
Re, che lo volle vedere e lo invito a pranzo. Quando
il re vide Paolino, si turbò molto e disse discretamente a suo genero: il tuo
ortolano ha detto la verità; era tra i giudici severi che ho sognato questa notte.
Il genero del Re, da solo a solo, chiese a Paolino chi
effettivamente fosse al suo paese. Paolino gli
rispose che era i vescovo e che desiderava tornare al suo paese e con tutti gli
schiavi di Nola che erano nel suo regno.
Fu concessa la grazia e tutti tornarono a Nola con molto
grano.
Si adempì la profezia di Paolino. Il Re morì nel corpo e nell'anima per
le molte crudeltà che aveva fatto.
Paolino ritornò al suo vescovado, dopo aver fatto queste opere
buone, imitando il figlio di Dio che si fece servo affinché noi fossimo
liberati dal peccato.
Venne alla fine della vita. Mentre era infermo fu visitato
da due vescovi, Simmaco e Benedetto. Fece allestire un altrare
nella sua camera, celebrò la messa, con i due prelati che lo aiutavano, tornò a
letto e chiese: dove sono i miei fratelli. Un servitore, pensando che alludesse
ai due vescovi, rispose: sono qui.
Ma il santo fece presente che non pensava a loro, ma a Gennaro
e a Martino (Due vescovi, già considerati santi). Questi lo vennero a
visitare. Paolino subito cominciò a cantare alcuni versi del Salmo che dice: levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium
mihi. auxilum
meum à Domino, qui fecit coelum et terram.
C’era il suo maggiodomo, il sacerdote Postumio preoccupato dei molti debiti che Paolino gli
lasciava da pagare e che aveva contratto per fare elemosine. Vedendolo cantare
gli chiese: con che si pagheranno i vostri debiti? Sappiate che sono debitore di
quaranta solti per vestiti dati ai poveri. Non ho di
che pagarli e voi non lasciate tanto che valga questa somma, anche se tutti i
vostri beni fossero messi all’asta. Paolino
rispose ridendo: non dubitare che non mancherà chi paga i debiti fatti per amore
dei poveri.
Non passarono molte ore e venne un sacerdote dalla
Lucania mandato dal santo vescovo Esuperanzio
e da Versazio, suo fratello, il quale da parte loro
gli portava in dono cinquanta soldi...
Paolino li accettò ringraziando Dio: benedetto mio Signore, che
non ti dimentichi di chi spera in te.
Il mattino dopo Paolino chiamò molti suoi preti, li esortò che
stessero in pace insieme, si amassero, si aiutassero e
stessero uniti per le cose del servizio di Dio. Poi stette in silenzio fino all'ora del vespro. Poi chiese una candela accesa. Paravi lucernam Chisto meo. Fino alle quattro della notte stette in preghiera ed
in meditazione in presenza di molta gente. Subito si
sentì un terremoto nella casa dove era il santo
vescovo. Tutti si gettarono in terra. Quel terremoto fu sentito solo in quella
casa e in quel rumore l'anima del benedetto santo fui
portata in cielo, come se fosse un alto Elia.
Il suo corpo diventò bellissimo e degno di esser riverito. La sua
chiesa pianse per aver perso il suo pastore, ma il Cielo si rallegrò per aver
ritrovato un tal santo. I poveri si lamentavano e gli Angeli si rallegravano.
Morì il 22 giugno. Era, secondo Tritemio,
il 420. Imperando Honorio e Valentiniano.
Comunemente si dice che questo santo cominciò con l'uso
delle campane di metallo. Prima si usavano degli strumenti di
legno e per questo la campana si chiama Nola in latino. Altri le
chiamano campane prerché la provincia dov'è la città
di Nola, si chiama campania.
ALLEGATO 2.
Dal dizionario biografico degli autori di
tutti i tempi, 1956, Bompiani, "voce" di
Giuseppe Lazzati.
PAOLINO di Bordeaux, vescovo di NoIa (Meropio
Ponzio Paolino). N. a Bordeaux nel 353 morto a Nola il 22 giugno 431, passò
alla storia come Paolino di Nola per essersi dapprima ritirato a Nola come monaco o per esservi poi stato consacrato vescovo,
Apparteneva a nobile e antica famiglia, che aveva vasti possessi in Aquitania e in lontane regioni: Fondi nel Lazio, Nola nella
Campania erano parte dei patrimonio. P. condusse a Bordeaux I suoi studi e fu
allievo prediletto di Ausonio, la cui fama riuscì in
certo modo a superare, guadagnandosi in Roma riconoscimenti che il maestro non
aveva ricevuto. Dalla città natale, Infatti, ove aveva cominciato l'esercizio
dell'avvocatura, era passato a Roma, ove entrò nella carriera degli onori: fu,
tra l'altro, senatore e probabilmente nel 378 "consul suffectus". L'anno
seguente fu governatore della Campania. risiedendo per
lo più a Noia e facendo eseguire lavori per la tomba di san Felice, il cui
culto lo aveva colpito benché allora non fosse ancora cristiano. Ritornò poi in
Aquitania e sposò Terasia,
spagnola, che univa ad alte doti morali una grande
ricchezza. La vicinanza di Terasia, le mutate
condizioni politiche e l'amicizia di uomini d'alta
spiritualità quali Delfino. Amando. Vittricio,
Martino. Ambrogio, risvegliando in lui il senso religioso della vita, lo
condussero al battesimo, che ricevette nel 359 da Delfino. Si
inizia cosi il periodo in cui gradatamente va approfondendosi in P, il
desiderio dl una nuova vita. Dapprima. anche a causa
di dolorosi fatti familiari, passò in Spagna; e qui, quando l'attesa della più
grande gioia, quella della paternità, si mutò nel più grande dolore perché il
figliolo Celso gli mori di otto giorni, maturò in lui e in Terasia
la volontà di ritirarsi dal mondo. Cominciarono col vendere, anche per
consiglio di Agostino e Gerolamo i loro immensi beni a
vantaggio dei poveri; strinsero patto di vita totalmente casta e poi decisero
di lasciare la Spagna., Prima che lo facessero, fu ordinato sacerdote a
Barcellona per volontà di popolo (Natale del 393), Finalmente nel 394, compiuta
la liquidazione dei suoi beni, parti per l' Italia, e, toccata Firenze ove
incontrò Ambrogio, e Roma dove destò entusiasmo o disprezzo, si ritirò a Nola,.Qui iniziò vera vita monastica. dedito
alla preghiera, alla penitenza. all'assistenza dei
poveri, sotto le protezione di san Felice di cui celebrava ogni anno la festa,
il natalicium (14 gennaio), con un carme in cui
la sua cultura classica dava forma alle voci cristiane del suo cuore (v.
Carmi). Visite illustri e corrispondenza con le più
insigni personalità del tempo (v, Epistole) muovono la vita del suo
ritiro nolano. Attende inoltre ai
restauro dei vecchi edifici e alla costruzione di nuovi intorno alla
tomba del Santo. Nel 401 per volontà di popolo fu eletto vescovo di Nola, e
come tale sostenne il suo popolo sotto l'urto dei barbari e prese parte alla lotta contro Pelagio.
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