Nei prossimi giorni è Pentecoste. Come tutte le feste della religione cristiana, attinge alle più remote manifestazioni della cultura dell’uomo, ovviamente manipolata, violentata nei suoi significati originari, riadattata all’esercizio del potere e di un potere maschilista.
Si celebra lo spirito di Dio. Dio, lo ha potuto affermare nei pochi giorni vissuti da papa, anche Albino Lucani (Giovanni Paolo I), è padre ed è anche madre.
Già il linguaggio della divinità in origine è femminile. Come dimenticare le grandi Madri, la sacralità della donna nelle società antiche, le veneri preistoriche, il linguaggio della dea nei meticolosi studi della lituana Marija Gimbutas, le ricerche sul matriarcato e le ipotesi su un futuro di pace di Heide Goettner-Abendroth?
Ma anche venendo all’eredità giudaica bisogna ricordare che lo spirito di Dio è femminile: Ruah. Letteralmente il soffio delle narici, quel prendere aria necessario per pronunciare, emettere la parola. E infatti nell’ ambiente etnico palestinese il meccanismo trinitario è di una logica straordinaria: l’Abbâ, il Parlante che possiede, produce il Memrâ (il parlare, quello che noi traduciamo come la Parola), attraverso il soffio delle narici, la Ruah: tre elementi naturalmente unitari ed inseparabili ben oltre la incomprensibile separazione-unità tra tre uomini: Padre, Figlio, Spirito Santo.
Dunque lo spirito di Dio è
femminile. Lo sapevano bene nell’ambiente etnico palestinese le prime comunità
che abbracciarono il messaggio evangelico. Le testimonianze sono state
distrutte, ma una è sopravvissuta. Fu nascosta in una giara sotto la sabbia del
deserto. E’il Vangelo di Filippo,71, 10-20 che dice: “Adamo fu prodotto da due vergini (che
significa: non avevano ancora partorito), dallo Spirito Santo (Ruha, nelle lingue medioorientali,
come detto, è femminile) e dalla Terra
vergine”.
E’ ancora ben vivo (e lo era ancora
fino a pochi anni fa nelle culture popolari e contadine) il senso della
sacralità della donna, che è simbolo dell’unità di tutte le forme di vita in
natura, e perciò della Terra, di tutti i processi del divenire e quindi anche
della nascita, della morte e della rinascita. “Se la Terra madre è una madre viva e feconda,
anche tutto quello che produce è organico ed animato, anche le pietre e i
minerali” ha scritto Mircea Elide, ma lo pensava
anche S.Francesco.
Noi conosciamo purtroppo solo i connotati greci della cultura dell’Occidente di duemila, duemila cinquecento anni fa. Ruha viene tradotto con Paraclito, che in greco è neutro, asessuato. In latino diventerà lo Spirito, che è maschile e il gioco è fatto. Ecco la festa dello Spirito Santo.
Ci sono tutti i presupposti per farne, come sta avvenendo, la religione del potere e del denaro.
Ha ragione Marcel Jousse,
antropologo, grande conoscitore dell’ambiente etnico
palestinese ed amico di Theilhard de Charden « Si commette
un grave errore a voler ridurre tutto al solo grecolatinismo,
che rappresenta una cultura, un aspetto del pensiero umano senza dubbio assai
ricco... ma anche altri popoli hanno pensato…».
Ed altri popoli per millenni hanno pensato al femminile.
Ancora
una curiosità: Pentecoste era una festività particolarmente cara a dEmilio Gandolfo
(consacrato prete proprio in quel giorno) il pretino ottantenne che dieci anni
fa è stato assassinato con particolare ferocia. E’ stato lui a farmi conoscere Jousse, a regalarmi due versioni del libro dell’esperienza di Angela da Foligno, a ricordare mille volte il ruolo della
Maddalena e del sacralità femminile, a prestare molta attenzione all’Anatolia
dove meglio si manifestò il culto della Terra madre e del femminile nella
spiritualità. Nella IV di copertina di uno dei suoi
libri sta scritto: “L’Asia minore, culla
delle civiltà anatoliche, dove si sono avvicendati Hittiti Frigi Lidi Persiani Greci e Romani, è, non meno
della Palestina, terra delle nostre radici”.
Emilio, da buon conoscitore di S.Agostino, nelle cui vene, nota, scorreva sangue berbero, sapeva bene che si impara di più per liberam curiositatem quam (per) meticulosam necessitatem
Ma queste cose non bisogna dirle. Non a caso è stato delegittimato. Diceva e scriveva di sentirsi “inutile, inutilizzato, emarginato”. Ma questo non va detto. Anzi bisogna cancellare i testimoni delle vicende culturali, umane e spirituali di questo pretino eretico e ricondurlo, da morto, nella retta ortodossia.
Neanche le bestie più feroci.
L’Avvenire ha scritto:
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Ultimo dei
Padri latini, Isidoro di Siviglia (560-636) fu molto letto nel Medioevo,
soprattutto per le sue «Etimologie», un'utile "somma" della scienza
antica. Fu però soprattutto un vescovo zelante preoccupato della maturazione
culturale e morale del clero spagnolo. Per questo motivo fondò un collegio
ecclesiastico, prototipo dei futuri seminari, dedicando molto spazio della
sua laboriosa giornata all'istruzione dei candidati al sacerdozio. Dei suoi
fratelli due furono vescovi e santi, Fulgenzio e
Leandro, che fece da tutore a Isidoro, e una sorella, Fiorentina, fu
religiosa e santa. Successe a Leandro nel governo episcopale della diocesi di
Siviglia. Presiedette l'importante quarto concilio di Toledo (nel 633).
Sapienza, mai disgiunta da profonda umiltà e carità, gli hanno
meritato il titolo di «doctor egregius»
e l'aureola di santo. |
(L’venire) (Avvenire)della disciplina ecclesiastica.
Dunque. Isidoro è un dottore della chiesa con chiara
fama. Non è un eretico.
Come ho
altre volte notato in sedi prestigiose (come nel 1988 su “arte medievale”,
rivista edita dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana) Hisidorus Hispalensis ecclesiae
Baeticae metopolitanus episcopus presiede
nel 633 il IV Concilio di Toledo. Nella professione di fede di quel concilio
(che veniva dopo la pacificazione con gli ariani), cambia molte cose, ma
soprattutto omette credo ecclesiam! Che non è né una, né santa, né apostolica. Perché? Nel proporre la raccolta dei simboli di fede della chiesa antica (vedi l’omonimo libro di J.N.D.Kelly, pubblicato a Napoli nel 1967 per le prestigiose edizioni Dehoniane) questa
professione di fede semplicemente si omette. Non si parla neppure dello Spirito
Santo che è signore e da la vita e neppure dell’unico
battesimo.
Certamente non è
senza significato, se nella disposizione XVII dello stesso Concilio ( XVII De apocalypsi libro, ut teneatur et quando legatur) si prescrive la lettura
dell’Apocalisse da Pasqua a Pentecoste, pena la scomunica! (XVII Apocalypsin librum multorum conciliorum auctoritas et synodica
sanctorum praesulum Romanorum decreta Ioannis evangelistae esse rescribunt, et inter divinos
libros recipiendum constituerunt. Et quia plurimi sunt, qui eius auctoritatem non recipiunt eamque in ecclesia dei praedicare contemnunt, si quis eum
deinceps aut non receperit aut a pascha usque ad pentecosten missarum tempore in ecclesia non praedicaverit, excommunicationis sententiam habebit.)
Si badi che
l’Apocalisse (così piena di evocazioni) sostituisce
gli Atti degli Apostoli (un racconto), che tutt’ora
si legge e si commenta nelle chiese in attesa, in preparazione della Pentecoste.
Ecco un segno evidente del
cristianesimo plurale e poligenetico dei primi secoli, ben diverso
dall’omogeneizzazione dogmatica dell’attuale imposizione del credo romano per universum mundum.
Certo, c’è una bella differenza nel preparare la Pentecoste
attraverso la lettura dell’Apocalisse che proclama che Dio “ha fatto di noi un popolo di sacerdoti, Ap,.1,6 e gli Atti degli Apostoli
che attendono la venuta dello Spirito su una piccolissima élite di “sacerdoti”,
pronti a nascondere dietro atteggiamenti irenei
istinti di potere peggiori di quelli manifestati dagli animali più feroci.
Lascio al lettore notare le differenze tra la professione di
fede proposta da Isidoro di Siviglia nel 633 nel IV
Concilio di Toledo e la professione di fede che oggi si pronuncia.
IV CONCILIO DI TOLEDO
Et quoniam generale concilium agimus, oportet primum nostrae vocis sermonem de deo esse, ut post professionem fidei sequentia operis nostri vota,
quasi super fundamentum firmissimum
disponantur. Quemdadmodum a sanctis patribus
accepimus, patrem et filium et
spiritum sanctum unius deitatis atque substantiae confitemur, in personarum diversitate trinitatem credentes, in divinitate unitatem praedicantes nec personas confundimus nec substantiam separamus. Patrem a nullo
factum vel genitum dicimus, filium a patre non factum, sed genitum asserimus, spiritum vero sanctum nec creatum nec
genitum, sed procedentem ex patre et filio profitemur.
Ipsum autem dominum Iesum
Christum dei filium et creatorem omnium ex substantia patris ante saecula genitum descendisse ultimo tempore pro redemptione mundi a patre, qui numquam desinit esse cum patre, incarnatus
est enim ex spiritu sancto et sancta
gloriosa dei genetrice virgine Maria et natus ex ipsa
solus. Idem dominus Iesus Christus unus in sancta trinitate anima et carne perfectus sine peccato suscipiens hominem manens, quod erat, assumens,
quod non erat, aequalis patri secundum divinitatem, minor patre secundum humanitatem, habens in una
persona duarum naturarum proprietatem, naturae enim in illo duae,
deus et homo, non autem duo
filii et dii duo, sed idem una persona in utraque natura; perferens passionem et mortem pro nostra salute, non in virtute
divinitatis, sed infirmitate humanitatis, descendit ad inferos, ut sanctos, qui ibi tenebantur, erueret et devicto mortis imperio resurrexerit, assumptus in caelis venturus est in futurum ad iudicium vivorum et mortuorum, cuius
morte et sanguine mundati remissionem peccatorum consecuti sumus, resuscitandi ab eo in die
novissima in ea, qua nunc vidimus, carne et in ea, qua resurrexit, idem dominus forma, percepturiab ipso alii pro iustitiae meritis vitam aeternam,
alii pro peccatis supplicii aeterni sententiam. Haec est catholicae ecclesiae
fides, hanc confessionem conservamus atque tenemus, quam quisque firmissime
custodierit, perpetuam salutem habebit.
PROFESSIONE D FEDE ATTUALE
Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e
della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo
in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli:
Dio da
Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa
sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
Per
noi uomini e per la nostra salvezza discese dal
cielo e per opera dello Spirito Santo
si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato,
morì e fu sepolto.
Il
terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è
salito al cielo, siede alla destra del Padre.
E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i
vivi e il suo regno non avrà fine.
Credo
nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal
Figlio.
Con il
Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.
Credo
la Chiesa, una santa cattolica e apostolica.
Professo
un solo battesimo per il perdono dei peccati.
Aspetto
la risurrezione dei morti
e la vita del mondo che verrà. Amen.
Un solo
commento: serve più antropologia e meno teologia, tenendo conto che mille e
mille sono le culture dell’uomo e Isidoro avrebbe certamente mille riflessioni
da fare e mille cose da raccontare diverse da quelle che racconta
il papa.
Pentecoste
2010
Antonio Thiery