Nell’Enciclopedia “I Santi nella storia” il 19 febbraio è
“dimenticato” San Beato, uno dei personaggi
più significativi del medioevo cristiano
europeo. E’ una “dimenticanza” ideologica?
A.Thiery, 11 novembre 2006
Quando il 16 aprile, giorno in cui si festeggia
San Toribio di Astorga (vissuto nel V secolo), cade di domenica, allora è l’año jubilar lebaniego, un privilegio
confermato ed esteso per un intero anno nel 1967 da papa Paolo VI. Quest’anno è
appunto l’año jubilar lebaniego e c’è molta attenzione per quaento è
avvenuto a Liébana, nel piccolo territorio della catena cantabrica, non lontano
da Santander, in cui spicca il monastero di San Toribio, in origine dedicato a
San Martino. Lì visse e scrisse le sue opere un personaggio molto famoso, San Beato
di Liébana, la cui festa si celebra il 19 febbraio. Nato nell’VIII secolo e
morto poco dopo l’800 era (lo sarebbe anche oggi in epoca di memorie
elettroniche) un uomo di rara cultura, ben noto ai numerosi cristiani che
vivevano in territorio musulmano, ed in tutta Europa, specialmente tra gli
intellettuali della corte di Carlo Magno. Scrisse un Commento all’apocalisse di Giovanni (in tre diverse versioni degli
anni 776,784 e 786) in cui mostra una straordinaria conoscenza, e capacità di
elaborazione, di quanto in campo
cristiano era stato scritto fino ad allora, anche in Africa del Nord. Le sue
citazioni, ad esempio, rappresentano l’unica opportunità per conoscere Tyconio.
Il testo di Beato fu uno dei più famosi e diffusi nei monasteri europei fino all’
XI-XII secolo, tanto è vero che se ne fecero numerosissime copie, molte
accompagnate da splendide miniature.
Scrisse poi nel 786 l’Apologetico, un
libro polemico di contenuto teologico, contro Elipando, vescovo di Toledo,
convinto dalla dottrina “Adopcionista” (Cristo figlio adottivo di Dio), che
aveva duramente attaccato il “fetentissimo
monaco Beato”. Si mosse in sua difesa anche Alcuino, allora abate del
convento di San Martino a Tours in Francia: “è
Beato di nome e di fatto” e
addirittura Carlo Magno che
sostenne, come gli intellettuali della sua corte, le testi teologiche di
Beato e fece condannare la dottrina adopzionista nel 794 nel Concilio di
Francoforte.
Infine è il primo autore che, ricordando
la dispersione degli Apostoli “per universum mundum”, collega, nel Commentario
all’Apocalisse San Giacomo alla Spagna. Fu il promotore del culto di San
Giacomo in Spagna, già alcuni anni prima della scoperta (inventio) della sua tomba a Compostela. E compose tra il 783 ed il
788 l’inno O Dei Verbum, in 60 versi,
recitato, ancor oggi nella liturgia delle festa di San Giacomo.
E’ certamente uno degli uomini che ebbe
maggior credito nell’Europa occidentale del Primo Millennio.
Ebbene nella enciclopedia dei santi nella
storia delle edizioni paoline in 13 volumi in corso di pubblicazione, è
ignorato. Il 19 febbraio è ricordato San Corrado Gonfalonieri, e tra gli altri
Santi del giorno sono ricordati San Mansueto di Milano (VII sec.), San Barbato
di Benevento (VII secolo), San QuodvultDrus, che fu vescovo di Cartagine (V
sec.).
Di San Beato non c’è traccia nemmeno per ricordare l’año
jubilar lebaniego. Eppure si tratta
di uno dei personaggi più significativi del medioevo cristiano europeo,
quello dei pellegrinaggi e, quindi, delle cattedrali.
Ed è ignoto. Fino al 1995 non esisteva neppure una versione delle
sue opere in nessuna lingua moderna: mistero della fede! Anche della fede
laica.
Persino il Migne nella monumentale raccolta di "tutti"
i testi antichi: “dimentica” il Commento all'Apocalisse, già pubblicato
a stampa, ma gli attribuisce altre opere. Eppure i libri di Beato, ed in
particolare il Commento all'Apocalisse, erano i più letti, se non gli unici
letti, nei monasteri europei tra il IX e l'XI secolo. Beato di Liébana fu il
punto di contatto tra i Padri della chiesa e il rinascente mondo culturale
della Francia carolingia.
Antonio Thiery, 11 novembre 2006
Già da tre anni nel mio sito
(www.antoniothiery.it)
sono raccolte notizie su San Beato. Eccole:
Il 19 febbraio si celebra la
festa canonica di San Beato di Liébana. E' un invito a conoscere un po' meglio
la complessa storia d'Europa, che, piena di bugie e di omissioni, raccontiamo
nelle nostre strutture scolastiche ed accademiche, mentre si discute della "Costituzione"
europea e delle radici cristiane d'Europa. Conosciamo così bene San Benedetto,
della cui esistenza non abbiamo nessuna prova certa, ed ignoriamo Beato, un
uomo reale, un prete-monaco agostiniano, oggi ignoto ai più, senza il quale
sarebbe impensabile l'Europa dei monasteri, delle abbazie, delle cattedrali,
dei pellegrinaggi. Fu l'autore più letto, spesso l'unico, nei monasteri europei
medievali dal IX all'XI secolo. Descrive il mondo sferico ("macina
globi"), con una "quarta pars" al di là dell'Oceano
equatoriale. Il Mediterraneo è chiaramente un mare interno, che occupa una
piccola parte dell'Universo Mondo. Non pensa solo all'Europa ed all'Occidente.
A lui si deve la prima citazione di San Giacomo come protettore della Spagna e
l'avvio di un culto che cristianizzò uno dei principali luoghi di
pellegrinaggio, quello di Finisterre (San Jacopo de Compostela), noto fin dalla
più antica preistoria.
E' un santo scomodo. Mostra una realtà
storica e religiosa molto diversa e soprattutto che non è vero che il solo
monachesimo occidentale benedettino ha conservato la cultura antica ed ha fatto
la cultura europea. Ricordo Beato ogni anno e per il 19 febbraio 2003 aggiungo
qualche altra notizia a quelle già fornite negli anni precedenti.
"Qui cum omnes unum
sint, singuli tamen eorum ad praedicandum in mundo sortes proprias acceperunt".
"Quantunque [gli Apostoli] fossero una cosa sola, tuttavia ciascuno
trovò la propria sorte predicando nel mondo".
Così Beato di Liébana, (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli
Commentaria, II, 64,65), un santo della chiesa romana la cui festa
"canonica" si celebra il 19 febbraio, descrive la "dispersio
apostolorum" per universum mundum: "Hi sunt duodecim Christi
discipuli, praedicatores fidei, et doctores gentium". E' ben consapevole
della pluralità della cristianità delle origini, del messaggio di Cristo
che si incultura in molti modi diversi nell'universo mondo. Non per questo perde
la sua "unità". Accompagnò la sua opera con un Mapa mundi, con
un mappamondo, in cui è rappresentata anche la "quarta pars, al di là
dell'Oceano" equatoriale. Non pensa che il mondo
"conosciuto" sia fatto solo dell'Europa, solo del Mediterraneo, solo
dell'Occidente.
Beato (Beato
di nome e di fatto, scrive Alcuino, il teologo ministro di Carlo Magno)
vive a Liébana, nelle Asturie,
nel monastero di San Martín. E'
un prete-monaco che vive in uno dei tanti conventi agostiniani. Conventi misti,
in cui convivevano sotto l'autorità della badessa monaci e monache. Sorpresa!
Ma in quest'epoca non ci raccontano che ci sono solo i monaci benedettini? E
che i monaci e le monache sono rigidamente separati?
Beato è un personaggio sconosciuto dai cristiani d'occidente,
censurato persino dal Migne nella monumentale raccolta di "tutti"
i testi antichi: ignora il Commento all'Apocalisse, già pubblicato a
stampa, ma gli attribuisce altre opere. Eppure i libri di Beato, ed in
particolare il Commento all'Apocalisse, erano i più letti, se non gli unici
letti, nei monasteri europei tra il IX e l'XI secolo. Beato di Liébana fu il
punto di contatto tra i Padri della chiesa e il rinascente mondo culturale
della Francia carolingia. E' autore di opere che trovano forte ripercussione alla
corte di Carlo Magno e l'appoggio deciso del famoso teologo Alcuino.
Nell'VIII secolo, grazie a Beato, i contatti tra la corte di
Carlo Magno e le Asturie si fanno molto intensi, anche per la definizione
dell'importanza di Roma senza Roma, con l'"invenzione" (il
"ritrovamento") delle reliquie di San Giacomo a Compostela. E'
appunto Beato che promosse il culto a San Giacomo nel nascente Regno di
Asturie, cristianizzando il pellegrinaggio a Compostela, vecchio quanto il
mondo. E' il primo che considera S.Giacomo patrono della Spagna.
Basta questo a farne uno dei personaggi più significativi del
medioevo cristiano europeo, quello dei pellegrinaggi e, quindi, delle
cattedrali.
Ed è ignoto. Fino al 1995 non esisteva neppure una versione delle
sue opere in nessuna lingua moderna: mistero della fede! Anche della fede
laica.
Tutti gli studi moderni che, avendo come fondamento il
giudeo-cristianesimo e l'ellenismo, sono stati prodotti e sono prodotti da
studiosi laici, cattolici, ebrei e cristiani, hanno avuto ed hanno necessità di
richiamare la favolistica sequenza temporale: mondo antico, medioevo,
rinascenza carolingia, umanesimo e rinascimento, età moderna. Eppure questi
studi ignorano Beato. Com'è possibile fondare la cultura dell'Occidente sulla
rinascenza carolingia senza conoscerla?
Opere: scrive,
tra l'altro:
- un commento
all'apocalisse di san Giovanni, in tre successive
versioni: 776,784, 786, quando gli arabi sono già arrivati in Spagna,
rielaborando un testo di Tyconio, un africano donatista, che non ci è
pervenuto. Altra sorpresa! Ma non ci hanno insegnato che l'Africa era romana? E
le eresie? Carlo Magno, Imperatore del Sacro Romano Impero, si permette di
sostenere un monaco che si ispira ad un africano eretico?. Il Commento
all'Apocalisse è pervenuto in circa 35 (trentacinque) codici, alcuni scritti
tra il X e l'XI secolo, molti riccamente miniati. Si tratta, come detto, del
testo più letto e spesso unico, utilizzato e studiato nei monasteri europei dei
secoli IX-X-XI. Alcune copie, con tante pagine miniate, vanno considerati tra i
più preziosi e belli codici alto-medievali europei, e non solo alto-medievali
europei, ma di ogni tempo, dell'umanità tutta intera, dall'inizio alla fine dei
tempi, come Gregorio magno definiva la chiesa. La sua opera costituisce, come
in molti autori antichi e medievali, una "catena patristica",
che intreccia le citazioni del Vangelo e dei Padri l'una con l'altra "senza
soluzione di continuità". Solo pochissime note sono veramente
"originali". Il suo lavoro consiste in una selezione di queste fonti
e nella scelta di alcuni brani. E tuttavia ne scaturisce un'opera di
straordinaria originalità.
E', come don Emilio Gandolfo, un profondo conoscitore dei Padri
della Chiesa ed elabora una propria visione del mondo e della fede scegliendo e
mettendo in originali sequenze, proprio come faceva Emilio, brani scritti
appunto dai Padri.
- l'inno liturgico
"O Dei Verbum", parte dell'ufficio divino
del rito nella festività dell'Apostolo san Giacomo. E' il primo documento che
cita la venuta di Santiago in Spagna (e lo elegge come patrono della Spagna),
già prima dell'invenzione (della scoperta) della tomba a Finisterre. E'
verosimilmente opera di Beato tra il 738 ed il 788 (il periodo di regno di
Mauregato, espressamente citato nell'inno). Sono 60 versi, distribuiti in
dodici strofe di cinque versi ciascuna, che riprendono l'Apocalisse, il
commento di Tyconio, il culto mozarabico, il tema della dispersio apostolorum
in dodici diversi paesi dell'universo mondo. Cristo è il verbo di Dio creatore,
luce del mondo, figlio di Maria, re e sacerdote, adornato di dodici pietre
preziose. Comincia il giorno mette in fuga le tenebre nel suo percorso di
dodici ore. Brilla la luce di Cristo nelle lampade dei dodici candelabri, che
sono il simbolo degli apostoli, i quali diedero testimonianza in tutto il
mondo, ciascuno in un paese diverso. Tra loro emergono i "Figli del
Tuono", Giovanni e Giacomo il Maggiore, la cui madre sollecitò per loro i
primi posti nel regno ed entrambi stavano ai lati di Cristo nell'Ultima Cena.
Il primo con il capo appoggiato sul suo petto. Entrambi hanno avuto il premio
del cielo. Il secondo mediante il martirio, fino alla decapitazione. Giacomo
salvi il paese da tutti i mali, dalla peste, dalle calamità; protegga il gregge
dei fedeli formato dal re, dal clero e dal popolo. Tutti abbiano la salvezza.
Oh Re dei re, difendilo e proteggilo con il tuo amore. Comunque vale la pena di
proporre integralmente il testo, ed è la prima volta che avviene nella versione
italiana.
Inno nel giorno di San
Giacomo Apostolo, fratello di San Giovanni
O verbo di Dio, pronunciato dalla bocca del Padre,
creatore e vero principio delle cose,
autore perenne, luce origine della luce,
partorito (reso luce) dal ventre della gloriosa Vergine,
Cristo, tu sei realmente il nostro Emmanuele.
Re e sacerdote, in cui onore brillano le sacre pietre
che sono "tre per quattro" -onice, agata-
Berillo, zafiro, rubino,
ametista, sardonica, topazio,
smeraldo, diaspro, ligurio e topazio.
Poi puntualmente il sole con le sue gemme -il giorno
brillando dodici ore, le migliori perle-
avanza, spaventando le tenebre del mondo;
ed i candelabri posti su d te
brillano con le lucerne dei due per sei apostoli:
Pietro a Roma, suo fratello in Acacia,
In India Tomaso, Levi (Matteo) in Macedonia,
Giacomo in Gerusalemme ed in Egitto [Simone]) Zelota,
Bartolomeo in Licaonia, Giuda ad Edessa,
Mattia in Giudea e Filippo nella Gallia;
poi, i due grani Figli del Tuono
risplendono, avendo ottenuto quello che chiedevano le preghiere della loro
inclita madre,
tutti e due con pieno diritto agli onori supremi,
governando da solo Giovanni nell'Asia, alla destra,
e suo fratello aveva conquistato la Spagna.
Reclinato il capo sul petto innocente dell'illustre maestro,
uno è attratto alla destra dall'alleanza della pace,
alla sinistra l'altro per essere giustiziato,
ed entrambi hanno scelto per due volte il pegno del regno,
coronati si apprestano alla gloria del cielo:
portato quel Giovanni, glorioso, al premio,
scelta per questo la tunica del martirio di Cristo,
quello chiamato Giacomo di Zebedeo,
compiendo l'apostolato esemplarmente
vittorioso conquista le stimmate della passione.
E catturando lui con il favore divino
I colpevoli maghi, reprimendo le ire dei demoni,
castiga il veleno dei suoi emuli
e alla fine, da allo stolido una risposta insigne
e al penitente un cuore credulo.
Perplesso, pieno del desiderio dell'infermo
Che sollecita con insistenza un vantaggioso aiuto,
manifesta a chi lo chiede i carismi della fede,
e con lo stendardo della pace della piena salvezza
e giustiziato con la spada si assicura la gloria.
O veramente degno e più santo degli apostoli,
che rifulgi come aureo capo di Spagna,
nostro protettore e patrono del paese,
evitando la peste, tu salvezza del cielo,
allontana tutte le infermità, calamità e crimini.
Mostrati pio proteggendo il gregge a te affidato
E mite pastore per il re, il clero e il popolo;
con il tuo aiuto possiamo fruire delle gioie superne,
noi possiamo rivestirci della gloria del regno conquistato
e per mezzo di te siamo liberati dall'inferno eterno.
Concedici, ti preghiamo, o potente trinità
Che rischiari, unico, tutto l'edificio del globo,
a cui corrisponde eterna lode e clemenza,
e il potere perenne, la immensa gloria
e onore perenne abbondante nei secoli.
- l'apologetico,
un'opera del 786 in risposta ad una lettera del 785 del vescovo di Toledo
Elipando (definito il "testicolo dell'Anticristo"), che propugnava la
complessa linea "adozionista": Cristo, nella sua umanità, è figlio adottivo
di Dio. Questa linea sembra elaborata per rendere la teologia cristiana più
vicina all'idea di Dio dei musulmani ormai largamente diffusi nella Penisola
Iberica dopo appena 50 anni dal loro arrivo dall'Arabia.
L'opera sarà ratificata dal Concilio di Narbona nel 788, e poi
dal concilio di Ratisbona nel 792, e quindi, nel 794, dal concilio di
Francoforte, indetto da Carlo Magno, al quale partecipano 400 vescovi di
Francia, Germania e Italia. Nel regno delle Asturie l'eresia di Elipando è
condannata alla presenza di Alcuino.
Solo nel 1995 è stata pubblicata, con brevi commenti, a volte
limitati, un'edizione critica delle opere di Beato e finalmente una traduzione,
fino allora inesistente (e questo è ben strano vista l'importanza che Beato
ebbe nell'Alto Medio Evo europeo), in una lingua moderna (Obras completas de Beato de Liébana. Edición
bilingue (latino-español). Estudio teologico de San Ildefonso, Madrid 1995).
Ambiente ed epoca: Nacque
nella prima metà dell'VIII secolo,
forse intorno al 730. Nel 776 scrive la prima edizione del Commento
all'Apocalisse. E' ancora vivo tra il 797 e l'800, come conferma una lettera
che gli scrive Alcuino.
Le tradizioni di Liébana sono celtiche, ma molti abitanti
nell'VIII secolo già vengono dalla Penisola Iberica del Sud. Abbondano la
tradizioni arabe e soprattutto nord-africane che si rifanno ad Agostino, che va
ricordato è un berbero e l'Algeria musulmana ricerca in lui, come mostrano
recenti studi e convegni, le proprie radici.
I contatti tra la corte di Carlo Magno e le Asturie nell'VIII
secolo si fanno molto intensi, anche per la definizione dell'importanza di
"Roma senza Roma", con la "scoperta" delle reliquie di San
Giacomo a Compostela. Beato è il primo in assoluto che cita San Giacomo in
Spagna. E il pellegrinaggio a San Giacomo diventa un fatto politico promosso
dalla corte di Carlo Magno.
Allora si pensava che la fine del mondo fosse prossima, attorno
all'anno 800. Al compimento del VI Millennio dalla nascita del mondo, fissata
intorno al 5200 a. C. Il Commento all'Apocalisse stimola alla speranza della Parusia.
E a Natale dell'anno 800 c'è (e non è un caso) l'incoronazione di Carlo
Magno. Guardando un po' alla realtà storica di quei secoli, potremo
leggere anche l'incoronazione di Carlo Magno in una luce meno fantastica e
senza travisare la cultura dell'epoca.
Città: Liébana
è un piccolo territorio delle Asturie dei monti cantabrici, a pochi chilometri
dall'Oceano. Beato, studioso nella Sacra Scrittura, vive e opera nel monastero
di San Martino, che forse già esisteva a Liébana nell'età visigotica. Lì c'era
una biblioteca veramente importante (di una quarantina di volumi), elemento
indispensabile per la vita dei monaci. Nell'VIII secolo un manoscritto costava
tre vacche gravide. E quindi 40 volumi rappresentano un autentico patrimonio.
Nelle opere di Beato c'è un uso sistematico di libri che
riportano le opere di Gregorio, Isidoro, Victorino, Primasio, Ticonio,
Apringio, Gerolamo, Agostino, Ambrogio, Fulgenzio, Origene, Cassiano, Cipriano,
Cirillo, Euquerio, Filastro, Grogorio di Elvira, Hegesipo e di alcuni altri
autori. Beato è ripetitivo e ridondante, secondo i "gusti"
dell'epoca, così diversi dai nostri, ma vuole esser certo di esser capito.
Forse i motivi per cui il Commento all'Apocalisse, una delle opere
più note dell'alto medio, non è ricordata dal Migne, e lo stesso Beato è
ignorato, stanno qui: non tiene in alcun conto dell'insegnamento di Ambrogio
(che pure conosce bene e cita spesso) e soprattutto della dottrina della grazia
gratuita e della necessità terrena, che così larga fortuna, ha ancora in età
contemporanea, nel "cattolicesimo democratico".
"Non se autem glorietur esse
christianum, qui nomen habet, et facta non habet: ubi autem nomen secutum
fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim
veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans
sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit". (In
Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7-11).
Visto che il latino non si fa più a scuola, traduciamo: "Senza dubbio non si può vantare di
essere cristiano quello che ha il nome, ma non lo stile di vita; certamente
sarà cristiano quando sarà fedele a questo nome e lo realizzerà con la sua
condotta. E' veramente un cristiano colui che con la fede e con i fatti si
manifesta come un cristiano, camminando, come camminò colui dal quale riceve il
nome".
Come non ricordare Emilio che nel suo diario spirituale cita il V
Vangelo di Pomilio? Il vangelo è un trattatello devozionale o lo stimolo ad un esperienza
alternativa?
Forse Beato è ignorato perché conosceva bene la pluralità del
cristianesimo. L'unità si trova solo praticando la diversità, l'alterità. Dice,
come ricordato, degli apostoli: "Qui cum omnes unum sint, singuli tamen
eorum ad praedicandum in mundo sortes proprias acceperentun".
"Pur essendo una sola cosa" (con traduzione tutta
rispettosa di Beato potremmo dire: "pur essendo una sola chiesa"),
"tuttavia ognuno trovò il proprio stile di vita predicando nel
mondo". In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 63-65).
Come non ricordare Emilio che a proposito delle
"eresie" faceva appello alle "sensibilità diverse".
P.S.
Non va infine dimenticato, e non si tratta di cosa di poco conto, che Beato che
autore della simbologia tanto
importante, quanto dimenticata: Michele
si riferisce a ( è segno di) Cristo, il cielo alla Chiesa e gli angeli agli
uomini santi.
Ho trovato a fatica queste
citazioni che sono riportate sempre in modo parziale ed impreciso. Bisogna
leggersi con attenzione tutto il testo, giacché non c’è un indice analitico: In Apocalypsis B:JOANNIS APOSTROLI
COMMENTARIA di San Beato de
Liébana (tra il 776 e l’800), pubblicato in Obras completas de Beato de
Liébana, Estudio Teologico de San Ildefonso, Madrid 1995.
E lì si troverà a pag.
53, introduzione 40: Michaelem Christum
dicit: caelum Ecclesiam, et angelos eius sanctos homines. Nemo est qui habeat angelos nisi
Dominus noster Iesus Christus.
A
pag. 477, libro VI, 178, è ripetuto : Michaelem
Christum dicit; et angelos eius, sanctos homines. Nemo est praeter Dominum, qui habeat
angelos, nisi Dominus lesus Christus, sicut Daniel ait:
( la
nota è della primavera 2006, inserita in internet il 12 novembre 2006)
Antonio Thiery, 11 febbraio 2003