VIOLENZA SULLA NATURA E SALVAGUARDIA DEL CREATO
, da "a scuola di pace", edizione Qualevita, 1993.Antonio Thiery
I modi di approccio per una tematica di questo genere sono molti; alcuni tranquillizzanti; altri estremamente inquietanti.
I. AMBIENTALISMO E PROTEZIONISMO
Un primo modo è costituito dal riconoscimento dei "diritti", non solo dell'uomo, ma di ogni specie animale e vegetale (il mondo cosiddetto "inanimato" gode ancora di scarsa considerazione). Ogni giorno i giornali sono pieni di articoli sulle esigenze di rispettare una zona verde od un parco; sulla ricostruzione dell'ala di un airone ferito; sui vigili del fuoco che hanno salvato un gattino. Problemi grandi e piccoli sono messi sullo stesso piano. Sono tante le riviste specializzate e sono tanti i programmi televisivi nelle televisioni pubbliche e private. Le edicole rigurgitano di videocassette. Ma troppo spesso c'è solo curiosità o interesse all'ambiente per fini strettamente individuali. Ci accorgiamo dell'inquinamento, quando non possiamo più fare le nostre passeggiate in città. O dei guai irrimediabili dell'abusivismo quando troviamo il mare in gabbia e non possiamo più raggiungere la spiaggia per fare un bel bagno. O del traffico quiando passiamo ore ed ore chiusi nelle lamiere arroventate della nostra automobile. E cosi via. Allora creiamo delle "oasi", cercando di proteggere, con una campana di vetro, le 100 o 1000 cose da salvare o cerchiamo di conoscere tutto sui comportamenti, magari sui costumi sessuali, di ogni singola specie animale, anche delle più sconosciute, e persino sulla sessualità delle piante. Non che tener dietro a queste curiosità sia male, anzi serve a rompere, molti pregiudizi sul mondo anitnale e vegetale. Ci fa conoscere alcuni aspetti, soprattutto l'esistenza de1 sistema ambiente. Ma si tratta di un approccio ancora molto limitativo.
2. ABUSARE DELLA NATURAT PECCATO:
NON C'E' RISPETTO PER NIENTE E NESSUNO AL DI FUORI DEL PROPRIO EGOISMO E DELLA PROPRIA AVIDITA'
Potremmo sviluppare la constatazione che l'uomo abusa della natura, di quanto c'è di animato e di "inanimato". Peccato è abusare della natura: frutto, secondo i Salmi, del lavoro delle mani di Dio. C'è uno sfruttamento, del tutto privatistico (di gruppi dominanti o di pochi individui) dei beni della terra e delle sue risorse non rinnovabili (l'acqua, l'aria, il suolo, i boschi, i minerali, le fonti di energia, il petrolio). Possiamo anche solo (guardare a casa nostra, alla nostra città o addirittura al nostro quartiere. Cambiano le dimensioni, ma non cambiano i problemi: la speculazione edilizia, l'inquinamento atmosferico o da rumore (pensiamo a quei poveretti che abitano lungo il raccordo anulare), la saturazione delle aree verdi, il proliferare delle autostrade, rendono invivibili le città. E poi, su tutti c'è il problema dei rifiuti. Un problema che ci tocca da vicino, visto che siamo a Malagrotta (la più grande discarica del mondo industrializzato), è un tema certo importante. Se non lo fosse, forse non perderci tempo a cercare di fare l'amministratore di questo pezzo della città: ormai credo di sapere quasi tutto su come si gestisce una discarica controllata sul fatto che la speculazione sui rifiuti è assai redditizia. Si guadagna ad inquinare e si guadagna a disinquinare. I protagonisti del guadagno sono sempre gli stessi. Siamo di fronte ad una doppia violenza sul creato. Engels, il filosofo, sottolineava che "ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo come carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo. Tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che si eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato".
Potremmo seguire lo sviluppo di questa impostazione dall'800 ad oggi, richiamando le cause del degrado: il modello di sviluppo e le dimensioni culturali attuali. Riflettere sui concetti di possesso, di accumulo e di consumo esasperato dei beni materiali e sul conseguente concetto di peccato; sulla Centesimus annus e su tanti documenti interessanti, anche del Magistero, che sono venuti susseguendosi in questi anni.
Ma potremmo seguire questa tematica fin dalla Bibbia e dalle prime comunità cristiane: l'uomo è un terroso, fatto di terra. Tornerà, dopo la morte, alla terra, che rappresenta la sua unica casa, nella quale è, con tutti gli altri elementi della natura, coinquilino. Di qui il concetto di uso frugale dei beni della terra, di tutte le cose create. L'uomo non è solo consustanziale (della stessa natura), ma è la natura stessa: gli insiemi ambientali sono contesti comunicativi per la conoscenza e per 1a conoscenza di sé. La modema pedagogia insiste sulla necessità di esperienze corporee dell'ambiente: conoscere e capire il linguaggio della natura (la ciclicità, la luce, il calore, i rumori, i colori, le forme, i suoni, la "cosalità") significa affinare la capacità di accedere a quelli che si definiscono i "saperi che non si insegnano" e che vengono assunti, attraverso tutti i sensi.
Distruggere la natura e l'ambiente significa distruggere i luoghi sacri, i centri del mondo (certo non geografici, spesso rappresentati anche dalla propria casa), attraverso i quali l'uomo, utilizzando tutti i linguaggi, le sensazioni, le emozioni evoca la conoscenza del mondo, di se stesso, di Dio; una conoscenza che non si acquisisce attraverso i libri.
3. L' ECOLOGIA DELLA MENTE
Un tema importante potrebbe essere quello dell'ecologia della mente: il problema ecologico ci riguarda non solo nel rapporto che abbiamo con la natura, ma anche nel rapporto che abbiamo con noi stessi. Le sfumature sono le più varie. Si potrebbe parlare a lungo della bellezza e dell'estetica borghesenefianatura;dell'immersionenelcreatoperriconosceresestessi (nei luoghi dove si fa catechismo non è difficile riconoscere manifesti con grandi paesaggi naturali, con grandi montagne, ecc., che evocano una natura metafisica). La natura, la terra, gli animali, le piante, l'elemento maschile e femminile del proprio essere costituiscono le realtà con cui riconciliarsi per ritrovare l'anima. Il rapporto dell'uomo con se stesso è alla base del rapporto con gli altri uomini e con il creato.
4. LE LEGGI ECOLOGICHE:
NATURA E CREATO, UN SISTEMA INTERAGENTE DI ELEMENTI BIOLOGICI FISICI E ANTROPICI
Un altro modo è quello della crescita industriale che conduce ad un disastro irreversibile non soltanto per l'ambiente naturale, ma anche per tutta l'umanità. BarryCommoner (che è stato uno dei maestri per tutti noi che ci occupiamo di queste tematiche) ricorda che "se vogliamo raggiungere una conoscenza completa del mondo in cui viviamo, dobbiamo considerare il ruolo speciale, particolare e spesso disastroso che la specie umana ha svolto nella biosfera. Dobbiamo studiare come il codice ecologico è stato trasformato dall'azione umana in codice tecnologico, economico e politico, perché tutti questi codici contribuiscono a determinare il modo nel quale gli esseri umani, distinti da ogni altro organismo. vivente, hanno interagito con l'ambiente".
Commoner ci ricorda il codice semplificato delle leggi ecologiche: a. ogni cosa è connessa con qualunque altra; b. ogni cosa deve finire da qualche parte; c. la Natura è l'unica a sapere il fatto suo; d. in Natura non si distribuiscono pasti gratis.
La mancata conoscenza o applicazione di questi leggi ha, tra l'altro, drammaticamente messo in risalto le sottili connessioni sistemiche trascurate nei progetti della tecnologia moderna, con conseguenze disastrose per l'ambiente. Le leggi dell'ecologia non possono essere violate senza pagare un prezzo e spesso abbiamo usato ed usiamo il Terzo Mondo come pattumiera o per sviluppare il nostro benessere, facendone pagare agli altri gli alti prezzi.
5. LO SVILUPPO SOSTENIBILE:
LA RAPINA DELLE RISORSE DELLA TERRA VA DI PARI PASSO CON LO SFR UTTAMENTO DELL'UOMO SULLI UOMO
Ormai siamo maturi, dopo questi primi quattro passaggi, per affrontare fino in fondo la tematica dei binomi: dominio/possesso; natura/cultura; ecologia-economia. Minoranze industrializzate posseggono, accumulano e sfruttano i beni, le risorse (non rinnovabili) di tutto il globo riducendo la maggioranza della popolazione (i veri proprietari di queste ricchezze che svaniscono nel consumo) ad una miseria, ad un'ignoranza, ad una fame, ad uno sfruttamento irreversibili. Nascono nuove forme di violenza: la guerra non più solo coloniale, ma esportata.
E' questo il tema di Giorgio Nebbia (Lo sviluppo sostenibile, Edizioni Cultura della pace, Fiesole 199.1). Seguirò alcune pagine di questo prezioso libretto.
Alcuni titoli dei capitoli non hanno bisogno di commento: la crisi delle foreste, la violenza delle merci, le merci oscene, la violenza urbana. L'imprenditore ubbidisce a regole ben precise: esse stabiliscono che , in seguito all'intraprendere, le risorse finanziarie impiegate debbano avere un premio: il profitto. "Oggi appare chiaro che nei paesi industrializzati e ricchi, nei quali i bisogni e i servizi primari sono, in media, soddisfatti, l'aumento del reddito e della produzione portano a soddisfare bisogni secondari e artificiosi sollecitati dalla pubblicità e da condizionamenti palesi ed occulti, e a sprechi". Questi bisogni artificiosi dei paesi ricchi si traducono, a livello planetario, in una rapida diminuzione delle risorse naturali di buona qualità. Nei paesi sottosviluppati, gli effetti negativi dell'abuso e dello spreco delle risorse dell'ambiente, ricadono sopra coloro che da tale spreco traggono immediato vantaggio.
Ricordiamo la Gaùdium et Spes: "mentre folle immense mancano dello stretto necessario alcuni, anche nei paesi meno sviluppati, vivono nell'opulenza o dissipano i beni, per cui al lusso si accompagna la miseria". E le merci oscene per eccellenza, le armi, occupano nella società della violenza e dei consumi, un posto particolare. Per quanto riguarda la violenza urbana, bisogna riflettere sulla Octogesima adveniens di Paolo VI: "La città sviluppa le discriminazioni; fomenta nuove forme di sfruttamento e di dominio dove certuni, speculando sufle necessità degli altri, traggono profitti inammissibili".
1Iproblemichiavesononeicapitolisuccessivi:ilimitidell'economia. 1 quattro mondi (paesi autonomi o esportatori; paesi industrializzati, ma poveii di mateiie prime; paesi sottosviluppati che hanno matelie plime; paesi sottosviluppati che non hanno materie prime. (Ivi, pp. 71-73). Il rapporto tra produzione delle merci, impoverimento delle iisorse naturali,ildegrado ainbientale,lapopolazioncumana. (Ivi,pp. 73-76). C'èciboper tutti? si chiede Nebbia. Nei paesi iicchi occoite cambiare la mentalità dello spreco; nei paesi poveri superare le monoculture per l'esportazione (esempio: i semi oleosi). E che dire dei limiti dell'energia? Nebbia propone una nuova etica, contro la società dei consumi, alla ricerca di una società neotecnica e sviluppa una riflessione su capitalismo e sviluppo sostenibile.
Se violentare il creato è peccato, un peccato imperdonabile è sfruttare irreversibilmente (per un consumo esasperato dei beni materiali e facendo ricorso alla guerra) le risorse dei paesi del terzo mondo, senza offrire loro solidarietà e cooperazione per lo sviluppo, condamandoli alla fame, alla miseria, a nuove forme si schiavitù, alla morte. (Cfr. le pag. 4 e 5 dell'Osservatore Romano del 13 maggio 1979, intervista al teologo P. Martino Conti ed all'ecologo Antonio Thiery: Si ripete un principio economico che ha sempre caratterizzato la cultura occidentale d'ispirazione latina: l'uomo sfrutta la natura e abusa dei beni della terra per il proprio tornaconto, per avere, per consumare in eccesso e cerca di diventare sempre più ricco a spese degli altri uomini che diventano sempre più poveri).
Si dice che il mondo antico è violento e che il nostro è civile. "La ferocia umana non è diminuita - dice M. Bussagli (nel bel libro su Attila, Rusconi, Milano 1936), - si è raffinata, invece, diventando patologica, distorta, compiaciuta, assurda, nella sua nuova vigliaccheria. La barbarie umana è diventata diversa: più subdola e strisciante, è quasi sempre intenta solo a misurare l'utilità della morte altrui... La violenza dell'uomo elettronico è solo una pazzia lucida, prodotta insieme da nevrosi, da insofferenza, da avidità".
Se la distruzione della natura, dunque, è un drammatico peccato, la tutela dell'ambiente è prima di tutto un problema etico.
6. NATURAICULTURA:
IL DIRIITO FONDAMENTALE DI TUTTI I DIRIM
Ma non basta. Bisogna sottolineare il rapporto tra natura e cultura. Arturo Paoli, uno dei Piccoli Fratelli del Vangelo di Gesù, invitando a riscoprire l'identità dell'America del Sud, facendosi portavoce di un vescovo brasiliano rivestito di "negritudine", scrive: "Il Papa parla spesso di libertà e di dignità... Noi che viviamo con il popolo latino americano siamo particolarmente sensibili alle parole roventi che il Papa pronuncia in difesa dei diritti dei poveri, ma soffriamo atrocemente nel vedere che ai poveri è negato il diritto di esprimere, senza interpreti, i propri bisogni, e di esser fieri della loro cultura. Questo è il diritto basilare, fondamento di tutti i diritti. La disputa sulla teologia della liberazione non è una disputa dottrinale, è un metodo elegante di negare ai poveri il diritto di essere persone, "altro" dai loro maestri".
E quella Sudamericana è una cultura analogica, intimamente legata alla natura. Distruggere la foresta amazzonica, non significa soltanto impadronirsi delle ricchezze di quei popoli "primitivi": significa soprattutto distruggere una cultura, distruggere la particolare sintonia con la natura, con gli esseri animali e con il mondo "inanimato" e vegetale. Una scienza infantile ha ridicolizzato e distrutto il sentire ed il capire il battito delle altre vite: il senso che permette agli uomini di capire l'intimo della vita animale e vegetale e di afferrare i messaggi che, per l'uomo, significano un particolare comportamento o stato di sé. Una specie di sesto senso, progressivamente ridotto dalle scelte che andiamo adottando e relegato, spregiativamente, al ruolo di magia.
Distruggere l'ambiente, significa (non solo nel Terzo Mondo, ma anche da noi) distruggere i presupposti della cultura profondamente analogica, simbolica e percettiva, anziché deduttiva, collaudata in secoli di "sapienza" acquisita ed approfondita, che, in molta gente, negli extracomunitari, certo, ma anche in milioni di italiani, non può essere messa a tacere. Questa è la più violenta delle violenze possibili sul Creato. Far violenza sulla natura e distruggerla significa creare i presupposti per la trasmissione di una standardizzazione e colonizzazione culturale, prodotta da un intreccio tra potere e conoscenze. P- un genocidio.
Edward W. Said (un palestinese, che insegnando letteratura inglese nelle università americane, riconosce il valore delle culture diverse dalla propria, ma non accetta di essere l'addomesticato"), nel bel libro: Orientalismo (Bollati-Boringhieri, Milano 1991 (1978), sottolinea: "Basta ricordare come qualsiasi cultura eserciti un'azione sulla bruta realtà dei fatti, trasformandola da un insieme di elementi liberamente fluttuanti a uno stabile sistema di conoscenza. Il problema non sta nel fatto che si verifichi questa trasformazione: è naturale che la mente umana opponga resistenza agli assalti. delle novità grezze". Il problema consiste nella estrema schematizzazione che porta ad accogliere le diversità "non come esse realmente sono, ma trasfonnandole a proprio vantaggio". Il "diverso" esiste solo in quanto "conforme" alla conoscenza come noi La intendiamo, frutto di una verità "provata scientificamente". Quanto fa parte delle nostre conoscenze e della nostra cultura è "normale", razionale, virtuoso, maturo, logico, democratico, realistico, fiducioso, propenso alla pace. Quanto non fa parte delle nostre conoscenze e della nostra cultura , è "diverso", irrazionale, decaduto, degenerato, infantile, "prelogico", violento, integralista, propenso alla guerra.
Paradossalmente gli strumenti della comunicazione, la televisione e i nuovi media, anziché cogliere di "segni del cambiamento" e sviluppare i propri linguaggi, le proprie capacità comunicative e di promozione della conoscenza, valorizzando le proprie potenzialità di "nuove agenzie educative", sono utilizzati nella loro inefficacia e nei loro limiti, registrando, difendendo, riproponendo e ritrasmettendo, in modo spettacolare ed estetizzante la cultura (anche ambientale) della filologia e del fisicismo ed i saperi "testuali" codificati e didatticizzati dalla normativa concettuale.
L'arma atomica più potente e distruttiva non è quella di Hiroshima, o degli arsenali nucleari. I danni più gravi non sono quelli prodotti dagli esperimenti atomici, ma da quella pioggia continua di bombe, che sono la psicologia cognitiva ed i libri di scuola, la standardizzazione e la omogeneizzazione culturale (cfr. i dati sulla scuola italiana che ammaestra o espelle), che portano a negare le altre culture, gli altri mondi, e a sottomettere il creato alle leggi della normativa concettuale. E tra i segni del cambiamento ce ne sono alcuni molto chiari. Attraverso il turismo, l'immigrazione, i lavori più umilianti, i mercati integrati, arrivano uomini che vengono da lontano: sono spesso extracomunitari legati a quello che in modo spregiativo, chiamiamo lo stile profetico prenewtoniano (è questa una definizione data da Kissinger, il Segretario di Stato Americano). Questi nuovi soggetti (che incidono profondamente al rimescolamento delle razze, della produzione e delle intelligenze, con i matrimoni misti, dormendo nelle strade, lavorando alla stessa catena di montaggio, studiando nella stessa università) si fanno portatori di una cultura "diversa" troppo spesso definita con termine emarginante "folklorica", perché legata alle interazioni dell'universo. "Volendo dare ai ragazzi una scienza enciclopedica - diceva M. Jousse, un gesuita, grande studioso ed inventore della moderna semiologia), abbiamo loro dato soprattutto un'ignoranza enciclopedica, perché non abbiamo nemmeno sfiorato davanti ad essi la lettera A di quell'alfabeto infinito che sono le interazioni dell'universo".
Nasce una civiltà che ha la sua caratteristica fondamentale ne rimescolamento di molte culture e di molte razze, in cui il rapporto con la natura, con la cultura, con la scienza va completamente ridefinito.
Per sottolineare ancora quello stretto intreccio tra cultura e natura, così richiamato da Nebbia, basterà ricordare Sédar Senhgor, il grande poeta e uomo di Stato Africano. Egli, ricordando i villaggi della sua tribù sperduti tra le tann (le terre piatte, lungo la costa, periodicamente inondate dall'alta marca), i boschi, i bolong (i bracci di mare che penetrano nelle terre), e i campi, rivive la sua fanciullezza attraverso intere foreste di simboli. Orgogliosamente grida: "lo ci ho vissuto, una volta, tra i pastori ed i contadini... Spesso mio padre mi picchiava, la sera a causa del mio continuo vagabondare; e finì, per punirmi e addomesticarmi, col mandarmi alla Scuola dei Bianchi".
Il Cardinal Martini (cfr.Il lembo del mantello, Milano 1991, un libretto tanto citato, venduto ed anche bello in molti suoi aspetti) riconosce che "talora la comunicazione verbale si rivela inadeguata a comunicare davvero un'esperienza che non può essere costretta nel rigore dei concetti" (ivi, pag. 40). E' ben detto, ma continuiamo a leggere: "Noi stiamo in questo mondo di suoni, di immagini, di colori, di impulsi e di vibrazioni come un primitivo era immerso nella foresta" (ivi, pag 38). "Il linguaggio elettronico dei media non si rivolge anzitutto all'intelligenza, bensì ai sensi e all'emotività, è eccitazione prima di essere concetto" (ivi, pag. 34). Ma il mondo di suoni, di immagini, di colori e di vibrazioni è anche il linguaggio della natura e dei "diversi" (di chi si collega alla cultura dei "primitivi"). Si potrebbe osservare che questi linguaggi, prima di stimolare all'emotività, sono soprattutto evocazione, rimandi analogici, collegamenti semantici, discontinuità, percezione globale, ecc. ecc.: tutto in un insieme di elementi conoscitivi importanti quanto il concetto. Ma perché creare questa scala di valori tra intelligenza e sensi? Forse l'uomo bianco, borghese, civilizzato, colto, concettuale sta più in alto dell'arabo o del negro o dello stesso contadino veneto o pugliese dalla mentalità analogica, che conosce dalla natura attraverso i sensi? Rappresenta forse l'esempio, la meta ed il traguardo degli altri popoli? Ed ancora, scrive il Cardinal Martini: "Dobbiamo riconoscere che la nostra cultura occidentale si è costruita sul primato della comunicazione verbale, lasciando in ombra altri registri comunicativi non verbali... L'intero linguaggio religioso è intessuto di simboli, metafore, immagini, quasi a dire che le risorse della parola non bastano quando tentiamo di comunicare il mistero di Dio e del suo regno" (Ivi, pag. 40). E i simboli, le metafore, le immagini religiose sono naturali, ambientali: montagne, fiori, cielo, mare, abissi. Quasi a dire che il linguaggio della natura (inferiore a quello concettuale, ma che interi popoli, miliardi di uomini, parlano), può riscattarsi se diventa metafisico. Ma non può essere il linguaggio di tutti i giorni.
Qui sta il salto di qualità, il cambiamento di mentalità necessario per costruire una cultura di pace. Il linguaggio del creato (di tutto il creato, degli uomini e delle donne di ogni razza e cultura, della natura animata e inanimata) è il linguaggio di tutti i giorni. E' la nostra acqua di vita; il nostro liquido amniotico. Dobbiamo imparare a rispettare quello che Arturo Paoli chiama il diritto basilare, fondamento di tutti i diritti: poter esprimere, senza interpreti i propri bisogni ed esser fieri della propria cultura.
E il linguaggio del creato che noi sentiamo è quello della nostra città; del nostro ambiente di vita quotidiano; del percorso che facciamo ogni giorno; dei nostri compagni di studio o di lavoro; del capufficio; dell'extracomunitario che lava i vetri al semaforo; dei suoni che sentiamo; degli odori che annusiamo, dell'ambiente che percepiamo e vediamo.
Il linguaggio del creato è un'intera foresta di simboli, dove non esistono privilegi o scale di valori che mettono l'uomo più in alto degli animali, e gli animali più in alto degli alberi, e la natura organica più in alto di quella inorganica e, conseguentemente, l'uomo occidentale civilizzato ed elettronico al di sopra dell'uomo analogico, che sente come i "primitivi"; le necessità del mondo industrializzato al di sopra del Terzo e Quarto mondo; l'avidità e il profitto al di sopra del bisogno e della fame degli altri. "L'uomo elettronico - dice ancora Bussagli - può, se vuole, disporre di una vita migliore rispetto a quella degli altri popoli (rubando le sue ricchezze, aggiungerci io). Ma in realtà non è affatto migliore di nessuno di loro né più progredito". Bussagli si riferisce ai popoli del V° secolo d.C.; non diversamente, l'uomo elettronico non è più progredito (può disporre di una vita migliore, abusando dei beni degli altri) dei popoli del Terzo e Quarto mondo.
La città (e non la campagna dove l'intellettuale fugge per costruirsi la villetta o per fare il fattore, per godere di un miglior rapporto con la natura) è il nostro ambiente educativo. 'E il luogo dove dobbiamo imparare non solo ad accettare (non basta!), ma ad assumere su di noi la diversità; dove dobbiamo ritrovare il nostro rapporto con il creato, abbandonando la presunzione di trovare o di avere, con una civiltà più evoluta, valori assoluti, validi per ogni tempo, per ogni popolo per dirimere il rapporto tra natura e cultura. E soprattutto il luogo dove dobbiamo imparare a praticare i tre atteggiamenti che devono rappresentare i Valori Assoluti: integrazione (un termine ambiguo, che troppo spesso significa ammaestramento ed emarginazione), interazione fra tutte le parti e le sue complessità e problematizzazione. Il limite all'uso del creato è dato dalla consapevolezza che noi siamo la natura; che noi non si riferisce solo alla nostra razza e alla nostra cultura, ma a tutte le razze e a tutte le culture; che non dobbiamo abusare della gratuità del creato, cogliendo dove le nostre tecnologie ci consentono di cogliere meglio e più di altri, che le nostre tecnologie non hanno; che dobbiamo raggiungere un modello di sviluppo basato sull'uso frugale ed essenziale di tutti e per tutti gli elementi del creato.
Questo è facile a dirsi, ma drammatico a farsi. Andiamo ripetendo, da una ventina d'anni a questa parte, che è finita l'utopia dello sviluppo illimitato senza confini. Ma la scienza ha scoperto da lungo tempo, molto di più; ha scoperto di non essere autosufficiente. Ce lo ricorda Abdus Salarn, palestinese, premio Nobel per la fisica del 1991. "t dal 1926 ricorda lo scienziato - (cioè prima del fascismo, del razzismo, dello stalinismo, della definizione modema delle regole del capitalismo) che la "fisica dei quanti" ha posto una limitazione concettuale al nostro sapere".
Ha posto cioè un limite forte al nostro modo di organizzare il mondo. E qui "nostro" si riferisce al nostro modo occidentale, che produce ricchezze per pochi ed esporta povertà e guerra per molti.
Ahmed ibn Abi al-Husein ar Rifai, un mistico musulmano del XII secolo (mori quando San Francesco stava per nascere ed avviare la sua ricerca (che riassumerà nel Cantico delle Creature) dei rapporti interagenti e sistemici tra elementi e creature, in una natura di cui Dio non è solo il Creatore, ma il Reggitore), dopo aver riaffermato che la regola alla quale aderiva aveva tre basi (non chiedere, non rifiutare, non accumulare), ricordò ad un tale che sosteneva che Dio ha circa cinquemila nomi: "Di' piuttosto che ha tanti nomi quante sono le cose che ha creato".
Per un credente, l'educazione alla pace nasce da qui.
7. CONVIVENZA, COOPERAZIONE, DIRIM:
NON BASTA! DOBBIAMO AVERE DOVERI E RESPONSABILITA'
Negli ultimi tempi abbiamo avuto una ripresa di incontri, convegni, scritti, che ripropongono l'opposizione tra scienza (naturale e sociale) e filosofia (specie filosofia morale) e teologia. Queste tematiche pongono al centro l'uomo bianco, borghese, istruito, civilizzato, che si esprime attraverso le esercitazioni verbali della normativa concettuale. Non tiene conto (li considera anzi i nuovi soggetti da ammaestrare, omogeneizzare, colonizzare culturalmente) di quelli che sono in realtà popoli nuovi (con molti bisogni, ma con cultura che non vogliono e che non dobbiamo cancellare). Si parla molto di diritti, ma spesso tutto è centrato sull'organizzazione del diritto del singolo, in una visione egemonica ed egoista, facendo ricorso a termini abusati come cooperazione e convivenza: si salvano, cosi, i diritti forti dello sfruttamento e dell'egoismo ed i diritti deboli della solidarietà.
La centralità del Diritto (ricordiamo il Diritto dei Diritti di cui abbiamo parlato) va letta invece come organizzazione del rapporto interessi/diritti/doveri/responsabilità, in una concezione planetaria dell'uomo, degli elementi e delle creature. E' sulla conoscenza ed organizzazione di questo rapporto (facendo riferimento a: integrazione, interazione, problematizzazione) che va impostata l'educazione ambientale.