Ma è proprio vero che l’Islam non fa parte della nostra cultura?
Il generale Bagnasco, capo dei vescovi
italiani, spiega che la religione islamica non fa parte della nostra cultura ed aggiunge: «l’ora di
religione cattolica, nelle scuole di stato, si giustifica in base all’articolo
9 del concordato, in quanto essa è parte integrante
della nostra storia e della nostra cultura. pertanto,
la conoscenza del fatto religioso cattolico è condizione indispensabile per la
comprensione della nostra cultura e per una convivenza più consapevole e
responsabile. non si configura, quindi, come una
catechesi confessionale, ma come una disciplina culturale nel quadro delle
finalità della scuola. ».
Subito le sue
considerazioni sono divulgate (22ottobre
2009 DNews) da Gianni Gennari su
uno dei più diffusi quotidiani distribuiti gratuitamente: “La religione a
scuola è lo studio della nostra cultura; è essenziale
per conoscere gli elementi fondamentali di ciò che ha prodotto” e cita tra l’altro la “Divina Commedia”, Manzoni, le “Stanze di Raffaello” e la stessa nozione di
storia, ignota al mondo preesistente… “Tutto ciò, espresso nella Bibbia intera,
è detto da molti “Il Grande Codice” della nostra cultura.”.
E qui nascono subito i grandi problemi. Esempi più infelici non si
potevano scegliere.
In questi giorni è in libreria l’edizione “tascabile”
del libro di Mario Liverani, che insegna Storia del Vicino Oriente
Antico all’università La Sapienza di Roma, Oltre
la Bibbia. Storia antica di Israele. Viene spiegato che non possono essere considerati storici i
racconti più celebri del Vecchio Testamento, come le vicende di Abramo e dei
Patriarchi, la schiavitù in Egitto, l’Esodo e la peregrinazione nel deserto, la
conquista della terra promessa, la magnificenza del regno di Salomone.
“Gli ebrei, come
del resto tanti altri popoli, si sono dati un mito delle origini nel momento in
cui ne avevano più bisogno”, dice Liverani.
“Oggi, con evidente anacronismo, ma con qualche ragione, si potrebbero
accostare quelle pagine del Vecchio Testamento a un
documento di propaganda politica”. Occorreva dare un passato nobile ad un
popolo che rischiava di perdere la propria identità.
Sono fatti ben
noti da molto tempo, oggi Liverani può divulgarli con
grande e rigoroso metodo scientifico e disponendo di inoppugnabili
e recenti dati archeologici. Ma già nel 1972 con coraggio,anche
se simbolicamente, quel prete ferocemente ucciso giusto 10 anni fa e che diceva
di amare la verità più della vita, Emilio Gandolfo,
pubblicando il bel libro Lettera e
Spirito, lettura della Bibbia dalle origini cristiane ai nostri giorni,
ometteva del tutto il Vecchio Testamento.
Aveva chiesto di
scrivere l’introduzione a Padre Pellegrino, che prudentemente gli rispose: “ma come
faccio? Tu non parli solo di patristica, ma spazi per tutta la storia della
Chiesa”.
Manzoni si convertì al
giansenismo, sullo stimolo dei propugnatori del socialismo utopistico di Saint-Simon, attenti alle culture
dei Normanni e dei Merovingi ed alla storia della
gente comune.
Le magnifiche
“Stanze di Raffaello” sono opere di regime, straordinari manifesti pubblicitari
(basta pensare al papa che convince Attila) ed in quanto
alla “Divina Commedia” sono stati ben messi in evidenza da tempo i rapporti tra
Dante e l’Islam ed i determinanti influssi dell’escatologia mediorientale ed
islamica appunto nella Divina Commedia.
Anzi
in proposito si può raccontare un gustoso episodio. Nel 1919 uscì in Spagna
un bel libro di Miguel Asίn
Palacios proprio su questi temi. Gli studiosi si
divisero tra favorevoli e contrari. Un giovanissimo G.Gabrieli
pubblicò ben tre articoli entusiastici, poi, senza apportare
elementi diversi, si dichiarò contrario, anche se incerto. Ma il nuovo articolo era stampato dalla Tipografia
poliglotta vaticana. Poi in un opuscoletto del 1921, con grande incoerenza
dialettica, si dichiarò apertamente contrario.
Così va il mondo.
Al generale Bagnasco ed a Gianni Gennari
vorrei chiedere: ma come spiegano larga parte della cultura dell’Italia
meridionale e dell’Europa occidentale senza l’apporto mediorientale ed
islamico? E il duomo di Palermo senza la cultura fatimida?
Isidoro
di Siviglia ammoniva: ignorantia, mater cunctorum errorum, maxime in Sacerdotibus
Dei vitanda est, qui docendi
officium in populis susceperunt...
dEmilio ricorda spesso nei suoi appunti la Docta ignorantia (S.Agostinio, Epist. 130, 28) con
chiaro senso autobiografico: "ben consapevole della sua ignoranza, ma di un'ignoranza che
era sapienza. Scienter nescius
et sapienter indoctus" (Dialog.,2, prot.).