Brevi note all’articolo su Il fattoquotidiano pagina 18 Venerdì 25 marzo 2011, Gesù non era cristiano, di Paolo Flores d’Arcais, relativo al libro di Joseph Ratzinger su Gesù.

 

Flores d’Arcais  dice: “Nulla di scandaloso se un Papa si mette a fare opera di teologia o di devozione. Ma Benedetto XVI, nel suo ultimo libro, pretende di fare anche lo storico” ed usa alcune smaccate falsità, è costretto a prodursi in quelle che sotto il profilo delle fonti sono vere e proprie falsità, talvolta incredibilmente smaccate”.

Che questo papa fosse aduso a raccontare falsità è sempre stato evidente (come dimenticare i martiri sbranati dai leoni al Colosseo?), che non esista nessuna continuità tra Gesù di Galilea e il Cristo di Nicea è ben chiaro. Nicea è un fatto politico-economico voluto da Costantino (del resto c’è chi ha giustamente scritto che i concili sono consigli di amministrazione per organizzare il potere). Così come sono chiare tutte le notazioni storiche su Cristo, ma definire Barbaglio “il maggior biblista cattolico italiano del dopoguerra” mi pare francamente un po’ troppo. Ha, tra l’altro, confuso il mysterium tremendum (cioè l’infinitamente grande che si racchiude nell’infinitamente piccolo), con il tremendo e vendicativo Dio del vecchio testamento.

C’è un errore di fondo che accomuna il prof. Joseph Ratzinger a Paolo Flores d’Arcais e strici e teologi in genere: il credere che esista solo il ragionamento per parole, deduttivo e concettuale, una sola cultura, una sola struttura di pensiero, un solo modo, il nostro (bianco, colto ed occidentale), di organizzare il pensiero, per spiegare le vicende del mondo di ieri e di oggi.

Serve al contrario meno teologia con le sue inquietudini ed i suoi dogmi e meno storia indirizzata ideologicamente e più antropologia, serve, insomma, conoscere il composito ambiente etnico palestinese.

La Palestina è terra di passaggio di genti da ogni parte del mondo. Le vie dei commerci e le vie dei pellegrinaggi coincidono. Esistono infiniti “centri del mondo” verso i quali convergono queste strade. E Gerusalemme è uno di questi centri.

Gerusalemme, al tempo di Gesù, ha 50.000 abitanti. Arrivano 300.000 pellegrini per Pasqua, per un avvenimento simbolico che si riferisce all’esodo, alla liberazione dall’Egitto, che secondo la ricerca archeologica, non c’è mai stata. C’è una complessa lettura simbolica dei fatti storici e religiosi. I visitatori di Gerusalemme sono 1.000.000 nell’anno. E com’è noto il simbolo non è l’allegoria, non ha un significato certo, magari dogmatico, ma ha tanti significati quanti sono i percettori del simbolo

Elementi anatolici, persiani, mesopotamici, siriaci, egiziani ed anche indiani e centro europei, sviluppati nei millenni concorrono a definire l’ ambiente culturale e religioso e ad offrire stimoli per disambiguare i simboli..

E’ naturale ed evidente la poligenesi del “cristianesimo”. Si sviluppano tanti “vangeli” e tante diverse comunità, poi cancellati con gli anatemi e l’accuse di eresie. E’ un fatto che si salva solo quanto è scritto in greco, secondo una logica a parole, deduttiva e concettuale.

In questo quadro in cui vive Gesù: il “turismo religioso” ed i sacrifici al tempio sono un gigantesco affare economico. Gesù non rovescia quattro bancarelle, ma attenta all’economia di Gerusalemme.

Su questi elementi bisognerebbe collocare una vita ed una predicazione e non sulla ricerca di elementi fantasiosi e dogmatici cha hanno permesso per duemila anni, ed ancora permettono la gestione del potere.

 

Il fattoquotidiano pagina 18 Venerdì 25 marzo 2011

Gesù non era cristiano

di Paolo Flores d’Arcais

Gesù non era cristiano. Era un ebreo osservante, che mai avrebbe immaginato di dar vita a una nuova religione e meno che mai di fondare una “Chiesa”. Non si è mai sognato di proclamarsi il Messia, e se qualcuno degli apostoli ha ipotizzato che fosse “Cristo”, lo ha fulminato di anatema. All’idea di essere considerato addirittura “Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”, secondo il “Credo” di Nicea, sarebbe stato preso da indicibile orrore.

Gesù era un profeta ebreo itinerante, esorcista e guaritore, che annunciava 1’ “euangelion” apocalittico del “Regno” incombente per intervento divino. Ha predicato quasi esclusivamente in Galilea, per pochi mesi se stiamo ai tre sinottici, al culmine dei quali, recatosi a Gerusalemme, avendo provocato qualche disordine, viene condannato alla crocifissione per sedizione. Storicamente, una figura di minore importanza rispetto a Giovanni che battezzava sulle rive del Giordano, e ad altri predicatori apocalittici del suo tempo. Come ha scritto il maggior biblista cattolico italiano del dopoguerra (???)“la vicenda di Gesù, al di fuori di quanti a lui si richiamano, è stata, in realtà, di poca o nessuna rilevanza politica e religiosa:

una delle non poche presenze scomode in una regione periferica dell’impero romano, messe prontamente a tacere in modo violento dal l’autorità romana del posto con la collaborazione, più o meno decisiva, di capi giudaici” [ Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, Bologna 2002, p.39].

 

Alcune smaccate falsità

‘ IL GESÙ DI CUI parla  Joseph Ratzinger nel suo libro appena uscito (Gesù di Nazaret — Dall’ingresso in Gerusalemme f no alla risurrezione, che segue il primo volume pubblicato nel 2007) non è invece Gesù, bensì il Cristo dogmatizzato dai Concili di Nicea (325) e Calcedonia (451), dominati e decisi dagli imperatori di Roma, che con il Gesù della storia nulla ha a che fare e anzi contraddice e nega sotto ogni aspetto essenziale.

Nulla di scandaloso, sia chiaro, se un Papa di Santa Roma na Chiesa si mette a fare opera di teologia odi devozione intorno alla figura del Cristo. In fondo è il suo mestiere. Ma Joseph Ratzinger pretende di fare anche lo storico, di “giungere anche alla certezza della figura veramente storica di Gesù” (p. 9), perché “non possiamo dispensarci dall’affrontare la questione della reale storicità degli avvenimenti essenziali. 11 messaggio neotestamentario non è soltanto un’idea; per esso è determinante proprio l’essere accaduto nella storia reale di questa mondo” (p.19)

 

Nulla di scandaloso se un Papa si mette a fare opera di teologia o di devozione. Ma Benedetto XVI, nel suo ultimo libro, pretende di fare anche lo storico

 

Spiace dirlo, ma per tener fede alla spericolata pretesa di dimostrare la continuità tra Gesù di Galilea e il Cristo di Nicea, il professor Joseph Ratzinger è costretto a prodursi in quelle che sotto il profilo storico sono vere e proprie falsità, talvolta incredibilmente smaccate. Dato il poco spazio potrò esaminarne solo un paio.

Il Papa sostiene ‘che le primissime comunità che si formano intorno alla fede che Gesù sia risorto, malgrado “tutte le discussioni difficili su ciò che dei costumi giudaici avrebbe dovuto essere conservato e dichiarato obbligatorio anche per i pagani” (sta facendo riferimento alla durissima controversia che contrappone Paolo a Pietro), su un punto sono unanimi:“con la croce di Cristo l’epoca dei sacrifici era giunto al termine” (p. 58). La cosa gli sta particolar mente a cuore e vi insiste più volte: “tanto più sorprendente è il fatto che su una cosa - come si è detto - ci fosse concordia fin dall’inizio: i sacrifici del tempio - il centro cultuale della Torà - erano superati” (p. 257).

Questa affermazione è incontrovertibilmente falsa. Prendiamo gli “Atti degli apostoli” 24, 17: “ora, dopo molti anni, sono venuto a portare elemosine al mio popolo e per offrire sacrifici”. PER OFFRIRE SACRIFICI. Chi parla è l’apostolo Paolo, a Cesarea, dove è stato portato prigioniero per essere interrogato personalmente dal governatore Felice. Del resto, non potrebbe che essere così. L’offerta di sacrifici è il cuore della pratica religiosa ebraica, almeno quanto le preghiere. Per questo da tutta la Palestina e anche dalla diaspora - affrontando i rischi di lunghi viaggi - si viene in pellegrinaggio a Gerusalemme: il Tempio è il luogo per eccellenza dei sacrifici. Scannare e bruciare gli animali costituisce “il tratto più importante della vita liturgica del Tempio”, anche perché il sacrificio è cruciale come offerta di purificazione di peccati e colpe (voce Sacrifices and offerings in Eerdmans, Dictionary of the Bible, forse il più accreditato su scala internazionale).

Del resto gli “Atti” (che poi sono la secondap arte del vangelo di Luca) avevano riferito che “anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede» (6,7), e la funzione peculiare del sacerdote è proprio quello di sgozzare e bruciare gli animali sull’altare.

La ricerca neutralizzata

ALTRETTANTO sconcertante il rifiuto di Ratzinger (in quanto storico) di prendere atto che la prima generazione dei “cristiani” aspettava il compiersi dei tempi e l’avvento apocalittico del Regno nel corso della sua stessa esistenza. Anche qui la testimonianza di Paolo è di cristallina evidenza. Nella prima lettera ai Tessalonicesi, il testo più antico del Nuovo Testamento

 

Il professor Joseph Ratzinger è costretto a prodursi in quelle che sotto il profilo delle fonti sono vere e proprie falsità, talvolta incredibilmente smaccate

 (probabilmente del 49) scrive:  “Noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore” (4,15), segue la descrizione di quanto avverrà, voce di arcangelo, squillare della tromba di Dio, il Signore che discende dal cielo,e la sequenza delle risurrezioni e del rapimento comune dei fedeli tra le nuvole.

Il vangelo di Marco, che è scritto a distanza di una gene razione (circa il 70, quasi certamente subito dopo la distruzione del Tempio ad opera di Tito) tramanda la stessa convinzione già annunciata da Gesù: “In verità vi dico, non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute (13,30). Tralascio le ulteriori testimonianze presentì in Paolo. La definitiva prova “a contrario” è data dalla seconda lettera ai Tessalonicesi, che smentirebbe la prima perché invita a:

“non lasciarvi così facilmente confondere e turbare... da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imninente” (2,2). Ma mentr1 Tessalonicesi costituisce la prima delle sette lettere certamente autentiche, 2 Tessalonicesi costituisce una delle “pseudoepigrafiche”, scritte da esponenti paolini della successiva generazione, quando le comunità devono costruirsi una giustificazione teologica per la Parusia che tarda a venire.

La risurrezione, l’evento capitale

SI POTREBBE continuare a lungo, purtroppo, tali e tante sono le acrobazie interpretative con cui Ratzinger cerca di neutralizzare due secoli e passa di ricerca storiografica che sulla incompatibilità tra Gesù di Galilea e il Cristo di Nicea hanno condotto ormai a risultati acquisiti.

Le aspre divisioni che ancora sussistono tra chi vede Gesù come uno “zelota” rivoluzionario oppure, sul versante opposto, come un semplice maestro di saggezza, e tutta la gamma delle posizioni intermedie che comunque contrastano con il “mainstream” del Gesù predicatore e guaritore di un incombente “fine dei tempi”, non mettono mai in discussione, infatti, ciò che è acquisizione comune: Gesù non si proclamò mai Figlio di Dio nel senso della “Seconda Persona”, non fondò nessuna Chiesa (ne nacquero moltissime, ciascuna con il suo “vangelo” spesso incompatibile con quelli concorrenti, e la tradizione che per prima scolorì fu proprio quella della comunità originaria di Gerusalemme - che sopravvive forse nella “eresia” degli ebioniti - il cui capo del resto era il fratello di Gesù, Giacomo, e non Pietro), i racconti delle “apparizioni” per provare la risurrezione “differiscono sotto ogni profilo” e “sono impossibili da conciliare” (Bart D. Ehrman).

La risurrezione ovviamente è l’evento capitale. Ratzinger riconosce che “nessuno aveva pensato ad un Messia crocefisso. Ora ilfatto’ era lì, e in base a tale fatto occorreva leggere la Scrittura in modo nuovo” (p. 273). Ma il “fatto” è la morte sulla croce. Della “risurrezione” abbiamo invece solo la testimonianza di come nel tempo (i vangeli sono redatti tra il 70 e il 110) si siano stratificate incompatibili “narrazioni” su come apostoli e discepoli elaborarono il “lutto”: si aspettavano il Regno, arriva la morte più infamante, fuggono (nessuno di loro è presente sul Golgota), poi qualcuno (Pietro, carico di sensi di colpa per averlo rinnegato? Una delle donne?) si convince di averlo “visto’ in un viandante, un giardiniere, o attraverso una apparizione di tipo mistico. E nelle Scritture cercano nuove interpretazioni che “prefigurino” gli eventi che hanno elaborato. Questo per quanto riguarda la storia. Altra cosa è la fede, ovviamente.

Ratzinger pretende invece l’impossibile, l’accertamento storico del “credo quia absurdum” (così, con orgoglio, proclamano i primi secoli di cristianesimo) o addirittura la ricerca storica come ancella del dogmatismo teologico.