
DAL FEMMINILE DIVINO AL FEMMINICIDIO.
Riflessioni sul Natale
cristiano. Dalla caverna cosmica alla
grotta. Il 25 dicembre.
Antonio Thiery
Aggiornamento della conferenza tenuta nella
biblioteca Comunale di Frascati (Roma)
il 6 dicembre 2006. Agosto2010
Il linguaggio della divinità in origine è
femminile.
Dalla sacralità della donna, al disprezzo:
non ha un’anima; non è l’immagine di Dio; serve a soddisfare la libidine degli
uomini.
Premessa
Nel 2006 si sono compiuti 40 anni delle mie ricerche e dei miei scritti sul Primo Millennio, su questo Millennio travisato e cancellato, che mostra come la storia dell’uomo e la sua antropologia nella ricerca del sacro siano molto diverse da come i manuali delle nostre scuole ed i nostri catechismi le descrivono. Una storia ed una ricerca che vengono dai tempi più antichi. Il IV Concilio di Toledo (633), presieduto da Isidoro di Siviglia al canone XXV ci stimola a saperne di più: Ignorantia mater cunctorum errorum, maxime in sacerdotibus dei vitanda est, qui docendi officium in populis susceperunt. Soprattutto i preti, dunque, dovrebbero evitare di raccontare una storia inventata. Ma questa definizione era già chiara nel Vangelo di Filippo, ben noto ad Isidoro: “L’ignoranza è la madre di ogni male”. Lo stesso Isidoro nel capitolo XLI.I delle ETIMOLOGIE O ORIGINI, ricorda che la “il nome storia viene dal greco iστορει̃ν che significa vedere ovvero conoscere per via d’esperienza. Presso gli antichi, infatti, nessuno scriveva un’opera storica se non perché fosse stato presente ad un qualche avvenimento ed avesse visto ciò che doveva essere descritto: infatti, si comprende meglio un avvenimento osservandolo che ascoltandone un resoconto e ciò che si vede si riferisce senza falsità…La storia è … detta series per analogia con i serti di ori legati l’uno all’altro”.
Le prime tracce,
secondo quello che possiamo dire sulla base degli studi attuali, vengono da
40.000 anni, da quando si è soliti far iniziare l’evoluzione culturale
dell’uomo e il suo nomadismo, la condizione esistenziale dell’uomo, il suo “errare”, il suo instancabile viaggiare
in ogni parte del mondo, per luoghi lontani e sconosciuti (il “complesso di
Ulisse”) fu consapevole. E riguardano tutto l’universo mondo (il mondo allora
conosciuto era molto simile a quello attuale della globalizzazione), in un
insieme sistemico ed interagente di culture, di popoli, di etnie, di tradizioni
e di stili di vita dal più antico e lontano Oriente al più estremo Occidente. I
temi della pietra, della roccia, della luce, del fuoco che brucia e ristora, dell’acqua
che da vita e disseta l’ansia di conoscenza, della fertilità, della nascita,
della morte e della “rinascita”, della ricerca dell’”uno”, del Sole, della
Luna, delle stagioni, del “Salvatore” che nasce da una “vergine” (che
significa: una donna che non ha ancora partorito) sono alcuni dei temi comuni e
poligenetici all’uomo di ogni epoca e
latitudine.
E sono i temi sui
quali si sono esercitate le mie esperienze da meticcio culturale leggendo,
viaggiando, vedendo, confrontandomi con Marina e con dEmilio Gandolfo, con “il gusto ricercare fra le pietre”, di ricercare “la nuda roccia”
e lì di trovare un vangelo “sine glossa”,
senza notazioni e dogmi sacerdotali, senza le imposizioni e la violenza di una
teologia strutturata (la sacra violenza dei santi), senza il modo di pensare
bellicoso tipico del clero (la demonizzazione cristiana), che mira con bugie e
violenze alla gestione del potere e che, con la reductio ad unum, vuole eliminare le tante differenti
culture, le tante sensibilità e identità, i tanti modi di ricerca dei mille
siti, degli infiniti centri del mondo in cui terra e cielo si congiungono. E
senza le “omissioni” e le “invenzioni” della storia ufficiale (spesso una “storia
inventata”) che sono strumenti
fondamentali per la gestione del potere.
Allora non si
tratta di andare alla ricerca della vera grotta, delle testimonianze storiche
del 25 dicembre o, ma non è il tema che trattiamo oggi, degli episodi
astronomici che possono essere letti come la stella che guida i Magi. Si tratta
piuttosto di ricercare i valori simbolico-visionari e, purtroppo, politici che
stanno dietro a questi racconti.
LA
CAVERNA COSMICA
Nelle nostre scuole e chiese in prossimità del 25 dicembre
si canta con molta devozione la canzoncina spirituale: tu scendi dalle stelle…. E si fa riferimento ad una grotta, al
freddo ed al gelo. Qualcuno vorrebbe cancellare questa ingenua canzoncina almeno
dalle scuole facendo riferimento al rispetto delle altre tradizioni religiose.
Qualcun altro insorge definendo la richiesta assurda ed aberrante perché sarebbe …una
censura a Dio, che si incarna per amore dell’umanità. Sarebbe un’offesa per
i cristiani e per la nostra cultura.
Ma Gesù si incarna veramente in una gotta, al freddo ed al
gelo? Come si è formata questa tradizione visto che nei testi canonici non c’è
alcun riferimento? Perché in una grotta e perché il 25 dicembre? E’ così assurdo ed aberrante farne a meno?
Sono certo elementi altamente simbolici. O li riconosciamo come tali, e allora
possono avere alte valenze mistiche o ne cerchiamo la “veracità” scientifica e
allora non servono a niente.
Dovremo ricercare subito nei vangeli canonici, dove il solo
vangelo di Luca fa esplicito riferimento alla Natività (2, 1-14) (Matteo dedica
ampio spazio ai Magi ed alla stella), e dice:
In quei giorni un
decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la
terra. ‘Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria
Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città.
Giuseppe, che era
della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea
salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare
insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel
luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio
primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non
c’era posto per loro nell’albergo.
Erano in quella
regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro
gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del
Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo
disse loro: «Non temete, ecco vi
annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: vi è nato nella città di Davide un salvatore,
che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto
in fasce, che giace in una mangiatoia ». “E subito apparve Con l’angelo una
moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nel
più alto dei cieli e pace in terra agli Uomini che egli ama».
Nel vangelo di Luca, al di là dell’improbabile censimento,
dunque, i pastori sono all’aperto (la
pratica della pastorizia non ha mai previsto
lo stazionamento delle greggi all’aperto nei mesi freddi), non c’è la
grotta, non si sono animali e tanto meno i simbolici bue ed asinello. La
descrizione sembra piuttosto riferirsi a uno dei numerosi caravanserragli,
aperti all’infaticabile viaggiare di mercanti e pellegrini, di tante lingue ed
etnie, le cui strade, va ricordato, coincidono. Non c’è posto nelle stanze per
dormire, che normalmente si aprivano al primo piano. Bisogna adattarsi nei locali
al piano terra, nei magazzini, dove in genere si lasciavano per la notte animali
da trasporto e soprattutto merci, spesso molto preziose.
La mangiatoia
sembra in questa società pastorale del
composito ambiente etnico palestinese il
giaciglio di emergenza più naturale, utile ed adatto per sistemare un neonato.
Non c’è
traccia, dunque, nei vangeli canonici (una tradizione orale, messa per iscritto
molti anni dopo la morte di Gesù per le comunità giudeo-greco-romane) delle
tradizioni della grotta e del 25 dicembre. E non c’è traccia neppure negli
altri testi anatemizzati e rifiutati che hanno caratterizzato il poligenetico cristianesimo
delle origini.
Noi siamo abituati a risolvere tutto in chiave romana e greca, in chiave di intellettualismo, sradicando gli alti valori simbolici, visionari e mimico-gestuali che hanno sempre caratterizzato la storia dell’uomo. Dovremo abituarci a fare più antropologia e meno teologia: anche altri popoli hanno ragionato.
Ed allora dovremo guardare ad
altri popoli, ad altre culture, ad altre epoche per capire i significati simbolici
della grotta e del 25 dicembre. I popoli dell’Europa e del Mediterraneo non
hanno mai rappresentato più del 15% della popolazione mondiale. E ai tempi di
Gesù (come avveniva del resto da molti millenni) la Siria e la Palestina erano
terre di transito per i commerci e per i pellegrinaggi. Gerusalemme (uno dei centri
del mondo) contava 50.000 abitanti, Antiochia ed Alessandria d’Egitto,
appunto tappe di questo “viaggiare” da Oriente ad Occidente e viceversa, erano
due grandi città (almeno 500.000 abitanti), al pari di Roma.
Nella tradizione della grotta e
nel 25 dicembre emergono subito i temi fondamentali: gli astri, il sole, la
luna, l’acqua, la fecondità, la terra sempre rinnovatesi ed eterna, i centri
del mondo, cioè i luoghi dove si congiungono cielo e terra, la nascita e la
morte, i luoghi della fecondità, la nascita del Salvatore da una vergine, cioè
da una primipara (non a caso la tradizione insisterà tanto sulla “primizia”). I luoghi, i siti della fecondità.
L’andata agli inferi e il ritorno, la resurrezione. La rinascita.
Alcuni di questi temi, che come
sappiamo sono diventati anche alcuni dei temi centrali del cristianesimo, sono archetipici, legati alla più antica
storia dell’uomo, documentati almeno dall’età paleolitica. Sono temi poligenetici, che compaiono nei luoghi
più lontani senza che, spesso, ci siano interdipendenza e contatti.
L’uomo è sulla terra da oltre 3 milioni di anni. In Tanzania sono state trovate impronte di 3.750.000 anni fa. Ogni tanto si fa una nuova scoperta e si modificano enormemente le datazioni. Da 40.000 anni c’è l’evoluzione culturale. Da 10.000 si comincia a praticare l’agricoltura. Come se non bastasse c’è il nomadismo. Come detto, una delle caratteristiche strutturali dell’uomo: l’uomo si sposta costantemente spinto dalla curiosità, dai commerci, dai pellegrinaggi, lungo itinerari integrati per terra, per fiume, per mare, alla ricerca costante dei luoghi della ierofania, che sono spesso rappresentati da elementi della natura (una sorgente, un albero, una grotta) o da opere dell’uomo, o da una tomba degli antenati. Nelle epoche più lontane (35.000 / 15.000 anni) si definiscono gli itinerari per i commerci ed i pellegrinaggi che rimarranno immutati fino ai nostri giorni.
Attraverso l’interazione e non l’integrazione che ai giorni nostri invochiamo, si crea un coacervo sistemico di popoli, di culture e di religioni che si mescolano da Oriente ad Occidente.
E continuiamo a guardare alla “storia inventata” per ricostruire la storia del mondo, alla ricerca di ciò che divide, e non di quelle radici archetipiche che riassumono le analogie e la congiunzione e non la contrapposizione degli opposti nella la storia dell’uomo.
La natività
Trascurando completamente il Primo Millennio, andiamo in
quel momento di passaggio in cui si formò la composita civiltà europea,
all’XI-XII secolo.
La lunetta del portale meridionale della Santa Maria
Maddalena di Vezelay (1096-1120), come del resto molte altre raffigurazioni
dipinte e scolpite, mostra la natività in chiave evidentemente simbolica.
L’ingresso della grotta, o meglio della caverna, è perfettamente modellato a
forma di arco. Sembra una costruzione artificiale, più che un’apertura
naturale.
E’ un documento importante: da qui, da questa chiesa posta
su un colle, con l’abside costruita dove vi è una forte concentrazione
magnetica (un vero e proprio luogo di energia), partivano molti
pellegrinaggi verso l’estremo occidente, verso i tanti capi Finis Terrae della
Galizia, verso quel luogo che solo
nell’VIII secolo d.C. sarà individuato e cristianizzato con la “inventio” della tomba di San Giacomo.
Il pellegrinaggio dall’estremo oriente all’estremo occidente, dove il sole si
getta nel mare e feconda la terra è antichissimo. Molti credono che nasca
almeno 5.000 anni fa (la più antica
cultura megalitica è in Bretagna intorno al 4° Millennio), ma ormai molti lo
collegano ai dipinti preistorici e lo fanno iniziare 20.000 anni fa! Punti
fondamentali del percorso in Francia
sembrano i Pirenei e in Spagna i monti della Cantabria. Lungo
il percorso si aprono molte grotte (a centinaia), molte (oltre 150) sono
dipinte, con opere di grande qualità.
Ma non vanno
dimenticati i percorsi che, attraverso il Sahara, testimoniati da molti
graffiti, giungono fino alla Penisola iberica.
Gli uomini sostanzialmente non abitarono mai nelle caverne,
troppo esposte alle incursioni degli animali, che furono
invece santuari, luoghi dove l’uomo riconosceva se stesso e penetrava la terra, nel “culto” della
fecondità. Attraverso la caverna si realizza la penetrazione nel grembo della madre terra, dando vita anche a
raffigurazioni cosmiche e ad un simbolismo astrale, di alto valore antropologico
e significativo.
E’facile
travisare giudicando altre epoche ed altri popoli con la mentalità odierna. Parliamo
di arte, ma siamo di fronte a segni e gesti significanti e non siamo capaci di
riconoscere che nell’età preistorica (e non solo in quella) l’unione sessuale,
che per noi ha un carattere fisiologico, di prestazione, di piacere ha una
dimensione sacrale. Non sappiamo bene come, perché, dove e quando avvenne il
passaggio dalla sacralità della donna (e potremmo anche dire della “vulva” e
del mestruo), dal femminile divino al disprezzo, soprattutto nella cultura
cristiana, della donna, al femminicidio. Molti pensano a Costantino. Ma, a
parte san Paolo, già prima del 215, Clemente Alessandrino può dire che “la sola consapevolezza del proprio essere
dovrebbe costituire una vergogna per le donne” e con Giovanni Crisostomo
(349-407) il passaggio dalla sacralità alla libidine è cosa fatta: “le donne servono soprattutto a soddisfare
la libidine degli uomini”.
Marija Gimbutas ha studiato il linguaggio della dea, attraverso la linguistica, l'archeologia e le culture indoeuropee.
Gran parte dei suoi studi hanno riportato alla luce la civiltà delle società “gilaniche” dell'Antica Europa, specie della zona di Cucuteni, tra Ucraina, Moldavia e Romania (sostanziale assenza di gerarchie ed autorità, mancanza del predominio di un sesso sull’altro, le necessità delle persone soddisfatte da un principio mutualistico), sviluppatesi tra l'8000 a.c e il 2500 a.c intorno alla figura della Dea Madre secondo principi antiautoritari e sostanzialmente pacifisti.
Ma
non ha trascurato il femminile divino che emerge dal
paleolitico superiore e che si esprime in simboli ed immagini vulvari e del
triangolo pubico, in graffiti, nella
“deco-razione” dei vasi, in piccole sculture, spesso in
avorio di mammut.
Sono note le veneri paleolitiche (almeno un migliaio quelle
rinvenute, di 26.000/20.000 anni fa) che mostrano un’esagerazione del corpo e
degli attributi femminili (natiche esagerate, ventre pregno, seni rigonfi,
vulva bene in vista). La recente scoperta della figurina della grotta di
Blabeure non lontana da Stoccarda, databile tra i 40.000 ed i 31.000 anni fa ha
riproposto l’attenzione su queste testimonianze.
Basterà
ricordare la cosiddetta “Venere di Laussel”, francese, in Dordogna, non lontano
da Lascaux vecchia di 25.000/20.000 anni o la austriaca “Venere di Willendorf”
databile 23.000/19.000 anni fa.
L’esagerazione
degli attributi femminili non va intesa come un’
esaltazione dell’oggetto sessuale, ma va messa in stretta
relazione con i culti della maternità e della fertilità, della “grande madre”,
dell’”energia generatrice”.
Al
tempo stesso numerose sono le pietre che
simulano un fallo eretto (un lingam) ed uno Shiva (energia sessuale maschile).
Ma infinite sono anche le rappresentazioni, realistiche o simboliche, della Yoni,
il sesso femminile.
La maggior parte dei popoli antichi, viveva secondo una filosofia che cercava l’armonia con
l’energia cosmica, di cui l’energia sessuale era parte integrante. L’energia
cosmica era manifestazione dell’energia di Dio.
Le grotte e le
caverne
Le grotte ed i loro ingressi, le crepe ed i tagli sui monti
e le caverne, dunque, sono considerate come manifestazioni naturali del grande
grembo della Madre Terra. Con la loro forma uterina, diventano lo spazio sacro
in cui l’uomo celebra i suoi riti, fatti di ritmi, di suoni, di gesti, di
colori, di luce, del mimodramma della “creazione”.
Ripetendo i gesti creatori, l’uomo
diventa creatore. La “caverna” è
dunque un archetipo dell’utero materno, ed è presente nei miti di origine, di
morte, di rinascita e di iniziazione di numerosi popoli in ogni parte della
terra.
Sono anticamere
misteriose di un mondo sotterraneo, spesso piene di bizzarre costruzioni
stalattitiche; sono oggetto,
simbolicamente ricco, di molti culti, miti e leggende. Sono i più antichi santuari
dell’umanità, ricoperti fin da tempi più antichi di pitture e graffiti. Spesso
in luoghi irraggiungibili e distanti anche 2 o 3 chilometri dall’ingresso.
Qualcuno ipotizza, con validità di argomenti, che questi dipinti siano legati
alla “sonorità” della caverna. Non
erano abitazioni, bensì luoghi di culto. Spesso vanno interpretate come simboli
del grembo di una madre partoriente, come nei miti della nascita del mondo e
dell’umanità e sono presenti anche presso molte popolazioni indigene
dell’America latina.
Numerose cerimonie di iniziazione cominciano con il
passaggio in una caverna o in una fossa: è la materializzazione del regressus ad uterum di cui parla
Mircea Eliade. Lo stresso rito del battesimo, secondo alcune comunità cristiane
delle origini, ha nella caverna, nella grotta il momento centrale. Il
catecumeno entra nell’antro; si spoglia delle vesti e come serpente,
ondeggiando, esce all’aperto dove il vescovo, vedendo che è un uomo nuovo, lo
riveste della veste candida e recita con lui il Padre Nostro.
Questo rito di rinascita, primordiale e noto a molti
popoli, è ripetuto da San Francesco sulla Piazza d’Assisi, quando la rinuncia
ai beni paterni nasconde il momento
centrale del rito del battesimo. Entra nella sacrestia (che ha appunto il ruolo
della caverna), si spoglia ed esce, ovviamente nudo, sulla piazza. Raccontano “i
tre compagni” che il vescovo vedendo l’uomo nuovo, lo riveste della veste
candida e recita con lui il Padre Nostro.
Le tradizioni gestuali
diventano dei sicuri documenti storici. Il rito coincide, attraverso la ripetizione dei gesti e dei suoni primordiali,
con il suo archetipo, trasformando gli atti fisiologici del vivere quotidiano,
in cerimonie, in rituali, che acquistano cosi valore universale e “divino”. Oggi diremmo che sono ”la mistica del quotidiano”.
I simboli che abbiamo
di fronte non sono arte. E' la vita stessa che si esprime. Il fenomeno
religioso va studiato su scala religiosa e non iconografizzando i simboli. I
dipinti ed i graffiti paleolitici non sono né arte, né decorazione.
La caverna, la grotta,
la camera sotterranea, nel mondo arcaico, è assimilata, trasformata e “vista”
come un labirinto. E' il teatro delle iniziazioni, il luogo dove si
seppelliscono i morti, il segno del corpo, il ventre della Terra Madre. Per
molti le pietre sono le sue ossa. Per molti le pietre sparse sulla Terra, la
fecondano. La caverna è un canale di parto, posto tra il regno materiale e
spirituale. Ci troviamo di fronte ad una simbologia molto complessa, che è
presente nella cultura arcaica vicino orientale, che rappresenta l'elemento
costitutivo del cristianesimo palestinese e che ritornerà puntualmente nel
cristianesimo altomedievale.
La caverna, dunque, rappresenta l’ingresso agli Inferi ed
il ritorno al mondo, rappresenta il cosmo. Per rimanere a noi vicini ricordiamo
le cerimonie iniziatiche greche, il rituale eleusino, Cerere e la sua discesa
agli Inferi per cercare la figlia; le
cerimonie religiose istituite da Zoroastro, in cui il mondo era
rappresentato da un antro.
Ma è anche considerata come un gigantesco ricettacolo di
energia, energia tellurica. E’ la vita latente, che separa la nascita ostetrica
dai riti della pubertà. E’ un simbolo dell’ignoto, dell’inconscio e dei suoi
pericoli, spesso imprevisti. E’ l’antro, cavità oscura, regione sotterranea dai
limiti invisibili, abisso spaventoso da cui emergono i mostri. Nel Medio
Oriente, la grotta, in quanto utero, rappresenta le origini e le rinascite. E’
infatti un’immagine del cosmo, il luogo della nascita e della rigenerazione e
anche dell’iniziazione. Il labirinto, la ricerca del “centro” in cui cielo e
terra si congiungono (un luogo di passaggio dal cielo alla terra e viceversa) e
le differenze si annullano.
La caverna, la grotta è anche il sito del serpente, simbolo del potere del femminino, della dea. Tertulliano
definì Eva il serpente del suo sesso. Essenzialmente nel mito ebraico della
creazione (e della tradizione sacerdotale, e nel cristianesimo che ne deriva, è
evidente la tensione a cancellare il femminino della divinità), il serpente
diventa la causa ed il simbolo del male, della donna (colei che ha persuaso l’uomo che il diavolo –come dice Tertulliano-
non era abbastanza coraggioso da
attaccare) diventa la causa del peccato e della cacciata dal Paradiso
terrestre. “Per colpa del tuo tradimento”,
continua Tertulliano, “ossia la morte,
anche il Figlio di Dio dovette morire”.
Ma per l’umanità entrare nella caverna (l’intrico dei
corridoi ricorda quello delle viscere umane), significa far ritorno alle
origini e salire in cielo, uscire dal cosmo.
Nell’ombra e, quindi, nella grotta l’uomo riconosce se stesso ed il proprio ruolo nel cosmo.
Anche nelle tradizioni dell’Estremo Oriente, la caverna è
il simbolo del mondo, il luogo della nascita e dell’iniziazione, l’immagine del
centro e del cuore. Ma le stesse tradizioni sono presenti nell’America latina.
Nel mondo antico egiziano la kteis,
il simbolo della vulva della dea era allo stesso tempo una bocca e una porta d’ingresso
al mondo spirituale, alla camera dell’iniziazione.
Ed alla caverna si riferisce nei secoli dai tempi più
antichi il simbolismo architettonico della cella del tempio, omologa alla
caverna del cuore, ma anche alla vulva. Oggi abbiamo l’abside.
Il simbolismo della matrice,
che per noi ha assunto un significato pornografico, è universalmente legato alla manifestazione e alla fecondità
della natura, cioè alla rigenerazione
spirituale. E’ l’energia ignea della divinità femminile. E’ rappresentata
simbolicamente la sublimazione più perfetta dell’istinto e l’armonia più
profonda dell’unione dei contrari.
La mitologia sull’argomento è molto ampia ed è presente in
tutti i popoli, in ogni luogo della terra. Ma non è un caso se la vulva è
ancora presente in molte chiese romaniche europee (100 nella sola Irlanda, 50
in Inghilterra, molte in Francia e Spagna) lungo alcuni percorsi dei
pellegrinaggi immutati nei millenni, ad esempio verso Finis Terrae poi
cristianizzato, ma solo dall’VIII secolo, in Santiago.
Qui citerò la notissima mensoletta inglese del XIII secolo
della chiesa benedettina di St. Mary and
St.David di Kilpeck, non lontana da Cardiff. Una testimonianza che il
cristianesimo medievale è ben ancorato alle ancestrali tradizioni
antropologiche e ben lontano dalle artefatte enunciazioni della teologia, della
“morale” e dell’antifemminismo attuali.
Sono evidenti le tradizioni dei contadini per universum mundum che, stesi a terra
nudi, copulano con la terra, per rendere più concreta la fecondità e va
ricordato san Francesco che pregava nudo disteso a terra per rendere più
concreto il rapporto con il sistema del Creato.
La stessa nicchia, nell’architettura simbolica, diviene spesso il surrogato o il segno di una «caverna universale», della vulva, inserita in un cosmo più ampio. Così come più tardi la “mandorla” di tanti timpani e di tante absidi richiama, evoca la vulva e la fecondità, la nascita primordiale dell’universo. E il primo albero che fiorisce quando c’è ancora l’inverno. E’ il simbolo del rinnovamento della natura. Riproduce l’uovo cosmico. Il suo guscio protegge il seme. E’ simbolo di uno spazio chiuso che separa il puro dall’impuro.
Ma questi simboli e questi temi, del resto così presenti
nella cultura romanica (legata ai Vangeli apocrifi di Tommaso e di Filippo),
non saranno accettati dalle società patriarcali e così, prevalentemente nella
società ebraica si sviluppa il tema del dio del cielo (Yahweh, l’unico Dio,
concepito naturalmente in chiave maschile): le donne saranno sempre soggette ad
un uomo (nel matrimonio, nella famiglia, nella vita spirituale o monastica) e
nella società patriarcale anche il pianeta Terra e la Natura tutta (il, corpo
della donna è un simbolo vivente della capacità creativa della Madre Terra)
diventa una risorsa da conquistare e da sfruttare.
Si aggiunga che in ogni parte della Terra, le divinità
nascono in una grotta. E’ del tutto ovvio che Gesù sia fatto nascere in una
grotta. Ma non basta: Gesù non solo è nato in una caverna ma vi è stato anche
sepolto, durante la discesa agli Inferi, prima di ascendere al Cielo.
Quando, a seguito del
Concilio di Nicea, a cominciare dal IV secolo iniziò la maniera di spiegare le
verità cristiane con l’aiuto della filosofia greca (e poi con Gregorio Magno,
con il monachesimo occidentale dei Benedettini, con l’invasione franca della Spagna che spazza via la chiesa isidoriana
e poi infine con la romanizzazione totale di Gregorio VII, la
“spiritualizzazione” di san Bernardo) questi temi diventeranno del tutto diversi.
Allo psicologismo del simbolo (percezione e analogia) si sostituisce il
“realismo”del mito.
Ecco che alla vulva della femmina sacra ed alla penetrazione nella Terra Madre, si sostituì la madre di Dio, la Vergine Maria che concepì Gesù dallo Spirito Santo. Ma anche venendo all’eredità giudaica bisogna ricordare che lo spirito di Dio è femminile: Ruah. Letteralmente il soffio delle narici, quel prendere aria necessario per pronunciare, emettere la parola. E infatti nell’ ambiente etnico palestinese il meccanismo trinitario è di una logica straordinaria: l’Abbâ, il Parlante che possiede, produce il Memrâ (il parlare, quello che noi traduciamo come la Parola), attraverso il soffio delle narici, la Ruah: tre elementi naturalmente unitari ed inseparabili ben oltre la incomprensibile separazione-unità tra tre uomini: Padre, Figlio, Spirito Santo.
Dunque lo spirito di Dio è
femminile. Lo sapevano bene nell’ambiente etnico palestinese le prime comunità
che abbracciarono il messaggio evangelico. Le testimonianze sono state
distrutte, ma una è sopravvissuta. Fu nascosta in una giara sotto la sabbia del
deserto. E’il Vangelo di Filippo,71, 10-20 che dice: “Adamo fu prodotto da due vergini (che significa: non avevano ancora
partorito), dallo Spirito Santo (Ruha, nelle
lingue medioorientali, come detto, è femminile) e dalla Terra vergine”.
E’ ancora ben vivo (e lo era ancora fino a pochi anni fa nelle culture popolari e contadine) il senso della sacralità della donna, che è simbolo dell’unità di tutte le forme di vita in natura, e perciò della Terra, di tutti i processi del divenire e quindi anche della nascita, della morte e della rinascita. “Se la Terra madre è una madre viva e feconda, anche tutto quello che produce è organico ed animato, anche le pietre e i minerali” ha scritto Mircea Elide, ma lo pensava anche S.Francesco.
Noi conosciamo purtroppo solo i connotati greci della cultura dell’Occidente di duemila, duemila cinquecento anni fa. Ruha viene tradotto con Paraclito, che in greco è neutro, asessuato. In latino diventerà lo Spirito, che è maschile e il gioco è fatto. Ecco la festa dello Spirito Santo.
Il cristianesimo romano rifiutò e rifiuta ancor oggi il femminino come aspetto del divino anche se i simboli di Maria rimangono gli stessi della dea della riproduttività: rosa mistica, stella del mare, vaso dell’onore,il melograno, ecc.
Il culto cristiano e cattolico
represse ma non occultò. Ancora fino al
XIII secolo in Irlanda, in Inghilterra, in Spagna lungo la via dei
pellegrinaggi come ho ricordato, è ancora evidente anche nelle chiese
l’immagine della donna dispensatrice di vita, con la vulva bene in vista, e
perciò elemento centrale del tessuto sociale.
E così la fecondità della Madre diventa, sotto la spinta
del sacerdotalismo solo maschile, il grembo
spirituale della Madre, la Chiesa, la Madre Chiesa, la “Sposa di Cristo”. Riemerge la paura dell’inclusione, di un ritorno alla sudditanza dello stato fetale, e
dell’antifemminismo che aveva già fatto le sue vittime nei secoli precedenti:
come dimenticare San Paolo (che conosceva bene le società patriarcali della
Grecia e di Roma), Tertulliano, del III secolo, per il quale, come per altri
Padri della Chiesa, il male è entrato nel mondo a causa di Eva e ogni donna
costituisce una Eva. Il male è un prodotto della materia e la materia è
associata alla sessualità, all’incoscienza ed al femminino. L’impulso naturale
verso la sessualità e la procreazione, lungi dall’essere un rituale e
un’esperienza spirituali, divenne un qualcosa di ignobile, da evitare in tutti i modi. E che dire di Origene? Così il cristianesimo
greco-romano sviluppò una demonizzazione
e un atteggiamento violento, patriarcale, autoritario e misogino nei confronti
delle donne.
La madre diventa la genitrice che cattura e castra. Secondo
la trasposizione metafisica del cristianesimo, è la comunità in cui i cristiani
attingono alla chiesa la vita della grazia, ma dove spesso subiscono una
tirannia spirituale autoritaria, violenta,
e maschilista del tutto abusiva.
Nei secoli successivi (ed anche oggi) la donne che non
avevano un “protettore” (un marito e un padre spirituale) o che non osservavano
le restrizioni imposte dalla chiesa e dai suoi sacerdoti, venivano ostracizzate
ed etichettate magari come streghe, puttane e megere. Anche perché la “vergine”, nelle culture antiche è la
donna senza padrone.
La lunetta della chiesa di Vezelay riassume dunque molti
significati simbolici della caverna ed il nuovo significato che viene ad
assumere a seguito della occidentalizzazione del cristianesimo: ai gesti della
vita quotidiana si sostituiscono le metafore di un intellettualismo e concettualismo
inaridente.
Non a caso san Bernardo, un campione della chiesa
antifemminile ed autoritaria che “cristianizza” il tema della fecondità,
predica proprio a Vezelay, e davanti ad una folla enorme ed ai potenti
dell’Occidente, la II crociata, significativamente il giorno di Pasqua (31
marzo) del 1146.
Il giorno della
nascita
Introdotto il tema archetipico della caverna, dobbiamo
confrontarci con il fatto che riguardo al giorno della nascita di Gesù, nei
primi tempi del cristianesimo non vi era concordanza fra le diverse chiese e i
primi padri sembrano anche ignorare tale festività.
La festa importante era quella della Pasqua, la cui data
già divideva molte comunità e che dette origine a molte controversie. Comunque
rimarrà legata alle stagioni ed alla Luna. Sarà fissata alla domenica seguente
il plenilunio dopo l’equinozio di primavera
(21 marzo): quando il Sole nasce esattamente a oriente e tramonta
esattamente a occidente e le ore di luce e quelle di oscurità sono le stesse.
Com’è noto presso gli antichi non si guardava, come facciamo noi, alla storicità del fatto, ma alla sua simbologia. Non era necessaria la veridicità del fatto, ma bisognava arrivare a credere (anche attraverso il visionario immaginifico) che quel fatto fosse avvenuto in un certo modo. C’è un proverbio, un modo di dire romanesco, presente però in molte altre regioni italiane, che ben definisce il problema, già del resto ben illustrato da alcuni vangeli apocrifi, come la “vendetta del Salvatore”:
Un devoto, incontrato un marinaio in procinto
di partire per Gerusalemme, lo pregò di portargli al ritorno un pezzetto di
legno della Croce di Cristo. Il marinaio promise che l’avrebbe accontentato e
infatti riuscì a procurarsi in Terra Santa quanto gli era stato richiesto.
Purtroppo però, per sua sfortuna, il poveretto, sulla strada del ritorno, perse
la preziosa reliquia. Preoccupato per le conseguenze cui sarebbe andato
incontro, trovò il coraggio di rimediare e risolve il difficile problema
staccando dalla sua barca una scheggia di legno che poi consegnò a quel devoto
rassicurandolo circa l’autenticità del dono. Il credente, fuori di sé dalla
gioia, venerava quella scheggia con tutta la devozione possibile e con
preghiere ricche di fervore. Una notte però gli apparve il diavolo minacciò di
portarselo all’inferno. Il pover’uomo non si lasciò intimidire e implorando
aiuto alla reliquia, costrinse il diavolo ad allontanarsi e a borbottare: non è
er legno de la barcaccia, ma è la fede che
me caccia.
Clemente Alessandrino (II-III secolo), vescovo della grande
città del Mediterraneo, riportava la
data al 18 novembre; Cipriano da Cartagine (210-258) datava la nascita al 28
marzo; il grande prete romano Ippolito (III secolo) il 2 aprile, e così via.
La celebrazione liturgica fissa fu definita (e non a caso,
come vedremo) solo nella Chiesa romana nel IV sec. La natività fu fissata al 25
dicembre, secondo la tradizione , da papa Giulio I (337 - 352), considerato nei
secoli successivi uno dei fondatori della Chiesa romana.
Era stato emanato da poco l’editto Milano (313) e si era
appena concluso il Concilio di Nicea (335). Era in corso la violenta “campagna” contro le altre religioni
presenti numerosissime a Roma e nei confini dell’impero. I cristiani, dice
Michele Amari, furono martiri e
martirizzatori.
Si ebbe così uno strano dualismo che ancora dura. Da una
parte i vangeli canonici, i padri della chiesa, le strutture teologiche che si
andavano definendo, spiegavano le verità di una fede, principalmente rivolta ai
ricchi della piccolissima classe dirigente, con le categorie antropologiche e filosofiche
giudeo-greco-romane; dall’altra era evidente il ricorso ad elementi simbolici
(tratti spesso da altre religioni) sempre più svuotati dei loro significati, ma
necessari per far proselitismo ed “evangelizzazione” presso i pastori, i
contadini, i poveri delle città. Quando elementi simbolici e popolari erano
presenti nella gran massa di vangeli e di testi estranei alla cultura
giudeo-greco-romana, si dava politicamente la caccia all’eretico.
Quando sembrò almeno in occidente che le varie culture
religiose erano state stroncate (Alessandro II e Gregorio VII avevano fatto un
buon lavoro!) la vittoria fu celebrata nella romana chiesa di santa Maria in
Trastevere, nei mosaici del catino absidale, realizzati dopo la morte di papa
Innocenzo II (1143), che celebrano appunto la chiesa di Roma delle origini:
papa Giulio è raffigurato con Pietro, Cornelio, Calepodio, Callisto, Lorenzo,
con lo stesso Innocenzo II, mentre Cristo incorona la Vergine e la presenta al
popolo romano. Significativamente manca San Paolo.
Giulio I sarà poi un papa dimenticato (si ricorderà Giulio
II), insieme al prete Calepodio. Se ne ricordò Pio XII in occasione dell’Anno
Santo tutto politico del 1950. E a papa Giulio fu dedicata una chiesa mai finita
e a San Calepodio una strada.
Non manca una tradizione (vedi le testimonianze di
Sant’Ambrogio e del Cronografo del 354) che attribuisce la definizione della
festa liturgica del Natale al 25 dicembre al
successore di papa Giulio, è cioè a Liberio (352 - 366). Non cambia
molto. Lo scenario rimane immutato.
La celebrazione avveniva nella basilica liberiana
sull’Esquilino, ove ora sorge la chiesa di Santa Maria Maggiore. La festa si consolidò
nel quarto secolo dopo Cristo. Si diffuse in Africa, poi a Costantinopoli ed
infine ad Antiochia (fine IV sec.), in Gallia, ad Alessandria e a Gerusalemme
(V sec.); in Oriente essa sostituì la festività del 6 gennaio, già considerato
giorno natale di Gesù e poi passato a celebrare l’adorazione dei Magi in
Occidente e il battesimo di Gesù in Oriente.
Normalmente,
per semplificare le cose e per rivendicare la vittoria del cristianesimo sul “paganesimo”, si legge che la scelta del
25 dicembre e il titolo della festa traggono origine diretta dal calendario
romano, che dal III sec, segnava in tal giorno la celebrazione del “Natale del sole invitto “ (Dies natalis solis invicti).
E’vero che il culto del dio siriano Sol Invictus Elagabal venne introdotto a Roma dall’imperatore Eliogabalo (218-222 d.C.), il quale, prima della sua ascesa al trono, era stato sacerdote del dio nella città siriana di Emesa. Aureliano (215-275 d.C.) consacrò al Sol Invictus un tempio a Roma e, nel 274 d.C., fissò nel giorno 25 dicembre il compleanno di Elagabal (Natalis So/is Invicti).
Ma è noto
anche che Roma tra il primo secolo avanti Cristo e il quarto secolo dopo
Cristo, era il naturale porto di approdo delle molte religioni che erano
diffuse nei quattro punti del mondo, ed in particolare nel Medio Oriente, dove, come scrive Pietro
Citati, “Da secoli, molte religioni
abitavano in quei luoghi. Ora, dai vecchi alberi nascevano di continuo nuovi
germogli, che talvolta si intrecciavano con germogli nati lontano, sul tronco
di altre religioni, una volta considerate nemiche. Sempre nuovi profeti
annunciavano il loro messaggio, che sovente era la metamorfosi di un messaggio
antico: vecchi e nuovi angeli discendevano dal cielo con le loro grandi ali
scintillanti e multicolori. Tutto era religione: ciò che nei nostri tempi
diverrebbe un libro di filosofia, o un romanzo, o un libro di storia, o
un’opera d’arte, allora parlava soltanto di dèi, cosmogonie e cosmologie. Le
fedi nuove o trasformate annunciavano una terribile imminenza: la fine stava
per giungere, l’ultimo profeta, il “sigillo dei profeti” aveva appena pronunciato l’ultima parola,
fra poco il giorno del Giudizio sarebbe stato annunciato. Erano religioni
drammatiche. Quanto vi è di tragico o di assurdo e paradossale nell’esistenza
umana veniva trasposto nel mondo divino, che non era mai stato segnato da luci
e tenebre così violente”.
Ecco appunto le luci e tenebre: fin dai tempi più remoti,
il moto del sole e della luna, l’acqua, la grotta, gli elementi della natura
rappresentavano gli elementi che scandivano la vita sulla Terra. E’ noto il
complesso sito di Stonehenge, come sono evidenti i tanti siti i Sardegna in cui
era fondamentale il ruolo della luna. E’ evidente che la scelta del 25 dicembre
per celebrare la nascita di Gesù ed è una chiara scelta “politica” legata alla
composita cultura sincretistica dell’epoca.
La festa del sole
invitto caratterizza anch’essa, come la grotta, gran parte delle antiche
religioni e credenze. Nel mondo mediterraneo un ruolo determinate ed
antichissimo ha la festa solstiziale, variamente collegata, a seconda dei tempi
e dei culti, alla celebrazione della nascita di molte divinità. Ricorderò solo alcune
di quelle contemporanee a Gesù quali Dioniso, Horo e Mitra.
Invece di usare una terminologia scientifica moderna,
cerchiamo di rifarci alle impressioni visive di molti secoli o migliaia di anni
fa. A metà inverno i giorni diventano sempre più corti ed il sole si abbassa
sempre di più, sembra che debba morire, scomparire: è il terrore. Poi ci sono diversi giorni d’apparante immobilità, quando
il sole finalmente cessa di abbassarsi. Poi ricomincia ad alzarsi; le giornate
tornano ad allungarsi, il sole torna a dar luce e calore, rinasce. Finisce la
paura ed esplode la gioia; non c’è più il pericolo della morte del sole. Questa
è la festa del solstizio d’inverno.
Questa simbologia solare, così diffusa soprattutto nei
culti concorrenti di Zaratustra e di Mitra, che la scelta del 25 dicembre
comportava, fu certamente adottata anche dal cristianesimo per qualificare “luminosamente“ la figura del Cristo.
La liturgia cristiana ricorda questa rinascita nella messa di mezzanotte di Natale. La colletta dice:
“O Dio, che hai
illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del
mondo” e nella prima lettura, tratta dal
libro del profeta Isaìa. 9, 2-4, la simbologia è ancora più evidente. “il popolo che camminava nelle tenebre vide
una grande luce; coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.
La grotta e la
luce
Esiste anche in questo caso un collegamento molto stretto fin
dai tempi più antichi tra la grotta ed il solstizio. Ce ne sono esempi in tutto
il mondo, ma non possiamo ignorare questo tumulo artificiale a Newgrange, nei
pressi di Dublino in Irlanda, un tumulo del diametro di 8 metri e circondato da
pietre e da menhir. La singolarità dell’avvenimento è stata rilevata solo nel
1969.
Qui siamo in pieno occidente, in un’epoca molto lontana. Forse nel 3200-3000 a.C. E’ un tumulo circolare, una tomba, circondato da molti megaliti. Uno strettissimo corridoio lungo ben 19 metri porta alla camera sepolcrale.


Davanti al
tumulo di Newgrange abbiamo alcuni elementi per ricostruire il mimodramma
dell'uomo arcaico, che non si rinchiude nella espressione del mondo
immediatamente visibile, ma che, attraverso l'analogia, il simbolo e la
strumentazione gestuale si avvia alla conoscenza.
Attraverso spirali, labirinti e quadrati di triplice
potenza (che caratterizzano alcune pietre dell’esterno, il corridoio e la
parete di fondo, illuminata per pochi minuti dal sole), l'uomo percepisce
direttamente il significato della sua iniziazione
e del suo viaggio concreto e mentale all'interno del tumulo. Un lungo corridoio
stretto, buio, e ad andamento curvilineo porta all'interno.
Si cammina uno dietro l’altro, in fila indiana, con una
certa lentezza, ondeggiando come un
serpente (ancora un evidente e forte significato simbolico), strusciando con il
corpo contro le pietre segnate da labirinti e dalla triplice spirale (la forza
generatrice, la forza distruttiva e la forza rigeneratrice), che ricordano e
significano in ogni momento la presenza dello spirito e il valore rituale
dell'iniziazione.
Le immagini dell’ingresso non lascino dubbi. Penetrare in
un labirinto o in una caverna equivale, come detto, nella penetrazione
in una grande vulva, evocata dalle pietre, a un ritorno mistico alla madre,
all'avvio di una creazione nuova. Le pareti del corridoio simboleggiano le
gambe aperte della Dea che conducono alla parte generativa del corpo. Nel tumulo di Newgrange a significare questo
mimodramma che fa l'uomo simile alla divinità, nel momento in cui ripete i suoi
gesti, il raggio di sole “penetra”, per pochi minuti, fino al centro della
camera sotterranea, toccando alcune spirali graffite, nel giorno più corto dell'anno, il 21
dicembre, a simboleggiare la morte, ma soprattutto il concepimento e il ritorno
alla vita. E' la festa della luce come ben sanno gli studiosi medievali. La
luce del sole, in un giorno preciso dell'anno, entra, “penetra” all'interno del
tempio e cade sulla pietra sacra, sulla pietra consacrata dalla presenza di
Dio, o casa, o simbolo di Dio.



Il sole, dunque, entra da un taglio nella roccia sopra la
porta d’ingresso, e va al centro al centro di questo tumulo costruito dall'uomo
(potremmo dire: di questo microcosmo creato dall'uomo), lungo questo corridoio
strettissimo non lineare e non pianeggiante. E il centro segna il luogo del
passaggio tra cielo e terra, il ponte o la scala (ancora simbolica-mente
rappresen-tata dalla straordinaria copertura realizzata con pietre segnate da
spirali e labirinti, emblemi lunari, della fecondità e della vita) che consente
di salire verso il cielo, verso la divinità, la vita perfetta e la
resurrezione.
Vorrei richiamare l’attenzione su due grotte che tanto
ruolo hanno avuto nella storia dell’Occidente. La prima è in Puglia, sul monte
Gargano ed oggi è dedicata a San Michele.

Anche questo è un luogo di culto tra i più noti ed antichi
dell’Europa. Recentemente ai piedi del monte sono stati ritrovati resti fossili
“umani” di oltre 800.000 anni. La grotta fu in epoca recente un santuario
mitraico. Poi fu cristianizzata probabilmente con il V-VI secolo. E’ il
santuario dei popoli slavi. Lì confluivano ad esempio i longobardi, come
attestano alcuni graffiti: entravano a sud delle Alpi da San Candido,
percorrevano la val Punteria e poi seguendo la dorsale adriatica arrivavano al
Gargano. La grotta fu dedicata a san Michele, ma Michele, nella tradizione
medievale è segno di Cristo risorto. Lì Cristo lasciò l’impronta dei suoi
piedi. I Vangeli Apocrifi a trovare conferma che Cristo è veramente risorto,
commentano: i fantasmi non lasciano
impronte.
Il legame tra Cristo e Michele lo ricorda, tra il 776 e
l’800, il coltissimo San Beato (monaco
agostiniano delle Asturie), un altro santo dimenticato, nella introduzione (40) e nel Libro VI, 178 di : In Apocalypsis B:Joannis Apostoli Commentaria (pubblicati alle pp.53 e 477 nelle Obras
completas de Beato de Liébana, Estudio Teologico de San Ildefonso, Madrid 1995: Michaelem
Christum dicit, cioè Michele si riferisce a ( è segno di) Cristo.
E la grotta di San Michele, è uno dei quattro siti del pellegrinaggio cristiano: Gerusalemme e Roma, Santiago e san Michele sul Gargano. Ma oggi ben pochi lo ricordano.
Un’altra
grotta è Covadonga, Cueva Domica, la grotta della Signora, sempre nelle Asturie
, in Spagna. Qui nel 718 (?) è fatta iniziare la riconquista cristiana dopo l’invasione
degli arabi. E la grotta, lungo il cammino a Finis Terrae, è un dei luoghi
sacri in cui l’uomo penetra la terra.
A primavera alcuni fiumi sotterranei sgorgano nella grotta,
dall’inequivocabile forma di vulva, a significare la rottura delle acque ed il
parto della vita nuova.
Il 25 dicembre
A Roma, come detto, il culto del dio siriano Sol lnvictus
Elagabal venne introdotto a Roma dall’imperatore Eliogabalo (218-222 d.C.), il
quale, prima della sua ascesa al trono, era stato sacerdote del dio nella città
siriana di Emesa. Aureliano (215-275 d.C.) consacrò al Sol Invictus un tempio a
Roma e, nel 274 d.C., fissò nel giorno 25 dicembre il compleanno di Elagabal
(Natalis So/is Invicti).
Ma non va dimenticato che a Roma si celebravano già i
Saturnalia (un culto in onore di Saturno, che secondo le fonti, avrebbe diffuso
l’uso dell’Agricoltura), una ricorrenza cultuale tra le più antiche e più note.
Il giorno del culto cadeva il 17 dicembre, ma le feste si protraevano fino al
23 dello stesso mese.
A Roma dove erano diffuse tante religioni e tanti culti,
con forti analogie, si riscontrano frequenti fenomeni di sincretismo, cioè di
fusione tra culti, alcuni autoctoni e altri di provenienza soprattutto
orientale, alle cui divinità veniva applicato il nome latino; ad esempio alla
dea Cibele, originaria della Frigia, venne ad esempio venerata dai Romani con
il nome di Magno Maler (la grande madre).
E abbastanza naturale che in questa complessità di
religioni e di culti ed al tempo stesso di analogie (la grotta,la rinascita del
sole e la luce), che Gesù sia fatto
nascere in una grotta da cui al solstizio d’inverno irradia la luce del Verbo e
della Redenzione. E’ una tradizione antichissima, aperta a tutti i popoli e
culture. Il 25 dicembre sembrò al clero romano il giorno più adatto per fissare
la data della nascita di Gesù, anche perché la tradizione fissava in quel
giorno la nascita di un pericoloso concorrente che appunto nel IV secolo si cercava di estirpare e di sostituire, a quanto
è dato di congetturare, con grande violenza: Mitra.
I cristiani, in una contesa molto cruenta, conseguirono una
prima vittoria con l'editto di Costantino del 313 d.C. , ma la restaurazione di
Giuliano l'Apostata (361 - 363) permise una ripresa del culto di Mitra,
fermando tra l’altro la distruzione sistematica già iniziata dei luoghi di culto. Teodosio sconfiggendo
Eugenio (394 d.C.) consentì la vittoria definitiva della religione cristiana su
quella mitraica. A Roma, sopra i mitrei saccheggiati e distrutti (è un periodo
oscuro della storia che andrebbe illuminato), vennero erette chiese e basiliche.

Mitra. Il Mitreo di Marino, con gli affreschi meglio conservati tra
i tantissimi esemplari in Europa, ci introduce alla religione di Mitra: una
delle tante, antichissime religioni (XV-XIV secolo) indo-iraniche (astrale e
solare e tenebrosa al tempo stesso, cosmica, della morte che genera la vita,
della fertilità), legata sia all' antichissima cultura religiose indiana (X
secolo a.C.), sia alla tradizione iranica dello zoroastrismo, noto anche come
Mazdeismo. Secondo alcuni storici, Zaratustra (VII secolo a.C.), pur
osteggiandolo perché lo giudica troppo violento, non abroga il culto di Mitra,
anzi dalla sua morte sarà inscindibile il binomio zoroastrismo - misteri dei
Mitra.
Il culto in onore di Mitra è appunto una religione
misterica, iniziatica, individuale, selettiva, riservata solo agli uomini,
molto se non straordinariamente adatta ai soldati di Roma, perché offre al loro
lavoro una giustificazione etica e molto diffusa. Ha una forte carica mistica,
metafisica, messianica, soteriologica, sovvertitrice dell'ordine sociale con
visioni di rinnovamento escatologico. E' diffusissima, più del cristianesimo,
nell'intero bacino del Mediterraneo ed anche nelle regioni europee più interne
(insieme al mazdeismo), fin dal 1 secolo
d.C. (Nerone è iniziato alla religione mitraica) e almeno fino al IV secolo a
Roma (quando ancora la maggior parte della nobiltà senatoria e della burocrazia
imperiale è iniziata alla religione mitraica). Un editto nel 395 la dichiarava
illegittima, ma almeno fino all'VIII secolo sopravvisse nel resto d'Europa. A
Roma ci sono numerosissime testimonianze di mitrei, una cinquantina. 15-17
Mitrei che stavano ad Ostia. I tituli cristiani di Roma erano solo una
trentina.
Le raffigurazioni presenti nei mitrei, consentono di
ricostruire gli aspetti di questa religione, di cui non abbiamo nessun fonte scritta.
Come indica questo marmo dal Mitreo dell’Esquilino, Mitra, era considerato
figlio del Sole e Sole egli stesso e nasce (come del resto Zarathustra) il 25 dicembre, da
una roccia, partorito da una vergine, è chiamato “il buon pastore”, faceva miracoli,
aveva 12 compagni, risorge dopo tre
giorni dalla sepoltura e la sua resurrezione veniva celebrata ogni anno.
Il culto di Mitra (detto “Il Salvatore: certo sarebbe
fondamentale conoscere il suo progetto di salvezza) veniva celebrato in grotte
o sotterranei; (come mostra questo mitreo nei pressi di Trieste) .
L’iniziazione
avveniva tramite il battesimo con l’acqua. Esistevano 7 gradi di iniziazione. Molti
dicono come i sacramenti. Ma va ricordato che i sacramenti cristiani non erano 7 come si crede, ma solo sei, in
quanto il matrimonio, fino al Concilio di Trento, era considerato un contratto civile, benedetto.
A Roma il noto mitreo della
basilica di san Clemente consente una ricostruzione delle cerimonie sacre dei
riti. L’avvenimento centrale dei riti è
il sacrificio del toro, la cui morte promuove la vita e la fecondità
dell'universo. La vittoria sul toro selvaggio è la vittoria dell'ordine sul
caos e sulla barbarie. Il culmine del cerimoniale era un banchetto a base di
pane (prodotto a partire dal grano, nato simbolicamente dal midollo del toro)
ed acqua (o forse vino, prodotto dal sangue del toro). A nessuno sfugge la somiglianza con il rito cristiano
dell'eucarestia.
Come mostra questa ricostruzione di un momento del culto
mitraico. Le tante analogie tra il cristianesimo e il mitraismo sono lascino
stupefatti ed molto spesso corrispondono ad alcune credenze o rituali diffusi
da molti secoli e comuni a molte delle tante religioni orientali che allora
erano presenti a Roma. E’ difficile pensare che ci sia “dipendenza”, semmai è più giusto parlare di interazione e, nella
disputa promossa dai cristiani, di concorrenza
e poi di assimilazione.
Si possono ricordare comunque l’abside e l’altare, la
recita delle preghiere, la confessione delle colpe, l’ esposizione dell’ostia-disco
solare sull’altare, la confermazione, il giudizio divino ed i premi e le pene
per l‘aldilà, il paradiso, l’inferno con il fuoco eterno. Esistono infine
un’insieme di atti liturgici comuni a tante tradizioni religiose: le mani
giunte, i ginocchi piegati in atto di genuflessione, il segno della fronte, la
stola, il copricapo (la mitra: è ancora il nome del copricapo che simboleggia
l’autorità dei vescovi cristiani), l’incenso, ecc.ecc. Le vesti colorate, ancor
oggi simili a quelle dei vescovi cristiani, rappresentano il femminino che
viene del tutto assorbito e cancellato dal sacerdozio maschile.
La resurrezione di Mitra dalla morte, ed anche
questa è un’ovvia analogia, è celebrata in primavera.
Va ricordato che Zarathustra combattè il politeismo dei popoli nomadi e favorì la nascita di un codice di leggi civili e morali valido per la popolazione iranica che, lasciato il nomadismo, diventava sempre più agricola e stanziale. Non riusciamo a capire bene i legami o le differenze tra mitraismo e Mazdeismo, ma abbiamo la documentazione che i loro culti erano largamente presenti in Europa.
C’è addirittura chi sostiene che nella Pensiola Iberica, all’arrivo degli arabi, i seguaci di Zarathustra erano 1/3 della popolazione.
La scelta della data del 25 dicembre e in una grotta agli inizi del IV secolo trova dunque la sua spiegazione logica nella determinazione di abbattere un pericoloso concorrente che evocando il sole, la grotta, il sole, il solstizio, le forze della natura, la nascita da una vergine, il pane e il vino riassumeva la storia dell’uomo, le sue attese e speranze. A Roma c’è lo scontro ed il confronto con le tante religioni (una trentina, un centinaio di culti) che davano vita ad una realtà quanto mai composita e complessa, fatta non di integrazioni, ma di interazioni. Si trovano a Roma, perché l’Urbe è come le grandi città dell’epoca (Antiochia, Alessandria) non il centro di irradiazione delle civiltà nel mondo, come si spiega nei manuali scolastici, ma una carta assorbente che tutto attira ed assimila.
L’arco trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma, se da una
parte segna il ruolo autonomo dei Magi, dall’altro sta a significare, come in
manifesto politico, la vittoria del cristianesimo.
I mosaici dell’arco sono del 431; appena 20 anni prima c’è
stata l’invasione dei Visigoti, che tanto ha sconvolto la popolazione romana.
Non tanto per i danni subiti, ma perché è stato evidente che Roma non è più
imprendibile, invincibile e non domina più il mondo. Ormai emergono altri
popoli ed altre culture. Ma nel frattempo (430) si è svolto il 3° Concilio Ecumenico, ad Efeso. Maria
immacolata è stata riconosciuta come Madre di Dio, Theotokos. Roma ricerca una nuova centralità. Ecco i Magi, in
sontuose vesti persiane, e quindi riconoscibili come stranieri, come sacerdoti
del Dio d’Oriente, che rendono omaggio al bambino ricoperto da sontuosi abiti
regali romani seduto solitario su un
trono maestoso. La stella che ha guidato i Magi (Matteo 2,9) è visibile a chi
vuole e può vederla e segna la conclusione della lotta per la gestione della
soteria: Gesù ha vinto sull’imperatore,
sulla tradizione zoroastriana e su Mitra. E’il nuovo re a cui i Magi persiani
offrono omaggio. I cristiani sono ormai in
armi, pronti a gestire la sacra violenza dei santi e ad imporre, in nome di
Cristo, il loro potere. Secoli più tardi san Berardo dirà: uccidere in nome di Cristo non è peccato.
La chiesa cristiana, come vedremo da pochissimi esempi, con
i suoi battisteri, le cripte, le navate con poca luce, ripeterà in modo
sistematico il tema della caverna fin dai primi secoli. Ecco il battistero di
Alberga (V secolo), o la cripta di Jouarre o il tempietto di Santa Maria di Eunate
lungo il Camino verso Santiago, o la cripta della Maddalena a Vezelay, il cui
pavimento è la nuda roccia. Ma la testimonianza più significativa sembra essere
il complesso di San Juan de la Peña, ai piedi dei Pirenei spagnoli, dove in una
grande grotta naturale si apre la
chiesa che fu anche pantheon dei re l’Aragona.




La chiesa vecchia, rigorosamente a due navate, come molte
chiese “mozarabiche”, in una delle absidi reca questa lingua di calcare, umida,
riflettente, in cui il credente riconosce se stesso. Potremmo proporre ancora
mille esempi.
Un nuovo capitolo
meriterebbe la “potenza del due”, il
doppio di due cose collega insieme, ricercando la metà che manca, che insieme
costituiscono l’unità: il raggiungimento di un “intero”. Un tema preistorico
ben espresso poi dal Vangelo di Filippo: “luce
e tenebre, vita e morte, destra e sinistra sono tra loro fratelli, non è
possibile separarli”. La dualità (non il dualismo) del maschio e della
femmina si risolve nella forza generatrice dell’Uno. Le chiese a due navate,
poi, simboleggiano la croce, “la forza
della destra e della sinistra”.
Mi piace chiudere con questo capitello di Autun, del XII
secolo (nato dallo scalpello di Gesleberto e dalle riflessioni di Onorio
d’Autun, ma a parlar di loro si aprirebbe un altro capitolo) in cui il bambino, come tutti i bambini,
gioca con una palla, con il mondo (rotondo) ed in cui la forma dell’arco e le
sculture evocano due elementi centrali della venuta salvifica di Gesù: la
grotta e la stella.
Ho ancora un compito, ricordare quei vangeli apocrifi, dopo
il IV secolo che si riferiscono all’infanzia di Gesù, ed ai quali attinge la
tradizione popolare.
VANGELO DELLO PSEUDO-MATTEO
Si credeva la traduzione latina del vangelo di Matteo, composto in ebraico, ed era attribuita a Gerolamo (420). Il testo che abbiamo è del VII-VIII secolo.
13, 2 Nascita di Gesù… l’angelo
ordinò di fermare il giumento, essendo giunto il tempo di partorire; comandò
poi alla beata Maria di discendere dall’ animale e di entrare in una grotta
sotto una caverna nella quale non entrava mai la luce ma c’erano sempre
tenebre, non potendo ricevere la luce del giorno. Allorché la beata Maria entrò
in essa, tutta si illuminò di splendore quasi fosse l’ora sesta del giorno. La
luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino
a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò. Qui generò un maschio… 13,
7 …Una enorme stella splendeva dalla sera al mattino la grotta; così grande non
si era mai vista dalla creazione. I profeti che erano a Gerusalemme dicevano
che quella stella segnalava la nascita di Cristo, che avrebbe realizzato la
promessa fatta non solo a Israele, ma anche a tutte le genti…14, 1…Tre giorni
dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla
grotta ed entrò in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue
e l’asino l’adorarono. Si adempì allora
quanto era stato detto dal profeta Isaia, con le parole: «Il bue riconobbe il
suo padrone, e l’asino la mangiatoia del suo signore ». Gli stessi animali, il
bue e l’asino, lo avevano in mezzo a loro e lo adoravano i continuo. Si adempì
allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: « Ti farai
conoscere in mezzo a due animali ».
Giuseppe con
Maria, rimase nello stesso luogo per tre giorni…
NATIVITÀ DI MARIA: PROTOVANGELO DI GIACOMO,
il minore
Contiene tre documenti originari indipendenti riuniti nel III - IV secolo. Il testo che abbiamo è del V – VI secolo
17, 2…Sellò
l’asino e vi fece sedere Maria…
18,1 Trovò
quivi una grotta: ve la condusse, lasciò presso di lei ì suoi figli e uscì a
cercare una ostetrica ebrea nella regione di Betlemme.
Nota: La
nascita di Gesù in una grotta è attestata da una tradizione antichissima, come testimoniano
Giustino (Dial., 78) e Origene (Contra Cels., I, 51 ).
VANGELO ARABO DELL’INFANZIA
Accostamento
e rielaborazione di testi e tradizioni preesistenti,
nella elaborazione più antica del IV-V secolo.
2,2 …Giunti a
una grotta, Maria disse a Giuseppe che era ormai imminente il tempo di
partorire e che non poteva seguire fino alla città. «Entriamo in questa grotta
», disse. aquesto avvenne quando il sole stava tramontando...
3, 1…La
vecchia e Giuseppe vennero alla grotta e entrarono tutti e due. Ma ecco che era piena di luce più bella del
bagliore delle lucerne e delle candele, e più splendente della luce del sole. …
Ambedue restarono stupiti della luce…
5, 1 Lo circoncisero dunque nella grotta; quella
vecchia ebrea prese questa membrana, secondo altri invece essa prese il cordone
ombelicale, e la mise in una ampolla di vecchio olio di nardo.
Queste
riflessioni sono dedicate a quei signori come Silvano da Sesto Fiorentino,
Giuseppe, Pietro, Daniele, ecc. che, avendo perso la coerenza, professano un
cristianesimo senza nessuno spirito evangelico e non sanno aver pietà e
rispetto neppure per chi soffre, e per una donna che lotta per la vita, o quando è stesa in
terra in chiesa in una bara. Poi ne decretano, perché evidentemente fa
comodo, la “damnatio memoriae” dopo
morta, cancellando 40 anni di esperienze e di vita..
Isidoro di Siviglia nel libro VII, (XIV 3) delle Etimologie (scritte tra il 624 ed il 636, una specie
di enciclopedia diffusissima del sapere medievale, ne rimangono oltre 1.000
copie) scrive:”Non se autem glorietur Christianum, qui nomen habet et facta non habet .Ubi
autemt nomen secutum fuerit opus, certissime ille est Cristianus, quia se
factis ostendit Christianum, ambulans sicut et ille ambulavit a quo et nomen traxit.»
«Non si vanti un cristiano, se di cristiano ha il nome, ma non le
opere: quando al nome seguirà l’opera, allora, senza dubbio alcuno, sarà
cristiano, perché tale si mostrerà con i fatti, camminando così come camminò
colui dal quale ha preso nome.»
Queste
riflessioni sono dedicate a quei signori che fanno finta di non sapere che tra
gli amici più assidui di dEmilio Gandolfo c’erano dei laici e dei credenti
laici estranei ai preti, ai dogmi, alla chiesa, alla emotività della
misteriosofia, alla intransitività del fondamentalismo, alla teologia
strutturata e fondata su menzogne e violenze che consentono l’esercizio del
potere.
Tra gli amici
più assidui di dEmilio c’erano dei credenti laici che cercavano di coniugare
fede e ragione nell’incessante incarnazione del Dio della fede nella complessa
e multiforme storia degli uomini nelle sue mille epoche, lingue, culture, ed
etnie. Pensavano, studiavano, viaggiavano per vedere, e scrivevano queste cose
e ne discutevano con dEmilio, che amava “la
verità più della vita”. E infatti è stato
ammazzato.
Queste riflessioni sono dedicate a quei
signori come Silvano da Sesto Fiorentino, Giuseppe, Pietro, Daniele, ecc. che
professano un cristianesimo senza nessuno spirito evangelico e non sanno aver
pietà e rispetto neppure per chi soffre,
e per una donna che lotta per la vita, o quando è stesa in
terra in chiesa in una bara. Poi ne decretano, perché evidentemente fa
comodo, la “damnatio memoriae” dopo
morta, cancellando 40 anni di esperienze e di vita..
Sono dedicate a quei signori che fanno finta
di non sapere che tra gli amici più assidui di don Emilio Gandolfo c’erano dei
laici e dei credenti laici estranei ai preti, ai dogmi, alla chiesa, ad una
teologia strutturata e fondata su bugie e violenze che consentono l’esercizio
del potere.
Dei credenti laici che pensavano, studiavano,
e scrivevano queste cose e ne discutevano con lui, che amava “la verità più
della vita”. E infatti è stato ammazzato.