DAL FEMMINILE DIVINO AL FEMMINICIDIO.

Riflessioni sul Natale cristiano. Dalla caverna cosmica  alla grotta.  Il 25 dicembre.          

Antonio Thiery

Aggiornamento della conferenza tenuta nella biblioteca Comunale di Frascati  (Roma) il 6 dicembre 2006. Agosto2010

Il linguaggio della divinità in origine è femminile.

Dalla sacralità della donna, al disprezzo: non ha un’anima; non è l’immagine di Dio; serve a soddisfare la libidine degli uomini.

 

Premessa

Nel 2006 si sono compiuti 40 anni delle mie ricerche e dei miei scritti sul Primo Millennio, su questo Millennio travisato e cancellato, che mostra come la storia dell’uomo e la sua antropologia nella ricerca del sacro siano molto diverse da come i manuali delle nostre scuole ed i nostri catechismi le descrivono. Una storia ed una ricerca che vengono dai tempi più antichi. Il IV Concilio di Toledo (633), presieduto da Isidoro di Siviglia al canone XXV ci stimola a saperne di più: Ignorantia mater cunctorum errorum, maxime in sacerdotibus dei vitanda est, qui docendi officium in populis susceperunt. Soprattutto i preti, dunque, dovrebbero evitare di raccontare una storia inventata. Ma questa definizione era già chiara nel Vangelo di Filippo, ben noto ad Isidoro: “L’ignoranza è la madre di ogni male”.  Lo stesso Isidoro nel capitolo XLI.I  delle ETIMOLOGIE O ORIGINI, ricorda che la “il nome storia viene dal greco iστορει̃ν che significa vedere ovvero conoscere per via d’esperienza. Presso gli antichi, infatti, nessuno scriveva un’opera storica se non perché fosse stato presente ad un qualche avvenimento ed avesse visto ciò che doveva essere descritto: infatti, si comprende meglio un avvenimento osservandolo che ascoltandone un resoconto e ciò che si vede si riferisce senza falsità…La storia è … detta series per analogia con i serti di ori legati l’uno all’altro”.

 

 

 

Le prime tracce, secondo quello che possiamo dire sulla base degli studi attuali, vengono da 40.000 anni, da quando si è soliti far iniziare l’evoluzione culturale dell’uomo e il suo nomadismo, la condizione esistenziale dell’uomo,  il suo “errare”, il suo instancabile viaggiare in ogni parte del mondo, per luoghi lontani e sconosciuti (il “complesso di Ulisse”) fu consapevole. E riguardano tutto l’universo mondo (il mondo allora conosciuto era molto simile a quello attuale della globalizzazione), in un insieme sistemico ed interagente di culture, di popoli, di etnie, di tradizioni e di stili di vita dal più antico e lontano Oriente al più estremo Occidente. I temi della pietra, della roccia, della luce, del fuoco che brucia e ristora, dell’acqua che da vita e disseta l’ansia di conoscenza, della fertilità, della nascita, della morte e della “rinascita”, della ricerca dell’”uno”, del Sole, della Luna, delle stagioni, del “Salvatore” che nasce da una “vergine” (che significa: una donna che non ha ancora partorito) sono alcuni dei temi comuni e poligenetici  all’uomo di ogni epoca e latitudine.

E sono i temi sui quali si sono esercitate le mie esperienze da meticcio culturale leggendo, viaggiando, vedendo, confrontandomi con Marina e con dEmilio Gandolfo, con “il gusto ricercare fra le pietre”, di ricercare “la nuda roccia” e lì di trovare un vangelo “sine glossa”, senza notazioni e dogmi sacerdotali, senza le imposizioni e la violenza di una teologia strutturata (la sacra violenza dei santi), senza il modo di pensare bellicoso tipico del clero (la demonizzazione cristiana), che mira con bugie e violenze alla gestione del potere e che, con la reductio ad unum, vuole eliminare le tante differenti culture, le tante sensibilità e identità, i tanti modi di ricerca dei mille siti, degli infiniti centri del mondo in cui terra e cielo si congiungono. E senza le “omissioni” e le “invenzioni” della storia ufficiale (spesso una “storia inventata”) che sono strumenti fondamentali per la gestione del potere.

Allora non si tratta di andare alla ricerca della vera grotta, delle testimonianze storiche del 25 dicembre o, ma non è il tema che trattiamo oggi, degli episodi astronomici che possono essere letti come la stella che guida i Magi. Si tratta piuttosto di ricercare i valori simbolico-visionari e, purtroppo, politici che stanno dietro a questi racconti.

 

 

LA CAVERNA COSMICA

Nelle nostre scuole e chiese in prossimità del 25 dicembre si canta con molta devozione la canzoncina spirituale: tu scendi dalle stelle…. E si fa riferimento ad una grotta, al freddo ed al gelo. Qualcuno vorrebbe cancellare questa ingenua canzoncina almeno dalle scuole facendo riferimento al rispetto delle altre tradizioni religiose. Qualcun altro insorge definendo la richiesta assurda ed aberrante perché  sarebbe …una censura a Dio, che si incarna per amore dell’umanità. Sarebbe un’offesa per i cristiani e per la nostra cultura.

Ma Gesù si incarna veramente in una gotta, al freddo ed al gelo? Come si è formata questa tradizione visto che nei testi canonici non c’è alcun riferimento? Perché in una grotta e perché il 25 dicembre?  E’ così assurdo ed aberrante farne a meno? Sono certo elementi altamente simbolici. O li riconosciamo come tali, e allora possono avere alte valenze mistiche o ne cerchiamo la “veracità” scientifica e allora non servono a niente.

Dovremo ricercare subito nei vangeli canonici, dove il solo vangelo di Luca fa esplicito riferimento alla Natività (2, 1-14) (Matteo dedica ampio spazio ai Magi ed alla stella), e dice:

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. ‘Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città.

Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

Erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro:  «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo:  vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia ». “E subito apparve Con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli Uomini che egli ama».

Nel vangelo di Luca, al di là dell’improbabile censimento, dunque, i pastori sono all’aperto (la pratica della pastorizia non ha mai  previsto lo stazionamento delle greggi all’aperto nei mesi freddi), non c’è la grotta, non si sono animali e tanto meno i simbolici bue ed asinello. La descrizione sembra piuttosto riferirsi a uno dei numerosi caravanserragli, aperti all’infaticabile viaggiare di mercanti e pellegrini, di tante lingue ed etnie, le cui strade, va ricordato, coincidono. Non c’è posto nelle stanze per dormire, che normalmente si aprivano al primo piano. Bisogna adattarsi nei locali al piano terra, nei magazzini, dove in genere si lasciavano per la notte animali da trasporto e soprattutto merci, spesso molto preziose.

La mangiatoia sembra  in questa società pastorale del composito ambiente etnico palestinese  il giaciglio di emergenza più naturale, utile ed adatto per sistemare un neonato.

 

Non c’è traccia, dunque, nei vangeli canonici (una tradizione orale, messa per iscritto molti anni dopo la morte di Gesù per le comunità giudeo-greco-romane) delle tradizioni della grotta e del 25 dicembre. E non c’è traccia neppure negli altri testi anatemizzati e rifiutati che hanno caratterizzato il poligenetico cristianesimo delle origini. 

 

Noi siamo abituati a risolvere tutto in chiave romana e greca, in chiave di intellettualismo, sradicando gli alti valori simbolici, visionari e mimico-gestuali che hanno sempre caratterizzato la storia dell’uomo. Dovremo abituarci a fare più antropologia e meno teologia: anche altri popoli hanno ragionato.

 

Ed allora dovremo guardare ad altri popoli, ad altre culture, ad altre epoche per capire i significati simbolici della grotta e del 25 dicembre. I popoli dell’Europa e del Mediterraneo non hanno mai rappresentato più del 15% della popolazione mondiale. E ai tempi di Gesù (come avveniva del resto da molti millenni) la Siria e la Palestina erano terre di transito per i commerci e per i pellegrinaggi. Gerusalemme (uno dei centri del mondo) contava 50.000 abitanti, Antiochia ed Alessandria d’Egitto, appunto tappe di questo “viaggiare” da Oriente ad Occidente e viceversa, erano due grandi città (almeno 500.000 abitanti), al pari di Roma.

 

Nella tradizione della grotta e nel 25 dicembre emergono subito i temi fondamentali: gli astri, il sole, la luna, l’acqua, la fecondità, la terra sempre rinnovatesi ed eterna, i centri del mondo, cioè i luoghi dove si congiungono cielo e terra, la nascita e la morte, i luoghi della fecondità, la nascita del Salvatore da una vergine, cioè da una primipara (non a caso la tradizione insisterà tanto sulla “primizia”). I luoghi, i siti della fecondità. L’andata agli inferi e il ritorno, la resurrezione. La rinascita.

 

Alcuni di questi temi, che come sappiamo sono diventati anche alcuni dei temi centrali del cristianesimo, sono archetipici, legati alla più antica storia dell’uomo, documentati almeno dall’età paleolitica. Sono temi poligenetici, che compaiono nei luoghi più lontani senza che, spesso, ci siano interdipendenza e contatti.

 

L’uomo è sulla terra da oltre 3 milioni di anni. In Tanzania sono state trovate impronte di 3.750.000 anni fa. Ogni tanto si fa una nuova scoperta e si modificano enormemente le datazioni. Da 40.000 anni c’è l’evoluzione culturale. Da 10.000 si comincia a praticare l’agricoltura.  Come se non bastasse c’è il nomadismo. Come detto, una delle caratteristiche strutturali dell’uomo: l’uomo si sposta costantemente spinto dalla curiosità, dai commerci, dai pellegrinaggi,  lungo itinerari integrati per terra, per fiume, per mare, alla ricerca costante dei luoghi della ierofania, che sono spesso rappresentati da elementi della natura (una sorgente, un albero, una grotta) o da opere dell’uomo, o da una tomba degli antenati. Nelle epoche più lontane (35.000 / 15.000 anni) si definiscono gli  itinerari per i commerci ed i  pellegrinaggi che rimarranno immutati fino ai nostri giorni.

 

Attraverso l’interazione e non l’integrazione che ai giorni nostri invochiamo, si crea un coacervo sistemico di popoli, di culture e di religioni che si mescolano da Oriente ad Occidente.

 

E continuiamo a guardare alla “storia inventata” per ricostruire la storia del mondo, alla ricerca  di ciò che divide, e non di quelle radici archetipiche che riassumono le analogie e la congiunzione e non la contrapposizione degli opposti nella la storia dell’uomo.

 

La natività

Trascurando completamente il Primo Millennio, andiamo in quel momento di passaggio in cui si formò la composita civiltà europea, all’XI-XII secolo.

La lunetta del portale meridionale della Santa Maria Maddalena di Vezelay (1096-1120), come del resto molte altre raffigurazioni dipinte e scolpite, mostra la natività in chiave evidentemente simbolica. L’ingresso della grotta, o meglio della caverna, è perfettamente modellato a forma di arco. Sembra una costruzione artificiale, più che un’apertura naturale.

E’ un documento importante: da qui, da questa chiesa posta su un colle, con l’abside costruita dove vi è una forte concentrazione magnetica (un vero e proprio  luogo di energia), partivano molti pellegrinaggi verso l’estremo occidente, verso i tanti capi Finis Terrae della Galizia, verso quel luogo che solo nell’VIII secolo d.C. sarà individuato e cristianizzato con la “inventio” della tomba di San Giacomo. Il pellegrinaggio dall’estremo oriente all’estremo occidente, dove il sole si getta nel mare e feconda la terra è antichissimo. Molti credono che nasca almeno 5.000 anni fa  (la più antica cultura megalitica è in Bretagna intorno al 4° Millennio), ma ormai molti lo collegano ai dipinti preistorici e lo fanno iniziare 20.000 anni fa! Punti fondamentali del percorso in Francia sembrano i Pirenei e in Spagna i monti della Cantabria. Lungo il percorso si aprono molte grotte (a centinaia), molte (oltre 150) sono dipinte, con opere di grande qualità.  Ma non vanno dimenticati i percorsi che, attraverso il Sahara, testimoniati da molti graffiti, giungono fino alla Penisola iberica.

Gli uomini sostanzialmente non abitarono mai nelle caverne,

troppo esposte alle incursioni degli animali, che furono invece santuari, luoghi dove l’uomo riconosceva se stesso e penetrava la terra, nel “culto” della fecondità. Attraverso la caverna si realizza la penetrazione nel grembo della madre terra, dando vita anche a raffigurazioni cosmiche e ad un simbolismo astrale, di alto valore antropologico e significativo.

 

E’facile travisare giudicando altre epoche ed altri popoli con la mentalità odierna. Parliamo di arte, ma siamo di fronte a segni e gesti significanti e non siamo capaci di riconoscere che nell’età preistorica (e non solo in quella) l’unione sessuale, che per noi ha un carattere fisiologico, di prestazione, di piacere ha una dimensione sacrale. Non sappiamo bene come, perché, dove e quando avvenne il passaggio dalla sacralità della donna (e potremmo anche dire della “vulva” e del mestruo), dal femminile divino al disprezzo, soprattutto nella cultura cristiana, della donna, al femminicidio. Molti pensano a Costantino. Ma, a parte san Paolo, già prima del 215, Clemente Alessandrino può dire che “la sola consapevolezza del proprio essere dovrebbe costituire una vergogna per le donne” e con Giovanni Crisostomo (349-407) il passaggio dalla sacralità alla libidine è cosa fatta: “le donne servono soprattutto a soddisfare la libidine degli uomini”.

Marija Gimbutas ha studiato il linguaggio della dea, attraverso la linguistica, l'archeologia e le culture indoeuropee.

Gran parte dei suoi studi hanno riportato alla luce la civiltà delle società “gilaniche” dell'Antica Europa, specie della zona di Cucuteni, tra Ucraina, Moldavia e Romania  (sostanziale assenza di gerarchie ed autorità, mancanza del predominio di un sesso sull’altro, le necessità delle persone soddisfatte da un principio mutualistico), sviluppatesi tra l'8000 a.c e il 2500 a.c intorno alla figura della Dea Madre secondo principi antiautoritari e sostanzialmente pacifisti.

Ma non ha trascurato il femminile divino che emerge dal paleolitico superiore e che si esprime in simboli ed immagini vulvari e del triangolo pubico, in graffiti, nella “deco-razione” dei vasi, in piccole sculture, spesso in avorio di mammut.

 

Sono note le veneri paleolitiche (almeno un migliaio quelle rinvenute, di 26.000/20.000 anni fa) che mostrano un’esagerazione del corpo e degli attributi femminili (natiche esagerate, ventre pregno, seni rigonfi, vulva bene in vista). La recente scoperta della figurina della grotta di Blabeure non lontana da Stoccarda, databile tra i 40.000 ed i 31.000 anni fa ha riproposto l’attenzione su queste testimonianze.

 

Basterà ricordare la cosiddetta “Venere di Laussel”, francese, in Dordogna, non lontano da Lascaux vecchia di 25.000/20.000 anni o la austriaca “Venere di Willendorf” databile 23.000/19.000 anni fa.

 

L’esagerazione degli attributi femminili non va intesa  come un’ esaltazione dell’oggetto sessuale, ma va messa in stretta relazione con i culti della maternità e della fertilità, della “grande madre”, dell’”energia generatrice”.

 

Al tempo stesso  numerose sono le pietre che simulano un fallo eretto (un lingam) ed uno Shiva (energia sessuale maschile). Ma infinite sono anche le rappresentazioni, realistiche o simboliche, della Yoni, il sesso femminile.


L
a maggior parte dei popoli antichi, viveva secondo una filosofia che cercava l’armonia con l’energia cosmica, di cui l’energia sessuale era parte integrante. L’energia cosmica era manifestazione dell’energia di Dio.

 

Le grotte e le caverne

Le grotte ed i loro ingressi, le crepe ed i tagli sui monti e le caverne, dunque, sono considerate come manifestazioni naturali del grande grembo della Madre Terra. Con la loro forma uterina, diventano lo spazio sacro in cui l’uomo celebra i suoi riti, fatti di ritmi, di suoni, di gesti, di colori, di luce, del mimodramma della “creazione”. Ripetendo i gesti creatori, l’uomo diventa creatore. La “caverna” è dunque un archetipo dell’utero materno, ed è presente nei miti di origine, di morte, di rinascita e di iniziazione di numerosi popoli in ogni parte della terra.

Sono anticamere misteriose di un mondo sotterraneo, spesso piene di bizzarre costruzioni stalattitiche;  sono oggetto, simbolicamente ricco, di molti culti, miti e leggende. Sono i più antichi santuari dell’umanità, ricoperti fin da tempi più antichi di pitture e graffiti. Spesso in luoghi irraggiungibili e distanti anche 2 o 3 chilometri dall’ingresso. Qualcuno ipotizza, con validità di argomenti, che questi dipinti siano legati alla “sonorità” della caverna. Non erano abitazioni, bensì luoghi di culto. Spesso vanno interpretate come simboli del grembo di una madre partoriente, come nei miti della nascita del mondo e dell’umanità e sono presenti anche presso molte popolazioni indigene dell’America latina.

Numerose cerimonie di iniziazione cominciano con il passaggio in una caverna o in una fossa: è la materializzazione del regressus ad uterum di cui parla Mircea Eliade. Lo stresso rito del battesimo, secondo alcune comunità cristiane delle origini, ha nella caverna, nella grotta il momento centrale. Il catecumeno entra nell’antro; si spoglia delle vesti e come serpente, ondeggiando, esce all’aperto dove il vescovo, vedendo che è un uomo nuovo, lo riveste della veste candida e recita con lui il Padre Nostro.

Questo rito di rinascita, primordiale e noto a molti popoli, è ripetuto da San Francesco sulla Piazza d’Assisi, quando la rinuncia ai beni paterni nasconde  il momento centrale del rito del battesimo. Entra nella sacrestia (che ha appunto il ruolo della caverna), si spoglia ed esce, ovviamente nudo, sulla piazza. Raccontano “i tre compagni” che il vescovo vedendo l’uomo nuovo, lo riveste della veste candida e recita con lui il Padre Nostro.

Le tradizioni gestuali diventano dei sicuri documenti storici. Il rito coincide, attraverso la  ripetizione dei gesti e dei suoni primordiali, con il suo archetipo, trasformando gli atti fisiologici del vivere quotidiano, in cerimonie, in rituali, che acquistano cosi valore universale e “divino”. Oggi diremmo che sono ”la mistica del quotidiano”.

I simboli che abbiamo di fronte non sono arte. E' la vita stessa che si esprime. Il fenomeno religioso va studiato su scala religiosa e non iconografizzando i simboli. I dipinti ed i graffiti paleolitici non sono né arte, né decorazione.

La caverna, la grotta, la camera sotterranea, nel mondo arcaico, è assimilata, trasformata e “vista” come un labirinto. E' il teatro delle iniziazioni, il luogo dove si seppelliscono i morti, il segno del corpo, il ventre della Terra Madre. Per molti le pietre sono le sue ossa. Per molti le pietre sparse sulla Terra, la fecondano. La caverna è un canale di parto, posto tra il regno materiale e spirituale. Ci troviamo di fronte ad una simbologia molto complessa, che è presente nella cultura arcaica vicino orientale, che rappresenta l'elemento costitutivo del cristianesimo palestinese e che ritornerà puntualmente nel cristianesimo altomedievale.

La caverna, dunque, rappresenta l’ingresso agli Inferi ed il ritorno al mondo, rappresenta il cosmo. Per rimanere a noi vicini ricordiamo le cerimonie iniziatiche greche, il rituale eleusino, Cerere e la sua discesa agli Inferi per cercare la figlia; le  cerimonie religiose istituite da Zoroastro, in cui il mondo era rappresentato da un antro.

Ma è anche considerata come un gigantesco ricettacolo di energia, energia tellurica. E’ la vita latente, che separa la nascita ostetrica dai riti della pubertà. E’ un simbolo dell’ignoto, dell’inconscio e dei suoi pericoli, spesso imprevisti. E’ l’antro, cavità oscura, regione sotterranea dai limiti invisibili, abisso spaventoso da cui emergono i mostri. Nel Medio Oriente, la grotta, in quanto utero, rappresenta le origini e le rinascite. E’ infatti un’immagine del cosmo, il luogo della nascita e della rigenerazione e anche dell’iniziazione. Il labirinto, la ricerca del “centro” in cui cielo e terra si congiungono (un luogo di passaggio dal cielo alla terra e viceversa) e le differenze si annullano.

La caverna, la grotta è anche il sito del serpente, simbolo del potere del femminino, della dea. Tertulliano definì Eva il serpente del suo sesso. Essenzialmente nel mito ebraico della creazione (e della tradizione sacerdotale, e nel cristianesimo che ne deriva, è evidente la tensione a cancellare il femminino della divinità), il serpente diventa la causa ed il simbolo del male, della donna (colei che ha persuaso l’uomo che il diavolo –come dice Tertulliano- non era abbastanza coraggioso da attaccare) diventa la causa del peccato e della cacciata dal Paradiso terrestre. “Per colpa del tuo tradimento”, continua Tertulliano, “ossia la morte, anche il Figlio di Dio dovette morire”.

Ma per l’umanità entrare nella caverna (l’intrico dei corridoi ricorda quello delle viscere umane), significa far ritorno alle origini e salire in cielo, uscire dal cosmo.  Nell’ombra e, quindi, nella grotta l’uomo riconosce se stesso ed il proprio ruolo nel cosmo.

Anche nelle tradizioni dell’Estremo Oriente, la caverna è il simbolo del mondo, il luogo della nascita e dell’iniziazione, l’immagine del centro e del cuore. Ma le stesse tradizioni sono presenti nell’America latina. Nel mondo antico egiziano la kteis, il simbolo della vulva della dea era allo stesso tempo una bocca e una porta d’ingresso al mondo spirituale, alla camera dell’iniziazione.

Ed alla caverna si riferisce nei secoli dai tempi più antichi il simbolismo architettonico della cella del tempio, omologa alla caverna del cuore, ma anche alla vulva. Oggi abbiamo l’abside.

Il simbolismo della matrice, che per noi ha assunto un significato pornografico, è universalmente legato alla manifestazione e alla fecondità della natura, cioè alla rigenerazione spirituale. E’ l’energia ignea della divinità femminile. E’ rappresentata simbolicamente la sublimazione più perfetta dell’istinto e l’armonia più profonda dell’unione dei contrari.

La mitologia sull’argomento è molto ampia ed è presente in tutti i popoli, in ogni luogo della terra. Ma non è un caso se la vulva è ancora presente in molte chiese romaniche europee (100 nella sola Irlanda, 50 in Inghilterra, molte in Francia e Spagna) lungo alcuni percorsi dei pellegrinaggi immutati nei millenni, ad esempio verso Finis Terrae poi cristianizzato, ma solo dall’VIII secolo, in Santiago.

Qui citerò la notissima mensoletta inglese del XIII secolo della chiesa benedettina di St. Mary and St.David di Kilpeck, non lontana da Cardiff. Una testimonianza che il cristianesimo medievale è ben ancorato alle ancestrali tradizioni antropologiche e ben lontano dalle artefatte enunciazioni della teologia, della “morale” e dell’antifemminismo attuali.

Sono evidenti le tradizioni dei contadini per universum mundum che, stesi a terra nudi, copulano con la terra, per rendere più concreta la fecondità e va ricordato san Francesco che pregava nudo disteso a terra per rendere più concreto il rapporto con il sistema del Creato.

La stessa nicchia, nell’architettura simbolica, diviene spesso il surrogato o il segno di una «caverna universale», della vulva,  inserita in un cosmo più ampio. Così come più tardi  la “mandorla” di tanti timpani e di tante absidi richiama, evoca la vulva e la fecondità, la nascita primordiale dell’universo. E il primo albero che fiorisce quando c’è ancora l’inverno. E’ il simbolo del rinnovamento della natura. Riproduce l’uovo cosmico. Il suo guscio protegge il seme. E’ simbolo di uno spazio chiuso che separa il puro dall’impuro.

Ma questi simboli e questi temi, del resto così presenti nella cultura romanica (legata ai Vangeli apocrifi di Tommaso e di Filippo), non saranno accettati dalle società patriarcali e così, prevalentemente nella società ebraica si sviluppa il tema del dio del cielo (Yahweh, l’unico Dio, concepito naturalmente in chiave maschile): le donne saranno sempre soggette ad un uomo (nel matrimonio, nella famiglia, nella vita spirituale o monastica) e nella società patriarcale anche il pianeta Terra e la Natura tutta (il, corpo della donna è un simbolo vivente della capacità creativa della Madre Terra) diventa una risorsa da conquistare e da sfruttare.

Si aggiunga che in ogni parte della Terra, le divinità nascono in una grotta. E’ del tutto ovvio che Gesù sia fatto nascere in una grotta. Ma non basta: Gesù non solo è nato in una caverna ma vi è stato anche sepolto, durante la discesa agli Inferi, prima di ascendere al Cielo.

Quando, a seguito del Concilio di Nicea, a cominciare dal IV secolo iniziò la maniera di spiegare le verità cristiane con l’aiuto della filosofia greca (e poi con Gregorio Magno, con il monachesimo occidentale dei Benedettini, con l’invasione franca della Spagna che spazza via la chiesa isidoriana e poi infine con la romanizzazione totale di Gregorio VII, la “spiritualizzazione” di san Bernardo) questi temi diventeranno del tutto diversi. Allo psicologismo del simbolo (percezione e analogia) si sostituisce il “realismo”del mito.

Ecco che alla vulva della femmina sacra ed alla penetrazione nella Terra Madre, si sostituì la madre di Dio, la Vergine Maria che concepì Gesù dallo Spirito Santo. Ma anche venendo all’eredità giudaica bisogna ricordare che lo spirito di Dio è femminile: Ruah. Letteralmente il soffio delle narici, quel prendere aria necessario per pronunciare, emettere la parola. E infatti nell’ ambiente etnico palestinese il meccanismo trinitario è di una logica straordinaria: l’Abbâ, il Parlante che possiede, produce il Memrâ (il parlare, quello che noi traduciamo come la Parola), attraverso il soffio delle narici, la Ruah: tre elementi naturalmente unitari ed inseparabili ben oltre la incomprensibile separazione-unità tra tre uomini: Padre, Figlio, Spirito Santo.

Dunque lo spirito di Dio è femminile. Lo sapevano bene nell’ambiente etnico palestinese le prime comunità che abbracciarono il messaggio evangelico. Le testimonianze sono state distrutte, ma una è sopravvissuta. Fu nascosta in una giara sotto la sabbia del deserto. E’il Vangelo di Filippo,71, 10-20 che dice: “Adamo fu prodotto da due vergini (che significa: non avevano ancora partorito),  dallo Spirito Santo (Ruha, nelle lingue medioorientali, come detto, è femminile) e dalla Terra vergine”.

 

E’ ancora ben vivo (e lo era ancora fino a pochi anni fa nelle culture popolari e contadine) il senso della sacralità della donna, che è simbolo dell’unità di tutte le forme di vita in natura, e perciò della Terra, di tutti i processi del divenire e quindi anche della nascita, della morte e della rinascita. “Se la Terra madre è una madre viva e feconda, anche tutto quello che produce è organico ed animato, anche le pietre e i minerali” ha scritto Mircea Elide, ma lo pensava anche S.Francesco.

Noi conosciamo purtroppo solo i connotati greci della cultura dell’Occidente di duemila, duemila cinquecento anni fa. Ruha viene tradotto con Paraclito, che in greco è neutro, asessuato. In latino diventerà lo Spirito, che è maschile e il gioco è fatto. Ecco la festa dello Spirito Santo.

Il cristianesimo romano rifiutò e rifiuta ancor oggi il femminino come aspetto del divino anche se i simboli di Maria rimangono gli stessi della dea della riproduttività: rosa mistica, stella del mare, vaso dell’onore,il melograno, ecc.

 

Il culto cristiano e cattolico represse ma non occultò. Ancora  fino al XIII secolo in Irlanda, in Inghilterra, in Spagna lungo la via dei pellegrinaggi come ho ricordato, è ancora evidente anche nelle chiese l’immagine della donna dispensatrice di vita, con la vulva bene in vista, e perciò elemento centrale del tessuto sociale.

 

E così la fecondità della Madre diventa, sotto la spinta del sacerdotalismo solo maschile, il grembo spirituale della Madre, la Chiesa, la Madre Chiesa, la “Sposa di Cristo”. Riemerge la paura dell’inclusione, di un ritorno alla sudditanza dello stato fetale, e dell’antifemminismo che aveva già fatto le sue vittime nei secoli precedenti: come dimenticare San Paolo (che conosceva bene le società patriarcali della Grecia e di Roma), Tertulliano, del III secolo, per il quale, come per altri Padri della Chiesa, il male è entrato nel mondo a causa di Eva e ogni donna costituisce una Eva. Il male è un prodotto della materia e la materia è associata alla sessualità, all’incoscienza ed al femminino. L’impulso naturale verso la sessualità e la procreazione, lungi dall’essere un rituale e un’esperienza spirituali, divenne un qualcosa di ignobile, da evitare in tutti i modi. E che dire di  Origene? Così il cristianesimo greco-romano  sviluppò una demonizzazione e un atteggiamento violento, patriarcale, autoritario e misogino nei confronti delle donne.

La madre diventa la genitrice che cattura e castra. Secondo la trasposizione metafisica del cristianesimo, è la comunità in cui i cristiani attingono alla chiesa la vita della grazia, ma dove spesso subiscono una tirannia spirituale autoritaria, violenta,  e maschilista del tutto abusiva.

Nei secoli successivi (ed anche oggi) la donne che non avevano un “protettore” (un marito e un padre spirituale) o che non osservavano le restrizioni imposte dalla chiesa e dai suoi sacerdoti, venivano ostracizzate ed etichettate magari come streghe, puttane e megere. Anche perché la “vergine”, nelle culture antiche è la donna senza padrone.

La lunetta della chiesa di Vezelay riassume dunque molti significati simbolici della caverna ed il nuovo significato che viene ad assumere a seguito della occidentalizzazione del cristianesimo: ai gesti della vita quotidiana si sostituiscono le metafore di un intellettualismo e concettualismo inaridente.

Non a caso san Bernardo, un campione della chiesa antifemminile ed autoritaria che “cristianizza” il tema della fecondità, predica proprio a Vezelay, e davanti ad una folla enorme ed ai potenti dell’Occidente, la II crociata, significativamente il giorno di Pasqua (31 marzo) del 1146.

 

Il giorno della nascita

Introdotto il tema archetipico della caverna, dobbiamo confrontarci con il fatto che riguardo al giorno della nascita di Gesù, nei primi tempi del cristianesimo non vi era concordanza fra le diverse chiese e i primi padri sembrano anche ignorare tale festività.

La festa importante era quella della Pasqua, la cui data già divideva molte comunità e che dette origine a molte controversie. Comunque rimarrà legata alle stagioni ed alla Luna. Sarà fissata alla domenica seguente il plenilunio dopo l’equinozio di primavera  (21 marzo): quando il Sole nasce esattamente a oriente e tramonta esattamente a occidente e le ore di luce e quelle di oscurità sono le stesse.

Com’è noto presso gli antichi non si guardava, come facciamo noi, alla storicità del fatto, ma alla sua simbologia. Non era necessaria la veridicità del fatto, ma bisognava arrivare a credere (anche attraverso il visionario immaginifico) che quel fatto fosse avvenuto in un certo modo. C’è un proverbio, un modo di dire romanesco, presente però in molte altre regioni italiane, che ben definisce il problema, già del resto ben illustrato da alcuni vangeli apocrifi, come la “vendetta del Salvatore”:

Un devoto, incontrato un marinaio in procinto di partire per Gerusalemme, lo pregò di portargli al ritorno un pezzetto di legno della Croce di Cristo. Il marinaio promise che l’avrebbe accontentato e infatti riuscì a procurarsi in Terra Santa quanto gli era stato richiesto. Purtroppo però, per sua sfortuna, il poveretto, sulla strada del ritorno, perse la preziosa reliquia. Preoccupato per le conseguenze cui sarebbe andato incontro, trovò il coraggio di rimediare e risolve il difficile problema staccando dalla sua barca una scheggia di legno che poi consegnò a quel devoto rassicurandolo circa l’autenticità del dono. Il credente, fuori di sé dalla gioia, venerava quella scheggia con tutta la devozione possibile e con preghiere ricche di fervore. Una notte però gli apparve il diavolo minacciò di portarselo all’inferno. Il pover’uomo non si lasciò intimidire e implorando aiuto alla reliquia, costrinse il diavolo ad allontanarsi e a borbottare: non è er legno de la barcaccia, ma è la fede che me caccia.

Clemente Alessandrino (II-III secolo), vescovo della grande città del Mediterraneo,  riportava la data al 18 novembre; Cipriano da Cartagine (210-258) datava la nascita al 28 marzo; il grande prete romano Ippolito (III secolo) il 2 aprile, e così via.

La celebrazione liturgica fissa fu definita (e non a caso, come vedremo) solo nella Chiesa romana nel IV sec. La natività fu fissata al 25 dicembre, secondo la tradizione , da papa Giulio I (337 - 352), considerato nei secoli successivi uno dei fondatori della Chiesa romana.

Era stato emanato da poco l’editto Milano (313) e si era appena concluso il Concilio di Nicea (335). Era in corso la violenta “campagna” contro le altre religioni presenti numerosissime a Roma e nei confini dell’impero. I cristiani, dice Michele Amari, furono martiri e martirizzatori.

Si ebbe così uno strano dualismo che ancora dura. Da una parte i vangeli canonici, i padri della chiesa, le strutture teologiche che si andavano definendo, spiegavano le verità di una fede, principalmente rivolta ai ricchi della piccolissima classe dirigente, con le categorie  antropologiche e filosofiche giudeo-greco-romane; dall’altra era evidente il ricorso ad elementi simbolici (tratti spesso da altre religioni) sempre più svuotati dei loro significati, ma necessari per far proselitismo ed “evangelizzazione” presso i pastori, i contadini, i poveri delle città. Quando elementi simbolici e popolari erano presenti nella gran massa di vangeli e di testi estranei alla cultura giudeo-greco-romana, si dava politicamente la caccia all’eretico.

Quando sembrò almeno in occidente che le varie culture religiose erano state stroncate (Alessandro II e Gregorio VII avevano fatto un buon lavoro!) la vittoria fu celebrata nella romana chiesa di santa Maria in Trastevere, nei mosaici del catino absidale, realizzati dopo la morte di papa Innocenzo II (1143), che celebrano appunto la chiesa di Roma delle origini: papa Giulio è raffigurato con Pietro, Cornelio, Calepodio, Callisto, Lorenzo, con lo stesso Innocenzo II, mentre Cristo incorona la Vergine e la presenta al popolo romano. Significativamente manca San Paolo.

Giulio I sarà poi un papa dimenticato (si ricorderà Giulio II), insieme al prete Calepodio. Se ne ricordò Pio XII in occasione dell’Anno Santo tutto politico del 1950. E a papa Giulio fu dedicata una chiesa mai finita e a San Calepodio una strada.

Non manca una tradizione (vedi le testimonianze di Sant’Ambrogio e del Cronografo del 354) che attribuisce la definizione della festa liturgica del Natale al 25 dicembre al  successore di papa Giulio, è cioè a Liberio (352 - 366). Non cambia molto. Lo scenario rimane immutato.

La celebrazione avveniva nella basilica liberiana sull’Esquilino, ove ora sorge la chiesa di Santa Maria Maggiore. La festa si consolidò nel quarto secolo dopo Cristo. Si diffuse in Africa, poi a Costantinopoli ed infine ad Antiochia (fine IV sec.), in Gallia, ad Alessandria e a Gerusalemme (V sec.); in Oriente essa sostituì la festività del 6 gennaio, già considerato giorno natale di Gesù e poi passato a celebrare l’adorazione dei Magi in Occidente e il battesimo di Gesù in Oriente.

Normalmente, per semplificare le cose e per rivendicare la vittoria del cristianesimo sul “paganesimo”, si legge che la scelta del 25 dicembre e il titolo della festa traggono origine diretta dal calendario romano, che dal III sec, segnava in tal giorno la celebrazione del “Natale del sole invitto (Dies natalis solis invicti).

 

E’vero  che il culto del dio siriano Sol Invictus Elagabal venne introdotto a Roma dall’imperatore Eliogabalo (218-222 d.C.), il quale, prima della sua ascesa al trono, era stato sacerdote del dio nella città siriana di Emesa. Aureliano (215-275 d.C.) consacrò al Sol Invictus un tempio a Roma e, nel 274 d.C., fissò nel giorno 25 dicembre il compleanno di Elagabal (Natalis So/is Invicti).

Ma è noto anche che Roma tra il primo secolo avanti Cristo e il quarto secolo dopo Cristo, era il naturale porto di approdo delle molte religioni che erano diffuse nei quattro punti del mondo, ed in particolare  nel Medio Oriente, dove, come scrive Pietro Citati, “Da secoli, molte religioni abitavano in quei luoghi. Ora, dai vecchi alberi nascevano di continuo nuovi germogli, che talvolta si intrecciavano con germogli nati lontano, sul tronco di altre religioni, una volta considerate nemiche. Sempre nuovi profeti annunciavano il loro messaggio, che sovente era la metamorfosi di un messaggio antico: vecchi e nuovi angeli discendevano dal cielo con le loro grandi ali scintillanti e multicolori. Tutto era religione: ciò che nei nostri tempi diverrebbe un libro di filosofia, o un romanzo, o un libro di storia, o un’opera d’arte, allora parlava soltanto di dèi, cosmogonie e cosmologie. Le fedi nuove o trasformate annunciavano una terribile imminenza: la fine stava per giungere, l’ultimo profeta, il “sigillo dei profeti” aveva appena pronunciato l’ultima parola, fra poco il giorno del Giudizio sarebbe stato annunciato. Erano religioni drammatiche. Quanto vi è di tragico o di assurdo e paradossale nell’esistenza umana veniva trasposto nel mondo divino, che non era mai stato segnato da luci e tenebre così violente”.

 

Ecco appunto le luci e tenebre: fin dai tempi più remoti, il moto del sole e della luna, l’acqua, la grotta, gli elementi della natura rappresentavano gli elementi che scandivano la vita sulla Terra. E’ noto il complesso sito di Stonehenge, come sono evidenti i tanti siti i Sardegna in cui era fondamentale il ruolo della luna. E’ evidente che la scelta del 25 dicembre per celebrare la nascita di Gesù ed è una chiara scelta “politica” legata alla composita cultura sincretistica dell’epoca.

 

La festa del sole invitto caratterizza anch’essa, come la grotta, gran parte delle antiche religioni e credenze. Nel mondo mediterraneo un ruolo determinate ed antichissimo ha la festa solstiziale, variamente collegata, a seconda dei tempi e dei culti, alla celebrazione della nascita di molte divinità. Ricorderò solo alcune di quelle contemporanee a Gesù quali Dioniso, Horo e Mitra.

Invece di usare una terminologia scientifica moderna, cerchiamo di rifarci alle impressioni visive di molti secoli o migliaia di anni fa. A metà inverno i giorni diventano sempre più corti ed il sole si abbassa sempre di più, sembra che debba morire, scomparire: è il terrore. Poi ci sono  diversi giorni d’apparante immobilità, quando il sole finalmente cessa di abbassarsi. Poi ricomincia ad alzarsi; le giornate tornano ad allungarsi, il sole torna a dar luce e calore, rinasce. Finisce la paura ed esplode la gioia; non c’è più il pericolo della morte del sole. Questa è la festa del solstizio d’inverno.

Questa simbologia solare, così diffusa soprattutto nei culti concorrenti di Zaratustra e di Mitra, che la scelta del 25 dicembre comportava, fu certamente adottata anche dal cristianesimo per qualificare “luminosamente“ la figura del Cristo.

La liturgia cristiana ricorda questa rinascita nella messa di mezzanotte di Natale. La colletta dice:

“O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo” e nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaìa. 9, 2-4, la simbologia è ancora più evidente. “il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

La grotta e la luce

Esiste anche in questo caso un collegamento molto stretto fin dai tempi più antichi tra la grotta ed il solstizio. Ce ne sono esempi in tutto il mondo, ma non possiamo ignorare questo tumulo artificiale a Newgrange, nei pressi di Dublino in Irlanda, un tumulo del diametro di 8 metri e circondato da pietre e da menhir. La singolarità dell’avvenimento è stata rilevata solo nel 1969.

Qui siamo in pieno occidente, in un’epoca molto lontana. Forse nel 3200-3000 a.C.  E’ un tumulo circolare, una tomba, circondato da molti megaliti. Uno strettissimo corridoio lungo ben 19 metri porta alla camera sepolcrale.

Davanti al tumulo di Newgrange abbiamo alcuni elementi per ricostruire il mimodramma dell'uomo arcaico, che non si rinchiude nella espressione del mondo immediatamente visibile, ma che, attraverso l'analogia, il simbolo e la strumentazione gestuale si avvia alla conoscenza.

Attraverso spirali, labirinti e quadrati di triplice potenza (che caratterizzano alcune pietre dell’esterno, il corridoio e la parete di fondo, illuminata per pochi minuti dal sole), l'uomo percepisce direttamente il significato della sua iniziazione e del suo viaggio concreto e mentale all'interno del tumulo. Un lungo corridoio stretto, buio, e ad andamento curvilineo porta all'interno.

Si cammina uno dietro l’altro, in fila indiana, con una certa  lentezza, ondeggiando come un serpente (ancora un evidente e forte significato simbolico), strusciando con il corpo contro le pietre segnate da labirinti e dalla triplice spirale (la forza generatrice, la forza distruttiva e la forza rigeneratrice), che ricordano e significano in ogni momento la presenza dello spirito e il valore rituale dell'iniziazione.

Le immagini dell’ingresso non lascino dubbi. Penetrare in un labirinto o in una caverna equivale, come detto,  nella penetrazione in una grande vulva, evocata dalle pietre, a un ritorno mistico alla madre, all'avvio di una creazione nuova. Le pareti del corridoio simboleggiano le gambe aperte della Dea che conducono alla parte generativa del corpo. Nel  tumulo di Newgrange a significare questo mimodramma che fa l'uomo simile alla divinità, nel momento in cui ripete i suoi gesti, il raggio di sole “penetra”, per pochi minuti, fino al centro della camera sotterranea, toccando alcune spirali graffite,  nel giorno più corto dell'anno, il 21 dicembre, a simboleggiare la morte, ma soprattutto il concepimento e il ritorno alla vita. E' la festa della luce come ben sanno gli studiosi medievali. La luce del sole, in un giorno preciso dell'anno, entra, “penetra” all'interno del tempio e cade sulla pietra sacra, sulla pietra consacrata dalla presenza di Dio, o casa, o simbolo di Dio.

Il sole, dunque, entra da un taglio nella roccia sopra la porta d’ingresso, e va al centro al centro di questo tumulo costruito dall'uomo (potremmo dire: di questo microcosmo creato dall'uomo), lungo questo corridoio strettissimo non lineare e non pianeggiante. E il centro segna il luogo del passaggio tra cielo e terra, il ponte o la scala (ancora simbolica-mente rappresen-tata dalla straordinaria copertura realizzata con pietre segnate da spirali e labirinti, emblemi lunari, della fecondità e della vita) che consente di salire verso il cielo, verso la divinità, la vita perfetta e la resurrezione.

Vorrei richiamare l’attenzione su due grotte che tanto ruolo hanno avuto nella storia dell’Occidente. La prima è in Puglia, sul monte Gargano ed oggi è dedicata a San Michele.

Anche questo è un luogo di culto tra i più noti ed antichi dell’Europa. Recentemente ai piedi del monte sono stati ritrovati resti fossili “umani” di oltre 800.000 anni. La grotta fu in epoca recente un santuario mitraico. Poi fu cristianizzata probabilmente con il V-VI secolo. E’ il santuario dei popoli slavi. Lì confluivano ad esempio i longobardi, come attestano alcuni graffiti: entravano a sud delle Alpi da San Candido, percorrevano la val Punteria e poi seguendo la dorsale adriatica arrivavano al Gargano. La grotta fu dedicata a san Michele, ma Michele, nella tradizione medievale è segno di Cristo risorto. Lì Cristo lasciò l’impronta dei suoi piedi. I Vangeli Apocrifi a trovare conferma che Cristo è veramente risorto, commentano: i fantasmi non lasciano impronte.

Il legame tra Cristo e Michele lo ricorda, tra il 776 e l’800, il coltissimo  San Beato (monaco agostiniano delle Asturie), un altro santo dimenticato, nella introduzione (40) e nel Libro VI, 178 di : In Apocalypsis B:Joannis Apostoli Commentaria  (pubblicati alle pp.53 e 477 nelle Obras completas de Beato de Liébana, Estudio Teologico de San Ildefonso, Madrid 1995: Michaelem Christum dicit, cioè Michele si riferisce a ( è segno di) Cristo.

E la grotta di San Michele,  è uno dei quattro siti del pellegrinaggio cristiano: Gerusalemme e Roma, Santiago e san Michele sul Gargano. Ma oggi ben pochi lo ricordano.

Un’altra grotta è Covadonga, Cueva Domica, la grotta della Signora, sempre nelle Asturie , in Spagna. Qui nel 718 (?) è fatta iniziare la riconquista cristiana dopo l’invasione degli arabi. E la grotta, lungo il cammino a Finis Terrae, è un dei luoghi sacri in cui l’uomo penetra la terra. A primavera alcuni fiumi  sotterranei sgorgano nella grotta, dall’inequivocabile forma di vulva, a significare la rottura delle acque ed il parto della vita nuova.

Il 25 dicembre

A Roma, come detto, il culto del dio siriano Sol lnvictus Elagabal venne introdotto a Roma dall’imperatore Eliogabalo (218-222 d.C.), il quale, prima della sua ascesa al trono, era stato sacerdote del dio nella città siriana di Emesa. Aureliano (215-275 d.C.) consacrò al Sol Invictus un tempio a Roma e, nel 274 d.C., fissò nel giorno 25 dicembre il compleanno di Elagabal (Natalis So/is Invicti).

Ma non va dimenticato che a Roma si celebravano già i Saturnalia (un culto in onore di Saturno, che secondo le fonti, avrebbe diffuso l’uso dell’Agricoltura), una ricorrenza cultuale tra le più antiche e più note. Il giorno del culto cadeva il 17 dicembre, ma le feste si protraevano fino al 23 dello stesso mese.

A Roma dove erano diffuse tante religioni e tanti culti, con forti analogie, si riscontrano frequenti fenomeni di sincretismo, cioè di fusione tra culti, alcuni autoctoni e altri di provenienza soprattutto orientale, alle cui divinità veniva applicato il nome latino; ad esempio alla dea Cibele, originaria della Frigia, venne ad esempio venerata dai Romani con il nome di Magno Maler (la grande madre).

E abbastanza naturale che in questa complessità di religioni e di culti ed al tempo stesso di analogie (la grotta,la rinascita del sole e la luce),  che Gesù sia fatto nascere in una grotta da cui al solstizio d’inverno irradia la luce del Verbo e della Redenzione. E’ una tradizione antichissima, aperta a tutti i popoli e culture. Il 25 dicembre sembrò al clero romano il giorno più adatto per fissare la data della nascita di Gesù, anche perché la tradizione fissava in quel giorno la nascita di un pericoloso concorrente che appunto nel IV secolo si  cercava di estirpare e di sostituire, a quanto è dato di congetturare, con grande violenza: Mitra.

I cristiani, in una contesa molto cruenta, conseguirono una prima vittoria con l'editto di Costantino del 313 d.C. , ma la restaurazione di Giuliano l'Apostata (361 - 363) permise una ripresa del culto di Mitra, fermando tra l’altro la distruzione sistematica già  iniziata dei luoghi di culto. Teodosio sconfiggendo Eugenio (394 d.C.) consentì la vittoria definitiva della religione cristiana su quella mitraica. A Roma, sopra i mitrei saccheggiati e distrutti (è un periodo oscuro della storia che andrebbe illuminato), vennero erette chiese e basiliche.

Mitra. Il Mitreo di Marino, con gli affreschi meglio conservati tra i tantissimi esemplari in Europa, ci introduce alla religione di Mitra: una delle tante, antichissime religioni (XV-XIV secolo) indo-iraniche (astrale e solare e tenebrosa al tempo stesso, cosmica, della morte che genera la vita, della fertilità), legata sia all' antichissima cultura religiose indiana (X secolo a.C.), sia alla tradizione iranica dello zoroastrismo, noto anche come Mazdeismo. Secondo alcuni storici, Zaratustra (VII secolo a.C.), pur osteggiandolo perché lo giudica troppo violento, non abroga il culto di Mitra, anzi dalla sua morte sarà inscindibile il binomio zoroastrismo - misteri dei Mitra.

Il culto in onore di Mitra è appunto una religione misterica, iniziatica, individuale, selettiva, riservata solo agli uomini, molto se non straordinariamente adatta ai soldati di Roma, perché offre al loro lavoro una giustificazione etica e molto diffusa. Ha una forte carica mistica, metafisica, messianica, soteriologica, sovvertitrice dell'ordine sociale con visioni di rinnovamento escatologico. E' diffusissima, più del cristianesimo, nell'intero bacino del Mediterraneo ed anche nelle regioni europee più interne (insieme al mazdeismo), fin dal  1 secolo d.C. (Nerone è iniziato alla religione mitraica) e almeno fino al IV secolo a Roma (quando ancora la maggior parte della nobiltà senatoria e della burocrazia imperiale è iniziata alla religione mitraica). Un editto nel 395 la dichiarava illegittima, ma almeno fino all'VIII secolo sopravvisse nel resto d'Europa. A Roma ci sono numerosissime testimonianze di mitrei, una cinquantina. 15-17 Mitrei che stavano ad Ostia. I tituli cristiani di Roma erano solo una trentina.

Le raffigurazioni presenti nei mitrei, consentono di ricostruire gli aspetti di questa religione, di cui non abbiamo nessun fonte scritta. Come indica questo marmo dal Mitreo dell’Esquilino, Mitra, era considerato figlio del Sole e Sole egli stesso e nasce  (come del resto Zarathustra) il 25 dicembre, da una roccia, partorito da una vergine, è chiamato “il buon pastore”, faceva miracoli, aveva 12 compagni,  risorge dopo tre giorni dalla sepoltura e la sua resurrezione veniva celebrata ogni anno.

Il culto di Mitra (detto “Il Salvatore: certo sarebbe fondamentale conoscere il suo progetto di salvezza) veniva celebrato in grotte o sotterranei; (come mostra questo mitreo nei pressi di Trieste) .

L’iniziazione avveniva tramite il battesimo con l’acqua. Esistevano 7 gradi di iniziazione. Molti dicono come i sacramenti. Ma va ricordato che i sacramenti cristiani  non erano 7 come si crede, ma solo sei, in quanto il matrimonio, fino al Concilio di Trento, era considerato  un contratto civile, benedetto.

A Roma il noto mitreo della basilica di san Clemente consente una ricostruzione delle cerimonie sacre dei riti. L’avvenimento centrale dei riti è  il sacrificio del toro, la cui morte promuove la vita e la fecondità dell'universo. La vittoria sul toro selvaggio è la vittoria dell'ordine sul caos e sulla barbarie. Il culmine del cerimoniale era un banchetto a base di pane (prodotto a partire dal grano, nato simbolicamente dal midollo del toro) ed acqua (o forse vino, prodotto dal sangue del toro). A nessuno sfugge  la somiglianza con il rito cristiano dell'eucarestia.

Come mostra questa ricostruzione di un momento del culto mitraico. Le tante analogie tra il cristianesimo e il mitraismo sono lascino stupefatti ed molto spesso corrispondono ad alcune credenze o rituali diffusi da molti secoli e comuni a molte delle tante religioni orientali che allora erano presenti a Roma. E’ difficile pensare che ci sia “dipendenza”, semmai è più giusto parlare di interazione e, nella disputa promossa dai  cristiani, di concorrenza e poi di assimilazione.

Si possono ricordare comunque l’abside e l’altare, la recita delle preghiere, la confessione delle colpe, l’ esposizione dell’ostia-disco solare sull’altare, la confermazione, il giudizio divino ed i premi e le pene per l‘aldilà, il paradiso, l’inferno con il fuoco eterno. Esistono infine un’insieme di atti liturgici comuni a tante tradizioni religiose: le mani giunte, i ginocchi piegati in atto di genuflessione, il segno della fronte, la stola, il copricapo (la mitra: è ancora il nome del copricapo che simboleggia l’autorità dei vescovi cristiani), l’incenso, ecc.ecc. Le vesti colorate, ancor oggi simili a quelle dei vescovi cristiani, rappresentano il femminino che viene del tutto assorbito e cancellato dal sacerdozio maschile.

L
a resurrezione di Mitra dalla morte, ed anche questa è un’ovvia analogia, è celebrata in primavera.

Va ricordato che Zarathustra  combattè il politeismo dei popoli nomadi e favorì la nascita di un codice di leggi civili e morali valido per la popolazione iranica che, lasciato il nomadismo, diventava sempre più agricola e stanziale. Non riusciamo a capire bene i legami o le differenze tra mitraismo e Mazdeismo, ma abbiamo la documentazione che i loro culti erano largamente presenti in Europa.

C’è addirittura chi sostiene che nella Pensiola Iberica, all’arrivo degli arabi, i seguaci di Zarathustra erano 1/3 della popolazione.

La scelta della data del 25 dicembre e in una grotta agli inizi del IV secolo trova dunque la sua spiegazione logica nella determinazione di abbattere un pericoloso concorrente che evocando il sole, la grotta, il sole, il solstizio, le forze della natura, la nascita da una vergine, il pane e il vino riassumeva la storia dell’uomo, le sue attese e speranze. A Roma c’è lo scontro ed il confronto con le tante religioni (una trentina, un centinaio di culti) che davano vita ad una realtà quanto mai composita e complessa, fatta non di integrazioni, ma di interazioni. Si trovano a Roma, perché l’Urbe è come le grandi città dell’epoca (Antiochia, Alessandria) non il centro di irradiazione delle civiltà nel mondo, come si spiega nei manuali scolastici, ma una carta assorbente che tutto attira ed assimila.

L’arco trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma, se da una parte segna il ruolo autonomo dei Magi, dall’altro sta a significare, come in manifesto politico, la vittoria del cristianesimo.

I mosaici dell’arco sono del 431; appena 20 anni prima c’è stata l’invasione dei Visigoti, che tanto ha sconvolto la popolazione romana. Non tanto per i danni subiti, ma perché è stato evidente che Roma non è più imprendibile, invincibile e non domina più il mondo. Ormai emergono altri popoli ed altre culture. Ma nel frattempo (430) si è svolto il  3° Concilio Ecumenico, ad Efeso. Maria immacolata è stata riconosciuta come Madre di Dio, Theotokos. Roma ricerca una nuova centralità. Ecco i Magi, in sontuose vesti persiane, e quindi riconoscibili come stranieri, come sacerdoti del Dio d’Oriente, che rendono omaggio al bambino ricoperto da sontuosi abiti regali romani seduto solitario su un trono maestoso. La stella che ha guidato i Magi (Matteo 2,9) è visibile a chi vuole e può vederla e segna la conclusione della lotta per la gestione della soteria:  Gesù ha vinto sull’imperatore, sulla tradizione zoroastriana e su Mitra. E’il nuovo re a cui i Magi persiani offrono omaggio.  I cristiani sono ormai in armi, pronti a gestire la sacra violenza dei santi e ad imporre, in nome di Cristo, il loro potere. Secoli più tardi san Berardo dirà: uccidere in nome di Cristo non è peccato.

 

La chiesa cristiana, come vedremo da pochissimi esempi, con i suoi battisteri, le cripte, le navate con poca luce, ripeterà in modo sistematico il tema della caverna fin dai primi secoli. Ecco il battistero di Alberga (V secolo), o la cripta di Jouarre o il tempietto di Santa Maria di Eunate lungo il Camino verso Santiago, o la cripta della Maddalena a Vezelay, il cui pavimento è la nuda roccia. Ma la testimonianza più significativa sembra essere il complesso di San Juan de la Peña, ai piedi dei Pirenei spagnoli, dove in una grande grotta naturale si apre la chiesa che fu anche pantheon dei re l’Aragona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La chiesa vecchia, rigorosamente a due navate, come molte chiese “mozarabiche”, in una delle absidi reca questa lingua di calcare, umida, riflettente, in cui il credente riconosce se stesso. Potremmo proporre ancora mille esempi.

 

 Un nuovo capitolo meriterebbe la “potenza del due”, il doppio di due cose collega insieme, ricercando la metà che manca, che insieme costituiscono l’unità: il raggiungimento di un “intero”. Un tema preistorico ben espresso poi dal Vangelo di Filippo: “luce e tenebre, vita e morte, destra e sinistra sono tra loro fratelli, non è possibile separarli”. La dualità (non il dualismo) del maschio e della femmina si risolve nella forza generatrice dell’Uno. Le chiese a due navate, poi, simboleggiano la croce, “la forza della destra e della sinistra”.

 

 

Mi piace chiudere con questo capitello di Autun, del XII secolo (nato dallo scalpello di Gesleberto e dalle riflessioni di Onorio d’Autun, ma a parlar di loro si aprirebbe un altro capitolo)  in cui il bambino, come tutti i bambini, gioca con una palla, con il mondo (rotondo) ed in cui la forma dell’arco e le sculture evocano due elementi centrali della venuta salvifica di Gesù: la grotta e la stella.

 

 

Ho ancora un compito, ricordare quei vangeli apocrifi, dopo il IV secolo che si riferiscono all’infanzia di Gesù, ed ai quali attinge la tradizione popolare.

 

 

VANGELO DELLO PSEUDO-MATTEO

Si credeva la traduzione latina del vangelo di Matteo, composto in ebraico, ed era attribuita a Gerolamo (420). Il testo che abbiamo è del VII-VIII secolo.

13, 2 Nascita di Gesù… l’angelo ordinò di fermare il giumento, essendo giunto il tempo di partorire; comandò poi alla beata Maria di discendere dall’ animale e di entrare in una grotta sotto una caverna nella quale non entrava mai la luce ma c’erano sempre tenebre, non potendo ricevere la luce del giorno. Allorché la beata Maria entrò in essa, tutta si illuminò di splendore quasi fosse l’ora sesta del giorno. La luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò. Qui generò un maschio… 13, 7 …Una enorme stella splendeva dalla sera al mattino la grotta; così grande non si era mai vista dalla creazione. I profeti che erano a Gerusalemme dicevano che quella stella segnalava la nascita di Cristo, che avrebbe realizzato la promessa fatta non solo a Israele, ma anche a tutte le genti…14, 1…Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue e l’asino l’adorarono.  Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Isaia, con le parole: «Il bue riconobbe il suo padrone, e l’asino la mangiatoia del suo signore ». Gli stessi animali, il bue e l’asino, lo avevano in mezzo a loro e lo adoravano i continuo. Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: « Ti farai conoscere in mezzo a due animali ».

Giuseppe con Maria, rimase nello stesso luogo per tre giorni…

 

NATIVITÀ DI MARIA: PROTOVANGELO DI GIACOMO, il minore

Contiene tre documenti originari indipendenti riuniti  nel III - IV secolo. Il testo che abbiamo è del V – VI  secolo

17, 2…Sellò l’asino e vi fece sedere Maria…

18,1 Trovò quivi una grotta: ve la condusse, lasciò presso di lei ì suoi figli e uscì a cercare una ostetrica ebrea nella regione di Betlemme.

Nota: La nascita di Gesù in una grotta è attestata da una tradizione antichissima, come testimoniano Giustino (Dial., 78) e Origene (Contra Cels., I, 51 ).

 

VANGELO ARABO DELL’INFANZIA   

Accostamento e rielaborazione di testi e tradizioni preesistenti, nella elaborazione più antica del IV-V secolo.

2,2 …Giunti a una grotta, Maria disse a Giuseppe che era ormai imminente il tempo di partorire e che non poteva seguire fino alla città. «Entriamo in questa grotta », disse. aquesto avvenne quando il sole stava tramontando...

3, 1…La vecchia e Giuseppe vennero alla grotta e entrarono tutti e due.  Ma ecco che era piena di luce più bella del bagliore delle lucerne e delle candele, e più splendente della luce del sole. … Ambedue restarono stupiti della luce

5, 1  Lo circoncisero dunque nella grotta; quella vecchia ebrea prese questa membrana, secondo altri invece essa prese il cordone ombelicale, e la mise in una ampolla di vecchio olio di nardo.

 

 

 

 

 

 

 

Queste riflessioni sono dedicate a quei signori come Silvano da Sesto Fiorentino, Giuseppe, Pietro, Daniele, ecc. che, avendo perso la coerenza, professano un cristianesimo senza nessuno spirito evangelico e non sanno aver pietà e rispetto neppure  per chi soffre, e  per una donna  che lotta per la vita, o quando è stesa in terra in chiesa in una bara. Poi ne decretano, perché evidentemente fa comodo,  la “damnatio memoriae” dopo morta, cancellando 40 anni di esperienze e di vita..

Isidoro di Siviglia nel libro VII, (XIV 3) delle Etimologie (scritte tra il 624 ed il 636, una specie di enciclopedia diffusissima del sapere medievale, ne rimangono oltre 1.000 copie) scrive:”Non se autem glorietur Christianum, qui nomen habet et facta non habet .Ubi autemt nomen secutum fuerit opus, certissime ille est Cristianus, quia se factis ostendit Christianum, ambulans sicut et  ille ambulavit a quo et nomen traxit.»

«Non si vanti un cristiano, se di cristiano ha il nome, ma non le opere: quando al nome seguirà l’opera, allora, senza dubbio alcuno, sarà cristiano, perché tale si mostrerà con i fatti, camminando così come camminò colui dal quale ha preso nome.»

Queste riflessioni sono dedicate a quei signori che fanno finta di non sapere che tra gli amici più assidui di dEmilio Gandolfo c’erano dei laici e dei credenti laici estranei ai preti, ai dogmi, alla chiesa, alla emotività della misteriosofia, alla intransitività del fondamentalismo, alla teologia strutturata e fondata su menzogne e violenze che consentono l’esercizio del potere.  

 

Tra gli amici più assidui di dEmilio c’erano dei credenti laici che cercavano di coniugare fede e ragione nell’incessante incarnazione del Dio della fede nella complessa e multiforme storia degli uomini nelle sue mille epoche, lingue, culture, ed etnie. Pensavano, studiavano, viaggiavano per vedere, e scrivevano queste cose e ne discutevano con dEmilio, che amava “la verità più della vita”. E infatti è stato ammazzato.


 

Queste riflessioni sono dedicate a quei signori come Silvano da Sesto Fiorentino, Giuseppe, Pietro, Daniele, ecc. che professano un cristianesimo senza nessuno spirito evangelico e non sanno aver pietà e rispetto neppure  per chi soffre, e  per una donna  che lotta per la vita, o quando è stesa in terra in chiesa in una bara. Poi ne decretano, perché evidentemente fa comodo,  la “damnatio memoriae” dopo morta, cancellando 40 anni di esperienze e di vita..

Sono dedicate a quei signori che fanno finta di non sapere che tra gli amici più assidui di don Emilio Gandolfo c’erano dei laici e dei credenti laici estranei ai preti, ai dogmi, alla chiesa, ad una teologia strutturata e fondata su bugie e violenze che consentono l’esercizio del potere.

Dei credenti laici che pensavano, studiavano, e scrivevano queste cose e ne discutevano con lui, che amava “la verità più della vita”. E infatti è stato ammazzato.