Quintanilla de la Viñas, San Pedro de la Nave, San Juan en Baños de Cerrato: dolore-sacrificio e/o conoscenza di sé per la conoscenza di Dio.

A ricordo di un viaggio in Spagna dell'agosto 1969 con Marina. (9/4/42 - 10/8/02)

Marina nell'agosto 1969 a San Pedro de la Nave nei pressi di Zamora.

Antonio Thiery, 9 aprile 2003

Abstact

In questi giorni di guerra, voglio ricordare il 9 aprile, il 61° anniversario della nascita di Marina, facendo memoria di un viaggio del 1969 nella Spagna del nord, legato per noi a ricordi sereni. Allora si pensava che un mondo nuovo fosse non solo possibile, ma a portata di mano. Dopo pochi mesi sarebbe scoppiata la bomba a piazza Fontana.

I miei interessi si legavano a quelli di Marina che non aveva ancora rinunciato del tutto ai suoi studi accademici di archeologa orientale. Era un viaggio di studio sulle origini composite della civiltà occidentale. E' lì nella Spagna del Nord che rimangono le uniche testimonianze della complessità dei primi secoli della nuova era, che rimandano alla chiesa apocrifa primitiva ed ai popoli arabo pre-islamico e persiano. A quei territori oggi devastati dalla guerra. Sono solo tre chiese del VII secolo, preislamiche, scampate chissà perché al furore iconoclasta e agli anatemi del potere, che nei secoli, hanno distrutto in Europa le testimonianze (libri, edifici, chiese, suppellettili, paesaggi, città intere) delle sue origini complesse: San Pedro de la Nave, Quintanilla de las Viñas, San Juan en Baños de Cerrato.  

E' evidente l' influsso "sasanide". Il Cristo delle origini doveva essere ben diverso da quello professato dall'umanesimo europeo. E lo stesso cristianesimo, per collegare il messaggio del Cristo alle culture dell'uomo, era naturalmente poligenico.

E' noto che la religione zoroastriana (i sasanidi erano zoroastriani) e la tradizione mitraica, non certo contrapposte al cristianesimo, erano capillarmente e massicciamente diffuse in Europa nel III-V secolo. Tra il IV e il V secolo i seguaci di Mitra saranno sterminati, soprattutto a Roma (ecco tanti dei martiri romani!), ma gli zoroastrianiani sopravviveranno ancora, ed in gran numero, ad esempio in Spagna, nell'VIII secolo.

Qual è il manuale accademico o scolastico che lo ricorda? Non sarebbe un atto di pace, costruire una storia meno fantasiosa?

Oggi, invece, sconcerta il fatto che, a motivare ed a sostenere la guerra, si facciano coincidere molti degli "stati canaglia" con quei territori - Palestina, Siria, Mesopotamia, Persia, Afganistan, Arabia, Nubia, Sudan, terra degli Etiopi - che hanno marcato la nascita della civiltà occidentale e molti caratteri complessi della nostra civiltà cristiana, che pure, almeno a livello di manuali accademici e scolastici, vogliamo semplificare, considerandola esclusivamente derivata dalla cultura "greca".

Mi sconcerta e mi sgomenta la caparbietà e sistematicità con cui gli studi accademici ed i materiali divulgativi europei di questi ultimi 30 anni negano queste composite radici della cultura e della civiltà occidentale, ben note da sempre e fino a pochi anni fa oggetto di studio attento ed appassionato. Forse per nascondere i massacri e gli stermini di altre culture e religioni, di popoli interi, fatti in epoche passate, in nome di Dio e di Cristo, senza aspettare nazismo e stalinismo, e che ancora continuano.O forse, e senza forse, per giustificare la rivendicazione dei privilegi di quel 20% del mondo che gode dell'80% dei beni della Terra. Questi sono i frutti dell'umanesimo europeo?

Ora si continua con questo furore cancellando anche gli studi che hanno messo in evidenza questi rimandi alla complessità.

Per arrivare alla pace, in questi giorni di guerra, voglio ricordare Marina (coincide anche l'8° mese dalla morte), rievocando quel viaggio, quelle chiese e le loro origini da quei territori che da tanti secoli andiamo saccheggiando e che oggi bombardiamo.

 

Premessa

1. Queste osservazioni trovano spazio sul Web e non su una rivista scientifica. Forse è più facile che incontrino l'attenzione di qualche lettore, perché trattano dei secoli a cavallo tra l'età classica e quella moderna, quando nella nostra Europa convissero, si incontrarono e si mescolarono per oltre un millennio molteplici forme di culture, di religioni, di civiltà. E' un coagulo complesso che si pretende di ignorare. La manualistica scolastica ed accademica sono impegnate a divulgare e a sostenere una visione favolistica ed ideologica della storia e ad omettere quanto intralcia gli interessi della classe egemonica dominante dell'occidente. Soprattutto quando emerge in modo netto la dipendenza da quelle culture e da quelle terre (come l'Iraq, la Siria, l'Iran, la Palestina, il Sudan, L'Etiopia e la Somalia) sottoposte allo sfruttamento, alla guerra ed all'imperialismo.

Le omissioni e le manipolazioni della storia sono, infatti, i più potenti fattori di gestione del potere. Tutto mira alla estrema "semplificazione". Conseguentemente, vengono cancellati popoli, culture, religioni, secoli di storia. Centinaia di culture, di culti e di religioni, di civiltà spesso di grande rilievo, diventano la marmellata indistinta definita spregiativamente dei "pagani" e dei "barbari". Le tante correnti di un cristianesimo poligenetico vengono ricondotte alla struttura teologica che si ricava dai pochi scritti riconosciuti come canonici, rafforzando l'idea che al di fuori delle categorie filosofiche e retoriche greche non c'è cultura, conoscenza, civiltà, ricerca di Dio. Non c'è Cristo.

A partire dalla fine degli anni Sessanta, in coincidenza con la pubblicazione degli scritti ritrovati a Nag Hammadi, io stesso, impegnato a studiare i codici mozarabici, dedicai più di uno scritto alle chiese spagnole di età visogotica su riviste e repertori importanti.

Nell'agosto del 1969, Marina (che proprio oggi, 9 aprile, avrebbe compiuto 61 anni, e che di formazione era un' archeologa orientale, con una tesi sugli altarini sud-arabici) ed io, visitammo molte delle chiese altomedievali della Spagna del Nord. Vedemmo quasi tutti i codici morabici conservati nelle biblioteche spagnole. Ci fermammo a studiare in particolare le chiese di Quintanilla de las Viñas, nei pressi di Santo Domingo de Silos e di San Pedro de la Nave, a El Campillo, nella regione di Zamora.

San Pedro de la Nave

Queste sono due chiese ragionevolmente databili alla seconda metà del VII secolo e, con San Juan en Baños de Cerrato, presso Palencia, che vedemmo negli anni seguenti, le uniche superstiti nell'intera Europa, con sculture, anche con figure umane, nella quali, sia possibile riconoscere un progetto, non tanto decorativo o ornamentale, quanto piuttosto conoscitivo e comunicativo, che mostra la complessità della cultura altomedievale e la pluralità del cristianesimo delle origini.

E' stata non poca la meraviglia nel vedere come nei numerosi studi su quelle chiese in atto in questi anni, certo nel quadro degli studi sulle origini d'Europa, quegli articoli (apparsi spesso in tribune prestigiose) e scritti assai più autorevoli dei miei (ad esempio il fondamentale G.de Francovich, Osservazioni sull'altare di Ratchis e sui rapporti tra oriente e occidente nei secoli VII e VIII d.C. in "Scritti di storia dell'arte in onore di Mario Salmi", Roma 1961, pp.173 e sgg., o il testo che ho fortemente contrastato, ma che non può essere ignorato, di A. Melucco Vaccaro, Sul sarcofago altomedievale del Vescovado di Pesaro, in Alto Medio Evo, Venezia, 1967, I, pp.111-138) non vengano neppure citati. Certo a quegli studi non piaceva il modo favolistico con cui si andava alla ricerca delle origini dell'Europa, secondo l'equazione che cristianesimo è uguale a cattolicità; che cattolicità è uguale a romanità e che romanità significa l'unica civiltà.

Quando tanti anni fa cominciai a studiare i collegamenti, nella tarda antichità e nel Medioevo, facendo tesoro degli studi insostituibili di G.de Francovich, di U. Monneret de Villard e di M.Bussagli tra le regioni occidentali ed il vicino e medio oriente, l'Africa ed i territori asiatici, mi insegnarono che bisognava dar conto di tutta la bibliografia fino al momento prodotta e bisognava tener conto di tutti gli elementi documentari fino ad allora disponibili. Le omissioni andavano considerate gravi errori. Poi era lecito e giusto criticare, fino a stroncare studi giudicati sbagliati o non idonei, ma non era lecito omettere. La ragione d'essere del cosiddetto metodo scientifico storico sta nella filologia comparativa, nel confrontare, commentare, accettare, scartare i documenti prodotti su un determinato argomento. Ma per scartare bisogna conoscere, altrimenti che filologia comparativa è?.

Poi presi atto che gli studi prodotti in ambiente religioso e gli studi prodotti in ambiente laico, anche quando sostengono le stesse conclusioni, non si incontrano mai. La mia esperienza conferma che il maggior limite sta spesso in scritti prodotti in ambienti laici che non vogliono o non possono dispiacere gli ambienti gerarchici e sacerdotali della cristianità occidentale. Forse, e senza forse perché altrimenti diventa difficile accedere a monumenti ed archivi ecclesiastici.

Oggi l'omissione nei manuali accademici e scolastici è la regola. E' il caso dei volumi di Raffael Barroso y Jorge Morin de Pablos, la iglesia visigoda de San Pedro de la Nave, Madrid 1997; Raffael Barroso Cabrera y Jorge Morin de Pablos. Estudio arquitectonico di Achim Arbeiter, La iglesia de Santa María de Quintanilla de las Viñas, Madrid 2001. E' soprattutto il caso del volume, che raccoglie interventi di vari autori dell'Archivo Español de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, edito dal Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de España. Sono ignorate persino pubblicazioni edite dallo stesso Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de España: vedi Antonio Thiery, Note sulla scultura europea dell'Alto Medio Evo (secoli VIII - IX), in Anuario de Estudios Medievales, 9, Barcelona 1974-79, pp.77-126.

La complessità delle culture e religioni che si incontrano in Europa nel primo millennio viene cancellata in nome della falsa ed ideologica linea evolutiva: dal paganesimo dell'età classica alla cristianità occidentale (civiltà laica e religiosa), unica e definitiva civiltà da esportare in tutto il mondo. Al di fuori del mondo classico e della cristianità occidentale in Europa non c'è nulla di cui valga la pena di interessarsi. Soprattutto non vanno studiai i rapporti tra oriente e occidente a meno che non si tratti dell'oriente bizantino. Eppure Michele Amari Amari (Storia dei Musulmani di Sicilia, Firenze 1854, II ed. 2002, I, pag.81) già a metà dell'Ottocento parlava, tra l'altro, della matrice indo-germanica della nostra civiltà!.

2) "Il mio errore è stato di iscrivermi al DNA", così su La Repubblica dell'8 febbraio 2003 una vignetta di Bucchi sintetizzava alcuni drammatici problemi dello scontro tra culture. In effetti, pur essendo nato a Roma, da genitori romani , ed avendo fatto studi umanistici nelle scuole e degli istituti di ricerca a Roma, spinto da una evidente richiamo delle radici, mi è sempre interessato poco conoscere le manifestazioni della storia e le inculturazioni del vangelo nella tradizione ebraica, greca, romana, germanica. Ho sempre "percepito" uno scorrere complesso delle esperienze dell'uomo nella storia ed un messaggio evangelico poligenetico inseriti in una koinè indo-siro-mesopotamica. Mi sono sempre interessate di più e quindi conosco meglio (e soprattutto sento a me molto più vicine) alcune inculturazioni delle vicende storiche, culturali e religiose che di volta in volta fecero poco conto della cultura latino-greca e giudaico-cristiana. Forse perché i miei antenati erano portatori di quella della matrice indo-germanica della nostra civiltà.

E mal me ne incolse. I manuali accademici e scolastici indicano la strada, che io non ho potuto e voluto percorrere: è tassativamente vietato far riferimento a vicende storiche, a culture, a modalità di pensiero e di conoscenza estranee alla cultura del verbalismo concettuale della tradizione giudeo-cristiano-ellenistica. E poco importa se le vicende culturali, storiche e religiose a cui si fa riferimento riguardano solo lo 0,1% della popolazione. Poco importa se questa tradizione ha comportato anche solo a guardare agli ultimi anni, dominio-possesso, la guerre come motore della storia, evangelizzazione ed occidentalizzazione forzata, colonialismo, nazismo, stalinismo, integralismo cattolico, liberismo, liberalismo, impero. E comporta tutt'ora forti genocidi culturali (la definizione è di Pasolini). Il tema è stato ripreso da Giulio Girardi, che sostiene con forza che, anche a proposito dell'Italia, "bisogna prender coscienza delle espropriazioni delle culture, dell'intelligenza e della creatività delle maggioranze dei cittadini. Una espropriazione che colpisce il diritto fondamentale della identità personale e collettiva".

 

Un cristianesimo che non è legato solo alla tradizione giudeo-ellenistica.

Per le tre chiese di Quintanilla, di San Pedro e di San Juan sono proposte tante e diverse collocazioni, anche temporali, dal VII al IX secolo: visigotiche o di età visigotica, premozarabiche o di età premozarabica, preromaniche. Le strette analogie stilistiche (e non solo gli elementi figurativi e iconografici) tra le sculture di queste chiese spagnole e quelle realizzate nel territorio persiano e mesopotamico verso la fine dell'impero sasanide lasciano pochi dubbi sulla datazione alla seconda metà del VII secolo, o al massimo ai primissimi anni dell'VIII (Thiery, 1974-1979, pag.100).

Del resto è ormai ben nota a partire dal VII secolo l'importanza della chiesa siro-orientale che aveva il proprio patriarcato a Ctesifonte, capitale della Persia, e che era la più vasta delle comunità cristiane con milioni di fedeli (cfr. P.Citati, E Gesù incontrò Confucio, La Repubblica 26 giugno 2001, pag.38).

Ma su un punto -certamente errato- tutti sembrano trovarsi d'accordo: "la escultura decorativa", la "ornamentación escultórica" (Barroso Cabrera Y Morin de Pablos, 1997, p.14) che caratterizzerebbe queste chiese, tra i pochi esemplari, come si è detto, del panorama della scultura figurativa. La chiesa di San Pedro de la Nave è addirittura un unicum, conservato praticamente nella sua integrità. Anche se, smontata per far posto ad un invaso artificiale e rimontata in un sito vicino, è priva sia della sua contestualizzazione ambientale, sia delle testimonianze costruttive. Quella che viene definita ornamentazione e decorazione è soprattutto comunicazione e conoscenza. (cfr. A.Thiery, La cultura iconica irlandese, problemi di metodo per la conoscenza dell'alto medioevo italiano, in Studi di storia dell'arte sul Medioevo e sul Rinascimento nel Centenario della nascita di Mario Salmi, Firenze 1993, pag.214-215).

Queste tre chiese saranno anche valutabili come opere d'arte. Le loro sculture avranno anche significati decorativi ed ornamentali. Ma nel loro insieme sono essenzialmente documenti storici e religiosi e come tali vanno studiati, senza travisarli, giudicandoli con la mentalità odierna e con le idee per lo più favolistiche e di comodo che abbiamo sul Primo Millennio. (Mircea Eliade, Storie delle credenze religiose, 3 voll., Firenze 1975, I, pp.27-31 e B.Bagatti, La chiesa primitiva Apocrifa, Roma 1981, pag.5).

Ormai non mancano né una conoscenza, né ipotesi serene su "Le radici prime dell'Europa, Gli intrecci genetici, linguistici, storici (AA.VV., Bruno Mondadori 2001)" e sugli spostamenti e sull'evoluzione e adattamento culturale umano; studi che assegnano un forte spazio all'Africa, all'Anatolia, all'India, alle steppe dell'Asia Centrale, alla Persia ed al Mediterraneo. Come non mancano valutazioni, meno legate ai soliti luoghi comuni ("le invasioni barbariche"), delle grandi trasmigrazioni di popoli interi e delle loro culture e civiltà verso l'Occidente, iniziate già del I secolo a.C. e culminate nel V e VI d.C.

Non manca neppure una conoscenza dettagliata e serena della arabizzazione della Spagna, dopo il 711.

Ormai non mancano molti studi, saggi ed articoli ed anche documentazioni fotografiche, anche se spesso con una prospettiva falsata, delle chiese citate. Mentre scavi archeologici programmati e sistematici portano alla conoscenza di sempre nuovi documenti coevi e pienamente "compatibili", analogamente raffrontabili, con le nostre tre chiese, sia sul piano architettonico, sia sul piano figurale. Le sculture di San Pedro e di Quintanilla vanno definite "le poche rimaste, di una vasta produzione".

Eppure sembra che le terre della Penisola Iberica abbiano conosciuto la civilizzazione solo a seguito della conquista romana, che porta la cultura "classica". Si continua a non dare nessuna importanza alle culture, soprattutto a quelle siriache, mesopotamiche e persiane dei popoli venuti sia dal mare sia dal continente. Si continuano a vedere, con la fantasia, "attacchi nemici" musulmani contro i luoghi di culto cristiani

Eppure si continua a studiare questi eccezionali (solo perché gli unici conservati) documenti storici, facendo riferimento solo all'arte antica o alla cultura giudeo-cristiana-ellenistica tutt'al più aperta all'oriente bizantino. Si ignora la dimensione plurale e complessa del cristianesimo delle origini. I momenti liturgici sono visti con la mentalità odierna concettuale-mistico-estetizzante, ed un ruolo quasi esclusivo viene assegnato alla "offerta eucaristica". Questa valutazione avviene, nella sostanza e nella forma, in modo generalizzato, anche nel cristianesimo occidentale moderno, solo scalfito dal Concilio Ecumenico Vaticano II. La sacralità del sacerdozio (e il sacrificio sull'altare) ha relegato in secondo piano le sacre scritture, riservando alla "offerta eucaristica" l'intero momento liturgico significativo. Ancora pochi anni fa, in epoca di frequenza obbligatoria della messa, la stessa messa era "buona" come "precetto" saltando completamente la liturgia della parola ed arrivando in chiesa anche un solo secondo prima dello "scoprimento" del calice per l'offertorio.

San Gregorio Magno, che, con le sue opere, lette e meditate da generazioni e generazioni di cristiani, ha avuto un grande ruolo nella formazione monastica europea e soprattutto spagnola, ben conobbe, diventandone amico e ispiratore, a Costantinopoli, Leandro di Siviglia, fratello maggiore del giovane Isidoro. Le Omelie su Giobbe, un'opera insostituibile nel Medioevo, è appunto dedicata a Leandro.

E' Gregorio che definisce l'omelia come il servizio sacerdotale più alto e irrinunciabile. L'edificio religioso è, nell'alto medioevo, il luogo dell'assemblea liturgica del popolo di Dio. Assemblea nella quale ha un ruolo insostituibile la lettura e la meditazione (ruminatio) della Bibbia (sacra eloquia), che non è un libro riservato ai monaci, ma destinato a tutti i fedeli, ai quali lo stesso Gregorio dice: "Tutta la Sacra Scrittura è stata scritta per noi ", anche se " non tutta può essere compresa da noi", evidentemente per i suoi alti valori simbolici e per il carattere iniziatico del cristianesimo. ( In Ez. 11, 5, 3). Meditare, rimasticare, ruminare le sacre scritture equivale a bere alla fonte, alla sorgente che è Cristo. Così si diventa non cristiani, ma Cristo.

Il Vangelo di Filippo chiarisce bene, con i suoi simboli, il problema (57,3-8): "La sua carne è il Logos, e il suo sangue è lo Spirito Santo. Colui che ha ricevuto questo cibo, bevanda, è vestito… Bisogna risorgere in questa carne, giacché tutto esiste in essa". La meditazione sulla sacra scrittura ed il comportamento nella vita quotidiana assumono il ruolo di offerta eucaristica. Ancora Beatus ci verrà in aiuto: "Non se autem glorietur esse christianum, qui nomen habet, et facta non habet: ubi autem nomen secutum fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit". (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7-11).

Gli ascoltatori della parola di Dio sono "prenditori", apprenditori di capolavori immortali, non ascoltatori di sermoni effimeri declamati da retori, come ricorda, nei suoi studi fondamentali, insostituibili Marcel Jousse (La manducazione della parola, Edizioni Paoline, Roma 1980, La manducation de la parole, Parigi 1975, pag.31). L'ascolto avviene attraverso gesti globali che prendono tutto il corpo, in "mimodramma espressivi", mediante l'analogia ed il simbolo. Perciò la marcia sacra, le sculture, i colori, le luci, i canti, i rumori, ecc.ecc. Jousse aggiunge: "Logicamente e antropologicamente [il globalismo] condurrà a quella che si potrebbe chiamare, in tutta la forza del termine, la cum-unione, l'unione dell'insegnato con l'insegnatore" (ibidem, pa.64). Dunque la lettura e omelia, l'intero mimodramma che si svolge all'inerno ed all'esterno della chiesa, fa parte integrante dell'offerta liturgica.

Emilio Gandolfo (1979), uno dei massimi conoscitori di Gregorio, nota che l'omelia (il servizio sacerdotale più alto e irrinunciabile , perché mette a contatto la parola di Dio con la situazione storica contingente e con il cuore dell'uomo in cui la storia realizza la sua massima intensità) si svolge secondo ritmi simbolici che a noi moderni possono non piacere, ed è "un commento tutto orientato verso la vita, non verso la conoscenza astratta, derivato da una lettura meditata della parola di Dio, dalla lectio divina, secondo la tradizione monastica. Il pastore che tiene l'omelia ai fedeli nell'assemblea liturgica non cessa mai di essere il monaco contemplativo".

L'omelia dunque era orientata verso la vita e non verso la conoscenza astratta. E', quindi, naturale che gli oggetti iconici della chiesa altomedievale (tra l'altro mura e soffitti erano ricoperti da stoffe e tappeti, senza contare i numerosissimi arredi litugici a cominciare dalle lampade) stimolino a disambiguare il senso simbolico della sacra scrittura, attraverso il loro valore analogico ed evocativo. Sarà lo stesso Gregorio (morto nel 603) a suggerire l'uso delle immagini in chiesa, in modo che, qui "litteras nesciuntvidendo legant".

Va ricordato che "San Gregorio", secondo Michele Amari (Storia dei Musulmani di Sicilia…, op.cit.) "gittava le prime fondamenta della potenza temporale dei papi". Eppure era attento a che i fedeli comprendessero bene il senso delle omelie, che, ripete più volte, capiva quando le spiegava: "sacra eloquia cum legente crescunt".

E' impensabile studiare l'Alto Medio Evo europeo senza tenere ben presente le opere di Gregorio (tra l'altro il primo a dar rilevanza al monachesimo occidentale -ai benedettini- e a dare notizie biografiche non si sa bene quanto storicamente fondate su San Benedetto) e di Beato di Liébana, un monaco agostiniano, l'autore più letto in Europa tra il IX e l'XI secolo e che tramanda le opere dei padri antichi (a cominciare da quelli africani a noi del tutto sconosciuti), tra cui, essenziale, Gregorio.

Ed è impossibile studiare il Primo Millennio senza avere i parametri culturali di riferimento estremamente compositi, di quelle epoche, di quelle culture e di quei popoli, che variano nello spazio e nel tempo. Vorrei ricordarne, tra i tanti, quattro.

1. l'alto contenuto simbolico della comunicazione altomedievale, sia nei testi scritti, sia in quelli figurali. Il simbolo non ha un significato definito, ma è multivalente e varia a seconda della cultura di chi cerca di capirlo. Sono tante le culture che concorrono alle radici d'Europa.

2. l'omelia, come già detto, era il servizio sacerdotale più alto e irrinunciabile. Va ricordato che "La Chiesa di Gregorio…è soprattutto spirituale, presenza di santi in mezzo a noi e ascesa di cristiani nella comunione dei santi… La Chiesa per lui è innanzi tutto il "popolo di Dio"", "l'umanità tutta intera dall'inizio alla fine dei tempi".(Gandolfo 1979)

3."I barbari, che costituivano una minaccia ed un incubo, dovevano essere guardati" secondo Gregorio "con occhi nuovi, come popoli nuovi chiamati da Dio alla fede e alla salvezza…Il compito del profeta è quello di mettere a contatto la parola di Dio con la situazione storica contingente e con il cuore dell'uomo in cui la storia realizza la sua massima intensità".

4. Se nel mondo ellenistico e romano i tempi dell'uomo erano due, passato e futuro, (ecco Giano Bifronte), con una solo riferimento al presente, al kairòs, alle "occasioni" presenti (chi non ricorda San Paolo? O la Bibbia: c'è un tempo per la pace e un tempo per la guerra; un tempo per pregare, e un tempo per fare, e così via), Gregorio, per primo in occidente impiegò tutto il suo commento alle Omelie su Ezechiele per spiegare che i tempi della profezia sono tre: passato, presente e futuro e che nemmeno Dio può profetizzare il futuro se non conosce il passato e non vive il presente. L'importanza della situazione storica contingente è fondamentalmente ripresa dalla cultura spagnola. Gregorio diceva: "talvolta lo spirito di profezia tocca l'animo del profeta (oggi diremmo: sa leggere i segni dei tempi) in ordine al futuro, e non lo tocca in animo al presente. Isacco "quasi cieco prediceva il futuro senza riconoscere il figlio presente". Talvolta "lo spirito di profezia tocca in ordine al futuro e non tocca in ordine al passato".

 

I capitelli con figure della chiesa di San Pedro de la Nave

Con queste premesse potremo guardare alla "decorazione" di San Pedro de la Nave. Oltre a varie fasce con motivi simbolici, troviamo 4 capitelli figurati nella crociera, di cui due, "contrapposti", l'uno di fronte all'altro, con figure umane (e questa è una rarità), con episodi della Bibbia che preannunciano la venuta di Cristo. Il primo, il capitello con Daniele nella Fossa dei Leoni presenta sulle due facciate laterali Tomaso e Filippo. Il secondo, il capitello con Abramo e il sacrificio di Isacco, presenta invece Pietro e Paolo.

                                                                                                             da sinistra in alto: Tomaso, Daniele nella fossa, Filippo

Le novità sono tante. Mi proverò a ricordarne qualcuna. Daniele nella fossa dei leoni ed il Sacrificio di Isacco sono due temi ricorrenti nella meditazione, nella manducatio, nella complessa liturgia evocativa, percettiva che si fa nell'edificio destinato all'assemblea. Li troveremo raffigurati in tutto il Medioevo europeo (a volte anche nell'esterno) e soprattutto e sistematicamente nelle copie dei codici del Commento all'Apocalisse di Beato, accompagnate sempre con il libro di Daniele e con le raffigurazioni delle sue interpretazioni dei sogni, delle visioni, delle profezie: il sogno di Nabucodonosor con la statua dei quattro metalli, i tre giovani nella fornace, il grande albero sognato da Nabucodonosor, il convito del re Belsassar, Daniele tra i leoni, la visione delle quattro bestie simboliche.

Il significato apocalittico, di "rivelazione", messianico dei due episodi è evidente. Ma mentre il sacrificio di Isacco preannuncia con molta chiarezza il sacrifico di Cristo, l'episodio di Daniele nella fossa dei leoni è più complesso. Sembra anch'esso multivalente: il sacrifico, la vittoria sulla morte, la fedeltà alla legge divina, il battesimo, la penetrazione dei misteri divini.

 

Tomaso e Filippo

La presenza di Tomaso e di Filippo non è senza significato. A questi due apostoli la tradizione attribuisce, infatti, i due vangeli "apocrifi", più importanti, che in epoca moderna abbiamo conosciuto solo dopo la scoperta nel 1942 a Nag Hammadi (in Egitto) dell'anfora con codici in pergamena. Ma, come confermano anche le sculture di San Pedro de la Nave, i testi erano noti nella Spagna del VII secolo. A quel tempo, e questa è la singolarità della loro presenza, era già avvenuta da almeno due secoli la "scelta" dei quattro vangeli canonici. Quattro è ovviamente un numero simbolico. E non era stata una scelta indolore, se a Nag Hammadi alcuni testi giudicati eretici erano stati nascosti, per conservarli. I cristiani, come nota Michele Amari, il più delle volte erano stati "perseguitati e persecutori". E certamente comunità e libri ne avevano subito dure conseguenze. Così come erano stati scelte alcune "verità di fede" e alcuni Concilî. In modo rigorosamente selettivo alcuni Padri occidentali (tutt'al più greci) erano stati individuati come continuatori dei quattro vangeli. La tradizione si era presto consolidata, con gli anatemi, le scomuniche, l'intolleranza, le persecuzioni, i roghi, la sacralità del sacerdozio e delle armi. Il canone si era consolidato con la forza della violenza. E' già ben diffuso il tema della violenza sacra dei santi, della guerra santa. (cfr. J.Flori, La guerre sainte, Aubier, Paris 2001)

Nel VII secolo il canone romano orami era definitivamente formato e rimarrà immutabile fino ai nostri giorni. Basterà guardare allo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II. Circolavano però altri numerosi scritti delle composite comunità cristiane delle origini, come conferma nelle Etimologie Isidoro di Siviglia proprio nel VII secolo. Esistevano addirittura testi "recentiora sub nomine apostolorum" che " haereticis proferuntur". Ma questi testi, aggiunge Isidoro, "canonica diligenti examinatione remota sunt" (Etym.XX,VI,2,51-52).

E' comunque significativo che Beatus de Liébana, pur esaminando minuziosamente le eresie cristiane, non fa menzione di testi e, dopo aver chiarito che "haereses christianorum multae sunt, et innumerabile. Cum autem Ecclesia septiformis est, et in todo mundo diffusa una esse creditur: haeresun verso dogma particulatim in aliquibus partibus coarctatur" chiama a testimoni gli Apostoli, i Santi Padri ed i Concilî (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7, 1-26).

E Tomaso e Filippo dalla tradizione sono ritenuti apostoli. La loro presenza nei capitelli di San Padro de la Nave non è certo così naturale come gli studiosi moderni vorrebbero far credere, evitando qualunque problematizzazione (Barroso Cabrera Y Morin de Pablos), tanto è vero che il dibattito sulla antichità tarda ed il Medioevo (dell'Archivo Español de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, edito dal Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de España) evita qualunque riferimento a Tomaso e Filippo limitandosi a citare genericamente la presenza di apostoli.

Allo stato attuale delle conoscenze sembrerebbe di poter dire, almeno interpretando i pochi documenti superstiti, che la Grande Chiesa di Roma nel formare il suo canone, aveva usato un criterio univoco. I testi legati alle categorie filosofiche greche erano veritieri ed ispirati da Dio; gli altri andavano anatemizzati, in quanto eretici. E' già singolare il "remota sunt" di Isidoro, che si guarda bene dal gridare "anathema", "anathemata" rispetto agli apocrifi che conosce.

Un ruolo particolare nella formazione del canone aveva avuto il vangelo di Giovanni, che, pur scritto nella lingua veicolare dell'ellenismo, è estraneo alla cultura giudeo-ellenistica ed ha una teologia originale e spesso in chiara opposizione ai sinottici. Secondo il bel libro di Martin Hengel (La questione giovannea, Paideia Brescia, 1998. Die Johanneische Frage, Tübingen 1998) è evidente che Filippo e Tomaso hanno una posizione prevalente (Ibidem, pag. 68, 304); Giovanni e non Pietro è a capo della lista degli undici apostoli (Ibidem, pag. 53.); dopo Giovanni, emerge Tomaso (Ibidem, pag. 72.)

La sede di Roma difenderà sempre il proprio primato universale ricordando (cfr. ad esempio Innocenzo I) che appunto Roma è l'unica sede occidentale di origine apostolica. La tradizione della "dispersio apostolorum", ben presente e fondamentale tra l'altro nel lavoro di Beato di Liébana, afferma il contrario, ricorda 12 sedi. Tra l'altro, sostiene che Filippo ebbe la missione in Gallia; Giacomo in Spagna. Il vangelo detto gnostico di Filippo è fondamentale per capire i significati dei documenti figurali del medioevo europeo. Ma anche la presenza di Tomaso è importante. Egli ebbe in missione l'India. Ed è perlomeno singolare che gli studiosi moderni, con molte ragioni, debbano mettere quel testo in collegamento con la spiritualità induista e buddista. (Vedi la premessa ed il bellissimo commento di: Mario Pincherle, Il Quinto Vangelo, Il Vangelo di Tommaso, col testo a fronte, Macro Edizioni, Diegaro di Cesena, 2001).

La piccola chiesa di San Pedro de la Nave conferma la grande complessità (la mondialità) culturale e religiosa dell'Europa nel VII secolo. Altri edifici contemporanei, e di grande importanza (ad esempio, le chiese di Quintanilla de las Viñas, nei pressi di Silos, e di San Juan en Baños de Cerrato, nei pressi di Palencia), mostrano che la Penisola Iberica dell'età visigotica, prima dell'avvento degli arabi, deriva larga parte della sua cultura e della sua cristianizzazione direttamente dalla Palestina, dalla Siria, dalla Mesopotamia. La stessa cosa si può dire della Gallia, dell'Irlanda, della stessa Roma. Il cristianesimo che si sviluppa in Occidente non passa necessariamente per Roma e per l'ellenismo.

Va ricordato che a proposito della disputa della celebrazione della Pasqua (nella domenica successiva al primo plenilunio di primavera oppure il terzo giorno dopo tale fase) il Venerabile Beda difende l'usanza irlandese contro quella romana, ricordando che "E' la Pasqua di Giovanni Evangelista, il discepolo prediletto di nostro Signore, valida in tutte le chiese di cui fu a capo".

Chi vive a Roma ha frequenti ricordi di chiese dedicate a Giovanni e Paolo, in evidente ricordo dei due apostoli, di due differenti tradizioni e di una forte pluralità religiosa del cristianesimo delle origini. L'esperienza e la vita del mondo antico e medievale, del Mediterraneo, del cristianesimo "per universum mundum" ed anche del cristianesimo europeo è molto diversa da quella che viene tramandata. Ricostruire le vicende storiche con più rispetto può significare entrare in contrasto con la teologia romana, ma significa riconoscere meglio che Cristo è la via, la verità e la vita per gli uomini che Dio ama. Mettere in evidenza gli elementi ed i simboli che appartengono non specificatamente al cristianesimo (o al massimo alla tradizione rabbinica), ma a tutte le forme sacre universali (cinesi, indiane, africane, vicino orientali, celtiche, precolombiane, ecc.ecc.) e mettere in evidenza il carattere della diffusione del cristianesimo (l'inculturazione) non limitata ai confini dell'Impero romano e in questi confini alla sola cultura ellenistica, non significa sminuire il Cristianesimo. Al contrario significa sottolineare il suo carattere "cattolico", non solo "romano" (per omnes gentes), ma universale (per universum mundum), e un segno della sua missione che è di "ricapitolare in Cristo tutte le cose" (Ef 1,10), tutto il creato (frutto delle mani di Dio) e non solo, come molti continuano a credere, gli interessi degli uomini bianchi, belli, che sanno ben parlare secondo le categorie filosofiche e metafisiche concettuali dell'Ellade. In sostanza ricostruire i primi secoli del cristianesimo in modo meno fantasioso, potrà dispiacere a quei poteri che sono sempre più orientati al dominio-possesso, ma significa ritrovare il senso del sacro. Significa ripercorrere la storia del mondo, evocando da tutte le cose del mondo (anche da quelle più semplici, inutili ed umili), in una visione cosmologica, il corpo Mistico, vivificato dal cuore di Cristo, che infonde la vita a tutte le membra per mezzo del suo sangue, e che esplica così la sua azione creatrice e non si "espone", invece, come vogliono le pie pratiche in uso nelle nostre chiese, come simulacro immobile, ad una adorazione pietistica, sentimentale, capace di stimolare sensazioni o rapimenti mistici ed estetici.

Anche consultando i testi canonici come gli Atti degli Apostoli si può giungere ad analoga conclusione sul poligenismo del cristianesimo, secondo i bisogni di una koinè indo-siro-mesopotamica-palestinese.

I moderni studi di antropologia fissano l'inizio dell'evoluzione culturale (si badi culturale, non biologica) a quarantamila anni fa. Abramo (la tradizione abramitica) non può essere che un piccolo anello di una catena infinita. Lo stesso Angelo Roncalli (Istanbul, 16 maggio 1937, Pentecoste), che poi sarà papa Giovanni XXIII, uomo di gran cultura storica e di buoni studi patristici e poi relegato al ruolo di "papa buono", di "paterno pastore di campagna", superava la radicata e singolare credenza che prima e al di fuori della tradizione giudeo ellenistica non esista niente, né civiltà, né cultura, né ricerca sull'uomo, né ricerca su Dio.

Gli Atti degli Apostoli (Act 2, 6-11), un testo dichiaratamente ellenistico e normalmente utilizzato per giustificare un presunto monogenismo del cristianesimo e, conseguentemente, la centralità della Chiesa gerarchica di Roma, sono molto chiari, invece, nell'individuare la koinè culturale e spirituale "indo-iranica" che si è andata costituendo nel mondo dal III-II millennio a.C.: "...Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, della Frigia, della Panphilia, del Ponto, dell'Asia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi". Roncalli, sulla scia di Gregorio Magno poteva ben dire che "i rappresentanti di tutte le nazioni della terra" non sono destinatari di un messaggio strutturato e dogmatico che parte da Roma, ma sono "ragione ultima di esso", della parola di Dio, dello spirito del Signore. Poteva ben dire che non uno o due (Pietro e Paolo) e non verso una sola località (Roma), ma che "tutti gli altri apostoli", "partono chi qua chi là a recare il messaggio celeste".

I capitelli di San Pedro insieme ai Vangeli di Filippo e di Tomaso, insieme al testo di Beatus de Liebana (non a caso un monaco agostiniano) ed all'omelia cristiano-araba dell' VIII secolo, sono testimonianze eccezionali della molteplicità del Cristianesimo dei primi secoli, anche dopo Costantino, e della pluralità di culture nell'impero romano.

Il vangelo di Tomaso è antichissimo, databile tra la fine del I e l'inizio del II secolo, e sembra attingere, in forma più arcaica, alle stesse fonti dei Vangeli sinottici, dei quali sembra essere più antico, con forti accenti ascetici che lo avvicinano all'Induismo, al Buddismo, a quello che sarà il sufismo. E' pervenuto in un'edizione copta. E' una raccolta di 114 detti di Gesù. Il testo, è ormai accettato, ma non utilizzato, da Santa Romana Chiesa.

 La simmetria

Qualche parola va spesa sul tema della simmetria, dei due capitelli, quello con Tomaso e Filippo e quello con Pietro e Paolo. Una simmetria che non è si badi di tipo araldico, ma è simbolica (Jousse). Simmetria, complementarità e non contrapposizione. Gli Atti di Pietro, un altro testo apocrifo sono chiari: "Se della destra non fare sinistra e della sinistra destra, inferiore ciò che è superiore, e anteriore ciò che è posteriore, non comprenderete il Regno"(38,2). Ma anche il Vangelo di Filippo non ammette discussioni: "Luce e tenebre, vita e morte, destra e sinistra, sono tra loro fratelli. Non è possibile separarli". E' la ricerca dell'unità (unum sint) che caratterizza tutto il cristianesimo delle origini nella sua pluralità e che trova in Beato di Liébana, (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 64,65), una straordinaria codificazione: "Qui cum omnes unum sint, singuli tamen eorum ad praedicandum in mundo sortes proprias acceperunt". "Quantunque [gli Apostoli] fossero una cosa sola, tuttavia ciascuno trovò la propria sorte predicando nel mondo".

 

I simboli della conoscenza e del sacrificio

I segni figurali vanno visti in movimento, mettendo in moto tutti gli elementi della percezione sensoriale. Fondamentale sono la luce (anche quella tremolante delle torce e delle candele), gli odori dell'incenso, i colori e le forme delle tante suppellettili e tende, i canti, i suoni, i rumori. Nella chiesa di St. Nectaire in Alvergna il parroco intelligentemente ha affisso dei cartelli: camminare adagio. E' una lettura conoscitiva quella che si fa (ricordiamo Gregorio: videndo legant) e non una visita turistica. Raramente gli autori elaborano fino in fondo il loro pensiero; enunciano alcuni punti fermi lasciandoli poi alla riflessione del lettore, all'evocazione, alla analogia, alla percezione sensoriale, all'esperienza della vita quotidiana. da la sapienza ai sapienti e la conoscenza a coloro che intendono.

Entrando in chiesa si vede, nel primo capitello della crociera a sinistra in alto, Tomaso, con un libro in mano che annuncia +EMANUEL.

Nel capitello di destra c'è Pietro con il LIBER in una mano e nell'altra la croce.

Tomaso è sul lato del capitello con Daniele nella Fossa dei Leoni, ed apre, se così di può dire, un programma liturgico ben definito. Sull'altro lato c'è Filippo.

Pietro è sul lato del capitello con il sacrificio di Isacco, ed apre anch'esso, se così di può dire, un programma liturgico ben definito. Sull'altro lato c'è Paolo.

 Pietro

 

 Paolo

 

 Il sacrificio di Isacco

I riferimenti biblici dei due capitelli annunciano, in due modi diversi la venuta di Cristo.

Secondo studi recenti, il capitello di Daniele avrebbe un carattere decisamente battesimale. I due leoni, con la lingua di fuori, bevono. Il simbolo sarà riprodotto poi in molti codici del Commento all'Apocalisse di Beatus.

 Si noti la profonda differenza tra questa foto ripresa da me ad altezza umana e la precedente, ripresa ad altezza del capitello. Qui i leoni bevono l'acqua che sta in fondo al pozzo. Nella precedente almeno un leone sembra leccare il profeta, come avviene nei codici dei secoli seguenti (Bibbia di León, fol325v e Beato di New York, fol.260r). Questo fa riflettere sulle correttezza delle fotografie che vengono normalmente presentate falsando le prospettive della scultura o dell'architettura. Comunque, Daniele è la sorgente. E' evidente l'evocazione del Vangelo di Filippo (75,20) "l'acqua viva è un corpo" e attingono da Cristo-Daniele sorgente di acqua viva. L'iniziazione è radicale. Rende l'uomo un Cristo. Il Vangelo di Tomaso è esplicito (13): "Io non sono il tuo maestro, giacché hai bevuto e ti sei inebriato alla fonte gorgogliante che io ho misurato". Anche San Paolo e tanti testi canonici descrivono la parola di Dio e Cristo stesso come sorgente.

Sul libro che Tomaso reca in mano c'è la scritta +EMANUEL: il libro delle sacre scritture e Cristo sono la stessa cosa. Leggere e meditare le sacre scritture è attingere a Cristo stesso. Su questo tema numerosissimi sono i riferimenti al Vangelo di Filippo, che non a caso è raffigurato nel lato corto del capitello. "Dio è un tintore. Come i colori buoni, quelli che diciamo autentici, muoiono con le materie che essi tingono, così è pure la materia tinta da Dio" (VgFilippo 61,12; 63,25-30). E' il segno del battesimo. La trasformazione non solo è totale, ma è capace di cambiare il mondo. "Se dici "sono cristiano" trema il mondo" (Ibidem 62,20).

Sul libro che Pietro reca in mano c'è, invece, la scritta LIBER e la croce portata nell'altra mano preannuncia il carattere decisamente sacrificale della facciata del capitello di Abramo-Isacco: il padre è pronto a donare suo figlio. La tradizione è ben nota ed è spiegata con dettagli da San Paolo nelle sue lettere. E non a caso Paolo è raffigurato nell'alto lato corto del capitello.

Non sono temi contrapposti, ma certo le prospettive, le attese, i bisogni culturali e religiosi sono diversi. La lettura del Libro di Daniele offre spunti di riflessione di grande interesse, legando direttamente Daniele alla penetrazione dei misteri divini attraverso le visioni ed i sogni, e, quindi alla conoscenza. "Sia benedetto il nome di Dio…ché sapienza e fortezza a Lui appartiene. Da la sapienza ai sapienti e la conoscenza a coloro che intendono. Egli è che rivela ciò che è riposto e ascoso, conosce ciò che sta nelle tenebre. E la luce presso di Lui dimora" (Dan 2, 20-21). Ed ancora (Dan 6) Daniele primeggiava tra i leoni "perché era in lui uno spirito superiore".

L'aspetto che maggiormente differenzia i Vangeli cosiddetti gnostici dai sinottici e che connota la cosiddetta decorazione della chiesa di San Pedro de la Nave, sta proprio nel fatto che (e questo è particolarmente evidente nel Vangelo di Tomaso), il Cristo non vince le forze del mondo servendosi del dolore e dell'effusione del sangue. La sua arma non è sofferenza della Croce e la morte, come nei sinottici e in San Paolo. Non a caso nei primi secoli della cristianità la croce compare raramente e con significati profondamente diversi.

Secondo il Vangelo di Tomaso, il Cristo vince le forze del mondo servendosi della conoscenza che esce dal tempo e diventa eterna, cosmica. L'arma del Cristo è la conoscenza, di se stessi, di Dio, la coscienza della propria filiazione divina.

Simmetria simbolica e non contrapposizione. Il vangelo di Filippo rivela il significato di questa simmetria in modo "segreto", cioè usando quelle capacità che secondo la Bibbia aveva Daniele, (67,20): "Non solo è bene che quanti non hanno il nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo lo ottengano, ma che lo ottengano per se stessi. Se qualcuno non li ha ottenuti per se stesso, sarà privato anche del nome. Ma egli li riceve con l'unzione aromatica della forza della croce; (forza) che gli apostoli chiamano la "destra" e "la sinistra". Costui, infatti, non è più un cristiano, ma un Cristo".

Nella chiesa di San Pedro de la Nave, nei due capitelli simmetricamente disposti, è evidente la "forza della croce",… la "destra" e "la sinistra". Meditando e conoscendo i suoi significati chi entra nella chiesa (edificio, ma anche comunità di battezzati), "non è più un cristiano, ma un Cristo".

La sintesi tra il sacrificio e la conoscenza è ben evidente anche nel Vangelo di Verità (scritto intorno al 150): "Fu inchiodato a un legno, divenne frutto della conoscenza del Padre" (18, 20), ed ancora: "perciò apparve Gesù: si rivestì di quel libro, fu inchiodato ad un legno, rese pubblica - sulla croce - la disposizione del Padre" (20,20), "si umiliò fino alla morte, colui che era rivestito di vita eterna!…e divenne gnosi e perfezione, annunziando quanto è nel cuore del Padre" (30,20).

E' evidente come l'aver anatemizzato gli scritti di molte delle comunità cristiane delle origini ha fatto perdere non solo il senso della pluralità delle culture su cui si incardina il messaggio di Cristo, ma l'essenzialità dello stesso messaggio, che noi conosciamo solo molto marginalmente ed attraverso traduzioni di traduzioni. Giova infatti ripetere che i testi superstiti sono solo una piccolissima parte, quasi insignificante, dei documenti che furono prodotti.

Nella tradizione "apocrifa", ha spazio la crocifissione a testa in giù, come fu per san Pietro, che è immagine dell'uomo che nasce! Come testimoniano i vangeli di Tomaso e Filippo è la nascita (e la resurrezione) che interessa e non la morte. Anche il Vangelo di Filippo è molto chiaro in proposito (56,15): "Coloro che affermano:"Il Signore è morto e (poi) è risuscitato" sbagliano. Egli infatti prima risorse e (poi) morì. Chi non ottiene prima la risurrezione, costui morirà". Cristo vince le forze del mondo servendosi della conoscenza che esce dal tempo e diventa eterna, cosmica. E il rito di "iniziazione" del battesimo per la conoscenza delle "parole segrete" e delle "cose nascoste" (ed i gesti che lo evocano), come le nozze mistiche (ed i gesti che le evocano), rappresentano i momenti fondanti della liturgia.

E' questo il motivo di fondo per cui di vangeli di Tomaso e Filippo, che come detto attingono alle stesse fonti dei 4 vangeli, sono esclusi dal canone della chiesa di Roma. Del resto la visione di una religione sacrificale, cruenta e gerarchica non è accettabile dai popoli dell'Africa e dell'Asia. Nemmeno da quelli che si sono trasferiti in Europa.

I vangeli cosiddetti gnostici di Tomaso e Filippo documentano una cultura "altra" (legata al simbolo, all'analogia, alla percezione ed ai loro disambiguamenti nella situazione contingente dell'oggi per raggiungere il Regno presente oggi, quì), da quella espressa dalla tradizione giudeo-cristiana-ellenistica (legata al ragionamento verbale e seguenziale, classificatorio, per categorie, concettuale, che apre le strade al Regno da raggiungere nella vita futura).

Tomaso giunge alla condanna di alcuni aspetti rituali fondamentali del cristianesimo occidentale (che guadagnano meriti per il Regno futuro) e cioè la preghiera, il digiuno, l'elemosina. Il detto 14 ricorda che "Gesù disse loro:/"Se voi digiunate,/ cadrete in errore per vostra colpa, /e se voi pregate, /sarete condannati, /se farete elemosina, / farete del male al vostro Spirito".

E guardando ancora al Vangelo di Tomaso, il detto 39, di incredibile attualità, non lascia dubbi: "Gesù ha detto:/ "il fariseo e lo scriba / hanno rubato la chiave della conoscenza / e l'hanno sotterrata. / Così non solamente non sono entrati, ma non / Hanno lasciato entrare quelli che volevano. / Perciò voi siate prudenti come le serpi / E puri come le colombe". Il tema della conoscenza (non certo intesa come "logica", come "ragionamento", ma come conoscenza di se stesso e di Dio) è fondamentale nel Vangelo di Tomaso. "Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato; quando avrà trovato di stupirà. Quando si sarà stupito, si turberà e dominerà su tutto" (2); "Conosci ciò che ti sta davanti, e ti si manifesterà ciò che ti è nascosto" (4). Nei Vangeli sinottici le chiavi della conoscenza, sono invece "le chiavi del Regno" che è comunque da ricercare nell'intimo di ogni persona, che è sostanzialmente di origine divina.

Analogamente il detto 67 propone uno dei temi centrali delle culture che si ispirano alla complessa koinè indo-iranica-siro-palestinese, e cioè, la conoscenza di sé , del proprio ruolo nel sistema del Creato, è elemento inderogabile per la conoscenza di Dio: "Gesù ha detto:/ "Colui che conosce il Tutto, /se perde se stesso/ perde il Tutto".

Ancora più esplicito è il detto 111: "Il cielo sparirà e la terra / di fronte a voi / e il Vivente uscito dal Vivente / non vedrà né morte né paura / perché lo Gesù Cristo, vi dico: /Se uno trova se stesso / il cosmo è nulla di fronte a lui!". La gnosi è la presa di coscienza non intellettuale, ma comportamentale (è cristiano colui che agisce fide et factis dirà Berto di Liebana), della filiazione divina; è la scoperta del vero essere di Dio rispetto all'uomo.

Gesù (detto 77) si presenta, dunque, non solo come il principio e la fine, come il passato ed il futuro, ma come il Tutto, non come una categoria filosofica, ma come insieme di esperienze "cosali" "presenti" "adesso", nell'Universo Mondo: "Gesù ha detto: "lo sono la luce /che si diffonde su tutti./Io sono il Tutto./Il Tutto esce da Me/ e il Tutto ritorna in Me./Tagliate del legno: io sono lì./Sollevate una pietra, /mi troverete lì"".

"Il Regno" "è già sulla terra". Va raggiunto in questo mondo, non bisogna aspettare, come con lamentevole enfasi si legge nei nostri necrologi, "il ritorno alla casa del Padre". Non è proiettato, come nella tradizione occidentale, nell'altro mondo (detto 113): "I discepoli gli chiesero: / "Il Regno in che giorno verrà?". / "E' inutile l'attesa, / non si dovrà dire: "Ecco, è qui!"./ Ma il Regno del Padre / è già sulla terra / e gli uomini non lo vedono!"."

Ogni uomo, ogni cosa, sarà consapevolmente partecipe, già oggi, di questa Unità (detto 108) "Colui che beve alla mia bocca, /diventa come Me /e Io divento Lui/e ciò che è nascosto gli è rivelato"".

Ed ecco la componente misterica, iniziatica del cristianesimo delle origini. Nella tradizione della koinè indo-iranica-siro-palestinese, che largo spazio avrà nell'Alto Medio Evo europeo, si conosce il Tutto bevendo alla bocca di Cristo, diventando Cristo nelle proprie azioni nella vita di quaggiù. "Senza le opere, la fede è morta", ricorda san Giacomo "fratello del Signore" e San Beato di Liébana gli farà eco, ricordando che si è cristiani "Fide et factis": "Non se autem glorietur esse christianum, qui nomen habet, et facta non habet: ubi autem nomen secutum fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit". (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7-11). Visto che il latino non si fa più a scuola, traduciamo: "Senza dubbio non si può vantare di essere cristiano quello che ha il nome, ma non lo stile di vita; certamente sarà cristiano quando sarà fedele a questo nome e lo realizzerà con la sua condotta. E' veramente un cristiano colui che con la fede e con i fatti si manifesta come un cristiano, camminando, come camminò colui dal quale riceve il nome".

Bisogna dire che spesso lo ripete anche San Paolo, che avendo scelto (lui che pure era formato in quella composita cultura della koinè) di tradurre nei linguaggi dell'Occidente il messaggio di Cristo, comunicandolo con le categorie filosofiche del mondo greco, è troppo spesso frainteso. Il battesimo, l'atto iniziatico per eccellenza, diventa un fatto puramente concettuale. La normalità del presente assume il carattere del kairòs, dell'evento eccezionale. Nei secoli successivi ci si sforzerà di ridurre il messaggio di Cristo al solo Occidente ed alle sue categorie di pensiero. Sarà cancellata l'analogia e la percezione sensoriale. Il cristianesimo diventerà la religione del potere. Ma le chiese di San Pedro del Nave, di Quintanilla de la Viñas, di San Juan en Baños de Cerrato, del VII secolo, e poi le tante chiese e codici del IX-XI secolo stanno a dimostrare che il cristianesimo delle origini è un'altra cosa.

Il Vangelo di Filippo è anch'esso pervenuto in una versione copta. E' ritenuto della seconda metà del II secolo, mostra una buona conoscenza della tradizione sinottica e paolina e sembra provenire dalla Siria occidentale, ed è fondamentale, come detto, per riconoscere i significati simbolici della cultura iconica dell'altomedioevo e del medioevo europeo.

 

L'arca di Noè, la barca, l'assemblea dei salvati

A lungo si è discusso sul significato dell'oggetto che Filippo tiene in alto sulle braccia nel capitello di San Pedro de la Nave. Anche qui, dalla prospettiva di una foto presa ad altezza d'uomo, l'importanza dell'oggetto è molto ridimensionata. Si è pensato anche all'arca di Noè, e credo che una lettura del Vangelo di Filippo sgombri il campo dai dubbi: "allorché il velo si squarciò, e l'interno sarà manifesto, questa casa sarà lasciata deserta, meglio, sarà distrutta. Ma non tutta la divinità fuggirà da questi luoghi nel santo dei santi, giacché non potrà unirsi alla luce pura e alla pienezza senza deficienza, bensì sarà sotto le ali della croce e sotto le sue braccia. Quest'arca sarà la sua salvezza, allorché su di quelle si alzeranno le acque del diluvio. Coloro che fanno parte della tribù sacerdotale, potranno penetrare al di là del velo, insieme col sommo sacerdote. Per questo il velo non si è squarciato soltanto in alto, poiché si sarebbe aperto unicamente per quelli dall'alto; né sì squarciò soltanto in basso, perché si sarebbe manifestato unicamente per quelli dal basso. Ma si è squarciato dall'alto in basso. Quelli dall'alto hanno aperto per noi che siamo dal basso, affinché possiamo entrare nel segreto della verità". (Vangelo di Filippo 84,30, 85).

Ancora più avanti (86,10) si legge "…egli ha già ricevuto la verità per mezzo di immagini".

Filippo nel capitello di San Pedro de la Nave innalza un simbolo multivalente che riassume tutte le scritture: l'arca dell'alleanza, l'arca di Noè, la barca, segno di della nuova alleanza e della salvezza, della chiesa, intesa come umanità tutta intera dall'inizio alla fine dei tempi. L'intero popolo di Dio è la tribù sacerdotale che penetra al di là del velo. Tra l'altro è questo il momento in cui la chiesa, ma non la chiesa gerarchica, è raffigurata come una barca su cui tutti salgono (miniatura di Wurzburg, Gallarus Oratory). Solo più tardi (vedi la navicella di Giotto) la barca è la Chiesa gerarchica che salva e sulla quale si accede per concessione di Pietro o del suo vicario.

L'autore della scultura di Filippo, quasi a significare che: "Luce e tenebre, vita e morte, destra e sinistra, sono tra loro fratelli" (Vangelo di Filippo, 53,10), e che tra il canone romano e gli apocrifi non c'è contrapposizione, ma "sensibilità" e "culture" diverse, con il simbolo della barca richiama la prima lettera di Pietro.

Puntuale è il commento di Beatus de Liébana: "Arca Noe typus Ecclesiae fuit, dicente apostolo Petro…Et ut in illa omnium generum animalia, ita et in hac Ecclesia universarum et gentium et morum homines sunt: ut ibi pardus, et haedi, et leo, et lupus, et agni; ita et hic iusti, et peccatores, id est, vasa aurea, et argentea cum ligneis et fictilibus morantur" (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 10, 100).

A questo punto è utile un sommario esame del vangelo di Filippo. I temi rimandano al Vangelo di Tomaso. Ancora una volta l'arma del Cristo non è la sofferenza, ma la conoscenza. "La conoscenza ci rende capaci di diventare liberi" (77, 30). "Colui che ha la conoscenza della verità è libero…La verità è madre, ma la conoscenza è padre" 87,20). "La conoscenza ci rende capaci di diventare liberi" (77, 30)."Fintanto che la radice del male è nascosta, è forte; ma quando è scoperta si dissolve" (83,10). "L'ignoranza è la madre di ogni male" L'ignoranza si risolverà in morte, perché quanti provengono dall'ignoranza non erano, non sono e non saranno" (83,30). Si noti la stretta analogia con Isidoro di Siviglia (Etim.X,626). "Se conosciamo la verità, troveremo in noi stessi i frutti della verità" (84,10). "Coloro che affermano "Il Signore è morto e (poi) è risuscitato" sbagliano. Egli infatti prima risorse e (poi) morì. Chi non ottiene prima la resurrezione, costui morirà" (56, 20). Nella chiesa di San Pedro del la Nave, significativamente, non c'è crocifissione.

Ancora una volta non c'è il dualismo tanto caro alla tradizione ellenistica: "Luce e tenebre, vita e morte, destra e sinistra, sono tra loro fratelli" (53,10). Ed ancora: "La verità è una unità, ma è anche molteplicità per noi, affinché impariamo tale unità attraverso la molteplicità" (54,15).

E' sottolineata l'importanza dell'esperienza della vita presente: "Tu hai visto lo spirito e sei diventato spirito; tu hai visto Cristo, e tu sei diventato Cristo; tu hai visto il Padre e diventerai Padre" (61,30). E' riaffermata l'esperienza simbolica: "Gesù dissimulò segretamente ogni cosa. Egli infatti non si manifestò quale era, ma si manifestò come lo si poteva vedere…Si manifesto grande ai grandi e piccolo ai piccoli…" (57,30); "Egli si è manifestato in questo luogo per mezzo si simboli e di immagini"(67,35); "la verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli e immagini. Non la si può afferrare in altro modo" (67,10).

 

Le supposte origini cristiane dell'Europa,

Come si fa a parlare di pace, se è normale, ovvio che i manuali accademici e scolastici siano regolarmente caratterizzati da incredibili omissioni sulla storia dell'uomo? Mentre si discute da ogni parte delle supposte origini cristiane dell'Europa, e mentre si pensa di assistere ad un impegno eccezionale contro la guerra, da parte del papa Giovanni Paolo II, vengono elaborate e diffuse teorie e tesi fortemente ideologizzate, che, determinando la formazione e l'educazione degli europei e della cristianità occidentale, concorrono a definire il panorama di inevitabili scontri di civiltà, di culture, di potere, di economie nel quale viviamo.

Quando tanti anni fa cominciai a studiare i collegamenti, nella tarda antichità e nel Medioevo, tra le regioni occidentali ed il vicino e medio oriente, l'Africa ed i territori asiatici, mi insegnarono che bisognava dar conto di tutta la bibliografia fino allora prodotta e bisognava tener conto di tutti gli elementi documentari fino ad allora disponibili. Le omissioni andavano considerate gravi errori.

Oggi l'omissione nei manuali accademici e scolastici è la regola. E' il caso del volume dell'Archivo Español de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, edito dal Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de España.

Non solo sono ignorati alcuni lavori a stampa su riviste e pubblicazioni internazionali la cui citazione ed il cui esame possono essere non condivisi, ma non possono essere omessi. Sono ignorate persino pubblicazioni dello stesso Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de España: vedi Anuario de Estudios Medievales, 9, Barcelona 1974-79, pp.77-126.

Soprattutto vengono taciuti alcuni elementi fortemente significativi, che servono a definire un quadro estremamente complesso della realtà altomedievale.

Mi riferisco ad esempio, alla raffigurazione degli apostoli Filippo e Tomaso (ma non c'è nessun segno che li identifichi come apostoli), la cui presenza a San Pedro de la Nave è giustificabile solo con l'attribuzione a loro di alcuni fondamentali vangeli apocrifi; la presenza massiccia di culture e religioni, ad esempio mazdea, nella Penisola Iberica che da soli giustificano i tanti elementi sasanidi cosiddetti decorativi nella scultura altomedievale.

La Penisola iberica, durante i secoli VI e VII

"…la Penisola iberica, durante i secoli VI e VII appare come un laboratorio artistico aperto ad alcune correnti necessariamente in ebollizione e in circolazione nel Mediterraneo. Questo spiegherebbe per esempio le somiglianze tecniche che l'architettura visigotica ha con alcuni elementi derivati dalle terre siriache dell'interno o i parallelismi di certi motivi decorativi (i grifoni di Quintanilla o i pilastri di Lisbona) con il repertorio sasanide". Cosi F. ARCE SAINZ, nell'Archivo Español de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, pag.87.

Non si tratta soltanto di un "laboratorio artistico", e non solo di correnti "mediterranee", ma di un laboratorio di culture diverse, molte mediterranee, molte derivate da quella koinè indo-iranica-siro-palestine di cui si hanno testimonianze sempre più evidenti, alcune africane ed altre continentali, nate nella più lontana India, che si incontrano, si integrano, interagiscono tra di loro, confermando la complessità culturale dei secoli che hanno visto la nascita e la diffusione del cristianesimo, che subito, fin dalle origini, si connota nel vicino oriente, in Africa e nella stessa Europa in modo "plurale".

Mi riferisco in particolare alle chiese di Quinanilla de las Viñas, non lontana da Burgos, di San Pedro de la Nave, nella provincia di Zamora; di san Juan en Baños de Cerrato, nei pressi di Palencia. Si tratta delle uniche chiese conservate in Europa del VII secolo che presentano delle sculture realizzate secondo programmi più comunicativi che iconografici consapevolmente progettati.

Queste tre chiese, come ho ricordato, sono oggetti storici e religiosi e come tali vanno studiati.

Sono tre documenti di straordinario interesse che possono consentire il riconoscimento della complessità culturale e religiosa di secoli che si vuole completamente dimenticare. Sono tre edifici lungo le strade che portano a Finisterre, considerato fin da epoca assai remota come il punto più occidentale dell'Occidente, dove il sole si getta nel mare a fecondare la terra e meta di metodici pellegrinaggi preistorici fin dal più lontano Oriente. Nel IX secolo il "sito" non cristianizzato con l'"invenzione" della tomba di san Giacomo e diventerà, fino ai nostri giorni, uno dei luoghi fondamentali del pellegrinaggio cristiano.

Certo è che nella Spagna dell'alto medioevo, nell'età visigotica, nel periodo mozarabico e in genere nell'epoca preromanica, esistono alcune chiese di chiara e forte derivazione Vicino orientale, con particolare riferimento alla Siria ed alla Persia, ed a quel mondo sasanide che è, va detto, di religione zoroastiana. Queste chiese sono legate alla cultura, alle manifestazioni plurali ed alla tradizione "apocrifa" del cristianesimo dei primi secoli, non solo nei motivi formali, o nei repertori decorativi, e nelle ricchezza creativa, ma nei profondi significati simbolici e religiosi, nei linguaggi iconici comunicativi, negli elementi di culto.

Dalla lettura delle tre chiese emerge una realtà storica molto diversa da quella che viene raccontata dai nostri manuali accademici (vedi nell'Archivo Español de Arqueologia, op.cit.) e scolastici.

Oggi si scarta l'idea di contatti culturali diretti con la Persia dei Sasanidi (J.Marie Hoppe, in Archivo Español de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, pag.320) dimenticando il gran numero di zoroastiani che vivevano nella Spagna.

Non mancano, infatti, studi pregevoli che, però, vengono completamente dimenticati. Ad esempio Miguel Cruz Hernández (El Islam de Al-Andalus, Madrid 1992, p166) ricorda che: "La espansione iniziale dell'Islam, avendo luogo in territori socialmente molto organizzati e di popolazione cristiana, giudea e mazdea, dette origine ai tributari…". Nell' VIII secolo, quindi, i territori della Spagna non solo sono socialmente molto organizzati, ma sono popolati da molti, che, com'è noto, sono di origine persiana. E questo capita non solo in Spagna. Basta ricordare come nella Francia merovingica i defunti, per sottolineare che sono destinati alla resurrezione, vengono avvolti in stoffe sasanidi e basta guardare la grande diffusione dei luoghi di culto mazdei e mitraici anche nell'Europa continentale.

Va ricordato che anche a Roma, nei mosaici dell'arco trionfale di Santa Maria Maggiore, del 430, i Magi che visitano il bambino Gesù (a cui il bambino Gesù si manifesta) vestono abiti sasanidi e vengono identificati dalla tradizione come zoroastriani. Vanno ricordati anche i frequenti contatti degli stessi cristiani con la Terra Santa, come conferma l'itinerario di Eteria, quasi certamente una galata!

Non è tutto semplice o semplificato come si legge nei nostri manuali. Da una parte le popolazioni locali incivili e pagane, dall'altra i cristiani perseguitati che portano la civiltà e la vera religione. Non è vero che l'Europa del VI - VII secolo è tutta cristiana. Guardiamo ad esempio alla Spagna. Solo per fare qualche esempio, non esauriente, di questa complessità, non sarà difficile riconoscere, accanto ai molti abitanti indigeni cristiani che si rifanno però non ad una chiesa centralizzata, ma a tante tradizioni plurali, ai tanti ebrei, ed ai tanti mazdei, ai berberi (molti sono cristiani-africani), non sarebbe difficile riconoscere, ed in gran quantità, visigoti, celti, popolazioni locali cosiddette preindoeuropee, un mosaico di popoli arabi (e arabi cristiani), persiani, mesopotamici, anatolici e siriaci, popoli centro europei germani, slavi, popoli asiatici, (eredi, fin dal I secolo a.C., delle invasione "barbariche", ma anche protagonisti di nuove continue immigrazioni, se non altro in veste di schiavi), indiani, nuclei cristiani indipendenti (nei territori della Penisola Iberica, inizialmente in quelli definiti dall'VIII secolo come "Al Andalus", nascono quelli che saranno presto detti mozarabi).

           

Alcune considerazioni vanno ancora fatte:

Quintanilla de las Viñas e San Juan en Baños de Cerrato

La comunicazione iconica della chiesa di Quintanilla de las Viñas non lontano da Burgos, è certamente più vasta, ma più frammentaria e più difficile è il disambiguamento. Di dimensioni notevoli, è rimasta solo una parte del transetto e l'abside. Il paramento murario è "more ghotico", con pietre ben squadrate. "More ghotico", significa secondo un'abitudine straniera. Sarà in seguito chiamato "ghoticum officium" la liturgia diversa, come quella mozarabica, dall'"ordo romanus", anche quando avrà caratteri decisamente orientali.

Già all'esterno sono presenti elementi figurali, simbolici, raccolti in 2 fasce, che diventano 3 nel muro della testata quadrata dell'abside. Sono uccelli, pavoni, papere, tralci, uva, foglie disposte a stella, monogrammi. Su un architrave c'è anche una conchiglia, simbolo di vita eterna.

Il fedele avvicinandosi all'edificio già, prima di entrare, "evoca" i sacri riti. E' attivata la conoscenza

attraverso la messa in moto di tutti i meccanismi della visione e della percezione sensoriale.

I "riti" che si svolgevano all'esterno preparavano certo ai "riti" dell'interno. Gli studi di antropologia culturale non lasciano dubbi in proposito. Come non lasciano dubbi gli scritti sacri, anche quelli canonici. Il velo si è squarciato: c'è un superamento della sacerdotalità e della ritualità "ebraica". Ormai tutto il popolo di Dio può accedere all'interno:. Può vedere, conoscere l'interno. L'interno sarà manifesto. Anche il Vangelo di Filippo lo sottolinea: "allorché il velo si squarciò, e l'interno sarà manifesto…Coloro che fanno parte della tribù sacerdotale, potranno penetrare al di là del velo, insieme col sommo sacerdote…affinché possiamo entrare nel segreto della verità". (Vangelo di Filippo 84,30, 85).

E' questo un tema straordinariamente ricorrente, fondamentale e generalizzato: la facciata all'esterno riassume gli spazi, l'articolazione, la struttura iconica dell'interno. Ne possiamo vederne l'esaltazione nell'architettura romanica.

Lo sottolinea il Vangelo di Filippo: "Sono venuto per rendere…le cose esterne simili alle cose interne. Sono venuto per unirle in quel luogo" (67,31). E' ancora il tema dell'unità nella molteplicità. Ma sono anche i temi fondamentali di un altro testo trovato a Nag Hammadi, il Vangelo di Verità, un originale scritto forse in greco a Roma nel 150 e comunque anteriore al 180 ed assai vicino al Vangelo di Filippo: "Come l'ignoranza di una persona si dissolve da sola, nel momento in cui ella conosce. Come si dissolve l'oscurità nel momento in cui splende la luce, così la deficienza dispare nella perfezione. Da questo momento non appare più l'apparenza esterna: si dissolverà fondendosi nell'unità, mentre ora le loro opere sono disperse. In (quel) momento l''unità porterà alla perfezione gli spazi. Nell'unità ognuno ritroverà se stesso. Nell'unità, per mezzo della conoscenza, egli purificherà se stesso dalla molteplicità; come una fiamma, divorerà in se stesso la materia: l'oscurità per mezzo della luce, la morte per mezzo della vita" (25, 1-20). La conoscenza di sé è la conoscenza della propria origine divina: "essi conobbero che procedevano da lui [il Padre] come i figli da un uomo perfetto…allora ricevettero da lui una forma della sua conoscenza" (27, 11 sgg).

La conoscenza non è certo conoscenza intellettuale e la "gnosi" non è come la definiscono i nostri manuali. Non si acquisisce certo attraverso la concettualizzazione di un ragionamento verbale, secondo le categorie filosofiche della cultura greca. Poiché "la verità non è venuta al mondo nuda", come chiarisce il Vangelo di Filippo, "ma, in simboli ed immagini" (67,10), avremo bisogno di una cultura iconica ben sviluppata e la conoscenza si acquisirà facendo affidamento sulla evocazione, sulla percezione, sul simbolo, sulla percezione sensoriale. Si tratta di "simboli ed immagini" che vanno visti in movimento.

Non è un caso se è ben evidente il riferimento alla cultura sasanide, che è, ricordiamolo, zoroastriana. I seguaci di questa religione, lo ho ricordato, sono presenti in gran numero in Spagna. E non va dimenticata neppure che la cultura mitraica, largamente diffusa in Europa dal I secolo a.C. e poi nella stessa Roma, non solo è un'emanazione della tradizione zoroastriana, ma è di chiara origine indo-iranica.

Per spiegare le sculture di Quintanilla di las Viñas e le assonanze con culture che niente hanno a che vedere con la tradizione dell'arte classica, è così necessario far riferimento all'Oriente bizantino. E' così necessario definire bizantineggiante la cultura iconica della Siria, dell'Armenia, della Georgia?

E fare tante congetture su come queste tradizioni orientali siano giunte nella Penisola Iberica?

La chiesa di Quintanilla de las Viñas appare come uno strumento per la conoscenza per gli uomini del VII secolo: "Colui che si unisce alla verità è congiunto alla bocca del Padre, allorché dalla sua lingua riceverà lo Spirito santo". (VgVerità 26, 30).

E la verità è Cristo.

All'interno della chiesa, a cui si accede attraverso una porticina sul lato destro del transetto, sono due capitelli (due grandi blocchi squadrati), sopra due colonne: l'uno a sinistra, frammentario, con una figura umana con i segni della luna in un tondo sorretto da una figura alata (una seconda è andata distrutta). L'altro a destra con i segni del sole in un tondo sorretto da due figure alte.

L'iconografia è ben nota e presente in molte culture. I due capitelli sono quasi collegati da un grande arco trionfale con i noti simboli scolpiti. Al di sopra una lastra con la scultura del Salvatore.

Entrando nel "santuario", appoggiati alla parte di sinistra c'è un altro blocco squadrato e scolpito, un capitello, con una figura maschile con una croce (Si pensava al Salvatore, ma forse è più giusto pensare a San Pietro?) tra due angeli alati.

Sopra il capitello, due riquadri con figure. L'una regge il libro con entrambe le mani. L'altra ha un braccio alzato con un gesto liturgico.

Appoggiato alla parte di destra c'è un blocco squadrato, ancora un capitello, con una figura forse femminile tra due angeli alati.

Si è spesso ipotizzato (anch'io l'ho fatto) che sia la Vergine Maria, ma si potrebbe dire con ragionevolezza che si tratta di Maria Maddalena, alla quale è attribuito un altro dei vangeli apocrifi assai vicino a quello di Filippo ed a quello di Tomaso, molto usati dalle prime comunità cristiane. In esso è evidente che il peccato non è un'ingiuria fatta a un Dio geloso e vendicatore, che esigerebbe riti riparatori, ma piuttosto un'offesa contro l'umanità e che non bisogna promulgare altra legge se non quella dell'amore fraterno e della condivisione.

Il programma iconografico è ben difficile da ricostruire, ma dobbiamo confermare il forte influsso siro mesopotamico ed iranico per giustificare le forme comunicative e conoscitive di queste sculture. Anch'io infatti pensavo che fossero elementi decorativi, ma ho dovuto completamente rivedere questo convincimento. L'ho rivista alla luce dei mie molti studi ed esperienze sulla comunicazione e sulla conoscenza nelle culture visive ed alla luce dei significati dei vangeli di Filippo e Tomaso.

E' evidente, come molti sostengono, che le norme fissate dai vari concili, anche sull'arredo iconico delle chiese, . siano estremamente prescrittive. Comunque va notato che sono norme sempre più spesso comportamentali - formali e non teologiche.

E poi, ma è così chiaro che valgano per tutti?

Innanzi tutto i cristiani non sono ancora la stragrande maggioranza. Inoltre è fuori di luogo pensare per tutto il Primo Millennio ad un cristianesimo monolitico.

Esistono, inoltre, molte religioni e molti culti che si vanno trasformando, con le buone e con le cattive, ma anche con una lenta osmosi che dura a volte secoli, nel cristianesimo non certo in modo indistinto, ma conservando la matrice delle proprie radici, a volte legate allo sciamanesimo. E' evidente che nascono forme cristiane largamente permeate di altre tradizioni religiose. Ad esempio non si riconosce il grande fermento politico e religioso del VII-VIII secolo, né si riconosce la forza delle culture delle steppe, né l'autonomia della cultura nomadica che, rivendicando la legittimità della propria indipendenza, non ha alcuna soggezione quando viene a contatto con le religioni occidentali del libro, teologicamente strutturate.

Meraviglia l'idea di voler scartare l'idea di voler scartare contatti diretti tra la Persia dei Sasanidi e l'estremo occidente. Ho già ricordato la massiccia presenza di zoroatriani in Spagna ed i mosaici dell'arco trionfale di Santa Maria Maggiore, potrei ricordare il pellegrinaggio di Eteria, potrei ricordare il pellegrinaggio preistorico a Finisterre e la cristianizzazione che è solo dell'VIII secolo d.C. Infatti non va dimenticata la cultura del pellegrinaggio.

Nascono forme (non solo di culto) di cristianesimo legate ad articolate, complesse e ben definite "sensibilità" culturali ed attese religiose. La crescente centralizzazione e gerarchizzazione della chiesa di Roma, estremamente precettistica e dogmatica, porterà a bollare tutte queste forme di eresia ed a cancellare completamente le testimonianze di queste forme di cristianesimo. Ma non sempre avviene con risultati immediati e generalizzati.

Le vicende degli scritti cosiddetti apocrifi ne è testimonianza. Ma la testimonianza viene dal fatto che le chiese locali cristiane si organizzano secondo diverse tradizioni. Dice niente la Francia con gli amici di Gesù e la tradizione provenzale? Lì si preparano nel 2040 ai duemila anni di cristianesimo, ricordando la tradizione provenzale con pubblicazioni, pannelli ad altro, in importanti chiese cattoliche, come ad esempio nella basilica di St-Maximin-la-ste-Baume.

Viene rivendicato persino un primato temporale rispetto alla chiesa di Roma. E' nel 40, infatti, più di venti anni prima del martirio di Pietro e Paolo a Roma, che alcuni amici di Gesù (Maria di Clopa, sorella della Madonna, Maria Salomé madre degli apostoli Giacomo il Maggiore e Giovanni, Lazzaro, il risuscitato e le sue sorelle Marta e Maria Maddalena, Maximino e Sidonio, Sara la domestica nera delle due Marie) sbarcano in Provenza da una barca senza vele, senza remi e senza provviste in cui sono stati abbandonati dagli ebrei di Gerusalemme.

E da questa tradizione si sviluppa la tradizione borgognona che si manifesterà nelle grandi cattedrali, con l'ordine sacerdotale degli amici di Gesù (la chiesa invisibile) complementare e non antagonista con l'ordine apostolico (la chiesa visibile), secondo la testimonianza di Onorio Augustodunense.

E la tradizione del popolo sacerdotale con un solo sacerdote che è Cristo. A giudicare dalle pitture di Santa Maria Antiqua a Roma e dalle sculture di Moissac doveva essere un tema forte nella cultura dei pellegrinaggi.

San Pedro de la Nave, Quintanilla de las Viñas, San Juan en baños de Cerrate. Dobbiamo ricordare quanto la mentalità odierna sia differente da quella antica e quanto sia facile travisare le loro intenzioni e l'operare degli uomini di quei tempi "fide et factis". Certo è che le credenze religiose e le liturgie del VII secolo erano profondamente diverse da quelle che si praticano oggi.

Su San Jaun en Baños de Cerrato, al di là delle discussioni, che non condivido, sulla posticipazione della datazione, ho veramente poco da aggiungere, se non che sorge nei pressi di una grande sorgente (questo non viene quasi mai notato) ed ha un alto significato simbolico. E', inoltre, un documento prezioso dell'accordo tra cattolici ed ariani. Qualcuno, ma senza elementi convincenti, cerca di posticiparne la datazione. Certo è che anche San Domenico, nel suo lungo soggiorno a Palencia, doveva aver visto questa chiesa tante volte. Eppure, nei comportamenti e nella sua predicazione, ignora, in nome del dogmatismo e dell'integrismo cattolico romano, la complessità religiosa del VII secolo.

 

San Juan de la Peña,

C'è in Spagna un altro San Juan, quello de la Peña, così ignorato dagli studiosi delle chiese del VII secolo. E' certo più tardo. Ma la lingua di calcare, umida, riflettente mostra fino in fondo lo specchio in cui si riflette la propria conoscenza (Cfr. A.Thiery, Semantica sociale: messaggio e simbolo (il visionario immaginifico come fonte della storia), in "Potere, società e popolo nell'età Sveva", a cura del Centro di studi normanno svevi dell'Università di Bari (1983)", Bari, ed. Dedalo 1985).

E il 22MARZO.htm 1071, San Juan de la Peña diventa il simbolo della cancellazione dell' esprerienza mozarabica e dell'esperienza cristiana nella Spagna del I millennio.

 

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appendice

VII SECOLO

                Nasce l'Islam: un adattamento delle religione giudaica e cristiana ormai troppo occidentalizzata. A Ovest del Giordano il Cristianesimo acquistò un aspetto ellenistico grazie a Paolo, in vesti Greche, e si sviluppò in una chiesa normativa. A Est del fiume, il giudeo cristianesimo trovò la sua continuazione nell'Islam semitico, grazie a Muhammad, l'Apostolo in vesti arabe, e realizzò autonomamente un monoteismo senza compromessi. Cristo è cercato fuori dalle categorie filosofiche e metafisiche dell'ellenismo. Le grandi lotte contro le "eresie" non toccano mai l'islamismo. Cristiani ed ebrei affiancavano gli arabi nei centri agricoli e sedentari dell'Arabia centrale, dove passavano le vie carovaniere per Siria, Egitto, Etiopia, Palestina, Iraq. L'Arabia centrale fu un territorio sempre indipendente, che sfuggiva ai due giganti di allora: gli imperi bizantino e sasanide. L'islamismo è un ritorno alle origini, al padre Abramo ed è una risposta:

a) all'annullamento dell'identità araba. Muhammad è il profeta che riunisce le tribù arabe e l""espansionismo" musulmano è volto essenzialmente a ricostruire l'Unità araba;

b) alle "vecchie" religioni (in primo luogo cristianesimo e giudaismo) fortemente centralizzate, strutturate ed ordinate gerarchicamente e che si pongono come intermediarie tra Dio e l'uomo;

c) ad un cristianesimo solo ellenizzato, condizionato da una canonicità organizzata, che definisce l'ortodossia, distribuisce patenti di "eresia", rifiuta non solo i testi scritti in lingue diverse dal greco (gli apocrifi e gli gnostici) ma persino l"aramaico e la tradizione apostolica orale, fatta non solo di insegnamenti, di parole, di simboli, di segni e di riti,

d) alle sottigliezze teologiche, cristologiche e mariologiche;

e) ai missionari cristiani che erano o persiani o bizantini ed erano perciò espressione del potere dei due grandi imperi dai quali gli arabi difendevano la loro indipendenza ed identità;

f) ai precetti del giudaismo rabbinico ed alla prevaricante funzione economica esercitata dagli ebrei, popolo eletto. Secondo alcuni Muhammad avrebbe conosciuto solo un cristianesimo "eretico". In realtà, Muhammad accusa i cristiani, che hanno cancellato molte tradizioni apostoliche, di aver falsificato il vangelo. Dà vita ad un monoteismo "arabo" (con tendenze universalistiche) sulla base dei dati della teologie biblica, senza il rituale rabbinico e senza le prescrizioni dei concili ecumenici, suscitando:

a) disaffezione per il culto degli idoli;

b) aspirazione ad una profonda riforma delle strutture sociali e religiose (è vicino al cristianesimo apostolico e contrasta le esperienze del vangelo della grande chiesa di Roma);

c) desiderio di un "libro" rivelato che sia il riferimento delle riforme.

L'islamismo è una religione di legge, molto simile e molto diversa dal cristianesimo. Oltre al Corano, nasce un "corpus di dottrina" che non ne altera i principi fondamentali. Questo corpus (che contribuisce a diffondere cosmopolitismo e tendenze universalistiche) è opera di ebrei, cristiani greci, cristiani siriaci, magi zoroastriani, manichei, mandei, indù, idolatri ellenistici.

VIII-IX SECOLO

                Bisognerà abituarsi a non sacralizzare i padri della chiesa romani e greci, ricostruendo la storia di questi periodi in Europa dimenticando che la cultura del cristianesimo delle origini è pluralista. E' il mondo carolingio, sopravalutando Sant'Agostino, che ha interesse a legarsi alla "romanità".

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In conclusione: per essere cristiani non c'è bisogno della circoncisione culturale.

                Sull' Avvenire del 26 maggio 1996 (Pentecoste ed anche festa di San Filippo Neri) si poteva leggere il bell'articolo di Enzo Bianchi : "Pentecoste, l'anti Babele". "La lingua dello Spirito è la parola di Dio che scende all'uomo e che porta la Chiesa non a imporre il proprio linguaggio, ma entrare nel linguaggio degli altri uomini, a dire "Dio", ad annunciare le meraviglie di Dio secondo le forme e le modalità di comprensione dell'altro". Come ho ricordato, il 26 maggio 1996 ha segnato per me anche un anniversario. 25 anni anni prima, il 26 maggio 1971 tenni, come detto, una lunga relazione all'Accademia dei Lincei, nell'ambito del Congresso internazionale sui Longobardi in Europa. "Che ne sappiamo delle origini del Cristianesimo?" Mi chiesi, tra l'altro. E risposi: "Poco, per non dire nulla". Tutta la relazione, utilizzando i documenti "figurali" e le esperienze sensoriale ed antropologiche, rimetteva drasticamente in discussione (non ero certo il primo, ma utilizzavo una tribuna scientifica di grande rilevanza e pretendevo di promuovere meccanismi conoscitivi di massa) la costruzione storica (e le giustificazioni dei privilegi) che laici e cattolici hanno artificiosamente edificato sulla tarda antichità e sull'inizio del medio evo, per giustificare e sostenere il potere di ristrette élite (lo 0,1% dell'occidente). In una parola mettevo in evidenza quelli che sarebbero stati i punti fermi della mia ricerca che guardava dall'Europa al primo Millennio ed alla mescolanza di etnie, lingue, religioni, culture e che mi avrebbero guadagnato la sinistra fama di "pericolosissimo sovversivo":

1) Il vangelo è per tutti i popoli e per tutte le culture: lo Spirito soffia dove vuole (Gv 3, 8); tutti coloro che sono condotti dallo Spirito di Dio, quelli sono figli di Dio (Rm 8, 14). La missione apostolica non è legata ai soli apostoli Pietro e Paolo. La tradizione apostolica non è legata alle categorie filosofiche e metafisiche ellenistiche diffuse (per di più in chiave minoritaria) nei territori dell'impero romano e venute a strutturarsi teologicamente in occidente, nel corso di alcuni secoli ed in contesti storici economicamente, socialmente, antropologicamente definiti. Il messaggio cristiano , come tanti altri messaggi religiosi, è per universum mundum (e il mondo conosciuto nell'antichità somiglia molto a quello attuale. Il continente americano è la misteriosa "quarta pars" dei mappamondi medievali) e non solo per omnes gentes (il mondo conosciuto solo dagli occhi occidentali, i confini dell'impero romano, con al centro il Mediterraneo). Anche l'Australia non fu "scoperta" dagli europei qualche secolo fa, ma fu raggiunta dagli asiatici almeno 4.000 anni fa.

Per esser cristiani non c'è bisogno della circoncisione culturale. L'adesione al vangelo richiede l'adesione a Cristo e non a preti, dogmi o chiese. Comunque, anche nei confini geografici dell'Impero Romano la storia si è svolta in modo un po' diverso da come la si racconta. Viaggiavano gli uomini (popoli interi) e viaggiavano le merci dall'estremo oriente all'estremo occidente, dall'Etiopia e dall'Africa orientale all'India. Il cristianesimo non si costituì soltanto né secondo le forme ebraiche (Gesù di Narareth, riconosciuto dal vecchio Simeone come il profeta liberatore, il Cristo del Signore, squarciò con la sua morte il velo del Tempio, a significare una vittoria sul sacerdotalismo ebreo), né secondo lo stile conoscitivo, di vita sociale ed economica del mondo ellenistico (Gesù di Narareth, con il suo spirito sovversivo e rivoluzionario, eliminato nel corso dei secoli dal sacerdotalismo, dal sistema ecclesiastico, cristiano e cattolico, non propose certo l'ordo romanus). Il cristianesimo si costituì secondo le forme delle culture che incontrava ed incontrò in Europa, in Africa, anche quella "Nera", in Asia.

2) anche nei territori dell'occidente (Roma compresa) esisteva già nel primo secolo una pluralità di etnie, di culture e di religioni ed uno scambio, anche di merci, con i territori dell'Africa nera, dell'Europa e dell'Asia centrali, del medio ed estremo oriente così sistemico che non ha ancora uguali nell'epoca moderna, malgrado la globalizzazione. Il cristianesimo, le tante forme di cristianesimo, convivono nella Roma imperiale (in una città profondamente multiculturale, multietnica e multireligiosa e molto poco romana e greca) e nelle regioni europee con infinite religioni (almeno 30 nuclei primari; molte di più se si tiene conto della pluralità di opinioni e di culture che si riferivano ai vari culti ed alle varie religioni), molte delle quali autenticamente orientali, dell'Asia Minore, della Mesopotamia, della Persia, dell'India, dell'Asia Centrale, della Cina. A Roma ed in Europa il cristianesimo dovette assumere tante "inculturazioni". Esisteva una pluralità di opinioni. Nei primi quattro secoli presero il sopravvento i gruppi cristiani che si legarono al vecchio establishment (che, ricostruendo il sacerdotalismo rotto dal vangelo, adottavano l'origine divina della gerarchia e l'obbligo della subordinazione). A Roma, nel II secolo prende il sopravvento un gruppo che, definendo la grande chiesa, struttura una dottrina unica ortodossa, lontano dalle radici del cristianesimo, dalle manifestazioni palestinesi ed orientali e dal pluralismo culturale, per identificarsi ed incardinarsi nella cultura e nelle categorie filosofiche greche e romane. Dandosi naturalmente strutture di gestione: da qui l'idea del sacerdozio cristiano. Nel 1996 ricorrevano i 1500 anni del battesimo di Clodoveo e della conversione delle genti merovingiche e della nazione Franca, che dal quel momento riconosce la propria unità. Ci sono state grandi dispute. Alcuni rivendicano che le radici della Francia sono cristiane. Il battesimo portò alla nascita della nazione. Altri richiamano la tradizione celtica. E' nell'unità celtica che va riconosciuta la nascita della nazione Franca. Quando nel 496 (o negli anni successivi) avvenne il battesimo di Clodoveo, il cristianesimo era presente in Gallia già da 350\400 anni e si era mescolato, assumendone gli stili ed i codici comunicativi e culturali, con le culture celtiche, africane, slave, vicino orientali, centro asiatiche e dell'estremo oriente. Con la seta a Roma ed in Europa erano presenti gli indiani con la loro cultura e le loro religioni. Le merci, come ci ha insegnato Giorgio Nebbia, conservano incorporato il lavoro, la fatica, la cultura di chi le ha prodotte. Il vangelo cosiddetto gnostico di Tomaso (che risale al più tardi alla metà del II secolo e che circolava nell'Europa altomedievale) sembra essere una testimonianza dell'incontro tra induismo, buddhismo e cristianesimo. Clodoveo e la sua gente, accettando il battesimo, non accettarono la romanizzazione, ma si resero consapevoli del rispetto della complessità culturale, etnica e religiosa delle terre in cui regnavano. La nazione franca (o per lo meno la fortuna politica dei merovingi) nasce probabilmente dall'atto di accettazione del cristianesimo, ma anche dalle manifestazioni culturali e religiose celtiche, africane, slave, vicino orientali, centro asiatiche e dell'estremo oriente. E' una nazione che nasce nella globalizzazione delle culture, delle etnie, delle religioni. Le regioni della Gallia rivendicano percorsi diversi nella stessa evangelizzazione: Ireneo, Ilario, Martino, Remigio, Thierry, Giulio, la Maddalena solo per citarne alcuni nomi. Come si fa a definire la Gallia la figlia prediletta della chiesa di Roma?

3) Il cristianesimo romano che noi conosciamo è un prodotto di Costantino e del Concilio di Nicea (un concilio occidentale, che escluse l'ecumenismo e la pluralità delle evangelizzazioni). La definitiva assunzione delle categorie filosofiche greche da parte del cristianesimo è solo del V secolo.

La storia dell'uomo viene ricostruita utilizzando solo le pochissime testimonianze scritte che si sono salvate dal furore degli anatemi dei vincitori. La maggior parte dei documenti sono andati certamente persi. Non va dimenticato che molti popoli e la maggior parte delle culture hanno preferito usare come promemoria opere, cose ed esperienze figurali, gestuali, sensoriali, percettive, ritmiche, musicali, visive ed orali. Con l'assunzione delle categorie filosofiche ellenistiche, larga parte delle testimonianze cristiane anteriori, sviluppate nella stessa Europa, furono cancellate nel V secolo. Comunque il metro di lettura che porta a leggere i pochi promemoria che si conservano secondo la concezione delle categorie filosofiche e metafisiche ellenistiche del razionalismo del mito, del trionfalismo, dello spettacolarismo, dei prontuari di comportamento, dei precetti da osservare, delle analisi da fare, individualista, letteraria, è a dir poco insufficiente. Il mondo (antico e moderno) va letto anche attraverso lo psicologismo del simbolo e l' antropologismo (comunitario e solidale) e la creatività della parola parlata e del gesto globale, della analogia e della percezione, delle esperienze motorie e sensoriali, della "cosalità", della sistemica connessione dell'uomo con il cosmo e l'ambiente naturale, dei percorsi psichici conoscitivi, della visione profonda, della conoscenza globale sciolta dai rapporti logici di casualità.

Non si può leggere il passato o il presente secondo l'ottica dei propri linguaggi e dei propri schemi logici

Quando i crociati andarono a "liberare" il sepolcro di Cristo trovarono in Asia ed Palestina molte comunità cristiane che ignoravano l'esistenza di Roma e di Costantinopoli. E le sterminarono, per cancellare dei testimoni scomodi. C'erano molti arabi cristiani. Del resto il confine tra islamismo e cristianesimo non legato alle categorie filosofiche greche è molto labile. Ci furono "spaventosi massacri di ebrei e di musulmani", ma anche di cristiani non occidentali, che non solo erano estranei ad una teologia informata a quelle che diventeranno le categorie aristotelico-tomistiche, ma erano estranei ad un cristianesimo teologicamente strutturato. La tradizione orientale (e Paolo la conosce bene) esclude forme di catechesi prebattesimali, riconosce nel battesimo l'unica forma di conversione che porta a trasformare il credente: non sarete più cristiani, ma Cristo. Il cristianesimo del primo Millennio guarda all'autorevolezza di chi, nella vita sociale di tutti i giorni, si fa Cristo: questi sono i santi. Per il credente deve esserci la consapevolezza che risponde all'invito dello spirito nelle strutture e nei condizionamenti istituzionali dell'epoca e della cultura in cui vive.         Certo è sintomatico che i grandi santi cristiani nei primi secoli siano gente qualunque, che proviene da località imprecisate del mondo. Dal V secolo diventano rigorosamente rampolli di famiglie nobili possibilmente romane.

Note bibliografiche di Antonio Thiery relative a San Pedro de la Nave, Quintanilla de las Viñas, San Juan en Baños de Cerrato: Note sull'origine della miniatura mozarabica, in "Commentari", XVII, n.IV, 1966, L'Oriente e le origini delle miniature precarolinge, in "Commentari", XVIII, n.II- III, 1967, Problemi dell'arte e della cultura in Europa nei secoli VI-VIII, in "Atti del Convegno internazionale sul tema: La civiltà dei Longobardi in Europa" (1971), Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1974, La cultura e l'arte precarolingia e protomozarabica, in "Settimane di studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medio Evo, XX, I problemi dell'Occidente nell'VIII secolo", Spoleto (1972) 1974, Note sulla scultura europea dell'alto medio Evo, in "Anuario de estudios medievales", Barcelona, 1974-79. Consejo Superior de Investigaciones cientificas, Semantica sociale: messaggio e simbolo (il visionario immaginifico come fonte della storia), in "Potere, società e popolo nell'età Sveva", a cura del Centro di studi normanno svevi dell'Università di Bari (1983)", Bari, ed. Dedalo 1985, A che punto è la questione mozarabica, in "Arte Medievale, rivista internazionale di critica dell'arte medievale", Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, II, 2,1988, La cultura iconica irlandese: problemi di metodo per la conoscenza dell'alto medievo italiano, in "Convegno internazionale di studi di storia dell'arte per il primo centenario della nascita di Mario Salmi", Arezzo-Firenze (1989), 1993.

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