Quintanilla de la Viñas,
San Pedro de la Nave, San Juan
en Baños de Cerrato: dolore-sacrificio e/o conoscenza di sé per la conoscenza
di Dio.
A ricordo di un viaggio in
Spagna dell'agosto 1969 con Marina.
(9/4/42 - 10/8/02) 
Marina
nell'agosto 1969 a San Pedro de la Nave nei pressi di
Zamora.
Antonio Thiery, 9
aprile 2003
Abstact
In questi giorni di guerra,
voglio ricordare il 9 aprile, il 61° anniversario della nascita di Marina,
facendo memoria di un viaggio del 1969 nella Spagna del
nord, legato per noi a ricordi sereni. Allora si pensava che un mondo nuovo
fosse non solo possibile, ma a portata di mano. Dopo pochi mesi sarebbe
scoppiata la bomba a piazza Fontana.
I miei interessi si legavano
a quelli di Marina che non aveva ancora rinunciato del tutto ai suoi studi
accademici di archeologa orientale. Era un viaggio di
studio sulle origini composite della civiltà occidentale. E' lì nella Spagna
del Nord che rimangono le uniche testimonianze della
complessità dei primi secoli della nuova era, che rimandano alla chiesa
apocrifa primitiva ed ai popoli arabo pre-islamico e
persiano. A quei territori oggi devastati dalla guerra. Sono solo tre chiese
del VII secolo, preislamiche, scampate
chissà perché al furore iconoclasta e agli anatemi del potere, che nei secoli,
hanno distrutto in Europa le testimonianze (libri, edifici, chiese,
suppellettili, paesaggi, città intere) delle sue origini complesse: San Pedro de la Nave, Quintanilla de las Viñas, San Juan en Baños de Cerrato.
E' evidente l'
influsso "sasanide". Il Cristo delle
origini doveva essere ben diverso da quello professato dall'umanesimo europeo. E lo stesso cristianesimo, per collegare il messaggio del
Cristo alle culture dell'uomo, era naturalmente poligenico.
E' noto che la religione zoroastriana (i sasanidi erano zoroastriani) e la tradizione mitraica,
non certo contrapposte al cristianesimo, erano
capillarmente e massicciamente diffuse in Europa nel III-V secolo. Tra il IV e il V secolo i seguaci di Mitra saranno sterminati,
soprattutto a Roma (ecco tanti dei martiri romani!), ma gli zoroastrianiani
sopravviveranno ancora, ed in gran numero, ad esempio
in Spagna, nell'VIII secolo.
Qual è il manuale accademico o
scolastico che lo ricorda? Non sarebbe un atto di pace, costruire una storia
meno fantasiosa?
Oggi, invece, sconcerta il fatto che, a motivare ed a sostenere la guerra,
si facciano coincidere molti degli "stati canaglia" con quei
territori - Palestina, Siria, Mesopotamia, Persia, Afganistan, Arabia, Nubia, Sudan, terra degli Etiopi - che
hanno marcato la nascita della civiltà occidentale e molti caratteri complessi
della nostra civiltà cristiana, che pure, almeno a livello di manuali
accademici e scolastici, vogliamo semplificare, considerandola esclusivamente
derivata dalla cultura "greca".
Mi sconcerta e mi sgomenta la caparbietà e sistematicità con cui gli studi
accademici ed i materiali divulgativi europei di questi ultimi 30 anni negano
queste composite radici della cultura e della civiltà occidentale, ben note da
sempre e fino a pochi anni fa oggetto di studio attento ed appassionato. Forse
per nascondere i massacri e gli stermini di altre
culture e religioni, di popoli interi, fatti in epoche passate, in nome di Dio
e di Cristo, senza aspettare nazismo e stalinismo, e che ancora continuano.O forse, e senza forse, per giustificare la
rivendicazione dei privilegi di quel 20% del mondo che gode dell'80% dei beni
della Terra. Questi sono i frutti dell'umanesimo europeo?
Ora si continua con questo
furore cancellando anche gli studi che hanno messo in
evidenza questi rimandi alla complessità.
Per arrivare alla pace, in
questi giorni di guerra, voglio ricordare Marina (coincide anche l'8° mese
dalla morte), rievocando quel viaggio, quelle chiese e le loro origini da quei
territori che da tanti secoli andiamo saccheggiando e
che oggi bombardiamo.
Premessa
1.
Queste osservazioni trovano spazio sul Web e non su una rivista scientifica.
Forse è più facile che incontrino l'attenzione di qualche lettore, perché
trattano dei secoli a cavallo tra l'età classica e quella moderna, quando nella
nostra Europa convissero, si incontrarono e si
mescolarono per oltre un millennio molteplici forme di culture, di religioni,
di civiltà. E' un coagulo complesso che si pretende di ignorare. La
manualistica scolastica ed accademica sono impegnate a
divulgare e a sostenere una visione favolistica ed ideologica della storia e ad
omettere quanto intralcia gli interessi della classe egemonica dominante
dell'occidente. Soprattutto quando emerge in modo netto la dipendenza da quelle
culture e da quelle terre (come l'Iraq, la Siria, l'Iran, la Palestina, il
Sudan, L'Etiopia e la Somalia) sottoposte allo
sfruttamento, alla guerra ed all'imperialismo.
Le omissioni e le manipolazioni della storia
sono, infatti, i più potenti fattori di gestione del potere. Tutto
mira alla estrema "semplificazione". Conseguentemente, vengono cancellati popoli, culture, religioni, secoli di
storia. Centinaia di culture, di culti e di religioni, di civiltà spesso di grande rilievo, diventano la marmellata indistinta definita
spregiativamente dei "pagani" e dei "barbari". Le tante
correnti di un cristianesimo poligenetico vengono
ricondotte alla struttura teologica che si ricava dai pochi scritti
riconosciuti come canonici, rafforzando l'idea che al di fuori delle categorie
filosofiche e retoriche greche non c'è cultura, conoscenza, civiltà, ricerca di
Dio. Non c'è Cristo.
A partire dalla fine degli anni Sessanta, in
coincidenza con la pubblicazione degli scritti ritrovati a Nag
Hammadi, io stesso, impegnato a studiare i codici mozarabici, dedicai più di uno scritto alle chiese spagnole di età visogotica su riviste e
repertori importanti.
Nell'agosto del 1969, Marina (che proprio oggi, 9
aprile, avrebbe compiuto 61 anni, e che di formazione era un'
archeologa orientale, con una tesi sugli altarini sud-arabici) ed io,
visitammo molte delle chiese altomedievali della
Spagna del Nord. Vedemmo quasi tutti i codici morabici conservati nelle biblioteche spagnole. Ci fermammo
a studiare in particolare le chiese di Quintanilla de
las Viñas, nei pressi di
Santo Domingo de Silos e di San Pedro de la Nave, a El Campillo,
nella regione di Zamora.
San Pedro de la
Nave
Queste sono due chiese ragionevolmente databili
alla seconda metà del VII secolo e, con San Juan en Baños de Cerrato, presso Palencia, che vedemmo negli anni seguenti, le uniche
superstiti nell'intera Europa, con sculture, anche con figure umane, nella quali, sia possibile riconoscere un progetto, non
tanto decorativo o ornamentale, quanto piuttosto conoscitivo e comunicativo,
che mostra la complessità della cultura altomedievale
e la pluralità del cristianesimo delle origini.
E' stata non poca la meraviglia nel vedere come
nei numerosi studi su quelle chiese in atto in questi anni, certo nel quadro degli studi sulle origini d'Europa, quegli
articoli (apparsi spesso in tribune prestigiose) e scritti assai più autorevoli
dei miei (ad esempio il fondamentale G.de
Francovich, Osservazioni sull'altare di Ratchis e sui rapporti tra oriente e occidente nei secoli
VII e VIII d.C. in "Scritti di storia dell'arte in onore di Mario
Salmi", Roma 1961, pp.173 e sgg.,
o il testo che ho fortemente contrastato, ma che non può essere ignorato, di A.
Melucco Vaccaro, Sul
sarcofago altomedievale del Vescovado di Pesaro,
in Alto Medio Evo, Venezia, 1967, I, pp.111-138) non
vengano neppure citati. Certo a quegli studi non piaceva il modo favolistico con cui si andava alla ricerca delle origini
dell'Europa, secondo l'equazione che cristianesimo è uguale a cattolicità; che
cattolicità è uguale a romanità e che romanità significa l'unica civiltà.
Quando tanti anni fa cominciai
a studiare i collegamenti, nella tarda antichità e nel Medioevo, facendo tesoro
degli studi insostituibili di G.de Francovich, di U. Monneret de Villard e di M.Bussagli tra le regioni occidentali ed il vicino e medio
oriente, l'Africa ed i territori asiatici, mi insegnarono
che bisognava dar conto di tutta la bibliografia fino al momento prodotta e
bisognava tener conto di tutti gli elementi documentari fino ad allora
disponibili. Le omissioni andavano considerate gravi errori. Poi era lecito e
giusto criticare, fino a stroncare studi giudicati sbagliati o non idonei, ma
non era lecito omettere. La ragione d'essere del cosiddetto metodo scientifico
storico sta nella filologia comparativa, nel confrontare, commentare,
accettare, scartare i documenti prodotti su un determinato argomento. Ma per
scartare bisogna conoscere, altrimenti che filologia comparativa è?.
Poi presi atto che gli
studi prodotti in ambiente religioso e gli studi prodotti in ambiente laico,
anche quando sostengono le stesse conclusioni, non si incontrano mai. La mia
esperienza conferma che il maggior limite sta spesso in scritti prodotti in
ambienti laici che non vogliono o non possono dispiacere gli ambienti
gerarchici e sacerdotali della cristianità occidentale. Forse, e senza forse
perché altrimenti diventa difficile accedere a
monumenti ed archivi ecclesiastici.
Oggi l'omissione nei manuali accademici e
scolastici è la regola. E' il caso dei volumi di Raffael
Barroso y Jorge Morin de Pablos, la iglesia visigoda de San Pedro de la Nave,
Madrid 1997; Raffael Barroso
Cabrera y Jorge Morin de Pablos. Estudio arquitectonico di Achim Arbeiter,
La iglesia de Santa María
de Quintanilla de las Viñas, Madrid 2001. E' soprattutto il caso del volume,
che raccoglie interventi di vari autori dell'Archivo Español de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, edito dal Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de España. Sono
ignorate persino pubblicazioni edite dallo stesso Consejo
Superior de Investigaciones
Cientificas de España: vedi
Antonio Thiery, Note sulla scultura europea
dell'Alto Medio Evo (secoli VIII - IX), in Anuario
de Estudios Medievales, 9, Barcelona 1974-79, pp.77-126.
La complessità delle culture e religioni che si incontrano in Europa nel primo millennio viene cancellata
in nome della falsa ed ideologica linea evolutiva: dal paganesimo dell'età
classica alla cristianità occidentale (civiltà laica e religiosa), unica e definitiva
civiltà da esportare in tutto il mondo. Al di fuori del mondo classico e della
cristianità occidentale in Europa non c'è nulla di cui valga
la pena di interessarsi. Soprattutto non vanno studiai i rapporti tra oriente e
occidente a meno che non si tratti dell'oriente
bizantino. Eppure Michele Amari Amari (Storia dei
Musulmani di Sicilia, Firenze 1854, II ed. 2002, I, pag.81) già a metà dell'Ottocento parlava, tra l'altro, della
matrice indo-germanica della nostra civiltà!.
2)
"Il mio errore è stato di iscrivermi al DNA", così su La Repubblica dell'8 febbraio 2003
una vignetta di Bucchi sintetizzava alcuni
drammatici problemi dello scontro tra culture. In effetti, pur essendo nato a
Roma, da genitori romani , ed avendo fatto studi
umanistici nelle scuole e degli istituti di ricerca a Roma, spinto da una
evidente richiamo delle radici, mi è sempre interessato poco conoscere le
manifestazioni della storia e le inculturazioni del
vangelo nella tradizione ebraica, greca, romana, germanica. Ho sempre "percepito"
uno scorrere complesso delle esperienze dell'uomo nella storia ed un messaggio
evangelico poligenetico inseriti in una koinè indo-siro-mesopotamica. Mi sono sempre interessate di
più e quindi conosco meglio (e soprattutto sento a me molto più vicine) alcune inculturazioni delle vicende storiche, culturali e
religiose che di volta in volta fecero poco conto della cultura latino-greca e giudaico-cristiana.
Forse perché i miei antenati erano portatori di quella della
matrice indo-germanica della nostra civiltà.
E mal me ne incolse. I manuali accademici e scolastici indicano la strada, che
io non ho potuto e voluto percorrere: è tassativamente vietato far riferimento
a vicende storiche, a culture, a modalità di pensiero
e di conoscenza estranee alla cultura del verbalismo concettuale della
tradizione giudeo-cristiano-ellenistica. E poco importa se le vicende culturali, storiche e religiose
a cui si fa riferimento riguardano solo lo 0,1% della popolazione. Poco importa
se questa tradizione ha comportato anche solo a
guardare agli ultimi anni, dominio-possesso, la guerre come motore della
storia, evangelizzazione ed occidentalizzazione forzata, colonialismo, nazismo,
stalinismo, integralismo cattolico, liberismo, liberalismo, impero. E comporta tutt'ora
forti genocidi culturali (la definizione è di Pasolini).
Il tema è stato ripreso da Giulio Girardi, che
sostiene con forza che, anche a proposito dell'Italia, "bisogna prender
coscienza delle espropriazioni delle culture, dell'intelligenza e della
creatività delle maggioranze dei cittadini. Una espropriazione che colpisce il diritto fondamentale
della identità personale e collettiva".
Un cristianesimo che non è legato solo alla tradizione giudeo-ellenistica.
Per le tre chiese di Quintanilla,
di San Pedro e di San Juan
sono proposte tante e diverse collocazioni, anche
temporali, dal VII al IX secolo: visigotiche o di età
visigotica, premozarabiche
o di età premozarabica, preromaniche.
Le strette analogie stilistiche (e non solo gli elementi figurativi e
iconografici) tra le sculture di queste chiese spagnole e quelle realizzate nel
territorio persiano e mesopotamico verso la fine
dell'impero sasanide lasciano pochi dubbi sulla
datazione alla seconda metà del VII secolo, o al massimo ai primissimi anni
dell'VIII (Thiery, 1974-1979, pag.100).
Del resto è ormai ben nota a partire dal VII
secolo l'importanza della chiesa siro-orientale che
aveva il proprio patriarcato a Ctesifonte, capitale della Persia, e che era la più vasta delle comunità
cristiane con milioni di fedeli (cfr. P.Citati, E Gesù
incontrò Confucio, La Repubblica 26 giugno 2001, pag.38).
Ma su un punto -certamente errato- tutti sembrano
trovarsi d'accordo: "la escultura
decorativa", la "ornamentación escultórica" (Barroso Cabrera Y Morin de Pablos, 1997, p.14) che
caratterizzerebbe queste chiese, tra i pochi esemplari, come si è detto, del
panorama della scultura figurativa. La chiesa di San Pedro
de la Nave è addirittura un unicum, conservato
praticamente nella sua integrità. Anche se, smontata per far
posto ad un invaso artificiale e rimontata in un sito vicino, è priva sia della
sua contestualizzazione ambientale, sia delle
testimonianze costruttive. Quella che viene
definita ornamentazione e decorazione è soprattutto comunicazione
e conoscenza. (cfr. A.Thiery, La cultura iconica irlandese, problemi
di metodo per la conoscenza dell'alto medioevo italiano, in Studi di storia
dell'arte sul Medioevo e sul Rinascimento nel Centenario della nascita di Mario
Salmi, Firenze 1993, pag.214-215).
Queste tre chiese saranno anche valutabili come
opere d'arte. Le loro sculture avranno anche significati decorativi ed
ornamentali. Ma nel loro insieme sono essenzialmente documenti storici e
religiosi e come tali vanno studiati, senza travisarli, giudicandoli con la
mentalità odierna e con le idee per lo più
favolistiche e di comodo che abbiamo sul Primo Millennio. (Mircea
Eliade, Storie delle credenze religiose, 3 voll., Firenze 1975, I, pp.27-31 e B.Bagatti, La chiesa
primitiva Apocrifa, Roma 1981, pag.5).
Ormai non mancano né una conoscenza, né ipotesi
serene su "Le radici prime dell'Europa, Gli intrecci genetici,
linguistici, storici (AA.VV.,
Bruno Mondadori 2001)" e sugli spostamenti e
sull'evoluzione e adattamento culturale umano; studi che assegnano un forte
spazio all'Africa, all'Anatolia, all'India, alle steppe dell'Asia Centrale,
alla Persia ed al Mediterraneo. Come non mancano
valutazioni, meno legate ai soliti luoghi comuni ("le invasioni
barbariche"), delle grandi trasmigrazioni di popoli interi e
delle loro culture e civiltà verso l'Occidente, iniziate già del I secolo a.C.
e culminate nel V e VI d.C.
Non manca neppure una conoscenza dettagliata e
serena della arabizzazione
della Spagna, dopo il 711.
Ormai non mancano molti studi, saggi ed articoli
ed anche documentazioni fotografiche, anche se spesso con una prospettiva
falsata, delle chiese citate. Mentre scavi archeologici
programmati e sistematici portano alla conoscenza di sempre nuovi documenti
coevi e pienamente "compatibili", analogamente raffrontabili, con le
nostre tre chiese, sia sul piano architettonico, sia sul piano figurale.
Le sculture di San Pedro e di Quintanilla
vanno definite "le poche rimaste, di una vasta produzione".
Eppure sembra che le terre della Penisola Iberica abbiano
conosciuto la civilizzazione solo a seguito della conquista romana, che porta
la cultura "classica". Si continua a non dare nessuna
importanza alle culture, soprattutto a quelle siriache,
mesopotamiche e persiane dei popoli venuti sia dal
mare sia dal continente. Si continuano a vedere, con la fantasia, "attacchi
nemici" musulmani contro i luoghi di culto cristiani
Eppure si continua a studiare questi eccezionali
(solo perché gli unici conservati) documenti storici, facendo riferimento solo
all'arte antica o alla cultura giudeo-cristiana-ellenistica
tutt'al più aperta all'oriente
bizantino. Si ignora la dimensione plurale e
complessa del cristianesimo delle origini. I momenti liturgici sono visti con
la mentalità odierna concettuale-mistico-estetizzante,
ed un ruolo quasi esclusivo viene assegnato alla
"offerta eucaristica". Questa valutazione avviene, nella sostanza
e nella forma, in modo generalizzato, anche nel cristianesimo occidentale
moderno, solo scalfito dal Concilio Ecumenico Vaticano II. La sacralità del
sacerdozio (e il sacrificio sull'altare) ha relegato in secondo piano le sacre
scritture, riservando alla "offerta eucaristica" l'intero
momento liturgico significativo. Ancora pochi anni fa,
in epoca di frequenza obbligatoria della messa, la stessa messa era "buona"
come "precetto" saltando completamente la liturgia della
parola ed arrivando in chiesa anche un solo secondo prima
dello "scoprimento" del calice per l'offertorio.
San Gregorio Magno, che, con le sue opere, lette
e meditate da generazioni e generazioni di cristiani, ha
avuto un grande ruolo nella formazione monastica europea e soprattutto
spagnola, ben conobbe, diventandone amico e ispiratore, a Costantinopoli,
Leandro di Siviglia, fratello maggiore del giovane Isidoro. Le Omelie su
Giobbe, un'opera insostituibile nel Medioevo, è
appunto dedicata a Leandro.
E' Gregorio che definisce l'omelia come il
servizio sacerdotale più alto e irrinunciabile. L'edificio religioso è,
nell'alto medioevo, il luogo dell'assemblea liturgica del popolo di Dio. Assemblea nella quale ha un ruolo
insostituibile la lettura e la meditazione (ruminatio)
della Bibbia (sacra eloquia), che non è un
libro riservato ai monaci, ma destinato a tutti i fedeli, ai
quali lo stesso Gregorio dice: "Tutta la Sacra Scrittura è stata
scritta per noi ", anche se " non tutta può essere compresa da
noi", evidentemente per i suoi alti valori simbolici e per il
carattere iniziatico del cristianesimo. ( In
Ez. 11, 5, 3). Meditare, rimasticare, ruminare le
sacre scritture equivale a bere alla fonte, alla sorgente che è Cristo. Così si
diventa non cristiani, ma Cristo.
Il Vangelo di Filippo chiarisce bene, con i suoi
simboli, il problema (57,3-8): "La sua carne è il Logos, e il suo
sangue è lo Spirito Santo. Colui che ha ricevuto
questo cibo, bevanda, è vestito… Bisogna risorgere in questa carne, giacché
tutto esiste in essa". La meditazione sulla sacra scrittura ed il
comportamento nella vita quotidiana assumono il ruolo di offerta
eucaristica. Ancora Beatus ci
verrà in aiuto: "Non se autem glorietur esse christianum, qui nomen habet, et
facta non habet: ubi autem nomen
secutum fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim
veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit". (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II,
7-11).
Gli ascoltatori della parola di Dio sono "prenditori",
apprenditori di capolavori immortali, non
ascoltatori di sermoni effimeri declamati da retori, come ricorda, nei suoi
studi fondamentali, insostituibili Marcel Jousse (La manducazione della
parola, Edizioni Paoline, Roma 1980, La manducation de la parole, Parigi
1975, pag.31). L'ascolto avviene attraverso
gesti globali che prendono tutto il corpo, in "mimodramma espressivi", mediante l'analogia ed il
simbolo. Perciò la marcia sacra, le sculture, i
colori, le luci, i canti, i rumori, ecc.ecc. Jousse aggiunge: "Logicamente e antropologicamente
[il globalismo] condurrà a quella che si potrebbe
chiamare, in tutta la forza del termine, la cum-unione,
l'unione dell'insegnato con l'insegnatore" (ibidem,
pa.64). Dunque la lettura e omelia, l'intero mimodramma che si svolge all'inerno
ed all'esterno della chiesa, fa parte integrante dell'offerta liturgica.
Emilio Gandolfo (1979),
uno dei massimi conoscitori di Gregorio, nota che l'omelia (il servizio
sacerdotale più alto e irrinunciabile , perché mette a
contatto la parola di Dio con la situazione storica contingente e con il cuore
dell'uomo in cui la storia realizza la sua massima intensità) si svolge secondo
ritmi simbolici che a noi moderni possono non piacere, ed è "un
commento tutto orientato verso la vita, non verso la conoscenza astratta,
derivato da una lettura meditata della parola di Dio, dalla lectio
divina, secondo la tradizione monastica. Il pastore che tiene l'omelia ai
fedeli nell'assemblea liturgica non cessa mai di
essere il monaco contemplativo".
L'omelia dunque era orientata verso la vita e non
verso la conoscenza astratta. E', quindi, naturale che
gli oggetti iconici della chiesa altomedievale (tra
l'altro mura e soffitti erano ricoperti da stoffe e tappeti, senza contare i
numerosissimi arredi litugici a cominciare dalle
lampade) stimolino a disambiguare il senso simbolico
della sacra scrittura, attraverso il loro valore analogico ed evocativo. Sarà
lo stesso Gregorio (morto nel 603) a suggerire l'uso delle immagini in chiesa,
in modo che, qui "litteras nesciunt…videndo legant".
Va ricordato che "San
Gregorio", secondo Michele Amari
(Storia dei Musulmani di Sicilia…, op.cit.) "gittava le prime fondamenta della potenza temporale dei
papi". Eppure era attento a che i fedeli comprendessero
bene il senso delle omelie, che, ripete più volte, capiva quando le spiegava: "sacra
eloquia cum legente crescunt".
E' impensabile studiare l'Alto Medio Evo europeo
senza tenere ben presente le opere di Gregorio (tra l'altro il primo a dar
rilevanza al monachesimo occidentale -ai benedettini- e a dare notizie
biografiche non si sa bene quanto storicamente fondate su San Benedetto) e di
Beato di Liébana, un monaco agostiniano, l'autore più
letto in Europa tra il IX e l'XI secolo e che tramanda
le opere dei padri antichi (a cominciare da quelli africani a noi del tutto
sconosciuti), tra cui, essenziale, Gregorio.
Ed è impossibile studiare il Primo Millennio
senza avere i parametri culturali di riferimento estremamente
compositi, di quelle epoche, di quelle culture e di quei popoli, che variano
nello spazio e nel tempo. Vorrei ricordarne, tra i tanti, quattro.
1. l'alto contenuto
simbolico della comunicazione altomedievale, sia nei
testi scritti, sia in quelli figurali. Il simbolo non ha un significato
definito, ma è multivalente e varia a seconda della cultura di chi cerca di capirlo. Sono tante
le culture che concorrono alle radici d'Europa.
2. l'omelia, come
già detto, era il servizio sacerdotale più alto e irrinunciabile. Va ricordato
che "La Chiesa di Gregorio…è soprattutto spirituale, presenza di santi
in mezzo a noi e ascesa di cristiani nella comunione dei santi… La Chiesa per lui è innanzi tutto il "popolo di
Dio"", "l'umanità tutta intera dall'inizio alla fine dei
tempi".(Gandolfo 1979)
3."I barbari, che costituivano una
minaccia ed un incubo, dovevano essere guardati" secondo Gregorio "con occhi nuovi, come popoli
nuovi chiamati da Dio alla fede e alla salvezza…Il compito del profeta è quello
di mettere a contatto la parola di Dio con la situazione storica contingente e
con il cuore dell'uomo in cui la storia realizza la sua massima intensità".
4. Se nel mondo ellenistico e romano i tempi
dell'uomo erano due, passato e futuro, (ecco Giano Bifronte), con una solo riferimento al presente, al kairòs,
alle "occasioni" presenti (chi non ricorda San Paolo? O la Bibbia: c'è un tempo per la pace e un tempo per la guerra; un
tempo per pregare, e un tempo per fare, e così via), Gregorio, per primo in
occidente impiegò tutto il suo commento alle Omelie su Ezechiele per spiegare
che i tempi della profezia sono tre: passato, presente e futuro e che nemmeno
Dio può profetizzare il futuro se non conosce il passato e non vive il presente.
L'importanza della situazione storica contingente è fondamentalmente ripresa dalla cultura spagnola. Gregorio diceva: "talvolta lo spirito di profezia tocca l'animo del profeta
(oggi diremmo: sa leggere i segni dei tempi) in ordine al futuro, e non lo
tocca in animo al presente. Isacco "quasi cieco prediceva il futuro senza
riconoscere il figlio presente". Talvolta "lo spirito di profezia
tocca in ordine al futuro e non tocca in ordine al
passato".
I capitelli con figure della chiesa di San Pedro de la Nave
Con queste premesse potremo guardare alla
"decorazione" di San Pedro de la Nave.
Oltre a varie fasce con motivi simbolici, troviamo 4 capitelli figurati nella
crociera, di cui due, "contrapposti", l'uno di fronte all'altro, con
figure umane (e questa è una rarità), con episodi della Bibbia che preannunciano la venuta di Cristo. Il primo, il capitello
con Daniele nella Fossa dei Leoni presenta sulle due facciate laterali Tomaso e
Filippo. Il secondo, il capitello con Abramo e il sacrificio di
Isacco, presenta invece Pietro e Paolo.
da sinistra in alto: Tomaso, Daniele nella
fossa, Filippo
Le novità sono tante. Mi proverò a ricordarne
qualcuna. Daniele nella fossa dei leoni ed il Sacrificio di Isacco
sono due temi ricorrenti nella meditazione, nella manducatio,
nella complessa liturgia evocativa, percettiva che si fa
nell'edificio destinato all'assemblea. Li troveremo
raffigurati in tutto il Medioevo europeo (a volte anche nell'esterno) e
soprattutto e sistematicamente nelle copie dei codici del Commento
all'Apocalisse di Beato, accompagnate sempre con il
libro di Daniele e con le raffigurazioni delle sue interpretazioni dei sogni,
delle visioni, delle profezie: il sogno di Nabucodonosor
con la statua dei quattro metalli, i tre giovani nella fornace, il grande
albero sognato da Nabucodonosor, il convito del re Belsassar, Daniele tra i leoni, la visione delle quattro
bestie simboliche.
Il significato apocalittico, di "rivelazione",
messianico dei due episodi è evidente. Ma mentre il sacrificio di Isacco preannuncia con molta chiarezza il sacrifico di
Cristo, l'episodio di Daniele nella fossa dei leoni è più complesso. Sembra
anch'esso multivalente: il sacrifico,
la vittoria sulla morte, la fedeltà alla legge divina, il battesimo, la penetrazione
dei misteri divini.
Tomaso e Filippo
La presenza di Tomaso e di Filippo non è senza
significato. A questi due apostoli la tradizione attribuisce, infatti, i due
vangeli "apocrifi", più importanti, che in epoca moderna abbiamo conosciuto solo dopo la scoperta nel 1942 a Nag Hammadi (in Egitto)
dell'anfora con codici in pergamena. Ma, come confermano anche le sculture di
San Pedro de la Nave, i
testi erano noti nella Spagna del VII secolo. A quel tempo, e questa è la
singolarità della loro presenza, era già avvenuta da almeno due secoli la "scelta"
dei quattro vangeli canonici. Quattro è ovviamente un numero simbolico. E non era stata una scelta indolore, se a Nag Hammadi alcuni testi
giudicati eretici erano stati nascosti, per conservarli. I cristiani,
come nota Michele Amari, il più delle volte erano
stati "perseguitati e persecutori". E certamente comunità e
libri ne avevano subito dure conseguenze. Così come erano stati scelte alcune "verità di fede" e
alcuni Concilî. In modo rigorosamente selettivo alcuni
Padri occidentali (tutt'al più greci) erano stati
individuati come continuatori dei quattro vangeli. La tradizione si era presto
consolidata, con gli anatemi, le scomuniche, l'intolleranza, le persecuzioni, i
roghi, la sacralità del sacerdozio e delle armi. Il canone si era consolidato
con la forza della violenza. E' già ben diffuso il tema della violenza sacra
dei santi, della guerra santa. (cfr. J.Flori, La guerre sainte, Aubier, Paris 2001)
Nel VII secolo il canone romano orami era definitivamente formato e rimarrà immutabile fino
ai nostri giorni. Basterà guardare allo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II.
Circolavano però altri numerosi scritti delle composite comunità cristiane
delle origini, come conferma nelle Etimologie Isidoro
di Siviglia proprio nel VII secolo. Esistevano addirittura testi "recentiora sub nomine apostolorum"
che " haereticis proferuntur".
Ma questi testi, aggiunge Isidoro, "canonica diligenti examinatione remota sunt" (Etym.XX,VI,2,51-52).
E' comunque
significativo che Beatus de Liébana,
pur esaminando minuziosamente le eresie cristiane, non fa menzione di testi e,
dopo aver chiarito che "haereses christianorum multae sunt, et innumerabile. Cum autem Ecclesia
septiformis est, et in todo mundo diffusa una esse creditur: haeresun verso dogma particulatim
in aliquibus partibus coarctatur" chiama a testimoni gli Apostoli, i
Santi Padri ed i Concilî (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II,
7, 1-26).
E Tomaso e Filippo dalla tradizione sono ritenuti apostoli.
La loro presenza nei capitelli di San Padro de la Nave non è certo così naturale come gli studiosi
moderni vorrebbero far credere, evitando qualunque problematizzazione
(Barroso Cabrera Y Morin de Pablos), tanto è vero
che il dibattito sulla antichità tarda ed il Medioevo (dell'Archivo Español de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, edito dal Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de España) evita
qualunque riferimento a Tomaso e Filippo limitandosi a citare genericamente la
presenza di apostoli.
Allo stato attuale delle conoscenze sembrerebbe
di poter dire, almeno interpretando i pochi documenti superstiti, che la Grande
Chiesa di Roma nel formare il suo canone, aveva usato
un criterio univoco. I testi legati alle categorie filosofiche greche erano veritieri ed ispirati da Dio; gli altri
andavano anatemizzati, in quanto eretici. E' già
singolare il "remota sunt" di Isidoro, che si guarda bene dal gridare "anathema", "anathemata"
rispetto agli apocrifi che conosce.
Un ruolo particolare nella formazione del canone
aveva avuto il vangelo di Giovanni, che, pur scritto nella lingua veicolare
dell'ellenismo, è estraneo alla cultura giudeo-ellenistica ed ha una teologia originale e spesso in chiara opposizione ai
sinottici. Secondo il bel libro di Martin
Hengel (La questione giovannea, Paideia Brescia, 1998. Die Johanneische
Frage, Tübingen 1998) è
evidente che Filippo e Tomaso hanno una posizione prevalente (Ibidem, pag. 68,
304); Giovanni e non Pietro è a capo della lista degli undici apostoli (Ibidem,
pag. 53.); dopo Giovanni, emerge Tomaso (Ibidem, pag. 72.)
La sede di Roma difenderà sempre il proprio
primato universale ricordando (cfr. ad esempio Innocenzo I) che appunto Roma è l'unica sede
occidentale di origine apostolica. La tradizione della "dispersio apostolorum", ben
presente e fondamentale tra l'altro nel lavoro di Beato di Liébana,
afferma il contrario, ricorda 12 sedi. Tra l'altro, sostiene che Filippo
ebbe la missione in Gallia; Giacomo in Spagna. Il
vangelo detto gnostico di Filippo è fondamentale per capire i
significati dei documenti figurali del medioevo europeo. Ma anche la presenza di Tomaso è importante. Egli ebbe in
missione l'India. Ed è perlomeno singolare che gli
studiosi moderni, con molte ragioni, debbano mettere quel testo in collegamento
con la spiritualità induista e buddista. (Vedi la premessa ed il bellissimo
commento di: Mario Pincherle, Il Quinto Vangelo,
Il Vangelo di Tommaso, col testo a fronte, Macro Edizioni, Diegaro di Cesena, 2001).
La piccola chiesa di San Pedro
de la Nave conferma la grande complessità (la
mondialità) culturale e religiosa dell'Europa nel VII secolo. Altri edifici
contemporanei, e di grande importanza (ad esempio, le chiese di Quintanilla de las Viñas, nei pressi di Silos, e di San Juan
en Baños de Cerrato, nei
pressi di Palencia), mostrano che la Penisola Iberica
dell'età visigotica, prima dell'avvento degli arabi,
deriva larga parte della sua cultura e della sua cristianizzazione
direttamente dalla Palestina, dalla Siria, dalla Mesopotamia.
La stessa cosa si può dire della Gallia,
dell'Irlanda, della stessa Roma. Il cristianesimo che si sviluppa in Occidente
non passa necessariamente per Roma e per l'ellenismo.
Va ricordato che a proposito della disputa della
celebrazione della Pasqua (nella domenica successiva al primo plenilunio di
primavera oppure il terzo giorno dopo tale fase) il Venerabile Beda difende l'usanza irlandese contro quella
romana, ricordando che "E' la Pasqua di Giovanni Evangelista, il
discepolo prediletto di nostro Signore, valida in tutte le chiese di cui fu a
capo".
Chi vive a Roma ha frequenti ricordi di chiese
dedicate a Giovanni e Paolo, in evidente ricordo dei due apostoli, di due
differenti tradizioni e di una forte pluralità religiosa del cristianesimo
delle origini. L'esperienza e la vita del mondo antico e medievale, del
Mediterraneo, del cristianesimo "per universum mundum"
ed anche del cristianesimo europeo è molto diversa da quella che viene tramandata. Ricostruire le vicende storiche con più
rispetto può significare entrare in contrasto con la teologia romana, ma
significa riconoscere meglio che Cristo è la via, la verità e la vita per gli
uomini che Dio ama. Mettere in evidenza gli elementi ed i simboli che
appartengono non specificatamente al cristianesimo (o al massimo alla
tradizione rabbinica), ma a tutte le forme sacre universali (cinesi, indiane,
africane, vicino orientali, celtiche, precolombiane, ecc.ecc.)
e mettere in evidenza il carattere della diffusione
del cristianesimo (l'inculturazione) non limitata ai
confini dell'Impero romano e in questi confini alla sola cultura ellenistica,
non significa sminuire il Cristianesimo. Al contrario significa sottolineare il suo carattere "cattolico",
non solo "romano" (per omnes
gentes), ma universale (per universum mundum), e un segno della sua missione che è di "ricapitolare
in Cristo tutte le cose" (Ef 1,10), tutto il
creato (frutto delle mani di Dio) e non solo, come molti continuano a credere,
gli interessi degli uomini bianchi, belli, che sanno ben parlare secondo le
categorie filosofiche e metafisiche concettuali dell'Ellade.
In sostanza ricostruire i primi secoli del cristianesimo in modo meno
fantasioso, potrà dispiacere a quei poteri che sono sempre più orientati al
dominio-possesso, ma significa ritrovare il senso del
sacro. Significa ripercorrere la storia del mondo, evocando da tutte le cose
del mondo (anche da quelle più semplici, inutili ed umili), in una visione
cosmologica, il corpo Mistico, vivificato dal cuore di Cristo, che infonde la
vita a tutte le membra per mezzo del suo sangue, e che esplica
così la sua azione creatrice e non si "espone", invece, come
vogliono le pie pratiche in uso nelle nostre chiese, come simulacro immobile,
ad una adorazione pietistica, sentimentale, capace di stimolare sensazioni o
rapimenti mistici ed estetici.
Anche consultando i testi canonici come gli Atti degli Apostoli
si può giungere ad analoga conclusione sul poligenismo del cristianesimo,
secondo i bisogni di una koinè indo-siro-mesopotamica-palestinese.
I moderni studi di antropologia
fissano l'inizio dell'evoluzione culturale (si badi culturale, non biologica) a
quarantamila anni fa. Abramo (la tradizione abramitica)
non può essere che un piccolo anello di una catena infinita. Lo stesso Angelo Roncalli (Istanbul, 16 maggio 1937, Pentecoste), che poi
sarà papa Giovanni XXIII, uomo di gran cultura storica e di buoni studi
patristici e poi relegato al ruolo di "papa buono", di "paterno
pastore di campagna", superava la radicata e singolare credenza che prima
e al di fuori della tradizione giudeo ellenistica non
esista niente, né civiltà, né cultura, né ricerca sull'uomo, né ricerca su Dio.
Gli Atti degli Apostoli (Act
2, 6-11), un testo dichiaratamente ellenistico e normalmente utilizzato per
giustificare un presunto monogenismo del cristianesimo e, conseguentemente, la
centralità della Chiesa gerarchica di Roma, sono molto chiari, invece,
nell'individuare la koinè culturale e spirituale "indo-iranica"
che si è andata costituendo nel mondo dal III-II
millennio a.C.: "...Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia,
della Giudea, della Cappadocia, della Frigia, della Panphilia, del Ponto, dell'Asia,
dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène,
stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi". Roncalli, sulla scia di Gregorio Magno poteva ben dire che "i
rappresentanti di tutte le nazioni della terra" non sono
destinatari di un messaggio strutturato e dogmatico che parte da Roma, ma sono "ragione
ultima di esso", della parola di Dio, dello spirito del Signore.
Poteva ben dire che non uno o due (Pietro e Paolo) e non verso
una sola località (Roma), ma che "tutti gli altri apostoli",
"partono chi qua chi là a recare il messaggio celeste".
I capitelli di San Pedro
insieme ai Vangeli di Filippo e di Tomaso, insieme al testo di Beatus de Liebana (non a caso un
monaco agostiniano) ed all'omelia cristiano-araba dell' VIII
secolo, sono testimonianze eccezionali della molteplicità del Cristianesimo dei
primi secoli, anche dopo Costantino, e della pluralità di culture nell'impero
romano.
Il vangelo di Tomaso è antichissimo, databile tra
la fine del I e l'inizio del II secolo, e sembra
attingere, in forma più arcaica, alle stesse fonti dei Vangeli sinottici, dei
quali sembra essere più antico, con forti accenti ascetici che lo avvicinano
all'Induismo, al Buddismo, a quello che sarà il sufismo. E' pervenuto in un'edizione copta.
E' una raccolta di 114 detti di Gesù. Il testo, è
ormai accettato, ma non utilizzato, da Santa Romana Chiesa.
La
simmetria
Qualche parola va spesa sul tema della simmetria,
dei due capitelli, quello con Tomaso e Filippo e quello con Pietro e Paolo. Una
simmetria che non è si badi di tipo araldico, ma è
simbolica (Jousse). Simmetria, complementarità e non
contrapposizione. Gli Atti di Pietro, un altro testo apocrifo sono chiari:
"Se della destra non fare sinistra e della sinistra destra, inferiore ciò
che è superiore, e anteriore ciò che è posteriore, non comprenderete il
Regno"(38,2). Ma anche il Vangelo di Filippo non ammette discussioni:
"Luce e tenebre, vita e morte, destra e sinistra, sono tra loro fratelli. Non è possibile separarli". E' la
ricerca dell'unità (unum sint) che
caratterizza tutto il cristianesimo delle origini nella sua pluralità e che
trova in Beato di Liébana, (In Apocalypsin
B. Ioannis apostoli Commentaria,
II, 64,65), una straordinaria codificazione: "Qui cum
omnes unum sint, singuli tamen eorum
ad praedicandum in mundo sortes proprias
acceperunt". "Quantunque
[gli Apostoli] fossero una cosa sola, tuttavia ciascuno trovò la propria sorte
predicando nel mondo".
I simboli della conoscenza e del sacrificio
I segni figurali vanno visti in movimento,
mettendo in moto tutti gli elementi della percezione
sensoriale. Fondamentale sono la luce (anche quella tremolante delle torce e
delle candele), gli odori dell'incenso, i colori e le forme delle tante
suppellettili e tende, i canti, i suoni, i rumori. Nella chiesa di St. Nectaire in Alvergna il parroco intelligentemente ha affisso dei
cartelli: camminare adagio. E' una lettura conoscitiva quella che si fa
(ricordiamo Gregorio: videndo legant) e non una visita turistica. Raramente gli
autori elaborano fino in fondo il loro pensiero; enunciano alcuni punti fermi
lasciandoli poi alla riflessione del lettore, all'evocazione, alla analogia, alla percezione sensoriale, all'esperienza
della vita quotidiana. da la sapienza ai sapienti e la
conoscenza a coloro che intendono.
Entrando in chiesa si vede, nel primo capitello
della crociera a sinistra in alto, Tomaso, con un libro in mano che annuncia
+EMANUEL.
Nel capitello di destra c'è Pietro con il LIBER
in una mano e nell'altra la croce.
Tomaso è sul lato del capitello con Daniele nella
Fossa dei Leoni, ed apre, se così di può dire, un
programma liturgico ben definito. Sull'altro lato c'è Filippo.
Pietro è sul lato del capitello con il sacrificio
di Isacco, ed apre anch'esso, se così di può dire, un
programma liturgico ben definito. Sull'altro lato c'è Paolo.
Pietro
Paolo
Il sacrificio di Isacco
I riferimenti biblici dei due capitelli
annunciano, in due modi diversi la venuta di Cristo.
Secondo studi recenti, il capitello di Daniele
avrebbe un carattere decisamente battesimale. I due
leoni, con la lingua di fuori, bevono. Il simbolo
sarà riprodotto poi in molti codici del Commento all'Apocalisse di Beatus.
Si noti la profonda differenza tra questa foto
ripresa da me ad altezza umana e la precedente, ripresa ad altezza del
capitello. Qui i leoni bevono l'acqua che sta in
fondo al pozzo. Nella precedente almeno un leone sembra leccare il profeta,
come avviene nei codici dei secoli seguenti (Bibbia di León,
fol325v e Beato di New York, fol.260r). Questo fa
riflettere sulle correttezza delle fotografie che
vengono normalmente presentate falsando le prospettive della scultura o
dell'architettura. Comunque, Daniele è la sorgente. E'
evidente l'evocazione del Vangelo di Filippo (75,20) "l'acqua viva è un
corpo" e attingono da Cristo-Daniele
sorgente di acqua viva. L'iniziazione è radicale.
Rende l'uomo un Cristo. Il Vangelo di Tomaso è esplicito (13): "Io non
sono il tuo maestro, giacché hai bevuto e ti sei inebriato alla fonte
gorgogliante che io ho misurato". Anche San
Paolo e tanti testi canonici descrivono la parola di Dio e Cristo stesso come
sorgente.
Sul libro che Tomaso reca in mano c'è la scritta
+EMANUEL: il libro delle sacre scritture e Cristo sono la stessa cosa. Leggere
e meditare le sacre scritture è attingere a Cristo stesso. Su
questo tema numerosissimi sono i riferimenti al Vangelo di Filippo, che
non a caso è raffigurato nel lato corto del capitello. "Dio è un
tintore. Come i colori buoni, quelli che diciamo autentici, muoiono con le
materie che essi tingono, così è pure la materia tinta da Dio" (VgFilippo 61,12; 63,25-30). E' il segno del
battesimo. La trasformazione non solo è totale, ma è
capace di cambiare il mondo. "Se dici
"sono cristiano" trema il mondo" (Ibidem 62,20).
Sul libro che Pietro reca in mano c'è, invece, la
scritta LIBER e la croce portata nell'altra mano preannuncia
il carattere decisamente sacrificale della facciata del capitello di Abramo-Isacco: il padre è pronto a donare suo figlio. La
tradizione è ben nota ed è spiegata con dettagli da San Paolo nelle sue
lettere. E non a caso Paolo è raffigurato nell'alto
lato corto del capitello.
Non sono temi contrapposti, ma certo le prospettive,
le attese, i bisogni culturali e religiosi sono diversi. La lettura del Libro
di Daniele offre spunti di riflessione di grande
interesse, legando direttamente Daniele alla penetrazione dei misteri divini
attraverso le visioni ed i sogni, e, quindi alla conoscenza. "Sia
benedetto il nome di Dio…ché sapienza e fortezza a Lui
appartiene. Da la sapienza ai sapienti e la conoscenza
a coloro che intendono. Egli è che rivela ciò che è riposto e ascoso, conosce
ciò che sta nelle tenebre. E la luce presso di Lui
dimora" (Dan 2, 20-21). Ed
ancora (Dan 6) Daniele primeggiava tra i leoni "perché
era in lui uno spirito superiore".
L'aspetto che maggiormente
differenzia i Vangeli cosiddetti gnostici dai sinottici e che connota la
cosiddetta decorazione della chiesa di San Pedro de
la Nave, sta proprio nel fatto che (e questo è particolarmente evidente nel
Vangelo di Tomaso), il Cristo non vince le forze del mondo servendosi del
dolore e dell'effusione del sangue. La
sua arma non è sofferenza della Croce e la morte, come nei sinottici e in San
Paolo. Non a caso nei primi secoli della cristianità la croce compare raramente
e con significati profondamente diversi.
Secondo il Vangelo di Tomaso, il Cristo vince le
forze del mondo servendosi della conoscenza che esce dal tempo e diventa
eterna, cosmica. L'arma del Cristo è la conoscenza, di se stessi, di Dio, la
coscienza della propria filiazione divina.
Simmetria simbolica e non contrapposizione. Il
vangelo di Filippo rivela il significato di questa simmetria in modo
"segreto", cioè usando quelle capacità che
secondo la Bibbia aveva Daniele, (67,20): "Non solo è bene che quanti
non hanno il nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo lo ottengano, ma
che lo ottengano per se stessi. Se qualcuno non li ha
ottenuti per se stesso, sarà privato anche del nome. Ma
egli li riceve con l'unzione aromatica della forza della croce; (forza) che gli
apostoli chiamano la "destra" e "la sinistra". Costui,
infatti, non è più un cristiano, ma un Cristo".
Nella chiesa di San Pedro
de la Nave, nei due capitelli simmetricamente disposti, è evidente la "forza
della croce",… la "destra" e
"la sinistra". Meditando e conoscendo i suoi
significati chi entra nella chiesa (edificio, ma anche comunità di
battezzati), "non è più un cristiano, ma un Cristo".
La sintesi tra il sacrificio e la conoscenza è ben evidente anche nel Vangelo di Verità (scritto intorno
al 150): "Fu inchiodato a un legno, divenne frutto della conoscenza del
Padre" (18, 20), ed ancora: "perciò apparve Gesù: si rivestì di quel libro, fu inchiodato ad un legno,
rese pubblica - sulla croce - la disposizione del Padre" (20,20), "si
umiliò fino alla morte, colui che era rivestito di vita eterna!…e divenne gnosi
e perfezione, annunziando quanto è nel cuore del Padre" (30,20).
E' evidente come l'aver anatemizzato
gli scritti di molte delle comunità cristiane delle origini ha
fatto perdere non solo il senso della pluralità delle culture su cui si
incardina il messaggio di Cristo, ma l'essenzialità dello stesso messaggio, che
noi conosciamo solo molto marginalmente ed attraverso traduzioni di traduzioni.
Giova infatti ripetere che i testi superstiti sono
solo una piccolissima parte, quasi insignificante, dei documenti che furono
prodotti.
Nella tradizione "apocrifa", ha spazio
la crocifissione a testa in giù, come fu per san Pietro, che è immagine
dell'uomo che nasce! Come testimoniano i vangeli di
Tomaso e Filippo è la nascita (e la resurrezione) che interessa e non la morte.
Anche il Vangelo di Filippo è molto chiaro in proposito (56,15): "Coloro
che affermano:"Il Signore è morto e (poi) è
risuscitato" sbagliano. Egli infatti prima
risorse e (poi) morì. Chi non ottiene prima la risurrezione, costui
morirà". Cristo vince le forze del mondo servendosi della conoscenza
che esce dal tempo e diventa eterna, cosmica. E il
rito di "iniziazione" del battesimo per la conoscenza delle "parole
segrete" e delle "cose nascoste" (ed i gesti che lo
evocano), come le nozze mistiche (ed i gesti che le evocano), rappresentano i
momenti fondanti della liturgia.
E' questo il motivo di fondo
per cui di vangeli di Tomaso e Filippo, che come detto attingono alle stesse
fonti dei 4 vangeli, sono esclusi dal canone della chiesa di Roma. Del resto la
visione di una religione sacrificale, cruenta e gerarchica non è accettabile
dai popoli dell'Africa e dell'Asia. Nemmeno da quelli che si
sono trasferiti in Europa.
I vangeli cosiddetti gnostici di Tomaso e Filippo
documentano una cultura "altra" (legata al simbolo, all'analogia,
alla percezione ed ai loro disambiguamenti nella
situazione contingente dell'oggi per raggiungere il Regno presente oggi, quì), da quella espressa dalla
tradizione giudeo-cristiana-ellenistica (legata al
ragionamento verbale e seguenziale, classificatorio, per categorie, concettuale, che apre le strade
al Regno da raggiungere nella vita futura).
Tomaso giunge alla condanna di alcuni
aspetti rituali fondamentali del cristianesimo occidentale (che guadagnano
meriti per il Regno futuro) e cioè la preghiera, il digiuno, l'elemosina. Il
detto 14 ricorda che "Gesù disse loro:/"Se voi digiunate,/ cadrete in errore per vostra
colpa, /e se voi pregate, /sarete condannati, /se farete elemosina, / farete
del male al vostro Spirito".
E guardando ancora al Vangelo di Tomaso, il detto
39, di incredibile attualità, non lascia dubbi:
"Gesù ha detto:/ "il fariseo e lo scriba
/ hanno rubato la chiave della conoscenza / e l'hanno sotterrata. / Così non
solamente non sono entrati, ma non / Hanno lasciato entrare quelli che
volevano. / Perciò voi siate prudenti come le serpi /
E puri come le colombe". Il tema della conoscenza (non certo intesa come "logica", come
"ragionamento", ma come conoscenza di se stesso e di Dio) è
fondamentale nel Vangelo di Tomaso. "Colui che
cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato; quando avrà
trovato di stupirà. Quando si sarà stupito, si turberà
e dominerà su tutto" (2); "Conosci ciò che ti sta davanti, e ti si
manifesterà ciò che ti è nascosto" (4). Nei Vangeli sinottici le
chiavi della conoscenza, sono invece "le chiavi del Regno" che è comunque da ricercare nell'intimo di ogni persona, che è
sostanzialmente di origine divina.
Analogamente il detto 67 propone uno dei temi
centrali delle culture che si ispirano alla complessa
koinè indo-iranica-siro-palestinese, e cioè, la conoscenza
di sé , del proprio ruolo nel sistema del Creato, è elemento inderogabile per
la conoscenza di Dio: "Gesù ha detto:/
"Colui che conosce il Tutto, /se perde se stesso/ perde il Tutto".
Ancora più esplicito è il detto 111: "Il
cielo sparirà e la terra / di fronte a voi / e il Vivente uscito dal Vivente /
non vedrà né morte né paura / perché lo Gesù Cristo, vi dico: /Se uno trova se stesso / il cosmo è
nulla di fronte a lui!". La gnosi è la presa di coscienza non
intellettuale, ma comportamentale (è cristiano colui che
agisce fide et factis dirà
Berto di Liebana), della filiazione divina; è la
scoperta del vero essere di Dio rispetto all'uomo.
Gesù (detto 77) si presenta, dunque, non solo come il
principio e la fine, come il passato ed il futuro, ma come il Tutto, non come
una categoria filosofica, ma come insieme di esperienze
"cosali" "presenti" "adesso", nell'Universo
Mondo: "Gesù ha detto: "lo sono la luce
/che si diffonde su tutti./Io sono il Tutto./Il Tutto esce da Me/ e il Tutto
ritorna in Me./Tagliate del legno: io sono lì./Sollevate una
pietra, /mi troverete lì"".
"Il Regno" "è già sulla
terra". Va raggiunto in questo
mondo, non bisogna aspettare, come con lamentevole enfasi si legge nei nostri
necrologi, "il ritorno alla casa del Padre". Non è
proiettato, come nella tradizione occidentale, nell'altro mondo (detto 113): "I
discepoli gli chiesero: / "Il Regno in che giorno verrà?".
/ "E' inutile l'attesa, / non si dovrà dire: "Ecco, è qui!"./ Ma
il Regno del Padre / è già sulla terra / e gli uomini non lo vedono!"."
Ogni uomo, ogni cosa, sarà consapevolmente
partecipe, già oggi, di questa Unità (detto 108) "Colui
che beve alla mia bocca, /diventa come Me /e Io divento Lui/e ciò che è
nascosto gli è rivelato"".
Ed ecco la componente misterica, iniziatica del
cristianesimo delle origini. Nella tradizione della koinè indo-iranica-siro-palestinese, che largo spazio avrà
nell'Alto Medio Evo europeo, si conosce il Tutto bevendo alla bocca di Cristo,
diventando Cristo nelle proprie azioni nella vita di quaggiù. "Senza le opere, la fede è morta", ricorda san
Giacomo "fratello del Signore" e San Beato di Liébana gli farà eco, ricordando che si è cristiani "Fide
et factis": "Non
se autem glorietur esse christianum, qui nomen habet, et facta
non habet: ubi autem nomen secutum
fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim
veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit". (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II,
7-11). Visto che il latino non si fa più a scuola, traduciamo: "Senza
dubbio non si può vantare di essere cristiano quello
che ha il nome, ma non lo stile di vita; certamente sarà cristiano quando sarà
fedele a questo nome e lo realizzerà con la sua condotta. E' veramente un
cristiano colui che con la fede e con i fatti si
manifesta come un cristiano, camminando, come camminò colui dal quale riceve il
nome".
Bisogna dire che spesso lo ripete anche San
Paolo, che avendo scelto (lui che pure era formato in quella composita cultura
della koinè) di tradurre nei linguaggi dell'Occidente il messaggio di Cristo,
comunicandolo con le categorie filosofiche del mondo greco, è troppo spesso
frainteso. Il battesimo, l'atto iniziatico per
eccellenza, diventa un fatto puramente concettuale. La normalità del presente
assume il carattere del kairòs, dell'evento
eccezionale. Nei secoli successivi ci si sforzerà di ridurre il messaggio di
Cristo al solo Occidente ed alle sue categorie di pensiero. Sarà cancellata l'analogia
e la percezione sensoriale. Il cristianesimo diventerà la religione del potere.
Ma le chiese di San Pedro del Nave,
di Quintanilla de la Viñas,
di San Juan en Baños de Cerrato, del VII secolo, e poi le tante chiese e codici del
IX-XI secolo stanno a dimostrare che il cristianesimo delle origini è un'altra
cosa.
Il Vangelo di Filippo è anch'esso pervenuto in
una versione copta. E' ritenuto della seconda metà del II secolo, mostra una buona conoscenza della tradizione
sinottica e paolina e sembra provenire dalla Siria
occidentale, ed è fondamentale, come detto, per riconoscere i significati
simbolici della cultura iconica dell'altomedioevo e del
medioevo europeo.
L'arca di Noè, la
barca, l'assemblea dei salvati
A lungo si è discusso sul significato dell'oggetto che
Filippo tiene in alto sulle braccia nel capitello di San Pedro
de la Nave. Anche qui, dalla prospettiva di una foto
presa ad altezza d'uomo, l'importanza dell'oggetto è molto ridimensionata. Si è
pensato anche all'arca di Noè, e credo che una
lettura del Vangelo di Filippo sgombri il campo dai
dubbi: "allorché il velo si squarciò, e l'interno sarà
manifesto, questa casa sarà lasciata deserta, meglio, sarà distrutta. Ma non tutta la divinità fuggirà da questi luoghi nel santo
dei santi, giacché non potrà unirsi alla luce pura e alla pienezza senza
deficienza, bensì sarà sotto le ali della croce e sotto le sue braccia. Quest'arca sarà la sua salvezza, allorché su di quelle si
alzeranno le acque del diluvio. Coloro che fanno parte della tribù sacerdotale,
potranno penetrare al di là del velo, insieme col
sommo sacerdote. Per questo il velo non si è squarciato soltanto in alto,
poiché si sarebbe aperto unicamente per quelli dall'alto; né sì squarciò
soltanto in basso, perché si sarebbe manifestato unicamente per quelli dal
basso. Ma si è squarciato dall'alto in basso. Quelli
dall'alto hanno aperto per noi che siamo dal basso, affinché possiamo entrare
nel segreto della verità". (Vangelo di Filippo 84,30,
85).
Ancora più avanti (86,10) si legge "…egli
ha già ricevuto la verità per mezzo di immagini".
Filippo nel capitello di San Pedro
de la Nave innalza un simbolo multivalente che
riassume tutte le scritture: l'arca dell'alleanza, l'arca di Noè, la barca, segno di della nuova alleanza e della
salvezza, della chiesa, intesa come umanità tutta intera dall'inizio alla fine
dei tempi. L'intero popolo di Dio è la tribù sacerdotale che penetra al di là del velo. Tra l'altro è questo il momento in cui la
chiesa, ma non la chiesa gerarchica, è raffigurata come una barca su cui tutti
salgono (miniatura di Wurzburg, Gallarus
Oratory). Solo più tardi (vedi la navicella di
Giotto) la barca è la Chiesa gerarchica che salva e sulla quale si accede per concessione di Pietro o del suo vicario.
L'autore della scultura di Filippo, quasi a
significare che: "Luce e tenebre, vita e morte, destra e sinistra, sono
tra loro fratelli" (Vangelo di Filippo,
53,10), e che tra il canone romano e gli apocrifi non c'è contrapposizione, ma
"sensibilità" e "culture" diverse, con il simbolo della
barca richiama la prima lettera di Pietro.
Puntuale è il commento di Beatus de Liébana: "Arca
Noe typus Ecclesiae fuit, dicente apostolo Petro…Et
ut in illa omnium generum animalia, ita et
in hac Ecclesia universarum et gentium et morum
homines sunt: ut ibi pardus, et
haedi, et leo, et lupus, et agni; ita
et hic iusti,
et peccatores, id est, vasa aurea, et argentea cum ligneis et fictilibus
morantur" (In Apocalypsin
B. Ioannis apostoli Commentaria,
II, 10, 100).
A questo punto è utile un sommario esame del
vangelo di Filippo. I temi rimandano al Vangelo di Tomaso. Ancora una volta
l'arma del Cristo non è la sofferenza, ma la conoscenza. "La conoscenza
ci rende capaci di diventare liberi" (77, 30). "Colui che ha la conoscenza della verità è libero…La verità è
madre, ma la conoscenza è padre" 87,20). "La conoscenza ci
rende capaci di diventare liberi" (77, 30)."Fintanto che la
radice del male è nascosta, è forte; ma quando è scoperta si dissolve"
(83,10). "L'ignoranza è la madre di ogni
male" L'ignoranza si risolverà in morte, perché quanti provengono dall'ignoranza
non erano, non sono e non saranno" (83,30). Si noti la stretta
analogia con Isidoro di Siviglia (Etim.X,626). "Se conosciamo la verità, troveremo in noi
stessi i frutti della verità" (84,10). "Coloro che affermano
"Il Signore è morto e (poi) è risuscitato" sbagliano. Egli infatti prima risorse e (poi) morì. Chi non ottiene prima
la resurrezione, costui morirà" (56, 20). Nella chiesa di San Pedro del la Nave,
significativamente, non c'è crocifissione.
Ancora una volta non c'è il dualismo tanto caro
alla tradizione ellenistica: "Luce e tenebre, vita e morte, destra e
sinistra, sono tra loro fratelli" (53,10). Ed
ancora: "La verità è una unità, ma è anche
molteplicità per noi, affinché impariamo tale unità attraverso la
molteplicità" (54,15).
E' sottolineata l'importanza
dell'esperienza della vita presente: "Tu hai visto lo spirito e sei
diventato spirito; tu hai visto Cristo, e tu sei diventato Cristo; tu hai visto
il Padre e diventerai Padre" (61,30). E' riaffermata l'esperienza simbolica: "Gesù dissimulò segretamente ogni cosa. Egli infatti non si manifestò quale era, ma si manifestò come lo
si poteva vedere…Si manifesto grande ai grandi e piccolo ai piccoli…"
(57,30); "Egli si è manifestato in questo luogo per mezzo si simboli e di
immagini"(67,35); "la verità non è venuta nuda in questo
mondo, ma in simboli e immagini. Non la si può
afferrare in altro modo" (67,10).
Le supposte origini cristiane dell'Europa,
Come si fa a parlare di pace, se è normale,
ovvio che i manuali accademici e scolastici siano
regolarmente caratterizzati da incredibili omissioni sulla storia
dell'uomo? Mentre si discute da ogni parte delle supposte origini cristiane
dell'Europa, e mentre si pensa di assistere ad un impegno eccezionale contro la
guerra, da parte del papa Giovanni Paolo II, vengono
elaborate e diffuse teorie e tesi fortemente ideologizzate,
che, determinando la formazione e l'educazione degli europei e della
cristianità occidentale, concorrono a definire il panorama di inevitabili
scontri di civiltà, di culture, di potere, di economie nel quale viviamo.
Quando tanti anni fa cominciai a studiare i
collegamenti, nella tarda antichità e nel Medioevo, tra le regioni occidentali
ed il vicino e medio oriente, l'Africa ed i territori asiatici, mi insegnarono che bisognava dar conto di tutta la
bibliografia fino allora prodotta e bisognava tener conto di tutti gli elementi
documentari fino ad allora disponibili. Le omissioni andavano considerate gravi
errori.
Oggi l'omissione nei manuali accademici e
scolastici è la regola. E' il caso del volume dell'Archivo
Español de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, edito dal Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de España.
Non solo sono ignorati alcuni lavori a stampa
su riviste e pubblicazioni internazionali la cui citazione ed il cui esame
possono essere non condivisi, ma non possono essere omessi. Sono ignorate
persino pubblicazioni dello stesso Consejo Superior de Investigaciones Cientificas de España: vedi Anuario de Estudios Medievales, 9, Barcelona 1974-79,
pp.77-126.
Soprattutto vengono
taciuti alcuni elementi fortemente significativi, che servono a definire un
quadro estremamente complesso della realtà altomedievale.
Mi riferisco ad esempio, alla raffigurazione
degli apostoli Filippo e Tomaso (ma non c'è nessun segno che li identifichi
come apostoli), la cui presenza a San Pedro de la
Nave è giustificabile solo con l'attribuzione a loro di alcuni
fondamentali vangeli apocrifi; la presenza massiccia di culture e religioni, ad
esempio mazdea, nella Penisola Iberica che da soli
giustificano i tanti elementi sasanidi cosiddetti
decorativi nella scultura altomedievale.
La Penisola iberica, durante i secoli VI e VII
"…la Penisola iberica, durante i secoli
VI e VII appare come un laboratorio artistico aperto ad alcune correnti
necessariamente in ebollizione e in circolazione nel Mediterraneo. Questo
spiegherebbe per esempio le somiglianze tecniche che l'architettura visigotica ha con alcuni elementi derivati dalle terre siriache dell'interno o i parallelismi di certi motivi
decorativi (i grifoni di Quintanilla o i pilastri di
Lisbona) con il repertorio sasanide". Cosi F. ARCE
SAINZ, nell'Archivo Español
de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, pag.87.
Non si tratta soltanto di un "laboratorio
artistico", e non solo di correnti "mediterranee", ma
di un laboratorio di culture diverse, molte mediterranee, molte derivate da
quella koinè indo-iranica-siro-palestine di cui si
hanno testimonianze sempre più evidenti, alcune africane ed altre continentali,
nate nella più lontana India, che si incontrano, si
integrano, interagiscono tra di loro, confermando la complessità culturale dei
secoli che hanno visto la nascita e la diffusione del cristianesimo, che
subito, fin dalle origini, si connota nel vicino oriente, in Africa e nella
stessa Europa in modo "plurale".
Mi riferisco in particolare alle chiese di Quinanilla de las Viñas, non lontana da Burgos, di
San Pedro de la Nave, nella provincia di Zamora; di san Juan en Baños de Cerrato, nei pressi di Palencia. Si tratta delle uniche chiese conservate in
Europa del VII secolo che presentano delle sculture
realizzate secondo programmi più comunicativi che iconografici consapevolmente
progettati.
Queste tre chiese, come ho ricordato, sono
oggetti storici e religiosi e come tali vanno studiati.
Sono tre documenti di straordinario interesse che
possono consentire il riconoscimento della complessità culturale e religiosa di
secoli che si vuole completamente dimenticare. Sono tre edifici lungo le strade
che portano a Finisterre, considerato fin da epoca
assai remota come il punto più occidentale dell'Occidente, dove il sole si
getta nel mare a fecondare la terra e meta di metodici pellegrinaggi
preistorici fin dal più lontano Oriente. Nel IX secolo
il "sito" non cristianizzato con l'"invenzione" della tomba
di san Giacomo e diventerà, fino ai nostri giorni, uno dei luoghi fondamentali
del pellegrinaggio cristiano.
Certo è che nella Spagna dell'alto medioevo, nell'età
visigotica, nel periodo mozarabico
e in genere nell'epoca preromanica, esistono alcune
chiese di chiara e forte derivazione Vicino orientale, con particolare
riferimento alla Siria ed alla Persia, ed a quel mondo
sasanide che è, va detto, di religione zoroastiana. Queste chiese sono legate alla cultura, alle
manifestazioni plurali ed alla tradizione "apocrifa" del
cristianesimo dei primi secoli, non solo nei motivi formali, o nei repertori
decorativi, e nelle ricchezza creativa, ma nei
profondi significati simbolici e religiosi, nei linguaggi iconici comunicativi,
negli elementi di culto.
Dalla lettura delle tre chiese emerge una realtà
storica molto diversa da quella che viene raccontata
dai nostri manuali accademici (vedi nell'Archivo
Español de Arqueologia, op.cit.) e
scolastici.
Oggi si scarta l'idea di contatti culturali
diretti con la Persia dei Sasanidi
(J.Marie Hoppe, in Archivo Español de Arqueologia, anexos de España, XXIII, Visigodos y Omeyas, 2001, pag.320)
dimenticando il gran numero di zoroastiani che
vivevano nella Spagna.
Non mancano, infatti, studi pregevoli che, però, vengono completamente dimenticati. Ad esempio Miguel Cruz Hernández
(El Islam de Al-Andalus,
Madrid 1992, p166) ricorda che: "La espansione
iniziale dell'Islam, avendo luogo in territori socialmente molto organizzati e
di popolazione cristiana, giudea e mazdea, dette
origine ai tributari…". Nell' VIII secolo, quindi, i territori della
Spagna non solo sono socialmente molto organizzati, ma sono popolati da molti,
che, com'è noto, sono di origine persiana. E questo capita non solo in Spagna. Basta ricordare come nella Francia merovingica i
defunti, per sottolineare che sono destinati alla resurrezione, vengono avvolti
in stoffe sasanidi e basta guardare la grande
diffusione dei luoghi di culto mazdei e mitraici anche nell'Europa continentale.
Va ricordato che anche a Roma, nei mosaici
dell'arco trionfale di Santa Maria Maggiore, del 430,
i Magi che visitano il bambino Gesù (a cui il bambino
Gesù si manifesta) vestono abiti sasanidi
e vengono identificati dalla tradizione come zoroastriani. Vanno ricordati anche i frequenti contatti
degli stessi cristiani con la Terra Santa, come conferma l'itinerario di Eteria, quasi certamente una galata!
Non è tutto semplice o semplificato come si legge
nei nostri manuali. Da una parte le popolazioni locali
incivili e pagane, dall'altra i cristiani perseguitati che portano la civiltà e
la vera religione. Non è vero che l'Europa del VI - VII secolo è tutta
cristiana. Guardiamo ad esempio alla Spagna. Solo per fare qualche esempio, non
esauriente, di questa complessità, non sarà difficile riconoscere, accanto ai
molti abitanti indigeni cristiani che si rifanno però non ad una chiesa
centralizzata, ma a tante tradizioni plurali, ai tanti ebrei, ed ai tanti mazdei, ai berberi (molti sono cristiani-africani), non
sarebbe difficile riconoscere, ed in gran quantità, visigoti,
celti, popolazioni locali cosiddette preindoeuropee, un mosaico di popoli arabi (e arabi
cristiani), persiani, mesopotamici, anatolici e siriaci, popoli centro europei germani, slavi, popoli asiatici, (eredi, fin
dal I secolo a.C., delle invasione
"barbariche", ma anche protagonisti di nuove continue immigrazioni,
se non altro in veste di schiavi), indiani, nuclei cristiani indipendenti (nei
territori della Penisola Iberica, inizialmente in quelli definiti dall'VIII
secolo come "Al Andalus", nascono quelli
che saranno presto detti mozarabi).
Alcune considerazioni vanno ancora fatte:
Quintanilla de las Viñas e San Juan en Baños de Cerrato
La comunicazione iconica della chiesa di Quintanilla de las Viñas non lontano da Burgos, è
certamente più vasta, ma più frammentaria e più difficile è il disambiguamento. Di dimensioni notevoli, è
rimasta solo una parte del transetto e l'abside. Il paramento murario è
"more ghotico", con pietre ben squadrate.
"More ghotico", significa secondo
un'abitudine straniera. Sarà in seguito chiamato "ghoticum
officium" la liturgia diversa, come quella mozarabica, dall'"ordo romanus", anche quando avrà caratteri decisamente orientali.
Già all'esterno sono presenti elementi figurali,
simbolici, raccolti in 2 fasce, che diventano 3 nel muro della testata quadrata
dell'abside. Sono uccelli, pavoni, papere, tralci, uva, foglie disposte a
stella, monogrammi. Su un architrave c'è anche una conchiglia, simbolo di vita
eterna.
Il fedele avvicinandosi all'edificio già, prima
di entrare, "evoca" i sacri riti. E' attivata la conoscenza
attraverso la messa in moto di tutti i meccanismi della visione e
della percezione sensoriale.
I "riti" che si svolgevano all'esterno
preparavano certo ai "riti" dell'interno. Gli studi di antropologia culturale non lasciano dubbi in proposito.
Come non lasciano dubbi gli scritti sacri, anche
quelli canonici. Il velo si è squarciato: c'è un superamento della sacerdotalità e della ritualità "ebraica". Ormai
tutto il popolo di Dio può accedere all'interno:. Può
vedere, conoscere l'interno. L'interno sarà manifesto. Anche il Vangelo di
Filippo lo sottolinea: "allorché il velo si
squarciò, e l'interno sarà manifesto…Coloro che fanno parte della tribù
sacerdotale, potranno penetrare al di là del velo, insieme col sommo
sacerdote…affinché possiamo entrare nel segreto della verità". (Vangelo di Filippo 84,30, 85).
E' questo un tema straordinariamente ricorrente,
fondamentale e generalizzato: la facciata all'esterno riassume gli spazi,
l'articolazione, la struttura iconica dell'interno. Ne possiamo vederne
l'esaltazione nell'architettura romanica.
Lo sottolinea il Vangelo
di Filippo: "Sono venuto per rendere…le cose esterne simili alle cose
interne. Sono venuto per unirle in quel luogo" (67,31). E' ancora il
tema dell'unità nella molteplicità. Ma sono anche i temi fondamentali di un
altro testo trovato a Nag Hammadi,
il Vangelo di Verità, un originale scritto forse in greco a Roma nel 150 e comunque anteriore al 180 ed assai vicino al Vangelo di
Filippo: "Come l'ignoranza di una persona si dissolve da sola, nel
momento in cui ella conosce. Come si dissolve l'oscurità nel momento in cui
splende la luce, così la deficienza dispare nella perfezione. Da questo momento
non appare più l'apparenza esterna: si dissolverà fondendosi nell'unità, mentre
ora le loro opere sono disperse. In (quel) momento l''unità porterà alla
perfezione gli spazi. Nell'unità ognuno ritroverà se stesso. Nell'unità, per
mezzo della conoscenza, egli purificherà se stesso dalla molteplicità; come una
fiamma, divorerà in se stesso la materia: l'oscurità per mezzo della luce, la
morte per mezzo della vita" (25, 1-20). La conoscenza di sé è
la conoscenza della propria origine divina: "essi
conobbero che procedevano da lui [il Padre] come i figli da un uomo
perfetto…allora ricevettero da lui una forma della sua conoscenza"
(27, 11 sgg).
La conoscenza non è certo conoscenza
intellettuale e la "gnosi" non è come la definiscono i nostri
manuali. Non si acquisisce certo attraverso la concettualizzazione
di un ragionamento verbale, secondo le categorie filosofiche della cultura
greca. Poiché "la verità non è venuta al mondo nuda",
come chiarisce il Vangelo di Filippo, "ma, in simboli ed immagini"
(67,10), avremo bisogno di una cultura iconica ben sviluppata e la conoscenza
si acquisirà facendo affidamento sulla evocazione, sulla percezione, sul
simbolo, sulla percezione sensoriale. Si tratta di "simboli ed
immagini" che vanno visti in movimento.
Non è un caso se è ben evidente il riferimento
alla cultura sasanide, che è, ricordiamolo, zoroastriana. I seguaci di questa religione, lo ho
ricordato, sono presenti in gran numero in Spagna. E non va dimenticata neppure
che la cultura mitraica, largamente diffusa in Europa
dal I secolo a.C. e poi nella stessa Roma, non solo è
un'emanazione della tradizione zoroastriana, ma è di
chiara origine indo-iranica.
Per spiegare le sculture di Quintanilla di las Viñas e le assonanze con culture che niente hanno a che
vedere con la tradizione dell'arte classica, è così necessario far riferimento
all'Oriente bizantino. E' così
necessario definire bizantineggiante la cultura iconica della Siria,
dell'Armenia, della Georgia?
E fare tante congetture su come queste tradizioni orientali
siano giunte nella Penisola Iberica?
La chiesa di Quintanilla
de las Viñas appare come
uno strumento per la conoscenza per gli uomini del VII secolo: "Colui che si unisce alla verità è congiunto alla bocca del
Padre, allorché dalla sua lingua riceverà lo Spirito santo". (VgVerità 26, 30).
E la verità è Cristo.
All'interno della chiesa, a cui si accede attraverso una porticina sul lato destro del
transetto, sono due capitelli (due grandi blocchi squadrati), sopra due
colonne: l'uno a sinistra, frammentario, con una figura umana con i segni della
luna in un tondo sorretto da una figura alata (una seconda è andata distrutta).
L'altro a destra con i segni del sole in un tondo sorretto da
due figure alte.
L'iconografia è ben nota e
presente in molte culture. I due capitelli sono quasi collegati da un
grande arco trionfale con i noti simboli scolpiti. Al di
sopra una lastra con la scultura del Salvatore.
Entrando nel "santuario", appoggiati alla parte
di sinistra c'è un altro blocco squadrato e scolpito, un capitello, con una
figura maschile con una croce (Si pensava al Salvatore, ma forse è più giusto
pensare a San Pietro?) tra due angeli alati.
Sopra il capitello, due riquadri con figure. L'una regge il libro con entrambe le mani. L'altra ha un
braccio alzato con un gesto liturgico.
Appoggiato alla parte di destra c'è un blocco
squadrato, ancora un capitello, con una figura forse femminile tra due angeli
alati.

Si è spesso ipotizzato (anch'io l'ho fatto) che sia la Vergine Maria, ma si
potrebbe dire con ragionevolezza che si tratta di Maria
Maddalena, alla quale è attribuito un altro dei vangeli apocrifi assai vicino a
quello di Filippo ed a quello di Tomaso, molto usati dalle prime comunità
cristiane. In esso è evidente che il peccato non è
un'ingiuria fatta a un Dio geloso e vendicatore, che esigerebbe riti riparatori,
ma piuttosto un'offesa contro l'umanità e che non bisogna promulgare altra
legge se non quella dell'amore fraterno e della condivisione.
Il programma iconografico è ben difficile da
ricostruire, ma dobbiamo confermare il forte influsso siro
mesopotamico ed iranico per giustificare le forme
comunicative e conoscitive di queste sculture. Anch'io
infatti pensavo che fossero elementi decorativi, ma ho dovuto
completamente rivedere questo convincimento. L'ho rivista alla luce dei mie molti studi ed esperienze sulla comunicazione e
sulla conoscenza nelle culture visive ed alla luce dei significati dei vangeli
di Filippo e Tomaso.
E' evidente, come molti sostengono, che le norme
fissate dai vari concili, anche sull'arredo iconico delle chiese, . siano estremamente prescrittive. Comunque va notato
che sono norme sempre più spesso comportamentali - formali e non teologiche.
E poi, ma è così chiaro che valgano per tutti?
Innanzi tutto i cristiani
non sono ancora la stragrande maggioranza. Inoltre è fuori
di luogo pensare per tutto il Primo Millennio ad un cristianesimo monolitico.
Esistono, inoltre, molte religioni e molti culti
che si vanno trasformando, con le buone e con le cattive, ma anche con una
lenta osmosi che dura a volte secoli, nel cristianesimo non certo in modo
indistinto, ma conservando la matrice delle proprie radici, a volte legate allo
sciamanesimo. E' evidente che nascono forme cristiane
largamente permeate di altre tradizioni religiose. Ad
esempio non si riconosce il grande fermento politico e
religioso del VII-VIII secolo, né si riconosce la forza delle culture delle
steppe, né l'autonomia della cultura nomadica che,
rivendicando la legittimità della propria indipendenza, non ha alcuna
soggezione quando viene a contatto con le religioni occidentali del libro,
teologicamente strutturate.
Meraviglia l'idea di voler scartare l'idea di
voler scartare contatti diretti tra la Persia dei Sasanidi e l'estremo occidente. Ho già ricordato la
massiccia presenza di zoroatriani in Spagna ed i mosaici
dell'arco trionfale di Santa Maria Maggiore, potrei
ricordare il pellegrinaggio di Eteria,
potrei ricordare il pellegrinaggio preistorico a Finisterre
e la cristianizzazione che è solo dell'VIII secolo d.C. Infatti non va
dimenticata la cultura del pellegrinaggio.
Nascono forme (non solo di
culto) di cristianesimo legate ad articolate, complesse e ben definite
"sensibilità" culturali ed attese religiose. La crescente
centralizzazione e gerarchizzazione della chiesa di
Roma, estremamente precettistica e dogmatica, porterà
a bollare tutte queste forme di eresia ed a cancellare completamente le
testimonianze di queste forme di cristianesimo. Ma non
sempre avviene con risultati immediati e generalizzati.
Le vicende degli scritti cosiddetti apocrifi ne è testimonianza. Ma la
testimonianza viene dal fatto che le chiese locali cristiane si organizzano
secondo diverse tradizioni. Dice niente la Francia con
gli amici di Gesù e la tradizione provenzale? Lì si preparano nel 2040 ai duemila anni di cristianesimo, ricordando la
tradizione provenzale con pubblicazioni, pannelli ad altro, in importanti
chiese cattoliche, come ad esempio nella basilica di St-Maximin-la-ste-Baume.
Viene rivendicato persino un primato temporale rispetto alla chiesa
di Roma. E' nel 40, infatti, più di venti anni prima del martirio di Pietro e Paolo a Roma, che alcuni amici di Gesù (Maria di Clopa, sorella della Madonna, Maria
Salomé madre degli apostoli Giacomo il Maggiore e
Giovanni, Lazzaro, il risuscitato e le sue sorelle Marta e Maria
Maddalena, Maximino e Sidonio,
Sara la domestica nera delle due Marie) sbarcano in
Provenza da una barca senza vele, senza remi e senza provviste in cui sono
stati abbandonati dagli ebrei di Gerusalemme.
E da questa tradizione si sviluppa la tradizione borgognona che si manifesterà nelle grandi cattedrali, con
l'ordine sacerdotale degli amici di Gesù (la chiesa
invisibile) complementare e non antagonista con l'ordine apostolico (la chiesa
visibile), secondo la testimonianza di Onorio Augustodunense.
E la tradizione del popolo
sacerdotale con un solo sacerdote che è Cristo. A giudicare dalle pitture di Santa Maria
Antiqua a Roma e dalle sculture di Moissac doveva
essere un tema forte nella cultura dei pellegrinaggi.
San Pedro de la Nave, Quintanilla de las Viñas, San Juan en baños de Cerrate. Dobbiamo ricordare quanto la mentalità odierna sia differente da quella antica e quanto sia facile
travisare le loro intenzioni e l'operare degli uomini di quei tempi "fide et factis". Certo è che le
credenze religiose e le liturgie del VII secolo erano
profondamente diverse da quelle che si praticano oggi.
Su San Jaun en Baños de Cerrato, al di là delle discussioni, che non condivido, sulla
posticipazione della datazione, ho veramente poco da aggiungere, se non che
sorge nei pressi di una grande sorgente (questo non viene quasi mai notato) ed
ha un alto significato simbolico. E', inoltre, un documento prezioso dell'accordo
tra cattolici ed ariani. Qualcuno, ma senza elementi convincenti, cerca di
posticiparne la datazione. Certo è che anche San Domenico, nel suo lungo
soggiorno a Palencia, doveva aver visto questa chiesa
tante volte. Eppure, nei comportamenti e nella sua predicazione,
ignora, in nome del dogmatismo e dell'integrismo
cattolico romano, la complessità religiosa del VII secolo.
San Juan de la Peña,
C'è in Spagna un altro San Juan,
quello de la Peña, così ignorato dagli studiosi delle
chiese del VII secolo. E' certo più tardo. Ma la lingua di
calcare, umida, riflettente mostra fino in fondo lo specchio in cui si riflette
la propria conoscenza (Cfr. A.Thiery, Semantica sociale:
messaggio e simbolo (il visionario immaginifico come fonte della storia), in
"Potere, società e popolo nell'età Sveva",
a cura del Centro di studi normanno svevi
dell'Università di Bari (1983)", Bari, ed. Dedalo 1985).
E il 22MARZO.htm 1071, San Juan de la Peña diventa il simbolo della cancellazione dell' esprerienza mozarabica e dell'esperienza cristiana nella Spagna del I millennio.
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appendice
VII SECOLO
Nasce
l'Islam: un adattamento delle religione giudaica e cristiana
ormai troppo occidentalizzata. A Ovest del Giordano il
Cristianesimo acquistò un aspetto ellenistico grazie a Paolo, in vesti Greche,
e si sviluppò in una chiesa normativa. A Est del
fiume, il giudeo cristianesimo trovò la sua continuazione nell'Islam semitico,
grazie a Muhammad, l'Apostolo in vesti arabe, e
realizzò autonomamente un monoteismo senza compromessi. Cristo è cercato fuori dalle categorie filosofiche e metafisiche
dell'ellenismo. Le grandi lotte contro le "eresie" non toccano mai
l'islamismo. Cristiani ed ebrei affiancavano gli arabi nei centri agricoli e
sedentari dell'Arabia centrale, dove passavano le vie carovaniere per Siria,
Egitto, Etiopia, Palestina, Iraq. L'Arabia centrale fu un territorio sempre
indipendente, che sfuggiva ai due giganti di allora: gli
imperi bizantino e sasanide. L'islamismo è un
ritorno alle origini, al padre Abramo ed è una risposta:
a) all'annullamento
dell'identità araba. Muhammad è il profeta che
riunisce le tribù arabe e l""espansionismo" musulmano è volto
essenzialmente a ricostruire l'Unità araba;
b) alle "vecchie"
religioni (in primo luogo cristianesimo e giudaismo) fortemente
centralizzate, strutturate ed ordinate gerarchicamente e che si pongono come
intermediarie tra Dio e l'uomo;
c) ad un cristianesimo solo ellenizzato, condizionato da una canonicità organizzata,
che definisce l'ortodossia, distribuisce patenti di "eresia", rifiuta
non solo i testi scritti in lingue diverse dal greco (gli apocrifi e gli gnostici)
ma persino l"aramaico e la tradizione apostolica
orale, fatta non solo di insegnamenti, di parole, di
simboli, di segni e di riti,
d) alle sottigliezze teologiche,
cristologiche e mariologiche;
e) ai missionari cristiani che erano o
persiani o bizantini ed erano perciò espressione del potere dei due grandi
imperi dai quali gli arabi difendevano la loro indipendenza ed identità;
f) ai precetti
del giudaismo rabbinico ed alla prevaricante funzione economica esercitata
dagli ebrei, popolo eletto. Secondo alcuni Muhammad avrebbe
conosciuto solo un cristianesimo "eretico". In
realtà, Muhammad accusa i cristiani, che hanno
cancellato molte tradizioni apostoliche, di aver falsificato il vangelo.
Dà vita ad un monoteismo "arabo" (con tendenze universalistiche)
sulla base dei dati della teologie biblica, senza il
rituale rabbinico e senza le prescrizioni dei concili ecumenici, suscitando:
a) disaffezione per il culto
degli idoli;
b) aspirazione ad una profonda
riforma delle strutture sociali e religiose (è vicino al cristianesimo
apostolico e contrasta le esperienze del vangelo della grande
chiesa di Roma);
c) desiderio di un
"libro" rivelato che sia il riferimento delle riforme.
L'islamismo è una religione di
legge, molto simile e molto diversa dal cristianesimo. Oltre al Corano, nasce
un "corpus di dottrina" che non ne altera i
principi fondamentali. Questo corpus (che contribuisce a diffondere
cosmopolitismo e tendenze universalistiche) è opera di ebrei,
cristiani greci, cristiani siriaci, magi zoroastriani, manichei, mandei,
indù, idolatri ellenistici.
VIII-IX SECOLO
Bisognerà
abituarsi a non sacralizzare i padri della chiesa
romani e greci, ricostruendo la storia di questi periodi in Europa dimenticando
che la cultura del cristianesimo delle origini è pluralista. E' il mondo carolingio, sopravalutando Sant'Agostino,
che ha interesse a legarsi alla "romanità".
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In
conclusione: per
essere cristiani non c'è bisogno della circoncisione culturale.
Sull'
Avvenire del 26 maggio 1996 (Pentecoste ed anche festa di San Filippo Neri) si
poteva leggere il bell'articolo di Enzo
Bianchi : "Pentecoste, l'anti Babele".
"La lingua dello Spirito è la parola di Dio che scende all'uomo e che
porta la Chiesa non a imporre il proprio linguaggio,
ma entrare nel linguaggio degli altri uomini, a dire "Dio", ad
annunciare le meraviglie di Dio secondo le forme e le modalità di comprensione
dell'altro". Come ho ricordato, il 26 maggio 1996
ha segnato per me anche un anniversario. 25 anni anni
prima, il 26 maggio 1971 tenni, come detto, una lunga relazione all'Accademia
dei Lincei, nell'ambito del Congresso internazionale
sui Longobardi in Europa. "Che ne sappiamo delle
origini del Cristianesimo?" Mi chiesi, tra l'altro. E
risposi: "Poco, per non dire nulla". Tutta la relazione, utilizzando
i documenti "figurali" e le esperienze sensoriale
ed antropologiche, rimetteva drasticamente in discussione (non ero certo
il primo, ma utilizzavo una tribuna scientifica di grande rilevanza e
pretendevo di promuovere meccanismi conoscitivi di massa) la costruzione
storica (e le giustificazioni dei privilegi) che laici e cattolici hanno
artificiosamente edificato sulla tarda antichità e sull'inizio del medio evo,
per giustificare e sostenere il potere di ristrette élite (lo 0,1%
dell'occidente). In una parola mettevo in evidenza
quelli che sarebbero stati i punti fermi della mia ricerca che guardava
dall'Europa al primo Millennio ed alla mescolanza di etnie, lingue, religioni,
culture e che mi avrebbero guadagnato la sinistra fama di "pericolosissimo
sovversivo":
1) Il vangelo è per tutti i
popoli e per tutte le culture: lo Spirito soffia dove vuole (Gv 3, 8); tutti coloro che sono
condotti dallo Spirito di Dio, quelli sono figli di Dio (Rm
8, 14). La missione apostolica non è legata ai soli apostoli Pietro e Paolo. La
tradizione apostolica non è legata alle categorie filosofiche e metafisiche
ellenistiche diffuse (per di più in chiave minoritaria) nei territori
dell'impero romano e venute a strutturarsi
teologicamente in occidente, nel corso di alcuni secoli ed in contesti storici
economicamente, socialmente, antropologicamente
definiti. Il messaggio cristiano , come tanti altri
messaggi religiosi, è per universum mundum (e il
mondo conosciuto nell'antichità somiglia molto a quello attuale. Il continente americano è la misteriosa "quarta pars"
dei mappamondi medievali) e non solo per omnes gentes (il mondo conosciuto solo dagli occhi occidentali, i
confini dell'impero romano, con al centro il Mediterraneo). Anche l'Australia
non fu "scoperta" dagli europei qualche secolo
fa, ma fu raggiunta dagli asiatici almeno 4.000 anni fa.
Per esser cristiani non c'è
bisogno della circoncisione culturale. L'adesione al vangelo richiede
l'adesione a Cristo e non a preti, dogmi o chiese. Comunque,
anche nei confini geografici dell'Impero Romano la storia si è svolta in modo
un po' diverso da come la si racconta. Viaggiavano gli uomini (popoli interi) e
viaggiavano le merci dall'estremo oriente all'estremo occidente, dall'Etiopia e
dall'Africa orientale all'India. Il cristianesimo non si costituì soltanto né
secondo le forme ebraiche (Gesù di Narareth, riconosciuto dal vecchio Simeone come il profeta
liberatore, il Cristo del Signore, squarciò con la sua morte il velo del
Tempio, a significare una vittoria sul sacerdotalismo
ebreo), né secondo lo stile conoscitivo, di vita sociale ed economica del mondo
ellenistico (Gesù di Narareth,
con il suo spirito sovversivo e rivoluzionario, eliminato nel corso dei secoli
dal sacerdotalismo, dal sistema ecclesiastico,
cristiano e cattolico, non propose certo l'ordo romanus). Il cristianesimo si costituì secondo le forme
delle culture che incontrava ed incontrò in Europa, in Africa, anche quella
"Nera", in Asia.
2) anche nei territori
dell'occidente (Roma compresa) esisteva già nel primo secolo una pluralità di etnie, di culture e di religioni ed uno scambio, anche di
merci, con i territori dell'Africa nera, dell'Europa e dell'Asia centrali, del
medio ed estremo oriente così sistemico che non ha ancora uguali nell'epoca
moderna, malgrado la globalizzazione. Il
cristianesimo, le tante forme di cristianesimo, convivono
nella Roma imperiale (in una città profondamente multiculturale,
multietnica e multireligiosa
e molto poco romana e greca) e nelle regioni europee con infinite religioni
(almeno 30 nuclei primari; molte di più se si tiene conto della pluralità di
opinioni e di culture che si riferivano ai vari culti ed alle varie religioni),
molte delle quali autenticamente orientali, dell'Asia Minore, della Mesopotamia, della Persia, dell'India, dell'Asia Centrale,
della Cina. A Roma ed in Europa il cristianesimo dovette assumere tante "inculturazioni". Esisteva una pluralità di opinioni. Nei primi quattro secoli presero il sopravvento
i gruppi cristiani che si legarono al vecchio establishment (che, ricostruendo
il sacerdotalismo rotto dal vangelo, adottavano
l'origine divina della gerarchia e l'obbligo della subordinazione). A Roma, nel II secolo prende il sopravvento un gruppo che, definendo
la grande chiesa, struttura una dottrina unica ortodossa, lontano dalle radici
del cristianesimo, dalle manifestazioni palestinesi ed orientali e dal
pluralismo culturale, per identificarsi ed incardinarsi nella cultura e nelle
categorie filosofiche greche e romane. Dandosi naturalmente
strutture di gestione: da qui l'idea del sacerdozio cristiano. Nel 1996
ricorrevano i 1500 anni del battesimo di Clodoveo e della conversione delle
genti merovingiche e della nazione Franca, che dal
quel momento riconosce la propria unità. Ci sono state
grandi dispute. Alcuni rivendicano che le radici della
Francia sono cristiane. Il battesimo portò alla nascita della nazione.
Altri richiamano la tradizione celtica. E' nell'unità celtica che va
riconosciuta la nascita della nazione Franca. Quando
nel 496 (o negli anni successivi) avvenne il battesimo di Clodoveo, il
cristianesimo era presente in Gallia già da 350\400
anni e si era mescolato, assumendone gli stili ed i codici comunicativi e
culturali, con le culture celtiche, africane, slave, vicino orientali, centro
asiatiche e dell'estremo oriente. Con la seta a Roma ed in Europa erano
presenti gli indiani con la loro cultura e le loro religioni. Le merci, come ci
ha insegnato Giorgio Nebbia, conservano incorporato il
lavoro, la fatica, la cultura di chi le ha prodotte. Il vangelo cosiddetto
gnostico di Tomaso (che risale al più tardi alla metà del
II secolo e che circolava nell'Europa altomedievale)
sembra essere una testimonianza dell'incontro tra induismo,
buddhismo e cristianesimo. Clodoveo e la sua gente,
accettando il battesimo, non accettarono la romanizzazione, ma si resero consapevoli del rispetto della
complessità culturale, etnica e religiosa delle terre in cui regnavano. La
nazione franca (o per lo meno la fortuna politica dei merovingi)
nasce probabilmente dall'atto di accettazione del
cristianesimo, ma anche dalle manifestazioni culturali e religiose celtiche,
africane, slave, vicino orientali, centro asiatiche e dell'estremo oriente. E'
una nazione che nasce nella globalizzazione delle
culture, delle etnie, delle religioni. Le regioni della Gallia
rivendicano percorsi diversi nella stessa evangelizzazione:
Ireneo, Ilario, Martino, Remigio, Thierry, Giulio, la
Maddalena solo per citarne alcuni nomi. Come si fa a definire la Gallia la figlia prediletta della chiesa di Roma?
3) Il cristianesimo romano che
noi conosciamo è un prodotto di Costantino e del Concilio di Nicea (un concilio
occidentale, che escluse l'ecumenismo e la pluralità delle evangelizzazioni).
La definitiva assunzione delle categorie filosofiche greche
da parte del cristianesimo è solo del V secolo.
La storia dell'uomo viene ricostruita utilizzando solo le pochissime
testimonianze scritte che si sono salvate dal furore degli anatemi dei
vincitori. La maggior parte dei documenti sono andati
certamente persi. Non va dimenticato che molti popoli e la maggior parte delle
culture hanno preferito usare come promemoria opere, cose ed esperienze figurali, gestuali, sensoriali, percettive, ritmiche,
musicali, visive ed orali. Con l'assunzione delle categorie filosofiche
ellenistiche, larga parte delle testimonianze cristiane anteriori, sviluppate nella stessa Europa, furono cancellate nel V
secolo. Comunque il metro di lettura che porta a leggere
i pochi promemoria che si conservano secondo la concezione delle categorie
filosofiche e metafisiche ellenistiche del razionalismo del mito, del
trionfalismo, dello spettacolarismo, dei prontuari di
comportamento, dei precetti da osservare, delle analisi da fare,
individualista, letteraria, è a dir poco insufficiente. Il mondo (antico e
moderno) va letto anche attraverso lo psicologismo del simbolo e l' antropologismo (comunitario e
solidale) e la creatività della parola parlata e del gesto globale, della
analogia e della percezione, delle esperienze motorie e sensoriali, della
"cosalità", della sistemica connessione
dell'uomo con il cosmo e l'ambiente naturale, dei percorsi psichici
conoscitivi, della visione profonda, della conoscenza globale sciolta dai
rapporti logici di casualità.
Non si può leggere il passato o
il presente secondo l'ottica dei propri linguaggi e dei propri schemi logici
Quando i crociati andarono a
"liberare" il sepolcro di Cristo trovarono
in Asia ed Palestina molte comunità cristiane che ignoravano l'esistenza di
Roma e di Costantinopoli. E le sterminarono, per
cancellare dei testimoni scomodi. C'erano molti arabi cristiani. Del resto il
confine tra islamismo e cristianesimo non legato alle categorie filosofiche
greche è molto labile. Ci furono "spaventosi
massacri di ebrei e di musulmani", ma anche di
cristiani non occidentali, che non solo erano estranei ad una teologia
informata a quelle che diventeranno le categorie aristotelico-tomistiche,
ma erano estranei ad un cristianesimo teologicamente strutturato. La tradizione
orientale (e Paolo la conosce bene) esclude forme di catechesi prebattesimali, riconosce nel battesimo l'unica forma di
conversione che porta a trasformare il credente: non sarete più cristiani, ma
Cristo. Il cristianesimo del primo Millennio guarda all'autorevolezza di chi,
nella vita sociale di tutti i giorni, si fa Cristo: questi sono i santi. Per il
credente deve esserci la consapevolezza che risponde all'invito dello spirito
nelle strutture e nei condizionamenti istituzionali dell'epoca e della cultura
in cui vive. Certo è sintomatico
che i grandi santi cristiani nei primi secoli siano gente qualunque, che proviene da località imprecisate del mondo. Dal V secolo
diventano rigorosamente rampolli di famiglie nobili possibilmente romane.
Note bibliografiche di Antonio Thiery relative a San Pedro de la Nave, Quintanilla de las Viñas, San Juan en Baños de Cerrato: Note sull'origine della miniatura mozarabica,
in "Commentari", XVII, n.IV, 1966,
L'Oriente e le origini delle miniature precarolinge,
in "Commentari", XVIII, n.II- III, 1967,
Problemi dell'arte e della cultura in Europa nei secoli VI-VIII, in "Atti
del Convegno internazionale sul tema: La civiltà dei Longobardi in Europa"
(1971), Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1974,
La cultura e l'arte precarolingia e protomozarabica, in "Settimane di studio del Centro
Italiano di Studi sull'Alto Medio Evo, XX, I problemi dell'Occidente nell'VIII
secolo", Spoleto (1972) 1974, Note sulla scultura europea dell'alto medio
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1974-79. Consejo Superior de Investigaciones
cientificas, Semantica sociale: messaggio e simbolo
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"Convegno internazionale di studi di storia dell'arte per il primo
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