CRISTIANI
IN ASIA NEL MEDIOEVO
Nota
di A:Thiery (gennaio
2006)
Tra i secoli VII e IX, la
chiesa siro-orientale era la più vasta tra le
comunità cristiane: aveva milioni di fedeli, duecentocinquanta vescovi, e una
ricca letteratura. Aveva il proprio patriarcato a Ctesifonte,
capitale dell’impero persiano.
Missionari
cristiani (nestoriani) raggiunsero la penisola
arabica: l’India: lungo o accanto alla via della seta, Herat,
Balkh, Samarcanda, Bukhara,
dove comunità cristiane, zarathustriane, manichee, buddhiste, vivevano
l’una vicina all’altra; e poi le steppe turche, la Mongolia e il Tibet.
Nel VII secolo, furono in Cina. Come dice la Stele di Xi’an,
«un uomo di virtù superiore, chiamato Aluoben, avendo
scrutato i segni delle nuvole azzurre, prese con sé le vere Scritture, e avendo
esaminato le note musicali dei venti, attraversò difficoltà e pericoli»,
giungendo nel 635 nella capitale cinese.
Era il tempo della dinastia
Tang: un tempo di tolleranza religiosa. Come i paesi
lungo la via della seta, la Cina accoglieva templi buddhisti e taoisti, templi zarathustriani, sinagoghe ebraiche, comunità manichee. Aluoben e i missionari
che lo seguirono dipinsero i regni cristiani con i colori illusori del mito:
I missionari cristiani
traducevano i testi siriaci in cinese, attraverso la
mediazione di interpreti sogdiani:
assistiti da monaci buddhisti, preti taoisti e letterati confuciani,
che davano il benvenuto alla religione neonata e insieme badavano a che
concetti incomprensibili o pericolosi non si introducessero in Cina. Nessuna
opera di traduzione fu mai più difficile.
Tra
mille difficoltà linguisti che, sotto l’occhio diffidente e benevolo dei monaci
buddhisti e dei preti taoisti,
l’opera di traduzione continuò. Nacque un corpus di
scritture cristiane: al meno trentacinque testi, di
cui pochi si sono conservati. Come sempre, ci fu la protezione dell’imperatore,
il quale non adottò la nuova fede: ma la protesse e la favorì, perché la
sapienza cinese gli insegnava che molte strade portano verso il cielo: «Una
verità alla quale non si accede per mille strade
differenti e per diecimila ragionamenti analogici non può essere la verità».
Centocinquanta anni dopo
l’arrivo di Aluoben, il
4febbraio 781, un monaco persiano che aveva tradotto il proprio nome in Jingjing (il «luminoso e puro») ,edificò in un monastero
cristiano una stele: oggi chiamata la stele di Xi’an,
era di calcare nero: alta due metri e ottanta e larga un metro: incisa con
milleottocento caratteri cinesi e settanta parole siriache.
Una croce la sormontava: ma la croce poggiava su una nuvola - simbolo taoista - e su un fiore di loto - segno buddhista;
come a ricordare che nella stele tre religioni si incontravano
e avvicinavano, senza perdere il loro carattere.
Così ‘l’immagine del Dio -
uomo, tanto cara alla tradizione sino-orientale, si affacciò per la prima volta
alla mente dei traduttori buddhisti, taoisti e a quella dell’imperatore.
Nella seconda metà del XIII
secolo il venir meno dell’unità del grande Impero mongolo non portò alla fine
della cosiddetta Pax mongolica. Culture e religioni
cosmopolite fu agevolate dal carattere multinazionale
dell’amministrazione mongola, che impiegò uomini delle varie popolazioni sotto
se, Arabi, Turchi, Persiani dell’Asia Centrale e del Medio Oriente, Russi, Qidan, Nüzhen, ma anche mercanti stranieri, come Veneziani e
Genovesi. Un altro fattore determinante fu il grande
sviluppo economico e commerciale che iniziava proprio allora in Europa e in cui
le repubbliche marinare italiane svolsero un ruolo importante.
Infine, obiettivi
diplomatici, strategici e religiosi, spinsero alcuni i
europei a inviare in Asia missionari e legati nella speranza di convertire i Mongoli,
o almeno di giungere a un’alleanza con essi in funzione anti-musulmana.
Nel 1245 il papa Innocenzo
IV inviava a Qaraqorum il francescano Giovanni dal
Pian del Carpine (1182-1252), autore della Historia Mongolorum. Pochi anni dopo, nel 1253, lo stesso pontefice
e il re di Francia Luigi IX inviarono in Mongolia fiammingo Guglielmo di Ruysbroeck. Alla fine del XIII secolo, su iniziativa del
papa Nicolò IV, il francescano Giovanni da Montecorvino
(1247-1328), che, nel 1307, veniva nominato arcivescovo a Pechino, dove rimase fino alla
morte (1). Un’altra missione francescana fu quella di Oderico
da Pordenone, tornato in Italia nel 1330, e della quale ci rimane un
interessante resoconto. Nel 1342 infine l’imperatore Temur
riceveva il legato pontificio Giovanni dei Marignoli.
Le relazioni stese in occasione di alcuni di questi viaggi inaugura un
nuovo capitolo nella storia della letteratura cosmografica
e geoetnografìca. Un posto importante fra i resoconti
di viaggio di questo periodo è occupato dalle memorie di Marco Polo, tramandate
con Milione. Il mercante veneziano Marco Polo (1254-1324) partì la Cina nel 1271, e vi rimase per oltre due decenni,
svolgendo alcune mansioni ufficiali per incarico delle autorità mongole. Da
queste pagine ci appare la grande superiorità dell ‘Impero
cinese, con la sua raffinatezza culturale, l’enorme sviluppo urbano,
l’efficienza delle istituzioni e la mobilitazione di immense forze economiche,
di fronte a un ‘Europa ancora divisa in tanti staterelli
feudali.
Un’altra
celebre opera sulla Cina risalente a quegli anni è
quella del viaggiatore marocchino Ihn Battuta
(1304-77) che ci ha lasciato documentazione sull’ingegneria idraulica e navale
e in genere sullo sviluppo tecnico in Cina, nonché sul sistema monetario e
altri aspetti dell’economia e delle istituzioni Yuan.
(1)
Niccolò, comunque, si meritò il titolo di papa
missionario inviando (1289) un frate francescano, Giovanni da Montecorvino (+ 1330 ca), alla
corte del gran khan Kubla (1260-1294). Quella
missione portò alla prima fondazione di una chiesa cattolica in Cina, dove in
precedenza soltanto i nestoriani avevano avuto una
certa influenza; nel 1307 poi Giovanni fu nominato primo arcivescovo di Pechino
da Clemente V. Niccolò mandò missionari, in massima parte francescani, anche
nei Balcani e nel vicino
Oriente.
FRA
GIOVANNI DA MONTECORVINO - Nacque a Montecorvino Rovella (Salerno) nel 1247. Studiò a Napoli e fu “militare, giudice e dottore alla corte di
Federico II”. Ancor giovane entrò nell’Ordine dei Frati Minori. Nel 1279, a
32 anni fu inviato dal Papa in Persia presso il re Aitone
II. Nel 1289 il Papa Nicolò IV lo inviò in Estremo Oriente presso il Gran Kan in Cina a Kambalik, oggi
Pechino, dove arrivò nel 1293. Fu
accolto con tutti gli onori. Convertì alla fede cristiana il Re Giorgio di Tenduk, cosa che gli permise di predicare con più libertà e
celebrare il culto cristiano nella lingua cinese l’ufficio divino, il salterio
e il Vangelo. Convertì e battezzò migliaia di cinesi. Fondatore della Chiesa
cattolica in Cina e primo vescovo di Pechino, continuò la sua instancabile
opera missionaria fino alla morte nel 1328,
(Missioni
Francescane - 06088 S. Maria d Angeli Perugia)