FEDERICO II, CASTEL DEL MONTE E LA CONOSCENZA.

Questo breve scritto (Federico II e la conoscenza scientifica), realizzato sullo stimolo di Alberto Weismuller, deriva direttamente dall’approfondimento di due miei precedenti articoli, ai quali misi mano su sollecitazione di Angiola Maria Romanini prima ( Federico II e le scienze, Problemi di metodo per la lettura dell’arte federiciana,in Federico II e l’arte del Duecento italiano. Atti della III settimana di studi di storia dell’arte medievale dell’università di Roma, 15-20 maggio 1978, a cura di Angiola M, Romanini, 2 voll. (Galatina, 1980), 277— 299;) e di Giosuè Musca poi ( “Semantica sociale, messagio e simbolo,” in Potere, società e popolo nell’età sveva, 1983 (Bari, 1984), 191—247).

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STUDIES IN THE HISTORY OF ART 44

Center for  Advanced Study in the Visual Arts

 Symposium Papers XXIV

 

 

Intellectual Life at the Court of

Frederick II Hohenstaufen

 

Edited by William Tronzo

 

National Gallery of Art, Washington

Distributed by the University Press of New England

Hanover and London

 

 

 

ANTONIO THIERY

Radiotelevisione Italiana, Rome

 

Federico II e la conoscenza scientifica

 

 

 

Arte e conoscenza

Qual’è stato e qual’è il ruolo dell’immagine e dell’esperienza visiva nella formazione e nel trasferimento delle conoscenze? L’immagine può soltanto decorare, illustrare, descrivere, edificare, raccontare, documentare, confermare quello che già conosciamo, copiare la realtà? Deve essere spiegata per essere compresa? Può tutt’al più, come avviene davanti ad un’opera d’arte o al cinema, produrre sensazioni, emozioni, godimento estetico? O può anche, attraverso l’evocazione, attivare processi conoscitivi? Gli studi di quest’ultimo secolo sull’antropologia e la psicologia hanno messo sufficientemente in evidenza come il pensiero visivo (attraverso i simboli, l’analogia e la percezione) porti a costruire un vero e proprio sistema di comunicazione presso quei popoli e quelle civiltà che non sono state condizionate dal sillogismo concettuale della dialettica. Il pensiero visivo, però, non vive solo in antitesi al pensiero concettuale, può vivere in un sistema, in cui l’occhio della mente e l’occhio della ragione si integrino in modo inscindibile. Anche molte nostre culture occidentali apparentemente solo concettuali, sono fortemente percettive. Non negherò pertanto il ruolo dei documenti scritti (concettuali) nel ricostruire la vicenda politica di Federico

II. Esaminerò piuttosto i documenti visivi (percettivi fondamentali per ricostruire la vicenda culturale. L’alto medioevo ha un ruolo centrale dello studio degli strumenti, specialmente di quelli visivi, della conoscenza e rappresenta, in proposito, un laboratorio straordinario. Ma anche il Duecento, quando si determinano i presupposti della moderna organizzazione scientifica, può offrire risultati di grande interesse. Alastair C. Crombie, in un’opera che mi appare sempre più importante, perché a mano a mano che si vanno colmando le molte lacune (conosce poco Federico II, pochissimo il mondo arabo e musulmano, niente quello africano e vicino-orientale), appare, nella sua struttura, sempre più valida e convincente, fissando alcuni elementi conoscitivi ormai sufficientemente certi.

 

La scienza dimostrativa e sperimentale del Duecento

Nel Duecento nasce una scienza dimostrativa e sperimentale. Il metodo dell’osservazione, dell’esperimento, dell’uso di strumenti matematici si estende a tutto il dominio delle scienze naturali. L’algebra è sempre più usata per risolvere problemi geometrici. Lo studio della luce si sviluppa in modo determinante fino a provocare la nascita di una ricerca sistemica sull’ottica. La luce diventa uno degli elementi maggior mente studiati perché, legata al platonismo agostiniano, consente di sviluppare il con-

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cetto di grazia e di illuminazione interiore, ma è anche, al tempo stesso, qualcosa di concreto, di manipolabile che può essere sottoposto a trattamento matematico. Studi nuovi nascono sulle forze della natura che fino ad allora erano state conosciute, vissute, percettivamente (ad esempio il magnetismo( e sulla teologia occidentale, fondata sempre più sulla illimitata dignità e responsabilità di ogni ).

Prende corpo, attraverso Francesco d’Assisi ed il suo ordine, l’aspetto sacrale delle attività scientifiche dell’uomo, recuperando la tradizione palestinese e del cristianesimo primitivo secondo la quale l’ignoranza è il peggiore dei peccati e la conoscenza, non solo strumento, ma struttura di salvezza. È nel graduale svincolamento dell’algebra dalla geometria (merito di Fibonacci e del fondamentale contributo del mondo arabo e musulmano alla conoscenza) che si determina non solo un avanzamento della tecnologia e della scienza, ma un radicale cambiamento della visione del mondo.

 

Dalla sezione aurea alla sequenza di Fibonacci

Non ripeterò osservazioni già fatte in altre occasioni, ma ricorderò il passaggio che si verifica nel 13° dalla sezione aurea dei Greci (i rapporti sono espressi in chiave geometrica e concettuale), alla dimostrazione algebrica di un numero irrazionale, che sviluppa poi la famosa sequenza di Fibonacci (fig. 1).                              1. Dalla sezione aurea, ai rapporti conoscitivi della sequenza di Fibonacci

Disegno: autore

 

 

 

La proporzione euclidea della divisione del segmento in media ed estrema ragione (la media proporzionale tra l’intero segmento e la parte residua) si può così scrivere utilizzando la matematica simbolica: s:m = m:(s—m). Poiché quando quattro grandezze sono in proporzione lo sono anche i numeri che le misurano, se prendiamo come unità di misura s = 1 e detta x la misura del segmento in, si ha

1:x = x:(1—x), da cui x + x—i = O;

per la formula fondamentale delle equazioni di 2° grado: ax2 + bx + c = O

dovendo essere x positivo, avremo:

 

Si ha un numero irrazionale (0,6180339),

che consente di individuare, nello sviluppo di una frazione continua la sequenza di Fibonacci: 1 1 2 3 8 13 2 34, e così via, fino all’infinito. Ogni numero è la somma dei due che lo precedono. Ogni numero ha un analogo rapporto (il numero irrazionale o,6…non più inteso come sezione aurea, ma come rapporto che consente la conoscenza) con il numero che lo segue. Una sequenza alla quale Fibonacci aveva pensato studiando la nascita dei conigli, e che ritroveremo puntualmente nello sviluppo evolutivo di piante ed animali.

La frazione ½ Ä- 1 ed il numero irrazionale o,6…. non sono più la media proporzionale tra l’intero segmento e la parte residua, tra l’intera altezza dell’uomo e le sue membra, tra l’altezza e la larghezza di un edificio, ma lo strumento di conoscenza dell’organizzazione della natura. Lo sviluppo algebrico della dimostrazione geometrica non è una semplice esercitazione fine a stessa (ancora oggi nelle scuole italiane la sequenza

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di Fibonacci, quando viene presentata, viene proposta agli studenti come una curiosità ed un gioco ma costituisce il passaggio dal concetto della divina armonia, alla straordinaria intuizione che la natura si sviluppa secondo forme organizzate, strutturate, misurabili, descrivibili, conoscibili attraverso la matematica e l’algebra.

 

La visione sistemica della natura e della conoscenza

Il classicismo della divinità dei numeri e della dimostrazione dei teoremi geometrici è superato da un nuovo rapporto con la concretezza delle cose. Così come è superato il concetto deterministico che la natura crea da se stessa.

La sezione aurea dei Greci esprime l’armonia, il sublime, il bello. La sequenza di Fibonacci riassume la visione di sistema che è alla base della organizzazione e della conoscenza della natura e del creato di Francesco d’Assisi. Dall’ arte come rappresentazione, all’arte come conoscenza. La visione sistemica è l’elemento determinante nella nascita della conoscenza moderna, e il fondamento dei contemporanei studi sull’ecologia e sull’ambiente. Non sarà mai sottolineato a sufficienza che la scoperta scientifica più radicale del Duecento consiste proprio nella individuazione della sistemica unitarietà del creato (o del cosmo), attraverso la organizzazione delle complementari differenze, tutte ugualmente necessarie e interdipendenti. La conoscenza non si risolve nel raggiungimento di fini o di mete, ma nella individuazione di punti di partenza sempre nuovi.

Il Cantico delle creature di Francesco d’Assisi ed il De arte venandi cum avibus di Federico II rappresentano i due terminali di una conoscenza nuova dell’uomo e della natura e delle sue manifestazioni cosali. Nasce una ricerca continua di conoscenza, che si risolve in Francesco in una sempre rinnovata laude al Signore ed in Federico II in sempre nuove curiosità e sperimentazioni. L’uomo, con Francesco, non è più il re del creato. Non è più il solo a portare significazione dell’Altissimo. Le cose, gli animali, come dimostra Federico II nel suo Trattato di ornitologia, vanno studiate nelle loro essenze, nel rapporto con la natura vista nella sua globalità, nella sua organizzazione, nel suo sistema. È qui che si definisce quella mentalità scientifica di Federico II, che Gabriele Pepe nel 1937 e Antonino de Stefano nel 1938 misero bene in evidenza.

Non mancano gli studiosi, come August Nietzsche, che riconoscono a Federico II grande originalità, ma negano ogni modernità. L’imperatore svevo, infatti, farebbe derivare i movimenti degli uccelli dalla forma di una parte del corpo. Indirizzo scientifico, questo, più vecchio di quello che determinerà il secolo successivo, spiegando, invece, il movimento come una tendenza improntata alla aspirazione verso la perfezione. Ma un errore del genere non serve certo a modificare il complesso di acquisizioni sul sistema della conoscenza. Agli inizi del nostro secolo il grande matematico positivista Poincaré si pone il problema se uno scienziato che esamina al microscopio un rinoceronte conosca quel tipo di animale. Conclude in modo negativo. Solo i dogmatisti ingenui credono di poter conoscere le cose. Il lavoro dello scienziato è indirizzato a far conoscere l’unica cosa conoscibile, cioè il rapporto tra le cose. E Federico II, come aveva ben notato il Pepe, per il suo abito mentale di osservatore e di matematico cercava un metodo di conoscenza e, conseguentemente la razionalità nelle leggi della natura e nell’organizzazione dello stato. Non certo una razionalità dialettica, come vedremo fra poco.

A testimoniare il programma politico di Federico II, sintetizzato dalla simbolica e di strutta porta di Capua, c’è, tra l’altro, un goffo disegno attribuito a Fra Giocondo. E questa un’opera sfavorevolmente giudicata dagli storici dell’arte, da quelli che George Duby definirebbe gli storici positivisti accaniti nel verificare l’attendibilità dei piccoli fatti. Attraverso le sue esitazioni, le sue omissioni, il suo semplificare il disegno alla ricerca dell’essenziale comunicativo, per mezzo dei suoi stessi errori, Fra Giocondo rivela l’immagine del mondo e dello Stato di Federico II. Bisogna tener conto di un pensiero che non si preoccupa di classificare logicamente i fatti e di descriverli, ma di procedere per associazioni di simboli, costruendo la conoscenza attraverso la percezione visiva ed i rimandi analogici al sistema strutturale dell’organizzazione della

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natura. Con queste premesse, ritroveremo nel goffo disegno di Fra Giocondo il sistema riassuntivo, reso esplicito, dalla sequenza di Fibonacci.

Le proporzioni delle sculture sono modificate sulla base dell’importanza dei personaggi raffigurati. La testa di Capua domina la scena in ordine di dimensioni e perciò di valore (un procedimento analogo, tipico delle culture simboliche, lo ritroveremo anche nel pulpito di Bitonto). Poi viene il sovrano. I dati sensoriali sono stati selezionati. Gli stimoli e le risposte non arrivano isolati, ma nella configurazione dei segni. La porta di Capua non serve a descrivere la visione dello stato che ha l’imperatore, ma avvia un itinerario conoscitivo, che attivando, attraverso il visivo, tutte le facoltà psichiche, emotive e sensoriali, porta ad assumere in sé la Justitia Caesaris (fig. 2).

 

 

La modernità scientifica di Federico II

La modernità di Federico II non va dunque misurata sulle teorie relative al movimento degli uccelli, ma nella ricerca della totalità e unitarietà della conoscenza. Marie Domi nique Chenu, in un libretto del 1927 (La teologia come scienza nel XIII secolo) rileva come, per la teologia, si assista nel Duecento ad un passaggio progressivo dalla dialettica (cioè da tecniche di elaborazione verbale e concettuale) ad una filosofia dello spirito, che, al di là delle formulazioni razionali, comporta una conoscenza del mondo e dell’uomo.

 

 

 

2. La Porta di Capua nel disegno di Fra Giocondo e la sequenza di Fibonacci, da Kantorowicz, Federico Il imperatore Milano 1976, tav 3; elaborazione dell’autore

La riscoperta, attraverso le traduzioni mediate dall’arabo, dell’Aristotele metafisico, psicologo, moralista (e non solo dialettico) porta, soprattutto a Toledo (che diventa un centro di irradiazione), alla nascita di studi naturalistici e medico- filosofici che mostrano un certo sdegno per i dialettici di Parigi.

La Spagna e Toledo sono il terminale della strada attraverso la quale giunge in Europa la cultura orientale ed araba. Alessandro Bausani ha mostrato con chiarezza che in Europa si diffondono solo quegli elementi musulmani, ad esempio nelle matematiche e nelle scienze, che sono stati assorbiti dalla cultura spagnola. Il grande matematico al-Bīrǖnī, che sarà ignorato dalla Spagna, rimarrà ignoto fino all’ottocento alla cultura europea. Non si può certo considerare una novità assoluta per il Duecento la mediazione del mondo arabo ed il passaggio, in Europa, dal ragionamento per pensiero, fondato su tecniche di elaborazione verbale e concettuale, al pensiero percettivo fatto di evocazione e di associazioni analogiche e simboliche. Nell’esame dell’alto medioevo, ed in particolare dei documenti visivi delle culture cosiddette barbariche, in Francia, in Irlanda, in Germania, nella Penisola Iberica, nella stessa Italia, emergono elementi sempre più convincenti per riconoscere ambienti

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culturali estranei alla tradizione classica, ellenistica e romana. Ambienti culturali che rimandano spesso all’antichità più remota, al mondo siro-mesopotamico, alla tradizione del cristianesimo primitivo non ancora ellenizzato e romanizzato, all’Africa settentrionale.

 

Speculazione filosofica e civiltà cosale

Alla speculazione filosofica si contrappone una civiltà cosale: l’uomo (fatto di terra) si confronta con le cose della terra; conosce manipolando, trasformando ed utilizzando le cose, non seguendo la concettualizzazione del pensiero sillogistico e mitico, ma creando mimicamente, ripetendo cioè i gesti primordiali dell’uomo, degli antenati o i grandi gesti creatori della divinità. Questa cultura percettiva e cosale (che si esprime stentatamente o non si esprime affatto nella parola scritta e nel libro) è sovrastata e spesso cancellata, nella organizzazione statale o ecclesiastica dalla cultura dominante di tipo concettuale e sintattico. Trova, invece, grande espressione nel vivere quotidiano e religioso (dal momento che fa appello alla conoscenza individuale) ed accompagna secoli che definiamo bui perché non li capiamo.

Nel Duecento esplode e trova elementi di diffusione negli ordini monastici (soprattutto in quello francescano) e nelle strutture organizzatorie del sapere, promosse, attraverso la corte e le università laiche, da Federico II.

Legata ad una cultura simbolica e percettiva è la Leggenda dei tre compari, l’unica fonte certa del lungo travaglio mentale e spirituale che porta alla conversione di Francesco d’Assisi. La Leggenda dei tre compari, normalmente giudicata un banale scritto, perché lontana dai canoni della composizione classica, è invece un documento di incredibile interesse storico.

 

I libri o le cose?

Sono molti a mettere in evidenza come la natura e l’uomo, nel 1200, agli spiriti che lavorano sulla teologia si rivelano essenzialmente tramite le opere di Aristotele, e, quindi, attraverso gli antichi libri e non mediante lo spettacolo diretto, lento, inconsapevole, ma vivificante della natura e dell’uomo. Ma non va dimenticato l’iter della traduzione di questi libri. Normalmente dal greco al siriaco (che ha soppiantato il greco nell’area soggetta all’ellenismo); dal siriaco all’arabo; dall’arabo al volgare; dal volgare al latino. E non si tratta solo di traduzioni linguistiche, ma di trasposizione di testi portatori di una cultura, in scritti intellegibili a culture profondamente diverse. I testi, i libri, nota Chenu, e non le cose furono alla base dell’insegnamento e della cultura. Debolezza questa di ogni rinascita. Ma se questo è vero negli spiriti che si dedicavano alla teologia, è pur vero che nascono centri di elaborazione delle conoscenze, anche ecclesiastici, con differenziazioni profonde.

C’è indubbiamente un elemento unificante della cultura del Duecento: il passaggio dalla dialettica ad una teoria della scienza ben definita che postulava metodi di indagine e di interpretazione. Si supera, quindi, una forma di conoscenza razionale, il cui metodo consiste essenzialmente in definizioni, in ragionamenti, in dimostrazioni, nel raggiungimento di verità definitive ed indeformabili, di dogmi.

Si avvia, piuttosto, il sistema del pensiero scientifico che dominerà le scienze europee fino al Settecento. Ma è un dominio sotterraneo, fortemente osteggiato, come testimoniano le prescrizioni dei quattro Concili Lateranensi, dalla Chiesa di Roma o come testimoniano gli scritti di Innocenzo III (sì proprio lui che accettò l’ordine Francescano e che, come tutore di Federico fanciullo, ne cercò in ogni modo il condizionamento).

Si supera la speculazione filosofica; e la conoscenza, che non è mai definitiva, si realizza rendendo sempre più intellegibile, attraverso l’osservazione e l’esperimento, con la matematica, il mondo della natura. E la conoscenza non è esoterica, riservata a pochi. Si realizza, soprattutto per merito del pensiero islamico, quella che Alessandro Bausani, con felicissimo termine, definisce la democratizzazione della scienza. Invano cercheremo, infatti, in queste epoche una cultura colta ed una cultura popolare. Troveremo differenziazioni profonde tra classi dominate e potere politico ed economico.

L’unità della conoscenza

Nel Duecento l’unità fondamentale dei metodi della conoscenza si basa su quattro elementi:

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(1) nello sviluppo del concetto di sistema e di interazione;

(2) nel passaggio dalla dialettica stilizzata e dalle elaborazioni verbali e concettuali, alla conoscenza manipolativa della natura e dell’uomo;

(3) nella estensione dei metodi di osservazione, di sperimentazione e di misurazione matematici a tutto il dominio delle scienze

(4) nel riconoscimento che ogni gesto dell’uomo, e, quindi, tutto l’universo dei linguaggi porta a esperienze conoscitive che non sono concluse in se stesse, ma che sono il punto di partenza per conoscenze sempre nuove.

Se c’è, però, unità nei fini, c’è una forte differenza nei modi e negli strumenti operativi. Nascono alcune tendenze che sono pienamente vitali ancora oggi. San Francesco pone le cose della natura, del creato, al centro del mondo in uno spirito sistemico di solidarietà. Per Grossatesta (1168-1253) l’universo è nato da un punto di luce. Le leggi dell’ottica, quindi, sono il fondamento della realtà fisica e la visione è l’elemento primo della conoscenza. Un altro francescano, Ruggero Bacone (i cui scritti fondamentali vanno datati tra il 1266 ed il 1268), si pone il problema di una riedificazione del sapere, che sia al tempo stesso riedificazione della chiesa e della società civile, attraverso la inestricabile connessione di tutte le scienze. Se è vero che ‘solum in mathematici est demonstratio vera et potens” è anche vero che ‘sine experientia nihil sufficienter sciri potest. E l’esperienza può solo confermare (e confermare sul terreno psicologico) verità già acquisite. Non potrà mai produrne alcuna. Non è un principio di certificazione e di verifica.

Gli studi più recenti e più attenti vanno mostrando sempre più la cultura orientale di Francesco; il ruolo fondamentale di una cultura palestinese (di cui non troviamo però traccia nei libri dell’epoca) nella sua formazione scientifica e religiosa. Lo stesso rifiuto del possesso, del dominio e dell’accumulo appare in rapporto strettissimo con i contemporanei pensatori della Siria musulmana. Il rifiuto della ricerca della bellezza nelle sacre scritture non è un radicale rigorismo, ma un riferimento chiaro a quella cultura percettiva ed analogica che modella la Leggenda dei tre compari, l’unico testo, come ho ricordato, che spieghi, non certo con i termini della dialettica, la conversione e la formazione culturale di Francesco. I viaggi in Terra Santa e nella Penisola Iberica non mirano certo alla conversione degli infedeli, ma al confronto con le proprie radici culturali.

La conoscenza della natura e dell’uomo troverà in Tommaso D’Aquino (così condizionato dai quei centri di studio promossi da Federico II) l’avvio di una cultura teologica (ormai indipendente dalla filosofia) che non si risolve in un esercizio dialettico, ma prende forma, attraverso una elaborazione sistemica dei dati rivelati, in un corpus scientifico, in una Summa theologica. La teologia cattolica, nell’epoca moderna, deve larga parte del suo sviluppo alla conoscenza scientifica elaborata da Tommaso.

Il terzo polo è rappresentato da Federico II che fissa la sua continuità nelle scuole e nelle università laiche, e che appare uno scienziato interessato non a problemi occasionali, ma a scelte metodologiche. Se Chenu ha rilevato negli spiriti teologici un collegamento stretto con Aristotele, Federico Il mostra come lo stesso Aristotele non sia più un punto di riferimento immutabile e ripeterà con convinzione: Aristotele discorda dal vero. “Non sic se habet.” Non è verisimile ciò che scrive Aristotele. L’imperatore svevo trova nell’osservazione, nella percezione visiva, in stretto collegamento con la cultura francescana, lo strumento chiave della conoscenza. Questo della percezione visiva che avvia la conoscenza è uno dei temi chiave che dovremo studiare con molta forza e con molto coraggio nei prossimi anni. Indicazioni precise emergono dallo stesso Federico Il e più ancora da Ruggero Bacone: tra tutti i sensi solamente la vista conduce alla differenziazione, al sapere, e infine alla saggezza. Certo anche la vista della parola scritta nel libro, ma soprattutto la vista interiore, dell’occhio della mente, la percezione.

È difficile trovare documenti scritti del XII secolo e del Duecento che consentano di capire fino in fondo una tematica così complessa, per noi occidentali. Ma la parola scritta, come ricorda il grande arabista Michele Amari, conserva solo qualche documento del potere. Dovremo necessariamente convenire che i libri conservano solo qualche testimonianza del Duecento. La scrittura,

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infatti, è un promemoria usato prevalentemente per trasferire le conoscenze acquisite attraverso il pensiero concettuale.

Non va dimenticata la lunga tradizione esoterica, fin dalla più remota antichità, che siamo soliti definire il mysterium absconditum, legato ad ogni religione, anche a quella cristiana, e ad ogni forma di conoscenza. I misteri, gli elementi fondanti di una fede o di una cultura, vengono rivelati oralmente, gestualmente, visivamente attraverso percorsi iniziatici mentali e fisici. La nascita nel Duecento delle società segrete e dei Cavalieri teutonici ed il loro stretto collegamento con Federico II, conferma, se ce ne fosse bisogno, che molta parte della conoscenza è tramandata secondo percorsi iniziatici. Lo stesso contrasto di Cielo d’Alcamo, fondamentale per riconoscere la cultura non solo letteraria del Duecento, era tramandato oralmente.

Scrittura ed immagine: globalità dei linguaggi e multimedialità

Uno studio sempre più attento, in chiave visiva e non storico artistica, del Medioevo, tende a rilevare una profonda frattura tra scrittura ed immagine, al punto che si può sicuramente dire che, in molte regioni europee, quanto viene acquisito attraverso il pensiero percettivo, attraverso le associazioni simboliche ed analogiche, viene riproposto e tramandato essenzialmente attraverso linguaggi audiovisivi difficili da capirsi da chi, come noi, si è formato su una cultura sintattica e classificatoria. La grande diffusione dei media del mondo moderno, della televisione che penetra ormai nella totalità delle case, a differenza del libro, la grande recrudescenza dell’analfabetismo, soprattutto di quello di ritorno, che colpisce persone spesso con un elevato grado di alfabetismo di partenza che sapevano cioè leggere e scrivere molto bene e spesso in più lingue) concentra l’attenzione sulla cosiddetta multimedialità.

L’uomo, da quando è sulla terra, ha comunicato con una globalità di linguaggi molto diversi, ma integrati: il gesto, la linea, il colore, i rumori, il suono) la parola parlata e scritta. Questa globalità dei linguaggi (un vero e proprio sistema comunicativo, che trova il suo elemento qualificante nella complementarietà delle diversità) è sempre stata percepita attraverso i sensi ed essenzialmente attraverso l’udito e la visione ed è stata tramandata attraverso un insieme articolato, organico e non omogeneo di strumenti che vanno dal libro, alla parola parlata, alla memoria (sollecitata da un insieme di tecniche), alle opere visive. Se oggi disponiamo di registratori elettronici del suono e dell’immagine, dobbiamo anche convenire che, in altre epoche, culture e civiltà, esistevano altri ‘registratori”: la memoria, la pittura, la scultura, il disegno, l’architettura conservavano e trasmettevano quelle che Michele Amari chiama con termine globalizzante le testimonianze dell’ingegno. Quelli visivi appaiono sempre più come strumenti comunicativi completi che consentono, meglio del libro, una piena comunicazione e che diventano strumenti per la formazione delle conoscenze. Io credo che uno degli errori fondamentali che spesso commettiamo è quello di ricercare nei testi scritti testimonianze del visivo di epoche, come il Duecento, che evidenziano come si comprenda solo ciò che si vede.

E forte la tentazione di spiegare il visivo con la parola scritta e, spesso, anche i più esperti nel campo della massmediologia moderna, come Umberto Eco, sostengono che l’immagine per essere compresa deve essere spiegata: la percezione, cioè, dovrebbe essere spiegata con i concetti. Al contrario la psicologia moderna riconosce chiaramente come le conoscenze su cui si basa la percezione solo in parte si sovrappongono alla comprensione concettuale; così percezione e concetti possono non andare d’accordo. Vengono evidenziati alcuni parametri di riferimento che ci consentono di leggere fino in fondo il ruolo del Duecento e di Federico il nella formazione e nel trasferimento delle conoscenze e dell’uso sistemico, autentica mente integrato, correttamente multimediale, dei media della comunicazione, almeno in quell’epoca. Ogni strumento parla un suo linguaggio. Il libro trasmette la parola scritta; la cosiddetta opera d’arte trasmette il complesso dei linguaggi audiovisivi. Federico Il aveva ben sperimentato la interdipendenza degli elementi nel sistema dei linguaggi comunicativi quando aveva osservato che i falchi, con gli occhi cuciti perdono non solo la vista, ma anche l’olfatto.

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I parametri di riferimento ai quali ho fatto cenno sono i seguenti:

(i) le percezioni sono rappresentazioni simboliche del mondo, e, quindi, non sono figure. Al concetto di arte come rappresentazione va sostituita, almeno per molte epoche e civiltà, l’esperienza conoscitiva dell’immagine;

(2) le interazioni simboliche obbediscono a regole non fisiche e queste regole sono efficaci, anche se del tutto diverse dalle leggi fisiche. Sono certo più difficili da studiarsi. Al razionale letto come insieme di definizioni, di ragionamenti, di dimostrazioni dialettiche (che sfociano spesso, come nella grande arte greca o del rinasci mento italiano, nel sensazionale, nello spettacolare e nel trionfalistico) si contrappone l’emozione, l’evocazione, la partecipazione mistica, l’esperienza concreta e fantastica;

(3) i simboli liberano l’immaginazione e la percezione dalle limitazioni della fisica. Al realismo del mito si contrappone, dunque, lo psicologismo del simbolo. L’allegoria e la triade sillogismo/deduzione/concetto trovano nell’analisi, nella cultura grafica e sintattica e nell’arte come rappresentazione la loro struttura espressiva. Di contro il visionario immaginifico trova nella sintesi, nel simbolo, nella parabola, nella linea, nel colore, nelle cose della natura naturale e della natura costruita dall’ uomo, i propri media espressivi;

(4) le conoscenze immagazzinate nel passato (archetipico o scandito dall’eredità genetica: due valutazioni in netta contrapposizione) e quelle acquisite con l’apprendimento sociale ed individuale, sono fondamentali per la percezione. Quanto è stato appreso in passato (anche attraverso esperienze emotive, fantastiche e legate al visionario immaginifico) crea delle analogie per affrontare il presente e predire il futuro, per avviare forme di conoscenza che saranno sempre punto nuovo di partenza.

Si conosce, cioè, non solo per deduzione e per concetto, per classificazione, ma anche per stimolazioni simboliche e per analogia. Le due forme di conoscenza) profondamente diverse, non sono in antitesi; possono (anzi dovrebbero) coesistere in una stessa cultura o civiltà, in uno stesso contesto sociale, in uno stesso individuo.

 

Quelli che leggono spiegazioni concettuali non capiscono

Queste osservazioni, che derivano dalla scienza e dalla sperimentazione moderna e dall’esame dei nuovi media e delle nuove tecnologie telematiche, trovano nel libro delle visioni di Angela da Foligno indicazioni delle più chiare. Nel processo conoscitivo c’è sempre una voce, c’è la scrittura (ma, con un ruolo marginale. E detto infatti che quelli che la leggono non capiscono), c’è la visione. Una visione tutta conoscitiva non di qualcosa di reale, di oggetti, o di scene, o di idee concettuali o platoniche, o di qualcosa di rappresentato. Ma la visione della luce che fa conoscere, che diventa essa stessa atto di conoscenza. Vedendo con gli occhi, si attiva la vista interiore.

Una delle intuizioni più profonde di Federico II, in piena armonia con la cultura del tempo, è proprio questa: la visione crea impressioni profonde; produce convinzioni durature; attiva in-formazioni (forma dentro in modo durevole) e conoscenze. L’oggetto visivo è un medium comunicativo. Ho già ricordato, in anni passati, la porta di Capua. Nella visione delle torri e della facciata e nel passaggio fisico attraverso la porta, si realizza un cambiamento emotivo, evocativo, esistenziale di stato individuale, sociale e politico. Ricorderò ora brevemente le altre opere visive legate direttamente alla progettazione di Federico Il.

Non c’è dubbio che queste opere possano essere lette anche come oggetti artistici. Ma se il Duecento segna, anche in campo religioso, il passaggio dalla teologia dialettica, scritturistica e comparativa, alla teologia simbolica, credo che alle soglie del 2000 si possa superare la filologia comparativa, per leggere queste opere come strumenti comunicativi, integrati in un sistema multi mediale, mirati a formare ed a trasmettere le conoscenze. Non che la critica testuale sia inutile o impedisca di fare scienza. L’esempio più tipico viene da Ruggero Bacone, grande innovatore, ma al tempo stesso legato ad una teologia testuale e, perciò, secondo una bella immagine di Chenu, come sempre in ritardo.

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3. Le ombre proiettate dalla parete Sud nel corso dell’anno: (a—a’) le ombre di giugno e ottobre delimitavano la vasca; (b) le ombre di luglio delimitavano il sedile nella vasca; {c) l’ombra a mezzogiorno negli equinozi; (d) l’ombra teorica a mezzogiorno dell’ingresso del Sole nei Pesci e nello Scorpione; {e) l’ombra teorica mezzogiorno dell’ingresso del Sole nell’Acquario e nel Sagittario

Da Aldo Tavolato “Una stella sulla Murgia, in Castel Monte,Bari, I98l.  Elaborazione: autore

 

Castel del Monte

Castel del Monte costituisce certamente, al di là dei suoi valori metasegnici ed artistici sui quali a lungo si discute (dal momento che rappresenta un’opera di straordinaria bellezza), un documento visivo complesso della cultura e delle acquisizioni scientifiche del Duecento. E al tempo stesso un laboratorio astronomico; un laboratorio di ricerca e sperimentazione scientifica, un percorso conoscitivo, una visione immaginifica. Sugli aspetti astronomici, Aldo Tavolaro ha scritto pagine di estremo interesse, che ho in passato sottovalutato, pur avendole pienamente condivise.

Le proporzioni del castello, come mostra la sovrapposizione di uno schema di Vitruvio per la costruzione degli orologi solari, sono determinate dal sole, il cui ingresso, nei vari segni zodiacali, è scandito da elementi architettonici fondamentali (fig.3 ). Ad esempio, le pareti interne del cortile proiettano un’ombra che coincide con la lunghezza del cortile a mezzogiorno, nei giorni degli equinozi, quando il sole entra nei segni dell’ariete e della bilancia. A mezzogiorno del 2 febbraio e del 23 ottobre, quando il sole entra nei segni dei pesci e dello scorpione, l’ombra, in questo caso teorica (ma apprezzabile con il visionario immaginifico) coincide con il perimetro maggiore delle sale.

Le intenzioni del progettista non lasciano dubbi, dal momento che si potrebbero citare ancora decine di esempi. La forma non regolare del cortile richiama, attraverso le misure ed i numeri delle aperture angolari, l’asse di inclinazione e, perciò, il variare delle stagioni. La divina proporzione, la sezione aurea risulta sistematicamente nelle misure dell’edificio nel rapporto di o,6, ma è presente, nella ripetizione della sequenza di Fibonacci attraverso elementi strutturali e funzionali dell’edificio. L’orientamento con corre a definire Castel del Monte non soltanto un calendario astronomico, ma una sperimentazione compiuta di misurazione matematica delle conoscenze astronomiche dell’epoca. Non siamo di fronte ad una esercitazione antiquaria e ripetitiva, basata sulle curiosità. La configurazione del calendario astronomico, come avevo già rilevato, era possibile empiricamente sulla base delle conoscenze già acquisite nel IX e nel X secolo.

Ora credo di dover aggiungere che le conoscenze empiriche, in questo caso, anche dopo l’incontro intellettuale e fisico tra Federico II e Fibonacci, sono rivisitate alla luce della convinzione che la matematica rappresenta l’unica demonstratio vera et potens. Castel del Monte, anche negli aspetti che mi erano sembrati ovvi, come quelli legati all’astronomia, conferma il passaggio da una scienza empirica ad un sistema scientifico. Un altro degli aspetti fondamentali del Duecento è proprio questo: la cultura classica è padroneggiata in modo esemplare. Ma non si tratta di un recupero antiquario o imitativo. Fa parte del bagaglio conoscitivo essenziale per andare avanti, per proporre soluzioni spesso radicalmente nuove. Non viene buttato via nulla. Se ne ricerca la conferma o il

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superamento attraverso i metodi scientifici nuovi ed in particolare traducendo la geometria in algebra, dimostrando, come in un laboratorio scientifico, cum parvis numeris con i numeri piccoli, come ricorda Fibonacci, quanto era stato dimostrato in altro modo.

Castel del Monte, bisogna ricordarlo, risponde, fin nei più minuti dettagli, alle conoscenze sulla trasformazione delle figure piane e dei solidi ed alle conoscenze matematiche che penetrano e descrivono quei processi. L’edificio, dunque riproduce scientificamente le leggi della simmetria matematica (da non confondersi con quella araldica) che è essenzialmente conoscenza della natura e dell’uomo; leggi che erano usate empiricamente fin dalla più remota antichità. L’uso della matematica, il graduale svincolamento dell’algebra dalla geometria, il perfezionamento della trigonometria, il gusto arabo della precisione: tutto quanto, cioè, rappresenta l’innovazione scientifica del Duecento, è sperimentato in Castel del Monte. I due elementi archetipici del quadrato (che rappresenta la complessità e sistematicità dell’esperienza conoscitiva dell’ uomo sulla terra e l’accesso alle verità supreme, sparse nei quattro angoli del mondo e aperte solo agli iniziati) e del cerchio (che simboleggia non solo la perfezione spirituale, ma la sfera della libertà cosmica, la totalità sintetizzatrice), si confondono.

Gli assi di simmetria hanno otto punti in comune un numero altamente simbolico nelle strutture della conoscenza). L’ottagono che ne deriva è la quadratura del cerchio, la sintesi delle sintesi, il tutto, la conoscenza globale, è il mandala che le culture antiche, centro asiatiche, ma anche altomedievali hanno sempre inseguito. La sperimentazione di Castel del Monte consente la penetrazione fisica e mentale, attraverso la matematica, nel mandala riassuntivo di ogni esperienza umana (fig. 4).

4. Cerchio e quadrato si confondono, con un processo generativo senza fine

Disegno: autore

C’è un centro (il centro, non certo geografico, del mondo) raffigurato a Castel del Monte da una vasca ottagonale piena d’acqua che genera la vita. Otto sono gli elementi vitali (dove quadrato e cerchio si confondono) che generano, partoriscono la vita nuova nelle torri, riproponendo ancora nel quadrato e nel cerchio che genera l’ottagono elementi generativi sempre rinnovati. Una creazione sempre nuova e che non ha fine come la conoscenza che si evolve, genera sempre, a flos nuove quaestiones, che vengono proposte anche attraverso la pietra, le variazioni di luminosità ed il colore. Troppo facilmente dimentichiamo che gran parte dell’edificio era coperto dalla simbolica breccia corallina.

In questa rilettura matematica delle leggi generative della natura c’è a parer mio la chiave del sapere scientifico di Federico II; la riaffermazione, in chiave sperimentale e matematica della rinnovabilità delle leggi della natura, del processo generativo continuo, della straordinaria capacità della natura di organizzarsi dinamicamente secondo evidenti parametri sistemici e secondo forme geometriche, sempre misurabili attraverso le incognite dell’algebra.

Il percorso conoscitivo, ovviamente, punta al centro, dove si rompe la distanza tra cielo e terra e dove la creatura diventa creatore cono-

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scendo compiutamente se stesso (evidente il simbolismo della vasca di quell’acqua che genera la vita, ma nella quale ci si specchia, ci si riconosce). Ed il centro viene raggiunto attraverso un buio percorso labirintico, di iniziazione, recuperando la luminosità della visione, attraverso la grande apertura ottagonale mandalica. Non sembri questo in contrasto con il laico Federico II, la cui religiosità (tutta da studiare) lo portava a farsi gabbo del cristianesimo, come suggerisce Michele Amari, ma a credere all’immortalità.

Se la penetrazione fisica avviene attraverso il percorso labirintico per accedere dall’esterno al cortile, la penetrazione mentale avviene attraverso la messa in moto di tutti i gesti e linguaggi (compreso quello del silenzio} e tutte le sensazioni psichiche che generano la conoscenza. E Castel del Monte può essere percepito globalmente, può esser posseduto completamente attraverso la visione immaginifica, la percezione, l’analogia, che consentono di superare, come conferma la moderna psicologia, le barriere della fisica.

Questo scrigno della conoscenza si apre, come un fiore, rompendo le barriere fisiche tra reale e concreto, tra uomo e natura, tra terra e cosmo. La conoscenza di un oggetto costruito secondo le leggi dell’astronomia, della fisica, dell’ottica, della matematica, diventa completa attraverso la visione (figg. 5—7).

 

 

 

 

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7. La visione immaginifica rompe le barriere della fisica

Disegno: autore

8. Una reca di triangolazionì, misurabili algebricamente, individua percorsi mentali e visivi per la conoscenza

Disegno: aurore

 

 

Il fiore della visione immaginifica presenta sempre nuove quaestiones. Porte e finestre, nel cortile, propongono triangolazioni che sono misurabili algebricamente, cono-

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scibili attraverso la trigonometria, ma che al tempo stesso sono percorsi mentali e visivi per la

conoscenza e richiamano, come ricorderò tra breve, il Delta. Sono insieme simboli dell’aratro (della penetrazione fecondatrice nella Madre Terra) dell’ascia (e della parola di Dio che spezza la pietra e che crea), simbolo a sua volta (e non solo nel mondo cristiano) della croce cosmica. Il triangolo sta dunque a significare ciò che modella il mondo, che ha ogni potere (una triplice potenza) ed una scienza sovrumana. Attraverso la trigonometria, la scienza dei rapporti, è conoscibile anche l’ignoto (fig. 8).

Non ci sono scritti di Federico II per testimoniare la comunicazione simbolica e visiva ed il superamento delle tecniche verbali della dialettica. C’è solo una testimonianza, fatta con pudore, nella famosa lettera con la quale si accompagna la traduzione latina di testi greci ed arabi, sull’amore instancabile per la formam della conoscenza (“formam ejus indesinenter amavimus”), e sull’assunzione instancabile in odore dei suoi unguenti (“in odore unguentorum suorum semper aspi ravimus indefesse”). Come dire che la conoscenza fu assunta con tutto il corpo (e non si tratta certo di allegorie) con tutti i sensi, con gli occhi, con il naso, e non solo con la lettura e con il ragionamento deduttivo. Federico ripeterà con Aristotele che omnes homines naturaliter scire desiderant. Ma mentre il mondo classico continuerà a sostenere che fine del sapere è philosophia proficere, Federico afferma in modo sicuro che gli uomini gaudent aliqui utilitate proficere.

 

De arte venandi cum avibus

Poche osservazioni vanno fatte sul De arte venandi cum av bus ed in particolare sull’apparato iconico. Il testo di re Manfredi della Biblioteca Vaticana, al quale facciamo normalmente riferimento, è stato dipinto quindici anni dopo la morte di Federico I anche se sappiamo che l’imperatore svevo lasciò circa seicento schizzi e disegni sulle sue osservazioni sul comportamento degli animali.

Si tratta certamente di un trattato, di un manuale, mirato non alla curiosità, ma alla trasmissione di conoscenze acquisite, all’insegnamento, ed alla applicazione di

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9, Federico Il, De arte venandi eum avi bus: falchi, falconieri e nodi, MS. Palatinus latinus 1071, folio 76r, prima metà del Duecento

Da Das, Falkenbueh Kaiser Friedrichs IL, nacb derPrachthandschrifr in der Vtrikanischen Bibliorbek, Godex Ms. P I,ar. 1071 Daromund, l980

provvedimenti amministrativi concreti. In particolare Federico II favorì la conservazione ed il miglioramento delle razze, la cura delle malattie, l’allevamento.

Il De arte venandi cum avibus è composto di due trattati (di Ornitologia e di Falconeria), il primo propedeutico al secondo. La critica moderna è unanime a sottolineare che si tratta di un’opera centrata sulla sperimentazione e sull’osservazione, e l’osservazione è molto accurata.

Dal momento che l’opera è stata composta nel Duecento, nell’epoca in cui sono molti a credere che si comprende ciò che si vede (e la metodologia dell’osservazione ne è la prova evidente), le immagini che accompagnano il testo non hanno né carattere decorativo, né illustrativo, ma sono approfondimenti, espressioni sintetiche, stimoli visivi che favoriscono il trasferimento e l’apprendimento del frutto delle osservazioni. Viene elaborato un modello di manuale che è tutt’oggi alla base degli studi delle università di medicina e di scienze naturali in tutto il mondo. Malgrado la grande diffusione della fotografia e dell’immagine elettronica, per sino sui grandi settimanali si continua a pro porre la scienza, la natura e gli animali attraverso disegni colorati sintetici, riassuntivi ed evocativi. Questo ruolo evocativo dell’immagine è chiaro in ogni pagina. A puro titolo di esempio ricorderò il folio 7 recto relativo ai modi ed ai tempi di abbandono dell’acqua da parte degli uccelli acquatici per procurarsi il cibo, o il folio 7 verso, relativo all’ordine in cui gli uccelli partono per recarsi al pascolo e del loro ritorno ai rifugi palustri o acquatici. Nei disegni del folio 8 è riassunta visivamente la posizione assunta dagli uccelli quando dormono, quando non dormono e quando sono in acqua. Nel folio 9 ecco le abitudini alimentari di alcune specie di uccelli. Nel folio 11 verso e 12 c’è il modo di procurarsi il cibo da parte degli uccelli anfibi. Ed i falchi ed i falconieri al lavoro si vedono bene nel folio 62 verso, con una descrizione visiva e manualistica dei nodi o nel folio 64, ed ancora nel folio 76 (figg. 9—IO).

 

10). Federico II, De arte venandi cum avi bus: falchi, falconieri nodi, MS. P lat. 1071, folio 6 prima metà del Duecento

Da Dos Falkenbuch Kaiser Friedrichs II.

 

 

La formazione scientifica di Federico II

Come e dove formò Federico i il suo amore per un metodo scientifico così innovativo? Il ruolo degli uomini di corte è evidente. I saggi

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di Francesco Gabrieli profondo conoscitore del mondo islamico e di Giorgio Nebbia (chimico e attento ricercatore dei rapporti merceologici tra Oriente ed Occidente nel medioevo) hanno mostrato con cura le acquisizioni scientifiche della itinerante corte sveva. Perché non va certo dimenticato il frenetico viaggiare di Federico I e della sua corte, che risiedette a Palermo per tempi assai limitati e frammentati. Ma gli uomini sapienti che lo circondarono non sono sufficienti a mostrare in che modo si è avviato un processo destinato a sconvolgere il sistema scientifico.

I suggerimenti e le indicazioni per trovare risposte a queste domande vengono proprio da Federico II e dalla lettera già citata: “Ante suscepta regiminis onera, a juventute (la conoscenza) quesivimus, formam ejus indesinenter amavimus et in odore unguentorum suorum semper aspiravimus indefesse.

Gli oneri del governo furono assunti con la maggiore età il 26 dicembre 1208. Già l’anno successivo, nel 1209, Federico andrà sposo a Costanza d’Aragona e comincerà la lotta politica per la conquista del titolo imperiale, acquisito, sotto gli auspici di Innocenzo III, da Ottone di Brunswich. La grande immersione nella conoscenza dura, dunque, fino al compimento del quattordicesimo anno. E lo stesso Federico II a spiegare che cosa avvenne “post regni nostri curas assumptas. Non sopporta certo di passare senza impegni il poco tempo lasciato libero dagli impegni del regno e della famiglia. Questo tempo lo spende totum in lectionis exercitatione (in letture), ut anime clarius vigeat instrumen tum in acquisitione scientie, sine qua mor talium vita non regitur liberaliter.

La conoscenza, dunque, libera, rende conveniente la vita. La lettura è fondamentale per l’acquisizione delle conoscenze, ma viene utilizzata essenzialmente dopo l’assunzione degli impegni di governo, quando non è più possibile un’immersione totale. La maggiore età del dicembre 1208 rappresenta, per esplicita dichiarazione di Federico Il, un termine ante e post quem per riconoscere la formazione della mentalità scientifica, l’iniziazione alla formidabile logica ed alla visione dell’unità e dell’universalità del sa pere umano, dell’imperatore svevo.

 

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La formazione di Federico bambino

Di Federico bambino conosciamo l’essenziale, ma abbiamo pochissime notizie. Nasce a Jesi il 26 dicembre 1194. Vive a Foligno i sui primi tre anni di vita, fino alla morte del padre Arrigo VI, quando è richiamato a Palermo ed eletto re di Sicilia. Nel 1198 muore la madre e i famigliari designati da Costanza nel testamento furono arcivescovi e vescovi latini.

Tra il 1194 ed il 1197 Federico è dunque a Foligno, affidato a Corrado di Urslingen, duca di Spoleto e governatore di Assisi. Sono quegli gli anni in cui Francesco ha assistito al battesimo di Federico a San Ruffino (1195) e in cui diventa maggiorenne e gaudente, avviando il lungo processo della conversione, che trova nell’adesione ad una cultura non certamente classica, ma orientale e percettiva, il punto di riferimento primario. Lo psicologismo del simbolo si contrappone all’astrazione delle tendenze metafisiche e vive la realtà attraverso il gesto oculare (la visione), corporeo e globale, laringo-boccale (la parola). L’Umbria ha vissuto già nel III-IV secolo l’avvento di monaci siriaci che si sistemano nelle lauree eremitiche della Val Nerina. Questi movimenti trovano in Benedetto (non sappiamo quanto singolo e reale monaco o quanto simbolo riassuntivo di un movimento monacale) ed in Gregorio Magno (il cui orientalismo appare sempre più evidente) le espressioni organizzatorie. Sarà proprio Gregorio, nei Moralia in Job, nel catechismo fondamentale per tutto il medioevo, a dire che abita in Occidente chi ama le cose caduche ed in Oriente chi guarda alle cose supreme.

Abbiamo per il resto notizie molto vaghe su che cosa capita in Umbria nel medioevo. Certo è che nasce e si diffonde il ruolo dell’abbazia di san’Eutizio, nella Val Nerina, il cui ruolo culturale ed economico, completamente dimenticato, non sarà secondario rispetto a Montecassino. E si tratta certo di un punto di riferimento di monaci orientali. Se crediamo alla moderna psicologia, i primi tre anni di vita sono fondamentali nella conoscenza. Le esperienze emozionali, tattili, visive, relazionali, comportamentali allora condotte informano tutta l’esistenza di un uomo. È certo singolare l’analogia, nella visione del mondo, della natura e della conoscenza tra Francesco e Federico, collegati dalle leggende dell’epoca (tra l’altro Francesco nel 1198 prende parte, proprio contro Corrado di Urslingen, alla battaglia di Assisi), ma soprattutto dall’aver vissuto il primo gli anni iniziali della conversione, il secondo gli anni iniziali della vita nello stesso ambiente culturale e naturale. Ebbero non solo in Innocenzo III ed in Onorio III punti di riferimento comune, ma anche in Corrado di Urslingen.

Per ricostruire la formazione di Federico, è certo fondamentale poter conoscere meglio Foligno, l’Umbria, l’orientalismo che condiziona Francesco e che non può essere limitato alla supposta derivazione da una fa miglia ebrea, essendo evidente, ad esempio, nella lenta conversione, un percorso iniziatico del tutto analogo all’esperienza giudaico cristiana. Al tempo stesso è evidente, come ho già ricordato, una visione della natura, della ricchezza, dell’accumulo facilmente riscontrabile nei cosiddetti santi musulmani del XII secolo.

Nel 1197 Federico come si è detto è a Palermo, dal 1198 ha tutori e maestri latini, in una città nella quale esistevano, come riconosce quel geniale studioso che fu Ugo Monneret de Villard, due grandi tradizioni e due grandi culture: la bizantina e la musulmana. La tradizione latina, di contro, era quasi inesistente dal punto di vista culturale.

Federico II vive, dunque, la sua formazione in una grande città islamica (200 o 300 mila abitanti) che ha fama di essere, insieme a Cordoba, la più bella del mondo, con maestosi edifici, con industrie fiorenti (marcate da una sempre crescente innovazione tecnologica), con grande lusso e ricchezza.

Mentre Innocenzo III, nel 1205, esorta maestri e studenti di Parigi a recarsi in Grecia ed a resuscitare gli studi letterari nella terra di origine, Federico, orfano, abbandonato, in una situazione di estrema povertà, vive in una città, con trecento moschee, piena di parádeisos, i grandi giardini della terra, ricchi di acqua che dà la vita e la conoscenza. L’architettura civile e religiosa di Palermo era dichiaratamente legata alla cultura araba d’Africa e di Spagna. La città non apparteneva culturalmente et etnicamente all’occidente

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che nasceva, abitata, com’era, in prevalenza da arabi, africani e berberi. Federico vive anche nel ricordo del grande nonno Ruggero, profondo conoscitore di astronomia, di filosofia, di scienze occulte, di matematica, che aveva sempre guardato all’Africa come alla terra promessa per costruire non un impero commerciale, ma un dominio marittimo trato sul Mediterraneo e sul possesso delle colte sponde africane.

Federico ascolta nel porto e nei mercati quanti, in ogni lingua ed appartenenti ad ogni cultura, hanno qualcosa da raccontare. Apprende quanto la ricerca del senso della realtà fisica delle cose utilizzate porta a sperimentare e ad acquisire nuove conoscenze.

Al di là degli insegnamenti dei suoi maestri latini e del cardinal Savelli (il futuro Onorio III) Federico è evidentemente anche sommerso da informazioni visive. Non deve andar lontano, basta che giri nel palazzo del Cassaro o nei giardini dei castelli dei re normanni, che, come ben riconosce George Marçais, portano il marchio assai bene riconoscibile dello stile degli edifici africani. Se a Foligno non è riconoscibile nulla degli anni in cui Federico vi soggiornò bambino, a Palermo esistono alcuni edifici visti, vissuti da Federico e che, a mio parere, ebbero un ruolo fondamentale nella formazione della mentalità scientifica del futuro imperatore. L’esempio più rilevante è rappresentato dalla Cappella Palatina, proprio nel palazzo reale, dove Federico viveva. Qui, come in una grande mediateca (in una teca non solo dei libri, ma delle immagini, dei suoni e dei gesti) si confrontano e si contrappongono due grandi civiltà: quella allegorica, narrativa, classificatoria del mondo bizantino e della cultura concettuale e quella sintetica, analogica, simbolica del mondo vicino orientale, spagnolo ed africano e della cultura percettiva (fig. 11).

Nel soffitto una serie di mandala, di elementi ottagonali, indicano con grande chiarezza all’uomo le strade della conoscenza, secondo modelli largamente sviluppati in Egitto, nella Berberia orientale ed in Spagna.

I frequenti riferimenti all’Africa, già rilevati sotto il profilo stilistico da Georges Marçais e approfonditi da Giuseppe Bella- fiore, sul piano culturale spingono a guardare al grande africano che plasma larga parte della cultura medievale. Mi riferiscono a Sant’Agostino, che nelle Confessioni ci offre chiare indicazioni sulla sua formazione.

Narra delle difficoltà ad imparare il greco (anche un altro grande uomo del medioevo, Gregorio Magno, pur abitando per quattro anni a Costantinopoli si trova in difficoltà psicologica ad imparare il greco!). E conferma che non imparò a scuola (“non a docentibus, sed a loquentibus, in quorum et ego auribus partoriebam quidquid sentiebam”), ma nel

 

11) Palermo, Cappella Palatina,

il soffitto: mandala ottagonali

e stalattiti, del Duecento

Fotografia: SOC.ARCO Palermo

i

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12. Palermo, Cappella Palatina,il soffitto, del Duecento.Fotografia: socAR.c:o, Palermo

contatto quotidiano con chi possedeva un sapere esistenziale e nelle cui orecchie partoriva i suoi sentimenti. Al di fuori delle regole della grammatica e della retorica c’è la libera curiosità: hinc satis elucet maiorem habere vim ad discenda ista liberam curios tatem, quam meticulosam necessitatem.” Da questa e non dalla pedante costrizione viene la forma per imparare. E la libera curiosità porta Federico II bambino a concentrarsi su quel ripetuto motivo ottagonale che porta alla conoscenza. Un motivo che è già pienamente sviluppato, ad esempio,  nella moschea di Cordoba e che nell’intera Spagna altomedievale, in Africa, in India è segno della conoscenza suprema.

Questi elementi, che anche il Marçais, cadendo nell’errore della nostra epoca, definisce decorazioni, sono invece strumenti conoscitivi, che evocano direttamente la conoscenza. Bisognerà studiare fino in fondo come funziona la percezione visiva. Credo che lavorando a lungo, in équipe, tra matematici, fisici, naturalisti, storici dell’arte edella cultura, smontando queste immagini con il concorso del grafic computer (una protesi per ritrovare in piccola parte le capacità atrofizzate della nostra mente), simulando i percorsi conoscitivi della mente, sarà possibile riconoscere in modo plausibile quali meccanismi si mettono in moto e quali conoscenze questi mandala trasmettono.

Mi sembra comunque evidente che da questo soffitto Federico Il deriva la visione della conoscenza organizzata come sistema, che si trasforma e si evolve secondo regole matematiche (fig. 12). Fondamentale mi appare anche la presenza delle stalattiti, così presenti in tutta la cultura islamica, ogni qual volta si determina un percorso iniziatico che porta alla conoscenza suprema. Anche in ambiente cristiano la stalattite (ad esempio, nella spagnola chiesa di San Juán de la Peña, in un santuario mozarabico, tappa fondamentale nella via dei pellegrinaggi verso Santiago de Compostela diventa elemento determinante nel rapporto tra fedele e Dio.

Nel mondo arabo le stalattiti sono organizzate matematicamente, ed appaiono in per corsi iniziatici, come a Palermo, nella Zisa, dove,

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attraverso alcune nicchie, la grande fontana, i motivi simbolici, troviamo non solo modelli espressivi presenti in tutta l’Africa, ma soprattutto un modello conoscitivo. E non mi fermerò a ricordare l’intreccio tra quadrato e cerchio in molti edifici laici e cristiani di Palermo nell’età di Federico II: San Cataldo, la piccola Cuba, San Giovanni degli Eremiti.

Il visivo, la grande percezione, dunque, dovrà essere studiata non solo in chiave estetica. Ed un ruolo significativo, insieme, e non solo per la Palermo del Duecento, dovrà assumere lo studio delle illusioni ottiche (che Richard Gregory chiama le più curiose tra le percezioni), le percezioni extra-sensoriali (quelle che si verificano senza l’attività degli organi di senso fisiologicamente accertati), i cosiddetti fenomeni occulti. Ci può essere percezione senza segnali fisici, attraverso legami non materiali afferenti al cervello, ma anche in totale assenza di cervello.

Non c’è dubbio che nel XII secolo e nel Duecento le pratiche che definiamo magiche (basti pensare all’alchimia) hanno consentito di fare scoperte indubbiamente importanti e durevoli. Un esempio chiaro è quello dell’origine della bussola magnetica, che entra stabilmente in Europa nel 1195, un anno dopo la nascita di Federico. La storia inizia in Cina, con una tavola per la divinazione. Gli indovini scoprirono che la magnetite puntava sempre verso sud: avevano così un apparecchio magico che funzionava. Trasformando la magnetite in ago oscillante sull’acqua, si ebbe la bussola da marinaio che diventava attendibile e usciva dall’ambito dell’occulto ed entrava nel mondo della scienza e della tecnologia, anche se l’attrazione magnetica restava, e in verità resta, misteriosa.

Se la nostra scienza mostra una forte preferenza per le osservazioni facilmente ripetibili, Federico Il nel suo De arte venandi cum avibus, ma anche a Castel del Monte, a Capua, a Bitonto, mostra una preferenza per le osservazioni che diano messaggi sull’organizzazione e sul funzionamento della natura. C’è soprattutto la convinzione che la natura ci dà dei segni come messaggi da leggere. Se questa visione è giudicata oggi lontana dalla scienza, la moderna psicologia mostra tutti i limiti di una classificazione logica dei fatti. Il concetto di simboli dotati di potere, infatti, è stato sempre centrale nelle interpretazioni della mente. Ed è difficile descrivere adeguatamente i poteri di parole e musica, i processi percettivi del visivo (ma anche della migliore amica della scienza, la matematica), con i concetti normalmente accettati dalla scienza. Il Puer Apulae appare sempre più figlio dell’Umbria e di Palermo. Studiare quei movimenti orientali che determinano la cultura visiva e percettiva di queste due regioni d’Italia rimane la scommessa dei prossimi anni.

Sarà fondamentale porre a confronto (per evidenziarne, al di là delle apparenti similitudini, le profondissime differenze) la concettuale Cappella Palatina di Aquisgrana (dove Federico II passò un’intera notte in compagnia con le ossa di Carlo Magno con il mandalico cortile di Castel del Monte. Collegamenti semantici (e non stilistici) sarà invece possibile trovare tra Castel del Monte (progettato da Federico Il al ritorno da Gerusalemme) e la Cupola della Roccia, che manifesta i suoi simbolismi di centro del mondo, di scrigno, di ascesa verso la conoscenza (in questo caso religiosa) che libera. Ma fondamentale sarà anche ricostruire a tutto tondo, come un insieme sistemico, la vicenda culturale e politica di Federico, legato, in un modo o nell’altro, a tutti quei personaggi reali del XII secolo e del Duecento, che la nostra scuola occidentale ha reso protagonisti di favole e di leggende, dando un significato del tutto negativo al visionario.

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Questo breve scritto, realizzato sullo stimolo di Alberto Weismuller, deriva direttamente dall’approfondimento di due miei precedenti articoli, ai quali misi mano su sollecitazione di Angiola Maria Romanini prima e di Giosuè Musca poi. Non avrei mai pensato, infatti, di lasciare il mio laboratorio dell’Alto Medioevo non italiano, per studiare fatti italiani del Duecento, nel quale, a dire il vero, attraverso Francesco d’Assisi, Federico Il e Tommaso d’Aquino, ho trovato occasioni straordinarie per dar sfogo alle mie fantasie storiche.

 

BIBLIOGRAFIA

Molti di noi passano la vita a scrivere sempre lo stesso articolo, ed ovviamente rimando a quei due scritti precedenti per le indicazioni bibliografiche e per i necessari approfondimenti. Si veda pertanto:

Antonio Thiery, “Federico Il e le scienze, Problemi di metodo per la lettura dell’arte federiciana,” in Federico II e l’arte del Duecento italiano. Atti della III settimana di studi di storia dell’arte medievale dell’università di Roma, 15-20 maggio 1978, a cura di Angiola M, Romanini, 2 voll. (Galatina, 1980), 277— 299; Antonio Thiery, “Semantica sociale, messagio e simbolo,” in Potere, società e popolo nell’età sveva, 1983 (Bari, 1984), 191—247.

Mi limito a dare alcune indicazioni bibliografiche essenziali sull’ultima parte di questo articolo: da dove Federico Il derivò la sua formazione scientifica?

Amari, Michele. Biblioteca arabo-sicula. Leipzig, 1855—1857; Torino, 1880—1881

Amari, Michele. Storia dei musulmani di Sicilia, 3 voll, in 4. Firenze, 1854—1872. ristampa 2002

Gli Arabi in Italia, cultura, contatti e tradizione, a cura di Francesco Gabrieli e Umberto Scerrato. Milano, 1979.

Atti del Convegno di Studi su Federico II. Jesi, 1976. Atti del Convegno Internazionale di Studi Federiciani, 1950. Palermo, 1952.

Bausani, Alessandro. “Il contribuito scientifico.” In Gli Arabi in Italia, cultura, contatti e tradizione Milano, 629—660. Va ricordato che il Bausani, oltre che grande islamista, era un buon matematico.

Bellafiore, Giuseppe. Dall’Islam alla maniera, profilo dell’architettura siciliana dal IX al XII secolo. Palermo, 1975.

Bellafiore, Giuseppe. La Cattedrale di Palermo. Palermo, 1976.

Bellafiore, Giuseppe. La Zisa di Palermo, Palermo, 1978.

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De Stefano, Antonino. Federico II e le correnti spirituali del suo tempo. Roma, 1922.

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