Dalla complessità alla semplificazione.

Dalle moltissime tradizioni poligenetiche del cristianesimo delle origini ad una sola tradizione monogenetica (fondata sulle categorie greche, dogmatica, patriarcale, dualista), senza passare per l’unità delle differenze.

Antonio Thiery 12 ottobre 2006

 

 

Premessa

Negli ultimi tempi  viene prestata da più parti una grande attenzione mediatica  ad alcune vicende della religione cristiana:

- in primo luogo, con valutazioni molto accattivanti e facendo affidamento sulle stereotipate cognizioni storiche apprese a scuola, viene riproposto il valore della civiltà occidentale come fonte di princípi universali e irrinunciabili, a cominciare dalla dignità della persona e della democrazia. Si sottolinea che la civiltà occidentale sarebbe figlia della cultura giudeo-cristiana. Si dimentica che la civiltà che si sviluppa in Europa a cavallo dall’era a.c. a quella d.C. è estremamente composita e complessa; che sotto il cappello di paganesimo si annullano una serie di credenze religiose quantomai composite e sviluppate; che il cristianesimo è a sua volta plurale e non si esaurisce nelle tradizioni giudeo-cristiana ed ellenistica.

- in secondo luogo sta il grande clamore suscitato dal Codice Da Vinci dai film e dai molti libri che confermano o contraddicono le tesi espresse da Dan Brown, dimenticando tradizioni vecchie di secoli: quella provenzale, quella degli “intimi” e delle amici di Gesù con Giuseppe d’Arimatea e la Maddalena, le tante ipotesi della mancata crocifissione di Gesù, la lettura esoterica di Leonardo, ecc.ecc..

- in terzo luogo sta la riscoperta molto parziale della pluralità del cristianesimo delle origini, a seguito dell’attenzione che ogni tanto si riaccende sui Rotoli del Mar Morto, sui vangeli di Nag Hammadi ed ora infine sul Vangelo di Giuda,  un testo gnostico, rinvenuto in Egitto negli anni Settanta, redatto inizialmente in greco verso la metà del II secolo dell’era cristiana, tradotto poi, tra il III ed il IV secolo, in saidico, un dialetto copto, la lingua dei cristiani d’Egitto. Questo testo del Vangelo di Giuda è stato finalmente pubblicato dopo complicate e avventurose vicende. Fa parte di un codice papiraceo con tre altri scritti gnostici già noti da Nag Hammadi e in realtà era già conosciuto da Ireneo, vescovo di Lione nel 180.

La pubblicazione non apporta elementi nuovi alla conoscenza della diffusione del messaggio di Gesù, della formazione del “canone” e della “definizione” di una religione alle origini evidentemente poligenetica, nata all’interno di una complessità culturale straordinaria che coinvolgeva un mondo in grande trasformazione, diventata una religione dogmatica, patriarcale, dualista e monogenetica.

Va notato però che è molto bello il  saggio di B.D:Ehrman, Cristianesimo capovolto. La visione alternativa del Vangelo di Giuda  in Il Vangelo di Giuda, National Geographic, 2006). Finalmente è spiegato a milioni di persone in termini semplice lo gnosticismo («un "ombrello" terminologico non abbastanza grande da coprire tutte le differenze religiose che si riscontrano fra i suoi presunti gruppi») com'era noto solo a pochi specialisti.

 

 

Il messaggio di Gesù è un messaggio universalistico 

Il messaggio di Gesù è un messaggio universalistico, come ben ricordano gli Atti degli Apostoli: a Pentecoste, lo spirito discende su tutte le nazioni della Terra, anzi, come notò – lo ricorderò più volte - il Vescovo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, è ragione ultima di esse.

 

Noi, al contrario,  disponiamo essenzialmente di testi  (è il Canone romano -vedi appendice- a cominciare dal Vangelo di Marco, considerato la più antica testimonianza)  evidentemente scritti per un pubblico greco-romano.

 

Un pubblico certo importante, ma assai limitato. Come è evidente già nella cultura dell’Ottocento francese, e come ricorda M. Jousse,  «Si commette un grave errore a voler ridurre tutto al solo greco-latinismo, che rappresenta una cultura, un aspetto del pensiero umano senza dubbio assai ricco... ma anche altri popoli hanno pensato….

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Quest’errore viene oggi ripetuto, in un’epoca di multiculturalità, quando si assiste ad un arroccamento intorno alla superiorità della civiltà occidentale, consentendo una lettura solo eurocentrica.

 

Da più parti, come detto, con valutazioni molto accattivanti e facendo affidamento sulle stereotipate cognizioni storiche apprese a scuola, viene riproposto il valore della civiltà occidentale, che sarebbe figlia della cultura giudeo-cristiana, come fonte di princípi universali e irrinunciabili, a cominciare dalla dignità della persona e della democrazia.

Ma questo non è fare storia, è solo adattarsi alle falsificazioni dei vincitori ed all’intolleranza del gruppo che, adattando le strutture del potere romano, pretese di essere il custode ed il garante dell’ortodossia cristiana. La stessa cultura occidentale, infatti, è composita e plurale.  L'ellenismo, se letto adeguatamente e non solo  attraverso le lenti della cultura concettuale e della lingua colta (ed i conseguenti virtuosismi filologici ed esegetici) della classe specializzata, sembra piuttosto una sintesi tra Oriente e Occidente.  Ricorderò più volte che il nomadismo è, fin dalle origini, la condizione dinamica della vita umana.

« fin dalle origini il cristianesimo è plurale». La grande molteplicità di scritti del Nuovo Testamento rendono una testimonianza multiforme all’ «unico Signore, Gesù Cristo» (I Cor 86), in un pluralismo di espressioni testuali, cui corrisponde a livello storico e di fede un pluralismo di espressioni ecclesiali di concezioni cristologiche, di usi liturgici, di accenti spirituali, riflette l’inesauribilità del mistero di Dio rivelato in Cristo Gesù e accolto in culture diverse. Della molteplicità di queste tradizioni, spesso, e sempre alle origini, trasmesse oralmete e gestualemnete spesso non esiste traccia. “Il dialogo con altre espressioni religiose è inscritto nella vocazione originaria delcristianesimo”

Oggi più che mai, “ricerca delle radici”, significa ritrovare questa “vocazione originaria del cristianesimo” e “superare” i miti del “nostro” occidente, della nostra civiltà e democrazia, ed effettuare il difficilissimo passaggio dalla antropologia della contrapposizione (a cui siamo abituati) ad un’antropologia della diversità, in cui ogni cultura, inclusa la nostra, è “altra” e non è in posizione privilegiata.

Insomma dobbiamo “riconoscere” la dignità del sistema di tutte le alterità. Tutta questa complessità è stata annullata, cancellata in questi ultimi due-tre secoli dalla rozzezza dello spirito razionalista o spiritualista, sfociato nel colonialismo.

E la componente giudeo-cristiana non è certo la sola a definire la civiltà occidentale che prende forma  dopo che l’uomo ha avuto millenni di cultura e di attese religiose. Certo si definisce dopo che la componente giudeo-cristiana (evidentemente minoritaria alle origini, ma subito presente)  si afferma definitivamente a seguito della ratifica del Concilio di Nicea (che appare sempre più come un atto politico)  e faticherà ancora ad imporsi in Europa alcuni secoli.

Non a caso si definisce tutto l’alto medioevo (un’epoca in cui la romanizzazione è molto lontana dal suo compimento) come “i secoli bui”, limitando  lo studio a quella piccola porzione del mondo che è costituita dall’Impero Romano e che era abitata al massimo il 15%del totale degli abitanti. Già allora 2/3 della popolazione mondiale abitava in India ed in Cina.

 

 

Il percorso semplice e lineare della storia: 

Nei nostri manuali scolastici ed accademici e negli annali ecclesiastici viene proposto un percorso semplice e lineare della storia, che esclude popoli, civiltà, millenni del fare umano nella storia: 

 

- Preistoria. Anatolia - Mesopotamia - Egitto: le civiltà antiche. Se ne ricordano sempre di più, ma come curiosità, semplificando in modo lineare il percorso complesso e sistemico dell’intera umanità per universum mundum e con una  prospettiva eurocentrica.   Viene dimenticato che il “nomadismo” è la condizione esistenziale dell’uomo. Molte esperienze storiche restano come tagliate fuori, e sono considerate irrilevanti o senza sbocco.

Si ignora il ruolo determinante che la Mesopotamia e l’antico Oriente hanno avuto nella definizione della civiltà europea e la riscoperta archeologica di quei territori si è intensificata allo scopo di dimostrare, per usare una famosa espressione di evidente brutalità ideologica, che «la Bibbia aveva ragione».

Il passaggio da un'antropologia della contrapposizione ad un’antropologia della diversità e della storicizzazione sta avvenendo lungo un faticoso percorso che si inquadra nel generale percorso dello storicismo e del relativismo culturale che caratterizza la cultura moderna.

Nelle immagini tradizionalmente recepite dell’antico Oriente c’è lo stereotipo della stagnazione e quello della priorità inventiva. Il mito della stagnazione orientale serve in ultima analisi a sostanziare il mito del «miracolo greco», con cui ebbe inizio il dinamismo culturale tipico dell’Occidente,il nostro ruolo di punto d’arrivo, di avanguardia del progresso mondiale.  Lo stereotipo della priorità inventiva assegna all’antico Oriente un ruolo creativo e propulsivo nel progresso umano, ma confinato in età remota, e seguito da una sorta di sclerotizzazione e insistenza su realizzazioni che nel frattempo il peso congiunto del dispotismo e della visione magica avevano reso inefficienti., inadatte a fungere da base per ulteriori progressi.

- Il mondo fino allora conosciuto: la genesi delle civiltà moderne comincia solo con Abramo (la grande koinè culturale, economica e religiosa indo-iranico-mesopotamica che caratterizza il mondo per millenni è detta in modo molto limitativo «mitologia babilonese») e con la filosofia greca (cultura, democrazia). Va ricordato che il racconto biblico è frutto di una elaborazione tardiva e di una “storia inventata” che gli esuli giudei elaborarono durante e dopo l’esilio l’esilio babilonese.

 

- Grecia classica. Mondo latino-greco.  Il mondo conosciuto si restringe al Mediterraneo, all’occidente «nostro» al «mare nostro». Si consolidano i miti del dispotismo e dell’integralismo orientale (opposto alla democrazia occidentale), dell’immobilismo tecnologico e culturale (opposto al progresso cumulativo delle civiltà europee), della sapienza occulta e magica, fondamentalista, opposta alla scienza laica e razionale dei Greci e dei loro eredi, cioè noi. Tutti sono Pagani. La civiltà portata nel mondo.

- Mondo ellenistico: diffusione della cultura occidentale. Monogenesi del cristianesimo da un’ebraismo assolutizzante e poi nella tradizione giudeo – ellenistica; i fondamenti biblici di tutto.

-  Buio medioevo. Declino e regressione della civiltà, i barbari operano invasioni, stragi, saccheggi, paura, pestilenze, fame, morte, flagelli, penitenze, ignoranza, malattie, mostri. Unico elemento di luce è la rinascenza Carolingia.

- Basso medioevo. Lenta riscoperta della civiltà. Il ruolo della Chiesa per la Rinascenza greco romana

- Rinascimento. L’Europa e il cristianesimo portano con il razionalismo la civiltà nel mondo: una sola religione, una sola cultura, certa, definitiva, immutabile, giusta, anche se accessibile a pochi. Il nostro umanesimo occidentale (soprattutto per quanto riguarda la civiltà, la democrazia, l'organizzazione sociale, la conoscenza) ha un carattere immutabile e definitivo, in quanto esaurisce, ed assomma i canoni di tutta l’umanità, passata, presente e futura.


In realtà  se guardassimo  a ciò che è realmente avvenuto “per universum mundum”, bisognerebbe proporre un percorso complesso, sistemico, alternativo per studiare un fitto reticolo commerciale, culturale e religioso avvolge  fin dalle origini il mondo globalizzandolo e crea integrazione e interazioni

- L’uomo inizia la sua avventura in Africa. viaggiatore infaticabile (nomadismo, le vie commerciali integrate per terra, per mare, per fiumi, le vie dei pellegrinaggi), raggiunge l’Anatolia e di qui  porta l’agricoltura in oriente e  in occidente


- Le grandi civiltà nel vicino Oriente, in Africa, in Asia (India, Cina), in Europa: un fitto reticolo commerciale, culturale e religioso avvolge il mondo globalizzandolo e crea integrazione e interazioni

- La Palestina terra di transito e nodo politico, religioso ed economico strategico dall’India all’Africa. L'ellenismo una sintesi tra Oriente e Occidente, una sintesi euro-asiatica. Afganistan, Persia Mesopotamia, Siria, Palestina, Arabia, Egitto, Etiopia, Sudan, Libia: nodi fondamentali e cosmopoliti della direttrice delle vie commerciali e religiose dall’estremo oriente all’estremo occidente. Poligenesi del cristianesimo su una koinò indo - siromesopotamica - iranica egiziana di cui l’ebraismo fa parte. Il ruolo dell' aramaico, una grande lingua internazione diffusissima nei commerci e necessariamente anche lingua sacrale della koinè religiosa. Le comunità monastiche cristiane, laiche, si inseriscono su comunità precristiane.

- I secoli bui per l'Europa sono i secoli d'oro per il mondo. Quelli che sono definiti secoli bui (e certamente lo furono per gran parte d’Italia e per alcune regioni d’Europa) sono secoli d’oro per gran parte del mondo. Nell’anno 500, ad esempio  (quando nasce il Medioevo europeo), il mondo ha 206 milioni di abitanti, l'Europa solo 29. (Nell’anno 1250 circa, gli abitanti del mondo diventeranno 417 milioni; quelli dell’Europa 57). Teodorico, ariano, re dei Goti, viene a Roma, ormai piccola città periferica, ma con grandi memorie e monumenti. Sono a Roma Boezio e Cassiodoro. Secondo la tradizione c'è anche Benedetto.

      Per significare le grandi migrazioni di quei secoli da oriente ad occidente      (prevalentemente di nomadi) basta guardare alle cifre: in Cina, India, Pahistan, Bangladesh dai 116 milioni di abitanti dell'anno 1 si passa ai 65 milioni dell'anno 500.

Ricordiamo che pagani significa: coloro che professano un'altra religione e che barbari significa: coloro che sembra balbettino, perché parlano un'altra lingua incomprensibile, sconosciuta. Sono di civiltà composita, spesso inferiore, ma spesso superiore a quella romana. C’è una grande pluralità delle forme e delle culture religiose, nello stesso cristianesimo. La religione dei barbari che arrivano in Europa è spesso diventata ariana (cioè cristiana). Alla fine del V secolo (496-98, battesimo di Clodoveo) i nomadi sono definitivamente insediati in Occidente.

Ricordiamo gli avvenimenti:

§       L'Occidente si chiude su se stesso. Roma diventa una piccola città, che vive di pesca. Negli anni successivi si praticherà il cannibalismo.

§       494 Sacramentario Gelasiano: il canone romano assume la sua forma definitiva.

§       Anatemata. Solo quello che è scritto in latino o greco è canonico. - La grande Chiesa di Roma sceglie come elemento caratterizzante nel III secolo la metafisica con tuffi i concetti platonici e la mentalità occidentale del dualismo. E’ aperta la strada al potere. Definirà queste scelte con il Concilio di Nicea (325).

§       Il greco, la lingua veicolare dei commerci in occidente,  è diventato una lingua desueta. Il siriaco, il copto e l'etiopico sono le nuove lingue veicolari. - Ellenismo: il greco è la lingua veicolare dei commerci in occidente, ma esistono altre forme di cosmopolismo globalizzato. Es. i Sasanidi, una grande civiltà di religione zoroastriana che ha largamente influito sull’Europa. Quando nel IV secolo il greco diventa desueto, le nuove lingue veicolari sono il siriaco, il copto, l’etiope. Il greco è sostituito dal siriano.

§       L'Africa settentrionale, con 11 milioni di abitanti, ha culture "aclassiche" ben definite. Come dimenticare che Sant'Agostino nelle Confessioni cerca "la ragione per cui odiavo il greco?. L'Africa centrale (hic sunt leones) ha 20 milioni di abitanti.

§       La Persia Sasanide, raggiunge una grande civiltà. Di religione zoroastriana, ha largamente influito sull’Europa.

§       Giappone, Cina, India: da secoli vivono grandi civiltà. Nel V secolo c'è un forte rinascimento culturale e religioso. In India sono introdotti i numeri ed il sistema di calcolo, che ancora usiamo, centrato sullo "zero".

§       Civiltà americane: nei primi secoli toccano il massimo splendore. La civiltà Maja al suo apogeo introduce lo "zero".

§       Egitto, Arabia, Palestina, Siria, Mesopotamia: nodi fondamentali e cosmopoliti della direttrice terrestre delle vie commerciali, della seta e delle spezie. Le comunità monastiche cristiane (laiche) si inseriscono su comunità monastiche precristiane.

§       L' "Occidente" cristiano ha già conosciuto tutti i grandi autori ed i Padri della Chiesa. Manca solo Gregorio Magno che vive dal 540 al 604 vive. Ridà centralità almeno religiosa a Roma, divenuta ormai una piccola cittadina (25.000 / 30.000 abitanti) di pescatori, e avvia la romanizzazione del cristianesimo attraverso la diffusione del monachesimo occidentale. Ma, nota Michele Amari, «mentre San Gregorio gittava le prime fondamenta della potenza temporale dei papi, un giovane pien di virtù meditava in Arabia su i principii d’una novella religione».

§       Si rinnovano la "marcia sacra", i pellegrinaggi , dall'estremo oriente all'estremo occidente, ai "luoghi" significativi sottolineati dalle tombe dei santi.

§       Etiopia, nodo fondamentali e cosmopolita della direttrice marittima delle vie commerciali, della seta e delle spezie. Dal 372 rapida cristianizzazione direttamente dalla Palestina. Le comunità monastiche cristiane (laiche) si inseriscono su comunità monastiche precristiane.

§       In Umbria si insediano (per testimonianza di Gregorio Magno) monaci Siriaci.

§       In Francia, dal II secolo, tante correnti diverse, "ovviamente orientali". S. Ilario e S.Martino di Tours, St.Thierry, I monaci di Lérins e del Giura.

§       In Irlanda, evangelizzata direttamente dall'Oriente, si sviluppa un monachesimo caratterizzato da "comuni" (che vivono accanto agli elementi fondamentale della natura), da grandi famiglie spirituali, che Palladio e Patrizio cercheranno di ricondurre sui binari dell'ordine romano.

§       A Roma affluiscono le altre culture, anche cristiane: la chiesa di santo Stefano Rotondo.

§       Giustiniano Imperatore (527-565).

§       Dal 540 al 604 vive Gregorio Magno, che ridà centralità, almeno religiosa a Roma, Dal 568 I longobardi in Italia: popolazione germanica del nord, ariana. Presto cristianizzata e fanaticamente religiosa.

§       Nel 570 nasce Muhammad

L'Occidente", dunque, anziché essere visto come l'unica terra conosciuta, va studiato almeno secondo cinque direttrici, ognuna delle quali è molto complessa:

·        Europa Continentale e Asia Centrale

·        Mediterraneo

·        Mesopotamia e Penisola Arabica

·        Etiopia, Africa centrale, India

·        Le "Porte" per e dall' Oriente.

 

 

Ed ancora bisognerebbe continuare a storicizzare il medioevo presentando questo quadro


- Le civiltà americane toccano il massimo splendore. Almeno il continente del sud è noto in Europa come la «QUARTA PARS» al di là dell’Oceano.

 

- L’islamismo nasce da istanze culturali e religiose che attingono alla vasta koine’ indo-iranica alla quale attinge anche la bibbia. Si richiamano alla riunificazione delle tribù della Penisola Arabica e quindi alle tradizioni locali, superando e reagendo a forme culturali e religiose introdotte formalmente nella koinè ellenistica a seguito del Concilio di Nicea (325), che ha assunto la metafisica con tutti i concetti platonici e la mentalità occidentale del dualismo (corpo - anima, materiale - spirituale inferno - paradiso).

 

- Il sacro romano impero. Lo spazio politico dell’occidente, anche considerando che secondo i calcoli dell’epoca la fine del Mondo doveva cadere appunto nell’anno 800 (e non nel 1000 come si continua a dire).

 

- L’impero Germanico.

 

- Dall’idea della riforma totale della chiesa (Cluny, 910) ai concili lateranensi (III, 1179; IV, 1125): la definizione della liturgia cattolica, del ruolo del sacerdozio, della confessione auricolare. Leone IX (1054 Scisma d’Oriente), Alessandro II, (1061/1073). La nuova romanizzazione, Gregorio VII(1073/1085). La riconquista, la guerra santa e le crociate (dal 1096 al 1129), Urbano II(1088/1099), Innocenzo IIII(1198/1216) e il IV Concilio Lateranense 1215.

-Crociata contro gli Albigesi –con lo sterminio dei Catari, regione  con capitale Albi- (1209- 1229).

-UNA TERRA MOLTE RELIGIONI (P.F.Knitter, una terra, molte religioni. Dialogo interreligioso e responsabilità globale, Cittadella editrice, Assisi, 1998); la soteria, il ben essere umano ed ecologico e il contesto per una teologia e un dialogo delle culture e delle religioni in cui sia rispettato il dominio delle diversità

 

 

 

Le origini del Cristianesimo

 

Che cosa ne sappiamo noi delle origini del Cristianesimo? Poco, per non dire nulla. Ci aggrappiamo alla Bibbia come all’unica fonte di ispirazione, ignorando completamente le complesse componenti della cultura indigena del popolo al quale è rivolta la predicazione evangelica (il Cristo parla in aramaico, nella lingua accessibile ai poveri e sdegnata dai ricchi e dai sapienti), cultura che non è certo quella ufficiale, delle classi economicamente o socialmente potenti, che pure conosciamo molto marginalmente”.

Così definivo nel 1971 all’Accademia Nazionale dei Lincei la necessità di individuare nuovi strumenti di ricerca per promuovere una conoscenza del 1° Millennio.

 

A trentacinque anni di distanza, Giovanni Filoramo, insigne studioso, commenta sulle pagine de la Repubblica (26 aprile 2006) la sensazione e l’eco straordinari destati dal Vangelo di Giuda: “Nonostante due secoli di moderna ricerca scientifica, la storia delle origini cristiane continua a essere avvolta nel mistero. Dobbiamo ammettere che non sappiamo quasi nulla. Le fonti per diradarlo sono poche e di difficile interpretazione, ipotecate teologicamente e gravate da una bibliografia sterminata”

 

A proposito delle fuorvianti ipoteche teologiche , alcuni anni fa, nel 1981, Bellarmino Bagatti O.F.M., Francescano e direttore dell’Istituto Biblico di Gerusalemme, pubblicò un bellissimo volumetto: La chiesa primitiva apocrifa (II secolo), Saggio storico, presso le Edizioni Paoline.

 

Nella premessa ritenne necessario insistere sul carattere di Saggio storico del proprio lavoro, avvertendo come “la mentalità ordina sia differente da quella antica e quanto sia facile travisare le loro parole e le loro intenzioni” e che, quindi, quello che scrive “non è un manuale di teologia per insegnare ciò che il cristiano deve sapere, ma uno studio storico per far sapere ciò che avvenne nel II secolo dopo Cristo”.

 

Vale la pena di rileggere le prime pagine, le Nozioni generali sugli apocrifi:

“ Nel secolo VI un autore anonimo redasse un indice dei libri proibiti, conosciuto oggi sotto il titolo di Decreto pseudo-gelasiano  dove elencò 60 opere con l’appellativo « apocrifo » per indicare che erano da rigettarsi. In tale lista sono incluse opere di alcuni autori ritenuti oggi come Padri della chiesa, quali ad es. S. Cipriano, Tertulliano, Arnobio, Lattanzio, Eusebio, ecc., ma soprattutto opere di autori ignoti che circolavano sotto i titoli di Atti di alcuni apostoli o di Vangeli attribuiti agli stessi apostoli. Tale indice non era stato il primo a compilarsi, ma li superò tutti per la sua intransigenza ed estensione.

Erano passati circa 500 anni dalla scomparsa di Cristo e la chiesa si era trovata a sorpassare tante difficoltà, intellettuali e morali, che le avevano suggerito di prendere misure drastiche per conservare l’integrità e l’unità.

Riportandoci a quei primi tempi della chiesa troviamo che Gesù, suo fondatore, non solo non aveva scritto la sua dottrina, ma neppure aveva ordinato di scriverla. Come lui avevano fatto gli apostoli, incaricati in modo speciale di annunziare la « buona novella »: la propagarono oralmente. Solo in seguito le circostanze suggerirono ad alcuni di loro di precisare le verità con scritti anche per farle arrivare dove non poteva la loro parola.

Ma gli apostoli non furono i soli a udire Gesù, né gli unici a sentire il desiderio di propagare gli insegnamenti del Signore. Si ebbero, così, gli scritti che piano piano vennero riconosciuti come ispirati da tutta la cristianità ed altri che restarono di carattere privato. Questi ultimi furono riguardati dai capi della chiesa con sospetto perché tal volta non avevano idee giuste e perché gli eretici se ne servivano per propagare i loro errori.

Una svolta decisiva per tali opere si ebbe nel IV seco lo quando fu introdotta la filosofia greca come base per  la precisazione delle verità cristiane. Le categorie cosmiche del mondo giudaico, ritenute fino ad allora, furono cambiate e le verità cristiane redatte in formule esatte con vocabolario tolto dalla filosofia greca. Allora le opere scritte nei periodi precedenti furono ritenute non più confacenti al progresso del tempo e quindi ostacolate. Da qui si capisce l’idea di redigere cataloghi di opere proibite. Se in tali cataloghi si inclusero dei Padri, con maggiore ragione vi erano inclusi gli autori anonimi, tanto più che era proprio su tali libri che si fondavano gli eretici per sostenere le loro idee.

Così la mentalità dell’ignoto redattore del Decreto pseudo-gelasiano è rimasta fino ai nostri giorni. È vero che da diversi anni si sono fatte delle raccolte di libri apocrifi, ma spesso gli editori sentirono il bisogno di trovarvi degli errori. A questo proposito vorrei riferire le parole che Mons. Galbiati premise ad una di queste raccolte preparate da due noti autori francesi: « Sia l’illustre presentatore Daniel Rops, sia il diligente traduttore italiano, non hanno saputo nascondere la loro antipatia per questi apocrifi e ciò non ha certo affinato la loro capacità di intendere questi testi provenienti da una mentalità tanto estranea alla nostra ».

 

 

Il mondo antico è molto diverso da come lo si racconta.

 

Volendo guardare ad un rinoceronte, direbbe J.H.Poincaré (un grande matematico della fine dell’Ottocento, inizi del Novecento), abbiamo preso un bel microscopio e ne abbiamo scrutato i pori: i territori soggetti al dominio romano sono diventati il mondo fino ad allora conosciuto; la trentina di grandi religioni ed il centinaio di culti che caratterizzavano le culture dell’occidente, sono diventati il “paganesimo”; la straordinaria pluralità del nascente cristianesimo, i mille modi di “esprimere la fede” con sensibilità  e accenti diversi, culture ed esperienze diverse, soprattutto il diverso modo di intendere i fatti del mondo è vista unicamente attraverso la lente dell'ebraismo ellenizzante, o attraverso le categorie greche di una lingua essenzialmente veicolare; e così via.

 

E’ del tutto inadeguata la concezione del mondo fino ad allora conosciuto limitato ad un’Europa isolata e unica protagonista dei fatti politici, economici,culturali, religiosi, e in genere umani del mondo antico.

 

L’uomo ha sempre viaggiato, fin dai tempi più antichi, da quando lasciò in epoca antichissima l’Africa,  si è sempre spostato “per universum mundumcon curiosità (come dimenticare l’Ulisse di Dante), ed alla ricerca di terre che garantissero migliori condizioni vita, 

 

Esistono incontri, guerre, scambi tra i Paesi dell’Occidente e del Mediterraneo ed il vicino e Medio oriente e l’Asia fin dalla più remota antichità.

 

L’Asia è il continente con le più antiche vie commerciali, attraverso le quali venivano trasportate non solo merci, ma attraverso le quali si diffondevano tecnologie, culture, idee, religioni.

 

Esiste una complessa rete viaria molto ramificata che integra vie marittime, terrestri e fluviali, collegando città, stati e popoli dall’estremo oriente, all’estremo Occidente, coinvolgendo larga parte dell’Africa, con scambi e commerci pacifici, ma anche con violentissime guerre e contese.

 

Mentre alcuni popoli scelgono una vita sedentaria, altri preferiscono il nomadismo (commerci e pascoli), a tal punto che si può ben dire che la condizione nomade è una delle componenti più vitali della condizione umana.

 

Esistono già evidenti testimonianze nel Paleolitico (antica età della pietra) di collegamenti a grandi distanze (Siberia-Pirenei) ; nel neolitico (la tarda età della pietra) la strada della steppa diventa a tutti gli effetti una via commerciale. Già nel IX-VIII  millennio a.C., particolarmente in Anatolia, nell’altopiano iranico, ed in Palestina si verifica la prima grande trasformazione dell’ambiente, con un’articolazione della società comincia a diffondersi l’agricoltura  e nascono le prime società urbane città.

 

Nel III millennio a.C. erano orami definiti i collegamenti via terra e via mare, che spesso ripercorrevano le antichissime strade dei nomadi tra Mediterraneo e Paesi europei, Cina, India Persia, Mesopotamia (ricordiamo gli studi straordinari di G. Semeraro) e Vicino Oriente, Arabia, Egitto, Nubia e coste orientali e settentrionali dell’Africa.

 

Per arrivare alla nostra era, sarebbe già utile guardare alla complessità dell’opera di alcuni scrittori antichi ben noti: Erodoto, Plutarco, Seneca, Tacito, Plinio, Porfirio, Eusebio, Pamphilo, il geografo greco Tolomeo (del II secolo d.C.). La grande scuola dei geografi greci, da Eratostene e Strabone a Marino di Tiro e Tolomeo, con un continuo progresso nella conoscenza del continente asiatico, giunse a proiettare una generale indagine delle caratteristiche fisiche ed etnografiche fino alla remota Cina. Grazie a loro e analizzando più tardi i racconti di pellegrini buddisti cinesi, che andavano in India dal V all’VIII secolo, gli studiosi moderni hanno potuto pazientemente ricostruire il tracciato dei due grandi percorsi transasiatici per via di terra.

L’Asia, l’India, la Cina — sia pure nel massiccio condizionamento dei mezzi tecnici e delle possibilità di comunicazione — continuarono ad interessare gli uomini colti per tutto il medioevo.

Ma non mancano neppure testimonianze molto importanti anche tra i più noti Padri della Grande Chiesa: Ireneo, Origene, Ippolito, Epifanio,Giovanni Crisostomo, Gerolamo, Agostino, Gregorio.

 

Per intuire la complessità del mondo (annullata, cancellata, tra l’altro dalla rozzezza dello spirito razionalista o spiritualista che ci ha condizionato in questi ultimi due-tre secoli), basta leggere alcuni testi antichi come gli Atti di Tommaso e poi quel niente (e sempre tramandatoci dalla parte avversa) che testimoniano Mani, Priscilliano, Ario,  Donato, Tyconio, Wulfila, Pelagio, Nestorio, e così via.

 

E’ noto che la storia è scritta dai vincitori, che si affrettano a narrarla cancellando popoli e culture ed enfatizzando gli stereotipi ideologici e teologici necessari alla gestione del potere. Ed ogni nuovo vincitore “rivisita” e riscrive gli avvenimenti passati. E così quel grande momento di collegamento e di osmosi tra Oriente ed Occidente, di commerci, di pellegrinaggi, quella grande complessità di lingue, di culture, di etnie, di religioni che caratterizza l’antichità è rivissuto attraverso l’ottica deformante della pace romana e dei barbari.

 

Mario Bussagli, uno dei  maggiori conoscitori dei nostri tempi dell'Asia scriveva "Non ci può fermare ad una visione esclusivamente appoggiata alle fonti occidentali se sì vuole avvicinare, non dico la verità, ma la semplice verosimiglianza".  E lo scriveva solo pochi anni fa, nel 1985, in un bellissimo libro dedicato ad Attila, a quello che i nostri libri di scuola definiscono il "flagello di Dio" e che Bussagli definiva "un gigante della storia"

 

La Palestina, ad esempio, che siamo abituati a vedere solo come la terra promessa di un piccolo popolo, è, lo sottolineo ancora, terra di passaggio, dall’India, dalla Persia, dalla Mezza luna fertile all’Arabia, all’Africa, al Mediterraneo e viceversa, come si è detto già dal IX-VIII Millennio a.C. E l'aramaico non è il piccolo dialetto in cui la "Parola di Dio" si è "rimpicciolita", né la lingua della diplomazia, ma la grande lingua internazionale delle vie carovaniere, in un’epoca che oggi diremmo globalizzata.

 

Persino Gregorio Magno (in Cant., 13), il sistematizzatore della chiesa di Roma, che cerca di ricondurre tutto il cristianesimo europeo a Roma, nel settimo secolo dice: lmmaginiamo il genere umano tuffo intero dall’inizio del mondo sino alla fine, cioè tutta la Chiesa".

 

Quando cerchiamo di capire come il messaggio del Vangelo si è calato nella realtà storica romana scopriamo che quella dei primi anni e dei secoli dell'Impero era una società molto complessa. Quello che solitamente definiamo come "il mondo fino allora conosciuto" era solo una piccola porzione del mondo. Nel mondo che pretendiamo di definire "fino allora conosciuto" abitavano non più del 10 o 15 % degli abitanti del mondo. A Roma esistevano tante culture, etnie e religioni diverse.  Si viaggiava molto da ogni confine della terra, dalla lontana Cina, ai confini dell'Atlantico, dall'Europa al Corno d'Africa, al Sudan, all'Arabia, all'India. Certamente si viaggiava più di quanto la nostra fantasia e la nostra storia ci lasci immaginare: i Maja parlavano già allora del mondo diviso in Cinque parti, come noi parliamo di cinque Continenti.

        

Religioni e culti a Roma

A Roma, ad esempio, dal I al IV secolo d.C., oltre a consistenti testimonianze della religione romana, ci sono ragionevoli elementi per credere che esistessero ancora tracce delle antiche religioni, e che fossero professati, in maggiore o minore misura, infiniti culti.

Il cristianesimo dell'Occidente diventa essenzialmente urbano, mentre quello dell'Oriente diventa essenzialmente rurale. Il monachesimo, nelle sue ispirazioni rurali, denuncia fino in fondo la sua matrice orientale. Dovremo prendere coscienza insieme ad Arturo Paoli "che lo svuotamento dei simboli è immensamente più grave che la persecuzione. E' più grave la banalizzazione dei simboli che la bestemmia". Dalle culture non condizionate da una visione razionalista-ellenista-liberale della storia e dalle maggioranze della gente comune, (caratterizzate, come detto, da una da una cultura comunitaria, simbolica, sintetica, festosa, rumorosa, plulinguistica e creativa) può venire un recupero delle testimonianze del pluralismo e della complessità del cristianesimo delle origini (la loro distruzione e la distruzione della cultura simbolica fu un vero e proprio genocidio, pari a quello consumato ad opera degli europei nei confronti delle culture precolombiane) e soprattutto che può venire il riscatto del cristianesimo apocalittico.

I cristiani d'occidente sono oggi disposti a riconoscere agli ebrei (ad una cultura che conosciamo solo nei suoi aspetti ellenistici) il ruolo di fratelli maggiori. Quando riconosceranno a induisti e buddisti, zoroatriani lo stesso ruolo di fratelli maggiori?

A Roma c’è, infatti, testimonianza dei culti di:

- Adone (Siria e regioni della Mesopotamia e della Persia. Il dramma annuale della Natura. A Roma al Gianicolo c'è un tempio alla dea Sira, con opere del I, del II e del IV secolo).

- Attis e Cibele (Magna Mater). (Originario dell'altopiano anatolico nell'Asia Minore, vede come protagonista La grande Madre, come personificazione della Natura fertile e feconda. La distinzione tra i sessi è provvisoria. La nascita e la morte sono due aspetti della medesima idea. Attis è figlio e sposo di Cibele. Si evira: Muore e risorge. E' la natura).

 - Mithra (dalla Persia, divinità della luce, protettore della vegetazione. L'uccisione del toro che feconda la terra, la caverna, l'iniziazione, l'albero. Culto molto diffuso in Europa).

- Iside e Osiride (valore naturalistico-agrario di origine Egiziana, presente, con i luoghi di culto -gli isei- a Roma già nel 105 a.C. e fino al IV secolo. Molto diffusa a Roma, specialmente tra i militari)

- i culti Orfici (si sviluppano nel VI secolo a.C., un secolo molto importante perché nascono molte religioni in ogni parte del mondo, soprattutto in Oriente. E' una sistemazione teologica dei misteri di Dioniso, che pone l'attenzione sul sacrifico primordiale, che è un odioso deicidio. E' l'esperienza religiosa greca più alta: ai culti orfici si collegano altri misteri).

Anche i misteri sono testimoniati ed in particolare:

- Dionisiaci (originari dalla Tracia, feste agrarie e mistiche (segrete) di fertilità della vegetazione e del bestiame a vantaggio della comunità. Il culto è suscettibile di un'evoluzione religiosa, che raggiunge nel santuario di Delfi, dove si passa dalla divinazione magica, alla rivelazione estatica ed all'unione mistica attraverso il sacrificio)

- Eleusini (riti nuziali magico-agrari mistici (segreti, che si svolgono sotto il controllo dello Stato e mirano non alla salvezza, ma ad una immortalità beata. Ai misteri Eleusini se ne legano altri, ad esempio quelli di Samotracia)

Le religioni presenti sono almeno:

- arabe; - dell'Asia (Brahmanesimo, Buddhismo, Giainismo, Induismo, Taoismo, Vedismo); - di Axum; - degli arami; - dei Baschi, - dei Cananei, - celtica; - dei cinesi (Confucio); - cristiana; - degli Elamiti; - ellenistiche; - dei Frigi; - dei Germani; - giudaica; - dei Manichei (dal IV secolo); - dei popoli della Mesopotamia; - dei Nabatei; - di Palmira; - della Persia; - della Siria; - degli Slavi; - zoroastriana

 

Un grande ruolo avevano le vie commerciali ed i pellegrinaggi.

Un grande ruolo avevano, come si è detto, le vie commerciali ed i pellegrinaggi, che normalmente coincidevano.

        

Le vie commerciali. Dall'estremo oriente (la Cina, l'India) le merci (che non sono oggetti silenziosi, ma portano la cultura delle genti che le hanno prodotte) arrivano in Europa, ma arrivano anche nella Penisola Arabica ed in Africa, in Egitto, nel Sudan, in Etiopia. Egli scambi sono reciproci. Erodoto parla di mercanti greci che portano con sé interpreti di 7 diverse lingue. Nei “nodi”, nei caravanserragli dove le carovane sostavano, c’era uno scambio di notizie, di curiosità, di informazioni, di valute, di culture, di stili di vita, di tecniche e di tecnologie relative ad ogni momento della vita sociale, culturale e religiosa.

        

I pellegrinaggi. Non va dimenticato che fin dalla più remota antichità gli uomini si spostano alla ricerca dei "luoghi" della "ierofania", cioè nei luoghi in cui la divinità, l'invisibile si è manifestato, attraverso le azioni della natura e dell'uomo. Sono i luoghi dove il pellegrino incontra l'invisibile, si confronta con il Creatore, diventa parte della Creazione, dove tutti gli opposti si congiungono; dove Dio scende sulla terra, ha l’esperienza dell’umano e l’uomo "sale" in cielo, ha l’esperienza del divino. Sono i luoghi della riconciliazione. Cadono le distinzioni tutte occidentali (il dualismo) tra bene e male, tra mortale e immortale, tra luce e tenebre, tra anima e corpo, tra natura e storia, tra il mondo d’oggi e il mondo futuro, tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra umano e divino. La ricerca del "centro" (i "centri" sono tantissimi) è la ricerca di un sito ben individuato e delimitato, consacrato o da manifestazioni naturali evidenti (cime di monti o di colline, grotte, confluenze tra fiumi, sorgenti o sacre fonti o fonti minerali, acqua spumeggiante in cascate nelle grotte, pietre vive segnata da un colpo di ascia o scolpita, stalagmiti, stalattiti, monoliti di età antichissima, alberi simbolici, o altro) o percepibile dall'uomo attraverso un intimo contatto con la natura (concentrazione magnetica, fiumi sotterranei o altro), o consacrato dal ricordo di opere dell'uomo (ad esempio: cimiteri, bonifiche, etc.) o consacrato da manifestazioni del moto del sole, della luna, delle stelle.

 

Sono luoghi della “ierofania” anche quando sono dedicati ad entità simboliche, come S.Michele Arcangelo sul Gargano. I testi medioevali ricordano bene che “Michaelem Christum dicit”: è segno di Cristo. Sul Gargano si è manifestato Cristo risorto.

 

A Finis terrae, in Spagna, ad esempio, nel luogo che fu cristianizzato dall'ottavo secolo d.C. in Santiago de Compostela, si andava fin dal III Millennio a.C. fin dalla Cina, dall'India, alla ricerca del luogo più occidentale dell'occidente, dove il sole si getta nel mare e feconda  la terra.

Roma nel corso dei secoli, diventa un centro fondamentale del commercio mondiale. E’ un polo di attrazione di molte migrazioni.  E’ città che richiama tutte le merci e perciò molte culture e molte civiltà del mondo. Al tempo di Augusto, è una grande metropoli e contava oltre un milione di abitanti; naturalmente era una città complessa. Un terzo dei suoi abitanti erano stranieri;  il suo esercito era fatto di stranieri che venivano da ogni parte del mondo. A Roma c'erano una trentina di religioni (dall'Asia, dall'Africa, dall'Europa) con un centinaio di culti. E proprio un centinaio erano le etnie.

        

Documenti scritti non ce ne sono. Rimangono alcuni documenti figurali, edifici sacri dell'epoca della prima cristianità. Andando con occhi attenti per vecchie chiese a Roma,  ritroviamo una società multietnica, multiculturale e multimediale, ritroviamo le parole magiche dell'economia di oggi: globalizzazione, mondializzazione, molteplicità di stili e di modi di vita, manodopera a basso costo importata da Paesi lontani, complessità. Ritroviamo questi problemi mentre ci accorgiamo che il Mediterraneo, nello scenario mondiale è un piccolo lago, che a Roma  vivono ormai molti immigrati regolari di un centinaio di nazionalità diverse.

        

Roma non è mai stato un centro di irradiazione di civiltà, come un certo cattolicesimo o cristianesimo occidentale pretende, è sempre stato un "luogo" dove tutte le culture, le civiltà, le religioni sono confluite. Un polo di attrazione di molte migrazioni, delle migrazioni che dall’Estremo Oriente e dall’Asia Centrale giungevano in Occidente. Questo è  il salto di qualità che dobbiamo fare.

        

Non c’è nemmeno bisogno di leggere testi troppo sofisticati. Già da oltre vent’anni basta andare alle edicole delle stazioni per acquistare un testo che ormai è in edizione economica: H.Uhlig, La via della seta, Garzanti Milano 1991, (1^ ed.1986). O addirittura i supplementi di Airone (n.202, 1998) e di Archeo , ottobre 2000) sulla Via della seta. Oppure guardare all’Anonimo Danubiano, un testo di un viaggiatore del IV-V secolo d.C., che riporta eccezionali conoscenze culturali ed  informazioni dirette raccolte in lunghi ed avventurosi viaggi, che dal bacino del Danubio e dal Mar Nero l’avevano portato a nord fino al Baltico e al Mare di Barents, a est fino nel cuore delle steppe asiatiche e ad oriente del Mar Caspio, a sud in Armenia e in Grecia, ad occidente, oltre Gibilterra, in Spagna ed Inghilterra… Il suo autore ha fatto numerosi, lunghi e rischiosi viaggi, per mare e per terra, nelle principali parti dei mondo, di cui sussisteva allora qualche cognizione, anche in molte mai raggiunte o ben difficilmente raggiungibili. Confessa di averlo fatto in veste di esploratore e di mercante, alla ricerca di giacimenti minerari, di risorse e conoscenze tecniche delle varie popolazioni e regioni di civiltà diverse da quella classica, a scopo commerciale e insieme per curiosità scientifica.

 

Se poi si vuole un testo rigorosamente “cattolico”, e scientificamente rigoroso, può leggere C.Dognini e I.Ramelli, Gli apostoli in India, nella Patristica e nella letteratura sanscrita, Edizioni Medusa, Milano 2001.

 

Si scoprirà che la «fonte» più moderna ha almeno 1500 anni. Il mondo “fino allora conosciuto” (cioè nei primissimi secoli dell’era cristiana) va dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente. Si ha nozione di un’altra parte del mondo al di là dell’Oceano. Il nomadismo è la condizione dinamica della vita umana. E’evidente che si viaggia molto lungo rotte, profondamente integrate, integrate terrestri, fluviali, marittime non solo nel Mediterraneo, ma nel mare Eritreo, nel mare arabico, nel golfo del Bengala, nel mar cinese. E’ una “rete viaria” estremamente complessa. Esistono tante culture, tanti stili di vita, tante religioni e tutte si “riconoscono” e si incontrano lungo le vie carovaniere e le vie del Pellegrinaggio transcontinentali.  Vie attive dal V millennio a.C. o, mal che vada, dal III millennio a.C.

 

Come si è detto, già nella prima età della pietra esistevano dei collegamenti che dai Pirenei giungevano fino in Siberia.

 

L’ellenismo non è la cultura della Grecia nel mondo, ma una sintesi euro-asiatica.

 

Mani, sarà pur visto come un’eretico,  ma nel III secolo opera una straordinaria sintesi tra buddismo, cristianesimo, gnosticismo e zoroastrismo Una serie di avviamenti alla retta condotta di vita, sacralizzate in religioni strutturate (dall’antropologia si è passati alla teologia) a difesa di interessi prevalentemente economici. Lungo il reticolo di vie commerciali viaggiano (e si incontrano nei caravanserragli) artigiani itineranti, pittori e soprattutto scultori, architetti, spesso con i monaci missionari, ma che a volte, in quanto seguaci di altre religioni, erano semplicemente prestatori d’opera. Ecco allora la formazione e la diffusione estremamente complessa di merci, di  arte (straordinaria per la sua complessità è quella del Gandhara), di dottrine filosofiche, di aspettative religiose.

 

Come ho ricordato, « Si commette un grave errore a voler ridurre tutto al solo grecolatinismo, che rappresenta una cultura, un aspetto del pensiero umano senza dubbio assai ricco... ma anche altri popoli hanno pensato…». Così diceva nel 1942 di Marcel Jousse, un gesuita, un grande studioso di antropologia già nel 1942, e grande conoscitore dell'ambiente etnico aramaico e palestinese in cui è vissuto Cristo. 

 

Dunque va esaminato e conosciuto l’ ambiente storico geografico: la Palestina, come si è detto, è  terra di passaggio per i commerci ed i pellegrinaggi. I caravanserragli sono i centri in cui si mescolano e si con-fondono le culture, le religioni, le lingue; dove si comunica con una lingua unificante fatta di gesti e di parole e non di testi scritti: l’ ARAMAICO  (la grande lingua della povera gente, ma anche la lingua internazionale dei commerci e perciò delle religioni).

 

In questo quadro così composito e complesso (ricordiamo che il nomadismo è la condizione esistenziale dell'uomo e che la mezzaluna fertile -Mesopotamia, Siria, Palestina- è terra di passaggio e con le merci si scambia la "cultura", cioè modi di vivere, di produrre, di pensare, di provare una propria spiritualità.), si inserì il messaggio di Cristo, prevalentemente nell’ambiente contadino aramaico.

 

Andrebbe totalmente rivista la leggenda del Vecchio Testamento. Anzi è stata già rivista da tempo (M.Liverani, Antico Oriente, Laterza, Bari, 1998, ripubblicato come III volume -Le civiltà mesopotamiche- della Storia Universale del Corriere della Sera e sempre di M.Liverani, Oltre la Bibbia, storia antica d'Israele, Laterza).

 

Soprattutto vorrei ricordare che il messaggio evangelico è stato trasmesso essenzialmente in modo orale e gestuale. Com'è giusto che sia in una società composita e multiculturale. Io ho un nipotino che si avvicina ai tre anni. E' bilingue, il padre è tedesco e vive a Stoccarda (che è la seconda città europea per numero di etnie). Parla in modo molto complesso e soprattutto usa molto i linguaggi gestuali e la mimica. E così comunica.

 

La scrittura (lo scriveva già Michele Amari nell'Ottocento), conserva solo le testimonianze del potere, la memoria è più utile per conservare le testimonianze dell'ingegno.

 

Le immagini di Gesù e le interpretazioni del suo messaggio nel cristianesimo delle origini erano, come detto, infinite e spesso contrastanti. Esistevano tradizioni infinite (legate a culture, modi di vita e di pensiero, storie ed etnie diverse) molte orali. Alcune furono trascritte nei tanti vangeli che rappresentavano le tradizioni delle innumerevoli comunità. A partire dal II secolo un gruppo (certo molto minoritario all'inizio, che si autodefinisce "ortodosso" e che prenderà il sopravvento anche con la violenza ed usando il potere politico ed economico) comincia a determinare -con dogmi e scomuniche- una teologia ed un canone dei testi che vanno letti, canone  che diventerà predominante solo nei secoli successivi, dopo il Concilio di Nicea. Come testimonia chiaramente la Spagna (non a caso il territorio più occidentale dell'occidente dove confluisce in maniera  più evidente il nomadismo e dove dal III millennio a.C. convergono pellegrini da tutto il mondo - già in età paleolitica è testimoniata una strada Siberia-Pirenei-) numerose tradizioni sopravvivono e coesistono ancora per molti secoli (vedi i Vangeli di Tommaso e Filippo almeno fino all'VIII secolo, ma come non pensare ai Catari?).

 

Al tempo di Gesù Gerusalemme ha 50.000 abitanti. Per dare un’idea sulla popolazione di allora ricorderò che Atene ha 500.000 e Roma più di un milione.

I moderni studi di antropologia fissano l'inizio dell'evoluzione culturale (si badi culturale, non biologica) a quarantamila anni fa. Abramo (la tradizione abramitica) non può essere che un piccolo anello di una catena infinita. Lo stesso Angelo Roncalli (Istanbul, 16 maggio 1937, Pentecoste), che poi sarà papa Giovanni XXIII, uomo di gran cultura storica e di buoni studi patristici e poi relegato al ruolo di "papa buono", di "paterno pastore di campagna", superava la radicata e singolare credenza che prima e al di fuori della tradizione giudeo ellenistica non esista niente, né civiltà, né cultura, né ricerca sull'uomo, né ricerca su Dio.

Gli Atti degli Apostoli (Act 2, 6-11), un testo dichiaratamente ellenistico e normalmente utilizzato per giustificare un presunto monogenismo del cristianesimo e, conseguentemente, la centralità della Chiesa gerarchica di Roma, sono molto chiari, invece, nell'individuare la koinè culturale e spirituale "indo-iranica" che si è andata costituendo nel mondo dal III-II millennio a.C. A Gerusalemme, uno dei centri dei pellegrinaggi del mondo antico confluiscono gli “uomini pii” da ogni parte della terra: "...Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, della Frigia, della Panphilia, del Ponto, dell'Asia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi".

Roncalli, sulla scia di Gregorio Magno poteva ben dire che "i rappresentanti di tutte le nazioni della terra" non sono destinatari di un messaggio strutturato e dogmatico che parte da Roma, ma sono "ragione ultima di esso", della parola di Dio, dello spirito del Signore. Poteva ben dire che non uno o due (Pietro e Paolo) e non verso una sola località (Roma), ma che "tutti gli altri apostoli", "partono chi qua chi là a recare il messaggio celeste".

Gerusalemme è uno dei centri del mondo. La Bibbia ricorda: "Tu beata Gerusalemme che sei nel palmo della mano di Dio".  Come indicano bene i mosaici di Madaba, Gerusalemme sorge su tre colli. La benedizione apocalittica si conferisce unendo il pollice con l'anulare (come ricordano tanti mosaici). Le dita unite delimitano un cerchio (la perfezione cosmica). Le altre tre dita definiscono la la configurazione in terra , nell'ambiente naturale, della città celeste.

Tutti gli ebrei adulti, ad esempio, da qualunque parte del mondo, si recavano da tempo antichissimo a Gerusalemme per mangiare la Pasqua. La città contava 50.000 abitanti, ma durante le festività cresceva di molte volte, ingrandita dai pellegrini. Qualcuno parla, forse esagerando, addirittura di 1.000.000 di persone. E’ certo comunque che si tratta di pellegrini  che  convergevano da ogni parte per adorare Dio.

Non vanno dimenticate, per l’epoca medievale, due testimonianze precise del pellegrinaggio cristiano a Gerusalemme. Non bisogna meravigliarsi se i cristiani prendono quella che sarà denominata la "Via di Cristo". Va ricordato il Codex Burdigalense del 333, che testimonia un viaggio da Bordeaux a Gerusalemme e ritorno. Da Bordeaux l’itinerario va ad Arles, traversa il Moncenisio, va fino ad Aquileia, qui entra nei paesi slavi e Balcani, visita Costantinopoli, attraversa la Turchia e la Siria (Antiochia), arriva a Gerusalemme. E poi torna per mare. Vediamo il pellegrino sbarcare da Otranto e poi è a Rimini. Riprende la strada per la Francia. Non passa per Roma.

E poi straordinaria è la testimonianza di Egeria, una donna forse della Galizia (che sconvolge le conoscenze sulla cultura dei primi secoli, con il suo diario di viaggio incompleto e redatto forse tra il 380 ed il 383, o forse qualche anno più tardi, ma entro il 417), che dall’estremo occidente della Penisola Iberica (proprio dalla regione del capo finis terrae), va in Egitto, nel Sinai, nella Terra Santa, in Anatolia, in Mesopotamia, ed assiste, descrivendola, alla liturgia cristiana di Gerusalemme. Da Costantinopoli a Costantinopoli il suo viaggio è di oltre 5000 chilometri. Nel suo diario di viaggio (un testo privo di ogni elemento classico!) non si scorge mai la tendenza ad una razionalizzazione astratta, la la curioisità, il voler sapere, il voler toccare con mano (proprio come il bambino del capitello di Autun), il voler compiere fisicamente il cammino.

Le fonti antiche insistono nel definire gli apostoli semplici ed ignoranti: “abbiamo dei maestri (gli apostoli) simplices et rusticos”. Qualcuno ricorda che solo Petrus rusticus et pauper riuscì a dire: tu sei il Cristo, Figlio del Dio Vivente.

 

Come ho già ricordato, ma non sarà mai sottolineato abbastanza, nelle comunità cristiane più antiche, si svilupperanno varie immagini di Gesù. Ogni comunità reagisce al Messaggio di Cristo con la propria cultura e la propria sensibilità, al punto che i cristiani organizzati in numerose comunità (l’un l’altra considerate sette) che spesso si fanno la guerra ed hanno in comune solo il nome.

La figura di Gesù, multiforme e polimorfa, è giunta fino a noi setacciata dalle varie fedi. Il cristianesimo delle origini era molto più diversificato di quanto immaginiamo e molto più complesso di quanto sia oggi pur nell’articolazione tra cattolici, protestanti ed ortodossi.

Gli evangelisti non furono dei biografi, ma dei credenti che organizzarono delle testimonianze in base alla loro cultura ed alla fede che erano andati sviluppando ed alle attese della comunità della quale facevano parte. Se Giovanni esorta a credere in Gesù, Tommaso esorta piuttosto a cercare di conoscere Dio: l’immagine di Dio è in ognuno di noi , anche se molti non se ne accorgono. Valentino più tardi invitò a vedere nella croce l’albero della conoscenza e in Cristo crocifisso il frutto di quell’albero. A chi se ne ciba Gesù Cristo conferisce la vera conoscenza, che non è intellettuale , ma è la consapevolezza del riconoscimento reciproco (la gnosi) di Dio in se stessi e se stessi in Dio. Tutte le sacre scritture, riconosce il monaco Beato (773) vanno intese come il corpo di Cristo: Legamus Sanctas scripturas. Quid est aliud nisi Corpus. La conoscenza non può prescindere dai fatti: praesciebat et verbis et facitis.

E’ opinione ormai assodata che dal I secolo al 300 d. C., e ancora in seguito, furono composti  senza dubbio una grande quantità di vangeli, atti, epistole e apocalissi, i cui autori non si sarebbero certo ritenuti inferiori a quelli degli scritti riconosciuti poi da tutti come canonici, quando non pretesero di sostituirsi perfino agli stessi.

Ragionerebbe in modo sbagliato chi immaginasse che gli apostoli o i loro discepoli avessero di comune accordo collaborato con l’intenzione di produrre un’opera comune da lasciare ai posteri in eredità. Non ci fu nessuna intenzione così concepita.

Il canone dei testi riconosciuti come ispirati direttamente da Dio non è stato « fatto » o « creato », ma crebbe gradatamente.

Per molti secoli, inoltre, l’intero corpus degli scritti fu valutato come “ispirato”, come una  Lettera che Dio scrive quotidianamente agli uomini (Gregorio Magno).

Tra i vari leader cristiani e le varie comunità che ne furono alcuni che riuscirono a prendere il sopravvento e a scegliere i testi, rifiutando numerose fonti di rivelazione e a definire le norme comportamentali e teologiche intorno alla quale venne a definirsi la chiesa ed il canone ecclesiastico, centrato sui Vangeli di Matteo, Maro, Luca e Giovanni che ancora oggi definiscono il cristianesimo.

Già sul finire del I secolo i cristiani ortodossi avevano iniziato a stabilire criteri obiettivi per divenire membri della chiesa. Chiunque professasse il credo, accettasse il rito del battesimo, prendesse parte al culto e obbedisse al clero, veniva accettato come fratello cristiano. Per divenire veramente cattolica — universale — la chiesa respingeva ogni forma di elitismo, sforzandosi di comprendere nel suo abbraccio più persone possibile. Nel corso di questo processo, i suoi capi crearono una struttura chiara e semplice, fatta di dottrina, rito e struttura politica, che si è rivelata un sistema organizzativo di straordinaria efficacia.

Così l’ortodosso Ignazio, vescovo di Antiochia, definisce la chiesa con terminologia da vescovo rappresentante del sistema:

Nessuno faccia nulla di attinente alla chiesa senza il vescovo. Sia considerata eucarestia valida quella celebrata dal vescovo, o dalla persona da lui nominata ... Ovunque il vescovo offre [ stia], la congregazione sia presente, proprio come, ovunque è Gesù Cristo, c’è la chiesa cattolica….

Non è lecito battezzare né tenere un àgape [ cultuale} senza il vescovo ... Unirsi al vescovo è unirsi alla chiesa; separarsi dal vescovo è separarsi non solo dalla chiesa, ma da Dio stesso. Fuori della gerarchia della chiesa, insiste, « non c’è nulla che possa essere detto chiesa ».

Non va dimenticato, però, che  vari padri della chiesa recuperarlo il ruolo dell’individuo, sostenendo che “leggere la scrittura è bere Cristo” (S:Ambrogio). S.Girolamo dice che “Io considero il Vangelo come il corpo di Cristo”. Ormai la scrittura ha preso il sopravvento sulla tradizione orale e gestuale:

 

Un grande ruolo avevano, come si è detto, le vie commerciali ed i pellegrinaggi.

Esisteva una diversità di tradizione orale, di situazioni e di esigenze che, più o meno felicemente o problematicamente, riuscivano dialetticamente a convivere e a comporsi Queste diversità comportarono spontaneamente diverse presentazioni del vangelo, di atti apostolici, di lettere apostoliche, di apocalissi ecc., corrispondenti alle tradizioni, al modo di vivere e di pensare delle comunità. Non era, ad es., uguale ovunque la relazione tra Cristo e mondo redento, per il fatto che i termini erano considerati con prospettive diverse. Comportarono anche una certa varietà di espressioni della fede, della dottrina e della vita comunitaria che inizialmente non erano affatto considerate come separatrici dalla Chiesa. Ma a mano a mano che si stringevano di più i vincoli dell’unità e che si imponevano i libri canonici, la letteratura apocrifa venne marginalizzata e diventò, coscientemente o meno, sempre più tendenziosa.

Molti cristiani conoscevano il vangelo solo sotto quella forma che noi oggi chiamiamo apocrifa, e non v’è dubbio che le opere più antiche furono scritte da persone che erano in perfetta buona fede.

Non v’è dubbio che uno storico oggettivo della Chiesa, della liturgia e dei dogmi, non può oggi prescindere dalla letteratura apocrifa. L’antichità di alcuni scritti impone già da sé sola una seria riflessione. La maggioranza, che data dal III al IV sec., ci tramanda le credenze di quegli antichi cristiani al di là, o comunque indipendentemente, di quello che era l’insegnamento ufficiale. In più di un testo o di un evento tramandati solo dagli apocrifi ci troviamo di fronte a materiale che risale alle più antiche e autentiche tradizioni cristiane. Prescindendo da quelli che sono errori manifesti o pure fantasie, non è certo giusta la persuasione di coloro che respingono praticamente tutto. Ma a parte questo che presuppone minute e pazienti ricerche ed una non comune sensibilità cristiana, il con tatto con l’immaginazione popolare di quei secoli è sempre un grande vantaggio. Anche se in questi scritti si possono scorgere adulterazioni, trasfigurazioni, contaminazioni, ecc., essi sono pur sempre il riflesso di notevoli strati popolari e completano quel quadro ufficiale che abbiamo da altre fonti.

Gli scritti di cui ora si compone il canone: 4 vangeli, atti apostolici, 21 epistole e un’apocalisse, sorsero dapprima separati, indipendenti, in tempi e circostanze diverse, allo scopo di soddisfare necessità riunite sotto un duplice capo: kerygma e culto. Ogni scritto ha una storia diversa.

Dove sorsero le prime raccolte e quali furono?

L’evidenza ricavata da un esame dei padri apostolici si può riassumere brevemente così: le epistole paoline appaiono meglio documentate che i vangeli; ciò è spiega bile dal fatto che il vangelo poteva essere trasmesso con facilità anche oralmente.

È infatti probabile che i primi testi riuniti fossero gruppi di lettere paoline. Mentre la tradizione orale evangelica non esigeva ancora che fosse messa per iscritto, essendo ancora in vita testimoni diretti o indiretti della parola, la dottrina apostolica esposta nelle lettere rischiava più facilmente di andare perduta qualora queste non fossero moltiplicate e riunite. E così possiamo pensare che comunità di primo ordine come Efeso, Antiochia, Corinto e Roma furono le prime a possedere raccolte di testi paolini, mosse dalla venerazione per gli stessi.

La storia della formazione del canone non è disgiunta, ovviamente dal fenomeno degli apocrifi. La letteratura di questo genere inizia, si può dire contemporaneamente, come espressione della tradizione tuttora libera ed esuberante, in un’epoca quando questo tuttora non esisteva ufficialmente e quelli non potevano essere chiamati « apocrifi» nel senso posteriore di testi da rifiutare ed eretici. Tale letteratura continuò quindi e si accrebbe, divenendo nella mente dei suoi autori e di chi se ne valse nient’altro che un complemento o un surrogato di quella canonica che andava imponendosi ufficialmente.

 

E così non ci si deve meravigliare che all’inizio, non essendo questo definitivo o considerato necessario, vi gente tuttora la tradizione orale, alcuni scritti come ad es. il Vang. Ebrei, l’Apoc. Pietro, la Didachè, Clemente, Barnaba e il Pastore, fossero allora e in seguito considerati in alcune comunità adatti per la lezione liturgica come altri documenti, riconosciuti poi come canonici.

 

Con Ireneo,  vescovo di Lione intorno al 180 dC cominciò a consolidarsi una posizione ortodossa, che cercava di accattivarsi il pubblico romano, deificando Gesù e presentando gli Ebrei come responsabili della sua morte.

 

Ireneo, che stabilì un’identità tra la propria fede e quella che chiama la “tradizione apostolica” riuscì a dare alla teologia una forma stabile e coerente. E vi riuscì soprattutto per me un’opera voluminosa, Libros quinque adversus haereses (Cinque libri contro le eresie). In questo scritto meticoloso, Ireneo catalogò tutte le deviazioni dall’ortodossia che stava allora prendendo forma, e le condannò con veemenza. Deplorò ogni diversità, e sostenne che poteva esservi una sola chiesa valida, al di fuori della quale “non c’è salvezza”. Chiunque sfidava questa asserzione dichiarò Ireneo, era un eretico, e doveva essere espulso e possibile eliminato

 

La vera gnosis diceva Ireneo è quella che consiste nella dottrina degli apostoli; solo questo sistema, dice Ireneo, è fedele al « pilastro e fondamenta » di quegli scritti apostolici cui attribuisce autorità assoluta — soprattutto, i vangeli del Nuovo Testa mento. Tutti gli altri sono falsi e inattendibili, non apostolici, e probabilmente scritti da eretici. Solo la chiesa cattolica offre un « sistema di dottrina davvero compiuto »…Al di fuori di questa chiesa non c’è salvezza: « Essa è l’ingresso alla vita; tutte le altre rubano e predano ».‘ Parlando a nome della chiesa di Dio, Ireneo afferma che coloro che chiama eretici sono fuori della chiesa. Tutti quelli che rifiutano la sua versione della fede cristiana sono «persone false, malvagi seduttori, e ipocriti » che « parlano alla moltitudine riguardo a coloro che appartengono alla chiesa, che chiamano cattolici, o ecclesiastici ».

Ireneo riconosceva la necessità di un canone definitivo un elenco fisso di scritti autorevoli. Perciò compilò questo canone definitivo, setacciando le opere disponibili, includendole alcune ed escludendone altre. Ireneo è il primo autore il cui canone del Nuovo Testamento è sostanzialmente conforme a quello attuale. Bisogna ammettere che Ireneo  soffocò e condannò tutte quelle idee che noi genericamente definiamo gnostiche  e che spesso associamo alle religioni orientali.

Sotto il termine "gnostico" si raggruppano oltre ad esperienze non cristiane, una serie di inculturazioni del Vangelo coesistenti e molto diverse tra di loro. Larga parte della ricerca è ormai convinta, contrariamente a quello che normalmente si dice, che lo gnosticismo sottolineò la crisi del razionalismo classico. Lo gnosticismo è un pensiero mitico che si esprime in termini simbolici e rappresenta la denuncia dell'inutilità del sapere classico che detta astratte norme. La mancanza di conoscenze sulla cultura persiana, siriaca e palestinese e l'abitudine a sistematizzare il pensiero concettuale, porta a valutare i complessi fenomeni che con termine onnicomprensivo si dicono "gnostici" come fenomeni intellettuali, speculativi, filosofici e non religiosi. I fenomeni "gnostici", i "vangeli gnostici" vanno piuttosto studiati nel quadro delle culture, delle strutture di pensiero e degli itinerari conoscitivi psichico-percettivo-psicofisico-sensoriali, motori, affettivi, simbolici.

Lo gnostico non è un filosofo. E' un'anthropos, un uomo qualunque con tutta la sua cultura, le sue esperienze, le sue attese, la sua visione del mondo, la sua spiritualità. I movimenti monastici, ad esempio, hanno in comune, nel III e IV secolo, secondo le culture gnostiche, la ricerca, la penetrazione religiosa nella solitudine, nella visione percettiva, nell'esperienza estatica e simbolica, nell'esplorazione della psyche, nella conoscenza di sé. Ognuno, nella sua psyche porta in sé le potenzialità di liberazione e di distruzione. Il vangelo di Giovanni, riconosciuto come canonico dalla ortodossia organizzata (forse solo perché scritto in greco, quantunque il suo autore usasse il greco solo come lingua veicolare) è rivendicato a sé dagli gnostici ed usato come fonte principale di informazione, di rivelazione e di riferimento per l'insegnamento. La parola gnosi è usata per definire tante esperienze diverse, notevolmente divergenti ed anche contrapposte. Non è certo parola monovalente o dal significato univoco. Con gnosticismo cristiano, secondo le opinioni più accreditate, si definisce di volta in volta:

1) una speculazione eterodossa giudaica, quando si presenta in forme di radicalizzazione;

2) una forma che si sviluppa dall'ambiente giudaico cristiano;

3) una evoluzione del cristianesimo (un interpretazione ellenistica o uno sviluppo entro gli schemi del pensiero ellenistico), che trova la sua origine all'interno dello stesso cristianesimo;

4) uno sviluppo del cristianesimo, che tenta una risposta al problema cristologico, entro gli schemi del pensiero greco;

5) uno sviluppo del cristianesimo, che tenta una risposta al problema cristologico, entro gli schemi del pensiero indo-iranico;

6) un incontro del cristianesimo con religioni già diffuse nei territori occidentali ed in particolare con il buddhismo e l'induismo.

Nel 1945 a Nag Hammadi (Egitto) viene alla luce una giara di terracotta rossa con tredici volumi, con 52 testi, in pergamena, rilegati. Sono i testi sacri dell'ala gnostica (come detto, estremamente composita e variegata) del cristianesimo primitivo, che tra i I ed il IV secolo era fiorita impetuosamente dall'Iraq all'Egitto, da Roma a Lione, assimilando idee della "lontana" India. Sopraffatta dall'ortodossia organizzata sembrava essersi dissolta, anche se ne rimanevano segni certi, ma non sempre e chiaramente decifrabili nella cultura iconica del medioevo europeo. Lo stesso Isidoro di Siviglia ne da notizia certa: Apocrypha autem dicta, id est secreta...Esta enim eorum occulta origo...In iis apocryphis, etsi invenitur aliqua veritas, tamen propter multa falsa,.. et recentiora sub nomine apostolorum ...auctoritate canonica diligenti examninatione remota sunt. Alcune notizie sono di straordinario interesse: 1) alcuni scritti sono sub nomine apostolorum (sono presumibilmente i vangeli di Filippo e Tomaso) e questo spiega la presenza dei due apostoli con la stessa dignità di Pietro e Paolo nei capitelli di san Pedro de la Nave; 2) è già definita un'autorità canonica che assume la decisione se i testi contengono o meno verità; 3) sono stati accantonati e non anatemizzati.

I testi di Nag Hammadi sono molti, alcuni non cristiani, e rappresentano certamente un ingente patrimonio anche economico ed il frutto di un lavoro collettivo ed anche specializzato di centinaia di persone per alcuni anni (per curare le greggi, per preparare la pergamena, per scrivere i testi). Forse i testi di Nag Hammadi provengono proprio da una comunità monastica (certamente da una comunità in grado di sopportare ingenti investimenti economici. Per dare un'idea secondo l'economia odierna, dell'ordine di decine di miliardi) a seguito dell'epurazione dei libri anatemizzati nel IV secolo.

Le dottrine gnostiche, nella loro molteplice articolazione, hanno una prospettiva religiosa di base antitetica ed antagonista alle rivelazioni della chiesa istituzionale:

Nelle dottrine gnostiche, la strada è interiore ed è indicata direttamente da Dio. Nel rapporto maestro-allievo, il fedele (come del resto diceva già san Paolo) non sarà più cristiano, ma Cristo. La verità deve essere vestita di simboli, "non è venuta al mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini": emerge lo psicologismo ed il valore evocativo del simbolo. Le immagini, come noi le intendiamo non esistono, ci sono soltanto i grandi gesti creatori. L'uomo percorre itinerari conoscitivi psichico-percettivo-psicofisico-sensoriali. Hanno un ruolo determinante: la visione immaginifica (il gesto oculare); la mnemotecnica; la conoscenza motoria; la cultura orale e gestuale; la partecipazione mistica (attivazione, attraverso gesti, canti visioni, balli, processioni, ecc.); la crittografia; il labirinto; gli intrecci; le iniziazioni; il centro; l'ombelico e la penetrazione del mondo. La BESORETA, l'annuncio orale, avviene attraverso un gesto globale ed orale, che coinvolge tutti i sensi.

Nella chiesa istituzionale, la strada è legata alle istituzioni religiose ed è indicata dalla chiesa stessa. Il rapporto fedele-istituzioni religiose è nella catechesi morale. La verità è nelle "edificazioni" che vengono descritte, decifrate nel loro significato verbale, ed illustrate dalle formule teologiche e metafisiche e elaborate dall'ortodossia organizzata.

L'ortodossia e le eresie.                                                                                                 L'emergente gruppo che definì nei primi secoli la Grande Chiesa di Roma, definisce anche l'ortodossia e l'identikit dei pericolosi nemici. Lo gnosticismo e le tradizioni e culture, i diversi "schemi logici" e le "sensibilità diverse", con contorni spesso molto sfumati e indefiniti , diventano le eresie da isolare e duramente combattere. Contro le tante attese e manifestazioni del sacro fondati sul mistero e sullo psicologismo del simbolo si afferma il razionalismo del mito e contro le "diversità" delle varie comunità cristiane cominciano a scatenarsi, con l'intolleranza, anatemi e scomuniche. Lo scontro tra il mondo greco-romano ed il messaggio cristiano si attenua al punto che il cristianesimo romano (che condizionerà sempre più il messaggio cristiano) comincia a strutturarsi in modo "cattolico", lontano dalle sue radici e manifestazioni palestinesi ed orientali e dal pluralismo culturale per incardinarsi ed identificarsi nella cultura e nelle categorie filosofiche greco-romane. La stessa sistemazione della tomba di Pietro (dovuta sembra, nel 155, a papa Pio, pio come l'Imperatore Antonino) sembra essere dovuta ad una scelta ideologica per rivendicare il primato della chiesa di Roma. L'eccidio di Lione (ordinato nel 177 da Marco Aurelio) è un episodio quantomai complesso, che dovrebbe essere valutato in quel complessissimo problema che fu lo gnosticismo.

Il cristianesimo dell'Occidente diventa essenzialmente urbano, mentre quello dell'Oriente diventa essenzialmente rurale. Il monachesimo, nelle sue ispirazioni rurali, denuncia fino in fondo la sua matrice orientale. Dovremo prendere coscienza insieme ad Arturo Paoli "che lo svuotamento dei simboli è immensamente più grave che la persecuzione. E' più grave la banalizzazione dei simboli che la bestemmia". Dalle culture non condizionate da una visione razionalista-ellenista-liberale della storia e dalle maggioranze della gente comune, (caratterizzate, come detto, da una da una cultura comunitaria, simbolica, sintetica, festosa, rumorosa, plulinguistica e creativa) può venire un recupero delle testimonianze del pluralismo e della complessità del cristianesimo delle origini (la loro distruzione e la distruzione della cultura simbolica fu un vero e proprio genocidio, pari a quello consumato ad opera degli europei nei confronti delle culture precolombiane) e soprattutto che può venire il riscatto del cristianesimo apocalittico.

I cristiani d'occidente sono oggi disposti a riconoscere agli ebrei (ad una cultura che conosciamo solo nei suoi aspetti ellenistici) il ruolo di fratelli maggiori. Quando riconosceranno a induisti e buddhisti lo stesso ruolo di fratelli maggiori?

Va anche ricordato che i cristiani gnostici, al contrario dell’emergente gruppo che definì nei primi secoli la Grande Chiesa di Roma, sostengono che ciò che distingue la falsa chiesa dalla vera non è il rapporto col clero, ma il livello di comprensione dei suoi aderenti, e la qualità dei loro rapporti reciproci. L’Apocalisse di Pietro dichiara che « colorò che appartengono alla vita.., essendo stati illuminati », distinguono da sé il vero dal falso. …Non cercano di dominare gli altri né si sottomettono a vescovi e diaconi, « canali senz’acqua ». Partecipano invece della « sapienza della fratellanza che realmente esiste... il sodalizio spirituale con quelli uniti in comunione »

Analogamente, il Secondo Trattato del Grande Set di chiara che ciò che caratterizza la vera chiesa è l’unione di cui i suoi membri godono con Dio e l’un l’altro, « uniti nell’amicizia di amici per sempre, che mai conoscono ostilità, né male, ma sono uniti dalla mia gnosis... (in) amicizia l’uno con l’altro » La loro è l’intimità del matrimonio, uno « sposalizio spirituale », poiché vivono « in paternità e maternità e ragionevole fraternità e sapienza »,come coloro che si amano da « spiriti compagni ».

L’autore gnostico del Testimonio di Verità si sarebbe trovato d’accordo con Lutero, andando ben oltre. Rifiuta come erronei tutti i segni distintivi del cristianesimo ecclesiastico. L’obbedienza alla gerarchia clericale chiede ai credenti di sottomettersi a « guide cieche » che derivano la loro autorità dal creatore malevolo. L’obbligo di con formarsi alla regola di fede vuole ridurre tutti i cristiani a un’ideologia inferiore: « Essi dicono “ [Anche se] un [angelo] viene dal cielo, e vi predica altro da ciò che noi ti predichiamo, sia maledetto!” ». La fede nei sacramenti è testimonianza d’un pensiero ingenuo e magico: i cristiani cattolici praticano il battesimo come un rito di iniziazione che garantisce loro « una speranza di salvezza », credendo che solo coloro che ricevono il battesimo sono « diretti alla vita ».

Lo gnostico vede nel messaggio di Cristo non l’offerta d’una serie di risposte, bensì lo stimolo a impegnarsi in un processo di ricerca: « ricerca e indaga sulle vie da prendere».

Usando il termine comune per vescovo (poimen, « pastore »), l’autore sembra riferirsi ai membri del clero: essi non sanno che il cristiano gnostico ha accesso diretto a Cristo, il vero pastore dell’anima, e non ha bisogno della loro guida. E non capiscono, questi aspiranti pastori, che la vera chiesa non è quella visibile (la comunità che presiedono), ma « ha un corpo invisibile, solo spirituale ».

Il vangelo di Giovanni, che contiene questo detto, è un libro notevole, che molti gnostici rivendicavano a sé e usavano come fonte principale del loro insegnamento. Eppure la chiesa emergente, nonostante qualche opposizione ortodossa, lo incluse nel Nuovo Testamento. Cosa rendeva Giovanni accettabile, « ortodosso »? Perché la chiesa accettò Giovanni pur rifiutando testi quali il Vangelo di Tommaso o il Dialogo del Salvatore? Viaggiando per gli Stati Uniti ci s’imbatte spesso in affissi che proclamano proprio quel detto di Giovanni — affissi firmati da questa o quella chiesa locale. L’intenzione è chiara: nel dire che si trova Dio solo per mezzo di Gesù è implicito, ai nostri tempi, che si trova Gesù solo per mezzo della chiesa. Analogamente, nei primi secoli della nostra era i cristiani preoccupati di rafforzare la chiesa istituzionale potevano trovare appoggio in Giovanni.

Col III secolo, le linee di combattimento sono definite: i cristiani ortodossi e gnostici pretendono entrambi di rappresentare la vera chiesa e si accusano a vicenda di esserne fuori, falsi fratelli e ipocriti.

Alcuni sostengono che i testi di Nag Hammadi facevano parte della biblioteca cultuale dei monaci che abitarono il monastero di S. Pacomio, vicino alla roccia dove furono trovati. Nel 367, quando Atanasio, il potente arcivescovo di Alessandria, trasmise l’ordine di epurare tutti i « libri apocrifi » di tendenza « eretica », uno (o più) monaci potrebbero aver nascosto i preziosi manoscritti nella giara per poi sotterrarla sul Jabal al-T dove Muhammad ‘Ali li trovò 1600 anni dopo.

Anche il Vangelo di Tommaso avverte che la scoperta di sé implica un tumulto interiore: Gesù disse: « Colui che cerca non cessi dal cercare, finché non trova; quando troverà sarà commosso; e quando sarà stato commosso contemplerà e regnerà sul tutto ».

Oggi leggiamo questi testi con altri occhi, non come mera « follia e bestemmia », ma come li vedevano i cristiani dei primi secoli: una potente alternativa a quella che conosciamo come tradizione cristiana ortodossa.

Va però notato che la lettura dei testi cosiddetti “apocrifi”, cioè discussi e non appartenenti al canone ecclesiastico, era tutt’altro che proibita. Alcuni testi sopravvissero a lungo nei secoli del Primo Millennio. Va anche ricordato che non mancarono dignitari della Grande Chiesa di Roma che rifiutarono a lungo il Vangelo di Giovanni che, invece, fu considerato come  uno dei libri più ispirati della nuova fede.

Abbastanza presto nella storia della Chiesa il termine apocrifo ha un suo significato abbastanza preciso designando tutti quegli scritti che in modo e veste letteraria diversi, ma sempre ad imitazione della letteratura biblica, circolavano rivendicando per sé un’autorità sacra a volte superiore agli stessi scritti canonici.

I libri canonici e le tradizioni in essi confluite, hanno determinato la fisionomia della Chiesa. Tuttavia nei primi secoli vi era no anche altre tradizioni relative ai detti e ai fatti di Gesù, altre forme di predicazione e di catechesi; le comunità cristiane si diversificavano molto per origine e tradizione, strutturazione, problematiche e fisionomia. Se pure ce n’era bisogno, questo è stato riso più evidente dalle scoperte e dagli studi degli ultimi decenni sul giudeo-cristianesimo da una parte, e sugli scritti di Nag Hammadj (Egitto) dall’altra.

 

Per la definizione del canone un ruolo importante ebbe Origene nato ad Alessandria  (185-252/3), poi esiliato a Cesarea di Palestina.

Nel 170-178 un certo Celso, un romano colto che conosce Palestina, Egitto e Siria scrive Alethes logos (discorso di verità), un’invettiva ben documentata e ragionata contro il cristianesimo. Lo scopo è opporsi all’espansione del cristianesimo e persuadere i cristiani a diventare cittadini miglior. I cristiani  non hanno ancora un credo obbligatorio né un canone e sono divisi in numerose comunità in lotta tra di loro.

Lo scopo di Celso è politico: opporsi ad una religione con inquietanti tendenza sovversive: rifiutano di collaborare con l’amministrazione. Crede che la sua predicazione sia un povero rimedio alla sapienza ellenica.

 

In questo momento esistono numerose comunità che l’ortodossia che viene definendosi definisce sette, eretici.

 

Il frammento del canone muratoriano (180, non più tardi dell’anno 200) esclude la lettera agli ebrei ed include l’apocalisse di Pietro. Si tratta di un testo latino, estremamente scorretto e spesso di difficile interpretazione, scoperto nella Biblioteca Ambrosiana da Ludovico Antonio Muratori nel x 740 e pubblicato nelle Antiquitates italicae medii aevi; più tardi ne sono stati trovati dei frammenti nella Biblioteca di Monte Cassino. Su di questo documento, che giustamente si ritiene di origine romana, vedi gli articoli citati alla nota 25.

Non  mancano comunità importanti che rifiutano il Vangelo di Giovanni, che invece da altre comunità è considerato centrale.

Anche qui vi è una quadruplice distinzione che testimonia le dif ficoltà superate prima di giungere alla nostra presente distinzione tra libri canonici e apocrifi del Nuovo Testamento: 1. libri considerati sacri da tutti e che si debbono leggere nella liturgia; 2. libri che non sono accettati da tutti come sacri e quindi in qualche chiesa non sono letti Pubblicamente; 3. libri che si Possono leggere privatamente, ma che non è lecito leggere nella liturgia; 4. libri che la Chiesa non può ricevere perché scritti da eretici, contenenti errori, ecc.

 

Lo stesso Origene considera il Pastore di Erma un libro ispirato. Ancora grande confusione sull’identità di Gesù.

 

I cristiani godevano i privilegi della Lex Julia de Collegiis (libertà di riunione e di associazione, dispensati dal culto all’Imperatore e di fatto dal servizio militare. Nel primo terzo del II secolo i cristiani  si rendono conto di appartenere ad un’altra religione, e c’è il diffondersi delle comunità paoline. Paolo aveva mostrato senza mezzi termini in rifiuto della legge mosaica

EUSEBI0 di Cesarea (265-340) ci ha tramandato un elenco quadriparartito così concepito: i. libri omologumenii cioè accettati da tutte le chiese, « ai quali — scrive se lo si crede opportuno si può giungere l’Apocalisse di Giovanni »; 2. libri antilegumeni cioè oggetto di contestazione sebbene siano accolti da molti (si tratta dei cosiddetti libri deuterocanonici); 3) libri adulterati, cioè scritti apocrifi citati da vari scrittori ecclesiastici, circolanti nelle chiese, ed anche se non sono certamente tra i canonici non contengono idee eretiche, hanno cioè carattere ortodosso; tra questi scritti cita il Vangelo degli Ebrei, l’Apocalisse di Pietro, gli Atti di Paolo, l’Apocalisse di Giovanni, il Pastore di Erma ed altri; 4) libri di carattere eretico che intendono sostituire gli scritti canonici e si fregiano perciò con il nome di apostoli; tra questi cita il Vangelo di Pietro, il Vangelo di Tomaso, il Vangelo di Mattia, gli Atti di Giovanni ed altri (Hist. eccles., 3, 25).

AGOSTINO (354-430)  conosce ormai il canone biblico ufficiale; ha superato i dubbi più gravi del dotto Eusebio, ma sa bene quanta letteratura circoli con nomi e tendenze allettanti e come, di fronte a qualche scritto non sia, poi, così facile giudicare se possa essere considerato genuinamente cristiano oppure no, e quindi come siano familiari certe esitazioni. Enuncia così una norma non semplice da seguire, ma certo rivelatrice. Eccone il testo:

« Un diligente studioso della Sacra Scrittura sarà colui che l’avrà letta per intero e l’avrà conosciuta.., almeno attraverso la lettura sia pure sol tanto dei libri cosiddetti canonici; giacché gli altri li leggerà con più sicuro metodo, quando, in fatto di dottrina, si sarà munito di fede vera, affinché essi non creino dei preconcetti nella sua ancor debole mente, e con il gioco di generi letterari fittizi e fantastici non creino in lui qualche pregiudizio.

Sui libri canonici della Sacra Scrittura segua il più possibile l’autorità di quelle chiese nel cui numero si trovano quelle che meritarono di essere sedi di apostoli e ne hanno ricevuto epistole. Sui libri canonici si atterrà dunque alle seguenti regole:

quei libri che sono accettati da tutte le chiese cattoliche li preferisca a quelli accettati soltanto da alcune;

tra i libri non da tutti accettati, preferisca quelli che hanno il gradimento del maggior numero di chiese autorevoli a quelli che hanno il gradimento di un minore numero di chiese e queste sono meno autorevoli;

se poi scoprirà che alcuni libri godono del favore di un grande numero di chiese mentre sono meno graditi in quelle più autorevoli, che a loro volta ne hanno degli altri — sebbene non sia facile trovare una simile coincidenza — penso che tutti quei libri debbano ritenersi di uguale autorità» (De doctr. christ., 2,8).

 

A Costantino viene attribuita la vittoria decisiva dei seguaci del messaggio a — e non del tutto a torto. Costantino aveva dal padre una certa simpatia per il cristianesimo. In questa simpatia sembra fosse dovuta soprattutto a considerazioni pratiche, perché i cristiani erano ormai numerosi, e aveva bisogno di tutto l’aiuto possibile contro Massenzio, che contendeva il trono imperiale.

 

Nel 312 d.C. Massenzio fu sconfitto a Ponte Milvio, e Costantino restò padrone incontestato impero. Poco prima di questo scontro decisivo, si racconta Costantino avesse una visione, poi confermata da un sogno “: gli apparve in cielo una croce luminosa, con la scritta In hoc signo vinces (In questo segno vincerai). La tradizione narra che Coastantino, obbedendo al portento celeste, ordinò di dipinge a e furia, sugli scudi dei suoi soldati, il monogramma o, le lettere greche Chi e Rho, e le prime due della parola Perciò la vittoria di Costantino su Massenzio a Ponte finì per rappresentare il miracoloso trionfo del cristianesimo sul “paganesimo”: in realtà si trattava di una trentina di religioni, articolate in un centinaio di culti.

 

La falsa donazione di Costantino 312? Sviluppare. Molte polemiche religiose  avevano implicazioni sociali e politiche capitali per lo sviluppo del cristianesimo come religione istituzionale

vedi anche Pangels (Tommaso)p.140

 

In realtà non si può sottovalutare l’importanza del Concilio di Nicea, nel 325. Come ricorda  B.BAGATTI, alle origini della chiesa II,Libreria Editrice Vaticana,1982:

 

«…Fu introdotto nelle regole di fede la parola “omousio” non usato nella Bibbia che iniziò la maniera di spiegare le verità cristiane con l’aiuto della filosofia greca. Nei Concili seguenti si andrà avanti per questa via, ma tagliando fuori una comunità dietro l’altra».

 

Nel 367 il vescovo Atanasio di Alessandria formula un elenco poi ratificato dal concilio di Ippona nel 393 e successivamente dal concilio di Cartagine 397

 

Il catalogo antico e importante dei testi neotestamentari è dato dal decreto gelasiani che alcuni attrobuuiscono a papa Damaso I (366-384) altri a papa Gelasio I 366-384. Molti testi sono ignorati.

Certi articoli della fede cristiana e cattolica hanno spesso negli apocrifi la più brillante asserzione, così ad esempio la verginità di Maria, nei vangeli della natività, la discesa di Cristo agli inferi, nei vangeli sulla passione-morte-risurrezione, la assunzione di Maria negli apocrifi sulla dormizione, ecc.

Non solo l’opposizione contro gli apocrifi, scatenatasi, come s’è visto, a cominciare dal IV sec. (e soprattutto in Occidente) non poté distruggere la grande vitalità di questa letteratura, ma essa ebbe modo di influire, in grado diverso, nella letteratura cristiana, nell’arte, nella pietà cristiana e nella stessa liturgia.

Dagli apocrifi per esempio abbiamo: i nomi dei genitori di Maria, Gjoacchino ed Anna venerati dalla Chiesa come santi (rispettiva mente il i6 agosto e il 26 luglio); la presentazione di Maria al tem pio (ricordata dalla Chiesa il 21 novembre); la nascita di Gesù in una grotta, e la presenza del bue e dell’asino; i tre re magi e i loro nomi; i nomi dei due malfattori crocifissi con Gesù, Dima e Gesta il nome del soldato (o centurione) che colpì Gesù con la lancia, Longino; la storia della Veronica. E l’elenco potrebbe ben allungarsi.

L’influsso esercitato dagli apocrifi nell’arte (è meglio dire nella comunicazione iconica) è particolarmente ampio e vistoso.

 

Appendice

I Vangeli scritti per un pubblico greco-romano.

1)     Il Vangelo più antico è ritenuto Marco 66-74 la parte relativa alla resurrezione è ritenuta un’aggiunta spuria più tarda. Sebbene non fosse stato uno dei discepoli di Gesù, sembra che Marco provenisse da Gerusalemme. Pare che fosse no dei compagni di san Paolo, e il suo Vangelo mostra tracce equivocabili del pensiero paolino. Ma se Marco era nato a Gerusalemme, il suo Vangelo, come afferma Clemente d’Alessandria, fu scritto a Roma per un pubblico greco-romano. Marco era obbligato a scagionare i Romani da ogni responsabilità circa la morte di Gesù, ad assolvere il regime esistente e a scaricare la morte del Messia su certi Ebrei.

Manomesso, modificato, censurato, riveduto, Vangelo di Marco epurato in modo drastico e con aggiunte più tarde della fine del II secolo.

2)     I filologi datano il Vangelo di Luca intorno all’80 d.C. Sembra che Luca fosse un medico greco, che scrisse la sua opera per un alto funzionario di Cesarea, la capitale romana della Palestina. Anche Luca, quindi, si sarebbe trovato nella necessità di ingraziarsi i Romani e di attribuire ad altri la responsabilità.

3)     Quando fu scritto il Vangelo di Matteo, intorno all’85 d.C., pare che questo trasferimento di responsabilità fosse ormai accettato Come fatto indiscusso. Più della metà del Vangelo di Matteo, infatti deriva direttamente da quello di Marco, benché venisse scritto originariamente in greco e rispecchiasse precise caratteristiche greche. L’autore sembra essere un Ebreo, molto probabilmente profugo dalla Palestina. Non dev’essere confuso con il discepolo omonimo, che doveva essere vissuto molto tempo prima e probabilmente aveva conosciuto soltanto l’aramaico.

Molti ritengono che il famoso passo Tu sei Pietro……(Cfr. Matteo 16, 18-19) sia un’aggiunta posteriore, giacché Marco e Luca lasciano il discorso a metà.(Vedi Marco, 8, 27-30 e Luca 9, 18-21)

 

I Vangeli di Marco, Luca e Matteo sono conosciuti collettivamente come « i Vangeli Sinottici »; l’espressione significa Che presentano la stessa visione dei fatti, anche se naturalmente non affatto così. Tuttavia coincidono tra loro quanto basta per indicare che sono derivati da una fonte comune, forse una tradizione orale, forse un altro documento successivamente perduto.

 

Questo distingue dal Vangelo di Giovanni, che tradisce origini significativamente diverse.

Dell’autore del Quarto Vangelo non si sa assolutamente nulla. Anzi, non c’è neppure ragione di presumere che si chiamasse Giovanni. Escluso il Battista, lo stesso Vangelo non menziona mai un Giovanni, e la sua attribuzione a un uomo di questo nome viene generalmente riconosciuta come una tradizione più tarda. Il Quarto Vangelo, in ordine di tempo, è il più recente di quelli inclusi nel Nuovo Testamento: fu composto intorno all’anno 100 dC. nei pressi di Efeso, in Asia Minore. Presenta numerose caratteristiche distintive. Ad esempio, non contiene la scena della Natività di Gesù, e l’inizio ha quasi un carattere gnostico. Il testo è decisa mente più mistico di quello degli altri Vangeli, e anche il contenuto ne differisce. Ad esempio, gli altri Vangeli parlano soprattutto delle attività di Gesù nella provincia settentrionale di Galilea, e rispecchiano quella che sembra essere soltanto una conoscenza di seconda o di terza mano per quanto riguarda gli eventi accaduti al sud, in Giudea e a Gerusalemme, inclusa la Crocifissione. Per contro, il Quarto Vangelo dice relativamente poco della Galilea. Indugia ampiamente sugli eventi in Giudea e Gerusalemme, che conclusero l’esistenza di Gesù, ed è possibile che il suo racconto della Crocifissione sia basato su una testimonianza diretta. di prima mano. Inoltre, contiene un certo numero di episodi che non negli altri Vangeli: le nozze di Cana, il ruolo di Nicodemo Giuseppe d’Arimatea, e la resurrezione di Lazzaro (benché un tempo, fosse inclusa nel Vangelo di Marco). In base a fattori, vari studiosi moderni hanno espresso l’opinione che di Giovanni, nonostante la composizione tarda, possa essere il più attendibile e storicamente esatto tra i quattro. Più di altri Vangeli, sembra attingere a tradizioni vive tra i contemporanei di Gesù, e ad altro materiale sconosciuto a Marco, Luca e Matteo