Natale è l’occasione giusta per “celebrare” la “libido dominandidei buoni cristiani.

E ben evidente come il Natale celebrato dalla tradizione cristiana è l’insieme dei miti, delle tradizioni, delle attese della miriade di esperienze religiose che si vivevano nel mondo nei primi secoli dell’era nuova: la vergine che partorisce un figlio maschio, la grotta, la roccia, la luce, il salvatore, etc.etc.. Miti e tradizioni che furono, come al solito, violentemente espropriate, usurpate e manipolate, spesso con violenza, dalle classi dominanti e perciò dai cristiani. Natale è quindi l’occasione giusta per celebrare quella che sant’Agostino definisce, giustificandola, la naturale “libido dominandi”, gettando le radici teologiche di quella che oggi è definita con termini più accattivanti la “necessità terrena”, naturalmente riservata a pochissimi. Io questa “libido dominandi l’ho sofferta tante volte e l’ha sofferta Marina che non è stata risparmiata (anche dai preti) neppure durante il funerale e non è risparmiata neppure oggi che è morta ormai da più di cinque anni.  A Natale i buoni cristiani fanno buoni propositi, prendono la benedizione del papa, vanno a messa, dicono preghiere, fanno elemosine, alcuni si comunicano, ma ignorano Gesù ed il suo insegnamento. Girolamo ammonisce: «E quando lui dice “Chi mangia la mia carne...”, benché questo possa intendersi anche del Sacramento, tuttavia corpo e sangue di Cristo, in senso più vero, è la parola della Scrittura …Poiché la carne di Cristo è il vero cibo e il suo sangue è la vera bevanda, nel tempo presente noi abbiamo questo beneficio se ci nutriamo della sua carne e beviamo il suo sangue, non soltanto quando partecipiamo all’Eucaristia, ma anche quando ascoltiamo la Scrittura ».

Quale occasione migliore per leggere una breve, profetica, attualissima nota di P.P.Pasolini dell’estate 1974, così intrisa del messaggio evangelico, in cui Pasolini si domanda: “Perché questa tragedia in almeno due terzi d’Italia? perché questo genocidio dovuto all’acculturazione imposta dalle classi dominanti?”. Già, perché?. Altrimenti non sarebbero classi dominanti. Non sarebbero perfetti cristiani.     

P.P.PASOLINI: Il genocidio

(* Si tratta di un intervento orale alla Festa dell’ Unità» di Milano (estate 1974). La stesura scritta è  della redazione di «Rinascita».)

 

Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica. La materia — si è premesso- non è letteraria, e disgrazia o fortuna vuole che io sia un letterato, e perciò non possegga soprattutto linguisticamente i termini per trattarla E ancora una premessa: ciò che dirò non è frutto di un’esperienza politica nel senso specifico, e per così dire professionale della parola, ma di un’esperienza che direi quasi esistenziale.

Dirò subito, e l’avrete già intuito, che la mia tesi è molto più pessimistica, più acremente e dolorosamente critica di quella di Napolitano. Essa ha come tema conduttore il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, che senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa. Non è del resto un’affermazione totalmente eretica o eterodossa. Ce già nel Manifesto di Marx un passo che descrive con chiarezza e precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia nei riguardi di determinati strati delle classi dominate, soprattutto non operai, ma sottoproletari o certe popolazioni coloniali. Oggi l’Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno: larghi strati, che erano rimasti per così dire fuori del la storia — la  storia del dominio borghese e della rivoluzione borghese — hanno subito questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e alla qualità della borghesia.

Come avviene questa sostituzione di valori? Io sostengo che oggi essa avviene clandestinamente, attraverso una sorta di persuasione occulta. Mentre ai tempi di Marx era ancora la violenta esplicita aperta, la conquista coloniale, l’imposizione violenta, oggi i modi molto più sottili, abili e complessi, il processo è molto  più tecnicamente maturo e profondo. I nuovi valori vengono sostituiti a quelli antichi di soppiatto, forse non occorre nemmeno dichiararlo dato che i gran discorsi ideologici sono pressoché sconosciuti alle masse (la televisione, per fare un esempio su cui tornerò, non ha certo diffuso il discorso di Cefìs agli allievi dell’Accademia di Modena).

Mi spiegherò meglio tornando al mio solito parlare, cioè quello del letterato. In questi giorni sto scrivendo il passo di una mia opera in cui affronto questo tema in modo appunto immaginoso, metaforico: immagino una specie di discesa agli inferi, dove il protagonista, per fare esperienza del genocidio di cui parlavo, percorre la strada principale di una borgata di una grande città meridionale probabilmente Roma, e gli appare una serie di visioni ciascuna delle quali corrisponde a una delle strade trasversali che sboccano su quella centrale. Ognuna di esse è una specie di bolgia, di girone infernale della Divina Commedia; all’imbocco c’è un determinato modello di vita messo lì di soppiatto dal potere, al quale soprattutto i giovani, e più ancora i ragazzi, che vivono nella strada, si adeguano rapidamente. Essi hanno perduto il loro antico modello di vita, quello che realizzavano vivendo e di cui in qualche modo erano contenti e persino fieri anche se implicava tutte le miserie e i lati negativi che c’erano ed erano — sono d’accordo — quelli qui elencati da Napolitano: e adesso cercano di imitare il modello nuovo messo lì dalla classe dominante di nascosto. Naturalmente, io elenco tutta una serie di modelli di comportamento, una quindicina, corrispondenti a dieci gironi e cinque bolge.  Accennerò, per là, solo a tre; ma premetto ancora che la mia è una città del Centro-sud, e il discorso vale solo relativamente per la gente che vive a Milano, a Torino, a Bologna ecc. Per esempio, c’è il modello che presiede a un certo edonismo interclassista, il quale impone ai giovani che inoscientemente lo imitano, di adeguarsi nel comportameno, nel vestire, nelle scarpe, nel modo di pettinarsi, di sorridere, nell’agire o nel gestire a ciò che vedono nella pubblicità dei grandi prodotti industriali: pubblicità che si riferisce, quasi razzisticamente, al modo di .vita piccolo-borghese. I risultati sono evidentemente penosi, perché un giovane povero di Roma non è ancora in grado di realizzare questi modelli, e ciò crea in lui anse e frustrazioni che lo portano alle soglie della nevrosi. Oppure, c’è il modello della falsa tolleranza, della permissività. Nelle grandi città e nelle campagne del Centro-sud vigeva ancora un certo tipo di morale popolare, piuttosto libero, certo, ma con tabù che erano suoi e non della borghesia, non l’ipocrisia, ad esempio, ma semplicemente una sorta di codice a cui tutto il popolo si atteneva. A un certo punto il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto un consumatore, e non era un consumatore perfetto se non gli si concedeva una certa permissività in campo sessuale. Ma anche a questo modello il giovane dell’Italia arretrata cerca di adeguarsi in modo goffo, disperato e sempre  nevrotizzante. O infine un terzo modello, quello che io chiamo dell’afasia, della perdita della capacità linguistica. Tutta l’Italia centro-meridionale aveva proprie tradizioni regionali, o cittadine, di una lingua viva, di un dialetto che era rigenerato da continue invenzioni e all’interno di questo dialetto, di gerghi ricchi d invenzioni quasi poetiche a cui contribuivano tutti, giorno per giorno ogni serata nasceva una battuta nuova, una spiritosaggine, una parola imprevista; c’era una meravigliosa vitalità linguistica.  Il modello messo ora lì dalla classe dominante li ha bloccati linguisticamente: a Roma per esempio, non si è più capaci di inventare, si è caduti in una specie di nevrosi afasica. O si parla una lingua finta, che non conosce difficoltà e resistenze, come se tutto fossa facilmente parlabileci si esprime come nei libri stampati — oppure si a addirittura alla vera e propria afasia nel senso clinico della parola, si è incapaci di inventare metafore e movimenti linguistici reali, quasi si mugola o ci si danno spintoni, o si sghignazza senza saper dire altro

Questo solo per dare un breve riassunto della mia visione infernale, che purtroppo io vivo esistenziamente. Perché questa tragedia in almeno due terzi d’Italia? Perché questo genocidio dovuto all’acculturazione imposta dalle classi dominanti? Ma perché  la classe domìnante ha scisso nettamente «progresso» e «sviluppo». Ad essa interessa solo lo sviluppo, perché solo da lì trae i suoi profitti. Bisogna farla una buona volta una distinzione drastica tra i due termini: «progresso» e «sviluppo».  Si può concepire uno sviluppo senza progresso, cosa mostruosa che è quella che viviamo in circa due terzi d’Italia; ma in fondo si può concepire anche un progresso senza sviluppo come a accadrebbe se in certe zone contadine si applicassero nuovi modi di vita culturale e civile anche senza, o con un minimo dì sviluppo materiale Quello che occorre — ed è qui a mio parer il ruolo del Partito comunista e degli intellettuali progressisti — è prender coscienza di questa dissociazione atroce e renderne coscienti le masse popolari perché appunto essa scompaia e sviluppo e progresso coincidano -

Qual è invece lo sviluppo che questo potere vuole? Se volete capirlo meglio, leggere quel discorso di Cefis agli allievi di Modena che citavo prima, e vi troverete una nozione di sviluppo come potere multinazionale — o transnazionale come dicono i sociologi — fondato fra l’altro su un esercito non più nazionale, tecnologicamente avanzatissimo, ma estraneo alla realtà del proprio paese. Tutto questo dà un colpo di spugna al fascismo tradizionale, che si fondava sul nazionalismo o sul clericalismo, vecchi ideali, naturalmente falsi; ma in realtà si sta assestando una forma di fascismo completamente nuova e ancora più pericolosa. Mi spiego meglio. E in corso nel nostro paese, come ho detto, una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi; sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani. Visti in questa luce, anche i risultati del 12 maggio contengono un elemento di ambiguità. Secondo me ai «no» ha contribuito potentemente anche la televisione, che, ad esempio, in questi vent’anni ha nettamente svalutato ogni contenuto religioso: oh, sì, abbiamo visto spesso il Papa benedire, i cardinali inaugurare, abbiamo visto processioni e funerali, ma erano fatti controproducenti ai fini della coscienza religiosa. Di fatto, avveniva invece almeno a livello inconscio, un profondo processo di laicizzazione, che consegnava le masse del Centro-sud al potere dei mass media e attraverso questi all’ideologia reale del Potere: all’edonismo del potere consumistico.

Per questo mi è accaduto di dire — in maniera troppo violenta ed esagitata, forse che nel «no» vi è una doppia anima; da una parte un progresso reale e cosciente, in cui i comunisti e la sinistra hanno avuto un grande ruolo; dall’altra un progresso falso, per cui l’italiano accetta il divorzio per le esigenze laicizzanti del borghese; perché chi accetta il divorzio è un buon consumatore. Ecco perché, per amore di verità e per senso dolorosamente critico, io posso giungere anche a una  previsione di tipo apocalittico, ed è questa: se prevalere, nella massa dei «no» la parte che vi ha avuto il potere, sarebbe la fine della nostra società. Non accadrà, perché appunto in Italia c’è un forte Partito - comunista, c’è una intelligentia abbastanza avanzata e progressista; ma il pericolo c’è. La distruzione di valori in corso non implica una immediata sostituzione di valori, col loro bene e il loro male, col necessario miglioramento del tenore di vita e insieme con un reale progresso culturale. C’è, nel mezzo un momento di imponderabilirà, ed è appunto quello che stiamo vivendo; e  qui sta il grande, tragico pericolo. Pensare a cosa può significare in queste condizioni—una recessione e non potete certo non rabbrividire se vi si affaccia anche per un istante il parallelo — forse arbitrario, forse romanzesco con la Germania degli anni Trenta. Qualche analogia il nostro processo di industrializzazione degli ultimi dieci anni con quello tedesco di allora ce l’ha: fu in tali condizioni che il consumismo aprì la strada, con la recessione del ‘20, al nazismo.

Ecco l’angoscia di un uomo della mia generazione che ha visto a guerra, i nazisti, le SS, che ne ha subito un trauma mai totalmente vinto. Quando vedo intorno me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i nuovi modelli imposti dal capitalismo, rischiando così una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una brutale assenza di capacità critiche, una faziosa passività, ricordo che queste erano appunto le forme tipiche delle SS: e vedo così stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda della croce uncinata. Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’ angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè  che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.

«Rinascita». 27 settembre 1974