Marina Forte Thiery
nata a Roma il 9 aprile del 1942 e morta a Roma il 10 agosto 2002.

PARROCCHIA DELLA TRASFIGURAZIONE
Al Consiglio Pastorale Parrocchiale
Ai membri della Commissione Cultura
Ai membri del circolo Lazzati
Cari Amici,
nelle prime ore di questa mattina, 10 agosto, festa di S.Lorenzo si è conclusa, dopo un lungo calvario, l'esistenza terrena di Marina Thiery.
La nostra comunità esprime sentimenti di umana e cristiana solidarietà ai figli Giovanna, Filippo e Francesca .
Il 1 luglio scorso era l'anniversario dei 35 anni di matrimonio con il nostro carissimo Antonio, per il quale Marina è stata per davvero "dimidium animae". A lui va la stima di tutta la comunità per l'altissima testimonianza di amore, che con grande dignità di uomo e di cristiano, ha dato a tutti noi, soprattutto in questi ultime tre anni, condividendo totalmente le gioie e le speranze, le angosce e le attese di vita della sua dolcissima sposa. Marina è stata ed è per Antonio, fin dai banchi del liceo, la compagna vera, la forza e la voglia di vivere.
Quando stamattina Antonio mi ha telefonato per dirmi della morte di Marina, stavo andando alla chiesa di S. Lorenzo in Val Calepio per celebrare la messa e mi sono venuti in mente i versi del Pascoli nella lirica 10 agosto:
San Lorenzo, io so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si' gran pianto
nel concavo cielo sfavilla
................
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!
Li voglio dedicare ad Antonio, nel comune convincimento che non la scienza né il pragmatismo mercantile redimono l'uomo dalla tragica esperienza del dolore, ma la fede e la poesia, capaci di penetrare nell'intimo delle cose, di cogliere dietro le labili apparenze il senso eterno e reale del mondo, di svelare e ripetere all'uomo parole di saggezza, di umiltà, di fraternità.
Invito tutti a vivere nella fede del Signore Risorto quest'evento che tocca la vita di tutta nostra la comunità e partecipare alla messa dei funerali di Marina , che si celebreranno nella nostra chiesa parrocchiale lunedì prossimo, 12 agosto alle ore 14,30.
don Battista, parroco
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17 luglio 2002
Roma 30 agosto 2002
Caro don Battista,
quando domenica mi hai telefonato da Parigi, stavo cominciando a risponderti alla bella lettera che hai voluto mandare a me ed alla comunità della Trasfigurazione, il 10 agosto, nel giorno della morte di Marina.
Ti ringrazio, caro Battista, come ringrazio don Aristide, ché avete saputo nella lettera e nell'omelia nella messa dei funerali mettere da parte tutti i luoghi comuni della pietà cattolica tradizionale ed in particolare la teologia del dolore e della sofferenza, i riferimenti alla casa del padre, al rifugio consolatorio nella preghiera, al misticismo estetizzante, alle opzioni privilegiate verso i poveri, ecc.ecc.
Io, i miei figli non avremmo gradito questo armamentario, ma Marina, pur usando quel suo modo discreto, ma fermo, avrebbe gradito assai meno di me.
Il suo esser cristiana era tanto rigoroso quanto riservato. Dopo la feroce esecuzione di don Emilio aveva perso i suoi punti di riferimento, ma non certo la fede nel Signore incarnato e risorto; non certo un impegno nella vita d'ogni giorno. La domenica mattina alle nove e mezza andava a messa nella chiesetta di piazza Ottavilla. Lì la ricorderemo a quell'ora il 10 settembre per il trigesimo.

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Come sto? Anche se la situazione era andata precipitando da tempo, dall'autunno del 1997 (la prima operazione è dell'8 agosto 1995) ed anche se da molti mesi era chiaro che lo stato di Marina poteva durare anche solo pochi giorni, ed anche se Marina era ormai paralizzata dalla vita in giù, non ero pronto.

Don Emilio Gandolfo e Marina a Vernazza (agosto 1999). L'uno sarà ucciso da una violenza feroce, ma "benedetta", l'altra dal dolore e dal cancro.
Tutto si è svolto con una rapidità frenetica, mentre noi due andavamo adattandoci, modificando i nostri comportamenti, ad una situazione che diventava sempre più difficile e dolorosa, pronti a trovare sempre nuovi motivi di amore, di "compassione", di fiducia e di speranza.
Ricordi che solo pochi mesi fa mi facevo domande sull'utilità dell'accanimento terapeutico? Ebbene queste domande erano diventate per me incomprensibili.
In questi ultimi cinque anni Marina ha lottato con una capacità, una forza, una speranza straordinarie. Più il male si estendeva e più le forze si riducevano, più moltiplicava i suoi impegni. Accompagnava l'insegnamento con mille attività: il canto popolare, i corsi sulla musica, la danza popolare, la fotografia, i linguaggi, gli audiovisivi, le serate del Morgagni, Dante, Lucrezio, gli autori dell'arte figurativa, ecc.ecc..
L'albero del canto: il coro
Marina, donna di studi, di letture, di esperienze raffinatissime ed esclusive (aveva vinto anche la cattedra di latino e di greco), non era gelosa del suo sapere, ma sapeva tradurre i grandi miti, le grandi leggende, la grande poesia, la grande arte, i grandi fatti della storia secondo i bisogni d'oggi della gente comune.
Aveva messo a punto una serie di piccole, concrete iniziative per mostrare senza proclami, che cambiare si può. Che ognuno, ogni singolo studente, anche quelli che sembrano persi, può diventare un protagonista, un creatore di storia. Le strutture della comunicazione e della formazione, la scuola non devono essere lo strumento per trasferire i saperi consolidati ed omogeneizzati prodotti dai pochi professionisti della cultura e per selezionare per cooptazione la classe dirigente, ma i "luoghi" plurali, dove ognuno, secondo le proprie attitudini e capacità, forma la conoscenza.
Aveva attivato una strategia capace di contrastare la feroce trentennale crociata contro la democratizzazione della conoscenza e per l'omogeneizzazione dei saperi e degli stili di vita, messe in atto, da destra e da sinistra, dal mondo laico e da quello cattolico, da una cultura che non ha più fiducia nell'uomo. Figuriamo se riesce a credere, al di là di vuote formule, nel ritorno del Signore.
Soprattutto voleva esser protagonista di questo cambiamento di cui ha reso attivamente partecipi generazioni e generazioni di studenti e genitori.
Era stata educata al senso dello Stato, alla laicità dello Stato. Lo Stato, soprattutto nella realtà plurale della nostra Italia, non ha una sua cultura, un sapere, un metodo, contenuti suoi, un suo sentire religioso, ma garantisce lo sviluppo e la formazione delle culture, dei saperi, dei metodi, dei contenuti, della conoscenza di tutti.
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Marina, formata prima all'esclusività della cultura greca, poi lungamente applicatasi agli studi orientalistici, conosceva bene la tradizione di quella koiné indo-iranica-siropalestinese, del quale l'ebraismo ed il messaggio cristiano fanno parte, una tradizione fondata sulla "creazione nuova", continua dell'uomo nuovo, che solo timidamente Paolo di Tarso riesce ad esprimere. La nascita dei figli ha marcato questa formazione.
Quando nel 1970 nacque Filippo (il suo vero nome è Filippo-Daniele-Simone-Giovanni), un figlio lungamente inseguito e voluto (Marina non aveva un'ovulazione sufficiente), lo annunciammo con un antichissimo inno alla creazione ed alla Resurrezione.
Inno che era stato abbandonato da un cristianesimo che, lasciando le proprie radici, aveva assunto per comunicare le sole categorie filosofiche greche. Ma quest'inno era ricordato dal Corano (Sura XXIII): "E certo Noi creammo l'uomo / d'argilla finissima / poi ne facemmo una goccia di sperma / in ricettacolo sicuro / Poi la goccia di sperma / trasformammo in massa molle / e la massa molle / trasformammo in ossa / e vestimmo l'ossa di carne / e produciamo ancora / una creazione nuova !".
Marina si sentiva protagonista della "creazione nuova", prima come madre, poi come insegnante.
Aveva imparato, sulla scia di Gregorio e di don Emilio, che la parola di Dio è come una lettera indirizzata agli uomini nella loro vita quotidiana, aveva imparato a credere (fide et factis) in Cristo incarnato nelle gioie, nelle speranze, nei dolori, nelle attese della vita quotidiana e, perciò risorto.
Senza i "fatti" la fede è inutile. Senza la "carne gloriosa e santa", la spiritualità non serve a niente. "Anima mea non est ego" diceva San Tommaso. L'anima da sola non basta. Senza l'incarnazione nella vita quotidiana della parola di Dio, la Resurrezione non ha significato.
In uno dei tanti momenti di sofferenza (credo si fosse alla vigilia del G8 di Genova), mentre sul televisore scorrevano le immagini dei gruppi cattolici più progressisti riuniti in una veglia di preghiera, mi domandò, si domandò avvilita: "Ma questi cattolici sanno "solo" pregare!?".
A me era sembrato opportuno ridurre a poco a poco fino ad annullare le mie attività per consentirle di lavorare e di sperare. Ho fatto bene.
Ancora sabato 3 agosto, il giorno dell'emorragia , segnale della fine, che mi ha costretto a ricoverarla d'urgenza al San Camillo erano venuti i suoi amici per progettare nuove attività.
17 luglio 2002
Ricordi che quando tu la sera di domenica 4 sei venuto a salutarla, ti ha subito chiesto: "che mi racconti?" Era ormai sfinita ed alle soglie dell'agonia, ma non rinunciava alla sua curiosità, alla sua voglia di sapere e di conoscere. Aveva l'atteggiamento di chi si aspetta qualche notizia utile, qualche suggerimento, qualche spunto di riflessione, qualche considerazione che poi avrebbe riversato nei suoi alunni. Era per lei un'occasione da non perdere.
Il giorno prima mi aveva ripetuto: "ti vedo scoraggiato, ma sappi che fino a che c'è una minima possibilità di "guarigione", bisogna sperare".
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Certo, cara Battista, solo la fede e la poesia redimono l'uomo dalla tragica esperienza del dolore, la fede nel Signore Risorto.
Certo, ma bisogna stare nel mondo. Alla Chiesa Nuova, andando verso la cappella di Filippo Neri, dove Marina ed io 35 anni fa facemmo benedire le nozze, c'è una lapide che don Emilio molto amava: "A San Filippo Neri, potentissimo a render gioiose pur nella avversità terrene, le vie del Signore".
Un grande mistico come Filippo Neri era prima di tutto "Homo grande".
La fede nel Signore Risorto si trova nello scorrere delle ore nella vita d'ogni giorno; nel progettare un futuro comunitario e solidale, nella nascita dei figli, intesi come la compassione ed amore, come il legame profondo che lega gli sposi, creatori di vita nuova.
Anche quando a settembre di 30 anni fa nacque Giovanna-Donata (Donata, perché come Filippo-Daniele-Simone-Giovanni era frutto della volontà, della speranza e dei farmaci) avevamo voluto ritrovarne le radici della speranza cristiana di vita e di resurrezione in un antico inno pasquale, ed abbiamo dovuto ricorrere ancora al Corano (Sura XXX):
"Sia gloria a Dio la sera /Sia gloria a Dio al Mattino! / A Lui la lode nei cieli e sulla terra / e il pomeriggio anche / e quando riposate al meriggio! / Egli trae fuori del morto il vivo / e trae fuori del vivo il morto / e suscita a vita nuova la terra ch'è morta:/ così anche voi sarete tratti fuori dei sepolcri! / E uno dei Suoi Segni / è che Egli v'ha creato di polvere / ed ecco diventaste uomini sparsi sopra la terra! / E uno dei Suoi Segni / è che Egli v'ha creati da voi stessi delle spose / acciocché riposiate con loro / ha posto fra di voi compassione ed amore".
Non è forse vero che le comunità cristiane delle origini ricordavano come segno di festa il mercoledì delle ceneri?: "ricordati uomo che sei polvere e tornerai come polvere per poter far parte della creazione primordiale. Ricordati che solo tornando polvere potrai essere nuovamente plasmato e ri-creato".
La fede nel Signore Risorto è l'impegno nella vita presente. Per ricordarlo, quando nacque nel 1975 Francesca-Irene, la nostra terza figlia, usammo per annunciarlo l'Apocalisse (La testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia) commentata da una frase delle Omelie su Ezechiele di Gregorio Magno, Omelie che fino allora erano riservate a pochi dotti e che erano finalmente disponibili nella traduzione di don Emilio: "lo spirito della profezia non predice quello che sarà, ma mostra quello che è". Altro che i sistemi tanto cari al cattolicesimo "politico" da Ambrogio in poi della grazia gratuita e della necessità terrena!. Il Regno di Dio è oggi, adesso e la necessità terrena è la testimonianza di Gesù.
In questi ultimi anni di calvario, Marina ha avuto solo un attimo di cedimento. L'ho vista piangere una sola volta. Era domenica 30 giugno. Era ancora in ospedale, ma si preparava ad uscire tre giorni dopo, con rinnovate speranze. I medici erano trionfanti: avevano sconfitto il versamento pleurico, avevano ripulito con tecniche nuovissime i polmoni. Le portarono la comunione ed una delle "volontarie" si lasciò andare alla solita frase consolatoria ad effetto: "Gesù vuole bene ai malati!". Marina scoppiò in un pianto dirotto. Credeva nel Dio della gioia e dei vivi e non nel Dio della sofferenza e dei morti.
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Un'ultima nota sulla poesia. Hai scelto Pascoli. Non certo un autore trionfante. Un autore che piaceva a Marina.
luglio 2002
Quando ero ragazzino (dovevo avere undici o dodici anni) imparai una poesia zingara messa in bella copia da Garcia Lorca: "Yo non canto madre / y si canto yo muy tristes endechas mi canciones son". L'endecha è una triste lamentazione funebre.
Vorrei saper mettere da parte le lamentazioni funebri, ma, se il cancro ha "anche" una componente psicosomatica, non posso certo dimenticare le drammatiche crisi che hanno attraversato gli ultimi trenta anni di questo nostro disgraziato paese. Anni che Marina ed io abbiamo attraversato da "testimoni" con grandi gioie, ma anche con grandi dolori.
Non posso certo dimenticare la feroce "esecuzione", così autorevolmente "benedetta" di don Emilio, l'amico fidato, di cui era la fedele "condiscepola", proprio nel giorno in cui Marina festeggiava la fine della convalescenza dopo la difficilissima operazione al fegato. Da quel giorno cominciò la fine.
Non posso dimenticare come sia stato difficile, non solo per me, ma soprattutto per lei (che negli ultimi mesi ha vissuto ogni genere di umiliazione) conservare la "dignità" in una città fatta dai progressisti e dai cristiani per l'uomo colto, ricco, sano.
Racconterò un solo episodio, tra mille. A metà luglio andavamo ogni giorno in clinica a Corso Francia per applicazioni di radio-terapia. Tenevano in piedi la speranza e lenivano un po' le sofferenze. Marina era ormai paralizzata e la spostavo, certo con fatica, dalla carrozzina alla macchina e viceversa.
Non era semplice, perché spazi per queste operazioni, non esistono, e soprattutto perché, sistemata in carrozzina non era semplice trovare un varco tra le macchine o scendere dai marciapiedi: i pochi scivoli, spesso di pendenza assurda, criminale, sono sempre occupati dalle macchine. In queste situazioni, un giorno per scendere da un marciapiedi Marina è caduta dalla carrozzina. Ormai impossibilitata a controllare qualsiasi movimento, è rotolata sotto una macchina in sosta. Di fronte alle difficoltà si mantiene la calma e si diventa perspicaci e forti come non mai. Non so come, ma riuscii a raccoglierla e a rimetterla sulla carrozzina. Non un grido, non una parola da quella poveretta impaurita ed umiliata. Nel frattempo era venuta un'anziana distinta signora ad offrirmi il suo aiuto: "in che cosa posso aiutarla?". "Aiuti fisici non mi servono. Come vede, non so come, ma ce la faccio da solo. Però potrebbe informare le autorità di come sia triste vivere in questa città per chi ha dei problemi". La signora telefonò subito al 113. Non ebbe risposta. Telefonò al 112. Le passarono i vigili urbani. Sentita la situazione, riattaccarono. La signora mi disse: "non posso che vergognarmi e chiederLe scusa". Le risposi: "non possiamo che vergognarci insieme". E sì che un furgone dei vigili urbani era a poche centinaia di metri. Non posso dimenticare queste cose non perché mediti rivalse o vendette, ma perché "lo spirito della profezia non predice quello che sarà, ma mostra quello che è".
Antonio

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ciao papà
per fortuna tanti amici ci permettono di vivere questo dolore al rallentatore , alcuni per l'affetto che provano per noi , altri riflettendo l'enorme amore che mamma suscitava nelle persone. Questa forse è la prima eredità che mamma ci ha lasciato , l'amore dei suoi amici .E' doloroso ricordare , ma molto dolce .Ieri ho chiacchierato a lungo con Lucilla , al telefono . Ho avuto l'enorme fortuna di poter accompagnare mamma in questi ultimi mesi , e di farmi accompagnare da lei. Di tranquillizzarla e farmi tranquillizzare. "ci accompagnamo a vicenda , mamma , stai tranquilla!" , mentre le massaggiavo i piedi. "sarai una mamma fantastica! "mi ha risposto lei. Si stupiva che non mi impressionava il suo corpo , che non mi dava fastidio aiutarla a spogliarsi. Non si rendeva conto , forse , di essere davvero bella.
In questi ultimi tempi avete parlato tanto del suo amore per Dante , ma c'è un autore che mamma amava tanto , nella sua semplicità lo valutava alla stregua dei grandi mostri sacri della letteratura. E' ciò che amavo tanto della testa di mamma , capace di provare le stesse gioie ascoltando l'opera di Verdi o gli stornelli del mugello , di accumulare accanto alla poltrona monografie sul futurismo , gialli di maigret , domenica quiz mentre faceva zapping tra l'ispettore derrik e il cinema neorealista.
Sto parlando di Calvino , l'unico autore capace di fare incontrare i nostri gusti . Negli ultimi mesi mamma mi ha chiesto di prestarle i libri che leggevamo io e giovanna , forse voleva sapere dove corrono i nostri sogni quando leggiamo due pagine prima di addormentarci . Le ho fatto leggere Murakami , poverina , mamma non capiva niente quando leggeva questi libri "ermetici" , li chiamava lei . E "L'ultima spiaggia" di Garland , quello le era piaciuto tanto.
Ma Calvino era davvero il suo grande Amore. So che non ami leggere racconti , che non riesci a seguire il filo della narrativa , ma se lo permetti , ti invierò di tanto in tanto qualche ricordo di questo scrittore , qualche parola che mi ricorda mamma Marina.
Uno dei suoi lavori che io amo di più , "le città Invisibili" , si chiude e si apre con un suggerimento per vivere il dolore . E' Marco Polo che parla di tutta la sofferenza che trapela dalle città che ha visitato .
"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n'è uno , è quello che è già qui , l'inferno che abitiamo tutti i giorni , che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti : accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui : cercare e saper riconoscere chi e cosa , in mezzo all'inferno , non è inferno , e farlo durare , e dargli spazio."
Non ti sembra che sia proprio così che mamma ha scelto di vivere l'inferno della sua malattia?
Ti abbraccio cecca
