CHIAMATI ALLA SPERANZA.
OLTRE I CONFINI DI OGNI FONDAMENTALISMO
Incontro nazionale delle comunità cristiane di base Formia 1 -3 novembre 2002
"Confronto fra i fondamentalismi".Forum con interlocutori di diversa estrazione confessionale e culturale: Giulio Ercolessi; Roberto Finelli; Giorgio Gomel; Salah Husein; Antonio Thiery; Erika Tommasone. Coordina Luigi Sandri.
Appunti per l'intervento predisposti da Antonio Thiery
Punti di riferimento:
"Se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato". (Corano, V,48)
"Gesù ha detto: "il fariseo e lo scriba hanno rubato la chiave della conoscenza e l'hanno sotterrata. Cosi non solamente non sono entrati, ma non hanno lasciato entrare quelli che volevano"". (Vangelo di Tommaso, 39)
"Non può gloriarsi di esser cristiano, chi ha il nome, ma non i fatti. Sarà certamente cristiano quando sarà fedele a questo nome e lo concretizzerà con la sua condotta. E' veramente cristiano chi con la fede e con le opere (fide et factis) si manifesta come cristiano, ambulans sicut et ipse ambulavit quello da cui trae il nome". (Beatus, in Apoc.II,5,5)
"Lo svuotamento dei simboli è immensamente più grave che la persecuzione. E' più grave la banalizzazione dei simboli che la bestemmia". (Arturo Paoli)
Premessa:
Il fondamentalismo ideologico mira alla semplificazione. Il metodo del "confronto" aiuta la semplificazione con il sin-cretismo o il prevalere di una posizione su un'altra, che viene riconosciuta più "giusta" o più "opportuna".
La giustizia, e perciò la pace, esige piuttosto la complessità, il sistema integrato ed interagente di elementi "altri", "diversi". Ricorderò sempre lo scritto di un vescovo di Toledo (nella Spagna musulmana) del X secolo: "siamo ridotti così male che siamo governati dagli infedeli. Però abbiamo una grande consolazione. Più ci vedono perseveranti nella nostra fede, più ci amano, ci rispettano e ci invitano ai loro banchetti". Non poteva volere di più.
Il tema dell'integrismo/integralismo è veramente vasto, complesso e difficile, anche perché (e devo dirlo subito con chiarezza guardando all'area culturale e religiosa a cui appartengo) nella esperienza storica concreta il fondamentalismo e la semplificazione sono stati e sono una presenza costante, caratterizzante della cultura occidentale, e, quindi, della cristianità occidentale e della "cattolicità".
Fedele al metodo "allo stato attuale delle conoscenze, che cambiano momento dopo momento" , mi sembra di poter dire che:
- un conto sono i vangeli, i detti, i racconti sulla vita e l'insegnamento di Gesù, rivolti per universum mundum, a tutti i popoli che sono sotto le stelle, qualunque sia la loro etnia, la loro cultura e la loro religione;
- un conto è la strutturazione teologica del cristianesimo occidentale che ne segue (non certo che ne consegue), dovuta in gran parte a Costantino, soprattutto quando la teologia si fonda sulle categorie dell'ellenismo (strutture e categorie della conoscenza, del pensiero e del linguaggio logico-dialettico, che implicano sempre "differenziazioni" e "delimitazioni") rivolge la nuova religione per omnes gentes (cioè ai popoli che abitano nei confini dell'Impero Romano). Non c'è dubbio che il cristianesimo nella sua globalità e il cattolicesimo nella sua specificità, per l'uso politico, di sacralizzazione del potere che fanno del messaggio evangelico, sono una religione integralista e di conquista.
Dopo che Luigi mi ha telefonato per invitarmi a questo convegno, ho preso qualche foglio di carta per scrivere degli appunti. Su uno c'era già una segnalazione bibliografica di un libro da comprare e che naturalmente non circola in Italia, con la nota: "la repressione delle minoranze" ( Audisione, G. ed., Religion et exclusion XII - XVIII siècle, 2001, 216 pp).
Religione ed esclusione, mi sembra una definizione giusta, almeno stando agli studi che in modo timido, iniziale, ma sicuro si sono cominciati a fare negli ultimi anni, per definire i confini del fondamentalismo cattolico e per individuare se e come andare al di là di questi confini.
Vorrei segnalare su tutti l'eccellente volume di Jean Flori, La guerre sainte, la formation de l'idée de croisade dans l'Occident chrétien, Aubier, Parigi 2001.
Con l'appello del 1095 di Urbano II, sostiene l'autore (un medievalista illustre), ed io condivido questa impostazione, nasce una nuova era, quella delle crociate: una progressiva sacralizzazione della violenza di guerra, del resto non estranea alla strutturazione del cristianesimo occidentale come religione dell'Impero.
Ma l'autore mostra che la sacralizzazione della violenza di guerra nel cristianesimo ha radici antiche. L' attitudine dottrinale della Chiesa contro la guerra, evolve in appoggio alla guerra quando l'impero romano diventa cristiano: sono vere e proprie forme di integralismo. Una tendenza ad applicare rigorosamente e in tutte le attività umane (i campi politico, sociale, religioso, ecc,) i principi di una sola dottrina. Anzi queste attività dovrebbero realizzare i principi della dottrina che li ispira.
Dottrina, e qui siamo nell'integrismo, che riassume ogni tendenza, anche opposta, del pensiero umano, cancellando ogni diversità.
Le crociate non hanno nulla di religioso, ma nascono esclusivamente per interessi terreni (le proprietà), in gran parte rappresentati dal monachesimo benedettino. Significativo, nel libro di Flori, è il capitolo sulla violenza dei santi ed in particolare di San Benedetto. Perlomeno la violenza fatta in nome di San Benedetto.
E poi potremo ricordare il volume a cura di F.J. Lomas, De Constantino a Carlomagno, Disidentes, Heterodoxos, Marginados, Universidad de Cadiz, 1992, che esamina gli "aspectos tenidos "no canonicos"" di chi "se situaba peligrosamente frente al poder establecido". Fondamentali i convegni sul Cristinismo Marginado, Rebeldes, excluidos, perseguidos. I, de los orígenes al año mil (1998); II, del año 1000 al año 1500 (1999), Ediciones Polifemo, Madrid.
Fondamentale per il suo ruolo di apripista di questi studi in Italia è il libro a cura di Pier Franco Beatrice, L'intolleranza cristiana nei confronti dei pagani, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1993. Va ricordato che pagani non significa adoratori di idoli, ma significa "i seguaci di altre religioni" e nei primi secoli alcuni dei culti orientali diffusi capillarmente in Europa, ad esempio il mitraismo, sono incredibilmente "analoghi" e "concorrenziali" al cristianesimo.
Riassuntivi sono i tanti volumi di Karlheienz Deschner, Storia criminale del Cristianesimo, di cui sono già stati pubblicati in italiano i primi tre volumi, Ariele, 2000-2002. E' evidente il tono scandalistico di fatti (fatti politici) che, purtroppo sono sicuramente avvenuti e che, nella loro globalità, sono ben noti almeno agli studiosi.
Va segnalato l'eccellente convegno romano del 9 febbraio 2002. sul tema: Società laica e plurale. In particolare la introduzione di Mario Alighiero Manacorda. Il Convegno è stato promosso dall' Associazione Giuditta Tavani Arquati, Carta 89, Centro Culturale Valdese, Critica Liberale, Gruppo laico di ricerca, Lettera Internazionale, Scuola e costituzione, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
Visioni radicalmente opposte, dalla "libertà", al "dogma oppressivo".
Nel confrontarsi di visioni radicalmente opposte, sta tutta la storia del cristianesimo non solo delle origini, ma di tutto l'arco dei due millenni, confronto ed alternarsi fondamentale anche nelle esperienze d'oggi:
Di grande interesse, io le condivido pienamente, sono le osservazioni fatte dal prof. Finelli a proposito della soggettività (che si costruisce costantemente attraverso l'alterità, non tanto attraverso il confronto di interiorità), a proposito dei limiti della tradizione marxista (una soggettività troppo uguale per tutti, ancorata com'è al soddisfacimento dei bisogni materiali), ma anche a proposito dei limiti della tradizione liberale della soggettività (regole che difendono la libertà di ciascuno: il concetto dello stato neutrale che rispetta l'interiorità di ciascuno).
Potremmo fare esempi, anche molto recenti, di questa contrapposizione: la Pacem in Terris e le Costituzioni del Vaticano II, che di fatto contrappongono alla visione globale, universalistica dell'enciclica di Giovanni XXIII, una visione che vede il mondo strutturato in chiave piramidale con alla sommità la cultura occidentale del giudeo-cristianesimo.
Si può fare meglio, ricordando un esempio di questa contrapposizione relativa a tempi passati, ma attualissima:
1) Gregorio Magno, il grande papa romano morto nell'anno 603, diceva, commentando il Cantico dei Cantici (In Cant.13): "immaginiamo il genere umano tutto intero, dall'inizio del mondo sino alla fine, cioè tutta la Chiesa".
Gregorio Magno conosce bene il mondo plurale. Prima di farsi monaco, ha ricoperto tutte le cariche pubbliche a Roma, in una città, che non ha più un peso determinante nell'equilibrio politico e sta diventando un modesto, poverissimo villaggio di 25.000 / 30.000 abitanti, e che si avvia a vivere solo della pesca nel Tevere e della carne dei cadaveri (si, di cannibalismo). Nel momento dello splendore imperiale Roma era una città di oltre un milione di abitanti, con un 1/3 di stranieri, con un centinaio di etnie da ogni parte del mondo (India e Cina comprese), 30 religioni (induismo e buddismo compresi) e un centinaio di culti. I "barbari", cioè quelli che parlano altre lingue, che vengono spesso da molto lontano, normalmente dalle steppe dell'Aia centrale, al tempo di Gregorio sono arrivati proprio tutti. Spesso hanno una civiltà, certamente "diversa", ma non minore di quella romana. Sono di tante religioni; molti sono cristiani. Ma hanno appreso il vangelo nelle steppe dell'Asia (!). E' cristiana la Bretagna continentale e le grandi isole (l'Irlanda e la Gran Bretagna). Professano, però, un vangelo che non si è irradiato da Roma. Mario Bussagli, forse il più grande conoscitore dell' Asia centrale antica, scrive che Attila (quello che i nostri libri definiscono il "flagello di Dio"), è un gigante della storia e il primo vero grande europeo (Mario Bussagli, Attila, Rusconi editore, Milano 1986, cfr. in particolare le pp.11, 126). A Roma ed in Europa la maggior parte degli abitanti seguono i culti orientali, sono zoroastriani e seguaci di Mitra. Seguiranno questi culti ancora per qualche secolo, fin quando "l'intolleranza cristiana" non li costringerà alla conversione con lo sterminio. Né va dimenticato che le tradizioni cristiane sono molte. Gli stessi testi che diventeranno "canonici", erano conosciuti e citati in mille versioni diverse che oggi ci sono del tutto sconosciute.
Come se non bastasse, nel 570-71, nasce Muhammad, che avviando la tradizione islamica, darà voce alle tribù arabe ed alla loro visione "analogica", che reagiscono ad un cristianesimo (ad una cristianità) ormai troppo ellenizzato e concettualizzato.
Questo è il contesto in cui vive Gregorio Magno, che scrive (In Cant.13): "immaginiamo il genere umano tutto intero, dall'inizio del mondo sino alla fine, cioè tutta la Chiesa". Pur credendo che la chiesa è costituita dall'umanità tutta intera, Gregorio non sfugge a tentazioni integraliste. Quando manda i suoi monaci guidati da Agostino in Inghilterra non manda a cristianizzare, ma a romanizzare popolazioni già cristiane. Vedi gli studi di Nora Chadwick, ripresi da Gerhard Herm, in un libro tanto bello, quanto facilmente reperibile in qualsiasi libreria (Il mistero dei Celti, Garzanti, 1981 (1971)).
Non solo, quindi, il mondo è plurale, ma anche il cristianesimo è plurale. Il Commento all'Apocalisse del Monaco Beato di Liébana, il testo più letto (spesso l'unico testo letto) nei monasteri europei tra il 9° e l'11° secolo, riferendosi alla Dispersio Apostolorum, mandati a predicare "per universum mundum" (a Paolo invece è stata riservata la predicazione "per omnes gentes", cioè ai popoli che abitano nei confini dell'Impero Romano), riconosce che "Qui cum omnes unum sint, singuli tamen". "Quantunque fossero una cosa sola, tuttavia ciascuno predicando nel mondo trovò la propria sorte". (Beatus, in Apoc.II,3,64). Si veda come problemi che tanto ci appassionano (i diritti soggettivi legati all'interiorità) trovassero una via d'uscita nella "unità".
Beato chiarisce poi: "Non può gloriarsi di esser cristiano, chi ha il nome, ma non i fatti. Sarà certamente cristiano quando sarà fedele a questo nome e lo concretizzerà con la sua condotta. E' veramente cristiano chi con la fede e con le opere (fide et factis) si manifesta come cristiano, ambulans sicut et ipse ambulavit quello da cui trae il nome" (Beatus, in Apoc.II,5,5).
Che questo sia un tema chiave delle comunità cristiane delle origini, lo mostra senza ombra di dubbio il fatto che ritorni nelle tradizioni fortemente diversificate del pluralismo dei primi secoli. Ad esempio è uno dei temi portanti e ricorrenti in San Paolo, ad esempio Rom. 3; 6; 15, 1 Cor, 2,6; 11,1; 15,48; Gal. 3,28, ecc.ecc., ma anche nel Vangelo di Tommaso, 108 ("Gesù ha detto: "colui che beve alla mia bocca, diventa come Me ed Io divento Lui e ciò che è nascosto gli è rivelato"") ed in quello di Filippo, 67,28 ("costui non è più un cristiano, ma un Cristo").
Non è poi un caso il fatto che Gregorio Magno non abbia alcun ruolo nei documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II. Del tutto sconosciuto alla cultura occidentale è Beato, che pure è un personaggio centrale per la "rinascita carolingia". Non è un caso che lo stesso Migne censura (non si può usare altra parola), ignorandolo, il Commento all'Apocalisse di Beato e che tutto il Primo Millennio è definito "buio". "L'ignoranza", scrive Isidoro di Siviglia, "è la causa di tutti i mali". Ma non è neppure un caso che molti ritengono il Vaticano II una inutile anticaglia: "Nutrito da una cultura cattolica che non domina più la società, il suo linguaggio non parla più a molta gente. I limiti della cultura del Concilio appaiono scopertamente oggi… Il Vaticano II aveva lavorato in un'ottica eurocentrica, che non gli permetteva di assumere i termini della critica antimoderna svolta dalle Chiese del sud del mondo (che costituiscono il 74 per cento dei cattolici), per le quali la modernità comporta drammatici problemi di dominazione culturale ed economica…" (G. Zizola sul Sole 24 ore di domenica 13 ottobre 2002)
2) Di contro sta l'appello di papa Urbano II a Clermont Ferrat che chiama nel 1095 i cristiani d'occidente alla Crociata. Ancora meglio (si fa per dire) fa Bonifacio VIII nel 1300 con la bolla "unam sanctam": "sottostare ogni creatura umana al sommo romano pontefice, è condizione essenziale di salvezza".
Nella storia della cristianità occidentale, dunque, c'è di tutto.
Voglio comunque sottolineare quanto mi sembri devastante questa idea, sacralizzata definitivamente da Bonifacio VIII: tutti possono ricevere lo spirito santo, solo pochi possono imporlo. Il problema non sta dunque nel dare il sacerdozio alle donne e ai preti sposati. Il problema sta nell'idea stessa del sacerdozio consacrato, che si vorrebbe riservato a pochi "scelti" e "scelti" tra i cattolici, i cristiani, i credenti, e che invece fu elargito da Cristo all'intera umanità di tutti i tempi (valgano su tutti la citazione dell'Apocalisse, 1, 6; degli affreschi romani di Santa Maria Antiqua e dell'intero edificio di Santo Stefano Rotondo)
Definire il contesto storico, per "universum mundum" e non solo "per omnes gentes".
E allora bisogna mettere dei paletti. Con cattolicesimo occidentale individuiamo quei "riferimenti" a Cristo ed al vangelo che si strutturano teologicamente nel IV secolo (Concilio di Nicea), ad opera dell'Imperatore Costantino, nell'ambito dei confini dell'Impero Romano, che rappresenta, vale la pena di ricordarlo, una parte e solo una parte (il 10-20% degli abitanti) dell'universo mondo, del mondo allora conosciuto. L'impero romano non è come ripete ogni giorno la televisione, il mondo allora conosciuto, ma solo il 10-20% del mondo allora conosciuto.
E' quello che si definisce l'Occidente cristiano, che organizza la visione del mondo e l'antropologia secondo le strutture conoscitive e le categorie filosofiche ellenistiche del pensiero e della comunicazione logico-dialettica, proiettando il regno di Dio al di là della vita terrena (ma l'Apocalisse,19,10 ricorda che "la testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia" e Gregorio Magno nelle Omelie su Ezechiele, I,I,1, sottolinea che "la profezia non predice quello che sarà, ma mostra quello che è"), sposando religione e potere, dando una connotazione sacrale al sacerdozio, scegliendo tra gli scritti antichi (vangeli compresi) quelli che, specie se scritti in greco, meglio rispondono alle esigenze della cultura giudeo-ellenistico-romana.
Perché tutto questo concettualismo?
Perché tutto questo concettualismo? Questa la domanda di un sociologo salvadoregno al termine di una tavola rotonda. Perché la cultura dell'occidente e la scuola, in particolare in Italia, tra i mille modi, forme, codici, attitudini mentali per arrivare alla conoscenza ne hanno scelto uno solo. Il concetto, ha il "pregio" di essere accessibile a pochissimi e non di formare, ma di trasmettere conoscenze già "acquisite", magari dogmaticamente esposte. Non a caso la scuola italiana è ancora strutturata sui modelli della scuola gesuitica sintetizzati nel 1600, anno del rogo di Giordano Bruno, dai "conceptos espituales" di Alfonso de Lesma.
Solo con la ellenizzazione lo stesso messaggio di Gesù assunse caratteristiche forti, che purtroppo conserva e rafforza anche nella maggior parte delle comunità "alternative", di concettualismo, di verbalismo, di intimismo che lo relegano al solo mondo occidentale, dei bianchi e dei ricchi che fanno un po' di elemosina (carità) ai poveri.
Dobbiamo ricordarci che nel IV secolo, ai tempi di Costantino, molte delle grandi tradizioni religiose anche dei giorni nostri erano già adulte: mi riferisco ad esempio all'induismo, al buddismo, allo zoroastrismo. Voglio ricordare inoltre che la prima trattazione domestica degli animali e delle piante avviene nell'altopiano Anatolico, da dove si diffonderà in tutto il mondo lentamente nel corso di 2 millenni, è di 7.000 anni fa. Quando Abramo vive, le terre Siria, della Mesopotamia e della Persia hanno già avuto almeno tre millenni di esperienze culturali e religiose.
Preoccupazione di liberazione o integralismo?
Uno dei temi più dibattuti oggi, e delle preoccupazioni più diffuse, l'interno del mondo della Cristianità occidentale, è questo: "Superato il mito della cristianità, come convivere e cooperare in un mondo plurale? Come definire i nuovi rapporti occidente - oriente non solo sul piano economico e delle forze in campo, ma religioso, culturale, etico, di stili di vita?".
Non sono temi nuovi. E' una realtà che fu sperimentata in tutto il primo millennio.
Non possiamo limitare il mondo a quello che è successo nell'area occidentale nel IV-V secolo e poi nel II Millennio, dal 1057 in poi.
Dopo che, oltre quaranta anni fa, Jean Daniélou, che sarà poi nominato cardinale, definì senza esitazioni i partecipanti alle crociate, come predoni cristiani, sono cominciati studi, ancora timidi, quasi esoterici, destinati a pochi lettori, sul tema dell'intolleranza cristiana, sviluppatasi fin dai primi secoli non solo nei confronti dei cosiddetti pagani (termine che, come detto, significa: seguaci di altre religioni), ma anche e spesso nei confronti di cristiani stessi.
Ormai è ben noto che, all'interno delle crociate, se è vero che drammatici furono i massacri (perché furono degli stermini generalizzati) operati dai guerrieri cristiani nei confronti di ebrei e musulmani, è altrettanto vero, anche se la gerarchia cattolica non lo accetta, che questi stermini riguardarono in primo luogo ed in maggior misura i cristiani che i crociati incontrarono nella loro marcia verso Gerusalemme che vivevano la fede in Cristo, organizzati in comunità locali, ignorando del tutto l'esistenza di Bisanzio e di Roma.
Non è vero quasi niente di quello che si racconta o si pretende che la storia racconti.
Già, perché noi siamo abituati a fare la storia ufficiale (che riguarda, secondo studi americani recenti, non più dello 0,1% della popolazione), non la storia dell'umanità. Io vengo dalla scuola di Géza de Francovich, lo studioso con cui mi sono laureato e di cui sono stato poi per anni assistente, che essendo di padre ungherese e di madre goriziana, e, quindi non condizionato dalle categorie del concettualismo occidentale, poteva dire molto tranquillamente: "non è quasi niente vero".
Con anni di studi anch'io mi sono formato questa convinzione: non è quasi niente vero di quanto si racconta delle radici e del cristianesimo del primo millennio. Il vescovo Diego de Landa, annunciando nel Cinquecento la distruzione del patrimonio librario dei Maya, dice trionfante: "Trovammo un gran numero di libri con questi caratteri, e poiché essi non contenevano nulla che non fosse superstizione e menzogne diaboliche, li bruciammo tutti...". Sappiamo bene, dunque, che le testimonianze scritte del passato (ma anche quelle di pietra, o della cultura materiale) nella maggior parte sono state bruciate e distrutte. Quelle superstiti giunte fino a noi, sono molto poche, il 5-10%. Si sono salvate solo quelle che di volta in volta testimoniavano i "poteri".
Ricordo con M. Jousse che la filologia è una grande scienza fin tanto che si occupa di filologia. I metodi "scientifici" e "filologici" non bastano. A volte aprono grandi prospettive, a volte nascondono o travisano la realtà.
Ma qualcosa di vero (che cosa?) deve esserci se già nel primo secolo la diffusione di questa cultura religiosa centrata su Cristo era molto forte, capillare, ad esempio in vaste zone dell'Europa. E se poi questa diffusione diventerà inarrestabile nei secoli successivi fino a raggiungere l'universo mondo. E questo è avvenuto in modo sorprendente. Non c'era radio, televisione, telefono o internet. Eppure in Asia Minore, in Africa settentrionale, in Europa, fin dal primo e secondo secolo e poi dal quarto-quinto secolo nell'Europa del Nord, nell'Africa centrale e nell' Asia centrale, fino alla più lontana Cina (con i Nestoriani), il messaggio del vangelo di Cristo viene capillarmente diffuso.
Tanti culti orientali si diffondo in Europa in quei secoli. Alcuni estremamente analoghi al cristianesimo (penso alla tradizione zoroastriana ed a Mitra). Ma nessun culto assume da subito il carattere di una religione di liberazione su questa terra, di una religione aperta a tutti, che propugna l'affrancamento dei reietti (e quel tempo doveva essere larghissima parte della popolazione), di una religione al femminile, che assume subito i connotati dell'universalismo.
E' evidente che il cristianesimo si sviluppa lungo i caratteri culturali di quella koinè indo-iranica-siro-palestinese allora largamente diffusa. Koinè che probabilmente aveva il punto di coagulo nell'aramaico, che sarà pure la lingua dei poveri, ma che sempre più sembra essere la lingua "sacrale" delle religioni dell'epoca. "Sacrale" è un termine che oggi si presta a mille equivoci e quindi diciamo la lingua "privilegiata" dalle culture religiose dell'epoca.
In questo contesto, il cristianesimo si presenta da subito come una religione plurale. Un unico elemento è fisso: la figura del Cristo ed i suoi comportamenti in terra. Tutto il resto sarà definito nei secoli successivi dalle mille teologie che nei vari ambienti sociali, culturali, ambientali, esperienziali daranno diverse interpretazioni e strutturazioni.
A Roma, uno dei tanti esempi di cristianità plurale: Paolo e Giovanni.
E' sempre più evidente la estrema complessità dei primi secoli del cristianesimo. La tradizione francese-provenzale (poi assunta dalla Borgogna nelle grandi cattedrali romaniche) mostra senza equivoci, ad esempio, che la chiesa apostolica (strutturata nel IV secolo) convive, fa sistema (non è contrapposta) per tutto il Primo Millennio con la chiesa degli amici di Gesù.
Nei primi secoli dell'impero di Roma, quando ancora le comunità cristiane erano caratterizzate da una fede sovversiva e da una forte pluralità, alcune comunità (che poi saranno le vincenti e tenderanno a considerarsi le "uniche") tendevano a snaturarsi stringendo forti legami con il capitale terriero e con il potere politico. Erano ancora una minoranza, a volte esigua, stretta da altri culti orientali del tutto analoghi, ma assai più diffusi, come il mitraismo ed il mazdeismo. Non erano ancora sotto la protezione di Costantino, che imporrà il cristianesimo come religione di stato facendole assumere connotati e strutture che prima le erano estranei.
Nella stessa Roma sono evidenti le caratteristiche di pluralità del cristianesimo nella stessa chiesa apostolica. Prendiamo l'esempio di Giovanni e Paolo.
Allora esistevano a Roma più chiese dedicate a Giovanni e Paolo. Una era anche sul colle "sacro" del Gianicolo. Più tardi nascerà la "leggenda" che si trattava dei due ufficiali di Costantino martirizzati nel 362. I recenti restauri delle case sotto la basilica dei SS. Giovanni e Paolo non hanno dato alcuna forza storica alla leggenda.
Si parla anche di due senatori, ma Giovanni e Paolo sono, invece, i due apostoli e, prima che due persone, due diverse concezioni di chiesa. Di Paolo gli Atti degli Apostoli ci danno informazioni. Per Giovanni le cose sono più complesse. C'è certamente una "con-fusione" tra il Battista e l'Evangelista. La grande basilica di Roma è dedicata ai due Giovanni. E poi sull'autore/i del vangelo e dell'apocalisse incombe la questione giovannea (vedi il bel libro di Martin Hengel, la questione giovannea, Paideia, Brescia 1998).
Paolo, conosciuta la contestazione ad Atene, accetta di predicare secondo le strutture filosofiche greche, che prenderanno il sopravvento solo nel V secolo. E parla alle "genti" che vivono all'interno dei confini dell'Impero Romano. Giovanni propone la speranza, il regno di Dio che si realizza già su questa terra, parla linguaggi che risultano lontani dalle categorie filosofiche logico-dialettiche dell'Ellade, anche se scrive in greco, la lingua allora "veicolare", non praticandone la "cultura".
Sono i due tronconi principali dei primi secoli della chiesa "apostolica": Paolo e la chiesa di Roma; Giovanni e la chiesa "apocalittica".
Quale cammino?
Quale cammino dovrebbe compiere il cattolicesimo per dare un contributo forte al superamento delle incomprensioni e diffidenze reciproche e per favorire la compresenza pacifica di diverse culture e religioni nel mondo e la pace tra i popoli?.
Sarebbe sufficiente passeggiare per Roma (e poi viaggiare in Europa, in Africa, in Asia) con meno dogmatismi ideologici.
Ad esempio seguire la "Pacem in terris". Nell'enciclica "Pacem in Terris " di Papa Giovanni XXIII, del 1963, ci sono molte concrete risposte: "Gli schemi mentali invecchiano, le ideologie invecchiano, i dogmatismi finiscono; solo le forze vive della storia irresistibilmente avanzano!".
La "Pacem in terris" è "un manifesto per il mondo nuovo", così la definì (con chiaro e positivo riferimento al manifesto di Marx), il sindaco di Firenze di allora (Commento del prof. Giorgio la Pira, Sindaco di Firenze, Tipografia Giuntina, Firenze, 1963, pp. 518, datata Firenze 11 aprile 1963). Il commento, a caldo, di La Pira offre prospettive straordinarie "per costruire nella pace, la casa nuova del mondo".
- Liberarsi da tante complicazioni ed oscurità dell'intelletto
"Cosa fare", dice La Pira "per costruire nella pace, in aderenza storica a questi segni ed a queste forze, la casa nuova del mondo? La casa nuova mondiale, ove osano abitare in fraternità e creatrice comunione, tutti i popoli della terra? Per cucire il vestito nuovo che sia proporzionato al nuovo mondiale - e tanto accresciuto - corpo delle nazioni?.Bisogna avere il coraggio intellettuale e pratico - per così dire - di liberarsi da tante complicazioni ed oscurità dell'intelletto per ritornate a riscoprire, in certo senso, i valori elementari, costitutivi della persona umana e delle società umane (della famiglia, delle comunità politiche singole e della comunità politica mondiale: costitutivi, quindi, del corpo mondiale delle nazioni").
- Non limitarsi ad enunciazioni generali di principio, ma volgersi ai fatti. Scrutare "i " segni dei tempi " per conoscere l'era" presente".
L'Enciclica che non è un manualetto edificante, ma, dice La Pira "assume toni di realismo storico, di analisi storica e di prospettiva storica davvero grandiosi! …non si limita ad enunciazioni generali di principio, ma si volge ai fatti: che scruta il tempo storico presente e ne individua le forze, gli orientamenti, le avanzate, le deviazioni, i segni!…Scrutare "i " segni dei tempi " per conoscere l'era" presente".
- Non solo i cattolici, i cristiani, i credenti, ma altresì tutti gli uomini di buona volontà in ogni parte del mondo, di qualunque etnia, cultura e fede religiosa.
La "Pacem in terris" "invita non solo i cattolici, i cristiani, i credenti, ma altresì tutti gli uomini di buona volontà - consapevoli delle " prospettive di ampiezza sconfinata " nel nostro tempo - ad impegnarsi con saggezza e con amore, ciascuno al posto ove la Provvidenza lo ha collocato, alla edificazione della più gigantesca ed improrogabile opera affidata alla storia presente del mondo: cioè alla edificazione, nella pace, della nuova società e del " vestito nuovo " per il nuovo tanto smisuratamente accresciuto corpo mondiale di tutte le genti".
- "Fide et factis": adeguare gli organismi produttivi, le associazioni sindacali, le organizzazioni professionali, i sistemi assicurativi, gli ordinamenti giuridici, i regimi politici, le istituzioni a finalità culturali, sanitarie, ricreative e sportive.
Bisogna ricercare "La pace fra tutte le genti, fondata sulla verità, sulla giustizia, sull'amore, sulla libertà". Con una concretezza che non lascia scampo al concettualismo ed al verbalismo dei cattolici e recuperando in pieno l'invito a comportarsi nel mondo "fide et factis", con fatti concreti e verificabili, La Pira sottolinea che " il testo dell'Enciclica (nella parte V " richiami pastorali ") specificatamente aggiunge: "...per tutti gli esseri umani è quasi un dovere pensare che quello che è stato realizzato è sempre poco rispetto a quello che resta ancora da compiere per adeguare gli organismi produttivi, le associazioni sindacali, le organizzazioni professionali, i sistemi assicurativi, gli ordinamenti giuridici, i regimi politici, le istituzioni a finalità culturali, sanitarie, ricreative e sportive alle dimensioni proprie dell'era dell'atomo e delle conquiste spaziali: era nella quale la famiglia umana è già entrata ed ha iniziato il suo uovo cammino coti prospettive di un'ampiezza sconfinata ".
- A tutti gli uomini di buona volontà incombe un compito immenso.
" A tutti gli uomini di buona volontà - continua il testo più oltre - incombe un compito immenso: - il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell'amore, nella libertà: i rapporti della convivenza fra i singoli esseri umani, fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall'altra la comunità mondiale ".
- Le eventuali controversie fra i popoli non debbano essere risolte con il ricorso alle armi.
" Si diffonde sempre più fra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie fra i popoli non debbano essere risolte con il ricorso alle armi, ma invece attraverso il negoziato ". Certo, aggiunge La Pira, questo passaggio dalla guerra al negoziato esige, per essere davvero efficace, mutamenti di grande impegno presso tutti i popoli e tutti gli uomini: è lecito sperare - dice l'Enciclica - " che gli uomini, incontrandosi e negoziando, abbiano a scoprire meglio i vincoli che li legano provenienti dalla loro comune umanità: e abbiano pure a scoprire che una tra le più profonde esigenze della loro comune umanità è che tra essi e tra i rispettivi popoli regni non il timore ma l'amore: il quale tende ad esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni ".
- Altri segni dei tempi che manifestano i caratteri essenziali di questa epoca.
* l'unità - a tutti i livelli - del mondo (" I recenti progressi delle scienze e delle tecniche incidono profondamente sugli esseri umani, sollecitandoli a collaborare fra loro o orientandoli verso una convivenza unitaria a raggio mondiale ") un'unità che si specchia in un organismo politico di immenso valore e che avrà compiti sempre più determinanti nel destino del mondo, un organismo in via di perfezionamento qual è l'ONU.
* " l'ascesa economica, sodale, politica e culturale delle classi lavoratrici"; " l'ingresso della donna nella vita pubblica "; l'ascesa di tutti i popoli all'indipendenza politica " infine la famiglia umana, nei confronti di un passato recente, presenta una configurazione sociale-politica profondamente trasformata. Non più popoli dominatori e popoli dominati: tutti i popoli si sono costituiti o si stanno costituendo in comunità politiche indipendenti ").
Né bisogna impressionarsi per il fatto che questi segni si pensi ad esempio al moto di ascesa economica, sociale, culturale, politica delle classi lavoratrici - siano talvolta o possano apparire come siglati da schemi mentali e ideologici errati.
" Non si possono identificare - dice l'Enciclica - false dottrine filosofiche sulla natura, l'origine e il destino dell'universo e dell'uomo, come movimenti storici a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. Giacché le dottrine elaborate e definite, rimangono sempre le stesse; mentre i movimenti suddetti, agendo sulle situazioni storiche incessantemente evolventisi, non possono non subire gli influssi e, quindi, non possono non andare soggetti a mutamenti anche profondi ". E soggiunge: " Inoltre chi può negare che in quei movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti delle giuste aspirazioni della persona umana vi siano elementi positivi e meritevoli di approvazione? ".
Che occasioni abbiamo perso, sacrificandole al dogmatismo delle ideologie! Qualcuno ha voluto farci credere che l'importanza dell'Enciclica fosse soprattutto della distinzione tra peccato e peccatore. Ma già i padri della chiesa, soprattutto Agostino (e come avrebbe potuto fare diversamente?) avevano lungamente dibattuto il tema tutto teologico e tutto interno alla cristianità occidentale.
Nella "pacem in terris" manca un tema, quello ecologico. Ma solo allora cominciava a manifestarsi come "segno dei tempi" il tema centrale, ad esempio, della fraternità universale di Francesco D'Assisi: "Laudato sì, mi Signore, cum tutte le tue creature". Cum: la convinzione che la pace si potesse ritrovare solo in un "sistema complesso" non è un'acquisizione di oggi. Oggi torna la coscienza che non c'è solo la violenza dell'uomo sull'uomo, ma anche quella che gli esseri umani esercitano contro la natura tutta intera, in tutte le sue componenti. E' necessario pensare ai "nuovi diritti" (cfr. G. Nebbia, Limiti alla crescita e lotte per l'ambiente, in Le radici della crisi. L'Italia dagli anni sessanta ai settanta, Roma, Carocci editore, 2001).
Via San Calepodio.
Persino dal nome della strada in cui abito, Via San Calepodio, e dal nome della Parrocchia (San Giulio) a cui amministrativamente appartengo mi viene lo stimolo a studiare il Primo Millennio. Calepodio è legato alla tradizione delle prime comunità cristiane a Trastevere ed allo schiavo Callisto che, agli inizi del III secolo fu malaccorto amministratore (pro domo sua? E' molto probabile, a dimostrazione che non c'è mai niente di nuovo) dei risparmi e del cimitero cristiano: anche la morte e tutta la visione della resurrezione dei corpi diventa un affare fin dall'antichità.
Callisto nel 217 diventò vescovo di Roma, papa, ma prima fondò il titolo omonimo a Trastevere, forse dove oggi sorge la Basilica di santa Maria in Trastevere. A Callisto, nel ruolo di presbitero sarebbe succeduto Calepodio, che intanto avrebbe gestito un importante cimitero sulla via Aurelia, da pochi anni ritrovato, dove fu sepolto lo stesso Callisto, morto martire. Un cimitero in un luogo sacro, come indica la biforcazione di due strade. E perciò più ambito e quindi più "caro" degli altri.
Papa Innocenzo II Papareschi (1130 -1143) fece realizzare importanti mosaici nel catino di Santa Maria in Trastevere, e preoccupato, lui romano, in un`epoca in cui tutto doveva esaltare l'ordo romanus, di sottolineare la romanità (peraltro inesistente) della chiesa di Roma, dette largo spazio nelle immagini ai Santi Romani del III secolo: Callisto, papa Giulio I, Calepodio. Questi stessi personaggi e per lo stesso motivo furono esaltati nell'Anno Santo Romano del 1950. A Giulio fu dedicata una Parrocchia, mai completata, a Via Maidalchini, ed a san Calepodio una via di Monteverde. Le autorità ecclesiastiche oggi negano la santità del presbitero. Cercano anche di far cambiare la toponomastica. Su alcuni stradari è scomparso e poi ricomparso il titolo di "santo". Negano addirittura la storicità di San Calepodio. E' possibile che Calepodio non sia un personaggio reale; certo è un concreto simbolo riassuntivo di quel modo di legare affari e religione che ha caratterizzato fin dai primi secoli la cristianità occidentale. E i mosaici di Santa Maria in Trastevere e la dedicazione di una strada per l'anno santo del '50 stanno a dimostrarlo.
Sono uno che va alla ricerca delle proprie radici.
Dal momento che molti me lo chiedono, voglio dire, anche se qualcuno vuol far credere il contrario, che non sono un prete, né un ex prete, né un prete sposato, né un prete mancato, né un capo di una qualche comunità, ecc.ecc.. Tutti ruoli importanti, ma non mi competono. Non sono un professore universitario. Non sono, insomma, un professionista della fede e della cultura. Né un aspirante tale. Sono un uomo, tra tante donne e tanti uomini, che va alla ricerca delle proprie radici. E le ricerca senza concettualismi, intellettualismi, dogmatismi e filologismi. Cerca di ricercarle anche senza stereotipi e integralismi.
E perciò ho meritato e merito la fama ed il trattamento di pericolosissimo sovversivo.

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