èluglio 2007: Manipolazione, violenza, potere sacerdotale. la teologia ha preso il posto della storia e dell’antropologia.

 

Clemente d’Alessandria, uno dei più venerati padri della chiesa di Roma, già alla fine del II secolo ha fissato i canoni della struttura ecclesiastica: manipolazione, violenza, potere sacerdotale. E’una blasfema trinità. Dava questi consigli: non tutta la verità va detta agli uomini”...”Se per caso i tuoi avversari dicono la verità, devi negarla e mentire per confutarli”.“…anche se dicessero qualcosa di vero, chi ama la verità non deve, neppure in tal caso, essere d’accordo con loro. Perché non tutte le cose vere sono la verità, e la verità che sembra vera secondo le opinioni umane non dev’essere preferita alla verità vera, quella in armonia con la fede”.  (M.Smith, The Secret Gospel, London 1974, pp.14-16)

 

            E’ esattamente quanto ripete oggi, dopo molti secoli di distanza, Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia: «non si può parlare della storicità di Cristo escludendo la fede». La teologia ha preso il posto della storia e dell’antropologia.

Marco Politi, su La Repubblica di venerdì 27 luglio 2007, ha scritto un importante commento, che condivido, sul trionfo del credo clericale, dal titolo: Un nuovo spazio per i cattolici. Lo riporto integralmente.

“C’è un legame tra l’impennata identitaria, che ispira la Chiesa di Ratzinger, e la continua pressione della gerarchia ecclesiastica per piegare la legislazione italiana alla dottrina del magistero.

Dalla fecondazione artificiale al testamento biologico, ai veti sui Dico e sui Cus, alla critica del principio dì laicità nel progetto di legge sulla libertà religiosa. L’esaltazione della tradizione con la messa tridentina e la pretesa di superiorità sulle altre confessioni cristiane rivelano l’ansia di rilanciare un primato, che questo pontificato vede minacciate dal carattere proteiforme della società contemporanea. Nasce da qui l’insistenza di una resa dei conti con il Concilio, che non significa— si badi bene — un rifiuto delle acquisizioni del Vaticano Il, ma si esplica in un’ossessiva negazione del carattere di «grande svolta» che l’evento conciliare rappresentò per il cattolicesimo. Ciò che la gerarchia ratzingeriana vuole negare è la realtà del Concilio come confronto continuo tra fede e modernità. L’obiettivo è cancellare la visione di una Chiesa che non si colloca «al di sopra» della storia, ma si muove «dentro» la storia, rinunciando all’antico regime di Cristianità in cui il potere secolare era modellato sulle norme ecclesiali.

Il no al Concilio inteso come riforma radicale si accompagna al rigetto dell’idea che ai cattolici in politica spetti la responsabilità e la libertà di mediare tra valori di fede e organizzazione dello stato. Che è poi il concetto basilare su cui si è formato il cattolicesimo democratico dopo il crollo dell’alleanza tra trono e altare, su cui si fondava la società prima della Rivoluzione francese. Al tentativo di cancellare l’autonomia dei cattolici corrisponde la volontà di imporre dall’alto orientamenti cogenti: i cosiddetti «principi non negoziabili». Questa linea nasce dalla paura della Chiesa dinanzi al mondo moderno. Paura del pluralismo. Paura della gerarchia nei confronti della «Chiesa diffusa», composta da milioni e milioni di fedeli che non si Sentono più gregge e in materia di morale relazionale seguono la propria coscienza.

E’ dalla paura che nasce la tentazione dell’integralismo, un fenomeno che a partire dagli anni Novanta ha coinvolto varie religioni: dall’islam all’induismo, dall’ebraismo ai movimenti neo - evangelici negli Stati Uniti. In Italia la spinta si è manifestata anzitutto come operazione culturale tendente a fagocitare ogni realtà nel grande utero della dottrina cattolica. Chi guarda agli interventi politici della gerarchia ecclesiastica, osserverà che i protagonisti non si presentano per testimoniare la propria fede, bensì per affermare che il credo ecclesiale equivale alla ragione, comprende la «sana laicità» e rappresenta la giusta norma della natura. Insomma è rappresentativo di Tutto. Una forma di totalitarismo intellettuale che non lascia spazio alla pluralità di visioni etiche. Ma affermare di possedere l’unica, autentica antropologia e definire erronee e carenti altre visioni dell’uomo significa soffocare ogni dialettica in parlamento e fuori.

L’operazione non è avvenuta dall’oggi al domani, è stata costruita nei decenni della leadership del cardinale Ruini, con una presenza politica sempre più invasiva.

L’esito naturale di questa strategia—con l’istituzione ecclesiastica che gestisce l’organizzazione di manifestazioni di piazza e di referendum porta alla morte del cattolicesimo politico il fenomeno per cui i laici cattolici ispirati dalla fede agiscono secondo le loro convinzioni nei diversi schieramenti partitici. Nel contesto del nuovo integrismo il quartier generale si trasferisce dal parlamento alla cupola ecclesiastica.

Di fronte al rischio il primo segnale d’allarme è stato l’appello dei 60 (all’interno della Margherita) in difesa della laicità. Ma il giudizio più impegnativo è venuto recentemente da Rosy Bindi: «Dobbiamo lavorare per considerare una parentesi quella della Chiesa italiana di questi anni. Va aperta una serena correzione fraterna della Chiesa recente». In questo senso l’affacciarsi della Bindi alle primarie del Pd è un segnale strategico.

Cattolici adulti la gerarchia ecclesiastica non ne vuole, Oltretevere piacciono piuttosto quei cattolici, come i teodem, che sulla scena politica ripetono parola per parola le indicazioni ecclesiastiche.

Ma neanche questo basta.

Appare evidente il desiderio di impedire che nel Partito democratico si realizzi la convergenza dei tre riformismi che segnarono la Prima repubblica: quello cattolico, laico e di matrice socialista. Assai preferibili, per il Vaticano, sono i cattolici riuniti in clan politico sotto il vessillo identitario Non sono casuali le frasi sprezzanti di Savino Pezzotta reduce dal Family Day, nei confronti della prospettiva di un partito in cui i cattolici militino alla pari degli altri «Le contaminazioni non mi piacciono a volte ci si infetta» L’ aggressività verbale serve per spaccare e per strappare la rappresentanza di un cosiddetto «popolo cattolico», che in realtà da decenni si distribuisce trasversalmente dall’estrema destra all’estrema sinistra. Il Movimento bianco, che l’ex leader della Cisl sta iniziando a costruire, si inserisce esattamente in questa strategia. Ed è certo singolare che il leader di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, insista oggi tanto a proclamare che i «cattolici sono delusi da Prodi».

Quali cattolici, verrebbe da dire?

Per la Chiesa ratzingeriana, per cui l’Italia è l’ultima trincea, appare inaccettabile che i cattolici quotidiani siano serenamente laici nelle loro scelte come i loro fratelli europei. Perciò diventa urgente creare un soggetto con il timbro cattolico al fine di ritrovare nella società una qualche forma di braccio secolare”.