SANTIAGO DE COMPOSTELA E S.BENEDETTO: le immagini tanto inveterate quanto false della fede cristiana occidentale

 

 

 

il  mito  ed il luogo comune di san Benedetto fondatore e padre del monachesimo occidentale, della civiltà religiosa medievale, e dell'Europa tout court.  

 

Antonio Thiery

novembre 2010

 

 

“non tutta la verità va detta agli uomini”...”Se per caso i tuoi avversari dicono la verità, devi negarla e mentire per confutarli”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              

Clemente Alessandrino, uno dei più venerati padri della chiesa, fine del II secolo, lettera a Teodoro (M.Smith, The Secret Gospel, London 1974, pp.14-16)

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.                                       Joseph Goebbels, gerarca nazista

 

 “L'immagine di un Medioevo monastico interamente benedettino è un luogo comune, tanto inveterato quanto storicamente falso. Essa ha lusingato in particolare la storiografia italiana, che ha alimentato a lungo il mito di san Benedetto padre del monachesimo occidentale, della civiltà religiosa medievale, dell'Europa tout court”.                               S. Pricoco, "LA REGOLA DI SAN BENEDETTO E LE REGOLE DEI PADRI" (Fondazione L. Valla - A. Mondadori Editore).

 

Il 6-7 novembre 2010 il papa dei cattolici è andato in Spagna per rafforzare i suoi miti, che sia ben chiaro, sono miti senza fondamento:

1) Santiago de Compostela è in realtà un sito di pellegrinaggio antichissimo e sarà cristianizzato solo nell’VIII secolo, per motivi tutti politici sviluppati dalla corte di Carlo Magno;

2). Il monachesimo occidentale e san Benedetto: le radici cristiane d’Europa. Radici che si definiscono cristiane, ma che sono molto composite e si sono sviluppate nei millenni.

Altre volte mi sono intrattenuto sul tema dei pellegrinaggi e sul ruolo di Beato di Liebana, il primo che verso l’anno 800 fa riferimento a San Giacomo.

Ora mi sembra opportuno aggiungere questo scritto, che non è un saggio, ma, con il carattere di schede preparatorie, è un’elencazione di temi che meritano studio ed attenzione, se non altro per cancellare la falsa immagine di un Medioevo monastico interamente benedettino e il  mito di san Benedetto padre del monachesimo occidentale, della civiltà religiosa medievale, e dell'Europa tout court.  

Tutti temi che il papa di Roma, con l’assunzione del nome di un santo, sulla cui esistenza storica non è bene scommettere, sistematicamente riesuma, ma che non hanno alcun fondamento storico. Nell’Udienza generale del 9 aprile 2008 disse: ”Cari fratelli e sorelle, vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato.” Ecco: “Fondatore del monachesimo occidentale”. Questo è un mito, un luogo comune, storicamente falso.

Raccontando tante bugie e menzogne, chissà dove vogliono arrivare, ma soprattutto c’è da chiedersi a che servono di fronte al messaggio evangelico: IO SONO VIA, VERITA’ E VITA.

         L’insistenza con cui il papa si richiama alle radici cristiane d’Europa e a San Benedetto, di cui ha preso il nome, ed ai benedettini, evoca il ricordo del Dictatus papae di Gregorio VII che fu, non a caso,  anche priore benedettino della romana basilica di San Paolo: Quod catholicus non habeatur qui non concordat Romanae ecclesiae. Non è universale quello che non concorda con la chiesa di Roma.

         Ma concordare con la chiesa di Roma è molto difficile, soprattutto quando sistematicamente viene falsificata la storia. Il monachesimo occidentale non si può ridurre a san Benedetto e le radici d’Europa, molto composite e sviluppate nei millenni, ad un cristianesimo dogmatico ed occidentale. Il cristianesimo delle origini è in realtà poligenetico,  plurale e legato ad un ambiente etnico palestinese quanto mai composito. La Palestina, va ricordato è terra di transito e di incrocio per le carovaniere che trasportano merci, culture e religioni dal Baltico allo Yemen e viceversa, dall’estremo Occidente all’estremo oriente e viceversa.

Del resto Benedetto XVI ama raccontare le favole, come nella preghiera iniziale della Via crucis del marzo 2008, quando disse testualmente ci troviamo riuniti in questo giorno, in quest’ora e in questo luogo, che ci ricorda i tanti Tuoi servi e serve, che, secoli orsono, tra i ruggiti dei leoni affamati e le grida della folla divertita, si sono lasciati sbranare e colpire a morte per la fedeltà al Tuo nome.  Ha visto troppi films tipo Ben Hur, dal momento che martiri cristiani sbranati dai leoni affamati al Colosseo non ci sono mai stati.

Ma si potrebbero citare un’infinità di fatti.

Certo può apparire singolare, ad esempio, l’attenzione posta da Benedetto XVI, fin dalla sua elezione a pontefice, al culto di Santiago. Un sito geografico, che per millenni ha richiamato l’attenzione dell’uomo,  viene sacralizzato con la tomba (?) in un Apostolo. E’ curioso notare che  persino san Paolo aspira tanto ad andare in Spagna, più che a Roma, dove progetta di fermarsi solo come tappa per quel viaggio ai confini della terra. Forse non ci arriverà mai se è vero che l’anno della sua morte va anticipato di molto. Del resto Paolo si forma in Anatolia, lontano dai miti greci e presto si allontana dal giudaismo che pure conosce bene.

 

E’ curioso notare che sono molti i personaggi della storia (basta ricordare Attila o San Francesco) che sono portati a seguire l’istinto atavico di muoversi secondo il cammino del sole, che da molti millenni portava  all’estremo occidente, forse a voler raggiungere gli estremi confini della terra conosciuta, vale a dire le coste spagnole dell’Atlantico. Dall’estremo Oriente all’estremo Occidente si va a vedere il sole che si getta nel mare e feconda la terra. E’ un “pellegrinaggio” agli estremi confini della terra mai devozionale, ma conoscitivo, partecipativo.

 

Il volume  di Roberto Lavarini, Il Pellegrinaggio Cristiano, Marietti 1820, Genova 1997, in uso all’Università cattolica di Milano, evidenzia che “il cammino verso Santiago…risale probabilmente al 20.000 a.C.”  Nell’VIII secolo d.C. e per motivi tutti politici fu cristianizzato. I tanti finis terrae furono unificati in un’unica sede: Santiago con la presunta inventio della tomba di San Giacomo.

Una conferma che le radici d’Europa sono molto composite e si sono sviluppate nei millenni.

Forse è arrivato il momento di riproporre una riflessione a tutto tondo sul monachesimo. Molto lentamente, quasi in sordina ed in modo colto, senza parlarne troppo in giro, ma certo favorito dai forti flussi migratori, riparte il riconoscimento (che sembrava cosa fatta agli inizi degli anni Sessanta) che la storia della cultura, della religiosità e della spiritualità non comincia certo con Abramo e cancellando la staordinaria koiné palestinese-indo-iranica-mesopotamica detta spregiativamente  la mitologia babilonese che data di alcuni millenni (almeno dall’VIII-VII millennio a.C.).

La storia dell’uomo non si esaurisce certo nella tradizione giudeocristiana, riproponendo il mito del “miracolo greco” (ma come vedremo l’identificazione del cristianesimo con le categorie filosofiche greche avvenne solo con Nicea) ed il tema della centralità dell’Europa.

         Qualcuno prende coscienza che il mondo antico è molto diverso da come lo descriviamo, che esistono tante altre culture e civiltà e che le origini del cristianesimo sono plurali (cfr.Enzo Bianchi, Un solo Dio, molti modi per dirlo,  “LA STAMPA” di  sabato 25 settembre 2004, p.26 : « fin dalle origini il cristianesimo è plurale»). Va ricordato, ad esempio. che anche i barbari invasori erano ariani, cioè cristiani.

“L'immagine di un Medioevo monastico interamente benedettino è un luogo comune, tanto inveterato quanto storicamente falso. Essa ha lusingato in particolare la storiografia italiana, che ha alimentato a lungo il mito di san Benedetto padre del monachesimo occidentale, della civiltà religiosa medievale, dell'Europa tout court”. Così scrive S. Pricoco , correttamente, nella introduzione al libro "LA REGOLA DI SAN BENEDETTO E LE REGOLE DEI PADRI" (Fondazione L. Valla - A. Mondadori Editore). E subito dopo aggiunge:” In realtà, l'osservanza benedettina trovò diffusione largamente europea solo a partire dall'età carolingia, per l'opera riformatrice di un patrizio visigoto, Benedetto abate di Aniane, che ridusse i monasteri dell'Impero a unità legislativa applicando le direttive politiche di Carlo Magno e Ludovico il Pio. Prima di allora, tra il V e l'VIII secolo, numerose regole circolarono nell'Occidente. Una trentina di esse sono pervenute sino a noi”.

Tutto vero, ma c’è un’omissione di grande portata: l'osservanza benedettina trovò diffusione largamente europea solo a partire dall'età carolingia. Il Concilio di Aquisgrana dell’817 impose la regola di san Benedetto e fu un fatto politico, ma in Spagna, questa diffusione iniziò solo a partire dal X secolo, ed è andata avanti molto lentamente, e violentemente. Gli storici più accorti parlano normalmente per il X SECOLO di“irruzione cluniacense, e di “invasione franca”.

 

Questo forse è il motivo vero della tanta attenzione dei romani pontefici verso la Spagna.

 

Si può ben dire che in Spagna, prima della cacciata di ebrei e musulmani, nell’XI secolo, con l’ “irruzione cluniacense” dei benedettini, ci fu la cacciata di monaci cristiani, legati alla chiesa isidoriana. E le documentazioni non mancano. Intere comunità di monaci fuggirono in Africa; poi si insediarono a Cipro e di lì tornarono nell’Europa centrale dove dettero vita (soprattutto in Germania) a numerosi ed importanti complessi monasteriali. Isidoro è un continuatore, ma non un discendente dallo stato romano.

 

Ad evitare fraintendimenti va ricordato

a) che i monaci, abate compreso, sono dei laici. L’abate è un’autorità politica, non religiosa.

b) che i primi “monaci” e “monache” non sono dei religiosi, ma sono inizialmente gli uomini e le donne (lontani da ogni tentazione religiosa) “espulsi” dalla società, i più poveri dei poveri (si pensi anche alle vedove ed alle ragazze madri), coloro che non possono nemmeno pagare le tasse (questo secondo l’egittologo Donadoni il significato di anacoreti), costretti a vivere fuori delle mura delle città, a cercarsi ripari naturali e a cibarsi dei frutti spontanei della terra.

c) che nei primi secoli queste comunità assumono naturalmente connotati spirituali, richiamandosi direttamente alla predicazione evangelica (il discorso della montagna).

Solo tra lo scadere del IV secolo (anche a seguito del Concilio di Nicea e dell’adozione delle formule della filosofia greca per spiegare le verità della fede) e i primi anni del V si colloca la prima generazione di regole latine. Allora il monastero diventa sempre più “unità di produzione”, uno “spazio economico”, spesso, ma non sempre, un’impresa familiare in mano a nobili famiglie. La Regola è un trattato di amministrazione dello “spazio economico”, e l’abate deve difendere con capacità e competenza i beni del monastero ed è custode e garante dei diritti della comunità. Naturalmente esiste un “monachesimo” misto, fatto di uomini e di donne. Il ruolo della donna, dei monasteri misti, del predominio della “badessa”sull’”abate”, sono tutti temi che meritano un approfondito esame.

 

Se l’esistenza o meno di San Benedetto rimane comunque una “questione da studiosi”, che non cambia il corso della storia, rimane certo che tra lo scadere del IV secolo e i primi anni del V secolo fu dato il via ad un grandioso processo di romanizzazione del cristianesimo e delle pratiche religiose e della spiritualità (e la loro clericalizzazione) presente nel continente europeo  e che questo processo fu realizzato in gran parte attraverso il nuovo ordine del monachesimo occidentale dei benedettini. A partire poi dall'età carolingia, l'opera riformatrice di un patrizio visigoto, Benedetto abate di Aniane, ridusse i monasteri dell'Impero a unità legislativa applicando le direttive politiche di Carlo Magno e Ludovico il Pio.

L’impero romano rispettò le culture, le civiltà, la spiritualità, le attese e le pratiche religiose dei popoli sottomessi; l’imperialismo della chiesa di Roma non le rispettò. L’imperialismo romano si accontentò di controllare i centri del potere. L’imperialismo della chiesa spinse il suo controllo sulle coscienze fin nelle camere da letto. L’abate, fino allora un laico, è sottoposto al vescovo, o diventa lui stesso vescovo. La regola di san Benedetto fissa l’obbedienza gerarchica.

d) che un ruolo determinante dovettero avere quella che chiamiamo la chiesa apocalittica giovannea (e la chiesa isidoriana, così legata all’Apocalisse), e l'Asia Minore, la Siria, la Palestina, la Mesopotamia, l’Armenia, l'Egitto, l’Etiopia, e le tradizioni cristiane che si svilupparono in quelle regioni e si diffusero in Asia ed in Africa. Ma anche l’Anatolia ed i Paesi dell’Europa lungo il Danubio e sulle coste del mar Nero (alle origini un lago d’acqua dolce non comunicante con il Mediterraneo).

e) che va valutata la straordinaria funzione che ebbero le regioni “celtiche” europee (anche in età cristiana) ed in particolare la Francia, la Spagna e l’Irlanda.

 

f) che si vive in uno società estremamente eterogenea, con relazioni pacifiche tra goti e romani e con una convivenza di gruppi diversi etnici e di credenti.

 

       Guardando con occhi meno ingenui ai primi secoli del cristianesimo,  scopriremo che la tradizione benedettina non è proprio così gloriosa come la si vuol presentare. Per dare radici cristiane all’Europa, (ma radici strettamente occidentali, cioè latino-greco-giudaiche, di una religione che occidentale non era), i benedettini estirparono radici estremamente composite, anche cristiane (gli ariani, ad esempio,  erano cristiani di una cultura non greca e per questo meritarono lo sterminio e il martirio), per riproporre con una schiumosa intolleranza solo una lettura greco-romana e monogenetica del messaggio di Cristo.  I benedettini cancellano quel  complesso sistema di integrazioni e di interazioni che si è sviluppato nel Mediterraneo,  una piccola porzione dell'universo mondo, nel corso dei millenni, dal più lontano Oriente, attraverso l'India e l'Asia centrale, alla Persia ed al Vicino oriente, all'Egitto, all' Etiopia, all'Africa, all'Europa ed all'estremo Occidente. E si è sviluppato in una dimensione globale e nel particolarismo di tanti «diversi» popoli, civiltà, culture, stili di vita, religioni, che non si espressero con il pensiero verbale e con la scrittura. Esistono, insomma, «altri» popoli, «altre» culture ed «altri» aspetti del pensiero umano, del Primo millennio e della nostra epoca, estranei al greco-latinismo. M. Jousse, gesuita, antropologo, amico di Theilhard de Charden  nota in proposito: «Si commette un grave errore a voler ridurre tutto al solo greco-latinismo, che rappresenta una cultura, un aspetto del pensiero umano senza dubbio assai ricco... ma anche altri popoli hanno pensato…».

       Bellarmino Bagatti, per tanti anni direttore dell’Istituto Biblico di Gerusalemme (Alle origini della chiesa, II, libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1982, pp23-24) chiarisce, insieme a tanti altri studiosi, che il Concilio di Nicea, approfondisce “ la divisione fra i due ceppi della chiesa”, e che “Fu introdotto nelle regole di fede la parola “omousio” non usato nella Bibbia che iniziò la maniera di spiegare le verità cristiane con l’aiuto della filosofia greca. Nei Concili seguenti si andrà avanti per questa via, ma tagliando fuori una comunità dietro l’altra”.

Come dimenticare che molte comunità scelsero (anche in Spagna) la lettura liturgica dell’Apocalisse, al posto degli Atti degli Apostoli, che già miravano a dare al Vangelo una base latino-greco-giudaica?.

        

         Ricordiamo: tagliando fuori una comunità dietro l’altra.

       Ecco, tra le tante cose, il Concilio di Nicea (ricordiamolo, siamo già nel IV secolo) introdusse le categorie filosofiche greche, anzi le rese esclusive per spiegare il messaggio dei Vangeli che era molto lontano dalla “cultura” greca (tanto è vero che la maggior parte delle testimonianze furono anatemizzate proprio perché lontane dalla categorie di pensiero greco) e per proporre, alla maniera imperiale, un’organizzazione della struttura ecclesiastica del tutto assente nella tradizione plurale dei primi secoli.

         Gesù, sostiene Jousse (L’antropologia del gesto, Ed.Paoline, 1976), non ha formato degli scribi, ma dei talmid, degli apprenditori a memoria, che diverranno gli inviati, gli apostoli, portatori della sua besôretâ-vangelo, il suo annuncio orale. "Nel rabbi la parola è soltanto la verbalizzazione del gesto. Da Betlemme: è partito non uno scriba di manoscritti, ma un contadino creatore di gesti vivificanti”. Non a caso Gesù parlava in aramaico, in una lingua certo della povera gente, ma anche dei commerci (la Palestina era terra di passaggio) e la lingua sacrale delle tante religioni che si svilupparono nell’ambiente palestinese e siriaco. Le vie dei pellegrinaggi, non va dimenticato, coincidevano nella sostanza con le vie dei commerci. Secondo C.M.Martini, Il lembo del mantello, p.36, 1991 “La Parola, il Logos di Dio, la manifestazione suprema del Padre, la manifestazione perfettissima di Dio, si è rimpicciolita. La Parola universale si fa particolare nel suono del dialetto parlato da Gesù. Ma l’aramaico non è una piccola lingua del tempo, ma l’insieme delle lingue che accompagnate e rese comprensibili dai gesti vivificanti, si praticavano lungo le vie carovaniere.  Ed è all'ambiente etnico aramaico e palestinese e non greco che bisogna guardare per capire la straordinaria diffusione già nel primo secolo del messaggio di Gesù.

 

         Le premesse per una lettura che oggi chiamiamofondamentalista” furono numerose dal V secolo in poi. Nel VII secolo non si sottrasse neppure S.Isidoro (sobre los oficios eclesiasticos, I, 1,3) “in lei esiste una dottrina generale (cioè cattolica) per istruire gli uomini sulle cose visibili e invisibili, celesti e terrene” (cfr. San Isidoro, doctor Hispasniae, catalogo de la exposicion, Sevilla 2002).

 

         Un benedettino illustre, diventato papa con il nome di Gregorio VII, vedendo ormai la “soluzione finale”, ordina nel 1074, di sostituire il “romanum ordinem al “ghoticum officium”, prima di emanare il suo Dictatus del 1075 (quod catholicus non habeatur qui non concordat Romanae ecclesiae). Per essere cattolici, cioè universali, bisogna dunque essere romani, alla faccia delle mille e mille culture del mondo.

 

         Non a caso Hans Küng, all’intervistatore che gli chiedeva se gli “è mai passato per la testa che Joseph Ratzinger potesse diventare un teologo conservatore” ha replicato: direi fondamentalista”. (Il Nuovo papa, le testimonianze, a cura di Paolo Valentino, nel Corriere della Sera, sabato 23 aprile 2005, p12).

 

         I.Silone, (l’avventura di un povero cristiano, A.Mondadori editore, 1986, p.29) ricorda che “…La storia dell’utopia è in definitiva la contropartita della storia ufficiale della Chiesa e dei suoi compromessi col mondo. Non per nulla la Chiesa, da quando si fondò giuridicamente e si sistemò col suo apparato dogmatico ed ecclesiastico, ha considerato sempre con sospetto ogni resipiscenza del mito…”.

 

         L’utopia  non riguarda  solo la tradizione cristiana dei primi secoli (fin dagli atti degli apostoli) che  pone l'accento sulla necessità di collegare l'io individuale all'io sociale, al punto che si può parlare serenamente di comunismo cristiano.

 

         L’utopia riguarda tante altre cose. Ad esempio il sacerdozio. S. Paolo (o più probabilmente uno dei suoi “discepoli”, seguace del suo insegnamento), Lettera agli Ebrei, versetto 4, capitolo 8, ricorda esplicitamente che “Se fosse sulla terra, Gesù non sarebbe nemmeno sacerdote”. Il sacerdozio è assente dalla parola, dalla prassi, dal pensiero di Cristo. Gli è addirittura contrario. E’ stato introdotto nella Chiesa molto tempo dopo la morte degli apostoli.

         Riguarda le ideologie e i dogmi che derivano dai miti giudeo-cristiani: il peccato originale da cui scaturisce il senso di colpa e il dominio dell’uomo sulla donna;  Sem il benedetto e Cam il maledetto da cui proviene il razzismo bianco; il popolo eletto, la terra promessa, il tempio, i sacrifici, e i sacrificatori da cui derivano il sionismo e il sacerdotalismo.

         L’utopia riguarda il modo con cui è "percepito" il messaggio evangelico di Gesù (tramandato da mille rivoli "orali" poi messi per iscritto in mille vangeli), un messaggio  poligenetico, inserito in Culture e religioni che convivono, si intrecciano e si con-fondono per rispondere alle mille «sensibilità» dei popoli, delle etnie, delle tribù, dei gruppi «sociali». Le mille «culture» della terra, a cominciare da quelle infinitamente maggioritarie dei diseredati e dei contadini,  sono «ragione ultima» del messaggio di Gesù. La tradizione giudeo-ellenistica, anche se vincente, è una delle tante tradizioni.

 

         Conseguentemente riguarda le eresie: nella storia del cristianesimo, tutti quelli che la Chiesa ufficiale ha rifiutato come eretici, erano portatori di verità, cominciando dai popoli d’Egitto, dell’Etiopia, dell’Armenia, della Siria, che rifiutarono l’imperialismo delle grandi Chiese di Roma o di Bisanzio. Le dispute (Ariani, Nestoriani, Donatisti, Manichei, ecc.ecc.) spesso non hanno niente di spirituale o di teologico, riguardano esclusivamente il “potere”.

         L’utopia riguarda l’idea di Chiesa. Gregorio Magno, da molti indicato come l’organizzatore del potere temporale della Chiesa di Roma, e, aggiungerei,della “romanizzazione”del monachesimo, alla fine del VI secolo (!), come ripeteva dEmilio Gandolfo, identifica la Chiesa con l'intero genere umano (Cfr. In Cant., 13): "Immaginiamo il genere umano tutto intero dall'inizio del mondo sino alla fine, cioè tutta la Chiesa, come una Sposa unica che aveva ricevuto l'anello del fidanzamento sotto forma di dono spirituale mediante la Legge; tuttavia, era la presenza del suo Sposo ch'ella desiderava...". Io aggiungevo: "i confini giudeo cristiani, per la chiesa delle origini sembrano proprio angusti".

         L’utopia riguarda i continui riferimenti per così dire “sessuali”, che ricordano come anche nella cultura del cristianesimo primitivo l’atto sessuale è un atto sacrale. Non è certamente un caso se nei bestiari romanici è spesso presente (sono poco meno di 200 le testimonianze rimaste) una figura di donna con la “matrice”, la vulva bene evidenziata. E’ la potenza dell’atto generativo ed una testimonianza dell’antica sacralità della donna, della vulva, del mestruo: il linguaggio della divinità era in origine femminile.

 

Potremmo continuare per pagine e pagine. Scopriremmo molti dei motivi che facevano di don Emilio Gandolfo un prete scomodo, al punto di meritare quel feroce martirio, ma fermiamoci per ora sul monachesimo, giacché il nuovo papa ha scelto di chiamarsi Benedetto.

 

Sappiamo molto poco del cristianesimo dei primi secoli. J.-Yves Leloup, prete ordosso francese, Il Vangelo di Filippo, Edizioni appunti di viaggio, Roma 2004, p23, ricorda che “il cristianesimo è una religione, se non proprio sconosciuta, almeno mal compresa, soprattutto per quel che riguarda le sue origini”. Ma ne sappiamo abbastanza per individuare, almeno nel vicino Oriente, già nell'anno trecento, notizie certe di comunità monastiche. Le origini del monachesimo sono evidentemente collocate nel Vicino Oriente, in quello straordinario composito ambiente palestinese-siro-mesopotamico-iranico, che si cerca di ignorare.

 

 

         Spesso si tende a ridurre il monachesimo alle esperienze consumate nel bacino del Mediterraneo, nell'ambito ellenistico, da pochi anacoreti: Antonio,  Pacomio,  Basilio, i monaci siriaci. E poi c'è la luce di San Benedetto e della sua Regola.

 

         Ma i  precedenti, per capire la nascita della Regola di San Benedetto ed il monachesimo occidentale (ricordando che abbiamo testimonianze solo di alcune culture e tradizioni ) sono molto complessi e certo insufficientemente documentati.

        

La Persia, l'Asia, l'Africa, l'Armenia che fine hanno fatto?

        

         L'esperienza monastica risulta molto diversa da quella comunemente rappresentata, anche ricordando le poche testimonianze note:

 

- Atti degli Apostoli

- Ireneo di Lione (+ 202), discepolo di Policarpo di Smirne, in Asia Minore (+ 156)

- Origene (185-253\4)

- Testi gnostici (va ricordato che sotto il termine di gnosi si racchiudono        almeno sei correnti di pensiero totalmente diverse tra di loro)

- Didascalia degli Apostoli, scritto nella Siria del Nord all'inizio del III secolo

- Cipriano, vescovo di Cartagine e martire (+ 258)

- Basilio Magno, vescovo di Cesarea in  Cappadocia (330-379). Benedetto lo cita espressamente.

- Pacomio (+ 347), egiziano d'origine

- Vita di Antonio (+356)

- Ilario di Poitiers  (315-367)

- Evagrio Pontico (+399)

- Martino di Tours (IV secolo). Nel 360 circa fonda il primo monastero gallico nei pressi di Tours. I Primi monasteri sono vere e proprie comuni.

- 370 Martino vescovo di Tours

- Storia dei monaci d'Egitto

- Egeria (+391\4)

- 391. Il Cristianesimo religione di stato (Teodosio I)

- 395.  La chiesa gallica già quasi completamente organizzata

- Agostino (354-430)

- Giovanni Cassiano (360-430\5)

- Pelagio, monaco Irlandese (400), contro la dottrina agostiniana della grazia

- Vita di  Sant'Onorato di Lérins (davanti a Cannes) (+428)

- 428 Papa Celestino I si lamenta del monachesimo della Gallia “...non cresciuti nella chiesa”)

- Papa Celestino I nel 431 invia Palladio come missionario in Irlanda.

-  Patrizio va missionario in Irlanda (circa 500).

- «nei primi anni del dominio dei Goti», (Teodorico regna tra il 493 ed il 526), eremiti, monaci siriaci in Umbria.

- San Benedetto (-480/547-   o meglio -492/575 circa-), forse è una figura reale, forse è il simbolo di un insieme di monaci che vivevano secondo le norme della "Regola", che promuove un monachesimo occidentale.

- Vita dei Padri del Giura (515 circa)

- Saint Thierry (+ 533)

- San Colombano Maggiore inizia (563) l’evangelizzazione della Scozia

- Longobardi: arrivano dall'Europa nord orientale nel 568. Sono ariani, da poco e superficialmente convertiti.

- San Colombano Minore (cugino del Maggiore) nel 590 passa dall’Irlanda alla Francia: gli insediamenti di Annegray, Luxeuil e Fontaine, Sangallo (lago di Costanza)

- Gregorio Magno, nel libro dei Dialoghi sui miracoli dei padri italici, scritti intorno al 593, fornisce le prime notizie  dell'uomo tanto venerabile chiamato «Benedictus», nato a Norcia.

- Gregorio Magno (597) invia nel Kent Agostino per costruire la chiesa britannica secondo il modello romano

- San Colombano Minore fonda nel 614 il monastero Bobbio (Pavia,), dove muore nel 615

          

A ricordare che Roma  non è più il centro del mondo (semmai lo è stata), nemmeno sotto l'aspetto culturale, c'è il monachesimo, che va sottolineato, è fatto da laici. Anche gli abati sono dei laici. Il monachesimo arriverà direttamente in Europa, dalle vie marittime, ma anche da quelle terrestri, senza la mediazione di Roma, probabilmente in Francia, nel Giura ed in Irlanda.

        

         Martino di Tours (soldato della Pannonia, come a dire un uomo qualunque di qualsiasi parte del mondo), prima di  diventare vescovo è un monaco. E' un seguace di Ilario di Poitiers, che conosceva bene la cultura orientale. Promuove la prima comunità monacale, che ha il carattere di una "comune". Ma la fioritura più "estremista" almeno a giudicare secondo i canoni dell'individualismo di stampo ellenistico del monachesimo, spuntò dal ceppo celtico isolano.

        

         D'origine irlandese era quel Pelagio, "eretico" che sosteneva che l'uomo può vincere il male, solo perseguendo il bene e non con l'aiuto della chiesa. La chiesa celtica era ben più antica di Palladio e Patrizio, che ebbero certamente il compito di riportare sui binari dell'ordine romano i già battezzati.

        

         In Irlanda il richiamo diretto alla predicazione evangelica (giunta attraverso il Mediterraneo, la Francia, la Spagna o attraverso l'Asia Minore, i Balcani, l'Europa continentale - come non ricordare il pellegrinaggio della "monaca" Egeria tra il 380 ed il 383?-. Molti elementi copti e siriaci) trova i punti di forza nella proprietà comune e nell'abate (di regola un laico) che rappresentava tutti i membri della comunità verso l'esterno. Le donne, assai numerose nel cristianesimo delle origini, non furono mai allontanate totalmente.

        

         Il monachesimo, alle sue origini,  è lontano dai dogmi e dalle gerarchie  e quindi, anche, dalle “eresie”: guarda all’antropologia, prima che alla teologia. La evangelizzazione si diffonde esclusivamente attraverso la persuasione. La fede antica si salda con la fede nuova, più che altrove.

        

         Il monachesimo, lontano dal dualismo greco della contrapposizione tra anima e corpo, arrivò, per quel poco che ne sappiamo, in Europa direttamente dall'Egitto, poi provenendo direttamente dalla Siria, si diffonde in Italia a cominciare dall'Umbria. A Norcia nel quarto secolo vive una delle tante comunità monastiche siriache.  Secondo Gregorio Magno (Dial 3, 14-) «nei primi anni del dominio dei Goti», (Teodorico regna tra il 493 ed il 526), nella provincia di Valeria, a 10 kilometri da Norcia, nella Valle Castoriana, vivevano in lauree (in complessi di caverne) alcuni eremiti: Fiorenzo (che vive per tre anni in un anfratto della roccia), Speranza (che muore stando in piedi nell'oratorio e la cui anima si separa dal corpo sotto forma di colomba a significare «con quale semplicità di cuore abbia servito Dio») ed Eutizio che evangelizza i pastori. Eutizio, successore del siriaco Spes, è lui stesso un siriaco. I monaci  (i solitari) umbri, come quelli siriaci vivono ai margini delle città, in ambienti rurali: un insieme di persone vivono in solitudine, singolarmente, ma in "comunità"; hanno in comune alcuni servizi (mensa, lavoro, la cassa economica; ecc:). In Umbria dunque sono arrivati alla fine del V secolo monaci siriaci. Alla Madonna della Stella, presso Roccatamburo, si aprono ancora le celle monacali, scavate nella roccia e disposte a più piani.

        

         La Regola di San Benedetto e Gregorio Magno promuovono un monachesimo occidentale. Gregorio Magno, nello stesso libro dei Dialoghi sui miracoli dei padri italici, scritti intorno al 593, fornisce le prime notizie  dell'uomo tanto venerabile chiamato «Benedictus», nato a Norcia.     

        

         Gregorio si riferisce ad una comunità che viveva a Montecassino, testimone della inculturazione del cristianesimo nella cultura greco-romana. San Benedetto (le date tradizionali della nascita e della morte -480/547-  devono comunque essere notevolmente spostate -492/575 circa-), forse è una figura reale, forse è il simbolo di un insieme di monaci che vivevano secondo le norme della "Regola", che promuove un monachesimo occidentale.

        

         Gregorio Magno è il primo che menziona la Regola di Benedetto, che per il 25% ripete "la Regola del Maestro" (un testo anonimo del V secolo); per il 50% ne è fortemente influenzata; per il 25% è completamente autonoma. E' evidente che in “Benedetto” confluisce e si sintetizza tutta una tradizione proveniente dall'Egitto, dalla Siria, dall'Asia Minore, dall'Africa, dalla Gallia occidentale e meridionale, dal Giura.

        

         La prima diffusione della  Regola avviene attraverso i missionari mandati da Gregorio in Inghilterra (596, Agostino di Canterbury) a romanizzare territori che già conoscevano e praticavano il cristianesimo, probabilmente dal I secolo. Agostino e i monaci romani transitarono per la Gallia, e sviluppano un monachesimo occidentale. Le prime testimonianze in Gallia  Meridionale sono nel 620. E' evidente che, indipendentemente dal monachesimo «greco», a partire dall'Umbria, si sviluppano due filoni del monachesimo:

 

1) orientale, testimonianza di un cristianesimo "sirianizzante", che si è diversamente inculturato fin dal primo secolo in tante culture diverse. Il centro è l'abbazia di Sant' Eutizio (in Val Castoriana), che, benché non citata da nessuno dei manuali scolastici ed accademici, ebbe una grande ricchezza ed un grande ruolo nella diffusione della cultura religiosa e laica. Lo scriptorium non fu secondo a quello di Montecassino tra il X ed il XII secolo. I pochi libri rimasti sono nella biblioteca di Spoleto e nella Vallicelliana di Roma. Alla cultura di Sant'Eutizio si rifanno Federico II e Francesco d'Assisi, che non a caso trova la sua ispirazione in Martino di Tours, un soldato di origine ungherese direttamente legato alla cultura siriaca.

 

2) occidentale, che si diffonde in Europa con Gregorio, il cui papato coincide con l'avvento e il predominio dei Longobardi. Con il monachesimo occidentale, Roma ridiventa almeno il centro religioso. Gregorio Magno, ha un forte rispetto per i "diversi", sdrammatizza i rapporti tra cattolici ed ariani; tra cattolici e pelagiani, riconoscendo le tante culture. La chiesa di Roma, ormai strutturata, si adoperò presto per allineare i monaci (che, va ricordato, sono fino a quel punto, dei laici) all'autorità episcopale. Il cristianesimo dell'Occidente diventa essenzialmente urbano, mentre quello dell'Oriente diventa essenzialmente rurale. Il compito dei benedetti, dei monaci occidentali non è quello che evangelizzare l’Europa, già cristiana, ma di romanizzare i cristiani.

 

         E il nuovo papa, un fondamentalista, si rifà appunto a san Benedetto. Riconduce tutto a Roma ed all’Europa romana. Si sente il Dictatus di Gregorio VII (quod catholicus non habeatur qui non concordat Romanae ecclesiae). Per essere cattolici, cioè universali, bisogna dunque essere romani, alla faccia delle mille e mille culture del mondo.

Considerazioni approfondite merita il monachesimo spagnolo (stremante composito) e la chiesa isidoridina. Sono evidenti due influssi: l’uno che proviene dall’Africa del Nord, di ispirazione agostiniana, l’altro celtico.

Inoltre capita un avvenimento destinato a caratterizzare i furti rapporti tra cristiani e musulmani. Nel 619 c’è un’assoluta contemporaneità tra il II Concilio di Siviglia, presieduto da Isidoro di Siviglia e che già denuncia le forti innovazioni sancite dal III Concilio di Toledo del 633, e, nell”anno del dolore” il viaggio notturno e l’ascensione del Profeta Maometto.

Beato è il prete-monaco forse più noto dell’altomedievo spagnolo. Vive in uno dei tanti conventi “agostiniani” legati alla tradizione isidoriana ed all’Africa del nord, a testimonianza di una chiesa che non è né romana, né bizantina.  Esistono molti tipi di conventi:  misti, duplici (spesso conventi familiari), in cui convivevano sotto l'autorità della badessa monaci e monache.

Sorpresa! Ma non ci raccontano che in quest'epoca ci sono solo i monaci benedettini? E infatti qualcuno dice che Beato era un benedettino (ma i benedettini entreranno in Spagna, come ricordato,  solo qualche secolo dopo), qualcun altro dice che fu abate di Valcavado e lo confonde con S.Biego, la cui festa è il 1° maggio (forse Obeco, un copista del monastero di Valcavado) ecc.ecc. E non ci raccontano che i monaci e le monache sono rigidamente separati?

Le cose sono un po’ diverse (cfr. Monjes y monasterios hispanos en la Alta Edad Media, Aguilar de Campo (Palencia) 2006).

 

La nascita del fenomeno monastico in Europa è complesso (basti pensare alle comunità di Lerin, a Cassiano, all’influenza siriana ed africana, a Martino di Tours). Il termine anachoresis, come ricordato, ebbe all’origine in Egitto, con  un significato economico: così denominavano quelli che fuggivano dalla città perché non potevano pagare le tasse. Molti, dalla Spagna, viaggiavano in oriente e grande sarà l’influenza dell’Africa. Le prime esperienze monastiche in Spagna sono legate al fenomeno (celtico) priscilliano (345 – 385), che molti si chiedono se fu un’eresia o un fenomeno sociale.

 

Nel Concilio di Zaragoza (380) appare la prima volta il termine monachus.

 

 Ildefonso (607 – 667 ) dice che Donato  venne dall’Africa con 70 monaci ed una grande biblioteca  e con Minicea, una donna di buona famiglia. Donato è il primo che formula una regola, giacché la regola di Benedetto di Norcia non ebbe in questi secoli nessun effetto speciale in Spagna. Il pannonio Martin arriva in Galizia intorno al 550.

 

Solo nel X secolo ci sarà l’irruzione dei monaci di Cluny, ma la penetrazione dei benedettini fu lenta, avvenne, a poco a poco, dando luogo a regole miste; si propagò, ma non dominò. Prima dell’irruzione cluniacense c’è solo il monacato pattizio e familiare della Regola Comune di Fructuoso. Molti monasteri sono duplici e misti.

 

Dal VII secolo coesistono molte “regole”. Nel 615-6 è elaborata la regola di Isidoro, che è un fenomeno sociale, un trattato di amministrazione di uno spazio economico, come le grandi proprietà basso imperiali.

 

Nel 646 è definita la Regola Comune di Fructuoso  che sarà detto il padre del monachesimo spagnolo. Gli elementi ispiratori sono “agostiniani”.

 

Un monastero si costituisce quando un gruppo di persone (spesso della stessa famiglia) stabilisce delle norme. E’ cioè l’inizio di un’impresa, anche economica, familiare.

 

L’abate ha un’autorità politica e non religiosa e nel 546 il Concilio di Lerida riconosce ai monasteri grandi strutture proprietarie indipendenti dai vescovi e dalle proprietà diocesane.

 

C’è una pluralità di monacati. E’ una realtà plurale, senza grandi originalità nell’aspetto spirituale, ma  con un adattamento alla realtà sociale ed economica dell’epoca. Schemi organizzativi diversi hanno una grande influenza nella vita pubblica.

 

La venuta dei musulmani non interruppe né nell’Andalus, né nel resto della Spagna la vita monastica, né cambiarono le norme che i fondatori avevano elaborato.

 

I vari concili riconoscono la vita eremitica, ma stabiliscono che il monaco eremita, prima di vivere in solitudine (e di avere seguaci e discepoli), per ovvii motivi di controllo politico, deve aver fatto un’esperienza cenobitica, cioè controllata. Solo in questo caso si è eremiti onesti. Quelli che sono diventati eremiti senza aver fatto prima vita cenobitica sono definiti disonesti. San Millan, ad esempio, che tanta parte ha avuto nel medioevo spagnolo, è un eremita disonesto.

 

La indipendenza da Roma è sostanziale e rivendicata con forza. Quando nel 638 a seguito del IV Concilio di Toledo il papa Onorio I critica le scelte troppo tolleranti della chiesa cattolica nei confronti degli ebrei, Braulio, vescovo di Saragozza, discepolo ed amico di Isidoro, risponde: non abbiamo bisogno delle direttive di Roma

 

E’ vero che Il Concilio di Aquisgrana  (817) impone in Europa (ma con scarsa fortuna in Spagna) la regola di San Benedetto e stabilisce obblighi vassalatici. Va rilevato che esistono in Spagna ricche biblioteche, (fino a 40 volumi) tra l’altro con testimonianze della chiesa africana, ma che le bibbie complete sono molto poche, a testimonianza dello scarso interesse per il Vecchio Testamento.                                                                                     

 

Alcune date

 

Priscillano 345 – 385

Pelagio 354 – 427

Donato 270-355 (315 vescovo di Cartagine)

Ticonio  330

Agostino, Tagaste 354 – Ippona 430

Ilario di Poitiers       +367

Martino di Tours       +397

Ambrogio      +397

Girolamo       +420

Turibio de Astorga  (festa il 16 aprile) nel V secolo, si oppose al priscillanesimo.   

Millán de la Cogolla (monte a forma di cappuccio, cocolla) 473-574  (12 novembre)

Isidoro   580 – 4 aprile 636  

Braulio.. – 18 marzo 651 scrive la vita di san Millán

Fructuoso, Toledo, inizi VII secolo - 16 aprile  665. Regola Comune, padre del monachesimo.spagnolo

Ildefonso   607 – 667  (23 Gennaio)

589 conversione di Recaredo

 

v i monaci, abate compreso, sono dei laici.     L’abate è un’autorità politica, non religiosa.

v tra il V e l'VIII secolo, numerose regole circolarono nell'Occidente.Una trentina di esse sono pervenute sino a noi”.

v solo tra lo scadere del IV secolo e i primi anni del V si colloca la prima generazione di regole latine.

v l'osservanza benedettina trovò diffusione largamente europea solo a partire dall'età carolingia.. Solo nell’817 il Concilio di Aquisgrana  impose la regola di san Benedetto (e fu un fatto politico), ma in Spagna, questa diffusione iniziò solo a partire dal X secolo, ed è andata avanti molto lentamente, e violentemente. Gli storici più accorti parlano normalmente di“irruzione cluniacense, e di “invasione franca”.

 

Tutti temi che il papa di Roma sistematicamente ignora.

 

 

Raccontando tante bugie e menzogne, chissà dove vogliono arrivare, ma soprattutto c’è la chiedersi a che servono di fronte al messaggio evangelico:

IO SONO VIA, VERITA’ E VITA.

 

Questo scritto non è un saggio, ma un’elencazione di temi che meritano studio ed attenzione, e di suggerimenti per giovani studiosi per superare il “furto della storia”, se non altro per cancellare l'immagine di un Medioevo monastico interamente benedettino, che è un luogo comune, tanto inveterato quanto storicamente falso.

Sono suggerimenti anche per quei cristiani impegnati che (Cicero pro domo sua) sembrano interessati soprattutto a contrastare il potere delle gerarchie cattoliche, per sostituirsi a loro, ma che condividono la “sacra violenza dei santi” che mira a riservare il potere, con grandi menzogne storiche, a pochi eletti.

A.Thiery, Novembre 2010