Suo figlio è completamente scemo

 

Solstizio e natale

 

Nel mondo mediterraneo un ruolo determinate ed antichissimo ha la festa solstiziale. Per millenni gli uomini, la cui vita è legata al corso degli astri, del sole, della luna, delle stelle, hanno guardato con sgomento e poi con gioia al solstizio d'inverno.

A metà inverno i giorni diventano sempre più corti ed il sole si abbassa sull’orizzonte sempre di più, sembra che debba morire, scomparire: è il terrore. Poi ci sono  diversi giorni d’apparante immobilità, quando il sole finalmente cessa di abbassarsi. Poi ricomincia ad alzarsi; le giornate tornano ad allungarsi, il sole torna a dar luce e calore, rinasce. Finisce la paura ed esplode la gioia; non c’è più il pericolo della morte del sole. Questa è la festa del solstizio d’inverno.

Nasce anche una religiosità legata ovviamente alla Madre Terra ed alle acque, ai fiumi ed alla fertilità. Per molti millenni il linguaggio della divinità fu al femminile,che prese molti nomi a seconda delle etnie, e, quindi, si venerarono molte dee. Poi nel mediterraneo arrivarono dal basso Volga, a ondate lungo un periodo di circa duemila anni (a partire dal 4500 a.c.), tribù guerriere, distruggendo tutte le civiltà fondate sul culto della dea, che venne sostituito dal potere della spada e dalla terribile immagine del possente guerriero maschio: il dio degli eserciti. La dea venne sostituita da figure divine maschili, e alla fine dall’onnipotente ed autoritario dio padre, il dio degli eserciti. Persino lo Spirito di Dio che aveva un nome femminile (Ruha) divenne in greco un nome neutro, il paraclito, e poi nel mondo romano, maschile: spirito santo. Il solstizio viene variamente collegato alla caverna cosmica, a seconda dei tempi e dei culti, alla celebrazione della nascita,  di molte divinità. Ricorderò solo alcune di quelle contemporanee a Gesù quali Dioniso, Horo e Mithra,  la cui nascita in una grotta viene celebrata il 25 dicembre. Nasce da  Anahita, venerata come la vergine madre di Dio, poi dal IV secolo Cristo ha sostituito Mithra, e la vergine Maria ha sostituito la vergine Anahita e con il bagaglio della religione cattolica: io accumulo, mia moglie fa l'elemosina e insieme ci guadagniamo il paradiso.

La chiesa cosiddetta di Cristo, in realtà di Costantino, l’ho sperimentato di persona al funerale di mia moglie, (privata nell’omelia funebre di ogni dignità e personalità) divenne parte di questo processo maschilista e imperialista, che non fu altro che una prosecuzione dell’impero romano. Usurpò il potere alla gente per concederlo a un’elite autoritaria, maschilista e patriarcale.

La celebrazione liturgica fissa del natale fu definita  solo nella chiesa romana e solo nel iv sec. La natività fu fissata al 25 dicembre, secondo la tradizione , da papa giulio i (337 - 352), considerato nei secoli successivi uno dei fondatori della chiesa romana, che non prevedeva s.Paolo, come conferma, il mosaico absidale di santa Maria in Trastevere..

Era stato emanato da poco l’editto Milano (313) e si era appena concluso il Concilio di Nicea (335), che introdusse le categorie filosofiche greche per spiegare le verità della fede cristiana. Era in corso la violenta “campagna” contro le altre religioni presenti numerosissime a Roma e nei confini dell’impero. Cristo sostituisce Mitra. I cristiani, dice Michele Amari, furono martiri e martirizzatori.

Clemente Alessandrino (II-III secolo), vescovo della grande città del Mediterraneo,  riportava la data al 18 novembre; Cipriano da Cartagine (210-258) datava la nascita al 28 marzo; il grande prete romano Ippolito (III secolo) il 2 aprile, e così via.

Tempio a Kangavar (Persia) dedicato ad Anahita:Dea delle sorgenti d'acqua, della fertilità e della maternità, incarnava le qualità fisiche e metaforiche di Guaritrice, madre e protettrice della sua gente, Anahita venne adorata in tutto l’impero persiano per parecchi secoli. “Grande signora Anahita, datrice di vita e di gloria alla nostra nazione, madre della sobrietà e benefattrice dell’umanità”: così gli armeni invocavano la loro Dea adorata.
Essi portavano ai suoi santuari offerte di rami verdi e giovenche bianche e avrebbero volentieri dato in offerta anche se stessi.
Nella religione misterica del mitraismo Anahita era nientemeno che l’immacolata Vergine  madre del dio Mithra. Ma va ricordato che vergine significa primipara, che non ha ancora partorito. Mitra nasce dunque in una grotta il 25 dicembre da Anahita, venerata come la vergine madre di Dio: è il primogenito, poi dal IV secolo Cristo ha sostituito violentemente Mitra. I cristiani, dice Michele Amari, furono martiri e martirizzatori e la vergine immacolata Maria, con il Concilio di Efeso, ha sostituito la vergine Anahita ed i suoi attributi. La terminologia cristiana della vergine  Maria è fortemente legata a questa dea che era insieme madre e vergine immacolata.

 

 

 

 

 

Questo è un pezzetto dell’invito per il battesimo di Filippo, il 21 giugno 1970. E’ ben evidente che già 40 anni fa ritenevamo la chiesa romana frutto delle scelte politiche e di potere di Costantino e che la casa generalizia dei paolini, Villa Bassi, era, spregiativamente detta “da le gatte viola”, alludendo alle signorine della Compagnia.

Emilio ben conosceva questo invito e non fece nessuna osservazione.

Come si fa a dire che non sono degno di Emilio?

 

 

 

 

«Quando leggo il catechismo del concilio di Trento – scriveva S.Weil– mi  sembra di non aver nulla in comune con la religione che vi è esposta».

Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”. (Mc 16, 15-18). Disse loro: Predicate il vangelo, non il catechismo o la teologia della chiesa cattolica o delle varie confessioni che si dicono cristiane. Quando leggo gli scritti o vedo i comportamenti di Claudio, Silvano, Giuseppe, Paolo, Pietro, Daniele sono certo che non c’è nulla in comune con IL VANGELO e molto poco con il ricordo di dEmilio Gandolfo, di cui abbiamo raccolto per 40 anni molte sue idee, confidenze  e molti sfoghi di prete scomodo all’interno della sua compagnia. Perché abbiamo viaggiato per trent’anni in Europa, e non certo come turisti, spendendo una fortuna, alla ricerca delle “radici”?. Avremmo potuto tranquillamente seguire le ”disonestà apologetiche” di santa romana chiesa, arricchendoci e sistemando i nostri figli fino alla settima generazione. Tra l’altro quando rientravamo in Italia spesso sostavamo da dEmilio, a Bonassola, a Vernazza per commentare con lui quanto di straordinario avevamo visto e che non merita neppure menzione nei manuali scolastici, accademici, ecclesiastici.

Perché abbiamo studiato e ricercato come pochi, tutti i giorni per quarant’anni, nella convinzione che non c’è quasi niente di vero e di cristiano nel catechismo della chiesa cattolica?.

dEmilio e Marina non meritavano di essere ricordati così.

Forse è avvenuto per oscurare lo scenario del drammatico assassinio.

 

 

Questo scrive Giuseppe mandandomi l’articoletto di Pietro sull’Osservatore Romano, confermano i “tagli”. Di Emilio bisogna dare un’immagine non di com’era, ma di come era, ma di come avrebbe dovuto essere.

Ho chiesto invano: ma perché, privo del tutto per motivi genetici e di DNA alla cultura del ragionamento verbale, e capace di esprimermi e di capire solo con un linguaggio ed un  pensiero simbolico, avrei frequentato per 40 anni quel prete abbarbicato alla cultura greco-giudaica (la filosofia greca per spiegare le verità della fede fu introdotta solo da Costantino); geloso del suo sacerdozio (che, come si sa è del tutto estraneo al Vangelo);  che si esprimeva con un “reticolo concettuale”, con la «mente discorsiva, la grande ordinatrice che tutto occulta»  (ma Cristo, era legato all’ambiente contadino, etnico palestinese di lingua e cultura aramaica). Sono proprio uno schizofrenico. Parola di Giuseppe e Pietro. Io un prete ed una regione di quel tipo non li ho mai e non li avrei mai frequentati.

Lettera aperta a papa Bergoglio

 

Signor papa (così avrebbe scritto Francesco d’Assisi, che non fu mai prete, né sacerdote), vorrei ricordare che il 2 dicembre 1999 fu ucciso don Emilio Gandolfo, paolino, ottantenne parroco di Vernazza, massacrato di botte. Triturato, quasi fosse stato rimasticato. Come non ricordare S.Agostino e la ”ruminatio”?.

 

Don Emilio, che considerava mia moglie e me “l’eco più fedele”, era  a noi legato da 40 anni di profonda amicizia e di sistematica frequentazione; abbiamo  raccolto molte sue idee, confidenze  e molti sfoghi di prete scomodo all’interno della sua compagnia.

 

Homo grande, che amava la verità più della vita e rifiutava il “troppo e il vano” (doveva sperimentare su di se che "Questa economia uccide", specie se praticata dai preti), a servizio degli “amici” per le cose di Dio, e perciò, “inutile ed inutilizzato”, si sentì “chiudere le porte in faccia” per tutta la vita, vissuta in un clima di "persecuzione e di ostilità".

 

Ripeteva che «Il Vangelo è la buona novella della liberazione dell'uomo in Cristo. Una liberazione totale, non soltanto spirituale e religiosa ma anche economica, sociale, culturale e politica».(D.Emilio, il Piccolo, maggio 1970)

 

Molto ha gioito, ma molto ha sofferto.

 

Ora viene ricordato non com’era, ma come avrebbe dovuto essere, secondo i precetti della chiesa romana, organizzata, come ben si sa, dall’imperatore Costantino, secondo una logica di potere: clericale, integrista, dogmatico, assolutista, monoculturale, credulone ed ignorante, abbarbicato alla cultura giudaica-greco-romana. Noi un prete ed una religione di quel tipo non li abbiamo e non li avremmo mai frequentati. Ma è così difficile scoprire chi lo ha ammazzato? Quando la vittima è un prete o una monaca, si mobilita il mondo intero. E per Emilio? Neanche a distanza di 13 anni si può sapere qualcosa?.

 

Una mano potrebbe darla il nuovo Segretario di Stato, cresciuto alla scuola di Casaroli e Silvestrini.

 

 

 

 

 

Incontro con un “santo” (?)

 

Nel giorno della festa della Trasfigurazione, Giovanni Paolo II si autoinvitò nella parrocchia rossa di Monteverde, della Trasfigurazione, che si era rifiutata di invitarlo.

Avevamo ben altre cose da fare con i soldi (mi pare di ricordare che la sua visita costava 20 milioni) che lui avrebbe speso in Polonia.

A me, comunista anarchico ben noto (tra l’altro ero cugino di Aldo Rossi, punto di riferimento carismatico degli anarchici italiani), allora in carica come consigliere circoscrizionale del P.C.I.,  membro del consiglio pastorale, toccò il compito di rivolgergli il saluto di benvenuto.

Non ricordo che cosa dissi, ma dovette essere un saluto laico, non deferente, forte e non convenzionale se incontrandolo dopo due/tre ore, riconoscendomi mi disse: noi ci siamo già sentiti.

Strinsi le sue mani tra le mie, al contrario di quanto fanno preti e vescovi dando il “mandato”, cioè sottolineando la propria autorità. Non avevo bisogno di lui. Avevo il “mandato” degli abitanti del mio quartiere.

 

P.S. Va ricordato che nel Vangelo non si parla neppure un volta di sacerdozio. Il sacerdozio è assente dalla parola, dalla prassi, dal pensiero di Cristo. Gli è addirittura contrario. E’ stato introdotto nella Chiesa molto tempo dopo la morte degli apostoli.Ha senso la figura del sacerdote nell'orizzonte cristiano? Nel Vangelo il termine non è mai usato in riferimento ai discepoli di Gesù. I sacerdoti sono sempre la controparte, connotati con un giudizio negativo, sino all'insulto.

 

Nelle “meditazioni riservate a piccoli gruppi di “consacrati/e” non è difficile ascoltare: ….« “Quando lui entra più da vicino e fa la domanda: ma voi chi dite che io sia? Tutto silenzio. Poi la tradizione di Matteo ci ha appiccicato questo solenne (Cfr. Matteo 16, 18-19: Tu sei Pietro……) …per definire la struttura della Chiesa. Ma Marco (Cfr. Marco, 8, 27-30 e Luca 9, 18-21) lascia il discorso in sospeso.»

 

I Vangeli tra il II ed il IV secolo furono manipolati. Molto fu tolto e molto fu aggiunto. Molti, quelli che non accettano le categorie filosofiche greche, furono anatomizzati e scomparvero.

___________________________________________________________________________31 ottobre. Chi poteva immaginare che alti funzionari dello Stato non rispettassero la Costituzione?

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 Caro Antonio,

> ti ringraziamo di poter ricevere oggi questo tuo ricordo / ritratto di Marina, che abbiamo conosciuto di sfuggita e purtroppo superficialmente. Un grande abbraccio a te e ai tuoi figli e anche per Emilio Otto che non abbiamo ancora conosciuto!

> Rita e Pietro Petraroia 

 

Solo ora, in occasione del 31 ottobre, sono in grado di rispondere con più serenità. Usi un tono affettuoso, ma hai cancellato la nostra identità tra gli amici di dEmilio, e con caparbietà, dopo molti anni, difendi quelle manipolazioni

Il 31 ottobre 2002 andammo dal notaio per sottoscrivere lo statuto dell’associazione amici di don Emilio Gandolfo. Marina, uno dei più credibili testimoni delle vicende umane, culturali e spirituali di dEmilio (e questo lo sapevate bene) era morta da 2 mesi. Giuseppe Ignesti aveva più volte ricordato che ogni volta che Emilio veniva a Roma sentivate la necessità di incontrare Marina per confrontarsi con lei. E’ curioso che dopo avermi detto piangendo che ad uccidere Emilio erano stati “quei pretacci”, di Marina non si ricordò più (e voi con lui) e contribuì a farla morire angosciata e prima del tempo. Ora vi chiedo con quale marca di spumante, ovviamente acquistato in vaticano, avete brindato alla sua morte?

Sapete anche bene da che cosa era rafforzata l’angoscia. Ripeteva: ”quando viene ucciso un prete (o una monaca) si mobilita il mondo intero fin tanto che non viene trovato il colpevole. Per don Emilio niente”. Conosceva troppo bene dEmilio e le difficoltà da prete scomodo incontrate per anni e sapeva bene quanto lo facesse soffrire il fatto di essere “inutile ed inutilizzato”, per non ipotizzare e ricostruire lo scenario del delitto. Sapeva bene che il ricordo di dEmilio sarebbe stato manipolato. Era malata da anni. Aveva già subito una decina di operazioni, con incredibile forza e coraggio. Sapeva di avere un padre anziano e tre figli che avevano bisogno di lei.

E voi,tra l’altro, proprio per oscurare lo scenario del delitto, avete imposto (Io lo voglio) quel prete maschilista (secondo lui dEmilio era il gran patriarca, come se non sapessimo che l’avvento dei patriarchi segnava l’avvento di una religione guerriera, maschilista ed autoritaria), l’uomo di Silvestrini (dall’altare disse: se vi serve qualcosa, ditelo a me che lo dico a don Achille), del quale sapevamo bene fin dagli anni settanta cosa ne pensava dEmilio (non ha nessuno spirito evangelico; speriamo che non lo facciano papa)

Marina aveva incontrato a lungo dEmilio l’8 novembre in ospedale una settimana dopo una drammatica operazione (le avevano asportato buona parte del fegato), piena di fiducia e insieme avevano progettato il futuro a Roma. A casa mia c’è ancora il primo volume della biblioteca che intendevano costituire. La notizia del delitto arrivò al ristorante mentre Marina festeggiava con i suoi amici più cari, il suo ritorno a scuola. Smise di lottare. Subentrò un nuovo tumore ai polmoni (non un metastasi, ma il tipico tumore da stress).

Il 31 ottobre è un anniversario  che mostra chiaramente che l’associazione fu costituita essenzialmente per manipolare il ricordo di quello straordinario e scomodo prete, per farne un pretino “geloso del suo sacerdozio”, integralista, clericale, ignorante, monoculturale, abbarbicato alla sua Compagnia e alla cultura giudaico-greco-romana, interessato solo ai temi spirituali.

 

Ma pensava che «Il Vangelo è la buona novella della liberazione dell'uomo in Cristo. Una liberazione totale, non soltanto spirituale e religiosa ma anche economica, sociale, culturale e politica». (D.Emilio, il Piccolo, maggio 1970)

Infinite sono le volte che ha ricordato Silone (tra l’altro: Lettere di Pasqua 74, di Natale 78, di Pasqua 79, 80, 88, 90) e Pomilio: “io finora ai Vangeli avevo sempre pensato come a un libro di devozione, e invece ho scoperto che sono una fonte di virtù antagoniste”. Pomilio, IV evangelo. Al punto che lo aveva inserito nella lettera, da Levanto,  per la Pasqua 75. Simbolicamente, come era uso fare, ricordava i motivi per cui aveva lasciato Roma.

E questa manipolazione serviva per oscurare più di 40 anni di attività e lo scenario in cui era maturato l’assassinio. Rispondevano di fatto a quanto già rilevato da Gregorio Magno (lettere III,22): «Infatti, se uno è eletto con il patrocinio di alcuni, egli sarà costretto, una volta scelto, ad obbedire - per la dovuta deferenza - alla loro volontà».

Furono completamente ignorate le difficoltà con la Compagnia, che perseguiva il “troppo e il vano”, ben evidenziate già nel 1957. Furono ignorati i motivi della “fuga” a Levanto ed in Liguria.

Allora scrisse sul suo diarioGli interessavano le “cose di Dio”.

Fu ignorato il dissesto economico della stessa Compagnia, che molto lo preoccupava per gli anziani malati e senza pensione. Furono cancellate le “amicizie” e con chi professava una religione priva di una teologia strutturata.

Marcello Flores, sul Diario della Settimana, 21 dicembre 1999 (un articolo che mi fu segnalato da Giuseppe Ignesti) così lo ricorda :«Don Emilio non era un prete condiscendente, non cercava tra i giovani un facile consenso come molti tra i religiosi «progressisti» della sua generazione, non metteva tra parentesi la fede, il ruolo, l’ appartenenza alla Chiesa.  Ma riusciva a trovare con tutti il terreno per dialogare, una sponda su cui costruire un rapporto sempre diverso e personalizzato: perché il suo interesse era l’umanità, e la sua curiosità quello che i giovani pensavano di sé, del mondo, del futuro».

Questi erano i motivi per cui così spesso si confrontava con Marina e con Mario.

Nell’Italia e nel mondo interagiscono,fin dalla più antica presenza dell’uomo sulla terra, mille civiltà e mille modi di ragionamento. dEmilo ne era ben consapevole. Marcello Floris così continua: «…Offriva il proprio terreno d’incontro, quello religioso ma era pronto a restare ancorato a quello mondano, se così voleva il suo interlocutore frequente od occasionale. E allora era la storia, la storia dell’umanità e delle sue civiltà, dei suoi progressi e delle sue disgrazie e tragedie a permettere quella sintonia e quella solidarietà che oltrepassava, così in anticipo per quei tempi, steccati ideologici e politici».

Io posi come condizione per aderire tra i soci fondatori che queste caratteristiche fossero ricordate nello statuto. E così fu.

Ma perché l’avete fatto?

Ma quando furono pubblicate le lettere agli amici (per cui mi sobbarcai al faticoso lavoro di scannerizzare e rivedere tutto il materiale, in un momento molto difficile per me, ma solo per rispondere ad un desiderio di Marina, che stava morendo: nemmeno questo gesto di compassione avete rispettato) allora intervenne quel gran signore di Pietro Petraroia che per ben due volte, quasi fosse il manifesto dell’associazione, modificò lo statuto depositato dal notaio, che così recitava:

«l. L'associazione, di natura laica e non confessionale, ha lo scopo di mantenere viva, valorizzare e diffondere la testimonianza, il pensiero e le opere di don Emilio Gandolfo, specie come annunciatore e testimone del Vangelo, uomo del dialogo e dell'amicizia, studioso della Bibbia e dei Padri della Chiesa, uomo dell'ecumenismo e del confronto con chi non segue religioni strutturate e con i non credenti».

Le parti in grassetto sono state cancellate da Pietro Petraroia per ben due volte. Ma io sono un meticcio culturale, un comunista anarchico, pubblicamente eletto, noto e schedato al punto che mi hanno consentito di andare negli U.S.A., invitato da un ente federale, per soli tre giorni annotando sul passaporto che dovevo essere sottoposto al controllo della security, e non autorizzandomi a spendere neppure un dollaro. La laicità e la libertà da quella che Congar definisce “la disonestà apologetica”erano i motivi di fondo per cui frequentammo quel prete per 40anni.

Per di più Petraroia fa un elenco dei libri che avrebbero formato dEmilio. Tutti libri, si fa intendere, rigorosamente legati  alla cultura greca ed ai «professionisti del ragionamento», della  «mente discorsiva, la grande ordinatrice che tutto occulta» (Maria Zambrano, Chiari del bosco, claros del bosque, Feltrinelli, Milano 1991 (1977), p.73).

 

Emilio aveva invece ben appreso dal suo amico Bellarmino Bagatti che il Concilio di Nicea…

 E’ questa la copia che Emilio mi regalò con le sue sobrie, rare sottolineature, secondo il suo stile. dEmilio  non a caso scriveva:

 

Certo eravate liberi di ricordare dEmilio come più vi faceva comodo. Che bisogno c’era della mia sottoscrizione dello statuto? E del mio “gran lavoro”(così lo definì il signor Silvano fiorentino) per consentire la “ritardata” pubblicazione delle lettere agli amici? Non vi pare che abbiate esagerato? O forse Emilio era un farabutto dalla doppia vita. Chi poteva immaginare che alti funzionari dello Stato non rispettassero la Costituzione e ci togliessero persino l’identità? Dovevano esserci motivi seri. N.Comsky una risposta ce l’ha: la democrazia, di fatto è riservata solo ad una piccola elitaria «classe specializzata» di «uomini responsabili» che la gestisce utilizzando  la razionalità: una capacità riservata a un gruppo molto ristretto. Soltanto poche persone ne sono dotate. Chi possiede la razionalità deve creare delle «illusioni necessarie» e delle «semplificazioni eccessive» in grado di fare appello alle emozioni per mantenere più o meno «in rotta» gli «ingenui sempliciotti», domando il «branco confuso», delle masse «stupide». Falsificare completamente la storia. E riservare a pochi il sapere.

 

Sono passati tanti anni, ed io aspetto ancora almeno che correggano o ritirino la copia depositata alla Biblioteca Nazionale.

Francamente io, che sono estraneo alla razionalità ed alla mente discorsiva, mi vergogno.

 

Bergoglio, il vostro papa, ha detto:

-      tanti se ne sono andati: hanno perso la fiducia nelle istituzioni politiche perché vedono egoismo e corruzione e hanno perso la fede nella Chiesa, e persino in Dio, per l'incoerenza di cristiani e di ministri del Vangelo. I preti hanno deluso”. Io sono tra quelli che non entrano più in una chiesa cattolica, che, ho imparato, non è la chiesa di Cristo, ma di Costantino e del potere.                                      

 

 

31 ottobre. Chi poteva immaginare che alti funzionari dello Stato non rispettassero la Costituzione?

__________________________________________________________________________________________________________________________P Da dove nasce allora la Chiesa? papa  Bergoglioha detto: Da dove nasce allora la Chiesa? Nasce dal gesto supremo di amore della Croce, dal costato aperto di Gesù da cui escono sangue ed acqua, simbolo dei Sacramenti dell’Eucaristia e del Battesimo. Nella famiglia di Dio, nella Chiesa, la linfa vitale è l’amore di Dio che si concretizza nell’amare Lui e gli altri, tutti, senza distinzioni e misura. La Chiesa è famiglia in cui si ama e si è amati.

Quando si manifesta la Chiesa? L’abbiamo celebrato due domeniche fa; si manifesta quando il dono dello Spirito Santo riempie il cuore degli Apostoli e li spinge ad uscire e iniziare il cammino per annunciare il Vangelo, diffondere l’amore di Dio.

Ancora oggi qualcuno dice: “Cristo sì, la Chiesa no”. Come quelli che dicono “io credo in Dio ma non nei preti”. Ma è proprio la Chiesa che ci porta Cristo e che ci porta a Dio

 

 

 

- Emilio Gandolfo in Gregorio Magno Servo Dei Servi Di Dio, Libreria Editrice Vaticana, 00120 Città Del Vaticano, 1998, a pag33 scrive più concretamente: “E’ di sommo interesse osservare come Gregorio a questo punto veda la Chiesa: la vede identificata con l’intero genere umano: « Immaginiamo il genere umano tutto intero dall’inizio del mondo sino alla fine, cioè tutta la Chiesa…»”, in Cant., 13:.

 

 

 

- Treviri

Se uno cerca documentazioni certe sulla nascita della chiesa, viaggia lungo la Mosella, come abbiamo fatto Marina ed io e si ferma a Treviri (invece di fare il turista o di sentire le prediche di Claudio, che inneggiano ai patriarchi ed a Silvestrini), che non è solo la città natale di Ambrogio (eccellente amministratore e perciò -questo era il costume dell’epoca-fatto vescovo) o di Marx, ma fu una delle capitali del decadente impero romano. Lì vede l’aula palatina trasformarsi in chiesa

Basta qualche modesta aggiunta: un crocifisso ed un altare.

Lì vede come la basilica romana, si divide a metà. Non serve solo per gli atti amministrativi civili (serve a registrare i cittadini) , ma anche per quelli amministrativi religiosi. Serve a registrare i cittadini diventati cattolici. Del resto la chiesa assume subito funzioni economiche. Lo ricorda Gregorio Magno: «Noi che ci diciamo vescovi, perché dobbiamo stabilire la tassa per l’inumazione…» Gregorio Magno, Epistole VIII, 3  (III volume Città Nuova).

 

Dice bene P.Gauthier. il velo si squarciò, p.173, che mi fu fatto conoscere da dEmilio Gandolfo.

“A Roma, dopo Costantino, il papa erediterà dall’imperatore in declino il titolo di “Summus Pontifex”, Sovrano Pontefice, capo supremo della religione ufficiale. Così, a partire da Gerusalemme e da Roma, il sacerdozio entrerà nella Chiesa”. E quando, dal 1941 al 1971, per celebrare la Messa, il Santo Sacrificio, rivestivo i paramenti sacri (amitto, camice, cingolo, manipolo, stola, casula), indossavo anch’io le vesti dei preti ebrei e di tutti i sacrificatori. Non avevo ancora capito che commettevo un “sacrilegio” contro la Nuova Alleanza, che aveva abolito tutti quei sacerdozi.

Il sacerdozio è assente dalla parola, dalla prassi, dal pensiero di Cristo. Gli è addirittura contrario. E’ stato introdotto nella Chiesa molto tempo dopo la morte degli apostoli.

Quel convito di liberazione del popolo e di condivisione fraterna è divenuto un “sacrificio”, contro la stessa volontà di Gesù che ha detto: “Sono venuto ad abolire i sacrifici e se non smettete di fare sacrifici la collera sarà vicino a voi” (20), e che per ben due volte (Mt. 9, 13; Mt. 12, 7) ricorda le parole del profeta Osea: “Desidero la misericordia e non il sacrificio” (6,6).

_________________________________________________________________________________SOPIRE,TRONCARE, MANIPOLARE

Tra pochi giorni è il 31 ottobre. Il 31 ottobre 2002 andammo dal notaio per sottoscrivere lo statuto dell’associazione amici di don Emilio Gandolfo. Marina, uno dei più credibili testimoni delle vicende umane, culturali e spirituali di dEmilio era morta da 2 mesi. Un anniversario  che mostra chiaramente che l’associazione fu costituita per manipolare la figura di quello straordinario e scomodo prete, per farne un pretino “geloso del suo sacerdozio”, integralista, clericale, ignorante, abbarbicato alla sua Compagnia e solo alla cultura giudaico-greco-romana.

E questo serviva per oscurare lo scenario in cui era maturato l’assassinio. Rispondevano a quanto già rilevato da G regorio Magno (lettere III,22): «Infatti, se uno è eletto con il patrocinio di alcuni, egli sarà costretto, una volta scelto, ad obbedire - per la dovuta deferenza - alla loro volontà».

 Marcello flores,sul Diario della Settimana, 21 dicembre 1999 (un articolo che mi fu segnalato da Giuseppe Ignesti così lo ricorda :«Don Emilio non era un prete condiscendente, non cercava tra i giovani un facile consenso come molti tra i religiosi «progressisti» della sua generazione, non metteva tra parentesi la fede, il ruolo, l’ appartenenza alla Chiesa.  Ma riusciva a trovare con tutti il terreno per dialogare, una sponda su cui costruire un rapporto sempre diverso e personalizzato: perché il suo interesse era l’umanità, e la sua curiosità quello che i giovani pensavano di sé, del mondo, del futuro».

Nell’Italia e nel mondo interagiscono,fin dalla più antica presenza dell’uomo sulla terra, mille civiltà e mille modi di ragionamento. dEmilo ne era ben consapevole. Marcello Floris così continua: «…Offriva il proprio terreno d’incontro, quello religioso ma era pronto a restare ancorato a quello mondano, se così voleva il suo interlocutore frequente od occasionale. E allora era la storia, la storia dell’umanità e delle sue civiltà, dei suoi progressi e delle sue disgrazie e tragedie a permettere quella sintonia e quella solidarietà che oltrepassava, così in anticipo per quei tempi, steccati ideologici e politici».

Io posi come condizione per aderire tra i soci fondatori che queste caratteristiche fossero ricordate nello statuto. E così fu.

Ma quando furono pubblicate le lettere agli amici (per cui mi sobbarcai al faticoso lavoro di scannerizzare e rivedere tutto il materiale, in un momento molto difficile per me,a solo per per rispondere ad un desiderio di Marina, che stava morendo) allora intervenne quel gran signore di Pietro Petraroia che per ben due volte, quasi fosse il manifesto dell’associazione, modificò lo statuto, che così recitava:

«l. L'associazione, di natura laica e non confessionale, ha lo scopo di mantenere viva, valorizzare e diffondere la testimonianza, il pensiero e le opere di don Emilio Gandolfo, specie come annunciatore e testimone del Vangelo, uomo del dialogo e dell'amicizia, studioso della Bibbia e dei Padri della Chiesa, uomo dell'ecumenismo e del confronto con chi non segue religioni strutturate e con i non credenti».

Le parti in grassetto sono state cancellate da Pietro Petraroia per ben due volte. Che per di più fa un elenco dei libri che avrebbero formato dEmilio. Tutti libri, si fa intendere, rigorosamente legati  «professionisti del ragionamento», della  «mente discorsiva, la grande ordinatrice che tutto occulta» (Maria Zambrano, Chiari del bosco, claros del bosque, Feltrinelli, Milano 1991 (1977), p.73). 

Fu cancellata la nostra identità (di Marina e mia) e 40 anni di amicizia e di ricerca comune (LAICA, legati ad una religione non strutturata, con un ragionamento ben lontano alla mente discorsiva) con dEmilio che non a caso scriveva:

 

Non vi pare che abbiate esagerato? Chi poteva immaginare che alti funzionari dello Stato non rispettassero la Costituzione? Dovevano esserci motivi seri. Sono passati tanti anni, ed io aspetto ancora almeno che correggano o ritirino la copia depositata alla Biblioteca Nazionale.

 

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------11 Ottobre 2013.Cecilia Danusso,nel suo infaticabile lavoro per ricordare dEmilio, mi manda gli articoli pubblicati da dEmilio sul Piccolo nel 1970.

Mi colpisce subito quello del maggio 1970: Una scelta s’impone, che riassume i momenti forti del suo apostolato, ignorati o negati dagli “amici” (Silvano, Giuseppe,Paolo, Pietro), i cui scritti diventano carta straccia .Finalmente risento le parole di dEmilio.

Il 1970 è uno dei momenti più sereni di Emilio.

Sta lavorando con passione al libro Lettera e Spirito. ogni sabato viene a casa nostra. Dice messa e si ferma a cena.

Il suo chiodo fisso è la liberazione dei poveri, forse a ricordo della sua povertà provata da bambino, di cui si vergognavae di quella temuta se avesse lasciato la compagnia. L’argomento fisso delle sue conversazioni erano gli scritti di Silone e Paul Gauthier.

Anche per noi è un momento di serenità: Marina è vicina al parto tanto desiderato. Filippo nascerà il 2 luglio. A Roma ci sono molti preti atttivi nelle borgate sui temi dell’istruzione. Anch'io conoscerò, indipendentemente da Emilio, don Lutte che nel frattempo ha dato vita alla Magliana al centro di cultura proletaria. Anzi gli dedico una puntata del programma televisivo che curo in quel momento "insegnare Oggi".

Ma si stanno preparando momenti nerissimi di vera e propria restaurazione e al centro c'è (o almeno io credo ci sia) la compagnia di san Paolo.

Una scelta s’impone (maggio 1970)

“Pensavo di essere discepolo di Cristo e mi scoprivo fariseo ".

È cosi che don Gérard Lutte parla la sua sconvolgente scoperta

in seguito all'esperienza di Prato Rotondo, una borgata di baracche

della periferia romana. È stata, egli dice, la sua via di

Damasco, il suo incontro con il Cristo sofferente, crocifisso in tutti

i poveri e gli oppressi. Ha ravvisato se stesso nel sacerdote che

passa indifferente accanto alle sofferenze del suo fratello ferito

sulla strada e lo lascia alle cure del buon samaritano: si è sentito

anche, con la sua complicità con un sistema di oppressione, persecutore

dei suoi fratelli, pur credendo di far piacere a Dio. Prato

Rotondo gli ha aperto gli occhi; e subito ha capito che una

scelta si imponeva. Una scelta che era una conversione. Ha capito

che non poteva convertirsi a Cristo senza convertirsi ai

poveri.

La contestazione seria e radicale è solo quella evangelica.

Essa esige anzitutto una sincera conversione. Non ci potrà essere

mondo nuovo senza uomo nuovo. Il Cristo è venuto per questo:

per creare un uomo nuovo, Un uomo nuovo è t4n uomo redenîo,

cioè liberato da tutte le serpitir per potel servire al disegno

d'amore per ìl quale Dio ha creato il mondo. Il Vangelo è la

buona novella della liberazione dell'uomo in Cristo. Una liberazione

totale, non soltanto spirituale e religiosa ma anche economica,

sociale, culturale e politica. Sotto il pretesto di'salvare

le anime' - dice don Lutte - rinunciamo troppo spesso alla

vera evangelizzazione,evitiamo di affrontare i problemi fondamentali

del nostro tempo e diventiamo complici di tutte le forme

di oppressione dell'uomo. Agnese si permise di dire al cardinale

Federigo: Bisognerebbe che tutti i preti fossero come

vossignoria, che tenessero un po' dalla parte dei poveri, e non

aiutassero a metterli in imbroglio, pel cavarsene loro ". E un altro

cardinale, quello di Torino, non esita a dichiarare: " Se vi saranno

degli oppressi, l'arcivescovo non potrà non essere dalla

loro parte ", Non si ha sufficiente coraggio, in genere, per fare

questa precisa scelta evangelica.

I rischi dell'orizzontalismo e della strumentalizzazione non

devono impedire alla Chiesa di fare questa scelta in cui consiste

essenzialmentela sua fedeltà al Vangelo, che è appunto la buona

nuova da annunziare ai poveri. Se no come può essere credibile

il suo annunzio? Come può essere credibile la Chiesa stessa? La

conversione a Cristo nei poveri non può non essere alla base di

un'autentica riforma della Chiesa. Un'autentica riforma della

Chiesa non potrà essere compiuta che dal popolo di Dio nel suo

insieme, in primo luogo dai poveri, La " riforma gregoriana,,

che prese nome e avvio deciso da papa Gregorio VII, e che si

muolteta quindi gerarchicamente, dall'alto, non incise profondamente

quanto la riforma che saliva invece dalla base e che ebbe

in san Francesco la più pura ed efficace espressione evangelica.

È pero che nessuno ha il monopolio dello Spirito, che soffia dove

vuole, ma non è men pero che i poveri, i piccoli capiscono le cose

di Dio meglio che i sapienti e i prudenti. " La regola evangelica

- dice ancora don Lutte - è di riferirsi soprattutto ai poveri. I

veri problemi sono quelli posti dai poveri e l'unico modo di cercare

una soluzione è di cercare con loro e di farli partecipare

alla decisione. Bisogna che i poveri prendano la parola e che noi

impariamo a tacere per sentire Dio parlare ".

'

Di don Milani è stato detto che ebbe il merito di aver dato

la parola ai poveri. Mi pare che don Lutte voglia andare più in

là, quando dice che dobbiamo imparare a tacere per sentire Dio

parlare. Mi fa ricordare un momento decisivo nel cammino della

Chiesa, descritto dagli Atti degli Apostoli. Gli apostoli si erano

riuniti a Gerusalemme, in quello che è stato chiamato il primo

Concilio, per un problema che imponeva alla Chiesa una scelta

fondamentale: o limitarsi al mondo giudaico o accettare l'avventura

in un mondo nuovo e immenso. Anche la prima esperienza,

oltre che l'obbedienza allo Spirito, esigeva questa scelta. Per un

momento tacquero le discussioni. Tutta l'assemblea tacque; e

presero ad ascoltare Barnaba e Paolo che riferivano quanti miracoli

e prodigi Dio avesse compiuto tra i pagani per mezzo

loro Era un tacere per ascoltare Dio che parlava attraverso i

fatti. Com'essi ebbero finito di parlare, Giacomo stesso, che era

il " conservatore " di turno, prese la parola dicendo: « Fratelli,

prestatemi ascolto. Simone (Pietro) ha riferito come fin da principio Dio abbia volto lo sguardo per assumersi tra i pagani un

popolo per il suo nome». Qualunque sia la nostra scelta personale,

se vuol essere fedele al Vangelo e obbediente allo Spirito,

non può non ascoltare la parola dei poveri, d,ovunque essi siano,

non può deludere la loro speranza.

EMILIO GANDOLFO

Non possiamo convertirci a Dio senza convertirci ai poveri.

I piccoli, i poveri capiscono le cose di Dio meglio che i sapienti e i prudenti.

________________________________________________________________________________________◊ nasce una nuova religione per ricchi, colti,forniti di una logica raziocinante.

Il Card. Ravasi, uomo di grande cultura, alle 4,30 di domenica 22 settembre 2013, riproponendo su Radio Maria lezioni svolte a Milano, al centro S, Fedele, più di una volta ripete: “Cristo usa la parola greca……” Avesse detto: le comunità di lingua greca usavano la parola greca….

E’ fin troppo noto che Gesù  vive il suo insegnamento nell’ambiente etnico contadino palestinese di lingua (e perciò) di cultura aramaica.

Fin dalle origini c’era una molteplicità di comunità, civiltà e tradizioni, ognuna con i testi sacri scritti nella propria lingua, Ravasi lo sa, ma non lo dice. Per lui esiste solo il greco!

_________________________________________________________________________________M.Jousse (un gesuita antropologo, autore che ha conosciuto su pressante insistenza di don Emilio, diceva già nel 1942-43, nelle sue lezioni alla Sorbona  (Il contadino come maestro 1942,43 , p.81) :

“Straordinario! È che il formidabile contadino Yeshùa di Nazareth, il fondatore della nostra Civiltà, non ha mai scritto una sola parola! Potete mostrarmi una frase aramaica del vostro Dio? Mostratemi dunque cosa ha scritto per fondare questa Civiltà che desiderate difendere. Cosa? Voi ignorate tutto di lui. È questa la domanda che voglio farvi.

M.Jousse, (ibidem, p.28) aggiunge: O maneggiamo l’aramaico, anche lì ancora, si, riuscirete a sentire quel Rabbi-contadino galileo che vi parla degli uccelli del cielo e dei gigli dei campi e del seme che cresce nella terra fertile... e dei mille gesti dell’uomo. Ma i vostri predicatori, i vostri imbrattacarte non ci danno altro che un immenso magazzino di scheletri sottratti a Platone e agli altri. E questo va detto. Voi parlate di Gesù ma non conoscete l’aramaico…ignorate la lingua, la pedagogia. Bisogna che l’impariate.

Invece noi, che dipendiamo dalla civiltà di quel Rabbi-contadino galileo, eravamo arrivati al punto di ignorare di avere persino il ritmo delle sue parole e le formule delle sue parole sotto il greco che l’aveva avvolto per farlo arrivare fino a noi”.

Non c’è bisogno di commenti,solo di una constatazione: “Non c’è quasi niente di vero, in quello che dicono papi, cardinali, vescovi, preti, cattolici devoti”, e non certo per ignoranza.

 

 

 

 

 

________________________________________________________________________________Il vostro papa dice: Chiesa non è solo preti, siamo tutti uguali agli occhi di Dio. Ma questo lo sapevamo e lo sapeva bene dEmilio. Non lo sapevano gli “amici” di dEmilio.

l'udienza del Papa in Piazza San Pietro (11 Settembre 2013).

Chiesa non è solo preti, siamo tutti uguali agli occhi di Dio

Papa Francesco

CITTA' DEL VATICANO - "A volte io sento: io credo in Dio ma non nella Chiesa. 'Ho sentito che la Chiesa dice, che i preti dicono...' Ma una cosa sono i preti, ma la Chiesa non sono solo i preti! La Chiesa siamo tutti e se tu dici che credi in Dio e non credi nella Chiesa, stai dicendo che non credi in te stesso, questa è una contraddizione!": così il Papa nel corso dell'udienza generale in piazza San Pietro. "La Chiesa - ha detto Bergoglio - siamo tutti, tutti. Da quel bambino recentemente battezzato fino ai vescovi, al Papa, tutti. E tutti siamo uguali agli occhi di Dio. Tutti!".

dEmilio studiando Gregorio Magno lo aveva già scritto.Emilio Gandolfo in Gregorio Magno Servo Dei Servi Di Dio, Libreria Editrice Vaticana, 00120 Città Del Vaticano, 1998, a pag33 scrive: “E’ di sommo interesse osservare come Gregorio a questo punto veda la Chiesa: la vede identificata con l’intero genere umano: « Immaginiamo il genere umano tutto intero dall’inizio del mondo sino alla fine, cioè tutta la Chiesa…»”, Gregorio Magno, in Cant., 13:

 

E in nome dei dogmi (io lo voglio) abbiamo dovuto sentire il signor Claudio Bucciarelli definire all’altare Emilio il nostro gran patriarca (che blasfemia!) e riaffermare il potere dei preti: se avete bisogno di qualcosa, ditelo a me, che lo dico a don Achille.

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La storia? Fatta da grandi falsi”. (Umberto Eco); Compito della “classe specializzata dominante” è quello di “falsificare completamente la storia e di riservare a pochi la conoscenza” (N. Chomsky); Qualcuno sa spiegarmi perché nella scuola e poi nel lavoro, nella vita, nella società o possiedi o ti converti alla logica razionale o hai vita molto difficile? Se poi sei del tutto privo della  logica razionale, perché così ha voluto il buon Dio, e sai ragionare con una logica simbolica, analogico-percettiva ed una  hai una civiltà estranea al greco-latinismo, allora ti capita quello che è avvenuto a Mathausen (non sei degno, la tua cultura non vale un cazzo, ecc.ecc..). N.Comsky una risposta ce l’ha: la democrazia, di fatto è riservata solo ad una piccola elitaria «classe specializzata» di «uomini responsabili» che la gestisce utilizzando  la razionalità: una capacità riservata a un gruppo molto ristretto. Soltanto poche persone ne sono dotate. Chi possiede la razionalità deve creare delle «illusioni necessarie» e delle «semplificazioni eccessive» in grado di fare appello alle emozioni per mantenere più o meno «in rotta» gli «ingenui sempliciotti», domando il «branco confuso», delle masse «stupide». Falsificare completamente la storia. E riservare a pochi il sapere.

Il Corano(V,48) ammonisce"A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato".

 

Ignorantia mater cunctorum errorum, maxime in sacerdotibus dei vitanda est, qui docendi officium in populis susceperunt. (Isidoro di Siviglia)

 

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“La

Levanto 3 novembre 1074, dal diario di dEmilio Gandolfo.

 

Evidentemente riservava al diario ed a casa nostra (ed ai frequentissimi incontri presenti i nostri figli piccolissimi) il ruolo di sfogatoio.

A sentire il pievano fiorentino e Pietro, agli “amici” riservava le tante gioie che provò, agli “indegni”, come noi, le tante angosce.

Dovrei dedurne che con noi ed i nostri figli è stato un mascalzone.

______________________________________________ 10 agosto 2002

Il 10 agosto di11 anni fa si concludeva il lungo e doloroso calvario di Marina Forte Thiery. Dopo tanti anni non è certo possibile dimenticare l’affettuosa ed operativa com-passione di quelli che si definirono gli “amici di sempre” (Mapi, prima di tutti) e di Lucilla, Marisa, Adriana, Franca, le amiche del CEMEA e di tanti altri. E gliene sono ancora grato. Al tempo stesso non posso dimenticare che fu fatta morire angosciata e prima del tempo (alle naturali angosce ne aggiunsero tante altre) da quelli che si definiscono gli “amici di don Emilio Gandolfo”. Non a caso papa Bergoglio ha ricordato coloro“ che hanno perso la fiducia nelle istituzioni politiche perché vedono egoismo e corruzione e hanno perso la fede nella Chiesa, e persino in Dio, per l'incoerenza di cristiani e di ministri del Vangelo. I preti deludono”. Io sono tra quelli che non entrano più in una chiesa cattolica sconvolto dal comportamento degli “amici di don Emilio Gandolfo”. A testimonianza dell’ “ancestrale disprezzo per la donna” (così lo chiama il card..Ravasi) nemmeno il più piccolo gesto di pietà, di tenerezza, di misericordia, di amore, di rispetto della persona umana,  nei suoi confronti, e nei confronti del marito che aveva condiviso per 44 anni gioie , speranze e dolori, nei confronti del padre novantenne che, vedovo, sentiva il dolore di sopravvivere all’unica figlia, nei confronti dei figli che perdevano con la madre il loro forte punto di riferimento anche per costruirsi il futuro. Anzi, ordini perentori (Io lo voglio) ed insulti (Non sei degno). Di Marina, una credente laica, hanno fatto una donna affetta da bigottismo.

Certo Marina provocava, ma non con le gonne corte. Con la sua grande cultura, con l’inesauribile voglia di conoscere e di ricercare, con il suo insegnamento, con la sua modestia, con la sua straordinaria libertà, capacità di ascolto ed apertura alle esperienze di tutti quelli che conosceva e di tutti i suoi alunni.

 

Gli “amici di don Emilio Gandolfo” (preoccupati di descriverlo non com’era, ma come avrebbe dovuto essere e di minimizzare le tante difficoltà che ebbe per 40 e più anni con la Compagnia di san Paolo) decretarono la “damnatio memoriae”di Marina, certo anche perché era uno dei più attendibili testimoni delle vicende umane, culturali, spirituali di dEmilio, il vecchio pretino ferocemente ucciso, al quale in 40 anni di amicizia, al pari di Mario Colafranceschi, aveva fatto capire molte cose di ciò che i giovani si aspettano dal mondo. Ma questo non si deve dire.

David  Maria Turoldo conclude una lunga intervista su Pasolini dicendo: non poteva che morire che così.

 

12 agosto 2002

Ai funerali di Marina, il 12 agosto 2002,Silvano da Sesto Fiorentino quando vide la chiesa piena di giovani, accorsi da ogni parte d’Europa per portare l’estremo saluto alla loro professoressa, trasecolò e invece di rivolgere un breve “elogio funebre”, come si usa fare, ricordando anche le vicende civili di quella che era stata una credente laica e che aveva aiutato migliaia di giovani ad impostare il pensiero critico, ritenne di approfittare dell’occasione per fare un po’ di propaganda clericale e sparò dall’altare, nelle vesti sacerdotali che a suo parere conferivano autorità, una incredibile cazzata: “discepola numero 1 di don Emilio”. Voleva evidentemente significare, secondo la tradizione della chiesa romana che disprezza la donna, che la donna non ha un’anima e che può raggiungere momenti spirituali solo se guidata da un “sacerdote”.

Un dEmilio che sarebbe stato in seguito dipinto (ed è tutt’ora dipinto) come un’ignorante, clericale (“geloso del suo sacerdozio”), integrista, antifemminista, monoculturale, tutto legato solo all’esperienza greco-romana giudaica.

Non avevamo proprio motivo di frequentare per 40 anni un prete così.

Il padre di Marina,allora novantenne(oggi ne ha 100), il marito che aveva condiviso per 44 anni speranze, scelte, gioie e dolori, i 3 figli attoniti, testimoni delle angosce di Marina fatta morire prima del tempo ed angosciata, nella consapevolezza della manipolazione della memoria di dEmilio, (lei che era stata uno dei testimoni “più fedeli” delle vicende umane, culturali e spirituali di quell’uomo), rimasero inebetiti.

Poi, non contento, ne decretò la damnatio memoriae, (me ne sono scordato, disse) appropriandosi e consentendo  che si appropriassero di quello che lui stesso aveva definito “il gran lavoro”, che era stato fatto per ricordarla. Marina insisteva che si pubblicassero almeno le lettere agli amici. Poiché fu deciso un diverso formato, si dovette scannerizzare e correggere tutto. Io lo feci, anche riutilizzando  parte del lavoro che Filippo aveva già messo in rete, lavorando 4 giorni e quattro notti senza mangiare e d dormire. Quando mi sentivo svenire per la fatica, mi stendevo per terra. Non potevo permettermi di cadere e farmi male.

Ci sono voluti più di 4 anni per la pubblicazione e quel signore fiorentino dal cuore di pietra,che ama travestirsi da prete e salire sull’altare con gli abiti sacerdotali, ben sapendo tutte le vicende, osó scrivere: era tutto pronto presso l’amico editore Borgia.

Io ho commentato e commento: era pronto ‘sto cazzo.

Sanno di aver fatto molto male. Sanno che gli effetti perdurano. Ma continuano con i loro atteggiamenti di protervia ed arroganza sicuri dell’impunità.

Possono ricordare dEmilio come gli pare, ma non appropriandosi, come hanno fatto, del lavoro eseguito per ricordare altro genere di esperienze.

Un’amica ha scritto: “Ogni persona che ha incontrato Marina non poteva non rimanerne segnata. Questa era la sua straordinarietà: un'anima grande e modesta, capace di toccare in profondità altre anime, schiva per natura ma presente sempre con una energia che indirizzava , che guidava, che proteggeva i passi di chi amava senza alcuna violenza, senza alcuna pretesa di essere sempre nel giusto ma con la giusta voglia del confronto, di guardare le cose da tanti punti di vista per allargare l'orizzonte, renderlo meno angusto; meno meschino! E la meschinità era assolutamente estranea a Marina ...”

Ma per i cristiani antichi e moderni era solo una donna e per di più aveva aiutato migliaia di giovani ad impostare il pensiero critico. Se la folla fuori della casa di Ipazia aveva convinto Cirillo a decretane la morte, così la moltitudine di giovani accorsi ai funerali di Marina convinse Silvano da Sesto Fiorentino, segnato da un’invidia ideologica, a decretarne la “damnatio memoriae”.

Se nell’udienza generale del 3 ottobre 2007 il papa confermò san Cirillo di Alessandria, “dottore della chiesa” e “una grande figura” è evidente che anche chi ne segue l’esempio, come Silvano da Sesto Fiorentino, meriti il titolo di “dottore della chiesa”.

 

 1 luglio1967

Una miniatura etiopica a commento del Vangelo apocrifo di Giovanni, sulla tomba di Filippo Neri, con il prete in paramenti rossi .Più chiaro di così.....Forse c'è qualcun'altro che non è degno e dovrebbe trarne le conseguenze. Giuseppe era uno dei testimoni e non può dire, come il suo solito: io non lo sapevo.

 

.                                               e,per finire, dal diario di don Emilio, dicembre1958, primo viaggio in Terra Santa

 

..

 

Caro Giuseppe.

Certamente ricordi che tanti tanti anni fa ti inviai una poesiola sul presepe e sull’’uso che i buoni cattolici facevano del bastone di san Giuseppe. Un uso simile a quello dell’ombrello di Cipputi. La religione serviva per sottomettere ed imbrogliare.

Un conto è il simbolo, un conto è l’uso.

Era il momento in cui mi capitava spesso di confrontarmi con dEmilio sulle forti differenze tra cristianesimo e cattolicesimo.

Il senso era quello che anni dopo avrei letto in Isidoro di Siviglia

«Non si vanti un cristiano, se di cristiano ha il nome, ma non le opere: quando al nome seguirà l’opera, allora, senza dubbio alcuno, sarà cristiano, perché tale si mostrerà con i fatti, camminando così come camminò colui dal quale ha preso nome.»

Ti offendesti molto. Mi levasti il saluto per mesi. Eppure ero stato profetico.

Ora il bastone si è indurito. E’ diventato di metallo impreziosito dagli ori di Silvestrini e di Coccopalmerio, ma somiglia sempre più all’ombrello di Cipputi. E questa vignetta di Altan ben sintetizza il malfatto. E già perché impadronirsi del “gran lavoro” (sono parole scritte dal signor Silvano), è una terribile violenza, assolutamente gratuita. E ancora peggiore è aver depositato i tre volumi delle lettere alla biblioteca nazionale. Io mi vergogno. Quella coll’ombrello è un’operazione che si ripete giorno dopo giorno. Io il dEmilio che descrivono Silvano Fiorentino e Pietro non l’ho mai frequentato e tu lo sai bene.

Spero che vi siate divertiti. Tu sei diventato un abile manovratore. (25.6.13)

 

Logica razionale e logica simbolica

la Verità non è venuta al mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini” dice il Vangelo di Filippo”, nella consapevolezza, come vuole l’antropologia,  che l’homo diventa umano quando diventa symbolicus.

E il simbolo ha tanti significati quanti sono i”percettori” del simbolo. Non a caso Cavalli Sforza può parlare della grande storia della diversità umana.

Ha ragione M.Jousse, un gesuita i cui scritti ho conosciuto dietro l’insistenza di dEmilio, quando esorta “più antropologia, meno teologia”. Più rispetto delle diversità e meno dogmatismo unidirezionale. Lo psicologismo del simbolo non ha bisogno delle inquietudini di teologi e dei filosofi (progressisti o conservatori che siano), e dei loro ragionamenti, del realismo del mito.

Anche perché lo psicologismo del simbolo riguarda le stragrandi maggioranze della gente comune ed il realismo del mito solo una piccola èlite di uomini “colti”, bianchi, con un ragionamento concettuale che solo pochi possono capire.

Jacques Vidal, SACRO, SIMBOLO, CREATIVITA, Jaca Book, Milano 1992 (1990), pag.39, un altro gesuita che ha insegnato alla Gregoriana dice che

“Bisogna mantenere il proposito ecumenico del pensiero umano, un ecumenismo naturale all’occorrenza, bisogna cioè cercare di unire i termini che abbiamo distinto in due forme logiche:

—una logica razionale, tipicamente occidentale,

—l’altra, la logica simbolica, asiatica, africana e comunque molto poco occidentale.

Abbiamo tuttavia capito che sarebbe vantaggioso per noi aggiungere al nostro bagaglio razionale un bagaglio simbolico. Due ali per un solo volo, ciò sembra indispensabile alla cultura occidentale d’oggi”.

Il vostro Dio, tanto amoroso e tanto pieno di tenerezza, mi ha fatto del tutto privo di logica razionale facendomi vivere in un ambiente in cui conta solo la logica razionale.

Dovrò prima o poi raccontare dei tanti problemi avuti nello studio e nel lavoro e che mi creò,ad esempio, quel gentiluomo del preside Dell’Olio che non sopportava che uno come me andasse bene a scuola.

Chi prese le mie difese? E’ difficile crederlo visto quello che raccontano di lui gli “amici”, dEmilio Gandolfo, che io appena conoscevo e che non era il mio insegnante. Lo fece di sua iniziativa. Già ma lui credeva (non bisogna farlo sapere)  che “l’Asia minore, culla delle civiltà anatoliche, dove si sono avvicendati Hittiti Frigi lidi Persiani Greci e Romani, è non meno della Palestina, terra delle nostre radici”

E lì, per parte di madre, sono le mie radici.

Il più che novantenne Don Arturo Paoli (già vice assistente dei giovani di Azione Cattolica negli anni 50 e guida spirituale della Società Operaia di Gedda, allontanato da ogni incarico nell’Azione Cattolica Cattolica, dopo la crisi Carretto-Rossi, che tanta influenza ebbe su dEmilio, vedi la lettera del 3 novembre 1957), scrive"che lo svuotamento dei simboli è immensamente più grave che la persecuzione. E' più grave la banalizzazione dei simboli che la bestemmia".

 

Non ho dubbi sul fatto che i signori Claudio e Silvano abbiano bestemmiato sull’altare, giustificando chi bestemmiava con loro. E mi hanno convinto che il nazismo è uno dei fiori più belli del cattolicesimo.

10.6.13

 

_________________________________________________________________________________________________VERSO PENTECOSTE (CLICCA)

Anche venendo all’eredità giudaica,  bisogna ricordare che lo spirito di Dio è femminile: Ruah. Letteralmente il soffio delle narici, quel prendere aria necessario per pronunciare, emettere la parola che crea. E infatti nell’ ambiente etnico palestinese il meccanismo trinitario è di una logica straordinaria: l’Abbâ, il Parlante che possiede, produce il Memrâ (il parlare, quello che noi traduciamo come la Parola), attraverso il soffio delle narici, la Ruah: tre elementi naturalmente unitari ed inseparabili ben oltre la incomprensibile separazione-unità tra tre uomini: Padre, Figlio, Spirito Santo.

 

A papa Francesco, e non solo a lui, voglio ricordare una valutazione teologica del cristianesimo della chiesa apocalittica giovannea dei primi secoli: Antichistus: Christum credit fide, sed negat opere.

Nelle librerie cattoliche di tanto in tanto compare una locandina che dice: SACERDOS ALTER CHRISTUS.

Ora sono esattamente cinquanta anni che studio i mozarabi, la chiesa toledana (la chiesa apocalittica giovannea) ed il monaco delle Asturie (VIII sec.) Beato, l’autore più letto nel medioevo, insieme al suo ispiratore Isidoro di Siviglia, che, va ricordato, non conosceva il greco.

Beato scrive: Ille Antichistus est qui credit Iesum Christum esse Deum, operibus autem dissentit a Christo. Christum credit fide, sed negat opere. De quibus Apostolus dicit: confitentur autem se nosse Deum, factis autem negant   (Tit 1, 16) (Beatus, VIII secolo,  Apologetico l :I,7-175, p.862 in obras completas, Madrid 1995).

Non basta credere in Christo per fede; non basta dunque nemmeno essere sacerdote, ma se non si segue Christo nei comportamenti si è un Antichistus.

Non a caso Marina morente si chiedeva:“ma i cattolici sanno solo pregare ?”

Beato aggiunge: Hi testiculi antichristi sunt (Beatus, VIII secolo,  Apologetico l :I,XCVI-1945, p. 944 in obras completas, Madrid 1995). E’ una valutazione teologica.

Nel “buio medioevo” non si andava troppo per il sottile nelle definizioni. Certo si amava la verità e si diffidava da quella che Y.Congar definisce “disonestà apologetica”.

Forse per questo il primo millennio è del tutto ignorato. Altrimenti chi esibisce la veste e l’autorità sacerdotale dovrebbe dimetterle e chi corre a sentire la messa ed a fare la comunione potrebbe rimanere comodamente seduto a scrivere ed a raccontare favole.

27.4.2013, da www.antoniothiery.it

 

 

PRENDERE LA CROCE O PORTARE LA CROCE?


Già nei cristiani primitivi, è abitudine “segnare” la fronte  (con un gesto della mano o con un tatuaggio o con un marchio a fuoco)  con il segno di del tau, e quindi per analogia della croce (un simbolo precristiano e molto antico), che indica il nome del dio, e in ambiente giudeo-cristiano di Jahweh ed una consacrazione del battezzato a Cristo.

Portare la croce non significa, quindi, “soffrire”.  J. .Danièlou  (I simboli cristiani primitivi, 1961) spiega che la croce aveva un significato diverso. E’ “portare il nome”,  essere marcati, simbolicamente o a fuoco, con il segno del tau, di Dio.

Se Matteo (X,38) dice: “colui che non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me”, Luca scrive (XIV,27): “colui che non porta la sua croce e non mi segue, non può essere mio discepolo”.  J. .Danièlou  nota che questa formula può comportare un’allusione liturgica alla croce segnata, portata sulla fronte. Del resto i cristiani copti portano sulla fronte, impresso con il fuoco, il segno della croce, come ci spiegò in una sua conferenza a Villa Bassi, padre Testa..

Isidoro di Siviglia e poi Beato, nel suo monumentale commento all’Apocalisse, chiariscono che  «Senza dubbio non si può vantare di essere cristiano quello che ha il nome, ma non lo stile di vita; certamente sarà cristiano quando sarà fedele  a questo nome e lo realizzerà con la sua condotta. E' veramente un cristiano colui che con la fede e con i fatti si manifesta come un cristiano, camminando, come camminò colui dal quale riceve il nome». Quello che conta, dunque, è lo stile di vita.

Com’era lontana l’idea della Mafia di Faenza, dello stile di vita dei cardinali Casaroli, Silvestrini e Pio Laghi, quello che in Argentina giocava a tennis con gli esponenti della dittatura.

Isidoro e Beato sono i due autori più letti nel medioevo.

Com’era diverso il cristianesimo delle origini!

In realtà la crocifissione, a differenza della croce, appare molto tardi. In Spagna ad esempio solo nel codice di Beatus del 975 conservato a Girona.  E’ un dipinto di En (de) pittrice, di una donna! __________________________________________________________________________________________________

Fu Giovanni XXIII a rompere con il protocollo e con la sacralità del Vescovo di Roma.

 

Ne fu testimone diretto mio fratello Franco.

Fino ad allora il papa (Pio XII) usciva raramente dal Vaticano,e quando lo faceva (ad es. l'8 dicembre) passava velocemente benedicente in macchina, fra due ali di militari che formavano due catene umane, dietro la quale si assiepava il popolo di Roma. Nessun accenno, passando per Corso Vittorio, a Chiesa Nuova, che pure era stata a lungo la sua parrocchia e dove aveva più volte svolto la mansione di chierichetto.

Papa Giovanni, recandosi a San Giovanni dopo la sua elezione, davanti a Chiesa Nuova, fece fermare la macchina e ne discese, entrò in chiesa come un qualunque cristiano, e con grande sgomento della scorta, e rese omaggio alle tombe di Filippo Neri e del Card. Baronio. Fissando subito i punti di riferimento del suo pontificato.

L'episodio, poco noto, è stato recentemente ridimensionato nelle trasmissioni notturne di Radio Maria. Giovanni XXIII si sarebbe limitato a dire: qui bisogna levarsi tanto di capello perchè vi sono sepolti Filippo Neri ed il Card. Baronio.

A chi giova un ricordo così frammentario?

Come dimenticare che nei ricordi di don Emilio Gandolfo, ferocemente assassinato nel 1999 in modo non tanto misterioso, non si fa mai menzione del fatto che Filippo Neri fu scelto come prototipo da imitare: voglio essere come lui, il prete della gioia! e sulla tomba di Filippo Neri diceva messa tutti gli anni, il giorno di Pentecoste a ricordo della sua ordinazione sacerdotale.

A chi giova un ricordo così artefatto? Ma si sa bene: è una testimonianza del fatto che era un prete scomodo.
Filippo Neri fu sospeso a divinis almeno due volte!

Antonio Thiery, 8 aprile 2013

______________________________________________________________________ E’ Pasqua e vale la pena di ricordare che da qualche parte (forse nel Diario) don Emilio ha scritto: Questa mattina ho riletto il libro dell’esodo e mi son reso conto che si capisce bene la Pasqua, il patto tra Dio e il suo popolo.

Non aveva potuto leggere il libro di Liverani, autorità indiscussa, pubblicato dopo la sua feroce uccisione. Si sarebbe ricreduto. Ed avrebbe dovuto cercare altra “giustificazione” alla Pasqua. Del resto non sarebbe stato difficile per lui, che dopo la celebrazione al Palatino della messa del giovedì santo, invitava con grande partecipazione ed ammirazione, a guardare la luna piena, recuperando il significato agreste, pastorale, naturale di una vita che muore e rinasce.  “in ambiente greco”, nota J.Danièlou, che sarà poi nominato cardinale, la simbolica dei cristiani primitivi “diventa incomprensibile”.

 

Mario Liverani

Oltre la Bibbia, Storia antica di Israele

Editori Laterza, 1^ed. 2003, 4^ ed. 2005, € 24

 

 

 

 

Di “STORIA INVENTATA” parla Liverani in un libro ben più dirompente del fantasioso Codice da Vinci. Del resto è noto che la falsificazione della storia è un potente strumento di gestione del potere.

Sono fatti, poco o niente divulgati, ma ben noti da tempo (lo apprendemmo più di 40 anni fa all'Università. La nostra amicizia "laica" con dEmilio Gandolfo -ucciso dodici anni fa- poggiava anche su queste basi), che mostrano come gran parte della teologia della cristianità dell’occidente greco-latino e, quindi, della liturgia e del potere "sacerdotale", si basa su una "storia inventata". All’Università avevamo ben imparato che non è quasi niente vero. Liverani più grande di noi di tre anni, fu nostro compagno alle lezioni di “Archeologia Orientale” (lui già preparava la tesi e noi eravamo giovani matricole), poi fu collega di Marina all’Istituto Orientale: Marina, che amava la verità più della vita, preferì andarsene,  perché non si potevano pubblicare i risultati degli scavi archeologici che l’Istituto conduceva d’estate e che testimoniavano una realtà molto diversa da quella raccontata dai preti.  Figurarsi se poteva diventare discepola di un prete, come voleva ai suoi funerale ser Silvano. Incurante del padre novantenne, del marito che aveva condiviso per 44 anni gioie, dolori e speranze, dei figli e dei tantissimi alunni presenti ed attoniti. Oggi più che mai c'è bisogno di distinguere tra fede e realtà storica, piuttosto che invocare la "necessità terrena" (gli affari dei preti) per negare a chi sta morendo anche il più piccolo gesto di pietà, il rispetto delle identità, anche a chi è steso nella bara per i funerali: altro che “discepola numero uno” di un uomo descritto come un pretino clericale ed ignorante!, la damnatio memoriae, magari perché è stato un testimone scomodo di vicende poco edificanti all’interno di “santa” romana chiesa.

E’ un dato di fatto. Non c’è, malgrado le sistematiche ricerche, nemmeno il più marginale documento o resto archeologico dell’esodo, ma leggiamo alcuni passi del libro di Liverani, Accademico d’Italia ed autorità internazionale.

 

Dalla seconda di copertina del libro di Liverani

«Le storie dell’antico Israele si assomigliano tutte perché tutte assomigliano alla storia contenuta nel testo biblico, ne assumono la linea narrativa, ne fanno propria la trama. Quest’ opera riporta la vicenda della nascita d’israele alla sua realtà storica, prende atto dei risultati della critica testuale e letteraria, dell’ apporto dell’archeologia e dell’epigrafìa ed è concepita secondo i criteri della moderna metodologia storiografica.

Partendo dalla constatazione che il racconto biblico è frutto di una elaborazione molto tardiva, Liverani riporta i materiali testuali all’epoca della loro redazione, ricostruisce l’evoluzione delle ideologie politiche e religiose in progressione di tempo inserisce saldamente la storia d’Israele nel suo contesto antico—orientale.

Emergono così la “storia normale” dei due piccoli regni di Giuda e d’Israele, analoga a quella di tanti altri piccoli regni locali, e la ‘storia inventata’, che gli esuli giudei costruirono durante e dopo l’esilio in Babilonia, proiettando indietro sulla loro storia i problemi e le speranze del loro tempo. Un libro importante che parla a tutti».

dalla prefazione

«…Nel corso degli ultimi due secoli la critica biblica ha dapprima smantellato la storicità della creazione e del diluvio, poi quella dei Patriarchi, poi (sempre seguendo l’ordine cronologico) quella dell’Esodo e della conquista, di Mosè e di Giosuè, del periodo dei Giudici e della «Lega delle 12 tribù» — arrestandosi però al regno unito di David e Salomone considerato sostanzialmente storico. La consapevolezza che gli elementi fondanti della conquista e della Legge fossero in realtà retroiezioni post-esiliche (intese a giustificare l’unità nazionale e religiosa e il possesso della terra per i gruppi di reduci dall’esilio babilonese), se richiedeva una certa riscrittura della storia d’Israele, non incrinava però la convinzione che uno stato d’Israele unitario (ed anche potente) fosse realmente esistito sotto David e Salomone, e che fosse realmente esistito un «Primo Tempio» — che dunque i reduci dall’esilio volessero ricostituire un’entità etnica e politica e religiosa già esistita in passato.

La più recente critica ai concetto stesso di regno unito ha messo in crisi totale il racconto biblico, perché ha ridotto l’Israele «storico» a uno dei tanti regni palestinesi spazzati via dalla conquista assira, negando un collegamento tra Israele e Giuda (dunque un Israele unito) in età pre-esilica. La riscrittura della storia d’Israele diventa a questo punto assolutamente drastica…

…Quanto la storia vera ma normale era stata priva di un interesse che non fosse prettamente locale, tanto la storia inventata ed eccezionale divenne la base per la fondazione di una nazione (Israele) e di una religione (il giudaismo) che avrebbero influenzato l’intero corso della storia successiva su scala mondiale.»

da pag.309

«La saldatura tra «uscita» dall’Egitto ed «entrata» in Canaan, è notoriamente tra le più artificiose e complicate di tutto il corpus di tradizioni confluite nell’Antico Testamento: da tempo c’è sostanziale accordo nel ritenere che il percorso dell’esodo e l’ambientazione topografica del conferimento della Legge siano elementi assai tardi (di età post-esilica) inseriti nel racconto al fine di attuare un collegamento logico e narrativo tra i due elementi della promessa: uscita dall’Egitto e presa di possesso della terra. (Si noti che il collegamento tra fuoriuscita e possesso era invece automatico quando si trattava di metafora, senza implicazioni migratorie. Mosè non è mai citato (a parte un passo di Michea 6 4 che è però di assai dubbia autenticità) prima dell’eta post esilica, e anche il Sinai e citato solo un paio di volte (Giud.5:5; Sal.68) ma senza collegamento al patto tra Dio e popolo.  La composizione tarda comporta una descrizione del viaggio nel deserto (midbār) quale poteva essere immaginata (in Babilonia o a Gerusalemme) da parte dei gruppi giudei di ambientazione cittadina. L’immagine del deserto, nel complesso Esodo-Numeri non è di tipo pastorale, dove le tribù vivono a loro agio; è invece del tipo «zona di rifugio» o «terra di esilio», in una prospettiva cittadina di acuto disagio. La strada è difficile e pericolosa per presenza di insidie e mancanza d’acqua.» (9.5.09).

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NONNO MARIO COMPIE 100 ANNI

 

Nonno Mario, il padre di Marina, il Cav.di Gran Croce Mario Forte, il 19 marzo compie 100 anni. Per festeggiarlo viene anche Giovanna dalla Germania, con il marito Michael ed i figli Emilio Otto, Olivia Lila e Serafin Saffran.

In questi giorni nonno Mario mi racconta spesso della sua infanzia e delle sue passeggiate con il padre sul lungolago (lago Maggiore) di Pallanza (dove è nato): A quattro anni sapevo già tutto. Mio padre, anticlericale, mi aveva insegnato tutto.

Poi la famiglia si trasferì a Soriano del Cimino. A sei anni entrai alla scuola elementare, direttamente in terza elementare. Non c’è dubbio che ricorda l’infanzia di Marina, unica figlia. Anche lei a 4 anni aveva imparato dal padre tutto ed 6 anni entrò il terza elementare, ma poiché era cambiata la normativa, dovette ripetere la 5^ per attendere di avere l’età per iscriversi in prima media.  Per fortuna ci trasferirono ad Aversa, altrimenti sarei dovuto andare alla scuola media dai preti. A Soriano non c’era la scuola media pubblica. Fino ad allora noi non eravamo mai andati in chiesa. Anche da grande i preti non li ho mai frequentati. Ad Aversa i giovani cattolici erano solo i figli della famiglie molto ricche.

Certo ricorda l’educazione che dette alla figlia. Una formazione del tutto laica. E ai funerali della figlia dovette subire la predica del signor Silvano fiorentino che la spogliò dell’identità per farne una beghina che deve tutto ad un prete. Con questo credeva di seguire san Paolo: Durante le riunioni le donne restino in silenzio, senza pretese. Non permetto alle donne di insegnare né di comandare agli uomini. Devono starsene sottomesse perché Adamo è stato creato per primo, eppoi Eva, ed inoltre non fu Adamo che si lasciò ingannare: fu la donna a lasciarsi ingannare e a disubbidire agli ordini di Dio” (1 Timoteo 2:11-14):  e voleva dire: " si salverà, nella sua vita di madre se conserva la fede, l'amore e la santità nella modestia".(1 Timoteo 2:15). Già le donne provocano non solo con il vestire, ma anche avendo cultura, lavorando e soprattutto insegnando.

A chi gli faceva le condoglianze, ripeteva che per un padre non c’è niente di peggio che sopravvivere all’unica figlia. Ma da parte degli “amici di don Emilio” nemmeno il più piccolo gesto di pietà. Anzi la damnatio memoriae di Marina che era un testimone troppo attendibile e scomodo delle vicende umane, culturali e spirituali di dEmilio, di cui di doveva dare un’immagine artefatta per depistare le indagini sulla sua feroce uccisione: non com’era vissuto, ma come avrebbe dovuto vivere. Nemmeno le bestie più feroci!

 

Nonno Mario è stato collegato all’Opus Dei. L’Espresso scrisse che era il numero 3 in Italia. Andato in pensione ha presieduto per oltre 10 anni, in totale gratuità, e senza nessuna interesse o interferenza, né politica, né religiosa, il Centro Elis, una struttura laica, un centro voluto da papa Giovanni, che nonno Mario aveva conosciuto a Venezia per un convegno sulla Montessori (Marina era stata mandata in un asilo montessoriano), contribuendo a farne uno dei centri più importanti per la formazione professionale.

Non ha servito la sua chiesa e la compagnia di san Paolo, per guadagnarsi il paradiso anche economico in terra, ma i giovani delle periferie romane,

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_________________________________________________________________Libracci, pretacci

 

Io de libbracci ne ho letti proprio tanti e mi sono ben reso conto che la fede della chiesa è costruita non sulla parola di Dio, sulle inquietudini dei teologi. Ma la parola libracci mi evoca per assonanza pretacci. Mi ricorda una telefonata di Giuseppe: lo sai Anto’ che so stati quei pretacci. E scoppiò a piangere. E lo so si, o almeno lo immagino, risposi.

La dolorosa vicenda mi sembrava chiusa, anche perché era più che prevedibile il coinvolgimento di alte personalità vaticane. Il avevo alungo parlato con Emilio pochi giorni prima della sua uccisione. Insomma non si poteva investigare più di tanto.

Ma subito scese in capo la potentissima signorina Groppelli. Avevo la ventura di incontrarla tutte le mattine: Anche ora la incontro spesso (abbiamo in comune il banco alimentari al mercato) , ma non la saluto. Allora allargava le braccia in mezzo alla strada: carissimo Antonio. Io la conoscevo appena, solo perché Emilio la invitò qualche volta alle visite “alla ricerca delle radici”, dove a me spettava la ricostruzione storica, ben lontana dalla verità della chiesa. E poi continuava: son stati gli slavi. Sapeva bene che quello slavo alcolizzato e senza età che volevano far passare da colpevole, non c’entrava niente, ma avevano bisogno di un colpevole qualsiasi per allontanare i sospetti dalla Compagnia. E lui era il colpevole ideale, quello andava bene. E stava andando a messa e a far la comunione! Carità cristiana ! 

E poi, quasi a giustificarsi: però aveva un caratteraccio. I giovani della Compagnia non lo volevano, dicevano che era un poeta, fuori dal mondo. E così giustificava l’interminabile presa in giro. Avevano fatto credere per anni a Emilio che lo avrebbero destinato a Luino per la formazione dei giovani.. Adesso mi diceva che questo non era avvenuto perché i giovani non lo volevano.

Era un segnale. Bisogna stravolgere l’immagine e Emilio e cancellare i testimoni più attendibili delle sue vicende umane, culturali e spirituali.

Ecco allora il signor Silvano (che si fregia del titolo di prete e di sacerdote per rivendicare autorità), ecco Daniele, Pietro e Paolo, mentre Giuseppe si comportò come se non avesse mai conosciuto Emilio.

Hanno fatto del male, molto male, ma che gli frega: loro hanno la verità e il paradiso, anche in terra, garantito. Con don Zeno posso ripetere: è una religione che fa schifo.

Antonio Thiery, 6.3.2013

_________________________________________________________________GRAZIA DI DIO E’ UNA DONNA TACITURA (LA BIBBIA)

 

SUL WEB SI ESALTA IL RUOLO DELLA DONNA NELLA CHIESA CATTOLICA, MA SI DIMENTICANO LE SISTEMATICHE AFFERMAZIONI CONTRO LE DONNE DELLA QUASI TOTALITÀ DEI PADRI DELLA CHIESA. IL CARD. RAVASI IL MINISTRO DELLA CULTURA DEL VATICANO, NELLA RIPROPOSIZIONE PER RADIO E  NOTTURNA DELL’ANTOLOGIA DELLE SUE CONFERENZE SOSTIENE ANCORA CHE IL DISPREZZO PER LA DONNA È ANCESTRALE, MA FINGE DI DIMENTICARE CHE PER MOLTI MILLENNI IL LINGUAGGIO DELLA DIVINITÀ FU AL FEMMINILE. POI NEL MEDITERRANEO ARRIVARONO A ONDATE LUNGO UN PERIODO DI CIRCA DUEMILA ANNI (A PARTIRE DAL 4500 A.C.), TRIBÙ GUERRIERE,. DISTRUGGENDO TUTTE LE CIVILTÀ FONDATE SUL CULTO DELLA DEA, CHE VENNE SOSTITUITO DAL POTERE DELLA SPADA E DALLA TERRIBILE IMMAGINE DEL POSSENTE GUERRIERO MASCHIO. LA DEA VENNE SOSTITUITA DA FIGURE DIVINE MASCHILI, E ALLA FINE DALL’ONNIPOTENTE DIO PADRE. NE DERIVÒ UNA RELIGIONE AUTORITARIA, MASCHILISTA; PATRIARCALE E UN DISPREZZO PER LA DONNA E UNA REPRESSIONE DELLA SESSUALITÀ, E IN PARTICOLARE DELLA SESSUALITÀ FEMMINILE. LA CHIESA COSIDDETTA DI CRISTO, L’HO SPERIMENTATO DI PERSONA AL FUNERALE DI MIA MOGLIE, (PRIVATA NELL’OMELIA FUNEBRE DI OGNI DIGNITÀ E PERSONALITÀ) DIVENNE PARTE DI QUESTO PROCESSO MASCHILISTA E IMPERIALISTA, CHE NON FU ALTRO CHE UNA PROSECUZIONE DELL’IMPERO ROMANO. USURPÒ IL POTERE ALLA GENTE PER CONCEDERLO A UN’ELITE AUTORITARIA E PATRIARCALE.

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Corriere della Sera

La notizia che i vescovi lombardi hanno dato il via al processo canonico di don Primo Mazzolari, (18.2.2013) viene accolta con grande rilievo dai giornali italiani. Vengono soprattutto messe in evidenza due grandi virtù:il sostegno alla chiesa dei poveri e l’obiezione di coscienza.

A me che, militare in una caserma con oltre 600 analfabeti, rifiutai ogni “grado” e conseguente ogni privilegio anche economico e che rifiutai il giuramento alla patria, la notizia mi rallegra. Mi rallegra anche se non faccio più parte della chiesa cattolica romana. Ma non posso evitare di ricordare le bugie di ser Silvano del mistero. Bugie che certo dovevano servire a qualcosa.

E’ noto che Mazzolari rappresentò per dEmilio Gandolfo una guida straordinaria già in seminario. Al momento di essere ordinato sacerdote dEmilio scrisse TRE LETTERE a don Mazzolari e ne ebbe altrettante risposte. Mario Gnocchi , della Fondazione Mazzolari, e buon amico di dEmilio  scrisse, sulla rivista “impegno” un bell’articolo: "Mi avete aperta la porta del vostro cuore" TRA MAZZOLARI E DON EMILIO GANDOLFO, UNA BREVE MA INTENSA CORRISPONDENZA. Lo scambio di poche lettere tra don Primo e il giovane seminarista alla vigilia dell'ordinazione, che sarebbe divenuto eminente protagonista della cultura cattolica, come scrittore ed educatore. - Don Emilio mori assassinato inesplicabilmente nella sua canonica, il 2 dicembre 1999”.

Naturalmente pubblicò le tre lettere di dEmilio e le tre risposte di don Mazzolari. Venuto subito in possesso di quest’articolo tramite dBattista parroco della Trasfigurazione di Roma e il giorno successivo informatone telefonicamente dallo stesso dott. Gnocchi, mi affrettai a metterlo a disposizione (scannerizzato e per e-mail) dei cosiddetti amici, tra cui ser Silvano del mistero.

Ed ecco che scrive ser Silvano (don Emilio Gandolfo, Lettere agli amici, vol.1, p IV-V):

Don Primo Mazzolari : “Tu vedi col cuore, gli scrive, ti sei messo dalla parte dell’Amore per vede re il tuo Altare. Qualche fiore, come adesso sui mandorli, cadrà. Tu ne sei preparato... Ora però è bene che tu canti con tutta l’anima perché credere è anche poesia, offrirsi è la più alta poesia...”

Questa lettera di Primo Mazzolari Emilio la pubblica più volte, sempre nelle ricorrenze della sua ordinazione. Nel liber amicorum che viene stampato in occasione del suo Cinquantesimo, Pentecoste del ‘92, compare la fotocopia dell’originale. Purtroppo non pubblica mai la sua lettera, quella con cui comunica a don Primo la notizia della sua ordinazione che deve aver molto colpito Mazzolari per l’entusiasmo, l’amore, la freschezza giovanile che essa rivela. Emilio ha 23 anni. Don Mazzolari in quegli anni è il prete di punta”

Se é vero che dEmilio non pubblicò mai la lettera a Mazzolari, è pur vero che dopo l’articolo del dott.Gnocchi era nota tutta la breve, ma intensa corrispondenza tra Emilio e don Mazzolari.

Ser Silvano del mistero fa finta di non conoscerla. Eppure quelle lettere chiarivano una serie di problemi sulla formazione di dEmilio tra i seminaristi, sull’essere prete tra la gente. Sul legame tra dEmilio e la chiesa dei poveri (Mazzolari, ma anche don Zeno). Ma sono cose che non bisogna far sapere. Sopire, troncare.

___________________________________________________________________________Una testimonianza

Che ne pensi di Onorio d’Autun?  Chiesi a bruciapelo e con fare canagliesco (pensavo di metterlo in difficoltà) ad Emilio mentre lo accompagnavo in macchina non so dove, pochi mesi o pochi giorni prima del suo feroce assassinio.

Fu la sua risposta  a mettermi in difficoltà: è un autore molto fine.

Il mistérieux (così lo definisce M.D. Chenu in quel bellissimo libro che è: la teologia come scienza nel tredicesimo secolo, del 1976 e tradotto in italiano nel 1985) monaco Onorio di Autun, (Augustodunensis o, meglio, di Ratisbona) è un monaco tedesco autore di molti scritti, da cui emerge il forte simbolismo della liturgia nel XII secolo (specialmente i gesti con il calice nella messa) e che alcuni vorrebbero ispiratore di Gesleberto, autore delle sculture della cattedrale di san Lazzaro (!) ad Autun e di quella scultura Borgognona che così larga influenza ebbe nella formazione della scultura romanica italiana (Antelami, battistero di Parma).

Ma soprattutto nelle opere di Onorio (che si definisce presbyter et scholasticus) traspare chiara la ricerca di un “discepolo” da contrapporre o meglio da affiancare a Pietro. E’ Giuseppe d’Arimatea, che diventa capo della chiesa degli intimi, degli amici di Gesù, (tra cui la Maddalena, Lazzaro, Marta Marcella, Maximino). La santità di Giuseppe d’Arimatea è attestata tra gli altri dal Baronio, Se Pietro è capo della chiesa visibile,  Giuseppe è capo della chiesa invisibile, “occultata”. Onorio è consacrato ad entrambe le chiese. Cfr.M. Insolera, La chiesa e il Graal, studio sulla presenza esoterica del Graal nella tradizione ecclesiastica, 1987 (ed.francese) 1998 (ed.italiana).

Allora mi fu chiaro perché Emilio volle venire in Borgogna (forte, quasi petulante fu la sua insistenza) con noi, che quasi ogni estate passavamo dalla Borgogna. Marina gliene parlava molto. Voleva ricercare le radici, che molti suoi “amici” si affrettano a tagliare.

Doveva essere un viaggio in 6/7 persone; poi diventammo più di 20.

Onorio insiste: “gli evangelisti volevano mettere per iscritto soltanto gli avvenimenti che erano di pubblica conoscenza”.

Anche Emilio, ben consapevole delle tradizioni esoteriche e simboliche e dei “pericoli” che si corrono a divulgarli, ha messo per iscritto soltanto gli avvenimenti che erano di pubblica conoscenza.

Antonio,18.2.2013

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 Due modi diversi per dire la stessa cosa:

dalla vulva alla mandorla _____________________________________________________________

Da www.antoniothiery.it                         disonestà apologetica ???

Io sono un meticcio culturale ed un povero ignorante, del tutto estraneo, per motivi genetici di DNA, alla cultura del greco-latinicismo, la cui esclusività, almeno per l’Europa, è ribadita da Benedetto XVI.

Negli ultimi 50 anni ho molto viaggiato, molto visto e molto letto.

Spesso mi sono imbattuto, anzi con Marina ci siamo imbattuti, in documenti che mostrano come la storia raccontata nelle nostre scuole, nelle nostre chiese, nei nostri manuali e catechismi é molto diversa dalla realtà. Siamo di fronte a quella che Congar definisce disonestà apologetica.

Qualcuno che possiede la verità, che pensa di essere la verità, può spiegarmi come mai  la vulva ben esibita è ancora presente in molte chiese cristiane-cattoliche romaniche europee (cioè del XII e XIII sec. d.C.) (100 nella sola Irlanda, 50 in Inghilterra, molte in Francia e Spagna) lungo alcuni percorsi dei pellegrinaggi immutati nei millenni, ad esempio verso Finis Terrae poi cristianizzato, ma solo dall’VIII secolo d.C., in Santiago?. Visto che la cultura scientifica calcola che solo il 5% dei reperti antichi si è conservato, dovevano essere decine di migliaia.

     

Questi sono solo tre esemplari di Sheela (Radnorshire Museum Powys Galles; Kiltinan Church a Fethard, contea di Tipperary; Kilpeck) dei circa 200 (duecento) rimasti prevalentemente in chiese cristiane-cattoliche dell’età romanica o presso le tombe dei vescovi.

A che servivano? Ma come mai nessuno o quasi nessuno le cita? Forse ricordano che alle origini il linguaggio della divinità è femminile. Gli organi sessuali della donna rappresentano un simbolo vivente dell’energia divina (altro che verginità), come i genitali dell’uomo sono un simbolo della stessa energia divina, ma in forma maschile. Ricordavano che il poligenetico cristianesimo dei primi mille e cinquecento anni è molto diverso da come lo descrivono le filosofie, i dogmi, le inquietudini dei teologi attuali e che dovremo imparare ad usare l’antropologia più della teologia.

Per molti millenni il linguaggio della divinità fu al femminile. Poi nel Mediterraneo arrivarono a ondate lungo un periodo di circa duemila anni (a partire dal 4500 a.C.), tribù guerriere. distruggendo tutte le civiltà fondate sul culto della dea, che venne sostituito dal potere della spada e dalla terribile immagine del possente guerriero maschio. La dea venne sostituita da figure divine maschili, e alla fine dall’Onnipotente Dio Padre. Ne derivò una religione autoritaria, maschilista; patriarcale e un disprezzo per la donna e una repressione della sessualità, e in particolare della sessualità femminile. La Chiesa cosiddetta di Cristo, l’ho sperimentato di persona, divenne parte di questo processo maschilista e imperialista, che non fu altro che una prosecuzione dell’impero Romano. Usurpò il potere alla gente per concederlo a un’elite autoritaria e patriarcale.

Mi spiego come mai dEmilio Gandolfo concludeva molte delle sue omelie ricordando la Maddalena. «Le sono perdonati molti peccati, perché molto ha amato». (Luca. 7,47) Ci credeva a tal punto che l’ultimo libro regalato a Marina è “l’amore di Maddalena”, di Anonimo francese del XVII secolo, pubblicato da Servitium nel 1998, e comprato alla libreria paolina di Laspezia..

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Giuseppe tre anni fa mi ha scritto a proposito dell’articoletto di Pietro sull’Osservatore romano, giornale specializzato a modificare le esperienze e le identità (vedi l’articolo in morte di Vittorio Peri,diventato l’esperto in pastorale dello sport)

 

Ho posto delle domande a Giuseppe. Si è ben guadato da

rispondermi. Ora gli ricordo: Tu sai bene che un prete ed una

religione di quel genere non li abbiamo e non li avremmo

mai frequentati. Ricorderà bene dEmilio per te, non certamente

per noi. Perché insultarci in questo modo? Perché privarci della nostra identità?

Secondo lo stile cattolico crei una falsa verità in nome della “disonestà apologetica”.

 

Del resto quando avete dimenticato Marina (una persona muore

quando è dimenticata), uno dei testimoni più accreditati delle

vicende umane, culturali e spirituali di dEmilio, era chiaro che

dovevate ricordare le scelte di vita non com’erano state per

quaranta anni, ma come avrebbero dovuto essere.

 

Continuo a vergognarmi delle ripetute citazioni che vengono fatte di me nei volumi delle Lettere ali amici, depositate alla Biblioteca Nazionale: un prete integrista,clericale, dogmatico, ignorante come è descritto da Silvano e da Pietro ed una religione di quel genere non l’ho e non lo avrei

mai frequentati.

 

Tra l’altro Silvano scrive: “era tutto pronto presso l’editore amico Borgia”. Eppure sapeva bene che per preparare il materiale e rispondere ad un desiderio di Marina lavorai quattro giorni e quattro notti senza mangiare e senza dormire. Mi sentii svenire più volte. Non potevo permettere di cadere e farmi male e allora mi stendevo sul pavimento.

 

Quel nobile signore di Borgia disattese un contratto che pure aveva sottoscritto e firmato. Ora ogni tanto gliene mando una copia e lui la rimanda al mittente. Si sa, come dice il Belli: io so’ io e tu non vali cazzo. Ma si sa lui è un buon cattolico; io no, sono solamente uno che cerca di essere cristiano.

Comunque ricordo il contratto:

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Antonello Sacchetti ripropone, e fa bene,  alcune splendide riproduzioni dell’arte persiana achemenide e sasanide, ma  forse ignora che l’apporto determinante sulla cultura medievale europea da parte di Siria, Mesopotamia, Persia, Afganistan, India fu proposto e studiato agli inizi degli anni SESSANTA (cinquanta anni fa)soprattutto da Géza de Francovich (allora ordinario alla Sapienza di Arte Medievale) e da Mario Bussagli (allora ordinario presso la stessa università di storia dell’arte dell’India e dell’Asia centrale), entrambi miei professori; relatore il primo, correlatore il secondo della mia tesi di laurea. Di Francovich fui assistente volontario. In due esaminavamo in ogni sessione d’esame oltre 600 studenti. Mi guadagnai l’appellativo di “quer piccoletto fijo de ‘na mignotta proprio per l’attenzione che ponevo nel far esaminare i tanti album fotografici, molti relativi a Naqh-e-Rostan.

E’ servito a niente. Il papa dei cattolici ha spiegato che la cultura europea deve tutto a Gerusalemme, Atene e Roma! Ma Umberto Eco ha ricordato che la storia è un’insieme di falsi. Forse per questo il Primo Millennio è cancellato dai nostri manuali scolastici ed universitari: Ricorderò solo che i cristiani che morivano nella Francia meridionale in età merovingica in odore di santità, venivano seppelliti avvolti in tappeti sasanidi, persiani.

La cosa mi sta a cuore perché secondo molti Thiery è un cognome merovingico.

____________________________________________________________________________________________________________________________________________TIMBUCTU, LA CITTA’ DEL MALI TEATRO DELLA GUERRA, E’ UNA DELLE CULLE DELLA NOSTRA CIVILTA’. POCHI VOGLIONO SAPERE CHE, QUANDO A PARIGI ED A BOLOGNA SI ORGANIZZANO CON POCHI ALUNN ILE PRIME EMBRIONALI UNIVERSITA’, A TIMBUCTU ERANO GIA’ SORTE GRANDI UNIVERSITA’FREQUENTATE DA MIGLIA DI STUDENTI PROVENIENTI LUNGO LE VIE CAROVANIERE (CHE UNIVANO L’ESTREMO ORIENTE CON L’ESTREMO OCCIDENTE) DA OGNI PARTE DEL MONDO. A TIMBUCTU, CITTA’ MEDITERRANEA NELL’AFRICA NERA, FIORISCE LA MODERNA CIVILTA’ DELL’INTERAZIONE, DELLO SCAMBIO CULTURALE, DELLA MULTICULTURALITA’ E DELLA VOGLIA DI SAPERE. NE PARLO’ ANNI FA IL SUPPLEMENTO DONNA DI REPUBBLICA. IL TEMA E’ STATO RIPRESO NEL 2008 NEL LIBRO DI MARCO AIME, «TIMBUCTU», BOLLATI BORINGHIERI (PP. 200, E10) ED ORA SULLA RIVISTA LIMES  DA MATTEO FRASCHINI KOFFI: “Fin dalla sua nascita verso la fine dell’XI secolo, Timbuctù era il punto d’incontro tra il “bianco” e il “nero”, tra le popolazioni del mondo arabo e quello africano. La città dei 333 santi è descritta dai suoi abitanti come una grande porta situata al bordo dell’oceano: il Sahara. I cammelli che come barche venivano dal nord raggiungevano dopo diversi giorni di viaggio le piroghe delle popolazioni che abitavano più a sud, lungo il fiume Niger. Questi due mezzi di trasporto facilitavano i sempre più frequenti scambi commerciali che resero Timbuctù un'importante crocevia di tradizioni e conoscenza…“Timbuctù è l’unica città dell’Africa nera che ha avuto un’università non influenzata dalle scuole di pensiero formatesi in nord Africa o nel Golfo persico,” afferma Mohamed Haidara, una guida turistica maliana fuggita dalla regione per via della ribellione, “Egitto, Marocco, Algeria, Arabia saudita, sono tutti Stati in cui le università hanno manipolato l’interpretazione dell’Islam a seconda dei propri interessi. I musulmani di Timbuctù vantano invece un’indipendenza storica e religiosa che ha permesso loro di seguire la propria strada moderata - spiega Haidara - è quindi impensabile che ci venga imposta la versione della sharia voluta dagli integralisti”.

__________________________________________________________________________________I BERBERI

Le regioni rivierasche dell’Africa settentrionale sahariana (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto), sono state per molti millenni terre di transito delle carovane che dall’Asia raggiungevano le estreme propaggini dell’Europa ed il Mediterraneo. Le carovane si muovevano lungo le coste, dalla Siria e dalla Palestina, attraverso il Sinai (basterà ricordare i Fenici);  oppure passavano dal continente asiatico (dallo Yemen) a quello africano (all’Etiopia), lì dove il mar Rosso si restringe. Raggiungevano il Mediterraneo, attraverso strade oggi desertiche verso le odierne Tunisia e Libia, oppure attraversavano tutto il Sahara fino a Timbuctu, sul fiume Niger, fino all’odierno Mali, risalendo poi fino alle coste marocchine. L’uomo per sua natura è nomade, viaggia in ogni angolo del mondo, e grandi migrazioni dalla preistoria di popoli interi, e che ancora oggi continuano, hanno portato a molte e naturali ibridazioni tra etnie, culture, diversi modi di vita, religioni, prodotti della terra e del lavoro dell’uomo.

E queste grandi migrazioni cominciano proprio dall’Africa che, se non l’unica, è certamente una delle più importanti culle dell’origine dell’uomo. Dall’Africa esce l ’homo erecuts: le prime impronte, che datano 3.700.000 anni fa, sono state rilevate in Tanzania! Ed anche dall’Africa comincia le sue peregrinazioni il primo  homo sapiens sapiens, la specie a cui noi apparteniamo, che sembra comparso, almeno secondo lo stato attuale delle conoscenze, 100.000 anni fa.

Il Sahara non è sempre stato un deserto, in passato popolazioni vi hanno vissuto e prosperato, sviluppandovi alcune tra le più antiche forme di civiltà,  da circa VII millenni a.C. quando cominciò a diffondersi l’agricoltura e la pastorizia, già fiorenti da almeno 3.000 anni in Anatolia e nel Medio Oriente.

Gli scrittori greci dell’antichità dividevano la popolazione dell’Africa in due, usando una terminologia che non va confusa con quella che identifica i moderni Stati: gli Etiopi, che significa letteralmente gli uomini “dalla faccia bruciata” ed i libici, gli uomini dalla faccia pallida, cioè i berberi. Il significato della parola è dubbio. Forse deriva dal greco “bàrbaroi” (in arabo al-Barbar), barbari, cioè stranieri che parlano una lingua non intelligibile. La parola è onomatopeica: ba, ba. Dicono parole per noi incomprensibili.

 

I moderni studi sulla storia della diversità umana tendono a riconoscere nell’Africa preistorica tre tipi umani. I protoberberi di “tipo mediterraneo”; i camiti o etiopi di tipo africano orientale, negroidi;  le tante consistenti ibridazioni. Le origini dei berberi, come il loro nome sono controverse. Certo è che sono nomadi, legati alle carovane ed alla pastorizia. Si pensa ad un tipo europoide e ad una loro venuta in Africa dal nord Europa. Alcuni gruppi berberi, infatti, si caratterizzano per il colore chiaro della pelle e degli occhi e anche per i capelli biondi, aspetti che possono far pensare appunto a remote origini nordiche.

Molti pensano a popolazioni arrivate anche attraverso l’Europa, ma dalle pianure caucasiche. Da quelle pianure da dove verrebbero gli europei, ma anche gli indiani, gli iraniani, gli asiatici sud occidentali.

I moderni berberi identificano nella loro denominazione la radice: terra e rivendicando il nomadismo, tendono a  riconoscere le loro radici nello Yemen, forse per certe assonanze anche nei caratteri antropologici con i beduini del deserto arabico.

 

Nel Sahara algerino, ancora nei primi secoli dell’era cristiana, la popolazione era costituita da tribù negre e da altri gruppi etnici dalla pelle chiara. In conseguenza della penetrazione romana che avvenne già dal II secolo a.C. fino agli altipiani, i berberi nomadi si spinsero a sud verso il deserto, dove da allora rimasero stabilmente.

Non mancano testimonianze sulle interazioni tra la cultura latina e quella berbera, come dimostra S:Agostino nelle cui vene, grazie alla madre, scorreva appunto sangue berbero. 

Nel VII secolo d.C giunsero in Africa gli arabi, provenienti da oriente, ma il loro numero rimase esiguo. Tuttavia realizzarono il non facile processo di assimilazione dei berberi, che fatta propria la religione musulmana dei conquistatori arabi,  in maggioranza, sia pure con molte resistenze, ne hanno assunto anche la lingua e i costumi. Questo processo si protrasse per circa tre secoli.

Ma il più massiccio insediamento arabo si verificò nel l’Xl secolo, quando irruppero nell’Africa del Nord grandi tribù nomadi arabe, le quali, vi distrussero i resti del la civiltà romana e trasformarono profondamente l’organizzazione sociale berbera, provocando una profonda decadenza economica e culturale. Non va dimenticata anche una breve parentesi ottomana ed il profondo e doloroso processo di europeizzazione legato alle  conquiste coloniali..

Una parte dei berberi, forse meno di un terzo, è comunque rimasta isolata in zone montuose difficilmente accessibili del Nord Africa, ed ha conservato i propri dialetti, le antiche tradizioni e la propria struttura economica. Oggi, come molti popoli, rivendicano la loro origine e la loro cultura senza soggezione e senza complessi di inferiorità. Anche se molti berberi sono diventati sedentari e pienamente arabofoni (ma non mancano quelli che hanno mantenuto la lingua originaria), esistono popolazioni e gruppi berberofoni, ancora nomadi, che hanno conservato la loro antica organizzazione politica e sociale e la capacità degli antichi lavori artigianali. I più noti sono i tuaregh, particolarmente presenti nel Sahara algerino e libico, un popolo particolarmente fiero, che. evocano da sempre un’immagine misteriosa e affascinante. Su di loro, come del resto su molti berberi, si tramandano leggende di coraggio, fierezza, bellicosità, ma anche di amore per la musica e la poesia.

 

 

///////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////ritmi simbolici e omelie di stile orale

 

Emilio Gandolfo (1979), uno dei massimi conoscitori di Gregorio Magno, nota che l'omelia (il servizio sacerdotale più alto e irrinunciabile , perché mette a contatto la parola di Dio con la situazione storica contingente e con il cuore dell'uomo in cui la storia realizza la sua massima intensità) si svolge secondo ritmi simbolici che a noi moderni possono non piacere, ed è "un commento tutto orientato verso la vita, non verso la conoscenza astratta, derivato da una lettura meditata della parola di Dio, dalla lectio divina, secondo la tradizione monastica. Il pastore che tiene l'omelia ai fedeli nell'assemblea liturgica non cessa mai di essere il monaco contemplativo".

 

In uno dei miei vecchi e dimenticati scritti ho ritrovato questa citazione. Non posso non paragonare il modo di intendere l’omelia di Emilio, con l’oscena omelia ai funerali di Marina del signor Silvano fiorentino, omelia che ricordo tutti i giorni e sogno tutte le notti da quasi undici anni. O con i ricordi scritti da Pietro e con i giudizi (mi sembra ben fatto) di Giuseppe.

 

Certo o Silvano e soci non conoscevano Emilio, o avevano precisi interessi (non dimentichiamo che Emilio è stato ferocemente ammazzato) per mostrarlo non com’era, ma come avrebbe dovuto essere.

 

Delle tante omelie di Emilio e della sua convinzione ad esercitare ritmi simbolici rimane solo memoria in alcuni suoi amici non a caso giudicati indegni di far memoria di Emilio dal gran magistrato che coordina il ricordo ufficiale di Emilio.

 

Inseguire e ricostruire gli scritti serve a poco. Bisogna ricostruire la memoria delle sue omelie. Del Che la scrittura sia solo un promemoria lo aveva ben detto Michele Amari  (Storia dei musulmani in Sicilia, Firenze, 1854,  n.e.Firenze 2002, p. 74) che nota come presso gli arabi: “ La scrittura…si adopera a perpetuare qualche atto pubblico, non a conservare le produzioni dell’ingegno, le quali raccomandansi tuttavia alla memoria dei raccontatori…che parve per lunghissimo tempo più comoda e sicura che le carte scritte”

 

La genialità di Emilio sta nelle omelie pronunciate oralmente. Negli scritti si autocensurava.

 

Povero Cristo,è stato ammazzato in vita e nel ricordo. (24 gennaio 2013).

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Il Corriere della Sera dedica un’intera pagina ad uno degli sprechi più assurdi che si sono verificati a Roma. Sono stati spesi ben 20 milioni per risistemare la biblioteca Hertziana, quella che viene definita “una delle più prestigiose istituzioni del mondo per la ricerca e lo studio della storia dell’arte”.

 

Io ho passato in questa biblioteca gran parte della mia vita. Per molti anni ho passato almeno un’ora al giorno in questa biblioteca. Lì ho pianificato gran parte delle mie letture, compresi i libri, altrimenti introvabili,dell’Istituto biblico di Gerusalemme, e dei miei viaggi.

 

Posso dire che gran parte delle cose che credevo di sapere deriva da lì.

 

Ma poi Paolo, Giuseppe; Pietro e Silvano, Claudio, mi hanno detto, a volte con brutale autorità, che è stato tutto inutile, Il mio “sapere” non vale niente..

 

Le conoscenze che lì si formano sono inutili. Aveva ragione il Belli: in un sonetto del 20 marzo 1934: IL MERCATO DE PIAZZA NAVON, dice:

Che predicava a la Missione er prete?
“Li libri nun sò robba da cristiano:
Fiji, pe’ carità, nun li leggete.”

Emilio, Marina, io abbiamo letto troppo.

20 milioni buttati al vento. E tanta altra gente da rovinare.

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E' la domenica in cui la liturgia legge il vangelo relativo alle nozze di Cana. Emilio riuniva molte delle coppie di cui aveva "celebrato"il matrimonio, considerato un sacramento solo dai tempi del concilio di Trento.

Tra gli amici di Emilio, quelli che considerava "l'eco più fedele",
c'era gente che non sapeva che farsene della tradizione di santa romana chiesa.

Avevano realizzato il loro matrimonio ricordando un codice etiope del XII secolo relativo al Vangelo Apocrifo di Giovanni, tanto caro ad Emilio.Uno di quei testi anatemizzato nei secoli dalla gerarchia.

 

forse Emilio era un po' diverso da come Silvano, Pietro, Giuseppe, Paolo lo descrivono.

 

 

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Padre Emanuele Testa, grande amico, compagno di studi ed ispiratore di dEmilio - in memoriam nel II anniversario

Giovedì 13 gennaio 2011 verso le 5.00 del mattino Padre Emmanuele Testa, professore emerito dello SBF e della Pontificia Università Urbaniana è morto nell’infermeria provinciale di Santa Maria degli Angeli in Assisi.

Lo Studio Biblico lo ricorda con riconoscenza e affetto.

Nell’introduzione al volume Early Christianity in Context (a cura di F. Manns e E. Alliata) pubblicato in occasione del settantesimo genetliaco di padre Emanuele Testa (1993), Manns ne contestualizza l’apporto scientifico allo studio del Giudeo-Cristianesimo (ecclesia ex circumcisione) in questo modo:
“Il Reverendo padre Testa ha sempre mostrato un profondo interesse a riguardo del problema delle origini cristiane. Trovandosi a Gerusalemme fin dal 1957 è stato testimone di molte scoperte archeologiche relative alla chiesa primitiva. L’Università di Tubinga iniziò ad investigare le origini del cristianesimo delle origini più di un secolo fa. Oggi molti metodi sono usati in diversi centri per studiare l’argomento. Ma lo stesso interesse rimane.
Alcuni storici, parlando del cristianesimo primitivo, amano usare l’espressione giudeo-cristiani. Di fatto però tale denominazione appare piuttosto ristretta, in quanto include solo gli ebrei, che sono solo una parte del cristianesimo delle origini. Accanto agli ebrei che accettarono Gesù come Messia d’Israele, sappiamo dal Nuovo Testamento che la comunità cristiana era composta anche da Samaritani e molti altri popoli.
Il dibattito tra gli studiosi del giudeo-cristianesimo non è ancora finito …”

Lo psicologismo del simbolo e non il realismo del mito

                                             per riconoscere il cristianesimo delle origini.

Questa è una delle illustrazioni del bel libro “il simbolo dei giudei cristiani”, del 1962 del prof.Emmanuele Testa, amico carissimo di dEmilio, docente all’Università urbaniana e all’Istituto biblico di Gerusalemme, venuto tante volte a far conferenze a Villa Bassi, che, almeno su di me, hanno sollecitato la curiosità della ricerca e lasciato segni indelebili sul cristianesimo delle origini, così lontano dalla tradizione e dal magistero cattolico di santa romana chiesa. Come dimenticare l’occasione in cui ci spiegò le differenze, frutto di risultati archeologici,nel modo di intendere e somministrare il Battesimo, tra la famiglia di Maria e quella di Giuseppe?

E le eresie? Padre Bagatti direttore dell’Istituto di Gerusalemme era solito rispondere: lascia stare le eresie. Certo frutto di sensibilità, di tradizioni e di culture diverse, in un cristianesimo poligenetico e praticato da popoli diversi.

Di Testa ricorre il 13 gennaio il II^ anniversario della morte. Autore di un libro che lessi avidamente alla Biblioteca Hertziana di Roma, mentre preparavo la tesi di laurea, ricercando avidamente i rapporti tra Oriente e Occidente, estranei al “greco latinicismo” nelle comunità cristiane dei primi secoli.

       Capii bene perché il prof. Testa accolse con entusiasmo nel 1978 la pubblicazione dell’altrettanto bel libro di Marcel Jousse, Antropologia del gesto. Testa confidò a dEmilio: ”risolve tutti i problemi delle origini”. Emilio mi trasmise subito questa “informazione” e mi sollecitò alla lettura di Jousse.

Jousse già nel 1942 alla Sorbona (vedi. M.Jousse, Il contadino come maestro, 2012) sosteneva :”Straordinario! È che il formidabile contadino Yeshùa di Nazareth, il fondatore della nostra Civiltà, non ha mai scritto una sola parola! Potete mostrarmi una frase aramaica del vostro Dio? Mostratemi dunque cosa ha scritto per fondare questa Civiltà che desiderate difendere. Cosa? Voi ignorate tutto di lui. È questa la domanda che voglio farvi…maneggiamo l’aramaico, anche lì ancora, si, riuscirete a sentire quel Rabbi-contadino galileo che vi parla degli uccelli del cielo e dei gigli dei campi e del seme che cresce nella terra fertile... e dei mille gesti dell’uomo. Ma i vostri predicatori, i vostri imbrattacarte non ci danno altro che un immenso magazzino di scheletri sottratti a Platone e agli altri. E questo va detto.. Voi parlate di Gesù ma non conoscete l’aramaico…ignorate la lingua, la pedagogia. Bisogna che l’impariate”.

Va ricordato che Jousse era uno straordinario conoscitore della civiltà greca, al punto che già all’età di 13 anni componeva poemetti in greco!

Segni e simboli e noi facciamo filologia! Al realismo del mito, come sostenevano sia Testa, sia Jousse ( e perché no, dEmilio), va sostituito lo psicologismo del simbolo.

Antonio Thiery, 13,1,2013

 

P.S. Va ricordato che dEmilio, compagno di studi di Testa, trascorse un anno con una borsa di studio, tra il 1984 ed il 1985 a Gerusalemme e Betlemme, all’Istituto Biblico Francescano. dEmilio allora aveva 55 anni: non smise mai di ricercare. Secondo il Vangelo di Tommaso, il Cristo non vince le forze del mondo servendosi del dolore. La sua arma non è la sofferenza, ma la conoscenza che esce dal tempo e diventa eterna, cosmica.

Il testo, amatissimo da Emilio è ormai accettato, ma non utilizzato, da Santa Romana Chiesa. Nella Spagna altomedievale (VII secolo chiesa di San Pedro de la Nave) esistono precise testimonianze dell'importanza dei vangeli di Tommaso e Filippo, accanto al ruolo di Pietro e Paolo.

 

2 Gesù disse: «Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato; quando avrà trovato si stupirà. Quando si sarà stupito, si turberà e dominerà su tutto»

 

39. Gesù ha detto: «il fariseo e lo scriba/ hanno rubato la chiave della conoscenza/e l'hanno sotterrata./Così non solamente non sono entrati, ma non/Hanno lasciato entrare quelli che volevano.