San Cirillo d’Alessandria, domenica 27 giugno 2010

Una proposta. Silvano da Sesto Fiorentino sia  proclamato dottore della chiesa.

In occasione della festività di San Cirillo, mandante dell’assassinio di Ipazia e perciò grande dottore della chiesa, e è opportuno ricordare alcune vicende che, come donna, ha subito Marina, fatta morire prima del tempo ed angosciata. Lei credente laica, che ha aiutato migliaia di giovani ad impostare il pensiero critico.

Ai  suoi funerali Silvano da Sesto Fiorentino  ha pronunciato una breve omelia chiaramente ispirata alle valutazioni ed ai giudizi sulle donne dei grandi cristiani e dei grandi padri e dottori della chiesa. Facciamo la grazia di non citare San Paolo. Avrebbe potuto leggere, come litanie, questa sequenza:

“Le donne servono soprattutto per soddisfare la libidine degli uomini.”
Giovanni Crisostomo, 349-407, grande dottore della Chiesa

“La donna è un essere inferiore, che non fu creato da Dio a Sua immagine. Secondo l’ordine naturale, le donne devono servire gli uomini.”
Il padre della Chiesa Sant’Agostino, 354-430, considerato uno dei più importanti dottori della Chiesa.

“Il valore principale della donna è costituito dalla sua capacità di partorire e dalla sua utilità nelle faccende domestiche.”
Tommaso d’Aquino, santo e dottore della Chiesa, 1225-1275

“La donna deve velarsi il capo, perché non è l’immagine di Dio.”
Ambrogio, dottore della Chiesa, 339-397

“Un feto maschile diviene un essere umano dopo 40 giorni, uno femminile dopo 80 giorni. Le femmine nascono a causa di un seme guasto o di venti umidi.”
Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa e e patrono delle università cattoliche

Quando vedi una donna, pensa che si tratti del diavolo! Essa è come l’inferno!”
Papa Pio II, 1405-1464

“Le donne sono destinate di natura al comune godimento.”
Capocrate, cristiano dei primi tempi e fondatore di un convento

“La donna è un errore della natura … con la sua eccessiva secrezione di liquidi e la sua bassa temperatura essa è fisicamente e spiritualmente inferiore … è una specie di uomo mutilato, fallito e mal riuscito … la piena realizzazione della specie umana è costituita solo dall’uomo.”
Tommaso d’Aquino, Santo e dottore della Chiesa, 1225-1274

 “Le ragazze che portano la minigonna finiranno all’inferno.”
Il gesuita Wild nel XX° secolo

“La donna ha il diritto di vestirsi solo a lutto. Non appena ha raggiunto l’età adulta, dovrà ‘coprire il suo viso che è fonte di tanti pericoli, altrimenti rischia di perdere la beatitudine eterna.”
Il padre della Chiesa Tertulliano

“Nessuna donna può entrare dove si intrattiene un sacerdote.”
Sinodo di Parigi, 846

“Vicino alle chiese non possono abitare donne. Sinodo di Coyaca, 1050

“I sacerdoti che ospitano donne sospette dovranno essere puniti. Il vescovo dovrà vendere le donne come schiave.”
2° sinodo di Toledo, 589

“La sola consapevolezza del proprio essere dovrebbe costituire una vergogna per le donne.”
Clemente Alessandrino, prima del 215

“Le donne non possono né scrivere, né ricevere lettere a proprio nome.”
Sinodo di Elvira, 4° sec.

“Tutto il sesso (femminile) è debole e sventato. Esse giungono alla salvezza solo tramite i figli.”
Giovanni Crisostomo, dottore della Chiesa, 349-407

“Le donne non possono cantare in chiesa.”
San Bonifacio, missionario benedettino e apostolo dei tedeschi, 675-754

 

Io lo voglio

Al funerale di Marina, Silvano da Sesto Fiorentino quando vide la chiesa piena di giovani, accorsi da ogni parte d’Europa per portare l’estremo saluto alla loro professoressa, trasecolò e invece di rivolgere un breve “elogio funebre”, come si usa fare, ricordando anche le vicende civili di quella che era stata una credente laica e che aveva aiutato migliaia di giovani ad impostare il pensiero critico, ritenne di approfittare dell’occasione per fare un po’ di propaganda clericale e sparò dall’altare, nelle vesti sacerdotali che a suo parere conferivano autorità, una incredibile cazzata: “discepola numero 1 di don Emilio”. Voleva evidentemente significare che la donna non ha un’anima e che può raggiungere momenti spirituali solo se guidata da un “sacerdote”.

Un dEmilio che sarebbe stato in seguito dipinto come un’ignorante, clericale (“geloso del suo sacerdozio”), integrista, antifemminista. Non c’era proprio motivo di frequentare un prete così.

Il padre novantenne, il marito che aveva condiviso per 44 anni speranze, scelte, gioie e dolori, i 3 figli attoniti, testimoni delle angosce di Marina fatta morire prima del tempo, nella consapevolezza della manipolazione della memoria di dEmilio, (lei che era stata uno dei testimoni “più fedeli” delle vicende umane, culturali e spirituali di quell’uomo), rimasero inebetiti.

Poi, non contento, ne decretò la damnatio memoriae, (me ne sono scordato, disse) appropriandosi e consentendo  che si appropriassero di quello che lui stesso aveva definito “il gran lavoro”, che era stato fatto per ricordarla.

Sanno di aver fatto molto male. Sanno che gli effetti perdurano. Ma continuano con i loro atteggiamenti di protervia ed arroganza sicuri dell’impunità.

Possono ricordare dEmilio come gli pare, ma non appropriandosi del lavoro fatto per ricordare altro genere di esperienze.

 

Qualche nota su Ipazia

Alla morte di Teofilo (412 d.C.) ascese al soglio episcopale di Alessandria il nipote Cirillo (dimostrando ancora una volta che la formazione della gerarchia cristiana è un affare di famiglia), «che rese il patriarcato ancor più simile a un principato di quanto non lo fosse stato al tempo di Teofilo». Con Cirillo, infatti — afferma Socrate Scolastico, cogliendo perfettamente il significato della condotta del patriarca —, «l’episcopato di Alessandria oltrepassò i limiti delle sue funzioni sacerdotali e assunse l’amministrazione di interessi secolari». La Chiesa entra, forse per la prima volta in maniera cosi diretta ed esplicita, nell’agone politico…

L’invidia» di Cirillo

La chiave interpretativa per intendere il senso più profondo dell’uccisione della bella e aristocratica filosofa alessandrina è offerta dal neoplatonico Damascio: «Un giorno — egli scrive — accadde al vescovo Cirillo, mentre passava dinanzi alla dimora di Ipazia, di scorgere una gran ressa dinanzi alle sue porte, un insieme di uomini e di cavalli, alcuni che entravano, altri che uscivano, altri ancora che sostavano li in attesa (...).Avendo domandato che cosa mai fosse quella folla, e il perché di un tale viavai attorno a quella casa, si senti dire che era il giorno in cui Ipazia riceveva, che sua era la casa. Ciò appreso, Cirillo si senti mordere l’anima: fu per tale motivo che ben presto organizzò l’assassinio di lei, il più empio di tutti gli assassinii».

La chiave di tutto è dunque l’invidia, che però non va intesa nel senso banale del termine: quella di Cirillo per Ipazia è infatti invidia ideologica, politica. … Nonostante la successiva trasformazione di Ipazia in «martire pagana», il suo assassinio ha tutte le caratteristiche di un omicidio politico.

Una esecuzione cruenta

Per prima cosa, nei confronti della filosofa fu messa in atto una vera e propria campagna denigratoria, allo scopo di isolarla e spaventarla. Si diceva che Ipazia ipnotizzasse i suoi studenti con la magia e si dedicasse alla satanica scienza degli astri... Poi si agì.

Era il mese di marzo del 415 ed era in corso la Quaresima: un gruppo di cristiani dall’animo surriscaldato, guidato da un lettore di nome Pietro, si appostò lungo il consueto percorso della carrozza di Ipazia. La assalirono mentre faceva ritorno a casa «Tiratala giù  dal carroscrive Socrate Scolastico — la trascinarono fino alla chiesa (...). Qui la denudarono e la massacrarono a colpi di tegole (o di cocci); quindi la fecero a pezzi, membro a membro. Trasportati i brani del suo corpo nel cosidetto Cinerone, cancellarono ogni traccia, bruciandoli». Damascio aggiunge che le avevano cavato gli occhi dalle orbite mentre era ancora viva. Un vero e proprio sacrificio umano compiuto per il Dio dei cristiani.

Per la stessa ammissione degli storici cristiani, il crimine procurò biasimo non piccolo a Cirillo e alla Chiesa di Alessandria, al punto che si cercò di negare il coinvolgimento diretto del patriarca nel delitto. In ogni caso, l’inchiesta aperta a Costantinopoli dopo la morte della filosofa non portò ad alcun risultato. Probabilmente, il magistrato inviato dall’imperatore ad Alessandria per indagare sui fatti si lasciò corrompere dalla medesima autorità che aveva avallato l’assassinio. Ma il cronista pagano Giovanni Malala, vissuto nel VI secolo d.C., non esita a coinvolgere indirettamente la corte imperiale, sottolineando, non senza malizia, che l’imperatore Teodosio «amava Cirillo, il vescovo di Alessandria».

 

Un’amica ha scritto: “Ogni persona che ha incontrato Marina non poteva non rimanerne segnata. Questa era la sua straordinarietà: un'anima grande e modesta, capace di toccare in profondità altre anime, schiva per natura ma presente sempre con una energia che indirizzava , che guidava, che proteggeva i passi di chi amava senza alcuna violenza, senza alcuna pretesa di essere sempre nel giusto ma con la giusta voglia del confronto, di guardare le cose da tanti punti di vista per allargare l'orizzonte, renderlo meno angusto; meno meschino! E la meschinità era assolutamente estranea a Marina ...

Ma per i cristiani antichi e moderni era solo una donna e per di più aveva aiutato migliaia di giovani ad impostare il pensiero critico. Se la folla fuori della casa i Spazia aveva convinto Cirillo a decretane la morte, così la moltitudine di giovani accorsi ai funerali di Marina convinse Silvano da Sesto Fiorentino, segnato da un’invidia ideologica, a decretarne la “damnatio memoriae.

Sia proclamato dottore della chiesa.