SANTO STEFANO ROTONDO: l'Uno
al di là della logica
La razionalità è uno dei mille modi
per conoscere e comunicare, ma è accessibile a pochi, che eleggendosi a classe specializzata, la usano per governare, come un
branco confuso, le stragrandi maggioranze della gente comune. Queste, invece,
hanno strumenti potentissimi ma anatemizzati per acquisire le conoscenze più
alte.
Antonio Thiery, Pasqua 2008, II edizione riveduta (I
ed. Natale 2002)


Finalmente è stato riaperto ai visitatori il “luogo santo”
di Santo Stefano Rotondo a Roma, ma non c’è nessuna
indicazione sull’’eccezionalità del luogo.
Nel 1965-1966 mentre
erano in atto sondaggi archeologici un “Centrum pro
renovatione” affidò un progetto di
restauro (cfr. la rivista Arte Cristiana, 1965, pp.529
e segg.) “non ai critici o agli archeologi – questi sarebbero solo i
necrofori dell’arte- ma a degli artisti” il cui compito non era di
“rincorrere la fantasia fisionomica originaria,
ma semplicemente, interpretando il messaggio architettonico, in verità un po’
enigmatico del monumento, dare di esso una versione artistica in chiave di
cultura moderna”.
In poche parole, mentre si
cercava di negare ruoli
e funzioni che l’edificio aveva avuto in passato in una città multiculturale e
multireligiosa in cui era in atto la violenta sostituzione di Mitra con Cristo,
si voleva di fatto approfittare delle strutture murarie esistenti adattandole e
modificandole al punto da costruire un edificio basilicale sostanzialmente
nuovo. Scagliandosi contro i criteri di restauro conservativo, storico e
critico che allora si stavano definendo, dopo aver affermato che “un monumento vive nella misura in cui può
servire, cioè offrire un servizio alla gente che lo
avvicina”, e dopo essersi scagliati violentemente contro il bollettino di
Italia Nostra (“la lamentosa rivista
della omonima associazione”), si proponeva un “ripristino”, sostenendo “
che oscurantista sarebbe oggi il tentativo di impedire che Santo Stefano
Rotondo, grazie all’intervento non dei critici d’arte, ma degli artisti, non di
conoscitori, cioè di cultura, ma di produttori, venga messo in grado di essere
nuovamente una chiesa, un luogo di culto, e perciò, una fucina di autentica
cultura”.
Insomma la teologia
prendeva il posto, come spesso accade, della storia e
dell’antropologia.
La battaglia,lunga ed aspra, fu condotta dalla Sezione Romana di Italia
Nostra (Boll.49 di “Italia Nostra”,1966, pp.15-21) e
Antonio Cederna fu protagonista in prima persona. Lo scempio, il ripristino
della versione artistica in chiave di
cultura moderna, fu evitato, ma se il
recupero archeologico è andato avanti sia pur tra mille intoppi, il recupero
della dimensione storica e antropologica dell’edificio è ben lontana dal
concretizzarsi.
Si
può acquistare un fascicolo della collana “Roma Sacra”, che mostra non come si
viveva nella Roma del V secolo, dove la cultura analogica e simbolica e le
tante religioni plurali stavano lasciando il posto alla sacra violenza dei
cristiani; ma
come si sarebbe dovuto vivere secondo l’ideologia odierna, con la cultura e la
religione monolitica, classificatoria e concettuale dell’occidente, organizzata
nel XXI secolo. Non c’è nessun riferimento alle ipotesi fatte negli anni di un
collegamento dell’edificio, molto diverso da come lo vediamo, con l’Apocalisse.
Anzi, la bibliografia relativa è omessa ed ignorata.
Eppure
tutto fa pensare che Santo Stefano Rotondo , è un "luogo
santo" , costruito per fare esperienza dell'Assoluto, del disvelamento,
della trasfigurazione, della conoscenza, con la percezione dei sensi di tutto
il corpo, con canti, con inni, con il rumore cadenzato dei passi, con i colori,
con stendardi, con danze, con odori, con luci, con immagini. Con tutti quei linguaggi
che Marina amava usare a scuola, che considerava uno
dei "luoghi" plurali, dove ognuno, secondo le proprie
attitudini e capacità, secondo i propri linguaggi, le proprie modalità di
pensiero forma la conoscenza. E la forma con l'"esperienza" della
danza, del suono, della musica, del canto, dei colori, dell'immagine, del
movimento, ecc.ecc.
Aveva
attivato una strategia capace di avviare la democratizzazione della conoscenza
e per ricordare che le strutture della comunicazione e della formazione, la scuola
non devono essere lo strumento per trasferire i saperi
consolidati ed omogeneizzati prodotti dai pochi professionisti della cultura.
Aveva messo a punto una serie di piccole, concrete iniziative
per mostrare senza proclami, che ognuno, ogni singolo studente, anche quelli
che sembrano persi, può diventare un protagonista, un creatore di storia.
Qualche
secolo dopo la costruzione di Santo Stefano Rotondo riesplode la polemica, mai
sopita, sul culto delle immagini, che nella tradizione cristiana sono accettate
solo dopo il IV secolo avanzato. Giovanni Damasceno
nel 730 scrive tre discorsi in “difesa delle immagini sacre”, nei
quali, tra le tante osservazioni, ne
fa alcune che esplicitamente
rilevano che le immagini stimolano la sensazione, la memoria, il pensiero
mentale, le tradizioni non scritte, le arcane visioni soprannaturali, le cose
che non hanno forma e lineamenti, la contemplazione, la conoscenza per chi non
sa leggere. Insomma “ogni immagine è rivelatrice e dimostratrice di ciò che
è nascosto”. Nella II metà dell’VIII
secolo il tema è ripreso da Teodoro Abū Qurrah, che si esprime in arabo
ricercato, e che senza mezzi termini, dice che “ sia lo scritto sia le immagini
evocavo ciò che indicano, ma le immagini sono più efficaci dello scritto…perché
consentono una comprensione più evidente”. Le immagini dunque “evocano”.
Santo
Stefano Rotondo fu concepito come “luogo santo” dove si opera l'esperienza
dell'Assoluto, del disvelamento, della trasfigurazione, della conoscenza;
un’esperienza che , non può essere espressa a parole,
ed a parole scritte: la realtà linguistica che deve manifestarle è del tutto
inadeguata. Servirebbero tutto il sistema dei linguaggi, da quelli filmici e visivi
così usati dalla pubblicità, a quelli sonori, olfattivi, ecc.ecc., ricreando
una realtà virtuale. Ma per questo abbiamo il
"visionario immaginifico" che è in ciascuno di noi. Proviamo ad
usarlo. Anche per ricostruire mentalmente l’edificio che non
c’è più.


Fig.1
la pianta originaria con 8 ingressi e tre anelli concentrici; fig.2 la pianta
attuale con due anelli ed un ingresso in alto. Il retinato evidenzia il mitreo
sottostante la chiesa. Le linee nere le costruzioni
romane.
fig.3 interno, foto G.Mauri
___________________________________

fig.4 ricostruzione
del sito originale secondo Sándor Ritz.
ut unum sint: un luogo
santo dove si fa esperienza dell'Assoluto, con la percezione dei sensi di tutto
il corpo, con canti, inni, rumore cadenzato dei passi, colori, stendardi,
danze, odori, luci, immagini.
Naturalmente un edificio
così complesso sconcerta. Mostra,
infatti, la grande pluralità delle culture e delle
esperienze religiose e dello stesso cristianesimo presenti Roma nei primi secoli. In
epoca moderna è nata quindi l’esigenza di semplificare; di cancellare la
“globalizzazione”, la pluralità delle esperienze ed espressioni antropologiche
e l’interazione del mondo antico che era solcato da una rete fittissima di vie
commerciali e dei pellegrinaggi “per
universum mundum”; di ridurre “ad unum” il cristianesimo che in quei secoli
è ben lontano dall’aver assunto un canone unitario; di utilizzare solo il
codice comunicativo dell’occidente, le categorie filosofiche greche ed i “documenti”
scritti (che va ricordato conservano solo le testimonianze del potere,
riservato ad una minoranza molto esigua) per valutare le testimonianze di quei
secoli.
Bisogna chiedersi se per un edifico
così complesso basta un’indagine stilistico formale, o non
serve un’indagine del sistema semantico
o, meglio ancora, un’indagine antropologica per conoscere le tante strutture
conoscitive che certamente venivano “percepite” ed “evocate” raggiungendo ed
entrando in quello spazio sacro, altamente simbolico, in modo collettivo e
stimolati dalla “luminosità della visione” e da luci, canti, danze, ecc.
Fig.5 Il progetto del
“rifacimento” con la ricostruzione dell’anello esterno: G) ingresso attuale; F)
nuovo ingresso su Via della Navicella; F1) atrio che immette a 4 ingressi (B);
E) banchi per i fedeli; D) cappella absidale.
Negli anni ’60 (Boll.49 di
“Italia Nostra”,1966, pp.15-21) riprese corpo l’idea
di un vero e proprio “rifacimento”, affidato si disse , “non ai critici o agli archeologi
- questi sarebbero solo i necrofori dell’arte- ma a degli artisti”,
che, anche attraverso la disposizione degli ingressi e degli arredi interni,
doveva trasformare Santo Stefano Rotondo
(che nel corso dei secoli ha mutato molto il suo aspetto) in una “basilica”.
Con studi ripetuti il Sandor Ritz, un gesuita, non dimentichiamolo, cercò di dimostrare che il “sito” significava la discesa in
terra della Gerusalemme celeste, in armonia col cap.21 dell’Apocalisse. “L’angelo mi trasportò su di un monte grande
e alto e mi mostrò la città santa Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio”
(Ap.21,12).
Il “sito” si trova appunto
su un monte, sul colle del Celio.
Il cap.21, 6 ricorda che “A colui che ha sete
darò gratuitamente acqua della fonte di vita”, mentre il cap22,1 spiega. “mi
mostrò poi un fiume d’acqua viva e limpida…”
E il “sito”, come indica anche il
ritrovamento di una fontana, si trova in un luogo simbolicamente ricco di ben
quattro acquedotti (di cui 3 interrati:acqua Appia, Marcia, Julia) ed uno
esterno (Acqua Claudia). Non è difficile evocare anche i 4 fiumi del Paradiso.
E’ “la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di
loro” (Ap.21,3). Già nel prologo
(Ap.1,6) aveva detto “…ha fatto di noi un
regno di sacerdoti…”.
Poi si legge (Ap.21,22): “Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono
il suo tempio”. Tutta
la teologia della grande chiesa di Roma viene
stravolta. Meglio la “basilica” con i suoi sacerdoti e gli
spazi riservati al vescovo.
Fig.6. fol. 223 de Beato di Magio (I metà del X secolo): “mi mostrò poi un fiume d’acqua
limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello”
(Ap.22,19)
E’ un sito che porta alla
conoscenza di sé come conoscenza dell’Assoluto. La tesi del Sandor Ritz,
anziché essere valutata e poi semmai scartata, fu subito apoditticamente
giudicata inattendibile nel catalogo dell’importante mostra milanese su “La Gerusalemme celeste, Vita e pensiero,
Milano 1983, pag. 83, n. 31:”la tesi del Sandor
Ritz è sostenuta da indicazioni non sempre precise…”. Il catalogo si
avvaleva della prefazione di un gesuita (sic!) autorevole, il card.
C.M.Martini. Va notato che le attuali ipotesi di ricostruzione non differiscono
molto graficamente da quelle ipotizzate dal Sandor Ritz.
Ora il “sito” è stato
riaperto al pubblico, fornito di una nuova pavimentazione che mi pare molto
discutibile (cfr.fig.3) ed è uscito l’itinerario 34 della
serie Roma Sacra (Elio de Rosa editore) che dice “si è potuto stabilire in modo definitivo che l’edificio nacque come una
basilica cristiana…” e si fanno degli esempi, citando come precedenti la
cattedrale di Antiochia, l’Anastasis di Gerusalemme ed il mausoleo romano di
Costantina. Per fortuna non si richiama
più il precedente di San Giorgio di Salonicco. A me continua a sembrare che le
funzioni sono del tutto diverse e che a parte la
pianta rotonda, ma ripeto, con significati molto diversi, non ci sono altre
analogie. Noto che nella estesa bibliografia i tanti
lavori del Sandor Ritz non sono neppure citati, eppure uno è pubblicato
dall’Università Gregoriana, retta dai gesuiti. A me hanno insegnato che anche i
lavori inaccettabili e fantasiosi vanno comunque
citati, magari per stroncarli. Questo esige il metodo scientifico. Ma è fin troppo evidente che non si deve parlare della
realtà plurale e cosmopolita del cristianesimo delle origini testimoniata a
Roma da tanti “monumenti”. Bisogna piuttosto, come ha indicato Benedetto XVI,
aprendo la via crucis del venerdì santo, tendere le orecchie per ascoltare il ruggito dei leoni che
accoglievano nel Colosseo i cristiani per sbranarli. E se non li si sente è perché dopo 20 secoli se ne è perso l’eco, ed
allora questi ruggiti vanno immaginati.
L’Uno
aldilà della logica
Giovanni Reale, curatore di
una nuova edizione delle Enneadi di Plotino, con la traduzione di Roberto
Radice, ha illustrato alcuni punti chiave dell'opera del filosofo in un
articolo di giornale sul Sole 24ore dal titolo significativo: "Plotino.
Trasportò l'Uno al di là della logica".
E' evidente che per noi che
siamo abituati alla semplificazione ed all'esclusività delle categorie del
pensiero logico-dialettico, è necessario mettere in evidenza
l'uso, da parte di Plotino di "una nuova forma di linguaggio".
La "chiesa" di
Santo Stefano Rotondo al Celio, a Roma, mostra, invece, che esistono altri
linguaggi, e questa volta legati al gesto globale,
come direbbe Marcel Jousse, ed alla percezione sensoriale.
Tutto ciò sconvolge
necessariamente le nostre conoscenze scolastiche sul mondo antico; sulla esclusività della cultura dell'ellenismo; sui pagani;
sulla cristianità delle origini e sulla sua diffusione, sulla
"conoscenza", sul "confronto" che separa e delimita,
ecc.ecc..
Chi crede invece che il
mondo sia costituito da un sistema naturale e complesso di "alterità"
e che la conoscenza sia raggiungibile attraverso la combinazione di una miriade
di forme, codici, linguaggi, modalità di pensiero tutte ugualmente logiche e
razionali, necessariamente "altre", "diverse", l'una
dall'altra, vede nel recinto santo di Santo Stefano Rotondo, al di là delle strutture
teologiche della propria fede o ideologiche del proprio agnosticismo, una delle
tante possibilità per l'umanità tutta intera che abita sotto le stelle, di
esprimere l'Uno.
Innanzi tutto Santo Stefano
Rotondo non è una "basilica", come noi la intendiamo, e come è descritta dalle guide, ed una basilica che ha pianta
circolare, anziché rettangolare. La basilica cristiana nasce, ai tempi di
Costantino, come adattamento della basilica romana, come è
ben evidente a Treviri. E' prima di tutto un edificio amministrativo (dove si
registrano i "credenti"), un luogo di riunione e perciò di culto
(riconosciuto e controllato dalle autorità) civile e religioso.
La chiesa cristiana in
genere di derivazione basilicale è orientata da Ovest (dove è situata la porta)
ad Est (dove è situato l'altare) a significare una marcia sacra. Il sacerdote
durante i sacri misteri ha il viso rivolto verso la
finestra absidale, verso la luce che sorge, ad Oriente, dove Cristo è salito al
cielo e da dove tornerà “in nube” alla fine dei tempi in uno scintillio di
suoni, di colori e di percezioni motorie che portano alla conoscenza. Non è
certo un asettico e concettuale esame stilistico-formale ad evocare il
“vissuto” di un luogo riconosciuto come
sacro dalle esperienze antropologiche.
fig. 7 fol. 178v del Beato di Magio, I metà
del X secolo.
Se la chiesa è orientata
diversamente (l'altare, ad esempio, è ad Occidente e la porta ad Oriente)
allora viene girato l'altare perché il celebrante
possa guardare sempre ad Oriente. A seguito del Concilio Vaticano, ignorando
ormai completamente il significato della "liturgia" dei primi secoli
(i fedeli sono anch’essi dei celebranti) e dimenticando lo stesso Cristo, si è
preteso di fare una riforma liturgica,
manipolando gli arredi sacri, in modo
che il celebrante si rivolgesse sempre ai fedeli, per fare, secondo loro, una
celebrazione (a cui possono solo “assistere”) più comunitaria (!).
Arturo Paoli, un vecchissimo
prete che è vissuto stabilmente per molti in America del Sud, ha più volte
scritto: "Lo svuotamento dei simboli è immensamente più grave che la persecuzione. E' più grave la banalizzazione
dei simboli che la bestemmia".
Santo Stefano, un
"luogo" santo.
Santo Stefano è invece un
"luogo" santo, un "sito" (parole che usiamo anche con
Internet) dove si realizzano tanti diversi percorsi, tante diverse esperienze
che portano alla conoscenza del sé e dell'unità (per il cristiano, in Cristo).
Tutto il medioevo riconosce e rispetta le diversità: “Diverso quidam stylo, sed non diversa fide
interpretata”. Un luogo di
conoscenza "globale", del "gesto
globale", e dello "psicologismo del simbolo", che richiede di
esser "vissuto" attraverso i gesti di tutto il corpo, camminando,
guardando, odorando, toccando, parlando, cantando, e così via, tra mille
colori, suoni, luci ed “immagini”.
Ovviamente per “mille strade diverse, in
mille modi diversi” come recitano i Salmi (gli unici testi dell’A.T., insieme alle visioni dei profeti, ad essere utilizzate
da molte comunità cristiane nel Medioevo). E' un "luogo", come oggi
diremmo noi occidentali, di conoscenza metarazionale, che va al di là del razionalismo del mito, e dove
si manifesta, senza mediazioni, l'"ineffabile",
l'"indicibile", ossia tutto
ciò, di sé e di Dio, che non può essere conosciuto ed espresso attraverso la
verbalizzazione e le categorie del pensiero logico dialettico. Categorie che
implicano sempre e necessariamente "differenziazione",
"delimitazione". Per ripetere Giovanni Damasceno, “ogni
immagine è rivelatrice e dimostratrice di ciò che è nascosto”. E immagine è non solo l’icona propriamente detta, ma ogni
rappresentazione evocativa, anche le visioni, e perciò l’architettura, il
tempio, lo spazio “sacro”. Nella
Gerusalemme celeste che scende in terra, come vedremo, c’è una piazza centrale
senza tempio.
Fig.8 il
recinto santo, secondo Sándor Ritz. 
E' un "luogo" del
"visionario immaginifico", dell' "esperienza
mistica" (ma si potrebbe dire dell' "esperienza conoscitiva"),
in cui si entra in contatto con il "concreto", con cioè che
"è", come fonte di tutto, con l'Assoluto, che sta al li là e al di
sopra del "reale".
Materiale visionario,
esperienze sensibili, percezioni uditive e visive, ragione
simbolica, scarto tra le "esperienze mistiche" e le
"percezioni motorie" che consente di vivere e la "parola che le
comunica": tutte queste definizioni si adattano di volta in volta a Santo
Stefano Rotondo. Secoli di concettualismo hanno riservato il
"razionale" solo al pensiero per parole, ma mille sono i modi, le
forme, i colori, i “rumori”, i canti, i suoni, i codici, le esperienze, i
linguaggi della conoscenza “razionale”.
Forse, per rimanere in
Occidente, leggendo il "salterio sufi" o le esperienze dei
"mistici musulmani" o delle "mistiche italiane" del
medioevo (prima fra tutte la francescana Angela da
Foligno, n.1248 e m.1309, le cui " visioni mistiche" non a caso si
organizzano nel "libro dell'esperienza") si può avere un'idea della
conoscenza non verbale, fondata sulle esperienze sensibili e simboliche.
L'esperienza edificatoria e
pedagogica che si realizza attraverso la funzione intermediaria del clero e
della chiesa è praticamente nulla.
"Dio", diceva Angela, "non può essere
spiegato, va sperimentato… Coloro che leggono la
Scrittura poco intendono, mentre intendono di più le anime che hanno
sensibilità per le cose di Dio".
"Questa
verità",
osserva dopo una "visione" "è così profonda che non può
essere spiegata e messa per iscritto…In quel momento vedevo Dio
onnipotente". Ed alla domanda di che cosa
vedesse, dice "non vedevo nulla che avesse una forma fisica. Scorgevo
una pienezza, una bellezza dove si vedeva ogni bene".
La "conversione"
che si ha "praticando" il "luogo santo" è antropologica e
morale, riguarda l'esperienza della propria vita, non è certo di tipo ideologico e legata ad una religione teologicamente
strutturata. E’ mistica, di un misticismo che riguarda vivere la vita
quotidiana.
Questi temi entrarono
prepotentemente nella pedagogia contemporanea con gli scritti di John Dewey (Art
as Experience, 1934, l'arte come esperienza, La Nuova Italia, 1951),
che ebbero anche in Italia meritata e transitoria fortuna negli anni Settanta.
Esisteva terreno fertile, in Italia, perché la conoscenza della stragrande
maggioranza degli alunni delle scuole non è
concettuale e perché questi temi erano largamente diffusi nella scuola
elementare, affrontati tra l'altro da M. Montessori.
Non sono poi mancati studi
di grande livello (primi fra tutti quelli di Ruggero
Pierantoni). Né sono mancate esperienze straordinarie
a livello di scuola elementare. Penso soprattutto a Tullio Sirchia, ai suoi
studi sulle "tre culture" ed alla scuola multimediale di Erice. Ma il compito di queste note su Santo Stefano
Rotondo non è quello di offrire una bibliografia, non dico esauriente, ma
neppure di orientamento sui problemi della
"conoscenza".
La "chiesa" di
Santo Stefano Rotondo, secondo la tradizione fu costruita nel V secolo, sembra
con papa Simplicio che regnò tra il 468 ed il 483, ma qualcuno pensa a papa
Leone Magno, che regnò tra il 455 ed il 461. Alcuni studi e soprattutto scavi
recenti ( vedi Sándoz Ritz) mirano a collocarla nell'epoca costantiniana, un
secolo prima, ma poi prudentemente definiscono un arco temporale credibile tra
la fine del IV e la seconda metà del V.
Certo, con Costantino si
cominciano a
costruire le grandi basiliche secondo
l'ordine "amministrativo". Tra le grandi "chiese" che
Costantino impone ai cristiani (che, va ricordato, fino ad
allora non avevano templi), non sembra esserci posto per un "luogo santo" del tipo di
Santo Stefano. Il "tessuto" romano delle "chiese
domestiche" (vedi alle pendici dello stesso Celio le case romane di san
Clemente) mette in evidenza certamente una religione
plurale e matura, ma lontana dalla cultura del "visionario immaginifico", come è evidente anche dai
resti imperiali.
fig.9 esterno, fotoG.Mauri
Ma va pure detto che noi conosciamo di quei secoli solo poche
testimonianze, e delle culture vincenti, che consentono una ricostruzione
storica tutta favolistica di quanto è avvenuto nel
primo millennio. P.Citati
può scrivere: “Credo che non sia mai esistito
un mondo così ardentemente religioso come il Medio Oriente tra il primo secolo
avanti Cristo e il quarto secolo dopo Cristo. Da secoli, molte religioni
abitavano in quei luoghi. Ora, dai vecchi alberi nascevano di
continuo nuovi germogli, che talvolta si intrecciavano con germogli nati
lontano, sul tronco di altre religioni, una volta considerate nemiche. Sempre
nuovi profeti annunciavano il loro messaggio, che sovente era la metamorfosi di
un messaggio antico: vecchi e nuovi angeli discendevano dal cielo con le loro
grandi ali scintillanti e multicolori.…». E in questi messaggi c’era sempre
la nascita del salvatore, in una grotta, da una vergine, al solstizio
d’inverno. Queste religioni, come le merci, confluivano e interagivano nei
territori dell’Impero ed a Roma, dove nei primi secoli erano certamente più
diffuse, in una miriade di forme diverse, del cristianesimo.
Se adottiamo il metro di
giudizio della "complessità" delle culture dei primi secoli,
considerando che la cultura ellenistica non è la sola e che la tradizione
giudeo-cristiana non è l'unica forma in cui si esprime la nuova religione,
allora, soprattutto se non dimentichiamo la testimonianza di Egeria
(vedi oltre), diventa possibile datare Santo Stefano al IV secolo.
Percorsi psichici e gestuali
per la "conoscenza".
Certo è difficile, come fa
Sándor Ritz, suffragare la datazione al IV secolo con
la sola cultura concettuale del pensiero logico-dialettico dell'ellenismo e
suggerendo che la tradizione abramitica e dell'antico testamento sia la sola
attraverso la quale si esprime la religiosità del mondo antico. La vasta koinè
indo-iranica-siro-palestinese, con le sue infinite tradizioni ed aspettative religiose, è invece il terreno di coltura nel
quale fiorisce prima l'ebraismo e poi il cristianesimo dei primi secoli.
Il Sándor Ritz fa
riferimento, e giustamente alle linee che individuano evidentemente percorsi
visivi e sensoriali che portano al Cristo come unità ed alla "conoscenza
di sé". Questi sono temi ampiamente presenti nel "libro dell'esperienza"
di Angela da Foligno, le cui visioni, va detto, sono
raccontate in umbro e trascritte in latino: "le parve di vedere con gli
occhi dell'anima più chiaramente di quanto si possa vedere con gli occhi del
corpo" e così "l'anima viene riempita della conoscenza di
sé". Il Sándoz Ruiz è spaventato evidentemente dal ricordo dei roghi
accesi dai suoi confratelli gesuiti sotto Giordano Bruno, e non spende neppure
una parola per spiegare i percorsi visivi.
Il tema della
"conoscenza" è fondamentale per spiegare Santo Stefano, come è fondamentale per spiegare Giordano Bruno. Allora,
proprio nel 1600, anno in cui fu acceso il rogo, ma furono anche pubblicati i "conceptos
espirituales" del gesuita di Alfonso de
Lesma, che imposero nella religione
e nella scuola, che ancor oggi lo
conserva in Italia, il percorso "unico" verso la
"conoscenza" di un sapere classificato, rimasticato e spesso
inventato.
Santo Stefano ci sembra un "unicum".
Ma la presenza di "luoghi per la conoscenza" è normale ed
antichissima anche in Europa, legata alla cultura del
"pellegrinaggio", ma soprattutto del "sentire globale" già nelle età che definiamo preistoriche.
L’antichissimo percorso (poi cristianizzato, dopo 20.000, anni con Santiago de
Compostela) a Finis Terrae, al luogo più occidentale dell’occidente, dove il
sole si getta nel mare e feconda la terra¸i complessi di Newgrange in Irlanda e
di Stonehenge, solo per fare due nomi, stanno a
dimostrarlo.
Santo Stefano sorge su un colle, il Celio, in uno dei luoghi di Roma dove maggiore
era la concentrazione delle etnie e delle culture (un centinaio. Gli abitanti di Roma erano per 1/3 "stranieri"
) e, quindi seguaci delle varie religioni (una trentina le
principali) e dei culti (un centinaio, molti sincretistici) presenti a Roma. Il
Celio rappresenta uno dei più importanti luoghi di culto della
Roma che diciamo paleocristiana, ma dove in realtà il cristianesimo era una
religione largamente minoritaria ed in concorrenza con altri culti
"analoghi". "Pagano" significa "di altra
religione".
Il Celio era abitato e
frequentato da soldati. Quello del soldato è il mestiere di
gran lunga più diffuso a Roma ed i soldati venivano da ogni parte del
mondo.
Esistono molti studi, quelli
di Krautheimer per primi, che collegano la chiesa di Santo Stefano Rotondo a
molte chiese palestinesi ed in particolare alla chiesa del Santo Sepolcro a
Gerusalemme. Il gesuita Sandor Ritz mostra il collegamento tra Santo Stefano
con il capitolo 21 dell'Apocalisse. Santo Stefano ripeterebbe lo schema della
NUOVA GERUSALEMME, "risplendente della gloria di Dio".
Conosciamo la chiesa del
Santo Sepolcro a Gerusalemme, fatta costruire da Costantino e dalla madre Elena (che sono, non lo dimentichiamo, dei
britanni) e la conosciamo soprattutto per la liturgia della Settimana Santa
dalla descrizione di Egeria, una pellegrina (forse una galata, proveniente
dalla Penisola Iberica del nord), forse una nobile e ricca vedova, che nel IV
secolo compie un pellegrinaggio alla riscoperta dei luoghi in cui vissero i
patriarchi e Gesù, e dove nel IV secolo vivevano molti monaci, spinti non solo
da pietà religiosa. Anacoreta sta a significare (a
partire dall’Egitto), i solitari
costretti a fuggire dalla città perché non potevano pagare le tasse.
Il Diario di
Egeria, un testo poco conosciuto, ma di straordinario interesse,
meriterebbe più di una riflessione, sia per rafforzare l'idea che la donna ha
un ruolo centrale, determinante nel cristianesimo delle origini, al punto che
si ipotizza che nasca come religione al femminile, sia per valutare la
diffusione del cristianesimo in Europa al di là delle categorie filosofiche del
pensiero logico-dialettico, sia per capire un po' meglio la diffusione, nella
liturgia, della"cultura simbolica" della percezione e
dell'analogia e sia una capire che cos'è in tutta la cultura antica ed in tutto
il primo millennio il "pellegrinaggio conoscitivo" e la "marcia
sacra", che individua sempre, e ricordiamolo una volta per tutte, un
fatto collettivo, nel quale, e solo in lui, la "singolarità" si
esprime compiutamente: "Qui cum omnes unum sint, singuli tamen".
"Quantunque fossero una cosa sola, tuttavia
ciascuno predicando nel mondo trovò la propria sorte". (Beatus, in Apoc.II,3,64).
Non è solo la "peregrinatio
ad Sancti Petri", come vorrà poi Bonifacio VIII,
quando sacralizzerà tra i tanti percorsi dei pellegrini solo quello che ha per
meta Roma. I pellegrinaggi fin dalla preistoria non sono percorsi solo fisici,
ma anche mentali. Potevano essere percorsi fisici verso i luoghi della
ierofania, ricordando che la divinità spesso si manifestava attraverso le opere
dell'uomo, o attraverso "luoghi" significativi
per eventi naturali: una fonte, corsi d’acqua anche sotterranei, concentrazioni
magnetiche, alberi, pietre, ecc.. Ogni tappa era a sua volta anche meta.
I "pellegrinaggi"
potevano svolgersi anche senza spostarsi dalla propria città, guardando e
percorrendo visivamente o "concretamente" i labirinti che erano
raffigurati negli ambienti "sacri" naturali o costruiti, e poi, dopo
Costantino, in molte chiese cristiane o, come in Santo Stefano Rotondo,
suggeriti solo da stimoli visivi.
Anche nel pellegrinaggio cristiano si
percorrevano le strade verso i quattro angoli del mondo: Gerusalemme (dove
Cristo è morto) e san Michele Arcangelo (dove Cristo si è manifestato risorto);
Roma (la chiesa romana, diffusa "per omnes gentes" sulle orme
dell'Impero) e Santiago (la chiesa di tutti i popoli, per "universum
mundum"). Con l'anno Santo del 1300 rimane una sola meta: Roma.
Santo Stefano è importante
non solo perché collega Roma a Gerusalemme, evocando la sua chiesa rotonda, ma
perché mostra fino in fondo la struttura complessa della cultura romana ancora nel IV / V secolo. La grande città,
che contava un milione di abitanti nell'età imperiale, nella quale confluiva
tutto il mondo, al punto da sentirsi centro, ombelico del mondo, diventa sempre
più decentrata, marginale, ininfluente economicamente e politicamente e
necessariamente piccola. Conterà nel VI\VII secolo non più di 30.000 abitanti.
Cominciano i secoli bui (io credo che per sopravvivere a Roma, ridotta ad una
palude malsana dal taglio degli acquedotti praticato dagli stessi romani, si
praticasse il cannibalismo), mentre in molte parti del mondo si vivono secoli
d’oro.
Una "chiesa" così inusuale e così carica di elementi simbolici estranei alla
cultura ellenistica (almeno come noi la conosciamo attraverso i nostri manuali)
testimonia che nel IV / V secolo, malgrado l'editto di Costantino, e malgrado
lo spostamento del baricentro dell'Impero a Costantinopoli e nell'Europa
centrale (Milano, Augusta, Treviri), Roma è ancora una realtà
"complessa", profondamente multietnica, multiculturale,
multireligiosa, con una molteplicità di modi e di stili di vita, con un
cristianesimo ancora profondamente plurale. E' una città che ha ancora
collegamenti culturali e commerciali determinanti con
il mondo siro-iranico-palestinese, che a sua volta è strettamente legato con il
mondo indiano, estremo orientale e africano.
Anche le vie commerciali attraverso la
Mezzaluna fertile, la Penisola Arabica, il Corno d'Africa, l'Etiopia, Ceylon,
l'India dovranno attirare il nostro interesse. Sono le vecchie strade
attraverso le quali un tempo passavano le merci
pregiate, le spezie e gli schiavi, ed oggi passa la manodopera per il mondo
occidentale.
Dovremo insomma dimenticarci
il "concetto" di mondo fino allora conosciuto riservato al
Mediterraneo, "concetto" che ci viene
ripetuto, come un ammaestramento integrista, in ogni occasione dai nostri
manuali e dalle trasmissioni della televisione pubblica di Piero Angela &
figlio.
Della chiesa del V secolo
rimangono solo poche tracce ed allora dovremo fare un grande sforzo di fantasia
per "evocarla", per ricostruirla mentalmente.
Sándor Ritz ci ha provato con
disegni e modellini soddisfacenti, ma i percorsi psichici e gestuali non sono
ricostruibili con la filologia, né comunicabili a
parole. Servirebbero i linguaggi filmici e visivi così usati dalla pubblicità,
con un largo uso dell'informatica e di quel po' che sappiamo usare della realtà
virtuale.
Alla fine degli anni
Sessanta (proprio trenta anni fa) nacquero molte polemiche sul restauro della
chiesa. Si voleva una sistemazione che ne cancellasse
i profondi significati "simbolici". Furono poi avviati molti scavi
che hanno dato risultati imprevedibili e molto importanti e che portano a
definire in molto diverso la storia di Roma dei primi secoli.
Santo Stefano è costruito quando Roma non è più il centro dell'impero romano
(se è della fine del IV secolo) o quando i "barbari" sono già
arrivati (se è della seconda metà del V secolo). C'è già stato il primo sacco
di Roma dei Goti di Alarico (410), più o meno al tempo
di Attila (Leone Magno, altro ipotetico costruttore del "sito", lo
convince a non saccheggiare Roma nel 452), e c'è stato il sacco dei Vandali
(455). E' certamente "dedicata" nel 472 quando c'è il sacco di
Ricimero.
Allora il siriaco ha ormai
soppiantato il greco come lingua unificante.
L'Occidente nel V secolo si difende chiudendosi a riccio. Con Nicea le verità
della fede cominceranno ad essere spiegate secondo le categorie filosofiche
greche. Si allontanano un gran numero di comunità. Prende corpo il
"canone" dei libri che accetterà soltanto
libri scritti in greco. L'antico testamento diventa l'unico punto di
riferimento per i vangeli canonici che soppiantano tutta la tradizione e le
esperienze plurali dei primi secoli. Tutto il primo millennio, almeno fino a
Gregorio VII, e poi fino a Bonifacio VIII, vivrà di “diverso quidam stylo”con un’infinità di uomini
di Dio che diventeranno eterodossi,
emarginati, eretici. Simone Weil
nota che in racconti “di una
guerra religiosa” non vi si fa “per
così dire questione di religione”.
E' quanto sta avvenendo nei
nostri giorni in cui larga parte della cultura accademica e scolastica accetta soltanto quanto sa autoprodurre.
Dove sorge il "sito" c'era un
importante nodo stradale ed esistevano quartieri militari, i Castra
peregrinorum (Caserme degli stranieri, truppe provinciali acquartierate a
Roma). Erano per lo più soldati stranieri (quello del
militare, come detto, era uno dei mestieri più comuni per la gente qualunque)
che provenivano da tante e differenti parti del mondo, da un centinaio di
Nazioni della terra ed il numero non sembri esagerato. C’era un importante
snodo delle acque e degli acquedotti romani.
I soldati non erano gli
unici stranieri di Roma. Nella Roma imperiale gli stranieri provenivano dalla Cina, dall'India, dall'Asia Centrale, dalle regioni
iraniche-palestinesi-siriache, dall'Africa e non solo da quella settentrionale.
La Roma imperiale (con più
di 1 milione di abitanti) è una città cosmopolita, con
alcune centinaia di migliaia di stranieri di etnie, religioni e culture
diversissime. Nella zona del Celio esistevano numerosi edifici di culto, per le
tante religioni presenti a Roma ed addirittura edifici polifunzionali nei quali
venivano celebrati a turno diversi culti. Resti certi di questi edifici sono sotto l'Ospedale
Militare.
Scavi condotti tra il 1969
ed il 1975 sotto il pavimento di Santo Stefano Rotondo hanno
portato alla luce alcuni edifici, una fontana (è una zona ricca di acque), una torre. In uno dei questi edifici si trovava un MITREO fondato circa nel
180 d.C. e devastato violentemente nel IV secolo.
Anche qui, come a San Clemente
c'è per alcuni secoli una convivenza pacifica tra religione cristiana, mitraica e, tra e
tante altre religioni in presenti a Roma. Queste religioni hanno spesso un
elemento in comune: la lingua. L'aramaico è la lingua delle religioni orientali
che arrivano a Roma e Gesù fece in aramaico la sua
predicazione.
La complessità e la
convivenza religiosa.
La convivenza religiosa
diventò tumultuosa nel IV secolo, al tempo dell'editto
di Costantino, e di Nicea al tal punto che sfocia l'intolleranza cristiana (la “libido dominandi”, la definisce s.Agostino)
che continua la tradizione dell’Impero, fino alla devastazione dei luoghi di
culto delle religioni mitraica e orientali, viste come pericolose concorrenti.
Come accadde qui a Santo
Stefano Rotondo il mitreo fu sostituito con un edificio, che, per essere
accettato da chi viveva in questi quartieri, non è una "basilica romana", ma è un edificio sostanzialmente estraneo alla
cultura romana ed ellenistica e richiama l'inculturazione del vangelo nella
cultura siriaca ed indo-iranica.
Santo Stefano Rotondo,
quindi, è un documento storico eccezionale che mostra quanto si debba lavorare per capire il mondo antico, al di là degli
stereotipi.
ll mitreo che sorgeva in questo luogo era
uno dei più importanti di Roma (dove sono stati trovati i resti di una
cinquantina di Mitrei, a significare una diffusione capillare di questa
religione) ed è l'unico ritrovato appartenente ai "castra", dentro un
complesso di caserme. La religione mitraica era particolarmente diffusa presso
i militari perché dava una ragione etica al loro lavoro, che voleva essere
quello di costruire l'ordine universale. Virgilio così definisce il ruolo
dell'Impero Romano.
Va ricordato, per riportare
il problema in un'epoca complessa come la nostra, anche il ruolo che pretende
per sé l'esercito Americano ed i tentativi di riformare l'O.N.U.,
che dovrebbe garantire la funzione di polizia internazionale, per garantire la
pace universale.
La zona era nota come
"macellum majus", il grande macello. Quando
pochi anni fa furono eseguiti gli scavi si cercò in
ogni modo di minimizzare il significato dei ritrovamenti. Ricordo che durante
una visita di verifica da parte di “Italia Nostra” degli scavi che si stavano
facendo (eravamo presenti Antonio Cederna ed io), la guida, un importante
prelato tedesco, parlò di un "macello pubblico", di una specie di
mattatoio. Non si voleva ammettere il ritrovamento del Mitreo. Santo Stefano
rappresenta invece la stupefacente (ma anche violenta) sostituzione di Cristo a
Mithra.
Uno dei temi più importanti
è proprio lo studio del rapporto tra religione mitraica (un termine
onnicomprensivo per definire la miriade di culti medio-orientali) e
cristianesimo. Ho già detto che la religione di Mithra è indo-iranica. Si
sviluppò in India intorno al IV secolo a.C. (legato
alla cultura induista e buddhista) e con l'età imperiale ebbe una grande
diffusione in Europa. Anche il cristianesimo in quei
secoli si diffondeva in Europa e nei luoghi di cultura indo-iranica, come
l'India. Uno dei vangeli apocrifi più antichi (il vangelo di Tommaso,
dell'inizio del II secolo, ritrovato solo nel 1945)
sembra essere una inculturazione del cristianesimo nella cultura induista e
buddista. Non a caso la tradizione della Dispersione degli Apostoli affida
all'Apostolo Tommaso il mandato di predicare nell'India. Non va certo
dimenticata la gnosi sincretistica ed in particolare il manicheismo che sapeva
collegare gnosi cristiana, giudaismo, zoroastrismo e mithraismo, buddismo.
In questa zona della città
c'erano tanti altri importanti mitrei. Oltre a quello che abbiamo già ricordato
di San Clemente, c'era quello (a poche centinaia di metri da Santo Stefano,
certo fuori dai "castra") accanto alla chiesa di Santa Maria in
Domnica, nei sotterranei del vecchio Ospedale di san Giovanni (accanto alla
statua di Marc'Aurelio, poi spostata sul piazza del
Campidoglio), presso la Scala Santa, alle Terme di Caracalla, al Circo Massimo,
ecc.
In chiave di complessità e
di mondialità c'è veramente molto da studiare, soprattutto oggi che :
1) gli indiani (per non
parlare dei cinesi) sono un miliardo e stanno riconoscendo con forza
l'importanza del loro ruolo etnico, culturale e religioso e molti cristiani
locali rivendicano la discendenza apostolica diretta. Per esser cristiani non
hanno bisogno della circoncisione culturale né di Roma, né del mondo
occidentale. Ma non ne hanno bisogno neanche per
essere cittadini del mondo. Basta vedere le loro grandi capacità matematiche ed
il ruolo che l'India ebbe, fin dal V secolo, per adottare il sistema di calcolo
(quello che diciamo arabo) che noi usiamo a partire del XIII secolo. Del resto
nel Medioevo in Spagna si diffonde la tesi di Roma senza Roma: la centralità
delle chiese locali, senza un ruolo per il papato.
2) molte del centinaio di sette
religiose più diffuse nel mondo si rifanno al mondo indo-iranico.
Sono due problemi certamente
non di poco conto. E poi potremo ricordare l'Afganistan ,
la Cecenia, l'Iran, l'Iraq, l’Etiopia, la Palestina e tanti altri punti
caldissimi del mondo. Potremmo ricordare anche la Cina.
Santo Stefano Rotondo:
il "luogo" dove cielo e terra si congiungono.
La chiesa di santo Stefano
Rotondo è citata per la prima volta ai tempi di papa Simplicio (468-483) e
rappresenta uno dei più singolari edifici di culto romani. E' rotonda ed aveva un diametro di 66 metri.
In questo contesto,
Santo Stefano Rotondo non può essere una "basilica" a pianta
circolare. Ha un ruolo e consente esperienze psichiche ben diverse da quelle
riservate ad un luogo di incontro e di culto. Non
mancano edifici romani rotondi (basti pensare al Pantheon),
ma i loro significati erano profondamente diversi, rispondevano a
diversi motivi allegorici.
A Santo Stefano Il fedele entra in un
recinto santo molto probabilmente e secondo la
tradizione ben testimoniata da numersose miniature, tra cui quelle di Beato,
quadrato.
Al centro c'è un tumulo di
terra. Sopra al tumulo, alla cui sommità si accedeva
attraverso scalinate, c'è "la chiesa circolare con otto ingressi",
che, per ricordare la Gerusalemme dell'Apocalisse, attraverso alcune soluzioni
costruttive e percorsi simbololici diventano dodici.
fig.10 ricostruzione
del sito, secondo Sándor Ritz.
fig.11 ricostruzione ingressi,
secondo Sándor Ritz.
L'edificio propriamente detto, è
costituito da tre cerchi concentrici. C'era un quarto anello esterno che dovrebbe coincidere con l'inizio della scalinata.
Il diametro superiore del
tumulo, alla fine della scalinata, era di 170 cubiti, che corrisponde al valore
letterario di "nuova Gerusalemme", la città santa di Dio sulla terra,
che riassume tutte le esperienze religiose precedenti.
Il diametro dell'anello
esterno dell'edificio è, come vuole anche l'Apocalisse, di 144 cubiti (12 x 12)
e 144 è il valore letterario della "sacra Gerusalemme". 1 cubito
equivale a m.0,462.
fig.12 ricostruzione
della basilica, da “la Gerusalemme celeste” cit.
Tutto l'insieme evocava
evidentemente la montagna sacra, uno dei grandi simboli universali, la montagna
cosmica, alla quale si accede dall'esperienza terrena
(sta al "centro" del recinto quadrato). Attraverso la scala, che
consente di unire cielo e terra, si raggiunge il cielo.
Nel muro perimetrale sono
evidenti otto locali disposti alternativamente: uno chiuso all'esterno ed
aperto all'interno, l'altro aperto da due ingressi che immettono in un
corridoio, o portico, largo circa tre metri, probabilmente privo di tetto. Il
muro del corridoio è aperto al centro probabilmente da una trifora che consente
di entrare in un successivo locale coperto dal tetto ed aperto verso l'interno.
Sono dunque tre porte (due
esterne ed una interna) che si ripetono per quattro
volte.
E' evidente la creazione di
un ingresso non diretto, ma che richiede un percorso labirintico sottolineato
da una "luminosità della visione" che cambia continuamente. Non va
dimenticato il ruolo che avevano i tendaggi per creare
"evocazioni" e percorsi di "luce".
Dalla luce dell'esterno si
entra nel corridoio semi buio, e poi nel buio del locale aperto verso la
chiesa, che prefigura la caverna cosmica. Da qui si entra al "centro"
dove "esplode" la luce, attraverso centinaia e centinaia di lampade
(ricorda Egeria e la sua descrizione della chiesa del Santo Sepolcro) e le 12
finestre (attualmente otto sono murate) dell'alto
tamburo che si apre al centro. L'esplosione di luce è la visione di Cristo che
conduce all'unità e, perciò, all'Assoluto. Angela da Foligno dice "si
accese allora una tale luce, in fondo alla mia anima".
E' evidente l' "evocazione" della croce cosmica ( un centro, con
trentaquattro colonne nell'anello medio) e quattro " locali ai quali si
accede dalla chiesa, che richiamano i quattro angoli del mondo.
Tutto il percorso è dunque
pieno di mille simboli multivalenti, che ciascuno "legge" secondo le
sue attese e la sua cultura" ed "evoca" la marcia sacra
necessaria per penetrare il "centro", per raggiungere la
"conoscenza di sé e l'Unità.
Non aveva detto forse
Gregorio Magno che qui "litteras nesciunt" (e i modi di
conoscere sono infiniti e molti non prevedono la verbalizzazione e perciò la
scrittura) ""videndo legant"". Attraverso le
"percezioni" e le "analogie" che si
"evocano" lungo questi percorsi ,si "leggono" i "libri
sacri" (si raggiunge la conoscenza di sé e dell'Unità, dell'Assoluto, di
Dio) e Gregorio Magno aveva aggiunto che " "sacra eloquia"
cum legente crescunt…: ognuno li "trova" come li vuole trovare".
Santo Stefano Rotondo
propone l' immagine strutturale del mondo, la calotta
del cielo. Entrando nel "luogo santo" il fedele penetra nella
struttura intima e matematica dell'universo. Si fa parte dell'
ordine celeste, del grande cerchio cosmico individuato dalla pietra
lanciata da Dio nel grande abisso del caos.
Lo spazio santo
dell'interno ha al centro, in basso una pietra fondamentale, che si identifica
nell'altare, e che "evoca" proprio la pietra lanciata da Dio,
individuando il cerchio nel grande caos. In corrispondenza speculare al centro,
in alto, sullo stesso asse verticale, c'è la pietra
angolare (o pietra d'apice) che costituisce la chiave di volta, la pietra che
riunisce, l'Unità.
Anche
secondo i testi canonici, il Messia è al tempo stesso A ed w, Pietra angolare (Mt 21; Mc 12, 10; Lc 20,19) e Pietra
fondamentale (Is 28,16; 1Pt 2, 4-8 e Rm 9,33).
Finalmente si capisce anche
Sant'Agostino (un berbero che nelle Confessioni ricorda tutte le sue
difficoltà ad imparare il greco): Cristo è il fondamento e la pietra angolare,
perché è Lui che ci riunisce.
Quella di Agostino
non è una metafora, ma il disambiguamento, lo svelamento di un simbolo. La
pietra angolare è il Verbo Eterno, la Parola di Dio che risiede in cielo e la
pietra fondamentale è la pietra caduta dal cielo, è il Cristo, il Verbo venuto
sulla terra. Tra le due pietre c'è l'asse del mondo: "Io sono la via"
(Gv 14,6).
Ora si capisce anche un po'
meglio perché la grande pietra lanciata da Dio, la
grande pietra caduta dal cielo, diventa per molte tradizioni, a cominciare da
quella celtica, il Graal.
Nello spazio santo
dell'interno, a Santo Stefano c'erano dunque tre cerchi concentrici, 8 ingressi
che immettevano in 4 corridoi con una porta trilobata, che a sua volta
immetteva negli anelli interni dell'edificio. C'erano poi 4
"cappelle".
Tutto è simbolico. Emergono
chiaramente gli aspetti costitutivi dello spazio santo: il cerchio, gli assi cardinali
(le 4 "cappelle") e l'orientamento, il quadrato di base (la pietra
fondamentale, l'altare). Il centro. Emerge in tutta chiarezza la pentade. La
quaternarietà (il mondo nella sua completezza e nella sua totalità) che si
risolve nel Centro, nel Cristo, che viene riassunto da
Cristo, dall'asse del mondo.
fig.13, la pianta
originaria secondo Sándor Ritz.
C'è l'asse verticale (la
pietra fondamentale e pietra angolare congiunti dall'invisibile, ma concreto
asse del mondo), ma c' è la completezza cosmica.
Il I tre cerchi concentrici sono la
perfezione del cosmo e, nella tradizione cristiana, l'espressione della
divinità, la Trinità. Il Tre è un archetipo che sarà fondamentale anche nella tradizione giudeo cristiana, nel Buddhismo, nell'
Induismo, poi nell'Islamismo; persino nella tradizione Maja.
Anche la croce ha tre dimensioni: ampiezza e
lunghezza (asse orizzontale), altezza e profondità (le due metà dell'asse
verticale).
Il 4 è la complessità e la
completezza terrestre; i 4 angoli del Mondo e i 4 elementi materiali presenti
in tutte le tradizioni religiose. l' 8 è ugualmente in
tutte le tradizioni religiose il numero completo che "evoca" e
significa la fusione tra il quadrato (la perfezione terrestre) ed il cerchio
(la perfezione celeste). Castel del Monte lo ricorda. Ma
otto è anche il segno della Resurrezione. Non a caso l'8°
giorno è il giorno del Signore.
Il cerchio è la perfezione
celeste, l'Unità. Anche la forma del cielo; il
Paradiso è circolare. Basterà ricordare Dante.
L'alzato dell'edificio
corrispondeva ad una croce greca (4 braccia di uguale
lunghezza) sormontata da una cupola centrale. Gli spazi tra le 4 braccia
avevano solo in parte copertura (in questi "spazi" la modulazione
della "luce" era riservata ai tendaggi).
Tutto l'insieme doveva avere
quindi un aspetto molto complesso, con un evidente il simbolismo cosmologico,
che del resto era così presente anche nei MITREI. 
Il solo tempio è quello
spirituale, costituito dalla comunità dei credenti. Ma se per Gregorio Magno la
Chiesa è costituita dall'umanità tutta intera dall'inizio alla fine dei
tempi, non sbaglieremmo a dire che il solo "tempio" è quello
spirituale, costituito dalla umanità tutta intera.
fig.14, il mitreo, da Roma Sacra, itinerario 34
I segni
architettonici, grafici e coloristici nel cristianesimo delle origini.
Il cristianesimo delle
origini, come larga parte delle religioni orientali presenti a Roma è una
religione misterica, che si tramanda, attraverso un Maestro, da uno all'altro e
si esprime in segni e simboli , e non in formule
teologiche o concettuali.
Il cristianesimo è tra le
religioni misteriche l'unica non individualistica, ma comunitaria, collettiva,
aperta, almeno alle origini, non solo agli uomini. Attraverso il battesimo,
tutti sono ammessi al mistero e la salvezza è individuale, nella comunità (gli
apostoli pur avendo un solo progetto, avevano ciascuno una missione
particolare: (ut unum sint singuli tamen...). Soprattutto non si
realizza alla "seconda venuta di Gesù" o alla fine del mondo, ma pone
il Salvatore (una figura presente in tutte le tradizioni religiose vicino
orientali) al centro: Gesù Risorto, adesso, è nella comunità e nel mondo
presente.
Il movimento di Gesù ha una dimensione storica, economica, politica e sociale ed un
carattere contadino e popolare (aperto alle donne, quasi una religione al
femminile) e, contemporaneamente, una dimensione trascendente, divina, dentro
la storia.
La storia non è unicamente
nelle mani di Dio: la comunità costruisce, nel presente, il futuro.
Il cristianesimo subì una eccessiva ellenizzazione (come detto assunse le
categorie filosofiche greche per organizzarsi teologicamente) e con essa molti
aspetti negativi: un Dio cosmico, invece di un Dio che si incarna nella storia;
una salvezza per l'al di là e non per il presente, con la grazia gratuita per
tutti, ma alla fine dei tempi e la necessità terrena, ora e subito, ma per
pochi ricchi; un individualismo a scapito del comunitarismo; un Dio ordinatore
e non un Dio liberatore; il sensazionalismo del mito ed il misticismo esoterico
e non il misticismo della vita di ogni giorno; un pensiero razionale e
filosofico (di alcune oligarchie), e non lo psicologismo del simbolo
accessibile a tutti, ovviamente in modo plurale, perché il simbolo è
polivalente.
Il cristianesimo era
evidentemente alla ricerca di un "luogo" santo
nel quale fosse possibile vivere in modo comunitario, attraverso i simboli,
l'esperienza religiosa. L'aveva trovato per leggere la Parola di Dio (che è
essa stessa corpo di Cristo) e per celebrare il banchetto
e in seguito per spezzare il pane nella domus, nella casa romana, negli
ambienti antropologici dove l'inculturazione si riferiva al mondo romano. Lo
trovava negli spazi sacri in quelle culture centrate sullo spazio santo.
Le basiliche si cominciano a
costruire solo dopo Costantino che impone ai cristiani, fino ad
allora caratterizzati da molte chiese (intese come comunità), di
riunificarsi e di censirsi.
La chiesa è prima che un
luogo di culto, un centro amministrativo dei cristiani di una zona, di un
ambiente territoriale. Non a caso la basilica cristiana, come ricordato, è in
tutto e per tutto simile alla basilica romana. A Treviri, in Germania, una
delle città imperiali, la basilica romana viene divisa
in due: una parte serve per l'amministrazione civile; l'altra per
l'amministrazione religiosa.
La basilica romana (una
struttura amministrativa civile) con la basilica costantiniana si avvia a
diventare anche una struttura amministrativa religiosa.
Un ruolo importante doveva
avere la vasca battesimale, a somiglianza di un "cratere" (come non
ricorda i crateri celtici?), di una fossa. Subito si ebbero
riti complessi e diversificati che si riunificavano nel riconoscimento
dell'uomo nuovo, che veniva rivestito di una veste nuova, e che diventava
figlio di Dio. Allora si recitava finalmente il Padre Nostro come formula di accettazione nella comunità.
Ci furono subito dei
battisteri rotondi, perché con il battesimo si passa
ad una vita completa, cioè rotonda. Il battistero è ad immagine di quello che
si diventa. Il Cerchio, fin dalle culture più antiche, con il tumulo, individua
uno spazio santo, a significare la perfezione celeste; il cosmo.
I santi,
Cristo, come del resto anche Mitra avevano il nimbo e la corona.
Prima di Costantino l'unico
spazio santo per i cristiani era dunque il battistero
(la vasca circolare o un edificio spesso circolare), che, anche a Roma, a san
Giovanni, rimane nettamente separato dalla basilica.
Nel mondo cristiano delle
origini il solo tempio è quello "spirituale", costituito dalla
comunità dei fedeli. Nei primi secoli si adattavano ad
oratori stanze di un edificio destinato ad abitazione. E' "la
chiesa domestica". Ma si adattano al culto anche
delle grotte.
In Irlanda si ha chiara testimonianza di
come dal tempio essenzialmente "spirituale" si passa al tempio
"costruito", vedendo piccole costruzioni a forma di barca rovesciata,
fatta di pietre che non sono legate dalla malta. Ogni pietra usata per
costruire la chiesa è, dunque, un "salvato" ed al tempo stesso,
secondo la simbologia ricordata anche dall'Antico Testamento, è la Parola di
Dio. La pietra, quindi, è segno dell’uomo e simbolo di Dio. Perciò,
secondo il Nuovo Testamento, ogni pietra è Cristo. Se
Adamo, l'uomo primordiale e mortale, era fatto di terra, il terroso;
Adams, l'uomo immortale, è fatto di pietra.
fig.15. Irlanda,
Gallarus Oratory, VII secolo.
Tu, dice la scrittura, non
sarai più un cristiano, ma un Cristo. Un tema questo che ritorna nelle
tradizioni fortemente diversificate del pluralismo dei
primi secoli. Ad esempio è uno dei temi portanti e ricorrenti in San Paolo, ad
esempio Rom. 3; 6; 15, 1; Cor, 2,6; 11,1; 15,48; Gal.
3,28, ecc.ecc., ma anche nel Vangelo di Tommaso, 108
("Gesù ha detto: "colui che beve alla mia bocca, diventa come Me
ed Io divento Lui e ciò che è nascosto gli è rivelato"") ed in
quello di Filippo, 67,28 ("costui non è più un cristiano, ma un
Cristo").
La barca delle chiese
irlandesi non è la Chiesa istituzione che salva (come sarà inteso da Bonifacio
VIII e dal famoso mosaico di Giotto della Navicella), ma è segno della chiesa
intesa come insieme dei credenti in Gesù, dei salvati, rappresentati
simbolicamente appunto dalle pietre. Il vangelo di
Cristo non è solo per la "persona umana" è
per l'umanità tutta intera: gli animali, le piante, la terra, le pietre. La
chiesa edificio, perciò (e la simbologia diventa sempre più "ciclica"
e "globale"), è l'insieme delle pietre, dei
salvati. E' , quindi, anche come edificio, è segno di
Cristo. E' Cristo. E' l'unità, anche se interpretato in diverso stylo.
La "basilica", l'edifico chiesa, spesso liberato dal carattere puramente
amministrativo, assumerà diversi significati simbolici. La
"chiesa" esprimerà le varie tradizioni culturali e religiose, le
attese psicologiche o le istanze teologiche che si
vanno sviluppando, ed avrà, di volta in volta, la pianta irregolare per
ricordare la grotta primordiale, la caverna cosmica o per favorire
l'illuminazione, da parte della luce del sole, di determinate pietre o spazi in
certi giorni ed ore dell'anno; o per simulare percorsi labirintici, o per
assumere, con soluzioni geometriche, e con l'aggiunta di vari tipi di
transetto, sempre più le varie forme del corpo umano. L'edificio chiesa,
diventa sempre più segno del corpo di Cristo, assumendone anche le proporzioni
e gli "atteggiamenti".
Il quadrato, il cerchio e la
croce che si compenetrano (la croce determina la quadratura del cerchio, segno
del movimento celeste, e dell'ordine cosmico) individuano il simbolismo
fondamentale del recinto santo (un microcosmo) che in questo caso ha un
orientamento a 360 gradi. E' la terra promessa. Il Regno di Dio.
La sacra marcia nei
percorsi visivi e fisici.


fig. 16 e 17. Alcune
delle linee virtuali che congiungono i nodi della conoscenza, da Sándor Ritz.
Il fedele che entrava nel
recinto santo raggiungeva il centro attraverso una
serie di percorsi labirintici. Raggiungeva il centro come in un insieme
mandalico, attraverso una sacra marcia, attraverso un
"pellegrinaggio", con canti, inni, rumore cadenzato dei passi,
colori, stendardi, odori, luci. Raggiungeva Cristo, e diventava, come
ricordato, non più cristiano, ma Cristo.
Tante linee congiungevano i
"nodi" vitali della conoscenza. Ma erano
nodi virtuali, ricostruibili attraverso l'analogia ed il visionario
immaginifico. I codici altomedievali irlandesi e spagnoli sono zeppi di entrelazos, di intrecci, che figurano uno dei tanti tipi
di labirinto.
Non saltella forse il
bambino in una stanza lungo percorsi "immaginari", e spesso
incomprensibili, quasi volesse prendere possesso o
scoprire l'essenza del luogo in cui si trova? O
volesse conoscere sé stesso?
S. Beato di Liébana nell'VIlI secolo ripete il tema: si può dire cristiano chi
"ambulans sicut et ipse ambulavit quello da cui trae il nome".
(Beatus, in Apoc.II,5,5).
La Gerusalemme
celeste, dimora di Dio in terra, senza tempio.
Chi "penetrava"
nel recinto santo doveva vivere un'esperienza
percettiva simile a quella dei versetti 21 dell'Apocalisse: "Ecco la
dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di
loro ed essi saranno il suo popolo (vv. 3)...E la piazza della città è oro
puro, come cristallo trasparente. Non vidi alcun tempio in essa
perché Dio, l'Onnipotente e l'Agnello sono il tempio." (nota: confronta i
tre cerchi concentrici). "La città non ha bisogno della luce del sole, né
della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è
l'Agnello (vv.21-22)".

fig.18, il recinto santo, da Sándor Ritz.
Le analogie, le
immaginazioni visive, le percezioni olfattive, il sentire con tutto il corpo
(la danza sacra, soprattutto), la luce rappresentano altrettanti momenti
conoscitivi fondamentali. Il trascrittore delle visioni di Angela
fa riferimento alla conoscenza di Cristo avvenuta, attraverso profumi
indicibili "in odore unguentorum suorum". Sono le stesse
identiche parole che usa Federico II, in una lettera, inviando alcune opere di Aristotele
finalmente ritradotto in greco (dal greco al siriaco e da qui in arabo e poi in
ebraico, da qui in latino e finalmente in greco) all'università di Bologna e
spiegando il suo amore per la “conoscenza”, ispirata su con le narici "in
odore unguentorum suorum".
E con tutto il corpo Angela da Foligno
ode "una cosa piena, una maestà immensa, che non so descrivere, ma mi
pareva che fosse ogni bene…sentire quella croce fisicamente e, sentendoti,
l'anima si scioglieva nell'amore di Dio…Posso solo riferire una parte delle
parole udite, ma non descrivere la dolcezza e il diletto". Ebbe un
"sentore di Dio più intenso di quanto avessi fin lì sperimentato; e anche
tutti i membri corporei sentivano questo piacere".
Attraverso l'itinerario
psichico si ha una conoscenza totalizzante che oltrepassa la dimensione del
raziocinio, e Angela commenta: "finalmente
l'anima fu rapita e vide che la verità che cercava non aveva principio né
fine…leggevo appieno tutto il creato…all'istante furono aperti gli occhi
dell'anima, E vedevo una pienezza di Dio, nella quale abbracciavo tutto il
mondo". Tutto il creato e non
solo l’astratta “persona”.
Il tempio di cristallo. La capacità di vedere con il visionario immaginifico anche
attraverso i muri.
L'uomo che fonda la propria conoscenza
sulla percezione e sull'analogia "vede" attraverso i
muri, e numerose sono le testimonianze, con l'occhio della mente, con
l'occhio che Angela da Foligno definisce l'occhio dell'anima.
Fig.19 Il
tempio di cristallo secondo Sandor Ritz
Fondamentali in proposito
perché offrono basi scientifiche al visionario immaginifico, sono gli studi di R.L. Gregory, Occhio e cervello , Il Saggiatore,
Milano 1966 e Curiose percezioni . Il Mulino 1989 (1986) e soprattutto
Aldous Huxley, l'arte di vedere, Adelphi, 1989 (1942), che descrive
l'esperienza di autoguarigione di un giovane colpito
da una grave diminuzione della vista.
I paramenti murari esterni
"evocano" l'interno, fanno vedere gli "spazi" della marcia
sacra. Questo avviene con stupefacente regolarità nelle
grandi chiese romaniche. Ne cito una su tutte: il duomo di Modena. E questo avveniva in Santo Stefano Rotondo.
E' evidente che la Scrittura
non è la sola strada per giungere alla conoscenza ed alla conoscenza di Dio. Ed è altrettanto evidente che non esiste rapporto tra
contenuti "indicibili", che non possono essere espressi a parole, e
la realtà linguistica che deve manifestarli è del tutto insufficiente. E'
evidente che cade il ruolo edificatorio e "pedagogico", la
mediazione, dell'autorità religiosa e politica. Le mille e mille combinazioni
di forme, codici, linguaggi, atteggiamenti mentali portano ad una conoscenza
che libera. E' evidente perché da sempre, ed in Italia con particolare veemenza
in questi ultimi anni, sia stata condotta una vera e propria crociata contro
la democratizzazione del sapere.
Santo Stefano mostra con
ogni chiarezza di non essere una basilica, ma un "luogo", un
"sito" in cui cielo e terra si congiungono; è la manifestazione del
regno di Dio, l'Apocalisse , che non si realizza, come
abbiamo detto, alla "seconda venuta di Gesù" o alla fine del mondo,
ma pone al centro la presenza di Gesù Risorto, adesso, nella comunità e nel
mondo presente. Ma al tempo stesso è la Pentecoste che si manifesta ai
"rappresentanti di tutte le nazioni della terra…chiamati anch'essi alla
partecipazione del grande avvenimento: anzi ragione ultima di esso (come disse Angelo Roncalli a Istanbul il 16 maggio
1937, giorno di Pentecoste).
I rappresentanti di tutte le
nazioni della terra sono "ragione ultima" del grande
avvenimento. Il futuro papa sembra che avesse presente
Santo Stefano Rotondo, che può essere chiamato a simboleggiare anche un "vangelo
sine glossa", un messaggio senza commenti teologici per tutti i popoli
della terra, come voleva San Francesco, che si esprimeva per una fraternità
universale: Laudato sì mi Signore "cum" tutte le tue creature.
E da quel "cum" nasce la scienza moderna e
la consapevolezza della "complessita".
Attraverso la cupola e le
aperture dei cortili la luce doveva essere
particolarmente importante e doveva dare l'effetto di esplodere dal di dentro.
Un ruolo fondamentale avere la "luminosità della visione" il
passaggio dalla luce all'ombra e viceversa, l'adattamento all'
oscurità, il disvelamento, attraverso percorsi labirintici.
Prende corpo l'immagine
della trasfigurazione e della resurrezione: il velo si squarciò. L'invisibile
diventa visibile senza più mediazioni. Nel recinto santo
si ha l'esperienza dell'Assoluto; si diventa parte dell'Uno; si è salvati. Le
pietre dell'edificio individuano come nelle chiese dei primi secoli i fedeli
salvati (l'Adamo caduco -il terroso- é di terra;
l'Adamo immortale è di pietra) ed il recinto santo nel suo insieme individua la
Gerusalemme celeste, la dimora di Dio con gli uomini , immortali, simboleggiati
dalle pietre.
Santo Stefano Rotondo è una
"macchina" evocativa e simbolica. La realtà virtuale di cui si fanno
vivono, attraverso la visione, l'evocazione, la percezione e la conoscenza
sensoriale era a disposizione di tutti per profonde
esperienze conoscitive che rendevano presente la fine dei tempi ed il regno di
Dio. Esperienze conoscitive del sé che hanno poco a che vedere con le
descrizioni che ne fanno i nostri manuali legandole, con la generica e
spregiativa definizione di "gnostiche"al pensiero logico-dialettico
della filosofia ellenistica.
Particolari e diversificate formule liturgiche, in feste e giorni
determinati, si avevano nelle varie ora del giorno, anche durante veglie
notturne, ma un momento determinante rimane sempre il canto del gallo, simbolo
del risveglio, della resurrezione, del sole che sorge, del nuovo giorno. E non solo nella tradizione cristiana.
Il santo
recinto, ce lo ricorda la pellegrina Egeria, è illuminato da tante e grosse
lampade di vetro, da moltissimi lampioni di olio e di cera; ci sono tanto oro,
gemme, tappeti, tendaggi e veli di lana e di seta. I turiboli spargono profumi.
Tutto è caratterizzato da inni, canti, danze, momenti processionali e marce
sacre.
Lo stesso ingresso nel santo
recinto era processionale, a significare in un atto colletivo, comunitario
l'avvicinarsi, fisicamente o mentalmente, ad un centro visibile, che rendeva
"concreto" l'invisibile.
Insomma si svolge un insieme
di momenti conoscitivi formidabili caratterizzati dalla percezione sensoriale:
tutti i sensi vengono attivati (vista, bocca, udito,
sapori, odori) in esperienze motorie. E' un insieme di esperienze
che oggi diremmo compiutamente multimediale. Angela da Foligno dice che "Cristo
si mostrò in modo più chiaro. Voglio dire che mi diede maggior cognizione di
lui". Una conoscenza percettiva e non intellettuale.
Gerusalemme è il simbolo di
una città che esprime comunità, popolo, umanità organizzata, relazioni sociali
e progetto di società, senza tenebre, cioè senza
sfruttamento. Giovanni vede un cielo nuovo ed una nuova terra (un cosmo nuovo,
l'insieme della natura) ed una nuova città (una nuova società o umanità
organizzata).
La città, la nuova
Gerusalemme non simbolizza la Chiesa, ma l'umanità, il popolo universale di
Dio, un nuovo progetto o sistema sociale trascendente.
La nuova Gerusalemme scende
dal cielo alla terra. Al contrario Babilonia, la città idolatrica ed
oppressiva, voleva giungere fino al cielo: passa dal trascendente ad una
condizione terrena. Si trasforma dalla Gerusalemme celeste in una Gerusalemme
terrena. Simbolicamente il cielo, ciò che libera e salva, scende sulla terra.
Scompare la distinzione tra cielo e terra; adesso tutto è terra, anche se una
terra vista nella sua pienezza e senza morte.
La storia non si riduce alla
società di uomini e donne, ma comprende anche il
cosmo, la natura. Il cosmo nuovo e l'umanità sono materiali; la trascendenza
(la "trasfigurazione") è il superamento della morte, non della
materialità e della storia.
Nel mondo nuovo creato da
Dio c'è corporeità e relazioni sociali, ma senza tenebre e senza oppressione.
L'Apocalisse non è quindi un'escatologia extramondana, fuori della storia, ai
margini dei cambiamenti sociali e politici, non si proietta alla
"seconda venuta" di Gesù. C'è una escatologia
che si articola con la resistenza e la sovversione (come era stata la predicazione
e la vita di Gesù di Nazareth) al peccato sociale che è l'oppressione.
Dio non abita più nel cielo
o in un santuario, ma (21,3) porrà la sua dimora in mezzo a loro ed essi
saranno il suo popolo, ed egli sarà il Dio-con loro, nella nuova società creata
da Dio stesso in un mondo nuovo. Viene superato il
sacerdotalismo giudaico. La Gerusalemme celeste sostituisce ogni santuario
possibile o immaginabile. Non c'è piu necessità di un Santuario, né di Chiesa,
né di mediazione alcuna tra il Popolo e Dio. Dio riempie tutto e tutti vedono
direttamente il suo volto.
In mezzo alla città c'è il
fiume di acqua di vita che scaturisce dal trono di Dio
e dell'Agnello (22,2): in Santo Stefano è la pietra fondamentale. Cristo è la
roccia da cui sgorga l'acqua di vita. Dio dice (21,6): a colui
che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. In mezzo
alla pianta della città, piena della gloria di Dio, si trovano gli alberi della
vita, rappresentati a Santo Stefano dalle colonne. Renato Funiciello il geologo
che meglio conosce il sottosuolo romano è rimasto stupito vedendo la grande quantità d’acqua presente in quel luogo. Ancora un
segno della scelta simbolica del “sito”.
Nella nuova Gerusalemme
tutti sono sacerdoti, tutti vedono Dio e tutti regnano. L’Apocalisse dice: “ha fatto di noi un
regno di sacerdoti” (Ap.1,6). Nella nuova Gerusalemme non si va per
sollecitare miracoli spettacolari, ma per ripercorrere il cammino audace e
santo che porta a vedere Dio ed a regnare, in una manifestazione concreta della
fratellanza e della solidarietà.
Ciò che maggiormente
colpisce è l'uso dell'oro, come materiale da costruzione della città. L'oro per
il suo valore si scambio ed il suo feticismo e si
trasforma in valore d'uso.
La città misura dodicimila
stadi (15-17), ossia 2.200 kilometri: è quindi un gigantesco cubo o una
piramide. Vuole esprimere simbolicamente la perfezione della città nuova.
In molte culture, l'uomo
perfetto è rotondo ed attraverso il battesimo l'uomo
diventa rotondo (ed anche il battistero assume questa forma); il regno di Dio,
a significare la completezza, la perfezione, la totalità del cosmo, diventa
rotondo. Non deve meravigliare perciò che santo Stefano Rotondo, la
rappresentazione della Gerusalemme celeste, sia rotonda, né deve meravigliare il fatto che abbia 8 e non 12 porte. Il numero
otto, l'ho ricordato, è esso stesso il numero della
completezza, della quadratura del cerchio, è il numero di Dio.
La chiesa fu profondamente
modificata in seguito, forse nell'VIII-IX secolo
(certo non andava d'accordo con la cattolicità che si definiva con l'ambiente
carolingio) e poi sotto papa Gregorio VII (1073-1085) Innocenzo II (1130-1143),
quando rimase solo l'inculturazione occidentale e tutto, persino i canti,
venivano ricondotti all'ordo romanus.
Allora la chiesa fu mutilata
di tutti i suoi significati simbolici e fu ridotta a due soli cerchi
concentrici; furono infatti murate le colonne tra il
II ed il III anello, che divenne un cortile conservando come muro di cinta il
muro esterno del III anello.
Cambiò completamente il
significato e la funzione della chiesa che, con restauri recenti si voleva
trasformare anche visivamente, in quello che è considerato
erroneamente dagli studi di archeologia cristiana: una basilica che, anziché
avere una navata longitudinale ha una navata circolare, con l'altare non al
centro della chiesa, ma in una cappella addossata al muro ed in corrispondenza
con una sola porta. Vengono annullati tutti i
significati originari del un santo recinto, in cui non si svolgeva non una
messa “celebrata” da un sacerdote, da “seguire”in larga parte seduti, con
momenti più o meno partecipati, ma un insieme di cerimonie multimediali e
professionali, in cui tutti sono protagonisti.
E' evidente che il
"luogo santo" di Santo Stefano Rotondo non esprime solo una religione
strutturata, ma consente a tutti gli uomini ed a tutte le donne
l'esperienza dell'Assoluto, dell'Uno. Il Damasceno aveva sostenuto con
forza che "il cristianesimo è libertà". Certo i riferimenti
all'Apolcalisse sono evidenti e si prestano bene. Ricordiamo però che
l'Apocalisse giovannea non è isolata nel contesto
storico mediorientale; che la chiesa giovannea, apocalittica (della
rivelazione, del disvelamento di Dio) esprime una realtà ben presente nei primi
secoli ben diversa, anche se non in contrapposizione, con la chiesa paolina; e
che la cultura che con termine comprensivo definiamo simbolica trova in Santo
Stefano Rotondo un "luogo santo" dell'esperienza.
Lo conferma un Salmo della
tradizione sufi:
"Signore, un giorno
visito la chiesa, un altro la moschea;
però di tempio in tempio, cerco solo Te.
Per i tuoi discepoli non
esiste eresia, né orodossia;
tutti possono vedere la Tua verità senza
veli.
Il tuo fedele è un
compratore di profumi:
ha bisogno dell'essenza delle rose del
divino Amore."
E ricordiamo come per Angela
da Foligno, ma anche per Federico II la conoscenza avviene "in odore unguentorum
tuorum".
Il bel libro di Pablo
Richard (Apocalisse, la ricostruzione della speranza) consente di
rivivere il "documento figurale" di Santo Stefano Rotondo, immagine
"evocatrice" dell'Apocalisse.
Un arabo cristiano dell'VIII
secolo, probabilmente un laico, nella sua omelia ricordava che "Dio non
vuole che alcuno lo serva con forza". E
aggiunge che gli Apostoli "non combatterono contro nessuno, non
forzarono gli uomini" e "poveri, deboli, stranieri in mezzo
gli uomini, senza beni di fortuna, senza potere in questo mondo, senza
ricchezze da usare quali strumenti di corruzione, senza scienza, senza parentele
di cui potersi vantare presso chiunque...invitarono il
popolo al Vangelo".
Nel IV Concilio di Toledo del 633,
presieduto da Isidoro di Siviglia, si ricorda che "ignorantia, mater
cunctorum errorum, maxime in sacerdotibus Dei vitanda est, qui docendi officium
in populis susceperunt". Il problema, allora come oggi è quello che "Dio
non vuole che alcuno lo serva con forza"; di "invitare
il popolo al Vangelo", senza violenza, senza dogmi, senza servire gli
interessi delle élite. Sono questi errori il frutto dell'ignoranza.
Una visita al "luogo
santo" di Santo Stefano Rotondo fondata sulla "visione
evocatrice" dell''Apocalisse, del "disvelamento di Dio",
della Pentecoste, della trasfigurazione, del vangelo senza glosse, mostra che
il vangelo che abbiamo proposto alla gente è in realtà un insieme di teologia,
di dogmi, di interessi di Chiese e soprattutto di
affari politici delle élite. Abbiamo raccontato la storia del mondo, come se
esistesse solo l'Occidente, solo quanto è stato elaborato dalle categorie filosofiche
ellenistiche nei confini del Mediterraneo e dell'Impero Romano; solo quanto di occidentale è fiorito nel Mediterraneo, dimenticando che
è quel mare è già nel III Millennio a.C. il terminale delle merci e perciò
delle culture che provengono da tutto il mondo, anche dal lontano Oriente e che
vi fiorirono e vi fioriscono molte culture e civiltà destinate a mescolarsi
dinamicamente, a sintetizzarsi con l'Occidente.
La storia del cristianesimo
che raccontiamo è la storia delle Chiese, del potere delle gerarchie
ecclesiastiche che hanno definito l'ortodossia del cristianesimo in Occidente e
poi lo hanno esportato; la storia dell'uomo che raccontiamo è la storia delle
conquiste di piccole élite di uomini bianchi, colti,
con la cultura raziocinante e con categorie di pensiero costruite per essere
irraggiungibili alla maggior parte della gente comune. Ci meravigliamo che gli
antichi e i "diversi" da noi sono degli esseri pensanti. La storia
che raccontiamo è quella di un "progresso" senza fine. Abbiamo dogmaticamente
sentenziato che l'epoca in cui viviamo è quella
immutabile e definitiva.
Il libro di Pablo Richard, Apocalisse,
la ricostruzione della speranza, testimonia ricerche, ansie, paure, gioie,
attese, ciò che può servire a vivere, "analoghe" alle esperienze,
culture, condizioni sociali, etnie tanto diverse dalle nostre. L'Apocalisse,
come mostra il "luogo santo" di Santo Stefano Rotondo, è la
ricostruzione della speranza.
Mondi nuovi sono
possibili per tutti.
L'Apocalisse è un libro
carico di speranza, per il tempo presente, si esprime mediante lo psicologismo
del simbolo, ed è la rivelazione di Dio nel mondo dei poveri, degli oppressi ed
esclusi, della gente comune, di chi, insomma, non conta nulla. Il cristianesimo
è profondamente plurale e, unico tra le tante religioni di
matrice indiano-iranica dell'epoca, è una religione comunitaria,
collettiva, che presuppone una conversione, dentro la storia, comunitaria,
collettiva.
Gesù di Nazareth è
condannato a morte quale sovversivo. Molte comunità cristiane delle origini
(almeno quelle, e non sono poche, che non sposeranno la cultura intellettuale,
individuale, spettacolare delle categorie filosofiche dell'ellenismo)
continueranno per molto tempo a rifarsi tra gli altri documenti, alla I lettera di Giovanni: "Chi dice di dimorare in Cristo,
deve comportarsi come lui si è comportato".
E' fondamentale recuperare
la pratica storica e la testimonianza. E' fondamentale recuperare, attraverso
la forza del simbolo e della comunicazione analogica e percettiva, "il potere
della speranza e dell'utopia nella trasformazione della storia, l'efficacia di
una maturazione della coscienza collettiva di un
popolo e, infine, la forza, il potere e l'efficacia dello Spirito nella storia
e la forza della spiritualità dei poveri ed oppressi".
Oggi si ammette, come grande
"concessione", che sono quattro correnti del cristianesimo del primo
secolo: il cristianesimo giudeo, il cristianesimo ellenico, il primo
cattolicesimo (o Cristianità primitiva) ed il cristianesimo apocalittico.
Ma non sono solo quattro le correnti. Il
cristianesimo del primo secolo è veramente plurale. Tante sono le correnti
quante sono le culture con cui viene a contatto. L'unità si realizza attraverso
il sistema delle
"alterità". Il cristianesimo
nascente è plurale nella stessa Roma.
Angelo Roncalli, a Istanbul, 16 maggio 1937, nel giorno di Pentecoste, aveva
ricordato che "…fuori del Cenacolo, chiamati anch'essi alla partecipazione
del grande avvenimento: anzi ragione ultima di esso, rappresentanti di tutte le
nazioni della terra" .
E' stato necessario un
millennio per sottomettere pienamente il messaggio di Gesù di Nazareth al
pensiero occidentale e per cancellare le testimonianze del pluralismo e della
complessità del cristianesimo delle origini. Tuttavia non sono pochi i monumenti del cristianesimo
nascente nella stessa Roma che, se opportunamente letti, testimoniano una
realtà storica molto lontana dalla Grande Chiesa di Roma e dalle categorie
dell'ellenismo.
fig.20 ricostruzione ,
disegno Brandenburg, da Roma Sacra, itin.34.

figg.21-22 ric. secondo il Sandor Ritz
E' dalle culture non
condizionate da una visione razionalista-ellenista-liberale della storia e
dalle maggioranze della gente comune, che sono
caratterizzate da una da una cultura comunitaria, simbolica, sintetica,
festosa, rumorosa, plulinguistica e creativa che può venire un recupero delle
testimonianze del pluralismo e della complessità del cristianesimo delle
origini (la loro distruzione e la distruzione della cultura simbolica fu un
vero e proprio genocidio, pari a quello consumato ad opera degli europei nei
confronti delle culture precolombiane) e soprattutto che può venire il riscatto
del cristianesimo apocalittico, così bene espresso dalla prima lettera di
Giovanni (Gv 2,6): "Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come
lui si è comportato.
Il "luogo santo"
di Santo Stefano Rotondo, è un luogo per la conoscenza. Va chiarito che sotto
il termine "gnostico", dal II secolo d.C.,
si raggruppano una serie di inculturazioni del Vangelo coesistenti e molto
diverse tra di loro.
Larga parte della ricerca è
ormai convinta che lo gnosticismo sottolineò la crisi
del razionalismo classico. Lo gnosticismo è infatti un
pensiero mitico che si esprime in termini simbolici e rappresenta la denuncia
dell'inutilità del sapere classico che detta astratte norme.
La mancanza di conoscenze
sulla cultura persiana, siriaca e palestinese e l'abitudine a sistematizzare il pensiero concettuale, porta a valutare i
complessi fenomeni che con termine onnicomprensivo si dicono
"gnostici" come fenomeni intellettuali, speculativi, filosofici e non
religiosi.
Il vangelo di Giovanni,
riconosciuto come canonico dalla ortodossia
organizzata (forse solo perché scritto in greco, quantunque il suo autore
usasse il greco solo come lingua veicolare) è rivendicato a sé dagli gnostici
ed usato come fonte principale di informazione, di rivelazione e di riferimento
per l'insegnamento.
Lo gnostico non è un
filosofo. I movimenti monastici, ad esempio, hanno in comune, nel III e IV
secolo, secondo le culture gnostiche, la ricerca, la penetrazione religiosa
nella solitudine, nella visione percettiva, nell'esperienza estatica e
simbolica, nell'esplorazione della psyche, nella conoscenza di sé. Ognuno, nella sua psyche, porta in sé le potenzialità di
liberazione e di distruzione.
La gnosi si manifesta in tante forme, sostiene molte e divergenti tesi.
E' di volta in volta, secondo le opinioni più accreditate:
1) nella
forme radicalizzazione, una speculazione eterodossa giudaica;
2) una forma che si sviluppa
dall'ambiente giudaico cristiano;
3) una evoluzione
del cristianesimo (un interpretazione ellenistica o uno sviluppo entro gli
schemi del pensiero ellenistico) che trova la sua origine all'interno dello
stesso cristianesimo;
4) uno sviluppo del
cristianesimo, che tenta una risposta al problema cristologico, entro gli
schemi del pensiero greco.
5) uno sviluppo del
cristianesimo, che tenta una risposta al problema cristologico, entro gli
schemi del pensiero indo-iranico.
6) un
incontro del cristianesimo con religioni già diffuse nei territori occidentali
ed in particolare con il buddhismo e l'induismo.
L'emergente gruppo che
definisce la Grande Chiesa di Roma definisce anche
l'ortodossia e l'identikit dei pericolosi nemici (lo gnosticismo e tradizioni e
letture che hanno contorni molto sfumati e indefiniti e che diventano
"eresie") da isolare e duramente combattere. Contro le tante attese e
manifestazioni del santo fondati sul mistero e sullo
psicologismo del simbolo si afferma il razionalismo del mito e contro le
"diversità" delle varie comunità cristiane cominciano a scatenarsi
anatemi e scomuniche.
Lo scontro tra il mondo
greco-romano ed il messaggio cristiano si attenua al punto che il cristianesimo
romano (che condizionerà sempre più il messaggio cristiano) comincia a strutturarsi in modo "cattolico" , lontano dalle
sue radici e manifestazioni palestinesi ed orientali e dal pluralismo culturale
per incardinarsi ed identificarsi nella cultura e nelle categorie filosofiche
greco-romane. La stessa sistemazione della tomba di Pietro (dovuta sembra, nel
155, a papa Pio, che si chiamava Pio come l'Imperatore Antonino) sembra essere dovuta ad una scelta ideologica per rivendicare il
primato della chiesa di Roma. L'eccidio di Lione (ordinato nel 177 da Marco
Aurelio) è un episodio quanto mai complesso che dovrebbe essere valutato in
quel complessissimo problema che fu lo gnosticismo.
Il
cristianesimo dell'Occidente diventa essenzialmente urbano, mentre quello
dell'Oriente diventa essenzialmente rurale. Il monachesimo, nelle sue ispirazioni
rurali, denuncia fino in fondo la sua matrice orientale.
Allo stato attuale delle
conoscenze possiamo dire che è stato necessario un millennio per
sottomettere pienamente il messaggio di Gesù di Nazareth al pensiero
occidentale e per cancellare le testimonianze del pluralismo e della
complessità del cristianesimo delle origini. Ma possiamo anche dire che non è stato soffocato, se é
riemerso in tante esperienze ed oggi riemerge con tanta forza attraverso la
multiculturalità e la teologia della liberazione. La riscoperta di Gesù di
Nazareth, il Cristo del Signore è la grande profezia
ed il grande dono, ad esempio, delle comunità di base dell'America latina.
Nelle biblioteche europee
del '700 esistono scaffali separati per gli Historici
Profani e per i Theologici: i loro studi non si incontravano mai e non si
incontrano ancora. Anzi hanno un punto in comune: raccontare
la storia dalla parte dei vincitori e negare la dignità dell'uomo comune.
Emerge sempre più la necessità di ricomporre nella metodologia la ricerca per
la ricostruzione della storia dell'uomo e non solo dei vincitori.
Uno dei grandi temi d'oggi è
la ridistribuire del "sapere", la democratizzazione
della conoscenza. Per avviare la democratizzazione e
la redistribuzione in concreto, bisognerebbe cominciare a cancellare nei libri
di storia alcuni luoghi comuni che hanno motivato e giustificato gli
atteggiamenti autoritari e colonizzatori della classe dominante occidentale
all'interno della stessa Italia. Bisognerebbe cancellare quei fatti
propagandistici e di marketing inventati per sacralizzare la cultura
occidentale, la cultura del concetto accessibile solo a pochi, a piccolissime
élite, anche nello stesso mondo occidentale. E con la cultura
occidentale per rafforzare la sacralità del potere delle élite.
Basterebbe cominciare con
pochi cambiamenti: la multiculturalità, multietnicità e multireligiosità della
Roma imperiale, il ruolo dell'Asia centrale, del Medio ed Estremo Oriente
nell'antichità imperiale e nella tarda antichità, Attila, Poitiers, i commerci
tra Etiopia e Cylon, Gengis Kan. Ed a ricostruire e rispettare le culture
precolombiane, cancellate da genocidi che la cultura delle élite ha spesso
rinnovato nella storia.
La Gerusalemme celeste, dimora di Dio in
terra, senza tempio. "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli
dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo
(vv. 3)...E la piazza della città è oro puro, come cristallo trasparente. Non
vidi alcun tempio in essa perché Dio, l'Onnipotente e
l'Agnello sono il tempio…La città non ha bisogno della luce del sole, né della
luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è
l'Agnello (Ap. vv.21-22)".
fig.23 fol. 223 de Beato di Magio (I
metà del X secolo): “mi mostrò poi un fiume d’acqua limpida come
cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello” (Ap.22,19)
Angelo Roncalli, divenuto
papa con il nome di Giovanni, invocando l'Unità (ut unum sint), rivolge
la sua lettera enciclica sulla pace fra tutte le genti nella verità, nella
giustizia, nell’amore, nella libertà, non solo ai cristiani (ai venerabili
Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi e altri Ordinari aventi pace
e comunione con la Sede Apostolica, al clero e ai fedeli di tutto il mondo), ma
a tutti gli uomini (nonché a tutti gli uomini di buona
volontà). E' quello che Giorgio La Pira, Sindaco di
Firenze, chiama il "manifesto del mondo nuovo". Aveva
proclamato: "Tutto il mondo è la mia famiglia". Dio, infatti, come
mostra il "sito" di santo Stefano Rotondo, parla all'uomo per bocca
dei profeti, ma altresì attraverso i fatti della storia. Attraverso gli uomini di oggi, qualunque sia la loro etnia, il loro stato sociale,
il loro linguaggio e la loro modalità di pensiero, la loro cultura o la loro
fede religiosa.
Antonio
Thiery, 25 marzo 2008
Appendice,
La
rivista Roma Sacra (itinerario 34, S.Stefano Rotondo),
Guida alle chiese della città eterna, a cura della Soprintendenza speciale per
il polo museale romano, riporta una bibliografia essenziale, in cui elenca
molti saggi del Brandenburg (ispirati rigosamente da una logica classificatoria
di tipo archeologio in armonia con la storia ecclesiastica e la liturgia
cattolica), ma non cita mai il Sandor Ritz (che, pur essendo un gesuita, si fa
guidare da una logica simbolico-antropologica).
A me
piace mettere a confronto i due autori, cosi diversi, ricordando Chomsky, il potere dei media,
con il saggio «fascismo strisciante»,
Vallecchi, Firenze, 1994. A pag. 21 si legge: «Reinhold Niebuhr, eminente teologo e critico di politica estera, a
volte chiamato «il teologo del sistema» - guru di George Kennan e degli
intellettuali del gruppo di Kennedy - sosteneva ad esempio che la razionalità è una capacità riservata a un gruppo molto ristretto. Soltanto poche persone ne sono dotate. La maggior parte della gente è
guidata unicamente dall'emozione e dall'impulso. …Chi possiede la razionalità
fa parte della «classe specializzata» e deve creare delle «illusioni
necessarie» e delle «semplificazioni eccessive» in grado di fare appello alle
emozioni per mantenere più o meno «in rotta» gli «ingenui sempliciotti» del
«branco confuso», alle stragrandi maggioranze della popolazione». Ed aggiunge che la falsificazione della storia è uno
strumento molto potente per la conservazione del potere.
Bellarmino Bagatti, un frate
per molti anni direttore dell’Istituto Biblico di Gerusalemme, nel bel libro “La chiesa
primitiva apocrifa” del 1981, ricorda che
il suo libro “non è un manuale di
teologia per insegnare ciò che il cristiano deve sapere, ma uno studio storico
per fare sapere ciò che avvenne nel II secolo dopo Cristo”. E sostiene che
non è bene chiosare gli scritti antichi,
“ben sapendo quanto la mentalità odierna sia differente da quella
antica e quanto sia facile travisare le loro parole e le loro
intenzioni”.
Infine
Manuel C. Diaz y Diaz, filologo insigne, cercando di studiare i Textos litúrgicos mozárabes, (in Actas del
I congreso nacional de cultura mozàrabe (historia, arte, literatura, liturgia y
mùsica), organizado por Schola Gregoriana Cordubensis, Córdoba, 27 al 30 de
abril de 1995, publicaciones obra social y cultural Cajasur, Córdoba, 1996)
dice: « Me propongo abordar un tema poco perseguido
por los estudiosos, y desde luego con escaso eco entre los filólogos… La escasa
atención que se presta a los textos litúrgicos con rneritorias excepciones, es
notoria. Estos textos caen, casi exclusivamente, bajo la inquietud
de teólogos y liturgistas, cuyos rnétodos y objetivos aparecen lejanos, y casi
inseguros, a la vista de los que investigan los textos como tales, en cuanto
producciones autónomas y necesariamente debidas a un escritor, sean
cualesquiera sus objetivos, sus doctrinas, su formación intelectual y su
habilidad literaria. No es extrafio que cuando algunos de nosotros hemos
querido irrumpir en los campos litúrgicos fuéramos en buena parte tenidos por
intrusos, y lo que es peor como ignorantes de los
métodos que anteriores investigadores practicaban. A pesar de ello, es bueno
decirlo, poco a poco los filólogos hernos ido asent fuertemente en el análisis
de los textos destinados a la liturgia , a pesar de la
enorme dificuitad de que buena parte de ellos no son sino productos de una
intertextualidad en que juega casi en exclusiva la Biblia, o el uso que de ésta
se ha venido haciendo en ciertos momentos de las acciones liturgicas...».
Le
osservazioni valgono non solo per i testi liturgici, ma per ogni esperienza
mistica dell’uomo. Così spesso mi son sentito chiedere: sei un prete? E mi son sentito appellare come Monsignor. Molti credono che
solo ai preti è riservato lo studio del primo millennio.
Sandor
Ritz è un’intruso. Come del resto lo sono io, che
cerco di studiare come vivevano e non come avrebbero dovuto vivere secondo le
inquietudini ideologiche moderne, gli uomini del I Millennio.
Antonio Thiery, 27 marzo 2008
.
Sandor Ritz, La nuova Gerusalemme dell’Apocalisse e S.
Stefano Rotondo, « L’Urbe», 30 (1967).
Sandor
Ritz, La città celeste dei primi cristiani: quella dell’Apocalisse secondo
Eusebio e quella sul monte Celio in Roma, «L’Urbe», 33 (1970).
Sandor
Ritz, L’insuperabile creazione del passato, presente e futuro. Il tempio
perenne di Santo Stefano Rotondo in Roma, la Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse,
Roma s.d.
Il
testo, corredato da molti disegni di Éva Varsányi Z. è
stato successivamente riproposto in due dispense dell’Università Gregoriana.
•
BRANDENBURG H., S. Stefano Rotondo sul Celio, l’ultimo edificio monumentale di
Roma fra antichità e medioevo, in Roma dall’antichità al medioevo, II, Contesti tardoantichi e altomedievahi, a cura di L. Parodi e
L. Vendittelli, Milano 2004, pp.480-505
•
BRANDENBURG H., Le prime chiese di Roma IV-VI secolo, Milano 2004, pp. 200-214
•
BRANDENBURG H., S. Stefano Rotondo in Roma: funzione urbanistica, tipologia
architettonica, liturgia ed allestimento liturgico in Arredi di culto e
disposizioni liturgiche a Roma da Costantino a Sisto IV, Atti del Convegno
Internazionale a cura di S. de Blaanny, Roma 2001, pp. 27-54
•
BRANDENBURG H., PÁL J., S. Stefano Rotondo in Roma, Archeologia, storia
dell’arte, restauro. Atti del Convegno Internazionale, Roma
10-13 ottobre 1996, a cura di H. Brandenburg e J. Pál, Wiesbaden 2000
• BRANDENBURG
H., L’edificio monumentale sotto la chiesa di S, Stefano Rotondo, in Aurea
Roma, catalogo della mostra a cura di S. Ensoli ed E. La Rocca, Roma, 2000, pp.
200-203
•
BRANDENBURG, H., [ pavimento in opus sectile della chiesa paleocristiana di S. Stefano
Rotondo a Roma, in Atti del III Colloquio dell’Associazione Italiana per lo
Studio e la Conservazione del Mosaico, Bordighera, 6-10 dicembre 1995, a cura
di F. Guidobaldi e A. Guiglia Guidobaldi, Bordighera, Istituto Italiano di
Studi Liguri, 1996, pp. 553-568
•
BRANDENBURG H., La chiesa di S. Stefano Rotondo a Roma. Nuove ricerche e
risultati. Un rapporto preliminare, in “Rivista di Archeologia
Cristiana”, 68, 1992, pp. 201-232