SANTO STEFANO ROTONDO: l'Uno al di là della logica

La razionalità è uno dei mille modi per conoscere e comunicare, ma è accessibile a pochi, che eleggendosi a classe specializzata, la usano per governare, come un branco confuso, le stragrandi maggioranze della gente comune. Queste, invece, hanno strumenti potentissimi ma anatemizzati per acquisire le conoscenze più alte.

 

Antonio Thiery, Pasqua 2008, II edizione riveduta (I ed. Natale 2002)

 Finalmente è stato riaperto ai visitatori il “luogo santo” di Santo Stefano Rotondo a Roma, ma non c’è nessuna indicazione sull’’eccezionalità del luogo.

Nel 1965-1966 mentre erano in atto sondaggi archeologici un “Centrum pro renovatione” affidò  un progetto di restauro (cfr. la rivista Arte Cristiana, 1965, pp.529 e segg.) “non ai critici o agli archeologi – questi sarebbero solo i necrofori dell’arte- ma a degli artisti” il cui compito non era di “rincorrere la fantasia fisionomica originaria, ma semplicemente, interpretando il messaggio architettonico, in verità un po’ enigmatico del monumento, dare di esso una versione artistica in chiave di cultura moderna”.

In poche parole, mentre si cercava di negare  ruoli e funzioni che l’edificio aveva avuto in passato in una città multiculturale e multireligiosa in cui era in atto la violenta sostituzione di Mitra con Cristo, si voleva di fatto approfittare delle strutture murarie esistenti adattandole e modificandole al punto da costruire un edificio basilicale sostanzialmente nuovo. Scagliandosi contro i criteri di restauro conservativo, storico e critico che allora si stavano definendo, dopo aver affermato che “un monumento vive nella misura in cui può servire, cioè offrire un servizio alla gente che lo avvicina”, e dopo essersi scagliati violentemente contro il bollettino di Italia Nostra (“la lamentosa rivista della omonima associazione”), si proponeva un “ripristino”, sostenendo “ che oscurantista sarebbe oggi il tentativo di impedire che Santo Stefano Rotondo, grazie all’intervento non dei critici d’arte, ma degli artisti, non di conoscitori, cioè di cultura, ma di produttori, venga messo in grado di essere nuovamente una chiesa, un luogo di culto, e perciò, una fucina di autentica cultura”.

Insomma la teologia prendeva il posto, come spesso accade, della storia e dell’antropologia.

La battaglia,lunga ed aspra, fu condotta dalla Sezione Romana di Italia Nostra (Boll.49 di “Italia Nostra”,1966, pp.15-21) e Antonio Cederna fu protagonista in prima persona. Lo scempio, il ripristino della versione artistica in chiave di cultura moderna,  fu evitato, ma se il recupero archeologico è andato avanti sia pur tra mille intoppi, il recupero della dimensione storica e antropologica dell’edificio è ben lontana dal concretizzarsi.

                                                      Si può acquistare un fascicolo della collana “Roma Sacra”, che mostra non come si viveva nella Roma del V secolo, dove la cultura analogica e simbolica e le tante religioni plurali stavano lasciando il posto alla sacra violenza dei cristiani;  ma come si sarebbe dovuto vivere secondo l’ideologia odierna, con la cultura e la religione monolitica, classificatoria e concettuale dell’occidente, organizzata nel XXI secolo. Non c’è nessun riferimento alle ipotesi fatte negli anni di un collegamento dell’edificio, molto diverso da come lo vediamo, con l’Apocalisse. Anzi, la bibliografia relativa è omessa ed ignorata.

Eppure tutto fa pensare che Santo Stefano Rotondo ,  è  un "luogo santo" , costruito per fare esperienza dell'Assoluto, del disvelamento, della trasfigurazione, della conoscenza, con la percezione dei sensi di tutto il corpo, con canti, con inni, con il rumore cadenzato dei passi, con i colori, con stendardi, con danze, con odori, con luci, con immagini. Con tutti quei linguaggi che Marina amava usare a scuola, che considerava uno dei "luoghi" plurali, dove ognuno, secondo le proprie attitudini e capacità, secondo i propri linguaggi, le proprie modalità di pensiero forma la conoscenza. E la forma con l'"esperienza" della danza, del suono, della musica, del canto, dei colori, dell'immagine, del movimento, ecc.ecc.

Aveva attivato una strategia capace di avviare la democratizzazione della conoscenza e per ricordare che le strutture della comunicazione e della formazione, la scuola non devono essere lo strumento per trasferire i saperi consolidati ed omogeneizzati prodotti dai pochi professionisti della cultura. Aveva messo a punto una serie di piccole, concrete iniziative per mostrare senza proclami, che ognuno, ogni singolo studente, anche quelli che sembrano persi, può diventare un protagonista, un creatore di storia.

Qualche secolo dopo la costruzione di Santo Stefano Rotondo riesplode la polemica, mai sopita, sul culto delle immagini, che nella tradizione cristiana sono accettate solo dopo il IV secolo avanzato. Giovanni Damasceno nel 730 scrive tre discorsi in “difesa delle immagini sacre”, nei quali, tra le tante osservazioni, ne  fa  alcune che esplicitamente rilevano che le immagini stimolano la sensazione, la memoria, il pensiero mentale, le tradizioni non scritte, le arcane visioni soprannaturali, le cose che non hanno forma e lineamenti, la contemplazione, la conoscenza per chi non sa leggere. Insomma “ogni immagine è rivelatrice e dimostratrice di ciò che è nascosto”. Nella   II metà dell’VIII secolo il tema è ripreso da Teodoro Abū Qurrah, che si esprime in arabo ricercato, e che senza mezzi termini, dice che “ sia lo scritto sia le immagini evocavo ciò che indicano, ma le immagini sono più efficaci dello scritto…perché consentono una comprensione più evidente”. Le immagini dunque “evocano”.

Santo Stefano Rotondo fu concepito come “luogo santo” dove si opera l'esperienza dell'Assoluto, del disvelamento, della trasfigurazione, della conoscenza; un’esperienza che , non può essere espressa a parole, ed a parole scritte: la realtà linguistica che deve manifestarle è del tutto inadeguata. Servirebbero tutto il sistema dei linguaggi, da quelli  filmici e visivi così usati dalla pubblicità, a quelli sonori, olfattivi, ecc.ecc., ricreando una realtà virtuale. Ma per questo abbiamo il "visionario immaginifico" che è in ciascuno di noi. Proviamo ad usarlo. Anche per ricostruire mentalmente l’edificio che non c’è più.

Fig.1 la pianta originaria con 8 ingressi e tre anelli concentrici; fig.2 la pianta attuale con due anelli ed un ingresso in alto. Il retinato evidenzia il mitreo sottostante la chiesa. Le linee nere le costruzioni romane.

 fig.3 interno, foto G.Mauri

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fig.4 ricostruzione del sito originale secondo Sándor Ritz.

 

 

ut unum sint: un luogo santo dove si fa esperienza dell'Assoluto, con la percezione dei sensi di tutto il corpo, con canti, inni, rumore cadenzato dei passi, colori, stendardi, danze, odori, luci, immagini.

 

Naturalmente un edificio così complesso sconcerta.  Mostra, infatti, la grande pluralità delle culture e delle esperienze religiose e dello stesso cristianesimo presenti  Roma nei primi secoli. In epoca moderna è nata quindi l’esigenza di semplificare; di cancellare la “globalizzazione”, la pluralità delle esperienze ed espressioni antropologiche e l’interazione del mondo antico che era solcato da una rete fittissima di vie commerciali e dei pellegrinaggi “per universum mundum”; di ridurre “ad unum” il cristianesimo che in quei secoli è ben lontano dall’aver assunto un canone unitario; di utilizzare solo il codice comunicativo dell’occidente, le categorie filosofiche greche ed i “documenti” scritti (che va ricordato conservano solo le testimonianze del potere, riservato ad una minoranza molto esigua) per valutare le testimonianze di quei secoli.

Bisogna chiedersi  se per un edifico così complesso basta un’indagine stilistico formale, o non serve un’indagine del sistema semantico o, meglio ancora, un’indagine antropologica per conoscere le tante strutture conoscitive che certamente venivano “percepite” ed “evocate” raggiungendo ed entrando in quello spazio sacro, altamente simbolico, in modo collettivo e stimolati dalla “luminosità della visione” e da luci, canti, danze, ecc.

Fig.5 Il progetto del “rifacimento” con la ricostruzione dell’anello esterno: G) ingresso attuale; F) nuovo ingresso su Via della Navicella; F1) atrio che immette a 4 ingressi (B); E) banchi per i fedeli; D) cappella absidale.

Negli anni ’60 (Boll.49 di “Italia Nostra”,1966, pp.15-21) riprese corpo l’idea di un vero e proprio “rifacimento”, affidato si disse , “non ai critici o agli archeologi  - questi sarebbero solo i necrofori dell’arte- ma a degli artisti”, che, anche attraverso la disposizione degli ingressi e degli arredi interni, doveva  trasformare Santo Stefano Rotondo (che nel corso dei secoli ha mutato molto il suo aspetto) in una “basilica”. Con studi ripetuti il Sandor Ritz, un gesuita, non dimentichiamolo, cercò di dimostrare che il “sito” significava la discesa in terra della Gerusalemme celeste, in armonia col cap.21 dell’Apocalisse. “L’angelo mi trasportò su di un monte grande e alto e mi mostrò la città santa Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da  Dio, risplendente della gloria di Dio” (Ap.21,12). 

Il “sito” si trova appunto su un monte, sul colle del Celio.

Il cap.21, 6 ricorda che “A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte di vita”, mentre il cap22,1 spiega. “mi mostrò poi un fiume d’acqua viva e limpida…”  E il “sito”, come indica anche il ritrovamento di una fontana, si trova in un luogo simbolicamente ricco di ben quattro acquedotti (di cui 3 interrati:acqua Appia, Marcia, Julia) ed uno esterno (Acqua Claudia). Non è difficile evocare anche i 4 fiumi del Paradiso.

E’ “la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro”  (Ap.21,3). Già nel prologo (Ap.1,6) aveva detto “…ha fatto di noi un regno di sacerdoti…”.

Poi si legge (Ap.21,22): “Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio”. Tutta la teologia della grande chiesa di Roma viene stravolta. Meglio la “basilica” con i suoi sacerdoti e gli spazi riservati al vescovo.

Fig.6.   fol. 223 de Beato di Magio (I metà del X secolo): “mi mostrò poi un fiume d’acqua limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello” (Ap.22,19)

E’ un sito che porta alla conoscenza di sé come conoscenza dell’Assoluto. La tesi del Sandor Ritz, anziché essere valutata e poi semmai scartata, fu subito apoditticamente giudicata inattendibile nel catalogo dell’importante mostra milanese su “La Gerusalemme celeste, Vita e pensiero, Milano 1983, pag. 83, n. 31:”la tesi del Sandor Ritz è sostenuta da indicazioni non sempre precise…”. Il catalogo si avvaleva della prefazione di un gesuita (sic!) autorevole, il card. C.M.Martini. Va notato che le attuali ipotesi di ricostruzione non differiscono molto graficamente da quelle ipotizzate dal Sandor Ritz.

Ora il “sito” è stato riaperto al pubblico, fornito di una nuova pavimentazione che mi pare molto discutibile (cfr.fig.3) ed è uscito l’itinerario 34 della serie Roma Sacra (Elio de Rosa editore) che dice “si è potuto stabilire in modo definitivo che l’edificio nacque come una basilica cristiana…” e si fanno degli esempi, citando come precedenti la cattedrale di Antiochia, l’Anastasis di Gerusalemme ed il mausoleo romano di Costantina. Per fortuna non si  richiama più il precedente di San Giorgio di Salonicco. A me continua a sembrare che le funzioni sono del tutto diverse e che a parte la pianta rotonda, ma ripeto, con significati molto diversi, non ci sono altre analogie. Noto che nella estesa bibliografia i tanti lavori del Sandor Ritz non sono neppure citati, eppure uno è pubblicato dall’Università Gregoriana, retta dai gesuiti. A me hanno insegnato che anche i lavori inaccettabili e fantasiosi vanno comunque citati, magari per stroncarli. Questo esige il metodo scientifico. Ma è fin troppo evidente che non si deve parlare della realtà plurale e cosmopolita del cristianesimo delle origini testimoniata a Roma da tanti “monumenti”. Bisogna piuttosto, come ha indicato Benedetto XVI, aprendo la via crucis del venerdì santo, tendere le orecchie  per ascoltare il ruggito dei leoni che accoglievano nel Colosseo i cristiani per sbranarli. E se non li si sente è perché dopo 20 secoli se ne è perso l’eco, ed allora questi ruggiti vanno immaginati.

L’Uno aldilà della logica

Giovanni Reale, curatore di una nuova edizione delle Enneadi di Plotino, con la traduzione di Roberto Radice, ha illustrato alcuni punti chiave dell'opera del filosofo in un articolo di giornale sul Sole 24ore dal  titolo significativo: "Plotino. Trasportò l'Uno al di là della logica".

E' evidente che per noi che siamo abituati alla semplificazione ed all'esclusività delle categorie del pensiero logico-dialettico, è necessario mettere in evidenza l'uso, da parte di Plotino di "una nuova forma di linguaggio".

La "chiesa" di Santo Stefano Rotondo al Celio, a Roma, mostra, invece, che esistono altri linguaggi, e questa volta legati al gesto globale, come direbbe Marcel Jousse, ed alla percezione sensoriale.

Tutto ciò sconvolge necessariamente le nostre conoscenze scolastiche sul mondo antico; sulla esclusività della cultura dell'ellenismo; sui pagani; sulla cristianità delle origini e sulla sua diffusione, sulla "conoscenza", sul "confronto" che separa e delimita, ecc.ecc..

Chi crede invece che il mondo sia costituito da un sistema naturale e complesso di "alterità" e che la conoscenza sia raggiungibile attraverso la combinazione di una miriade di forme, codici, linguaggi, modalità di pensiero tutte ugualmente logiche e razionali, necessariamente "altre", "diverse", l'una dall'altra, vede nel recinto santo di Santo Stefano Rotondo, al di là delle strutture teologiche della propria fede o ideologiche del proprio agnosticismo, una delle tante possibilità per l'umanità tutta intera che abita sotto le stelle, di esprimere l'Uno.

Innanzi tutto Santo Stefano Rotondo non è una "basilica", come noi la intendiamo, e come è descritta dalle guide, ed una basilica che ha pianta circolare, anziché rettangolare. La basilica cristiana nasce, ai tempi di Costantino, come adattamento della basilica romana, come è ben evidente a Treviri. E' prima di tutto un edificio amministrativo (dove si registrano i "credenti"), un luogo di riunione e perciò di culto (riconosciuto e controllato dalle autorità) civile e religioso.

La chiesa cristiana in genere di derivazione basilicale è orientata da Ovest (dove è situata la porta) ad Est (dove è situato l'altare) a significare una marcia sacra. Il sacerdote durante i sacri misteri ha il viso rivolto verso la finestra absidale, verso la luce che sorge, ad Oriente, dove Cristo è salito al cielo e da dove tornerà “in nube” alla fine dei tempi in uno scintillio di suoni, di colori e di percezioni motorie che portano alla conoscenza. Non è certo un asettico e concettuale esame stilistico-formale ad evocare il “vissuto” di un luogo riconosciuto come sacro dalle esperienze antropologiche.

fig. 7 fol. 178v del Beato di Magio, I metà del X secolo.

Se la chiesa è orientata diversamente (l'altare, ad esempio, è ad Occidente e la porta ad Oriente) allora viene girato l'altare perché il celebrante possa guardare sempre ad Oriente. A seguito del Concilio Vaticano, ignorando ormai completamente il significato della "liturgia" dei primi secoli (i fedeli sono anch’essi dei celebranti) e dimenticando lo stesso Cristo, si è preteso di fare una riforma liturgica, manipolando  gli arredi sacri, in modo che il celebrante si rivolgesse sempre ai fedeli, per fare, secondo loro, una celebrazione (a cui possono solo “assistere”) più comunitaria (!).

Arturo Paoli, un vecchissimo prete che è vissuto stabilmente per molti in America del Sud, ha più volte scritto: "Lo svuotamento dei simboli è immensamente più grave che la persecuzione. E' più grave la banalizzazione dei simboli che la bestemmia".

Santo Stefano, un "luogo" santo.

Santo Stefano è invece un "luogo" santo, un "sito" (parole che usiamo anche con Internet) dove si realizzano tanti diversi percorsi, tante diverse esperienze che portano alla conoscenza del sé e dell'unità (per il cristiano, in Cristo). Tutto il medioevo riconosce e rispetta le diversità: “Diverso quidam stylo, sed non diversa fide interpretata”.  Un luogo di conoscenza "globale", del "gesto globale", e dello "psicologismo del simbolo", che richiede di esser "vissuto" attraverso i gesti di tutto il corpo, camminando, guardando, odorando, toccando, parlando, cantando, e così via, tra mille colori, suoni, luci  ed “immagini”. Ovviamente per “mille strade diverse, in mille modi diversi” come recitano i Salmi (gli unici testi dell’A.T., insieme alle visioni dei profeti, ad essere utilizzate da molte comunità cristiane nel Medioevo). E' un "luogo", come oggi diremmo noi occidentali, di conoscenza metarazionale, che va al di là del razionalismo del mito, e dove si manifesta, senza mediazioni, l'"ineffabile", l'"indicibile", ossia tutto ciò, di sé e di Dio, che non può essere conosciuto ed espresso attraverso la verbalizzazione e le categorie del pensiero logico dialettico. Categorie che implicano sempre e necessariamente "differenziazione", "delimitazione". Per ripetere Giovanni Damasceno, “ogni immagine è rivelatrice e dimostratrice di ciò che è nascosto”. E immagine è non solo l’icona propriamente detta, ma ogni rappresentazione evocativa, anche le visioni, e perciò l’architettura, il tempio, lo spazio “sacro”. Nella Gerusalemme celeste che scende in terra, come vedremo, c’è una piazza centrale senza tempio.

Fig.8 il recinto santo, secondo Sándor  Ritz.

E' un "luogo" del "visionario immaginifico", dell' "esperienza mistica" (ma si potrebbe dire dell' "esperienza conoscitiva"), in cui si entra in contatto con il "concreto", con cioè che "è", come fonte di tutto, con l'Assoluto, che sta al li là e al di sopra del "reale".

Materiale visionario, esperienze sensibili, percezioni uditive e visive, ragione simbolica, scarto tra le "esperienze mistiche" e le "percezioni motorie" che consente di vivere e la "parola che le comunica": tutte queste definizioni si adattano di volta in volta a Santo Stefano Rotondo. Secoli di concettualismo hanno riservato il "razionale" solo al pensiero per parole, ma mille sono i modi, le forme, i colori, i “rumori”, i canti, i suoni, i codici, le esperienze, i linguaggi della conoscenza “razionale”.

Forse, per rimanere in Occidente, leggendo il "salterio sufi" o le esperienze dei "mistici musulmani" o delle "mistiche italiane" del medioevo (prima fra tutte la francescana Angela da Foligno, n.1248 e m.1309, le cui " visioni mistiche" non a caso si organizzano nel "libro dell'esperienza") si può avere un'idea della conoscenza non verbale, fondata sulle esperienze sensibili e simboliche.

L'esperienza edificatoria e pedagogica che si realizza attraverso la funzione intermediaria del clero e della chiesa è praticamente nulla.

"Dio", diceva Angela, "non può essere spiegato, va sperimentato… Coloro che leggono la Scrittura poco intendono, mentre intendono di più le anime che hanno sensibilità per le cose di Dio".

"Questa verità", osserva dopo una "visione" "è così profonda che non può essere spiegata e messa per iscritto…In quel momento vedevo Dio onnipotente". Ed alla domanda di che cosa vedesse, dice "non vedevo nulla che avesse una forma fisica. Scorgevo una pienezza, una bellezza dove si vedeva ogni bene".

La "conversione" che si ha "praticando" il "luogo santo" è antropologica e morale, riguarda l'esperienza della propria vita, non è certo di tipo ideologico e legata ad una religione teologicamente strutturata. E’ mistica, di un misticismo che riguarda vivere la vita quotidiana.

Questi temi entrarono prepotentemente nella pedagogia contemporanea con gli scritti di John Dewey (Art as Experience, 1934, l'arte come esperienza, La Nuova Italia, 1951), che ebbero anche in Italia meritata e transitoria fortuna negli anni Settanta. Esisteva terreno fertile, in Italia, perché la conoscenza della stragrande maggioranza degli alunni delle scuole non è concettuale e perché questi temi erano largamente diffusi nella scuola elementare, affrontati tra l'altro da M. Montessori.

Non sono poi mancati studi di grande livello (primi fra tutti quelli di Ruggero Pierantoni). sono mancate esperienze straordinarie a livello di scuola elementare. Penso soprattutto a Tullio Sirchia, ai suoi studi sulle "tre culture" ed alla scuola multimediale di Erice. Ma il compito di queste note su Santo Stefano Rotondo non è quello di offrire una bibliografia, non dico esauriente, ma neppure di orientamento sui problemi della "conoscenza".

La "chiesa" di Santo Stefano Rotondo, secondo la tradizione fu costruita nel V secolo, sembra con papa Simplicio che regnò tra il 468 ed il 483, ma qualcuno pensa a papa Leone Magno, che regnò tra il 455 ed il 461. Alcuni studi e soprattutto scavi recenti ( vedi Sándoz Ritz) mirano a collocarla nell'epoca costantiniana, un secolo prima, ma poi prudentemente definiscono un arco temporale credibile tra la fine del IV e la seconda metà del V.

Certo, con Costantino si cominciano a costruire le grandi basiliche secondo l'ordine "amministrativo". Tra le grandi "chiese" che Costantino impone ai cristiani (che, va ricordato, fino ad allora non avevano templi), non sembra esserci posto per un "luogo santo" del tipo di Santo Stefano. Il "tessuto" romano delle "chiese domestiche" (vedi alle pendici dello stesso Celio le case romane di san Clemente) mette in evidenza certamente una religione plurale e matura, ma lontana dalla cultura del "visionario immaginifico", come è evidente anche dai resti imperiali.

fig.9 esterno, fotoG.Mauri

 

Ma va pure detto che noi conosciamo di quei secoli solo poche testimonianze, e delle culture vincenti, che consentono una ricostruzione storica tutta favolistica di quanto è avvenuto nel primo millennio. P.Citati può scrivere: “Credo che non sia mai esistito un mondo così ardentemente religioso come il Medio Oriente tra il primo secolo avanti Cristo e il quarto secolo dopo Cristo. Da secoli, molte religioni abitavano in quei luoghi. Ora, dai vecchi alberi nascevano di continuo nuovi germogli, che talvolta si intrecciavano con germogli nati lontano, sul tronco di altre religioni, una volta considerate nemiche. Sempre nuovi profeti annunciavano il loro messaggio, che sovente era la metamorfosi di un messaggio antico: vecchi e nuovi angeli discendevano dal cielo con le loro grandi ali scintillanti e multicolori.…». E in questi messaggi c’era sempre la nascita del salvatore, in una grotta, da una vergine, al solstizio d’inverno. Queste religioni, come le merci, confluivano e interagivano nei territori dell’Impero ed a Roma, dove nei primi secoli erano certamente più diffuse, in una miriade di forme diverse, del cristianesimo.

Se adottiamo il metro di giudizio della "complessità" delle culture dei primi secoli, considerando che la cultura ellenistica non è la sola e che la tradizione giudeo-cristiana non è l'unica forma in cui si esprime la nuova religione, allora, soprattutto se non dimentichiamo la testimonianza di Egeria (vedi oltre), diventa possibile datare Santo Stefano al IV secolo.

Percorsi psichici e gestuali per la "conoscenza".

Certo è difficile, come fa Sándor Ritz, suffragare la datazione al IV secolo con la sola cultura concettuale del pensiero logico-dialettico dell'ellenismo e suggerendo che la tradizione abramitica e dell'antico testamento sia la sola attraverso la quale si esprime la religiosità del mondo antico. La vasta koinè indo-iranica-siro-palestinese, con le sue infinite tradizioni ed aspettative religiose, è invece il terreno di coltura nel quale fiorisce prima l'ebraismo e poi il cristianesimo dei primi secoli.

Il Sándor Ritz fa riferimento, e giustamente alle linee che individuano evidentemente percorsi visivi e sensoriali che portano al Cristo come unità ed alla "conoscenza di sé". Questi sono temi ampiamente presenti nel "libro dell'esperienza" di Angela da Foligno, le cui visioni, va detto, sono raccontate in umbro e trascritte in latino: "le parve di vedere con gli occhi dell'anima più chiaramente di quanto si possa vedere con gli occhi del corpo" e così "l'anima viene riempita della conoscenza di sé". Il Sándoz Ruiz è spaventato evidentemente dal ricordo dei roghi accesi dai suoi confratelli gesuiti sotto Giordano Bruno, e non spende neppure una parola per spiegare i percorsi visivi.

Il tema della "conoscenza" è fondamentale per spiegare Santo Stefano, come è fondamentale per spiegare Giordano Bruno. Allora, proprio nel 1600, anno in cui fu acceso il rogo, ma furono anche pubblicati i "conceptos espirituales" del gesuita di Alfonso de Lesma,  che imposero nella religione e  nella scuola, che ancor oggi lo conserva in Italia, il percorso "unico" verso la "conoscenza" di un sapere classificato, rimasticato e spesso inventato.

Santo Stefano ci sembra un "unicum". Ma la presenza di "luoghi per la conoscenza" è normale ed antichissima anche in Europa, legata alla cultura del "pellegrinaggio", ma soprattutto del "sentire globale" già nelle età che definiamo preistoriche. L’antichissimo percorso (poi cristianizzato, dopo 20.000, anni con Santiago de Compostela) a Finis Terrae, al luogo più occidentale dell’occidente, dove il sole si getta nel mare e feconda la terra¸i complessi di Newgrange in Irlanda e di Stonehenge, solo per fare due nomi, stanno a dimostrarlo.

Santo Stefano sorge su un colle, il Celio, in uno dei luoghi di Roma dove maggiore era la concentrazione delle etnie e delle culture (un centinaio. Gli abitanti di Roma erano per 1/3 "stranieri" ) e, quindi seguaci delle varie religioni (una trentina le principali) e dei culti (un centinaio, molti sincretistici) presenti a Roma. Il Celio rappresenta uno dei più importanti luoghi di culto della Roma che diciamo paleocristiana, ma dove in realtà il cristianesimo era una religione largamente minoritaria ed in concorrenza con altri culti "analoghi". "Pagano" significa "di altra religione".

Il Celio era abitato e frequentato da soldati. Quello del soldato è il mestiere di gran lunga più diffuso a Roma ed i soldati venivano da ogni parte del mondo.

Esistono molti studi, quelli di Krautheimer per primi, che collegano la chiesa di Santo Stefano Rotondo a molte chiese palestinesi ed in particolare alla chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Il gesuita Sandor Ritz mostra il collegamento tra Santo Stefano con il capitolo 21 dell'Apocalisse. Santo Stefano ripeterebbe lo schema della NUOVA GERUSALEMME, "risplendente della gloria di Dio".

Conosciamo la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, fatta costruire da Costantino e dalla madre Elena (che sono, non lo dimentichiamo, dei britanni) e la conosciamo soprattutto per la liturgia della Settimana Santa dalla descrizione di Egeria, una pellegrina (forse una galata, proveniente dalla Penisola Iberica del nord), forse una nobile e ricca vedova, che nel IV secolo compie un pellegrinaggio alla riscoperta dei luoghi in cui vissero i patriarchi e Gesù, e dove nel IV secolo vivevano molti monaci, spinti non solo da pietà religiosa. Anacoreta sta a significare (a partire dall’Egitto), i solitari costretti a fuggire dalla città perché non potevano pagare le tasse.

Il Diario di Egeria, un testo poco conosciuto, ma di straordinario interesse, meriterebbe più di una riflessione, sia per rafforzare l'idea che la donna ha un ruolo centrale, determinante nel cristianesimo delle origini, al punto che si ipotizza che nasca come religione al femminile, sia per valutare la diffusione del cristianesimo in Europa al di là delle categorie filosofiche del pensiero logico-dialettico, sia per capire un po' meglio la diffusione, nella liturgia, della"cultura simbolica" della percezione e dell'analogia e sia una capire che cos'è in tutta la cultura antica ed in tutto il primo millennio il "pellegrinaggio conoscitivo" e la "marcia sacra", che individua sempre, e ricordiamolo una volta per tutte, un fatto collettivo, nel quale, e solo in lui, la "singolarità" si esprime compiutamente: "Qui cum omnes unum sint, singuli tamen". "Quantunque fossero una cosa sola, tuttavia ciascuno predicando nel mondo trovò la propria sorte". (Beatus, in Apoc.II,3,64).

Non è solo la "peregrinatio ad Sancti Petri", come vorrà poi Bonifacio VIII, quando sacralizzerà tra i tanti percorsi dei pellegrini solo quello che ha per meta Roma. I pellegrinaggi fin dalla preistoria non sono percorsi solo fisici, ma anche mentali. Potevano essere percorsi fisici verso i luoghi della ierofania, ricordando che la divinità spesso si manifestava attraverso le opere dell'uomo, o attraverso "luoghi" significativi per eventi naturali: una fonte, corsi d’acqua anche sotterranei, concentrazioni magnetiche, alberi, pietre, ecc.. Ogni tappa era a sua volta anche meta.

I "pellegrinaggi" potevano svolgersi anche senza spostarsi dalla propria città, guardando e percorrendo visivamente o "concretamente" i labirinti che erano raffigurati negli ambienti "sacri" naturali o costruiti, e poi, dopo Costantino, in molte chiese cristiane o, come in Santo Stefano Rotondo, suggeriti solo da stimoli visivi.

Anche nel pellegrinaggio cristiano si percorrevano le strade verso i quattro angoli del mondo: Gerusalemme (dove Cristo è morto) e san Michele Arcangelo (dove Cristo si è manifestato risorto); Roma (la chiesa romana, diffusa "per omnes gentes" sulle orme dell'Impero) e Santiago (la chiesa di tutti i popoli, per "universum mundum"). Con l'anno Santo del 1300 rimane una sola meta: Roma.

Santo Stefano è importante non solo perché collega Roma a Gerusalemme, evocando la sua chiesa rotonda, ma perché mostra fino in fondo la struttura complessa della cultura romana ancora nel IV / V secolo. La grande città, che contava un milione di abitanti nell'età imperiale, nella quale confluiva tutto il mondo, al punto da sentirsi centro, ombelico del mondo, diventa sempre più decentrata, marginale, ininfluente economicamente e politicamente e necessariamente piccola. Conterà nel VI\VII secolo non più di 30.000 abitanti. Cominciano i secoli bui (io credo che per sopravvivere a Roma, ridotta ad una palude malsana dal taglio degli acquedotti praticato dagli stessi romani, si praticasse il cannibalismo), mentre in molte parti del mondo si vivono secoli d’oro.

Una "chiesa" così inusuale e così carica di elementi simbolici estranei alla cultura ellenistica (almeno come noi la conosciamo attraverso i nostri manuali) testimonia che nel IV / V secolo, malgrado l'editto di Costantino, e malgrado lo spostamento del baricentro dell'Impero a Costantinopoli e nell'Europa centrale (Milano, Augusta, Treviri), Roma è ancora una realtà "complessa", profondamente multietnica, multiculturale, multireligiosa, con una molteplicità di modi e di stili di vita, con un cristianesimo ancora profondamente plurale. E' una città che ha ancora collegamenti culturali e commerciali determinanti con il mondo siro-iranico-palestinese, che a sua volta è strettamente legato con il mondo indiano, estremo orientale e africano.

Anche le vie commerciali attraverso la Mezzaluna fertile, la Penisola Arabica, il Corno d'Africa, l'Etiopia, Ceylon, l'India dovranno attirare il nostro interesse. Sono le vecchie strade attraverso le quali un tempo passavano le merci pregiate, le spezie e gli schiavi, ed oggi passa la manodopera per il mondo occidentale.

Dovremo insomma dimenticarci il "concetto" di mondo fino allora conosciuto riservato al Mediterraneo, "concetto" che ci viene ripetuto, come un ammaestramento integrista, in ogni occasione dai nostri manuali e dalle trasmissioni della televisione pubblica di Piero Angela & figlio.

Della chiesa del V secolo rimangono solo poche tracce ed allora dovremo fare un grande sforzo di fantasia per "evocarla", per ricostruirla mentalmente.

Sándor Ritz ci ha provato con disegni e modellini soddisfacenti, ma i percorsi psichici e gestuali non sono ricostruibili con la filologia, né comunicabili a parole. Servirebbero i linguaggi filmici e visivi così usati dalla pubblicità, con un largo uso dell'informatica e di quel po' che sappiamo usare della realtà virtuale.

Alla fine degli anni Sessanta (proprio trenta anni fa) nacquero molte polemiche sul restauro della chiesa. Si voleva una sistemazione che ne cancellasse i profondi significati "simbolici". Furono poi avviati molti scavi che hanno dato risultati imprevedibili e molto importanti e che portano a definire in molto diverso la storia di Roma dei primi secoli.

Santo Stefano è costruito quando Roma non è più il centro dell'impero romano (se è della fine del IV secolo) o quando i "barbari" sono già arrivati (se è della seconda metà del V secolo). C'è già stato il primo sacco di Roma dei Goti di Alarico (410), più o meno al tempo di Attila (Leone Magno, altro ipotetico costruttore del "sito", lo convince a non saccheggiare Roma nel 452), e c'è stato il sacco dei Vandali (455). E' certamente "dedicata" nel 472 quando c'è il sacco di Ricimero.

Allora il siriaco ha ormai soppiantato il greco come lingua unificante. L'Occidente nel V secolo si difende chiudendosi a riccio. Con Nicea le verità della fede cominceranno ad essere spiegate secondo le categorie filosofiche greche. Si allontanano un gran numero di comunità. Prende corpo il "canone" dei libri che accetterà soltanto libri scritti in greco. L'antico testamento diventa l'unico punto di riferimento per i vangeli canonici che soppiantano tutta la tradizione e le esperienze plurali dei primi secoli. Tutto il primo millennio, almeno fino a Gregorio VII, e poi fino a Bonifacio VIII, vivrà di “diverso quidam stylo”con un’infinità di uomini di Dio che diventeranno eterodossi, emarginati, eretici. Simone Weil  nota che in racconti “di una guerra religiosa” non vi si fa “per così dire questione di religione”.

E' quanto sta avvenendo nei nostri giorni in cui larga parte della cultura accademica e scolastica accetta soltanto quanto sa autoprodurre.

Dove sorge il "sito" c'era un importante nodo stradale ed esistevano quartieri militari, i Castra peregrinorum (Caserme degli stranieri, truppe provinciali acquartierate a Roma). Erano per lo più soldati stranieri (quello del militare, come detto, era uno dei mestieri più comuni per la gente qualunque) che provenivano da tante e differenti parti del mondo, da un centinaio di Nazioni della terra ed il numero non sembri esagerato. C’era un importante snodo delle acque e degli acquedotti romani.

I soldati non erano gli unici stranieri di Roma. Nella Roma imperiale gli stranieri provenivano dalla Cina, dall'India, dall'Asia Centrale, dalle regioni iraniche-palestinesi-siriache, dall'Africa e non solo da quella settentrionale.

La Roma imperiale (con più di 1 milione di abitanti) è una città cosmopolita, con alcune centinaia di migliaia di stranieri di etnie, religioni e culture diversissime. Nella zona del Celio esistevano numerosi edifici di culto, per le tante religioni presenti a Roma ed addirittura edifici polifunzionali nei quali venivano celebrati a turno diversi culti. Resti certi di questi edifici sono sotto l'Ospedale Militare.

Scavi condotti tra il 1969 ed il 1975 sotto il pavimento di Santo Stefano Rotondo hanno portato alla luce alcuni edifici, una fontana (è una zona  ricca di acque), una torre. In uno dei questi edifici si trovava un MITREO fondato circa nel 180 d.C. e devastato violentemente nel IV secolo.

Anche qui, come a San Clemente c'è per alcuni secoli una convivenza pacifica tra religione cristiana,  mitraica e, tra e tante altre religioni in presenti a Roma. Queste religioni hanno spesso un elemento in comune: la lingua. L'aramaico è la lingua delle religioni orientali che arrivano a Roma e Gesù fece in aramaico la sua predicazione.

 

La complessità e la convivenza religiosa.

La convivenza religiosa diventò tumultuosa nel IV secolo, al tempo dell'editto di Costantino, e di Nicea al tal punto che sfocia l'intolleranza cristiana (la “libido dominandi”, la definisce s.Agostino) che continua la tradizione dell’Impero, fino alla devastazione dei luoghi di culto delle religioni mitraica e orientali, viste come pericolose concorrenti.

Come accadde qui a Santo Stefano Rotondo il mitreo fu sostituito con un edificio, che, per essere accettato da chi viveva in questi quartieri, non è una "basilica romana", ma è un edificio sostanzialmente estraneo alla cultura romana ed ellenistica e richiama l'inculturazione del vangelo nella cultura siriaca ed indo-iranica.

Santo Stefano Rotondo, quindi, è un documento storico eccezionale che mostra quanto si debba lavorare per capire il mondo antico, al di là degli stereotipi.

ll mitreo che sorgeva in questo luogo era uno dei più importanti di Roma (dove sono stati trovati i resti di una cinquantina di Mitrei, a significare una diffusione capillare di questa religione) ed è l'unico ritrovato appartenente ai "castra", dentro un complesso di caserme. La religione mitraica era particolarmente diffusa presso i militari perché dava una ragione etica al loro lavoro, che voleva essere quello di costruire l'ordine universale. Virgilio così definisce il ruolo dell'Impero Romano.

Va ricordato, per riportare il problema in un'epoca complessa come la nostra, anche il ruolo che pretende per sé l'esercito Americano ed i tentativi di riformare l'O.N.U., che dovrebbe garantire la funzione di polizia internazionale, per garantire la pace universale.

La zona era nota come "macellum majus", il grande macello. Quando pochi anni fa furono eseguiti gli scavi si cercò in ogni modo di minimizzare il significato dei ritrovamenti. Ricordo che durante una visita di verifica da parte di “Italia Nostra” degli scavi che si stavano facendo (eravamo presenti Antonio Cederna ed io), la guida, un importante prelato tedesco, parlò di un "macello pubblico", di una specie di mattatoio. Non si voleva ammettere il ritrovamento del Mitreo. Santo Stefano rappresenta invece la stupefacente (ma anche violenta) sostituzione di Cristo a Mithra.

Uno dei temi più importanti è proprio lo studio del rapporto tra religione mitraica (un termine onnicomprensivo per definire la miriade di culti medio-orientali) e cristianesimo. Ho già detto che la religione di Mithra è indo-iranica. Si sviluppò in India intorno al IV secolo a.C. (legato alla cultura induista e buddhista) e con l'età imperiale ebbe una grande diffusione in Europa. Anche il cristianesimo in quei secoli si diffondeva in Europa e nei luoghi di cultura indo-iranica, come l'India. Uno dei vangeli apocrifi più antichi (il vangelo di Tommaso, dell'inizio del II secolo, ritrovato solo nel 1945) sembra essere una inculturazione del cristianesimo nella cultura induista e buddista. Non a caso la tradizione della Dispersione degli Apostoli affida all'Apostolo Tommaso il mandato di predicare nell'India. Non va certo dimenticata la gnosi sincretistica ed in particolare il manicheismo che sapeva collegare gnosi cristiana, giudaismo, zoroastrismo e mithraismo, buddismo.

In questa zona della città c'erano tanti altri importanti mitrei. Oltre a quello che abbiamo già ricordato di San Clemente, c'era quello (a poche centinaia di metri da Santo Stefano, certo fuori dai "castra") accanto alla chiesa di Santa Maria in Domnica, nei sotterranei del vecchio Ospedale di san Giovanni (accanto alla statua di Marc'Aurelio, poi spostata sul piazza del Campidoglio), presso la Scala Santa, alle Terme di Caracalla, al Circo Massimo, ecc.

In chiave di complessità e di mondialità c'è veramente molto da studiare, soprattutto oggi che :

1) gli indiani (per non parlare dei cinesi) sono un miliardo e stanno riconoscendo con forza l'importanza del loro ruolo etnico, culturale e religioso e molti cristiani locali rivendicano la discendenza apostolica diretta. Per esser cristiani non hanno bisogno della circoncisione culturale né di Roma, né del mondo occidentale. Ma non ne hanno bisogno neanche per essere cittadini del mondo. Basta vedere le loro grandi capacità matematiche ed il ruolo che l'India ebbe, fin dal V secolo, per adottare il sistema di calcolo (quello che diciamo arabo) che noi usiamo a partire del XIII secolo. Del resto nel Medioevo in Spagna si diffonde la tesi di Roma senza Roma: la centralità delle chiese locali, senza un ruolo per il papato.

2) molte del centinaio di sette religiose più diffuse nel mondo si rifanno al mondo indo-iranico.

Sono due problemi certamente non di poco conto. E poi potremo ricordare l'Afganistan , la Cecenia, l'Iran, l'Iraq, l’Etiopia, la Palestina e tanti altri punti caldissimi del mondo. Potremmo ricordare anche la Cina.

 

Santo Stefano Rotondo: il "luogo" dove cielo e terra si congiungono.

La chiesa di santo Stefano Rotondo è citata per la prima volta ai tempi di papa Simplicio (468-483) e rappresenta uno dei più singolari edifici di culto romani. E' rotonda ed aveva un diametro di 66 metri.

In questo contesto, Santo Stefano Rotondo non può essere una "basilica" a pianta circolare. Ha un ruolo e consente esperienze psichiche ben diverse da quelle riservate ad un luogo di incontro e di culto. Non mancano edifici romani rotondi (basti pensare al Pantheon), ma i loro significati erano profondamente diversi, rispondevano a diversi motivi allegorici.

A Santo Stefano Il fedele entra in un recinto santo molto probabilmente e secondo la tradizione ben testimoniata da numersose miniature, tra cui quelle di Beato, quadrato.

Al centro c'è un tumulo di terra. Sopra al tumulo, alla cui sommità si accedeva attraverso scalinate, c'è "la chiesa circolare con otto ingressi", che, per ricordare la Gerusalemme dell'Apocalisse, attraverso alcune soluzioni costruttive e percorsi simbololici diventano dodici.

 

fig.10 ricostruzione del sito, secondo Sándor  Ritz.

 

 fig.11 ricostruzione ingressi, secondo Sándor Ritz.

 

 

 

 

L'edificio propriamente detto, è costituito da tre cerchi concentrici. C'era un quarto anello esterno che dovrebbe coincidere con l'inizio della scalinata.

Il diametro superiore del tumulo, alla fine della scalinata, era di 170 cubiti, che corrisponde al valore letterario di "nuova Gerusalemme", la città santa di Dio sulla terra, che riassume tutte le esperienze religiose precedenti.

Il diametro dell'anello esterno dell'edificio è, come vuole anche l'Apocalisse, di 144 cubiti (12 x 12) e 144 è il valore letterario della "sacra Gerusalemme". 1 cubito equivale a m.0,462.

 

fig.12 ricostruzione della basilica, da “la Gerusalemme celeste” cit.

Tutto l'insieme evocava evidentemente la montagna sacra, uno dei grandi simboli universali, la montagna cosmica, alla quale si accede dall'esperienza terrena (sta al "centro" del recinto quadrato). Attraverso la scala, che consente di unire cielo e terra, si raggiunge il cielo.

Nel muro perimetrale sono evidenti otto locali disposti alternativamente: uno chiuso all'esterno ed aperto all'interno, l'altro aperto da due ingressi che immettono in un corridoio, o portico, largo circa tre metri, probabilmente privo di tetto. Il muro del corridoio è aperto al centro probabilmente da una trifora che consente di entrare in un successivo locale coperto dal tetto ed aperto verso l'interno.

Sono dunque tre porte (due esterne ed una interna) che si ripetono per quattro volte.

E' evidente la creazione di un ingresso non diretto, ma che richiede un percorso labirintico sottolineato da una "luminosità della visione" che cambia continuamente. Non va dimenticato il ruolo che avevano i tendaggi per creare "evocazioni" e percorsi di "luce".

Dalla luce dell'esterno si entra nel corridoio semi buio, e poi nel buio del locale aperto verso la chiesa, che prefigura la caverna cosmica. Da qui si entra al "centro" dove "esplode" la luce, attraverso centinaia e centinaia di lampade (ricorda Egeria e la sua descrizione della chiesa del Santo Sepolcro) e le 12 finestre (attualmente otto sono murate) dell'alto tamburo che si apre al centro. L'esplosione di luce è la visione di Cristo che conduce all'unità e, perciò, all'Assoluto. Angela da Foligno dice "si accese allora una tale luce, in fondo alla mia anima".

E' evidente l' "evocazione" della croce cosmica ( un centro, con trentaquattro colonne nell'anello medio) e quattro " locali ai quali si accede dalla chiesa, che richiamano i quattro angoli del mondo.

Tutto il percorso è dunque pieno di mille simboli multivalenti, che ciascuno "legge" secondo le sue attese e la sua cultura" ed "evoca" la marcia sacra necessaria per penetrare il "centro", per raggiungere la "conoscenza di sé e l'Unità.

Non aveva detto forse Gregorio Magno che qui "litteras nesciunt" (e i modi di conoscere sono infiniti e molti non prevedono la verbalizzazione e perciò la scrittura) ""videndo legant"". Attraverso le "percezioni" e le "analogie" che si "evocano" lungo questi percorsi ,si "leggono" i "libri sacri" (si raggiunge la conoscenza di sé e dell'Unità, dell'Assoluto, di Dio) e Gregorio Magno aveva aggiunto che " "sacra eloquia" cum legente crescunt…: ognuno li "trova" come li vuole trovare".

Santo Stefano Rotondo propone l' immagine strutturale del mondo, la calotta del cielo. Entrando nel "luogo santo" il fedele penetra nella struttura intima e matematica dell'universo. Si fa parte dell' ordine celeste, del grande cerchio cosmico individuato dalla pietra lanciata da Dio nel grande abisso del caos.

Lo spazio santo dell'interno ha al centro, in basso una pietra fondamentale, che si identifica nell'altare, e che "evoca" proprio la pietra lanciata da Dio, individuando il cerchio nel grande caos. In corrispondenza speculare al centro, in alto, sullo stesso asse verticale, c'è la pietra angolare (o pietra d'apice) che costituisce la chiave di volta, la pietra che riunisce, l'Unità.

Anche secondo i testi canonici, il Messia è al tempo stesso A ed w, Pietra angolare (Mt 21; Mc 12, 10; Lc 20,19) e Pietra fondamentale (Is 28,16; 1Pt 2, 4-8 e Rm 9,33).

Finalmente si capisce anche Sant'Agostino (un berbero che nelle Confessioni ricorda tutte le sue difficoltà ad imparare il greco): Cristo è il fondamento e la pietra angolare, perché è Lui che ci riunisce.

Quella di Agostino non è una metafora, ma il disambiguamento, lo svelamento di un simbolo. La pietra angolare è il Verbo Eterno, la Parola di Dio che risiede in cielo e la pietra fondamentale è la pietra caduta dal cielo, è il Cristo, il Verbo venuto sulla terra. Tra le due pietre c'è l'asse del mondo: "Io sono la via" (Gv 14,6).

Ora si capisce anche un po' meglio perché la grande pietra lanciata da Dio, la grande pietra caduta dal cielo, diventa per molte tradizioni, a cominciare da quella celtica, il Graal.

Nello spazio santo dell'interno, a Santo Stefano c'erano dunque tre cerchi concentrici, 8 ingressi che immettevano in 4 corridoi con una porta trilobata, che a sua volta immetteva negli anelli interni dell'edificio. C'erano poi 4 "cappelle".

Tutto è simbolico. Emergono chiaramente gli aspetti costitutivi dello spazio santo: il cerchio, gli assi cardinali (le 4 "cappelle") e l'orientamento, il quadrato di base (la pietra fondamentale, l'altare). Il centro. Emerge in tutta chiarezza la pentade. La quaternarietà (il mondo nella sua completezza e nella sua totalità) che si risolve nel Centro, nel Cristo, che viene riassunto da Cristo, dall'asse del mondo.

fig.13, la pianta originaria secondo Sándor Ritz.

C'è l'asse verticale (la pietra fondamentale e pietra angolare congiunti dall'invisibile, ma concreto asse del mondo), ma c' è la completezza cosmica.

Il I tre cerchi concentrici sono la perfezione del cosmo e, nella tradizione cristiana, l'espressione della divinità, la Trinità. Il Tre è un archetipo che sarà fondamentale anche nella tradizione giudeo cristiana, nel Buddhismo, nell' Induismo, poi nell'Islamismo; persino nella tradizione Maja.

Anche la croce ha tre dimensioni: ampiezza e lunghezza (asse orizzontale), altezza e profondità (le due metà dell'asse verticale).

Il 4 è la complessità e la completezza terrestre; i 4 angoli del Mondo e i 4 elementi materiali presenti in tutte le tradizioni religiose. l' 8 è ugualmente in tutte le tradizioni religiose il numero completo che "evoca" e significa la fusione tra il quadrato (la perfezione terrestre) ed il cerchio (la perfezione celeste). Castel del Monte lo ricorda. Ma otto è anche il segno della Resurrezione. Non a caso l'8° giorno è il giorno del Signore.

Il cerchio è la perfezione celeste, l'Unità. Anche la forma del cielo; il Paradiso è circolare. Basterà ricordare Dante.

L'alzato dell'edificio corrispondeva ad una croce greca (4 braccia di uguale lunghezza) sormontata da una cupola centrale. Gli spazi tra le 4 braccia avevano solo in parte copertura (in questi "spazi" la modulazione della "luce" era riservata ai tendaggi).

Tutto l'insieme doveva avere quindi un aspetto molto complesso, con un evidente il simbolismo cosmologico, che del resto era così presente anche nei MITREI.

Il solo tempio è quello spirituale, costituito dalla comunità dei credenti. Ma se per Gregorio Magno la Chiesa è costituita dall'umanità tutta intera dall'inizio alla fine dei tempi, non sbaglieremmo a dire che il solo "tempio" è quello spirituale, costituito dalla umanità tutta intera.

 

 

fig.14, il mitreo, da Roma Sacra, itinerario 34

 

I segni architettonici, grafici e coloristici nel cristianesimo delle origini.

Il cristianesimo delle origini, come larga parte delle religioni orientali presenti a Roma è una religione misterica, che si tramanda, attraverso un Maestro, da uno all'altro e si esprime in segni e simboli , e non in formule teologiche o concettuali.

Il cristianesimo è tra le religioni misteriche l'unica non individualistica, ma comunitaria, collettiva, aperta, almeno alle origini, non solo agli uomini. Attraverso il battesimo, tutti sono ammessi al mistero e la salvezza è individuale, nella comunità (gli apostoli pur avendo un solo progetto, avevano ciascuno una missione particolare: (ut unum sint singuli tamen...). Soprattutto non si realizza alla "seconda venuta di Gesù" o alla fine del mondo, ma pone il Salvatore (una figura presente in tutte le tradizioni religiose vicino orientali) al centro: Gesù Risorto, adesso, è nella comunità e nel mondo presente.

Il movimento di Gesù ha una dimensione storica, economica, politica e sociale ed un carattere contadino e popolare (aperto alle donne, quasi una religione al femminile) e, contemporaneamente, una dimensione trascendente, divina, dentro la storia.

La storia non è unicamente nelle mani di Dio: la comunità costruisce, nel presente, il futuro.

Il cristianesimo subì una eccessiva ellenizzazione (come detto assunse le categorie filosofiche greche per organizzarsi teologicamente) e con essa molti aspetti negativi: un Dio cosmico, invece di un Dio che si incarna nella storia; una salvezza per l'al di là e non per il presente, con la grazia gratuita per tutti, ma alla fine dei tempi e la necessità terrena, ora e subito, ma per pochi ricchi; un individualismo a scapito del comunitarismo; un Dio ordinatore e non un Dio liberatore; il sensazionalismo del mito ed il misticismo esoterico e non il misticismo della vita di ogni giorno; un pensiero razionale e filosofico (di alcune oligarchie), e non lo psicologismo del simbolo accessibile a tutti, ovviamente in modo plurale, perché il simbolo è polivalente.

Il cristianesimo era evidentemente alla ricerca di un "luogo" santo nel quale fosse possibile vivere in modo comunitario, attraverso i simboli, l'esperienza religiosa. L'aveva trovato per leggere la Parola di Dio (che è essa stessa corpo di Cristo) e per celebrare il banchetto e in seguito per spezzare il pane nella domus, nella casa romana, negli ambienti antropologici dove l'inculturazione si riferiva al mondo romano. Lo trovava negli spazi sacri in quelle culture centrate sullo spazio santo.

Le basiliche si cominciano a costruire solo dopo Costantino che impone ai cristiani, fino ad allora caratterizzati da molte chiese (intese come comunità), di riunificarsi e di censirsi.

La chiesa è prima che un luogo di culto, un centro amministrativo dei cristiani di una zona, di un ambiente territoriale. Non a caso la basilica cristiana, come ricordato, è in tutto e per tutto simile alla basilica romana. A Treviri, in Germania, una delle città imperiali, la basilica romana viene divisa in due: una parte serve per l'amministrazione civile; l'altra per l'amministrazione religiosa.

La basilica romana (una struttura amministrativa civile) con la basilica costantiniana si avvia a diventare anche una struttura amministrativa religiosa.

Un ruolo importante doveva avere la vasca battesimale, a somiglianza di un "cratere" (come non ricorda i crateri celtici?), di una fossa. Subito si ebbero riti complessi e diversificati che si riunificavano nel riconoscimento dell'uomo nuovo, che veniva rivestito di una veste nuova, e che diventava figlio di Dio. Allora si recitava finalmente il Padre Nostro come formula di accettazione nella comunità.

Ci furono subito dei battisteri rotondi, perché con il battesimo si passa ad una vita completa, cioè rotonda. Il battistero è ad immagine di quello che si diventa. Il Cerchio, fin dalle culture più antiche, con il tumulo, individua uno spazio santo, a significare la perfezione celeste; il cosmo.

I santi, Cristo, come del resto anche Mitra avevano il nimbo e la corona.

Prima di Costantino l'unico spazio santo per i cristiani era dunque il battistero (la vasca circolare o un edificio spesso circolare), che, anche a Roma, a san Giovanni, rimane nettamente separato dalla basilica.

Nel mondo cristiano delle origini il solo tempio è quello "spirituale", costituito dalla comunità dei fedeli. Nei primi secoli si adattavano ad oratori stanze di un edificio destinato ad abitazione. E' "la chiesa domestica". Ma si adattano al culto anche delle grotte.

In Irlanda si ha chiara testimonianza di come dal tempio essenzialmente "spirituale" si passa al tempio "costruito", vedendo piccole costruzioni a forma di barca rovesciata, fatta di pietre che non sono legate dalla malta. Ogni pietra usata per costruire la chiesa è, dunque, un "salvato" ed al tempo stesso, secondo la simbologia ricordata anche dall'Antico Testamento, è la Parola di Dio. La pietra, quindi, è segno dell’uomo e simbolo di Dio. Perciò, secondo il Nuovo Testamento, ogni pietra è Cristo. Se Adamo, l'uomo primordiale e mortale, era fatto di terra, il terroso; Adams, l'uomo immortale, è fatto di pietra.

 

fig.15. Irlanda, Gallarus Oratory, VII secolo.

 

Tu, dice la scrittura, non sarai più un cristiano, ma un Cristo. Un tema questo che ritorna nelle tradizioni fortemente diversificate del pluralismo dei primi secoli. Ad esempio è uno dei temi portanti e ricorrenti in San Paolo, ad esempio Rom. 3; 6; 15, 1; Cor, 2,6; 11,1; 15,48; Gal. 3,28, ecc.ecc., ma anche nel Vangelo di Tommaso, 108 ("Gesù ha detto: "colui che beve alla mia bocca, diventa come Me ed Io divento Lui e ciò che è nascosto gli è rivelato"") ed in quello di Filippo, 67,28 ("costui non è più un cristiano, ma un Cristo").

La barca delle chiese irlandesi non è la Chiesa istituzione che salva (come sarà inteso da Bonifacio VIII e dal famoso mosaico di Giotto della Navicella), ma è segno della chiesa intesa come insieme dei credenti in Gesù, dei salvati, rappresentati simbolicamente appunto dalle pietre. Il vangelo di Cristo non è solo per la "persona umana" è per l'umanità tutta intera: gli animali, le piante, la terra, le pietre. La chiesa edificio, perciò (e la simbologia diventa sempre più "ciclica" e "globale"), è l'insieme delle pietre, dei salvati. E' , quindi, anche come edificio, è segno di Cristo. E' Cristo. E' l'unità, anche se interpretato in diverso stylo.

La "basilica", l'edifico chiesa, spesso liberato dal carattere puramente amministrativo, assumerà diversi significati simbolici. La "chiesa" esprimerà le varie tradizioni culturali e religiose, le attese psicologiche o le istanze teologiche che si vanno sviluppando, ed avrà, di volta in volta, la pianta irregolare per ricordare la grotta primordiale, la caverna cosmica o per favorire l'illuminazione, da parte della luce del sole, di determinate pietre o spazi in certi giorni ed ore dell'anno; o per simulare percorsi labirintici, o per assumere, con soluzioni geometriche, e con l'aggiunta di vari tipi di transetto, sempre più le varie forme del corpo umano. L'edificio chiesa, diventa sempre più segno del corpo di Cristo, assumendone anche le proporzioni e gli "atteggiamenti".

Il quadrato, il cerchio e la croce che si compenetrano (la croce determina la quadratura del cerchio, segno del movimento celeste, e dell'ordine cosmico) individuano il simbolismo fondamentale del recinto santo (un microcosmo) che in questo caso ha un orientamento a 360 gradi. E' la terra promessa. Il Regno di Dio.

La sacra marcia nei percorsi visivi e fisici.

 fig. 16 e 17. Alcune delle linee virtuali che congiungono i nodi della conoscenza, da Sándor Ritz.

Il fedele che entrava nel recinto santo raggiungeva il centro attraverso una serie di percorsi labirintici. Raggiungeva il centro come in un insieme mandalico, attraverso una sacra marcia, attraverso un "pellegrinaggio", con canti, inni, rumore cadenzato dei passi, colori, stendardi, odori, luci. Raggiungeva Cristo, e diventava, come ricordato, non più cristiano, ma Cristo.

Tante linee congiungevano i "nodi" vitali della conoscenza. Ma erano nodi virtuali, ricostruibili attraverso l'analogia ed il visionario immaginifico. I codici altomedievali irlandesi e spagnoli sono zeppi di entrelazos, di intrecci, che figurano uno dei tanti tipi di labirinto.

Non saltella forse il bambino in una stanza lungo percorsi "immaginari", e spesso incomprensibili, quasi volesse prendere possesso o scoprire l'essenza del luogo in cui si trova? O volesse conoscere sé stesso?

S. Beato di Liébana nell'VIlI secolo ripete il tema: si può dire cristiano chi "ambulans sicut et ipse ambulavit quello da cui trae il nome". (Beatus, in Apoc.II,5,5).

La Gerusalemme celeste, dimora di Dio in terra, senza tempio.

Chi "penetrava" nel recinto santo doveva vivere un'esperienza percettiva simile a quella dei versetti 21 dell'Apocalisse: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo (vv. 3)...E la piazza della città è oro puro, come cristallo trasparente. Non vidi alcun tempio in essa perché Dio, l'Onnipotente e l'Agnello sono il tempio." (nota: confronta i tre cerchi concentrici). "La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello (vv.21-22)".

fig.18, il recinto santo, da Sándor Ritz.

Le analogie, le immaginazioni visive, le percezioni olfattive, il sentire con tutto il corpo (la danza sacra, soprattutto), la luce rappresentano altrettanti momenti conoscitivi fondamentali. Il trascrittore delle visioni di Angela fa riferimento alla conoscenza di Cristo avvenuta, attraverso profumi indicibili "in odore unguentorum suorum". Sono le stesse identiche parole che usa Federico II, in una lettera,  inviando alcune opere di Aristotele finalmente ritradotto in greco (dal greco al siriaco e da qui in arabo e poi in ebraico, da qui in latino e finalmente in greco) all'università di Bologna e spiegando il suo amore per la “conoscenza”, ispirata su con le narici "in odore unguentorum suorum".

E con tutto il corpo Angela da Foligno ode "una cosa piena, una maestà immensa, che non so descrivere, ma mi pareva che fosse ogni bene…sentire quella croce fisicamente e, sentendoti, l'anima si scioglieva nell'amore di Dio…Posso solo riferire una parte delle parole udite, ma non descrivere la dolcezza e il diletto". Ebbe un "sentore di Dio più intenso di quanto avessi fin lì sperimentato; e anche tutti i membri corporei sentivano questo piacere".

Attraverso l'itinerario psichico si ha una conoscenza totalizzante che oltrepassa la dimensione del raziocinio, e Angela commenta: "finalmente l'anima fu rapita e vide che la verità che cercava non aveva principio né fine…leggevo appieno tutto il creato…all'istante furono aperti gli occhi dell'anima, E vedevo una pienezza di Dio, nella quale abbracciavo tutto il mondo". Tutto il creato e non solo l’astratta “persona”.

Il tempio di cristallo. La capacità di vedere con il visionario immaginifico anche attraverso i muri.

L'uomo che fonda la propria conoscenza sulla percezione e sull'analogia "vede" attraverso i muri, e numerose sono le testimonianze, con l'occhio della mente, con l'occhio che Angela da Foligno definisce l'occhio dell'anima.

Fig.19 Il tempio di cristallo secondo Sandor Ritz

 

Fondamentali in proposito perché offrono basi scientifiche al visionario immaginifico, sono gli studi di R.L. Gregory, Occhio e cervello , Il Saggiatore, Milano 1966 e Curiose percezioni . Il Mulino 1989 (1986) e soprattutto Aldous Huxley, l'arte di vedere, Adelphi, 1989 (1942), che descrive l'esperienza di autoguarigione di un giovane colpito da una grave diminuzione della vista.

I paramenti murari esterni "evocano" l'interno, fanno vedere gli "spazi" della marcia sacra. Questo avviene con stupefacente regolarità nelle grandi chiese romaniche. Ne cito una su tutte: il duomo di Modena. E questo avveniva in Santo Stefano Rotondo.

E' evidente che la Scrittura non è la sola strada per giungere alla conoscenza ed alla conoscenza di Dio. Ed è altrettanto evidente che non esiste rapporto tra contenuti "indicibili", che non possono essere espressi a parole, e la realtà linguistica che deve manifestarli è del tutto insufficiente. E' evidente che cade il ruolo edificatorio e "pedagogico", la mediazione, dell'autorità religiosa e politica. Le mille e mille combinazioni di forme, codici, linguaggi, atteggiamenti mentali portano ad una conoscenza che libera. E' evidente perché da sempre, ed in Italia con particolare veemenza in questi ultimi anni, sia stata condotta una vera e propria crociata contro la democratizzazione del sapere.

Santo Stefano mostra con ogni chiarezza di non essere una basilica, ma un "luogo", un "sito" in cui cielo e terra si congiungono; è la manifestazione del regno di Dio, l'Apocalisse , che non si realizza, come abbiamo detto, alla "seconda venuta di Gesù" o alla fine del mondo, ma pone al centro la presenza di Gesù Risorto, adesso, nella comunità e nel mondo presente. Ma al tempo stesso è la Pentecoste che si manifesta ai "rappresentanti di tutte le nazioni della terra…chiamati anch'essi alla partecipazione del grande avvenimento: anzi ragione ultima di esso (come disse Angelo Roncalli a Istanbul il 16 maggio 1937, giorno di Pentecoste).

I rappresentanti di tutte le nazioni della terra sono "ragione ultima" del grande avvenimento. Il futuro papa sembra che avesse presente Santo Stefano Rotondo, che può essere chiamato a simboleggiare anche un "vangelo sine glossa", un messaggio senza commenti teologici per tutti i popoli della terra, come voleva San Francesco, che si esprimeva per una fraternità universale: Laudato sì mi Signore "cum" tutte le tue creature. E da quel "cum" nasce la scienza moderna e la consapevolezza della "complessita".

Attraverso la cupola e le aperture dei cortili la luce doveva essere particolarmente importante e doveva dare l'effetto di esplodere dal di dentro. Un ruolo fondamentale avere la "luminosità della visione" il passaggio dalla luce all'ombra e viceversa, l'adattamento all' oscurità, il disvelamento, attraverso percorsi labirintici.

Prende corpo l'immagine della trasfigurazione e della resurrezione: il velo si squarciò. L'invisibile diventa visibile senza più mediazioni. Nel recinto santo si ha l'esperienza dell'Assoluto; si diventa parte dell'Uno; si è salvati. Le pietre dell'edificio individuano come nelle chiese dei primi secoli i fedeli salvati (l'Adamo caduco -il terroso- é di terra; l'Adamo immortale è di pietra) ed il recinto santo nel suo insieme individua la Gerusalemme celeste, la dimora di Dio con gli uomini , immortali, simboleggiati dalle pietre.

Santo Stefano Rotondo è una "macchina" evocativa e simbolica. La realtà virtuale di cui si fanno vivono, attraverso la visione, l'evocazione, la percezione e la conoscenza sensoriale era a disposizione di tutti per profonde esperienze conoscitive che rendevano presente la fine dei tempi ed il regno di Dio. Esperienze conoscitive del sé che hanno poco a che vedere con le descrizioni che ne fanno i nostri manuali legandole, con la generica e spregiativa definizione di "gnostiche"al pensiero logico-dialettico della filosofia ellenistica.

Particolari e diversificate formule liturgiche, in feste e giorni determinati, si avevano nelle varie ora del giorno, anche durante veglie notturne, ma un momento determinante rimane sempre il canto del gallo, simbolo del risveglio, della resurrezione, del sole che sorge, del nuovo giorno. E non solo nella tradizione cristiana.

Il santo recinto, ce lo ricorda la pellegrina Egeria, è illuminato da tante e grosse lampade di vetro, da moltissimi lampioni di olio e di cera; ci sono tanto oro, gemme, tappeti, tendaggi e veli di lana e di seta. I turiboli spargono profumi. Tutto è caratterizzato da inni, canti, danze, momenti processionali e marce sacre.

Lo stesso ingresso nel santo recinto era processionale, a significare in un atto colletivo, comunitario l'avvicinarsi, fisicamente o mentalmente, ad un centro visibile, che rendeva "concreto" l'invisibile.

Insomma si svolge un insieme di momenti conoscitivi formidabili caratterizzati dalla percezione sensoriale: tutti i sensi vengono attivati (vista, bocca, udito, sapori, odori) in esperienze motorie. E' un insieme di esperienze che oggi diremmo compiutamente multimediale. Angela da Foligno dice che "Cristo si mostrò in modo più chiaro. Voglio dire che mi diede maggior cognizione di lui". Una conoscenza percettiva e non intellettuale.

Gerusalemme è il simbolo di una città che esprime comunità, popolo, umanità organizzata, relazioni sociali e progetto di società, senza tenebre, cioè senza sfruttamento. Giovanni vede un cielo nuovo ed una nuova terra (un cosmo nuovo, l'insieme della natura) ed una nuova città (una nuova società o umanità organizzata).

La città, la nuova Gerusalemme non simbolizza la Chiesa, ma l'umanità, il popolo universale di Dio, un nuovo progetto o sistema sociale trascendente.

La nuova Gerusalemme scende dal cielo alla terra. Al contrario Babilonia, la città idolatrica ed oppressiva, voleva giungere fino al cielo: passa dal trascendente ad una condizione terrena. Si trasforma dalla Gerusalemme celeste in una Gerusalemme terrena. Simbolicamente il cielo, ciò che libera e salva, scende sulla terra. Scompare la distinzione tra cielo e terra; adesso tutto è terra, anche se una terra vista nella sua pienezza e senza morte.

La storia non si riduce alla società di uomini e donne, ma comprende anche il cosmo, la natura. Il cosmo nuovo e l'umanità sono materiali; la trascendenza (la "trasfigurazione") è il superamento della morte, non della materialità e della storia.

Nel mondo nuovo creato da Dio c'è corporeità e relazioni sociali, ma senza tenebre e senza oppressione.

L'Apocalisse non è quindi un'escatologia extramondana, fuori della storia, ai margini dei cambiamenti sociali e politici, non si proietta alla "seconda venuta" di Gesù. C'è una escatologia che si articola con la resistenza e la sovversione (come era stata la predicazione e la vita di Gesù di Nazareth) al peccato sociale che è l'oppressione.

Dio non abita più nel cielo o in un santuario, ma (21,3) porrà la sua dimora in mezzo a loro ed essi saranno il suo popolo, ed egli sarà il Dio-con loro, nella nuova società creata da Dio stesso in un mondo nuovo. Viene superato il sacerdotalismo giudaico. La Gerusalemme celeste sostituisce ogni santuario possibile o immaginabile. Non c'è piu necessità di un Santuario, né di Chiesa, né di mediazione alcuna tra il Popolo e Dio. Dio riempie tutto e tutti vedono direttamente il suo volto.

In mezzo alla città c'è il fiume di acqua di vita che scaturisce dal trono di Dio e dell'Agnello (22,2): in Santo Stefano è la pietra fondamentale. Cristo è la roccia da cui sgorga l'acqua di vita. Dio dice (21,6): a colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. In mezzo alla pianta della città, piena della gloria di Dio, si trovano gli alberi della vita, rappresentati a Santo Stefano dalle colonne. Renato Funiciello il geologo che meglio conosce il sottosuolo romano è rimasto stupito vedendo la grande quantità d’acqua presente in quel luogo. Ancora un segno della scelta simbolica del “sito”.

Nella nuova Gerusalemme tutti sono sacerdoti, tutti vedono Dio e tutti regnano. L’Apocalisse dice: ha fatto di noi un regno di sacerdoti” (Ap.1,6). Nella nuova Gerusalemme non si va per sollecitare miracoli spettacolari, ma per ripercorrere il cammino audace e santo che porta a vedere Dio ed a regnare, in una manifestazione concreta della fratellanza e della solidarietà.

Ciò che maggiormente colpisce è l'uso dell'oro, come materiale da costruzione della città. L'oro per il suo valore si scambio ed il suo feticismo e si trasforma in valore d'uso.

La città misura dodicimila stadi (15-17), ossia 2.200 kilometri: è quindi un gigantesco cubo o una piramide. Vuole esprimere simbolicamente la perfezione della città nuova.

In molte culture, l'uomo perfetto è rotondo ed attraverso il battesimo l'uomo diventa rotondo (ed anche il battistero assume questa forma); il regno di Dio, a significare la completezza, la perfezione, la totalità del cosmo, diventa rotondo. Non deve meravigliare perciò che santo Stefano Rotondo, la rappresentazione della Gerusalemme celeste, sia rotonda, né deve meravigliare il fatto che abbia 8 e non 12 porte. Il numero otto, l'ho ricordato, è esso stesso il numero della completezza, della quadratura del cerchio, è il numero di Dio.

La chiesa fu profondamente modificata in seguito, forse nell'VIII-IX secolo (certo non andava d'accordo con la cattolicità che si definiva con l'ambiente carolingio) e poi sotto papa Gregorio VII (1073-1085) Innocenzo II (1130-1143), quando rimase solo l'inculturazione occidentale e tutto, persino i canti, venivano ricondotti all'ordo romanus.

Allora la chiesa fu mutilata di tutti i suoi significati simbolici e fu ridotta a due soli cerchi concentrici; furono infatti murate le colonne tra il II ed il III anello, che divenne un cortile conservando come muro di cinta il muro esterno del III anello.

Cambiò completamente il significato e la funzione della chiesa che, con restauri recenti si voleva trasformare anche visivamente, in quello che è considerato erroneamente dagli studi di archeologia cristiana: una basilica che, anziché avere una navata longitudinale ha una navata circolare, con l'altare non al centro della chiesa, ma in una cappella addossata al muro ed in corrispondenza con una sola porta. Vengono annullati tutti i significati originari del un santo recinto, in cui non si svolgeva non una messa “celebrata” da un sacerdote, da “seguire”in larga parte seduti, con momenti più o meno partecipati, ma un insieme di cerimonie multimediali e professionali, in cui tutti sono protagonisti.

E' evidente che il "luogo santo" di Santo Stefano Rotondo non esprime solo una religione strutturata, ma consente a tutti gli uomini ed a tutte le donne l'esperienza dell'Assoluto, dell'Uno. Il Damasceno aveva sostenuto con forza che "il cristianesimo è libertà". Certo i riferimenti all'Apolcalisse sono evidenti e si prestano bene. Ricordiamo però che l'Apocalisse giovannea non è isolata nel contesto storico mediorientale; che la chiesa giovannea, apocalittica (della rivelazione, del disvelamento di Dio) esprime una realtà ben presente nei primi secoli ben diversa, anche se non in contrapposizione, con la chiesa paolina; e che la cultura che con termine comprensivo definiamo simbolica trova in Santo Stefano Rotondo un "luogo santo" dell'esperienza.

Lo conferma un Salmo della tradizione sufi:

"Signore, un giorno visito la chiesa, un altro la moschea;

però di tempio in tempio, cerco solo Te.

Per i tuoi discepoli non esiste eresia, né orodossia;

tutti possono vedere la Tua verità senza veli.

Il tuo fedele è un compratore di profumi:

ha bisogno dell'essenza delle rose del divino Amore."

E ricordiamo come per Angela da Foligno, ma anche per Federico II la conoscenza avviene "in odore  unguentorum tuorum".

Il bel libro di Pablo Richard (Apocalisse, la ricostruzione della speranza) consente di rivivere il "documento figurale" di Santo Stefano Rotondo, immagine "evocatrice" dell'Apocalisse.

Un arabo cristiano dell'VIII secolo, probabilmente un laico, nella sua omelia ricordava che "Dio non vuole che alcuno lo serva con forza". E aggiunge che gli Apostoli "non combatterono contro nessuno, non forzarono gli uomini" e "poveri, deboli, stranieri in mezzo gli uomini, senza beni di fortuna, senza potere in questo mondo, senza ricchezze da usare quali strumenti di corruzione, senza scienza, senza parentele di cui potersi vantare presso chiunque...invitarono il popolo al Vangelo".

Nel IV Concilio di Toledo del 633, presieduto da Isidoro di Siviglia, si ricorda che "ignorantia, mater cunctorum errorum, maxime in sacerdotibus Dei vitanda est, qui docendi officium in populis susceperunt". Il problema, allora come oggi è quello che "Dio non vuole che alcuno lo serva con forza"; di "invitare il popolo al Vangelo", senza violenza, senza dogmi, senza servire gli interessi delle élite. Sono questi errori il frutto dell'ignoranza.

Una visita al "luogo santo" di Santo Stefano Rotondo fondata sulla "visione evocatrice" dell''Apocalisse, del "disvelamento di Dio", della Pentecoste, della trasfigurazione, del vangelo senza glosse, mostra che il vangelo che abbiamo proposto alla gente è in realtà un insieme di teologia, di dogmi, di interessi di Chiese e soprattutto di affari politici delle élite. Abbiamo raccontato la storia del mondo, come se esistesse solo l'Occidente, solo quanto è stato elaborato dalle categorie filosofiche ellenistiche nei confini del Mediterraneo e dell'Impero Romano; solo quanto di occidentale è fiorito nel Mediterraneo, dimenticando che è quel mare è già nel III Millennio a.C. il terminale delle merci e perciò delle culture che provengono da tutto il mondo, anche dal lontano Oriente e che vi fiorirono e vi fioriscono molte culture e civiltà destinate a mescolarsi dinamicamente, a sintetizzarsi con l'Occidente.

La storia del cristianesimo che raccontiamo è la storia delle Chiese, del potere delle gerarchie ecclesiastiche che hanno definito l'ortodossia del cristianesimo in Occidente e poi lo hanno esportato; la storia dell'uomo che raccontiamo è la storia delle conquiste di piccole élite di uomini bianchi, colti, con la cultura raziocinante e con categorie di pensiero costruite per essere irraggiungibili alla maggior parte della gente comune. Ci meravigliamo che gli antichi e i "diversi" da noi sono degli esseri pensanti. La storia che raccontiamo è quella di un "progresso" senza fine. Abbiamo dogmaticamente sentenziato che l'epoca in cui viviamo è quella immutabile e definitiva.

Il libro di Pablo Richard, Apocalisse, la ricostruzione della speranza, testimonia ricerche, ansie, paure, gioie, attese, ciò che può servire a vivere, "analoghe" alle esperienze, culture, condizioni sociali, etnie tanto diverse dalle nostre. L'Apocalisse, come mostra il "luogo santo" di Santo Stefano Rotondo, è la ricostruzione della speranza.

Mondi nuovi sono possibili per tutti.

L'Apocalisse è un libro carico di speranza, per il tempo presente, si esprime mediante lo psicologismo del simbolo, ed è la rivelazione di Dio nel mondo dei poveri, degli oppressi ed esclusi, della gente comune, di chi, insomma, non conta nulla. Il cristianesimo è profondamente plurale e, unico tra le tante religioni di matrice indiano-iranica dell'epoca, è una religione comunitaria, collettiva, che presuppone una conversione, dentro la storia, comunitaria, collettiva.

Gesù di Nazareth è condannato a morte quale sovversivo. Molte comunità cristiane delle origini (almeno quelle, e non sono poche, che non sposeranno la cultura intellettuale, individuale, spettacolare delle categorie filosofiche dell'ellenismo) continueranno per molto tempo a rifarsi tra gli altri documenti, alla I lettera di Giovanni: "Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato".

E' fondamentale recuperare la pratica storica e la testimonianza. E' fondamentale recuperare, attraverso la forza del simbolo e della comunicazione analogica e percettiva, "il potere della speranza e dell'utopia nella trasformazione della storia, l'efficacia di una maturazione della coscienza collettiva di un popolo e, infine, la forza, il potere e l'efficacia dello Spirito nella storia e la forza della spiritualità dei poveri ed oppressi".

Oggi si ammette, come grande "concessione", che sono quattro correnti del cristianesimo del primo secolo: il cristianesimo giudeo, il cristianesimo ellenico, il primo cattolicesimo (o Cristianità primitiva) ed il cristianesimo apocalittico.

Ma non sono solo quattro le correnti. Il cristianesimo del primo secolo è veramente plurale. Tante sono le correnti quante sono le culture con cui viene a contatto. L'unità si realizza attraverso il sistema delle "alterità". Il cristianesimo nascente è plurale nella stessa Roma.

Angelo Roncalli, a Istanbul, 16 maggio 1937, nel giorno di Pentecoste, aveva ricordato che "…fuori del Cenacolo, chiamati anch'essi alla partecipazione del grande avvenimento: anzi ragione ultima di esso, rappresentanti di tutte le nazioni della terra" .

E' stato necessario un millennio per sottomettere pienamente il messaggio di Gesù di Nazareth al pensiero occidentale e per cancellare le testimonianze del pluralismo e della complessità del cristianesimo delle origini. Tuttavia non sono pochi i monumenti del cristianesimo nascente nella stessa Roma che, se opportunamente letti, testimoniano una realtà storica molto lontana dalla Grande Chiesa di Roma e dalle categorie dell'ellenismo.

 

fig.20 ricostruzione , disegno Brandenburg, da Roma Sacra, itin.34.

 

 figg.21-22 ric. secondo il Sandor Ritz

E' dalle culture non condizionate da una visione razionalista-ellenista-liberale della storia e dalle maggioranze della gente comune, che sono caratterizzate da una da una cultura comunitaria, simbolica, sintetica, festosa, rumorosa, plulinguistica e creativa che può venire un recupero delle testimonianze del pluralismo e della complessità del cristianesimo delle origini (la loro distruzione e la distruzione della cultura simbolica fu un vero e proprio genocidio, pari a quello consumato ad opera degli europei nei confronti delle culture precolombiane) e soprattutto che può venire il riscatto del cristianesimo apocalittico, così bene espresso dalla prima lettera di Giovanni (Gv 2,6): "Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato.

Il "luogo santo" di Santo Stefano Rotondo, è un luogo per la conoscenza. Va chiarito che sotto il termine "gnostico", dal II secolo d.C., si raggruppano una serie di inculturazioni del Vangelo coesistenti e molto diverse tra di loro.

Larga parte della ricerca è ormai convinta che lo gnosticismo sottolineò la crisi del razionalismo classico. Lo gnosticismo è infatti un pensiero mitico che si esprime in termini simbolici e rappresenta la denuncia dell'inutilità del sapere classico che detta astratte norme.

La mancanza di conoscenze sulla cultura persiana, siriaca e palestinese e l'abitudine a sistematizzare il pensiero concettuale, porta a valutare i complessi fenomeni che con termine onnicomprensivo si dicono "gnostici" come fenomeni intellettuali, speculativi, filosofici e non religiosi.

Il vangelo di Giovanni, riconosciuto come canonico dalla ortodossia organizzata (forse solo perché scritto in greco, quantunque il suo autore usasse il greco solo come lingua veicolare) è rivendicato a sé dagli gnostici ed usato come fonte principale di informazione, di rivelazione e di riferimento per l'insegnamento.

Lo gnostico non è un filosofo. I movimenti monastici, ad esempio, hanno in comune, nel III e IV secolo, secondo le culture gnostiche, la ricerca, la penetrazione religiosa nella solitudine, nella visione percettiva, nell'esperienza estatica e simbolica, nell'esplorazione della psyche, nella conoscenza di sé. Ognuno, nella sua psyche, porta in sé le potenzialità di liberazione e di distruzione.

La gnosi si manifesta in tante forme, sostiene molte e divergenti tesi. E' di volta in volta, secondo le opinioni più accreditate:

1) nella forme radicalizzazione, una speculazione eterodossa giudaica;

2) una forma che si sviluppa dall'ambiente giudaico cristiano;

3) una evoluzione del cristianesimo (un interpretazione ellenistica o uno sviluppo entro gli schemi del pensiero ellenistico) che trova la sua origine all'interno dello stesso cristianesimo;

4) uno sviluppo del cristianesimo, che tenta una risposta al problema cristologico, entro gli schemi del pensiero greco.

5) uno sviluppo del cristianesimo, che tenta una risposta al problema cristologico, entro gli schemi del pensiero indo-iranico.

6) un incontro del cristianesimo con religioni già diffuse nei territori occidentali ed in particolare con il buddhismo e l'induismo.

L'emergente gruppo che definisce la Grande Chiesa di Roma definisce anche l'ortodossia e l'identikit dei pericolosi nemici (lo gnosticismo e tradizioni e letture che hanno contorni molto sfumati e indefiniti e che diventano "eresie") da isolare e duramente combattere. Contro le tante attese e manifestazioni del santo fondati sul mistero e sullo psicologismo del simbolo si afferma il razionalismo del mito e contro le "diversità" delle varie comunità cristiane cominciano a scatenarsi anatemi e scomuniche.

Lo scontro tra il mondo greco-romano ed il messaggio cristiano si attenua al punto che il cristianesimo romano (che condizionerà sempre più il messaggio cristiano) comincia a strutturarsi in modo "cattolico" , lontano dalle sue radici e manifestazioni palestinesi ed orientali e dal pluralismo culturale per incardinarsi ed identificarsi nella cultura e nelle categorie filosofiche greco-romane. La stessa sistemazione della tomba di Pietro (dovuta sembra, nel 155, a papa Pio, che si chiamava Pio come l'Imperatore Antonino) sembra essere dovuta ad una scelta ideologica per rivendicare il primato della chiesa di Roma. L'eccidio di Lione (ordinato nel 177 da Marco Aurelio) è un episodio quanto mai complesso che dovrebbe essere valutato in quel complessissimo problema che fu lo gnosticismo.

Il cristianesimo dell'Occidente diventa essenzialmente urbano, mentre quello dell'Oriente diventa essenzialmente rurale. Il monachesimo, nelle sue ispirazioni rurali, denuncia fino in fondo la sua matrice orientale.

Allo stato attuale delle conoscenze possiamo dire che è stato necessario un millennio per sottomettere pienamente il messaggio di Gesù di Nazareth al pensiero occidentale e per cancellare le testimonianze del pluralismo e della complessità del cristianesimo delle origini. Ma possiamo anche dire che non è stato soffocato, se é riemerso in tante esperienze ed oggi riemerge con tanta forza attraverso la multiculturalità e la teologia della liberazione. La riscoperta di Gesù di Nazareth, il Cristo del Signore è la grande profezia ed il grande dono, ad esempio, delle comunità di base dell'America latina.

Nelle biblioteche europee del '700 esistono scaffali separati per gli Historici Profani e per i Theologici: i loro studi non si incontravano mai e non si incontrano ancora. Anzi hanno un punto in comune: raccontare la storia dalla parte dei vincitori e negare la dignità dell'uomo comune. Emerge sempre più la necessità di ricomporre nella metodologia la ricerca per la ricostruzione della storia dell'uomo e non solo dei vincitori.

Uno dei grandi temi d'oggi è la ridistribuire del "sapere", la democratizzazione della conoscenza. Per avviare la democratizzazione e la redistribuzione in concreto, bisognerebbe cominciare a cancellare nei libri di storia alcuni luoghi comuni che hanno motivato e giustificato gli atteggiamenti autoritari e colonizzatori della classe dominante occidentale all'interno della stessa Italia. Bisognerebbe cancellare quei fatti propagandistici e di marketing inventati per sacralizzare la cultura occidentale, la cultura del concetto accessibile solo a pochi, a piccolissime élite, anche nello stesso mondo occidentale. E con la cultura occidentale per rafforzare la sacralità del potere delle élite.

Basterebbe cominciare con pochi cambiamenti: la multiculturalità, multietnicità e multireligiosità della Roma imperiale, il ruolo dell'Asia centrale, del Medio ed Estremo Oriente nell'antichità imperiale e nella tarda antichità, Attila, Poitiers, i commerci tra Etiopia e Cylon, Gengis Kan. Ed a ricostruire e rispettare le culture precolombiane, cancellate da genocidi che la cultura delle élite ha spesso rinnovato nella storia.

La Gerusalemme celeste, dimora di Dio in terra, senza tempio. "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo (vv. 3)...E la piazza della città è oro puro, come cristallo trasparente. Non vidi alcun tempio in essa perché Dio, l'Onnipotente e l'Agnello sono il tempio…La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello (Ap. vv.21-22)".

 

fig.23  fol. 223 de Beato di Magio (I metà del X secolo): “mi mostrò poi un fiume d’acqua limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello” (Ap.22,19)

 

Angelo Roncalli, divenuto papa con il nome di Giovanni, invocando l'Unità (ut unum sint), rivolge la sua lettera enciclica sulla pace fra tutte le genti nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà, non solo ai cristiani (ai venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi e altri Ordinari aventi pace e comunione con la Sede Apostolica, al clero e ai fedeli di tutto il mondo), ma a tutti gli uomini (nonché a tutti gli uomini di buona volontà). E' quello che Giorgio La Pira, Sindaco di Firenze, chiama il "manifesto del mondo nuovo". Aveva proclamato: "Tutto il mondo è la mia famiglia". Dio, infatti, come mostra il "sito" di santo Stefano Rotondo, parla all'uomo per bocca dei profeti, ma altresì attraverso i fatti della storia. Attraverso gli uomini di oggi, qualunque sia la loro etnia, il loro stato sociale, il loro linguaggio e la loro modalità di pensiero, la loro cultura o la loro fede religiosa.

Antonio Thiery, 25 marzo 2008

 

 

 

Appendice,

La rivista Roma Sacra (itinerario 34, S.Stefano Rotondo), Guida alle chiese della città eterna, a cura della Soprintendenza speciale per il polo museale romano, riporta una bibliografia essenziale, in cui elenca molti saggi del Brandenburg (ispirati rigosamente da una logica classificatoria di tipo archeologio in armonia con la storia ecclesiastica e la liturgia cattolica), ma non cita mai il Sandor Ritz (che, pur essendo un gesuita, si fa guidare da una logica simbolico-antropologica).

A me piace mettere a confronto i due autori, cosi diversi, ricordando Chomsky, il potere dei media, con il saggio «fascismo strisciante», Vallecchi, Firenze, 1994. A pag. 21 si legge: «Reinhold Niebuhr, eminente teologo e critico di politica estera, a volte chiamato «il teologo del sistema» - guru di George Kennan e degli intellettuali del gruppo di Kennedy - sosteneva ad esempio che la razionalità è una capacità riservata a un gruppo molto ristretto.  Soltanto poche persone ne sono  dotate. La maggior parte della gente è guidata unicamente dall'emozione e dall'impulso. …Chi possiede la razionalità fa parte della «classe specializzata» e deve creare delle «illusioni necessarie» e delle «semplificazioni eccessive» in grado di fare appello alle emozioni per mantenere più o meno «in rotta» gli «ingenui sempliciotti» del «branco confuso», alle stragrandi maggioranze della popolazione». Ed aggiunge che la falsificazione della storia è uno strumento molto potente per la conservazione del potere.

Bellarmino  Bagatti, un frate per molti anni direttore dell’Istituto Biblico di Gerusalemme, nel bel libro “La chiesa primitiva apocrifa” del 1981, ricorda che il suo libro “non è un manuale di teologia per insegnare ciò che il cristiano deve sapere, ma uno studio storico per fare sapere ciò che avvenne nel II secolo dopo Cristo”. E sostiene che non è bene chiosare gli scritti antichi, “ben sapendo quanto la mentalità odierna sia differente da quella antica e quanto sia facile travisare le loro parole e le loro intenzioni”.

 

Infine Manuel C. Diaz y Diaz, filologo insigne, cercando di studiare i Textos litúrgicos mozárabes, (in Actas del I congreso nacional de cultura mozàrabe (historia, arte, literatura, liturgia y mùsica), organizado por Schola Gregoriana Cordubensis, Córdoba, 27 al 30 de abril de 1995, publicaciones obra social y cultural Cajasur, Córdoba, 1996) dice: « Me propongo abordar un tema poco perseguido por los estudiosos, y desde luego con escaso eco entre los filólogos… La escasa atención que se presta a los textos litúrgicos con rneritorias excepciones, es notoria. Estos textos caen, casi exclusivamente, bajo la inquietud de teólogos y liturgistas, cuyos rnétodos y objetivos aparecen lejanos, y casi inseguros, a la vista de los que investigan los textos como tales, en cuanto producciones autónomas y necesariamente debidas a un escritor, sean cualesquiera sus objetivos, sus doctrinas, su formación intelectual y su habilidad literaria. No es extrafio que cuando algunos de nosotros hemos querido irrumpir en los campos litúrgicos fuéramos en buena parte tenidos por intrusos, y lo que es peor como ignorantes de los métodos que anteriores investigadores practicaban. A pesar de ello, es bueno decirlo, poco a poco los filólogos hernos ido asent fuertemente en el análisis de los textos destinados a la liturgia , a pesar de la enorme dificuitad de que buena parte de ellos no son sino productos de una intertextualidad en que juega casi en exclusiva la Biblia, o el uso que de ésta se ha venido haciendo en ciertos momentos de las acciones liturgicas...».

Le osservazioni valgono non solo per i testi liturgici, ma per ogni esperienza mistica dell’uomo. Così spesso mi son sentito chiedere: sei un prete? E mi son sentito appellare come Monsignor. Molti credono che solo ai preti è riservato lo studio del primo millennio.

Sandor Ritz è un’intruso. Come del resto lo sono io, che cerco di studiare come vivevano e non come avrebbero dovuto vivere secondo le inquietudini ideologiche moderne, gli uomini del I Millennio.

Antonio Thiery, 27 marzo 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sandor Ritz, La nuova Gerusalemme dell’Apocalisse e S. Stefano Rotondo, « L’Urbe», 30 (1967).

Sandor Ritz, La città celeste dei primi cristiani: quella dell’Apocalisse secondo Eusebio e quella sul monte Celio in Roma,  «L’Urbe», 33 (1970).

Sandor Ritz, L’insuperabile creazione del passato, presente e futuro. Il tempio perenne di Santo Stefano Rotondo in Roma, la Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse, Roma s.d.

Il testo, corredato da molti disegni di Éva Varsányi Z. è stato successivamente riproposto in due dispense dell’Università Gregoriana.

• BRANDENBURG H., S. Stefano Rotondo sul Celio, l’ultimo edificio monumentale di Roma fra antichità e medioevo, in Roma dall’antichità al medioevo, II, Contesti tardoantichi e altomedievahi, a cura di L. Parodi e L. Vendittelli, Milano 2004, pp.480-505

• BRANDENBURG H., Le prime chiese di Roma IV-VI secolo, Milano 2004, pp. 200-214

• BRANDENBURG H., S. Stefano Rotondo in Roma: funzione urbanistica, tipologia architettonica, liturgia ed allestimento liturgico in Arredi di culto e disposizioni liturgiche a Roma da Costantino a Sisto IV, Atti del Convegno Internazionale a cura di S. de Blaanny, Roma 2001, pp. 27-54

• BRANDENBURG H., PÁL J., S. Stefano Rotondo in Roma, Archeologia, storia dell’arte, restauro. Atti del Convegno Internazionale, Roma 10-13 ottobre 1996, a cura di H. Brandenburg e J. Pál, Wiesbaden 2000

• BRANDENBURG H., L’edificio monumentale sotto la chiesa di S, Stefano Rotondo, in Aurea Roma, catalogo della mostra a cura di S. Ensoli ed E. La Rocca, Roma, 2000, pp. 200-203

• BRANDENBURG, H., [ pavimento in opus sectile della chiesa paleocristiana di S. Stefano Rotondo a Roma, in Atti del III Colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico, Bordighera, 6-10 dicembre 1995, a cura di F. Guidobaldi e A. Guiglia Guidobaldi, Bordighera, Istituto Italiano di Studi Liguri, 1996, pp. 553-568

• BRANDENBURG H., La chiesa di S. Stefano Rotondo a Roma. Nuove ricerche e risultati. Un rapporto preliminare, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, 68, 1992, pp. 201-232