SAID, Umanesimo e critica democratica

E’ uscito il libro « Umanesimo e critica democratica» (traduzione di Monica Fiorini, Il Saggiatore, pagine 175, € 16), in cui sono raccolti alcuni interventi di Edward Said, studioso palestinese scomparso nel 2003 e autore del famoso saggio «Orientalismo» (Feltrinelli). Said è stato per 40 anni professore di Letteratura comparata alla Columbia University di New York.

L’autore (da sempre un isolato politicamente,) che propone come sempre valutazioni estremamente condivisibili per un meticcio e bastardo culturale come me, è stato accolto con grande evidenza dalla stampa italiana (riporto la recensione de La Repubblica e del Corriere della Sera), ma ho impiegato oltre 40 giorni per trovarlo a Roma  in libreria e ho potuto comprarlo solo su prenotazione. Il Corriere della Sera che ha riportato con evidenza in un paginone alcuni brani del libro, opera una evidente omissione (ci si sarebbe dovuti meravigliare del contrario) di due brevi periodi, che  evidentemente non sono ritenuti politicamente corretti.

“Non tutta la verità va detta agli uomini” ricordava il venerato padre della chiesa Clemente D’Alessandria già nel II secolo. E non tutta la verità va detta nella nostra scuola e nei nostri strumenti culturali. Riemergono  i temi che ossessivamente devono essere nascosti, anche in un’epoca di profonde trasformazioni e di multiculturalismo, riservandoli sono al limitatissimo pubblico specialista.E’ inutile ed anche blasfemo continuare a parlare di “pace, di convivenza e di “diritti”se non si rimuovono i luoghi comuni sul ruolo della Grecia e di Israele antico.

Riporto integralmente i testi di La Repubblica e di Il Corriere della Sera, ma per  stimolare alla lettura del libro di SAID e per sottolineare i danni che fanno l’eurocentrismo e la scuola ho voluto aggiungere brevi citazioni dal libro stesso.(4 .9.07)

 

1) Corriere della Sera il 7 maggio 2000

Il brano seguente, tratto dal libro di Said, da p.71, è stato pubblicato dal Corriere della Sera il 7 maggio 200 7 ed è integrato in corsivo dei tagli che a me paiono vere e proprie censure politiche

 

Umanesimo: Basta con i classici. Scopriamo le culture delle altre civiltà

(in rosso i brani omessi)

Anche i miei corsi e i miei studenti alla Columbia sono cambiati profondamente se si pensa alla differenza tra il 1963, quando in segnavo per lo più a classi di maschi bianchi, e oggi, che insegno a studenti di varie razze e lingue, uomini e donne.

 E un fatto universalmente accettato che, mentre le discipline umanistiche un tempo proponevano lo studio dei testi classici per meati di cultura greca, latina ed ebraica, oggi un pubblico nuovo e più va negato, di provenienza multiculturale, chiede e ottiene che si presti maggiore attenzione a una galleria di personaggi e culture precedentemente negletti o inascoltati che hanno invaso gli spazi incontestati precedente mente occupati dalle culture europee. Persino i privilegi accordati a entità-modello come l’antica Grecia o Israele sono stati oggetto di una revisione nel complesso salutare, che ha notevolmente ridotto le loro pretese di originalità.(...)

 “Fino a tempi recenti la Grecia attica è stata considerata una roccaforte ariana, dalla quale tutto ciò che, nella cultura europea, era bianco e incontaminato traeva la sua origine, mentre ora si è visto che la sua storia e cultura sono inestricabilmente legate ai popoli africani e semitici.

La stessa cosa è accaduta all’antico Israele. A poco a poco alcuni esegeti biblici hanno cominciato a riconoscere che Israele era solo uno degli elementi, e non quello dominante, nel complesso intrico di razze e popoli che hanno fatto la storia della multiculturale Palestina in epoca successiva all’età del ferro..”).

 

Per studiosi e insegnanti della mia generazione, educati in modo essenzialmente eurocentrico, il paesaggio e la topografia degli studi umanistici risultano drammaticamente, e, credo, irreversibilmente, alterati. T.S. Eliot, Lukàcs, Blackmur. Frye, Williams, Leavis, Kenneth Burke, Cleanth Brooks, I.A. Richards e René Wellek vivevano in un universo mentale ed estetico che era linguisticamente, formalmente ed epistemologicamente radicato nel mondo dei classici europei e nord atlantici della Chiesa e dell’impero, con le loro tradizioni, linguaggi e capolavori, insieme a tutto l’apparato ideologico della canonizzazione, del la sintesi, della centralità e della consapevolezza. Oggi a tutto questo è subentrato un mondo più variegato e complesso, pieno di contraddizioni e di correnti antinomiche e antitetiche. La visione eurocentrica era già stata mobilitata durante la guerra fredda, e per questo risultava sempre più screditata; inoltre, per la mia generazione di studiosi di formazione umanistica degli anni Cinquanta e Sessanta, essa sembrava restare sempre, in maniera rassicurante, in secondo piano, mentre in primo piano, nei corsi, in ambito accademico e nella discussione pubblica, l’umanesimo veniva raramente sottoposto a uno studio approfondito, ma sopravviveva nella sua magniloquente e indiscussa forma arnoldiana. La fine della guerra fredda ha coinciso con una serie di ulteriori trasformazioni che le guerre culturali degli anni Ottanta e Novanta hanno in qualche modo rispecchiato: le lotte contro la guerra e la segregazione all’interno, l’emergere, ovunque nel mondo, di un numero impressionante di voci di dissenso in campo storico, antropologico, nella ricerca femminista e delle minoranze e in altri settori marginali rispetto ai filoni principali delle discipline umanistiche e alle scienze sociali. Tutto ciò ha contribuito al lento, sismico mutamento della prospettiva umanistica che ora, all’inizio del XXI secolo, è sotto i nostri occhi.

Per fare solo un esempio: gli studi afroamericani, in quanto nuovo ambito degli studi umanistici universitari (scandalosamente ostacolati o messi in ombra), hanno avuto la capacità di fare due cose contemporaneamente. In primo luogo, hanno messo in discussione lo stereotipato e forse ipocrita universalismo del classico pensiero umanistico eurocentrico, e, in secondo luogo, hanno ottenuto il riconoscimento della propria rilevanza e urgenza come componente fondamentale dell’umanesimo americano contemporaneo. Questi due cam biamenti a loro volta hanno eviden ziato come l’intera idea di umanesi mo, che aveva per tanto tempo fatto a meno delle esperienze degli afroa mericani, delle donne e di tutti i grup pi svantaggiati e marginalizzati, aves se sempre basato il proprio potere su una concezione dell’identità naziona le che era, quanto meno, altamente selettiva e riduttiva, ovvero limitata a un piccolo gruppo ritenuto rappresentativo dell’intera società, ma che in realtà non teneva conto di ampi segmenti di essa, segmenti la cui inclusione avrebbe permesso di riprodurre più fedelmente l’incessante flusso e a volte la spiacevole violenza delle realtà dell’immigrazione e del multi culturalismo.

Il 1992, anno dei festeggiamenti per i cinquecento anni dello sbarco di Colombo nelle Americhe, rappresentò l’occasione per un dibattito, sovente corroborante, sui suoi effetti non ché sulle atroci devastazioni qui simboleggiate dal celebre evento storico. So che alcuni umanisti conservatori hanno accusato questi dibattiti di violare la santità di un sedicente ambito spirituale, ma simili argomentazioni dimostrano solo, una volta di più, che per loro la teologia, non la storia, detta legge negli studi umanistici. Non si deve dimenticare la frase di Walter Benjamin: ogni documento di civiltà è anche un documento di barbarie. E soprattutto gli umanisti dovrebbero poter capire cosa significhi questa affermazione. Quindi gli studi umanistici oggi si trovano a questo punto: viene chiesto loro di prendere in considerazione tutto quello che, da una prospettiva tradizionale, è stato represso o deliberatamente ignorato. Nuovi storici dell’Umanesimo classico del primo Rinascimento (David Wallace per esempio) hanno per lo meno iniziato a esaminare le circostanze per cui figure chiave come quelle di Petrarca e Boccaccio hanno potuto elogiare ciò che è «umano» pur senza mai sentire il bisogno di opporsi alla tratta degli schiavi che aveva luogo nel Mediterraneo. Dopo decenni di celebrazioni dei «padri fondatori» americani e di altre eroiche figure nazionali si comincia a prestare attenzione alla loro equivoca relazione con la schiavitù, con l’eliminazione dei nativi americani e con lo sfruttamento delle donne e delle popolazioni che non possedevano terre. C’è un filo che lega stretta mente queste figure un tempo occultate e il commento di Frantz Fanon: «La statua greco-romana si sta sgretolando nelle colonie». Oggi più che mai è legittimo affermare che la nuova generazione di studiosi di discipline umanistiche è più in sintonia di qualsiasi altra prima di lei con le energie e le correnti non europee, decolonizzate, decentrate, di genere del nostro tempo. Ma, ci si potrebbe chiedere, che cosa significa realmente questo? Innanzitutto significa che la critica è il cuore pulsante dell’umanesimo, la critica come forma di libertà democratica e pratica incessante di interrogazione e accumulazione del sapere, aperta alle, piuttosto che negazione delle, realtà storiche che rappresentano il mondo dopo la guerra fredda.

 

 

2) La Repubblica, 2 giugno 2007-06-03

 

“Umanesimo e critica democratica” dell’intellettuale arabo-americano scomparso nel 2003. Le u1time lezioni di Edward Said, di MASSIMILIANO PANARARI

Si può essere alfieri della causa palestinese e sostenitori dell’imprescindibilità del dialogo con gli ebrei israeliani, instancabili accusatori dell’imperialismo occidentale e orgogliosi figli adottivi radical dell’America democratica di John Dewey, Randolph Boume e Joel Springarn, grandi professori universitari perdutamente innamorati dell’idea stessa di universitas, ma insofferenti dell’accademismo? Si, se ci si chiama Edward W. Said, il compianto (1935-2003) grande intellettuale critico arabo -americano, autore di Orientalismo e raffinato docente di Letteratura comparata presso la Columbia University. Viene ora pubblicato Umanesimo e critica democratica, il suo primo libro postumo e l’ultimo da lui pensato in vita, la raccolta di cinque intense lezioni tenute presso l’ateneo dove insegnava, tempio newyorchese della cultura liberale e progressista Usa. Conferenze nelle quali sviluppa una serie di riflessioni sul sapere umanistico e sull’intreccio Humanism (di sapore squisitamente letterario)-Humanities (corrispondenti al corpus disciplinare più largo delle “scienze umane”), per arrivare a esplorare il significato della figura dell’intellettuale pubblico nell’epoca del tramonto e dell’archiviazione irreversibile della sua versione organica. Said parte dalla centralità e dalla difesa delle parole -«le parole sono importanti», come avrebbe detto qualcuno- e dalla scelta per il proprio lavoro intellettuale di una disciplina assai poco spettacolare, ma totalmente “dalla loro parte” come la filologia, di cui il saggio più importante del volume — l’introduzione a una nuova edizione di Mimesis di Erich Auerbach*, il principe novecentesco dei filologi-umanisti — costituisce uno straordinario elogio. Perché, come in quel celebre e affascinante volume dedicato alla rappresentazione della realtà in alcuni momenti chiave della letteratura occidentale, il critico deve ricostruire la “mondanità” del testo e saperlo calare nel contesto di «lotte umane» e di effettuale storicità in cui il suo autore lo concepì.

Anche per questo Said, fautore infaticabile di una (non popperiana) società aperta, si considera un avversario irriducibile del postmodernism, a partire dall’«ultrapostmodemo» Richard Rorty, nel cui pensiero legge una deriva estetizzante e depoliticizzata che finirebbe per svuotare le forme del la partecipazione democratica, come auspicato dal famoso e inquietante “manifesto del neoliberismo”, il Rapporto sulla Crisi della democrazia redatto nel 1975, per conto della Commissione Trilaterale, dalla “triade” Michel Crozier-JajiWatanaki-Samuel Huntington. Proprio quest’ultimo simboleggia la deriva regressiva (ed estremamente aggressiva) presa da un certo “umanesimo del canone”, edificato sull’eurocentrismo e sull’egemonia culturale statunitense, che conduce allo scontro di civiltà. Ad esso lo studioso di Dante e Vico (che legge anche con gli strumenti messi a disposizione dal meglio della cultura radical da Wallerstein ad Appadurai) contrappone quella che definisce la “pratica umanistica”, l’umanesimo “imperfetto” (come l’uomo) fondato sul sapere critico. Che sa pure avvalersi delle parole rinnovate dei linguaggi multimediali, portatori di potenzialità di emancipazione da sottrarre al pensiero unico dell’industria mediatica al servizio del neoamericanismo. «Individuo anfibio o biculturale», che viveva sulla propria pelle identità plurime, intellettuale contro corrente senza autocompiacimento, Said fu consapevole come pochi della necessità di tenere sempre presente il punto di vista dei “nemico” in nome della concreta utopia di un mondo che potesse diventare una Repubblica cosmopolitica, secolare e democratica: il sogno, giustappunto, di un umanista.

* il libro fu composto da Auerbach, prussiano ed ebreo a Istanbul, dove aveva trovato rifugio durante la guerra, e dove i materiali di lavoro gli venivano procurati da un suo grande estimatore: il nunzio Angelo Roncalli (sic!). (A.T)

 

3) citazioni

 

SAID, Umanesimo e critica democratica, p.77.78.

Il fanatismo religioso rappresenta forse la minaccia maggiore per l’approccio umanistico poiché è apertamente antisecolare e antidemocratico per natura, e, nelle sue forme monoteistiche e come istituzione politica, è per definizione quanto di più intollerante, disumano e categoricamente dogmatico possa esserci. Dopo l’1l settembre, ingiusti commenti sul mondo islamico hanno contribuito a divulgare l’idea che l’Islam sia per natura una religione violenta e intollerante, particolarmente portata al fondamentalismo delirante e al terrorismo suicida. Una lunga, infinita processione di «esperti» e detentori della verità, spalleggiata e confortata da orientalisti screditati come Bernard Lewis, ha continuato a ripetere un mucchio di sciocchezze. E un segno della povertà intellettuale e umanistica del nostro tempo che un’aperta «propaganda» di questo tipo, nel senso letterale del termine, abbia avuto un tale seguito e, cosa ancora più disastrosa, venga fatta senza aggiungere nemmeno un riferimento ad altri fondamentalismi, come quello cristiano, ebraico e indù, che, in queste ideologie politiche estremiste, hanno avuto effetti altrettanto cruenti e catastrofici dell’Islam. Tali forme di fanatismo appartengono tutte sostanzialmente allo stesso mondo, si alimentano le une dalle altre, si emulano e si combattono schizofrenicamente e, cosa ancora più grave, sono tutte ugualmente intolleranti e astoriche. La vocazione dello studioso umanista deve indurlo ad adottare una prospettiva mondana a tutto tondo e impedirgli di seguire gli opportunisti e i neutrali (quelli che per Dante erano «coloro che visser sanza infamia e sanza lode») che si scagliano contro i demoni stranieri mentre strizzano l’occhio compiaciuti ai propri. Il fanatismo religioso è fanatismo religioso, non importa come lo si propugni o lo si pratichi. Assumere un atteggiamento del tipo «il nostro è meglio del vostro» è ingiustificabile…..

 

SAID, Umanesimo e critica democratica, p.80-81.

l’eurocentrismo è un ostacolo perché, come sostiene Wallerstejn la sua storiografia è fuoviante e distorta, il suo universalismo è campanilistico i suoi indiscussi presupposti riguardano solo la ci viltà occidentale, la sua visione dell’Oriente e …

l’umanesimo, che … pressoché tutti gli storici dopo di loro ritenevano nato in Italia nel XIV e XV secolo, comincia in realtà a prendere forma nelle madaris musulmane, nei collegi e nelle università della Sicilia, di Tunisi, di Baghdad e di Siviglia almeno due secoli prima. Ma le abitudini mentali che impediscono di vedere questa storia più ampia e complessa persistono ancora. Mi concentro sul mancato riconoscimento del contributo islamico alla civiltà occidentale perché in molti miei precedenti lavori mi sono occupato del modo in cui l’orientalismo è stato erroneamente interpretato e perché ho una buona conoscenza della storia e della politica islamiche. Lo stesso tipo di preclusione eurocentrica, comunque, emerge dalla scarsa attenzione prestata alle tradizioni indiane, cinesi, africane e giapponesi, per limitarmi agli esempi più ovvi. Oggi sappiamo talmente tanto su questi «altri» da far saltare i limiti di qualsiasi semplicistica e stereotipata definizione di umanesimo, una definizione cui continua a richiamarsi chi ama parlare della «nostra» eredità, celebrare il miracolo occidentale o tessere le lodi della gloriosa globalizzazione americana. È piuttosto scandaloso, per esempio, che praticamente tutti i pro grammi di studi medievali delle nostre università trascurino l’Andalusia musulmana prima del 1492, uno dei vertici raggiunti dal la cultura medievale. Questo oblio fa sì che, come ha mostrato Martin Bernal per l’antica Grecia, il complesso intreccio delle culture europee, africane e semitiche risulti purificato da quella eterogeneità che tanto inquieta l’umanesimo attuale. Ma se ammettiamo che le fondamenta epistemologiche dell’essenzialismo siano attaccabili, e profondamente vulnerabili, allora perché esso continua ad albergare nel cuore dell’umanesimo dove una forma particolarmente insulsa di orgoglio culturale prende il sopravvento anche quando ormai etichette e pretese di questo tipo cominciano ad apparire insostenibili o totalmente false? Quando la smetteremo di pensare all’umanesimo come a una forma di auto-compiacimento invece che come una sconvolgente avventura nei territori della differenza, tra tradizioni alternative, in testi che richiedono una nuova decifrazione in un contesto molto più ampio di quello che è stato finora loro assegnato?