Sulle orme di Paolo con Emilio Gandolfo.
“l’Asia
minore, culla delle civiltà anatoliche,…è non meno della Palestina, terra delle nostre
radici.” dEmilio Gandolfo,
Sulle orme di Paolo in Asia Minore, Roma
1994
Quarant’anni di confronto con Emilio Gandolfo (per alcuni anni sulla scia di Stanislas
Lyonnet) coronati con un viaggio in Anatolia fino ad Antiochia di Siria (centrale fu il ruolo di Marina per delineare lo scenario storico antropologico), hanno prodotto
un lavorio profondo che porta a discostarsi ed a volte profondamente,
dall’immagine mitica di San Paolo (dogmatica e spesso sgradevole) che viene
offerta soprattutto in quest’anno in cui si celebrano
convenzionalmente i duemila anni della nascita. Eppure solo a valutare
storicamente la complessità di un’epoca e di molte regioni che vedono
l’intrecciarsi di etnie,
civiltà, religioni, ne emerge una figura grandiosa. Non volle fondare una religione
centralizzata, dogmatica, gerarchica e sacerdotale, ma rispettò le varie
comunità con cui si incontrava, offrendo stimoli e
suggerimenti legati ai vari problemi che incontrava localmente. Sembra quasi di
rileggere quel laico arabo-cristiano che nell’VIII secolo diceva: "Gli Apostoli andarono per il mondo poveri,
deboli, senza beni di fortuna, senza potere in questo mondo, senza ricchezze da
usare quali strumenti di corruzione, senza scienza, senza parentele di cui
potersi vantare presso chiunque. Non combatterono contro nessuno,
non forzarono gli uomini, invitarono il popolo alla giustizia". Paolo dà prova della poligenesi
del cristianesimo che si confronta con tutte le etnie e civiltà con cui si incontra: non combattè contro
nessuno, ma invitò le varie comunità con cui si incontrava al Vangelo. Solo più tardi, ma Paolo era già morto, la corrente
sacerdotale ellenistico-giudaica prese il
sopravvento. Allora e solo allora diventò centrale la figura del sacerdote
mediatore tra Dio e l’uomo. Paolo sapeva bene che il sacerdozio è assente dalla parola, dalla prassi, dal pensiero di
Cristo. Gli è addirittura contrario. E’ stato introdotto nella Chiesa molto
tempo dopo la morte degli apostoli. Veder scrivere oggi che Emilio Gandolfo conservava l’identità di sacerdote con orgoglio paolino significa veder manipolare i 40 anni di
ricerca di un prete che ha dedicato la sua vita a conoscere e a far conoscere
la parola di Dio.
Le riflessioni che
seguono evidentemente sono maturate nei tanti anni di frequentazione e di
ricerca in comune. Nel momento in cui si mira ad una radicale clericalizzazione di dEmilio
(cancellando tutto ciò che lo fa sembrare eretico agli occhi di un dogmatismo
concettuale ), mi sembra opportuno farle conoscere. Gli avevano messo un
”teologo” al seguito e negli itinerari romani “alla ricerca delle radici”
preferiva che parlassi io degli aspetti storico-antropologici,
certo con più libertà di quella consentita a lui. Non a caso dopo la sua
uccisione furono immediatamente bloccati, cancellati
gli itinerari che meglio avrebbero rappresentato la memoria di dEmilio.
Per credere basta mettere a confronto il
libretto “sulle orme di Paolo in Asia
Minore”, pubblicato senza imprimatur, con
il libretto “sui passi di San
Paolo”, pubblicato con imprimatur.
Athy 10.10.2008
Non
c’è dubbio che gli avvenimenti che segnarono la nascita del cristianesimo (la
predicazione di Gesù, l’instancabile attività di
Paolo nel fondare sempre nuove chiese), sia legata anche alla tradizione ebraica, ma alla
tradizione ed alle vicende del 1° secolo dell’era volgare. All’ambiente etnico
palestinese del I secolo dell’era volgare. La Palestina
è sotto la dominazione romana e non vive
certo la tradizione dei secoli
precedenti, segnati dal ritorno della cattività babilonese che si ammanta di
racconti mitici, o dall’attività dei profeti.
Sono
evidenti le questioni politiche con la forte rivendicazione nazionale.
Non
va dimenticato che la Palestina, inoltre (con l’intera fascia costiera, con le vie lungo il deserto e la Mesopotamia), è
terra di passaggio e riveste fin dai tempi più remoti un
grande ruolo
strategico militare e nei commerci che si svolgono dall’estremo oriente
all’estremo occidente e viceversa. Fu contesa aspramente tra Egiziani e gli
Imperi che si sono succeduti nella Mezzaluna fertile. Ma i commerci riguardano anche la via verticale, che unisce
il Mar Baltico, il nord d’Europa, da dove proveniva l’ambra, con l’altopiano
iranico e con gli estremi lembi della Penisola arabica da dove proveniva gran
parte dell’incenso. Quelle terre,insomma sono un
crocevia, luoghi di incontro di civiltà,
di culture, di etnie e di religioni al punto che M. Amari può definire i
Persiani una stirpe indo-germanica.
Le
vie commerciali si identificano con le vie dei
pellegrinaggi e non dimentichiamo l’influenza dell’Egitto sulla predicazione di
Gesù.
Dobbiamo
inoltre metter da parte l’idea evolutiva che vede i progressi ed i privilegi
della religione monoteista sulle politeistiche che invece sono per ovvi motivi
assai meno fondamentaliste e violente e più
disponibili ad interagire e ad accogliere altre tradizioni. Così come dobbiamo
evitare di usare “pagani”,“paganesimo” in senso
spregiativo, come assenza di Dio, visto che tutti i popoli, ciascuno a modo suo
e secondo le proprie memorie e tradizioni, hanno cercato una propria
spiritualità.
Almeno
dal III Millennio quelle terre fanno parte di quella tradizione economica,
culturale e religiosa che ha dominato politicamente (basta pensare a Babilonia)
l’intero Medio Oriente antico, dall’alto piano dell’Iran fino al Mediterraneo
orientale, esercitando su quest’area un’influenza
culturale ben più duratura. Sono in molti a pensare (cfr.M.Jursa,
i babilonesi, il Mulino, 2007 (2004),
p.7) che l’influenza
della cultura babilonese sull’Antico Testamento è addirittura immensa.
Al
centro di questo fitto reticolo di vie commerciali (e religiose) c’è Antiochia, chiamata “la regina d’Oriente”, la capitale
della provincia romana di Siria, la terza città dell’Impero dopo Roma ed
Alessandria. E’ una città cosmopolita, un intreccio infinito di
etnie. Contava allora 500.000 abitanti. “Numerosa era la comunità ebraica, che arrivò fino a quarantamila
persone” (Emilio Gandolfo, sulle orme di Paolo in Asia minore, IPL, 1994). Tra le tante
etnie, dunque, c’era anche una comunità ebraica. Bisogna ammettere, dunque, che
anche molti non ebrei, e spesso si trattava di grandi maggioranze,
abitavano quelle terre e che tra le tante lingue, la lingua normalmente più
diffusa, la lingua della gente comune,
era l’aramaico, che era anche la lingua
sacrale delle molte religioni. E’ veramente difficile pensare alla Palestina
come ad un’unità “nazionale” ebraica.
Antiochia,
quindi una grande città plurale, è la città dove per
la prima volta i seguaci di Gesù furono detti
“cristiani”.
Gerusalemme, ai tempi di Gesù,
conta non meno di 30.000 abitanti (secondo molti, 50.000), che diventano 300.000
(o forse 500.000) in coincidenza con la Pasqua. Nel corso dell’anno i pellegrini ammontano
complessivamente al milione (!).
Non
bisogna dimenticare la complessità della cultura antica: l’uomo è nomade e si
muove sistematicamente lungo le vie dei pellegrinaggi (che coincidono con quelle commerciali) alla ricerca dei luoghi della ierofania, cioè in cui Dio si è in vario modo manifestato.
Gerusalemme è uno di questi luoghi, dove accorrono pellegrini (spesso sono
ebrei della diaspora) per tutto l’anno. Un milione di persone, di tante etnie,
culture ed esperienze anche religiose diverse, complessivamente nell’anno
sacrificano nel tempio di Gerusalemme.
Intorno
alla visita al tempio ed ai sacrifici ruotano dunque affari imponenti.
Quando Gesù affronta con decisione
i mercanti del tempio, anche rovesciando alcune bancarelle (Marco 11,15; Mat 21, 12-22; Luca 19, 45-48), noi pensiamo ad un atto
simbolico, a qualche venditore di ricordini, alla presenza di poche persone, ma
qui si tratta di un’azione, guardata forse con favore ma anche con disappunto
dalle decine di migliaia di pellegrini presenti, che mira a sovvertire
completamente l’ordine sociale e politico della città (e della tradizione
sacerdotale) che derivava la sua economia da mestieri ed affari economici
legati al Tempio e capillarmente diffusi. Da interessi (gestiti dai sacerdoti), spesso da
grandi interessi consolidati e certi, che rappresentano veri imperi economici.
La sola vendita degli animali da sacrificare, il consumo e la conservazione di
quantità imponenti di carne, dovevano comportare
affari inimmaginabili. E poi c’è da accogliere e
sfamare nell’anno un milione di persone,
sia pure abituate al nomadismo!
Marco,
Matteo e Luca non lasciano dubbi. Gesù
sostiene che gli affari dei sacerdoti non hanno dignità nel culto di Dio. Come
oggi non dovrebbe avere dignità il Vaticano e la curia.
Non
va dimenticato il grande ruolo dell’Anatolia,
l’odierna Turchia. Abitata da popolazioni anatoliche,
poi dagli Hittiti, quindi dal VI secolo dai persiani,
poi conquistata da Alessandro Magno, governata dai Seleucidi,
dal I secolo a.C. è provincia romana e qui, in una
terra quanto mai complessa nasce Paolo.
dEmilio Gandolfo, quel pretino cristianamente torturato ed ucciso, che fu tra i grandi
interpreti di San Paolo, ha potuto scrivere (Sulle
orme di Paolo in Asia Minore, Roma 1994) che “l’Asia minore, culla delle civiltà anatoliche,…è
non meno della Palestina, terra delle nostre radici.”
Da
molte parti si legge che Paolo era di
nazionalità greca! Era un ebreo della
diaspora, di cultura anatolica, che conosceva il
greco, la lingua veicolare, dei commerci del tempo. Paolo, non dimentichiamolo,
fu per tutta la vita (rivendicava di guadagnarsi da vivere con il lavoro delle
proprie mani) un lavoratore in proprio, cioè produceva
e commerciava tende militari.
Non fu un greco! “Vedete quanto male fanno alla chiesa
l’incatenamento al mondo greco-latino e soprattutto
l’inquadramento rigido alla liturgia occidentale del latino…” così scrive Helder Camara (Roma, due del mattino,
San Paolo editrice, 2008). E’ il “diario” del Concilio, dal 1962 al 1965,
un’antologia, frammentaria e penso censurata,
delle lettere che quotidianamente inviava agli amici in Brasile per
renderli partecipi del suo lavoro, delle sue speranze e preoccupazioni. E’
dapprima preoccupato per il tono clericale ed occidentale dell’impostazione
della chiesa e poi per la morte
inevitabile del Concilio.
Qualcuno ricorderà Camara come il vescovo che soleva
dire ”quando do da mangiare ad un
povero, tutti mi chiamano santo, ma
quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano
comunista”.
Il mondo cristiano, si sa, è
disposto a fare l’elemosina, ma, nella convinzione che il mondo è dei ricchi, è del tutto proteso a non sovvertire l’ordine sociale.
Si sentono molti preti che definiscono nelle loro omelie Giuseppe il falegname,
un imprenditore. Il Vangelo di Tommaso è
escluso dal canone perché condanna con durezza la preghiera e l’elemosina:
Gesù disse loro:
«Se voi digiunate, cadrete
in errore per vostra colpa,
e se voi pregate,
sarete condannati,
e se farete elemosina,
farete del male al vostro Spirito. 14.
Camara
non è meno duro: (p274) Il cristiano viene
presentato come uno che non prende veramente parte a questo mondo; come un
compagno poco leale; come un vigliacco, un falso, un essere infantile che
scarica su Dio le proprie responsabilità nei confronti dei suoi simili. Friedrich Heer immagina un ateo
che interpella i cristiani e dice loro: “Lavoro con colleghi sparsi in tutto il
mondo. Ho una parte minima in un compito gigantesco. Faccio e non faccio.
Ricomincio mille volte, sempre aperto all’autocritica e all’accettazione del
fallimento... Ma tu, mio caro cristiano, giudichi tutto e tutti dall’alto della
tua sufficienza in nome di formule teologiche dei tempi di San Tommaso, San
t’Agostino o persino San Paolo... Guarda cos’hai prodotto nel frattempo: questi
uomini dell’America del Sud, abbandonati, miserabili, sempre in
attesa di un miracolo...”
Definisce il Vaticano un impero economico
e le diocesi come piccoli Vaticani.
Torna
il tema: la ricchezza è compatibile con il Vangelo? Alcune risposte le ho date
commentando su “Adista” del 23 settembre 2006 il
Vangelo di Marco 10, 17-30.
Adesso
vorrei aggiungere delle note storiche. Qualche appunto per collocare meglio
storicamente Paolo nel suo tempo.
Damasco
A
Damasco Paolo incontra il Dio incarnato in un uomo, quel Messia che cercava
avidamente facendo affidamento in modo radicale sulla sua cultura di ebreo della diaspora, nato lontano dalla Palestina, in
una città, Tarso, che era passaggio obbligato per genti di tante etnie e
religioni. E lo incontra in un luogo di cultura plurale, in un crocevia di
popoli, di civiltà, di religioni, che fin dalla più remota antichità è stato sede naturale di insediamenti umani. Damasco è una
delle più antiche capitali del mondo; li si ritrovano
le radici culturali dell’umanità. E una città economicamente
molto importante già nel III millennio a.C. dove si erano succedute decine di
civiltà e dove gli imperi mesopotamici, da millenni
si sono confrontati e scontrati per il loro controllo economico di quelle
strade con l’impero Egiziano. L’oasi di Damasco ebbe un ruolo importante
già durante il periodo degli Accadi, dei Canaaniti, degli Aramaici; in
seguito fu preda dei Faraoni d’Egitto, guerreggiò contro il re Davide
d’Israele, vide passare Assiri e Persiani, generali
di Alessandro il Macedone, Nabatei e Romani.
Già perché la Siria e la Palestina, da sempre, erano
state terre di passaggio, luogo di transito per le grandi vie carovaniere che
dall’estremo Oriente portavano merci (oggetti che portavano incorporato il
lavoro e la civiltà del popolo che le aveva prodotte) e pellegrinaggi
all’estremo Occidente e viceversa.
Non va dimenticata l’ambra che viene dal Nord, dal mar baltico e l’incenso che
viene dal Sud della penisola arabica. E naturalmente
lungo queste vie, nelle oasi, nascono i caravanserragli, dove i viaggiatori
trovano riposo e mescolano le loro esperienze e le loro culture, incontrandosi
grazie alla facoltà di farsi capire con la mimica, con il gesticolare, con il
canto, con i simboli e grazie all’aiuto di parole prese in prestito dalle
lingue di tutti i caravanserragli del mondo. Siamo così abituati ad una visione
romanocentrica del mondo antico che dimentichiamo molto facilmente popoli, civiltà, culture,
religioni. Ai tempo di Paolo gli abitanti dell’Impero
romano erano non più del 15% degli abitanti del mondo. L.L.Cavalli-Sforza, fissando la storia e geografia
dei geni umani, conferma che ad esempio l’Europa contava 35 dei 255 milioni che
costituivano la popolazione del mondo. In Africa (dove si diceva “hic sunt leones” c’erano 26
milioni di abitanti; 70 milioni in Cina, 100 milioni
nel resto dell’Asia e così via. Ed erano uomini che si
assomigliavano più o meno tutti. Certo con “esperienze culturali” spesso molto
diverse che si mescolano, convivono, danno origine a nuove culture.
Le
migrazioni, come il meticciato culturale, un termine
usato oggi in modo molto spregiativo, sono i caratteri strutturali dei popoli
antichi. E Paolo assume queste caratteristiche
composite, è appunto un meticcio, e propone il messaggio del Vangelo a comunità
ben definite, diverse l’una dall’altra, rispettando le loro “culture”, fondando
tante chiese “locali”. Del resto anche Sant’Agostino,
ricordandosi che nelle proprie vene scorreva sangue berbero, sottolineò
più volte che “Non iam
adversi etsi diversi” (Aug. in Ps
47,3). “Essere diversi
non significa essere avversari “.
Gli
autori medievali (penso a Beato di Liebana dell’VIII
secolo) descrivendo la diffusione degli Apostoli nel mondo, già sottolineata dai padri della Chiesa, ricorda che «Quantunque [ Apostoli]
fossero una cosa sola, tuttavia ciascuno trovò la propria sorte predicando nel
mondo».
E
sottolineando questa straordinaria capacita che Paolo
aveva di riconoscere le diverse culture del mondo, aggiunge che “a Paolo non fu assegnata una propria zona,
come agli altri Apostoli, ma fu eletto maestro e predicatori di tutti i popoli
gentili”“.
Damasco,
persino con il significato del suo nome, segnò la predicazione di Paolo: in aramaico Dar misiq, la casa dell’acqua, la città irrigata, circondata da
un arido deserto.
E Paolo è
l’Apostolo dell’acqua che ristora e dà la vita: bisogna abbeverarsi di Cristo “bevevano infatti alla stessa roccia spirituale che li
accompagnava. Quella roccia era Cristo” (IC 10,34).
Paolo ebreo,
nato in Anatolia, educato a Gerusalemme, cittadino Romano
Paolo, nato a Tarso, in Cilicia, tra il 5 ed il 10 d.C., in un ambiente cosmopolita, da una famiglia ebrea della diaspora, è arrestato mentre “tutta Gerusalemme era in rivolta” (At 21,31). Rivendica la sua origine: “Io sono un giudeo, di Tarso in Cilicia, cittadino di una città non senza importanza” (At,23, 39). Sottolinea ancora: Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, [a Gerusalemme] formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi.(At 22,3) Rivendica la sua appartenenza: “della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figli di ebrei” (Fil 3,5). Ma rivela che a Gerusalemme, mentre pregava nel tempio vide “Lui che…diceva…Va, perché io ti manderò lontano, tra i pagani (At, 22,21). Paolo non si meraviglia, come “i fedeli circoncisi che erano venuti con Pietro…che sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo” (At 10,45).
Paolo è dunque ebreo, ma è
nato in una città e in un’epoca cosmopolita. Fu mandato a Gerusalemme a studiare presso Gamaliele,
rabbino moderato e stimatissimo, certo di cultura molto composita e molto
rispettoso delle diversità. E’ lui che
prende la parola nel Sinedrio (At.5, 34-39),
di fronte al quale sono stati condotti gli Apostoli: “Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa dottrina è di origine umana, verrà
distrutta, ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli.
Gamaliele apparteneva a
una delle correnti più aperte del giudaismo di quell'epoca,
la linea inaugurata da rabbì Hillel,
un maestro che un'antica tradizione considerava proprio il padre o il nonno di Gamaliele.
Tarso, dal I sec.a.C. fa parte della
Provincia Romana della Cilicia: quindi Paolo è
cittadino romano per nascita. E durante una delle tante
occasioni in cui è sottoposto a tortura, rivendica la cittadinanza
romana. Non si dichiara cittadino romano per godere dei
favori dell’Impero. Vuole sottrarsi ai flagelli: “Potete voi flagellare un cittadino romano, non ancora giudicato?”
(At22,25). Al tribuno che nota ”io questa
cittadinanza l’ho acquistata a caro
prezzo”, Paolo risponde: “io invece lo sono di nascita!”. (At, 22,28). Sembra
quasi di leggere i moderni studi di genetica: “tutte le nazioni che sono sotto il cielo” per
nascita hanno uguali diritti; si distinguono in tante etnie, ma sono una sola
razza.
Paolo evidentemente non guarda a Roma come al centro diffusore della
cultura del mondo, ma come uno dei
“luoghi” in cui tutte le culture convergono e possono vivere in pace. E’ un fondatore di
chiese, di comunità che rivendicano la loro specificità.
Non è un fondatore di una
religione centralizzata e monolitica, riassume così il suo “credo”: “Io sono chiamato a giudizio a motivo della
speranza della resurrezione dei morti” (At 23,
6).
Paolo progettò di venire a Roma solo di passaggio andando in Spagna.
Rivendica, solo per motivi giuridici, che è cittadino
di Roma, ma non è di cultura romana. Viene a Roma per far celebrare il suo
processo. Aspetta due anni in libertà provvisoria e, in adesione alla legge mosaica, come aveva sempre fatto, continuò a guadagnarsi da vivere con il lavoro delle
proprie mani fabbricando tende.
A Roma nel I secolo vivevano un milione di abitante, ma ben 350.000
sono gli schiavi, la maggior parte stranieri. 200.000 persone non hanno mezzi
di sussistenza e vivono della distribuzione pubblica di frumento.
La cultura come noi la
intendiamo ed i testi scritti erano riservati alle
élite. Le leggende, le tradizioni ed i documenti figurali
consentono di ricostruire l’antropologia della gente comune.
Sarà Costantino, con il
Concilio di Nicea, a rivendicare le categorie greche per spiegare la verità
della fede, ed a fare del cristianesimo una religione occidentale, latina.
Porrà così le premesse per
sostituire il cristianesimo ai tanti culti orientali allora esistenti anche a
Roma, per ragioni di politica non solo interna, ma estera. Roma ha bisogno di
grandi commerci internazionali e di molti prodotti di lusso per soddisfare le
esigenze della ristrettissima classe dominante. Il controllo delle grandi vie
carovaniere passa in Anatolia, in Siria, in Mesopotamia,
in Persia. E lì si sta pericolosamente sviluppando un
cristianesimo locale che convive pacificante e sincretisticanente
persino con religioni, filosofie, culti sviluppati in India ed in Cina. Il
primato “culturale” di Roma è destinato a cadere.
Crollerà tutto l’Impero
sotto il peso dello squilibrio della bilancia dei
pagamenti per il debito estero e per l’avvento di popoli nuovi che si spostano
in massa da Oriente e dall’Asia centrale verso Occidente. Tra il I ed il VI secolo c’è una forte contrazione
della popolazione mondiale.
Roma diventerà poi nel VII
secolo d:C. un piccolo
villaggio (25.000 abitanti), che vivono della pesca nel Tevere quando non ci
sono le piene. Tutto è palude e malaria. Sono veramente secoli buî, mentre in
larga parte del mondo sono secoli d’oro. Nell’XI
secolo comincia una lenta ripresa, che si concluderà solo nel 1870. Allora si
cercherà di cancellare una storia millenaria, popoli, culture e di riaffermare
il predominio “culturale” e politico di Roma. E giacché fin dal
IV secolo, la Chiesa ha preso il posto dell’Impero, il dominio
religioso.
La sua storia e le sue
esperienze torneranno ad essere un
modello da seguire. Persino nelle arti c’è la rinascita romanica. Già nell’XI secolo, con Ildebrando di Soana,
poi Gregorio VII dal 1073 al 1085, si
cancella la pluralità delle tante manifestazioni del Vangelo e l’ l’ordo romanus, diventa esclusivo. Ildebrando è un
benedettino, una struttura religiosa nata per rendere occidentale, romano il
monachesimo ben diffuso con le sue caratteristiche “orientali” fin dai
primissimi secoli anche in Europa.Il meticcio Paolo,
nella Roma che ricercava la sua centralità ed esclusività
non avrà vita facile.
Anatolia
L’Anatolia è un vasto
altopiano attraversato da numerose catene montuose e delimitato a Nord dai
monti del Ponto e a Sud da quelli del Tauro. E’ circondata dalla Georgia, dall’Armenia, dalla Mesopotamia, dalla Persia e dalla
Siria. Nell’immenso continente euroasiatico e’ la
naturale porta di transito tra la parte europea e quella asiatica.
Qui intorno al X millennio nacque gran parte
dell’agricoltura (il grano, l’orzo) che si diffuse nel mondo, ad oriente e ad
occidente, modificando radicalmente l’evoluzione del genere umano, delle sue
esperienze, della sua tecnologia, della sua cultura.
Per i paradossi della
storia, l’Anatolia (oggi Turchia) appare
geologicamente una terra giovane che non ha ancora assorbito del
tutto i sommovimenti geologici terziari (prova ne siano i catastrofici
terremoti), ma è anche la terra che (insieme alla Mesopotamia
ed all’Egitto) conobbe prestissimo lo sviluppo di civiltà ad altissimo livello,
con tanti modi di vita che le assegnarono un posto preminente. Nei pressi di Konya,
a Çatalhöyǜk, nella grande
pianura di Licaonia, c’è uno dei più grandi
insediamenti neolitici del Vicino Oriente, con una statuetta di donna
partoriente del VI –V Millennio a.c., con enormi seni
e cosce, simbolo della fecondità. E’ nata l’agricoltura e la fertilità della
terra appare solidale con la fecondità femminile: di conseguenza osserva M.Eliade, le donne divengono responsabili dell’abbondanza
dei raccolti, siccome conoscono il mistero della creazione e della vita. E’un mistero religioso che governa l’origine della vita, il
nutrimento e la morte. La terra è assimilata alla donna (La terra Madre). Il
ritmo della vegetazione suggerisce il mistero della nascita, della morte e
della rinascita. Comincia anche il culto agli dèi che
muoiono e risuscitano e compare l’Albero della Vita come concezione della
sacralità cosmica. L’Anatolia ha conosciuto nel III Millennio la grande
invasione Hittita, che lascerà grandi monumenti segno di una civiltà evoluta, e poi i Frigi, i Lidi, gli Assiri, gli sciti, i persiani, i
Macedoni. Ed Ecco Alessandro Magno che unifica un grande
impero: dalla Macedonia, all’Afganistan, Al Medio
Oriente, all’Egitto. E’ una terra estremamente
complessa e composita l’Anatolia, dove si confrontano tecnologie, esperienze,
culture e religioni. La posizione strategica tra Asia ed Europa non può che favorire la nascita di rotte commerciali lungo le
quelli si trasportano merci, che come ho ricordato non sono soggetti
silenziosi, perché portano incorporato
il lavoro e la cultura dell’uomo. E quindi anche i
sentimenti, le attese e le convinzioni
religiose e spirituali. Non a caso le vie commerciali sono anche le vie
religiose, dei pellegrinaggi.
Tarso,
la città di Paolo, è sorta, come tutte le città antiche lungo una di queste vie
commerciali. Le strade carovaniere sono limitate dall’orografia dell’Anatolia.
La strada che costeggia i monti del Tauro provenendo
da Iconio, da Listra, da Derbe,
due città importanti, supera lo stretto passaggio delle porte Cilice (un valico a
1200 metri d’altezza) ed ha vicino ed Mediterraneo e a
pochi chilometri di Siria, la terza
città d’occidente, che nel I secolo raggiunge i 500.000 abitanti. Listra e Derbe sono due città
della Licaonia e pochi sanno (o vogliono sapere) che
nei secoli successivi (dal VII fino al XVI, per un
millennio) l’isola Tiberina a Roma fu chiamata isola licaonia per simboleggiare il guado (l’unico passaggio utilizzabile
in larga parte dell’anno, tra le due sponde del Tevere). Il guado storico stata
in realtà qualche metro più a valle, dove c’era il ponte celebre per le gesta di di Orazio Coclide,
che congiungeva la via Aurelia (i popoli del nord e
del mare) e la Via Campana (oggi Portuense) che
portava ai capi di sale di Ostia, con la via Salaria, che arrivava fino al
Tevere e che congiungeva i popoli dell’entroterra ed arrivava fino
all’Adriatico. Ancora nella grande pianta di Roma di G.B.Falfa del 1676 compare la scritta isola Licaonia a segnare un ponte tra
civiltà diverse. Va anche ricordato che la Disperisio
Apostolurum assegnava la Licaonia
a Barotolomeo che è appunto sepolto
nell’isola Tiberina. Roma è concepita come un microcosmo, come un’immagine del
mondo ed ha incorporata in sé l’Asia e la Licaonia, cioè l’incontro tra culture e religioni.
E’
in un ambiente estremamente composito e interagente
che vive Paolo, convinto che il mondo è fatto di un nucleo forte di unità, ma
di differenze evidenti per tecnologia, esperienze, culture di diversità: si
sente profondamente radicato nelle terre della sua origine. Lui ebreo, sa bene
che la religione ebraica non può assommare tutte le attese religiose.
Non
è casuale che dopo l’”incontro” con
Cristo sulla via di Damasco, una città cosmopolita, va, senza chiedere
consiglio a nessuno, per tre anni in Arabia (Gal 1,17), prima di confrontarsi
con gli altri Apostoli a Gerusalemme. Lì i seguaci della religione ebraica non
gli riservano una buona accoglienza e Paolo 10 lunghi
anni si ritirerà a Tarso, come lui stesso dice, una città di non poco conto, un
centro industriale e commerciale aperto a tante etnie. Poi intraprende la sua
attività di evangelizzazione, che evidentemente è
essenzialmente diretta agli uomini di tante culture diverse. E comincia proprio
da Listra e Derbe, dalle
due città di passaggio,della Licaonia,
di cultura mista, quasi a significare il suo meticciato
culturale.
Paolo non ignora
certo le tante evolute ed affermate religioni che nei millenni si sono
sviluppate nel Medio Oriente e sa bene che molte nuove religioni (almeno un
centinaio) abitavano sempre più in quei luoghi. Nuovi profeti annunciavano il
loro messaggio, che sovente era la metamorfosi di un messaggio antico. In
questi messaggi c’era sempre un Salvatore,
nato da una vergine, in una grotta.
Questo è il contesto culturale e religioso in cui
Paolo inizia la sua attività missionaria.
Il primo viaggio
Paolo ha una straordinaria
attitudine a capire ed a dialogare con gli uomini di ogni
cultura ed a discutere con tutti quelli
che incontrava (At 17,17). Il suo primo
viaggio (47-48 d.C.) lo portò a Cipro ed in Asia Minore, dove fondò le comunità
di Antiochia di Pisidia, di Iconio, di Listra, di
Derbe). Tra il 50 ed il 52 d.C. è ancora in Asia Minore, visita le
comunità a cui ha dato origine ed attraversa la Galazia; poi si dirige verso la Troade
ed entra in Macedonia, a Neàpoli, a Filippi, a Tessalonica, ad Atene
(con il famoso discorso dell’Aeròpago sul Dio
ignoto), a Corinto. In un terzo viaggio (53-57 d.C.) Paolo attraversò ancora i
monti dell’Asia Minore, di questa regione dall’antica e composita civiltà, e si
fermò per 3 anni ad Efeso, dove “tutti
gli abitanti della provincia di Asia, Ebrei e Greci,
poterono ascoltare la parola del Signore” (At 19,10) e dove nel 56 scrisse
la nota lettera ai Galati.
Efeso è una grande città dell’Asia Minore; ai tempi di Paolo era sul
mare ed aveva almeno 200.000 abitanti. E’ come si direbbe oggi, un porto di
mare. E’ una località antica abitata prima del I Millennio
a.C. Fonti Hittite la legano al XIV sec.a.C. Tradizioni antiche fanno riferimento alla Regina
delle Amazzoni. Fu sotto il dominio Persiano e poi fu conquistata da Alessandro
Magno. E’ uno dei centri commerciali più importanti del Mediterraneo. Vi
confluiscono mille lingue e mille culture. Da sempre è sede di un grande santuario di Cibele (la Grande Madre, Artemide
per i Greci, Diana per i Romani), dove arrivano tanti pellegrini anche da lontano.
Il meticcio Paolo evidentemente si esaltava in quest’ambiente
così composito. Inizialmente predicò nella Sinagoga, poi si trasferì nella
scuola di Tiranno dove insegnava tutti i giorni, con un lungo e paziente
dialogo con uomini di tante culture diverse.
Chi sono
i Galati?. Certo una popolazione centro
europea, di origine Celtica, a noi meglio nota come i Galli, che nel III secolo
a.C. penetrarono in Asia Minore, forse lì chiamati come truppe di rinforzo per
partecipare alle guerre locali. Naturalmente con i guerrieri arrivarono anche
le donne e i bambini. Studi recenti mettono in evidenza
come i Celti si spinsero fino in Africa
Settentrionale per iniziare, al servizio di Annibale (218-201 a.C.), la
spedizione contro Roma e che a sua volta Roma usò truppe mercenarie celtiche
per contrastare la spedizione di Annibale. Insomma nella 2^ guerra punica ci
sarebbero state battaglie di Celti contro Celti. Notizie sugli usi di questo popolo ce ne da Giulio Cesare. Usavano il greco come
lingua dei commerci. Appare subito evidente come Paolo, figlio di un
fabbricante e commerciante di tende, e fabbricante di tende lui stesso, nato in
una importante città commerciale, fu mandato ad
imparare non certo il greco dei filosofi o degli intellettuali, ma il greco
essenziale della comunicazione commerciale. Paolo stesso lo
conferma (1 Cor 1,17): “Cristo…mi ha
mandato ad annunziare la salvezza. E questo io faccio
senza parole sapienti”). Il secondo punto che Cesare mette
in evidenza è che i Celti non usavano la
scrittura per proibizione rituale, anche perché, aggiunge:”facendo troppo uso delle lettere, viene meno la voglia di conoscere e
di ricordare”.
Vengono subito alla mente le
osservazioni di Marcel Jousse
(1886-1961), gesuita ed insigne antropologo: «Da Betlemme: è partito non uno scriba di manoscritti, ma un contadino
creatore di gesti vivificanti»…«E' relativamente facile lasciarsi stendere e
inchiodare le quattro membra su una croce romana. E', umanamente impossibile, per un contadino
del villaggio galileo di Nazareth, inviare uno dei
suoi apprenditori-contadini contro la più temibile
civiltà di quel tempo: la civiltà romana. Era umanamente impossibile che questo
contadino nazareno potesse aprirsi la strada verso la vittoria».
Si calcola che allora
l’85/90% della popolazione era analfabeta ed è
evidente che il Vangelo sia rivolto inizialmente alla parte più povera della
popolazione. La predicazione di Paolo è naturalmente fatta “senza parole sapienti”, senza obbedire
alla “legge” (“Nessuno sarà salvato
perché osserva la legge”, Gal 2,16) , senza
dottrina, diremmo oggi. Paolo nota (Gal 5,11):
Nella lettera ai Galati, scritta tra gente di
tante lingue e tante credenze religiose (almeno un centinaio) Paolo trova una
dimensione universale. Ripercorre il suo incontro con Cristo, i suoi contrasti
con Pietro, troppo legato ai credenti ebrei di origine
(Gal 2,11-14), reinterpreta la promessa fatta da Dio
ad Abramo: “Per mezzo tuo benedirò tutti
i popoli” (Gal.3.8). Affronta il tema che
condizionerà fino ai nostri giorni tutta
la riflessione di che cosa significa dirsi cristiani: “Non son più io che vivo; è Cristo che vive
in me” (Gal.2,20). Il tema è “siete stati uniti a Cristo” (Gal 3,27); “rivestitevi di Cristo”.
Nella prima metà dell'VIII secolo il monaco
Beato di Liebana nelle Asturie
commenterà: «Senza dubbio non si può
vantare di essere cristiano quello che ha il nome, ma
non lo stile di vita; certamente sarà cristiano quando sarà fedele a questo nome e lo realizzerà con la sua
condotta. E' veramente un cristiano colui che con la
fede e con i fatti si manifesta come un cristiano, camminando, come camminò
colui dal quale riceve il nome (ambulans sicut et ipse
ambulavit a quo et nomen traxit) »(In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7-11).
L’Oronte.
“A Roma non c'è piú posto
per un lavoro onesto,/non c'è compenso alle fatiche…/
per questo ho deciso di andarmene…”.
Così il poeta Giovenale (60-135) descrive con astio Roma che sta completamente
cambiando, diventando il punto centrale dell’Impero. E continua: “Una Roma ingrecata
non posso soffrirla,/
Quiriti; ma quanto vi sia di acheo in questa feccia/
bisogna chiederselo. Ormai da tempo / l'Oronte di Siria sfocia nel Tevere / e con sé rovescia
idiomi, costumi, / flautisti, arpe oblique, tamburelli esotici / e le sue
ragazze costrette a prostituirsi nel circo./ Sotto voi! se
vi piace una puttana forestiera / con la mitra tutta a colori!”
L’Oronte
è il fiume di Antiochia di
Siria, la grande città del Mediterraneo, che nel I secolo d.C. ha 500.000 abitanti è detta la regina dell’Oriente
perché vi confluiscono genti, merci, culture e religioni da tutto l’Oriente. L’Oronte (significa: il ribelle) nasce nell’attuale Libano
nella valle della Beqaa ha un corso tortuoso e
vorticoso lungo 400 chilometri. Aveva un bosco di alloro
sacro alla ninfa Dafne, la figlia della Terra e del fiume Peneo,
che, per sfuggire all’inseguimento di Apollo si trasformò in alloro. Antiochia fu fondata
ai tempi di Alessandro Magno e divenne ben presto una
città cosmopolita, di grande importanza economica e intellettuale; un grande centro d’affari noto
in tutto il Medio Oriente, centro delle rotte commerciali che portavano da e
verso l’india e da e verso il mar Baltico e la Persia. 40.000 erano gli ebrei
che abitavano ad Antiochia: una comunità importante,
ma molto minoritaria in una grande città.Ad Antiochia trovarono rifugio
gli Apostoli e lo stesso Pietro per sottrarsi alla persecuzione degli ebrei di
Gerusalemme. Qui diventa ormai evidente la distinzione tra gli ebrei
gerosolimitani (legati al tempio, alla legge, alla circoncisione) e gli ebrei
messianici, aperti al mondo ellenistico. Proprio “ad Antiochia per la prima volta i discepoli
furono chiamati cristiani” (At 11,26). Eusebio di Cesarea (265-339, siamo
ormai nel III-IV secolo e ci sono state le
trasformazioni volute da Costantino), ribadisce “fu allora che per la prima volta, proprio ad Antiochia,
come da una ricca e vitale sorgente scaturì il nome di cristiani”. In
questa realtà così composita, dove era
evidente l’interazione tra le centinaia di culture e di religioni diverse e non
certo l’integrazione tra una cultura ed una religione prevalente, “il Vangelo”, come ricorda
don Emilio Gandolfo (il pretino trucidato in modo
sacrale e simbolico nel 1999) “fu
ripensato in profondità e subì la prima esperienza di inculturazione
della sua storia. Di qui partì la prima missione verso i pagani. Paolo partì
con Barnaba”. Il termine pagano, quando
è usato dagli storici non comporta quelle connotazioni
negative che secoli di intolleranza cristiana, gli attribuiscono. Si riferisce
a chiunque nel mondo antico aderisse a una delle
numerosissime religioni (molte volte, ma non sempre) politeistiche dell’epoca.
Dunque Paolo nato a Tarso
(una città di non poco conto su una delle fondamentali vie dei commerci), nei pressi di Isso
dove nel 333 a.C. Alessandro Magno sconfisse il re Persiano Dario III avviando
la neonata ecumene ellenistica, fu chiamato ad Antiochia,
nella grande città in cui fervevano centinaia di religioni e di culture.
E’ un po’ difficile legare
Paolo all’ambiente giudaico prima e poi greco. Certo usava il greco, perché
quella era la lingua veicolare e dei commerci dell’epoca. Giovenale è
insofferente: “Una Roma ingrecata non posso soffrirla”, ma subito dopo
riflette:
“ma quanto vi sia di acheo in questa feccia/
bisogna chiederselo. Ormai da tempo / l'Oronte di Siria sfocia nel Tevere”. Ma Paolo è legato
più di quanto si pensi alla realtà sorica
e sociale che vive: Lui stesso racconta di essere stato in “tre occasioni battuto con verghe” (2 Cor 11,25), cioè con una
forma di castigo inflitta dalla autorità municipali romane ai criminali
ritenuti socialmente pericolosi. Emerge con chiarezza che all’inizio
l’opposizione “pagana” ai cristiani fu più un fatto popolare che non la
conseguenza di una persecuzione romana ufficiale e organizzata. La religione
cristiana non era stata messa al bando e i suoi adepti non erano costretti ad
entrare in clandestinità. Non era illegale seguire Gesù
o venerare il Dio giudaico o chiamare Gesù Dio. Ma
una religione che non aveva templi, né statue, né sacrifici, né vincoli di
sangue e che spesso risolveva i suoi problemi di liturgia in ambienti familiari
e comunitari, che li faceva
sembrare antisociali (le chiese domestiche) entrava in collisione con le altre religioni che enfatizzavano la
necessità di rendere il culto alle varie divinità con atti di preghiera e di
sacrificio, che rappresentavano spesso attività economiche ben retribuite. I
cristiani venivano percepiti come una perversa
combriccola che veniva a rompere il contesto sociale (ed economico) già
costituito. I cristiani sono visti ed affrontati come un pericoloso gruppo
sociale da schiacciare. Potevano redimersi venerando gli dei nelle modalità richieste e ristabilendo così l’ordine sociale.
Paolo, uno skenopoiós, uno
che faceva le tende, si appellava al suo duro lavoro manuale mostrando, con
fierezza, le sue mani callose. Usava una ruvida tela tessuta con peli di capra,
nota ai romani come cilicium, perché era appunto prodotta in Cilicia, la terra di Paolo. “Voi sapete bene che alle necessità mie e di quelli che erano con me ho
provveduto con il lavoro delle mie mani. Vi ho sempre mostrato che è necessario
lavorare per soccorrere i deboli, ricordiamoci di quello che disse il Signore Gesù: “c’è più gioia nel
dare che nel ricevere”” (At 20,34-36).
Paolo affrontò con forza
questo tema nel discorso all’Areópago di Atene: [il
Signore}non si fa servire dagli uomini come se avesse bisogno di qualche cosa;
anzi è lui che dà a tutti la vita, il respiro e tutto il resto” (At.17,25).
La gratuità del servizio
sembra essere motivo di scandalo anche all’interno delle comunità cristiane: “E non sapete che coloro
che compiono le sacre funzioni, vivono del tempio e coloro che attendono
al servizio dell’altare, hanno parte all’altare? Così pure per coloro che annunziamo il Vangelo, il Signore stabilì che
vivano del Vangelo...Quanto a me non mi avvalsi di alcuno di questi diritti”. (
1^Cor.9,13-15). “Non abbiamo mangiato il pane di
alcuno, ma con fatica ed a stento abbiamo lavorato notte e giorno per non
essere di peso a nessuno di voi. Non perché non ne avessimo
diritto, ma perché volevamo darvi in noi stessi un modello da imitare.”(
2^Tes.3,8-10)
Paolo in Spagna?.
Nell’inverno dell’anno 56 o nei primi mesi del 57;
Paolo, da Corinto rassicura la comunità cristiana di Roma (15, 24): che, “avendo già da parecchi anni un gran
desiderio di venire da voi, quando mi recherò in Spagna, di passaggio spero di
vedervi”. E lo ribadisce poco dopo nella stessa
lettera: deve andare a Gerusalemme per compiere un servizio per quella comunità
e “fatto questo e consegnata questa loro
offerta, partirò per la Spagna, passando da voi” (15,28). Questa lettera
solleva alcuni interrogativi: perché Paolo aveva progettato quel viaggio e andò
mai in Spagna?
Conferma che nella cultura antica è una normale
abitudine il viaggiare, anche su complessi e difficili percorsi, lungo
itinerari integrati per terra, per fiume e per mare, utilizzando ogni mezzo di
trasporto, facendo interagire culture ed esperienze religiose diverse.
L'uomo moderno,
nei suoi ultimi 40.000 anni di storia ( a tanto si fa risalire l’adattamento
culturale), ha sempre viaggiato, arrivando tardi in Europa, forse da Oriente,
dalle steppe. E l’uomo, di ogni etnia, cultura,
religione, viaggia per universum mundum, con lo scopo di cercare, navigare, domandare,
guardare, capire, ascoltare, associare, evocare, ricevere l'aperta visione,
conoscere se stesso e la propria origine divina, il proprio ruolo individuale e
sociale nel sistema del Creato. Una "cerca" fisica, mentale,
virtuale, per evocare, trovare i "siti", i "luoghi" dove
l'invisibile si è manifestato attraverso le azioni della natura e dell'uomo, e
dove il pellegrino incontra l'invisibile, diventa parte della Creazione, si
confronta con il Creatore, con l'Uno che trova al di là della
logica.
L'intero
universo (con tutte le sue componenti fisiche,
biologiche ed antropiche, con tutte le etnie, tutte le culture, tutte le
religioni) si manifesta come l'immagine trasfigurata del suo Creatore. Va
ricordato che i popoli altri dalla cultura eurocentrica
sono alieni dal concetto di proprietà privata. In particolare sono estranei
all'idea di possedere la terra. Anzi è la terra che possiede
l'uomo: la terra è sacra, la terra è cara a Dio, la terra è di Dio (80).
Le mille e mille
etnie e provenienze dei pellegrini, con tante e diverse "visioni del
mondo", percorsi conoscitivi, modalità di pensiero, stili e codici comunicativi e
conoscitivi, "percezioni" del mondo, che s'integrano ed interagiscono,
spesso coesistono in una stessa persona, sono una prova in più del
"poligenismo" del cristianesimo. Paolo è la sintesi di queste
esperienze plurali.
Gli “Atti degli
Apostoli”(2, 5-11), descrivendo la discesa dello Spirito a Pentecoste, ricorda
che “trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni
nazione che è sotto il cielo”. Il
vescovo Roncalli ad Istanbul commentava che la venuta
dello Spirito è la ragione ultima di tutte le nazioni
della terra. “ Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita
perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori
di sé per lo stupore dicevano: e “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che
li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nati va?
Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti
del la Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e
dell’Asia, della Frigia e della Panfihia, dell’Egitto
e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo
annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio”.
La Spagna è il
terminale delle grandi vie dei commerci e dei pellegrinaggi che partendo
dall’Estremo Oriente, attraversavano a Nord l’Asia Centrale e la Siberia ed a Sud l’Anatolia, la Siria, l’Africa per
raggiungere, fin dalle epoche più remote, forse da 20.000 anni fa, i “luoghi”
più occidentali dell’Occidente. E’ qui che il sole si getta nel mare e feconda
la terra.
Gli studi del
secolo scorso hanno sottolineato che la Spagna è il
Paese più orientale dell’Occidente. Questa osservazione risolve i tanti
problemi che si pongono gli storici: perché Paolo che programma
la diffusione del Vangelo ad Oriente, progetta invece di viaggiare verso
l’estremo Occidente? In Spagna, legata alla Siria ed alla Palestina
dall’industria metallurgica dei Fenici, è da sempre un crocevia di popoli e lo
diventerà visibilmente nei secoli successivi, con la venuta dei Musulmani da
Damasco (papa Giovanni commenterebbe che non c’è niente di nuovo sotto il sole)
e dei Normanni da quel mare del Nord legato alla Persia
già da alcuni millenni.
Ragioni
simboliche legano Paolo alla Spagna più di concreti episodi e fatti storici.
Mario
Bussagli, commentando le scelte europee di Attila, il
mongolo magister militum
dell’Impero di Occidente, ricorda che era portato a seguire l’istinto atavico
di muoversi secondo il cammino del sole. E forse
raggiunse gli estremi confini della terra conosciuta, vale a dire le coste
spagnole dell’Atlantico. Perché meravigliarsi del
desiderio di Paolodi raggiungere la Spagna?
Il 21 gennaio del 259 d.C. i santi martiri Fruttuoso,
Vescovo, e Augurio ed Eulogio, diaconi, subirono nell'anfiteatro di Tarragona
il martirio, sotto la persecuzione decretata dagli imperatori Valeriano e
Galieno. In questa regione catalana il cristianesimo è già testimoniato nel I secolo, e sono ricominciati gli studi per metterlo in
relazione con il presunto viaggio di San Paolo.
In seguito, all'inizio dell'VIII secolo, l'Arcivescovo di Tarragona, San Prospero, si rifugiò in Italia, dove fu
Vescovo di Reggio Emilia. Lì venne venerato dopo la
morte come santo; l'ufficio liturgico a lui dedicato spiega che fu uno dei
successori di San Paolo. Ma sono ormai passati tanti
secoli e dello spirito meticcio di Paolo
non c’è traccia in Spagna.
Verso Roma
All’inizio dell’inverno
dell’anno 60 Paolo, dopo due anni di
detenzione a Cesarea inizia il suo
viaggio verso Roma. Ha subito un
interrogatorio in tribunale da parte del re Agrippa
che conclude: “
Costui poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare”
(At.26,32). E dunque è imbarcato per Roma con altre
266 persone, la maggior parte prigionieri, per presentarsi a Cesare. E’ in “custodia militaris”,
affidato al centurione Giulio, una
specie di libertà vigilata. Durante il lungo e faticoso viaggio, con la
tempesta e la nave alla deriva ed in balia delle onde, quando tutti sono fiaccati dal lungo digiuno di 14 giorni, Paolo “prese il pane, rese grazie a Dio davanti a
tutti lo spezzò e incominciò a mangiare. Tutti si sentirono rianimati e si
misero a mangiare anche loro” (At 27,35-36). E’ un gesto carico di
simbolismo eucaristico, che riesce a raccogliere tutti (gente di ogni cultura,
etnia, lingua e cultura, carica di tante colpe davanti alla giustizia umana) in
un’unica mensa e in un unico coro di rendimento di grazie a Dio. Ognuno pregava
il suo Dio. Riemerge il DNA di Paolo: un meticcio culturale, nato in una città
cosmopolita che riconosce e rispetta, nell’unica razza umana, le tante diverse
culture, le tante speranze ed attese umane e religiose. Non converte nessuno,
non fa discorsi, ma gesti simbolici di condivisione dell’esistenza che
consentono a tutti di riconoscere in un’ unica fonte di vita, in un unico Dio le tante
divinità professate da ciascuno: “tutti si sentirono rianimati”. Pietro
Rossano, che fu vescovo ausiliare di Roma (Vangelo
e culture, Roma, Edizioni Paoline, 1984),
ricordava che "Quando si dice che l' uomo è immagine di Dio, si intende l' uomo nella totalità
delle sue diversità, l' umanità in totale".
Dopo una sosta invernale la nave
riprende il viaggio ed approda a Pozzuoli incontra una comunità che già si dice
cristiana, prosegue lungo la Via Appia e comunità
romane di cristiani gli vanno incontro. Infine
nella primavera del 61 giunge a Roma dove rimarrà due
anni in “custodia militaris”.
Dove alloggiò?. Molti sono i luoghi di Roma che si
contendono questo privilegio. Ma non c’è nessuna prova
archeologica. Alcuni luoghi ne portano anche il nome: San Paolo della Regola.
Regola è la trasformazione di arenula,
la rena, la sabbia della riva del Tevere. Lì c’era uno dei tanti approdi dei
battelli che trasportavano le merci sul Tevere. Siamo sulla riva opposta a Trastevere. C’erano delle case di abitazione
con grandi magazzini per derrate alimentari. Altri ipotizzano le pendici
dell’Aventino dov’è la chiesa di S.Prisca,
tradizionalmente la casa di Aquila e Priscilla, i due
ebrei romani che Paolo conobbe a Corinto. Lì nel II
secolo fu impiantato un Mitreo, testimonianza delle
tante religioni e dei tanti culti orientali presenti a Roma tra il I ed il IV
secolo. Altri pensano nella vasta area di Castro Pretorio, tutt’ora legata ad usi
militari. Dopo il processò fu liberato. Fece ancora
molti viaggi lunghi e faticosi in Grecia, in Asia Minore per mare, per fiume,
per terra, con grandi sofferenze.
Poi Eusebio di Cesarea
(260/265 – 337/341) è il primo a parlare della seconda prigionia di Paolo a
Roma e del suo martirio sotto Nerone: “Dopo
aver sostenuto la sua difesa in giudizio, si dice che Paolo ripartì per il
ministero della predicazione, ma ritornò una seconda volta a Roma sotto Nerone
e vi subì il martirio” (He, II, 22,2). Ormai è il
tempo del Concilio di Nicea indetto da Costantino. La teologia sostituisce la
storia. E Paolo è descritto come martire al tempo
delle persecuzioni di Nerone contro i cristiani. Ma
avvenne proprio così? Visto il ritratto del tutto inverosimile che si fa di
Nerone, credo proprio di no.
E’ ancora Eusebio (He, II, 25, 6-7) che ricorda come “Gaio, uomo ecclesiastico, vissuto al tempo del vescovo di Roma
Zeffirino [198-217]…parla dei luoghi
ove furono deposte le sacre spoglie dei detti apostoli, e dice «Io posso
mostrarti i trofei degli apostoli: Se vorrai recarti sul Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa
Chiesa».” Forse anche in questo caso la teologia sostituisce la storia.
Al di là
dei documenti archeologici rimane
il gesto simbolico dello spezzare il pane nella nave alla deriva di fronte ai
266 profughi, che rappresentavano l'intero genere umano. Anche Gregorio Magno,
In Cant., 13, definisce così
la Chiesa: "Immaginiamo il genere
umano tutto intero dall'inizio del mondo sino alla fine”.
Paolo e il sacerdozio
Il sacerdozio è assente dalla parola, dalla prassi,
dal pensiero di Cristo. Gli è addirittura contrario. E’ stato introdotto nella
Chiesa molto tempo dopo la morte degli apostoli.
In Paolo è
chiaro che la Nuova Alleanza di Gesù abolisce ogni
direzione di coscienza: “Nessuno dovrà
più istruire il suo concittadino, né il suo fratello
dicendo: ‘Conosci il Signore’, poiché tutti mi
conosceranno dal piccolo al grande” (Ebrei 8,11; Geremia 31, 3 1-34).
Matteo (23,8) ricorda che Gesù ha detto che non
dobbiamo avere né Rabbi, né Padre, né Dottore, poiché abbiamo un solo Cristo.
Paolo nella Lettera agli Ebrei (versetto 4 del
capitolo 8) afferma con sicurezza: “Se
fosse sulla terra, Gesù non sarebbe nemmeno
sacerdote”. Il Cristo è presentato come il sovrano ed unico prete che, col
suo unico sacrificio, sostituisce ed abolisce tutti gli altri preti (7, 24) e
ogni altro sacrificio diverso dal “sacrificio
di lode, frutto delle labbra che confessano il Nome, la beneficenza e l’aiuto
fraterno”.
La Lettera parla solo di “guide”, che annunciano la
Buona Novella e dirigono la comunità (13,7). Nessuna traccia
in questa Lettera di presbiteri-sacerdotes cristiani,
mediatori di grazia, dotati del potere di consacrare. Tali poteri sono
stati introdotti dopo la morte degli apostoli, dietro diverse influenze
ebraiche e romane. La Lettera afferma che nella Nuova Alleanza, nessuno dovrà
più porsi come mediatore tra Dio e l’umanità (7); Dio parla
nei cuori e si rivela nell’intimo della coscienza (8, 10-11).
Il convito di liberazione del popolo e di
condivisione fraterna è divenuto un “sacrificio”, contro la stessa volontà di Gesù che ha detto: “Sono
venuto ad abolire i sacrifici e se non smettete di fare sacrifici la collera sarà vicino a voi” (20), e che per ben due volte
(Mt. 9, 13; Mt. 12, 7) ricorda le parole del profeta Osea: “Desidero la misericordia e non il sacrificio” (6,6).
Solo «Cristo ...è il vero eterno sacerdote» (vedi le lettere di Emilio Gandolfo agli amici di Pasqua 1963 e di Natale 1985). Il kleros è il popolo fedele e non solo i ministri. Forse
anche per questo del Medioevo se ne parla solo come di «secoli bui». Persino
questo papa per rivendicare il ruolo del sacerdote consacrato, nell'enciclica De Eucarestia,
deve ricorrere, come documento più antico, al Concilio Lateranese
IV che fu tenuto nel 1215. Non ne trova altri nel I Millennio.
Pietro e Paolo a Roma
La tradizione e le leggende
non collegano praticamente mai Pietro e Paolo a
Roma. Una pia leggenda li fa incontrare
nel carcere mamertino, nel terribile carcere di
Stato, da cui sarebbero usciti insieme per essere
condotti ai rispettivi luoghi del martirio: Pietro nel circo di Nerone sul
colle Vaticano e Paolo (in quanto cittadino romano), destinato alla decapitazione, che non poteva
aver luogo in pubblico, ad aquas Salvias, una località
lungo la via per Ardea, a tre miglia da Roma. Avrebbero
fatto parte della strada insieme. Pietro si sarebbe fermato ai piedi del
Palatino, inginocchiandosi a pregare,
dove avrebbe impresso la forma delle ginocchia sulla pietra. E’ il luogo dove
sorge la chiesa di Santa Maria Nova, nei cui mosaici
absidali Paolo è ignorato. Ancora un segno della loro diversità. Avrebbero
continuato insieme fino alla Via Ostiense dove si
sarebbero salutati con un necessario abbraccio di pace, un gesto, un gesto, un
segno ricordato ancor oggi nella liturgia della messa. Il luogo del simbolico
abbraccio fu ricordato nei secoli da un piccolo oratorio, ora distrutto e
sostituito da un’edicola sulla parete dell’ex centrale termoelettrica Montemartini. Pietro e Paolo avevano
bisogno di questo simbolico abbraccio in quanto rappresentavano due tradizioni
e strutture mentali e conoscitive molto diverse che, nel V-VI secolo furono
fuse in un’unica fede, ratificata e difesa poi da papa Gregorio Magno
(590-604). A Roma esistono due straordinari mosaici per sottolineare
l’unità raggiunta attraverso una radicale diversità. Il primo è lo splendido
mosaico absidale, degli inizi del V secolo, dell’abside di Santa Pudenziana, malamente ritagliato a
seguito di un rimodernamento cinquecentesco. Il mosaico è di grande
qualità e di stile aulico ed autenticamente
“romano”. Cristo è al centro in trono con un libro aperto: Dominus Conservator Ecclesiae Pudentianae.
Ai suoi lati sono Pietro e Paolo incoronati da due matrone (la Chiesa e la
Sinagoga?) o forse da Pudenziana e Prassede, le
figlie del senatore Pudente. Lì secondo i Leggendari
o Passionari romani del V-VI secolo sorgeva la sua casa, e lì Pietro avrebbe soggiornato per 7 anni. Ma
recenti scavi archeologici smentiscono tutto. Pudente,
inoltre sarebbe figlio di Priscilla. Dunque, il ruolo di una grande
famiglia romana alla base della nuova Chiesa, un’idea che sarà superata da
Gregorio Magno che esaltò invece il ruolo, nello stabilire l’unità romana del
cristianesimo, della famiglia degli Anicii, anche con
Benedetto da Norcia. Nel mosaico absidale sono poi raffigurati gli altri
Apostoli (due sono stati cancellati dai restauri cinquecenteschi). Sullo sfondo
gli edifici di Roma o di Gerusalemme, forse il Calvario con la grande croce gemmata fatta erigere da Costantino. Per i
principi degli Apostoli è un’incoronazione imperiale, a
significare che la nuova religione, con la sua struttura gerarchica, ha
preso il posto dell’Impero, costruendone l’evidente continuazione.
E’, dunque, un grande manifesto politico che forse trova riscontro nella
chiesa di santa Sabina all’Aventino, costruita al tempo di papa Celestino
(422-432). Molti marmi e decorazioni a significare il potere imperiale e poi un
grande mosaico nella parete di fondo con ai lati
opposti due matrone individuate da due scritte: Ecclesia ex circoncisione; Ecclesia ex gentibus.
Del resto era stato lo
stesso Paolo alle comunità cristiane del nord dell’Anatolia, nella Lettera ai Galati (2,7) a sottolineare “A me è stato affidato il Vangelo dei non
giudei come a Pietro quello dei giudei”.
Era
evidente, e Paolo lo rivendica, fin dalle origini il
carattere plurale del cristianesimo. Del resto la sua Terra era un crocevia di
culture, di attese e sensibilità religiose diverse. La
molteplicità delle chiese che Paolo fonda in Asia Minore ed in Grecia e la molteplicità
di scritti del Nuovo Testamento rendono una
testimonianza multiforme all’ «unico Signore, Gesù
Cristo» (I Cor 86), in un pluralismo di espressioni testuali, cui corrisponde a
livello storico e di fede una pluralità
di espressioni ecclesiali di concezioni cristologiche,
di usi liturgici, di accenti spirituali, riflette l’inesauribilità del mistero
di Dio rivelato in Cristo Gesù e accolto in culture
diverse: un solo Dio e molti modi per dirlo.
I
mosaici di S.Pudenziana e di Santa Sabina testimoniano
che ormai nel V-VI secolo si sta andando verso l’unificazione. Ma la vocazione
originaria del ‘cristianesimo” paolino
è plurale. Oggi nel segno di Paolo è necessario ritrovare questa “vocazione
originaria del cristianesimo” e “superare” i miti del “nostro” occidente, della
nostra civiltà e democrazia, ed effettuare il
difficilissimo passaggio dalla antropologia della contrapposizione (a cui siamo
abituati) ad un’antropologia della diversità, dell’ in cui ogni cultura,
inclusa la nostra, è “altra” e non è in posizione privilegiata.
I mosaici romani.
La struttura delle chiese, i
grandi mosaici ed affreschi, le liturgie parlavano al popolo,
stimolavano la sua percezione e conoscenza. Ed
allora sono i mosaici del catino absidale di Santa Maria
in Trastevere a Roma a fissare, come in un gigantesco
manifesto, la struttura della chiesa di Roma ed a proporla ai fedeli.
Santa Maria
in Trastevere è una chiesa importante, in un
quartiere importante. A Trastevere vivevano greci, asiatici, siriani, egiziani ed
ebrei, tanti ebrei. Si pensa che nel I secolo gli
ebrei romani fossero 40.000, provenienti da varie regioni del Mediterraneo.
Abitavano non solo a Trastevere, ma anche all’inizio
della Via Appia, alla Suburra, al Circo Massimo ed a
Porta Capena. Erano riuniti in associazioni, in tante
comunità di credenti (raccolti in Sinagoghe), a volte anche fortemente diversificate tra di loro per cultura e per lingua. A Trastevere papa Callisto (217-222) organizzò, anche
economicamente, la comunità cristiana di Roma, dando vita ad una chiesa
domestica, realizzando un “ricordo” della Taverna Meritoria (un ospizio per
soldati), dove scaturì olio dalla terra (un fatto naturale
una polla di olio minerale venne in superficie): il fatto fu interpretato come la grazia di Cristo venuta
alle genti. Successivamente papa Papa
Giulio I (337-335) vi costruì una prima chiesa dedicata alla Vergine. Tanti
furono i restauri e gli ampliamenti nei secoli e durante uno di questi furono utilizzate, scalpellando i segni della dea, le grandi
colonne di porfido del grande tempio della dea Iside del Campo Marzio: un culto
diffusissimo nel bacino del Mediterraneo. Cristo, con i suoi santi e la Madonna
prendevano il posto, spesso anche nei significati
simbolici, delle divinità orientali presenti a Roma in gran numero.
Con la rinascita romanica, nell’XI e XII secolo,
Paolo, cittadino di Roma, ma di composita cultura ebraica ed orientale
caparbiamente rivendicata, non può essere esibito come simbolo della romanità.
Papa Innocenzo II, romano, della nobile famiglia Papareschi,
fece realizzare importanti mosaici nel catino absidale di Santa Maria in Trastevere (1130 -1143),
per celebrare la “tradizione” della
chiesa romana. I Papareschi sono un ramo collaterale
della "nobile" e potente famiglia degli Anici, a cui apparteneva
Gregorio Magno e da cui si fa discendere Benedetto da Norcia, il fondatore del
monachesimo occidentale.
Al centro c’è Cristo, che siede in un trono a due piazze, e che cinge le
spalle con un braccio alla Madonna che siede alla sua destra. La presenta al
clero ed al popolo romano, legittimandola come regina. E' la prima volta: la
Madonna diventa la regina del popolo romano (Salus Populi Romani).
Da sinistra per chi guarda il bacino absidale, ma alla destra di Cristo,
c'è prima papa Innocenzo II (il committente), poi Lorenzo (il primo martire
romano), quindi Callisto (il "papa" che ha cominciato ad organizzare
economicamente la chiesa di Roma). Poi la Madonna e Cristo, quindi Pietro, papa
Cornelio, papa Giulio, Calepodio presbiter
(un santo che oggi si preferisce dimenticare).
Tra gli apostoli c'è il solo Pietro, alla sinistra di Cristo. Non c'è
Paolo. Non è certo casuale che Paolo non trova posto tra i grandi della chiesa
di Roma, accanto ai santi "romani". Lui ha solo la
cittadinanza, non la “cultura” romana.
La scelta nel mosaico del solo Pietro tra gli Apostoli ha quindi un forte
carattere simbolico e pedagogico. E' evidente un programma teologico ben
definito. Cristo, esposto nella sua maestà in un trono molto terreno,
legittima i santi romani presentandoli al clero ed al popolo. E' evidente come
papa Innocenzo II sia preoccupato, lui romano, in un`epoca
in cui tutto doveva esaltare l'ordo romanus, di sottolineare la
romanità (peraltro inesistente) della chiesa di Roma. Qualcuno ancor oggi direbbe
con disprezzo: Paolo è solo un meticcio.
Anche nella chiesa di Santa Maria
Nova al Foro Romano (meglio conosciuta come S. Francesca Romana) i mosaici del
catino absidale (forse del XII secolo) ignorano Paolo. Al centro c’è la Madonna
in trono, con la testa incoronata. A sinistra di chi guarda,
Giovanni e Giacomo; a destra, Pietro ed Andrea. Anche
questo è un programma teologico e politico completo. Nell’epoca dei
grandi pellegrinaggi a Roma, a Gerusalemme, a Santiago e delle crociate, Paolo
che c’entra?
La memoria degli apostoli
Leggende e tradizioni
rendono, oltre al carcere Mamertino (ma solo a
partire dai passionari composti nel IV secolo) e la
via Appia l’unico luogo a Roma che conserva contemporaneamente le
memorie di Pietro e di Paolo.
La via
Appia è la strada privilegiata per coloro che vengono
o vanno a Sud e nel Medio Oriente. Gli Atti degli Apostoli ricordano i cristiani di Roma che vanno
incontro a Paolo (At 28,15) e l’Apocrifo Martirio
di Pietro del II secolo ed ancor meglio il suo rifacimento
del IV secolo dello pseudo Lino racconta
dell’incontro di Pietro in fuga da Roma con Cristo:”Signore dove vai?”.Il Signore a lui: “Vengo a Roma per essere crocifisso di nuovo”.
Pietro replicò “Signore,torno
indietro per seguirti” (Mart.b.Petri a Lino ep.conscriptum, 6-7). La localizzazione della chiesetta del
“Quo Vadis?” è però testimoniata solo nell’XI secolo e l’antica tradizione ha trovato un
“magnifica espressione letteraria”, come ebbe a dire Giovanni Paolo II, nel
romanziere Henryk Sienkiewicz..
Ma l’inizio del culto
congiunto dei due Apostoli, avvenne qualche chilometro più avanti, nella
località ad catacumbas
che in latino vuol dire, nella località dell’avvallamento. Qui a metà del III
secolo avvenne un fatto di grande importanza che ha dedicato
il luogo al ricordo congiunto di Pietro e Paolo. Il motivo del sorgere del
culto in quel luogo è rimasto finora senza una spiegazione soddisfacente. Certo
è che nel IV secolo fu elevata una grande basilica ad
onore dei due apostoli. La basilica fu poi trasformata e ridimensionata (già
con Onorio III 1216-1227) ed oggi solo l’antica navata centrale è occupata dalla chiesa di S.Sebastiano.
La navata sinistra è stata risistemata per ospitare un museo ed un bel plastico
del tempio del IV secolo. C’era un deambulatorio
dietro l’abside che congiungeva le due navate laterali, a modello delle
basiliche fatte costruire dalla famiglia di Costantino ad onore dei martiri
romani (S.Lorenzo, S.Agnese,
i Ss Marcellino e
Pietro).
Con un percorso
continuo i fedeli in modo processionale, percorrevano una navata e dietro l’altare
rendevano omaggio alla tomba del santo. Continuavano nel loro percorso
nell’altra navata ed uscivano dalla chiesa. Nelle navate molte erano anche le
sepolture dei fedeli che bramavano riposare presso le tombe venerate. Ci sono
molti mausolei di famiglie ricche o di corporazioni e chi non aveva grandi
disponibilità economiche fu sepolto nel cimitero
sotterraneo, che assunse grandi dimensioni. I fedeli erano attirati dal culto
di Pietro e Paolo. Ma perché? Nei documenti antichi il santuario è chiamato
Memoria Apostolorum.
Gli Atti di Pietro, nel tardo
rifacimento latino databile tra il 450 ed il 550, dice
che “alcune pie persone d’oriente
tentarono un rapimento di corpi santi [di Pietro e di Paolo], ma subito un
terremoto scosse la città. Gli abitanti, conosciuto il fatto, accorsero e li
portarono via. Quelli fuggirono; allora i romani presi i
corpi li deposero in un luogo a tre miglia dalla città, nelle catacombe sulla
Via Appia, dove furono custoditi per un anno e sette
mesi, finché ebbero costruito il luogo dove dovevano deporli” (cap.84,87). Questa tesi è ripetuta (con qualche variante)
da Gregorio Magno, dal Liber Pontificalis
dalle biografie dei papi Cornelio e Damaso, dagli
itinerari del VII secolo. Sono documenti tardi. Già Sisto III (432-440) fondò
un monastero presso la basilica. Un graffito dice: “Domus Petri”.
Nei tempi antichi si veneravano le tombe e non le case e forse il graffito significa: santuario e non dimora. E’ quasi certo che lì al
III miglio dell’Appia, dal III secolo, il 29 giugno
c’era un’adunanza di preghiere della comunità romana. Ecco l’origine della festa del 29 giugno che ancora oggi si celebra
come solennità nazionale. Scavi recenti hanno messo in luce una “triglia”, un ambiente molto grande dove
si celebravano i banchetti funebri a servizio della comunità cristiana, i
refrigeri. C’è un lungo banco in muratura per sedere, ci sono
affreschi alle pareti, una fontana. Il culto non è legato ai defunti del posto,
ma a Pietro e Paolo: lo testimoniano centinaia di graffiti latini e greci. La
datazione è per la metà del III secolo. Nel 257 l’imperatore Valeriano aveva
promulgato un primo editto in cui venivano vietate le
adunanze liturgiche e l’ingresso ai cimiteri. Nel 258 le pene furono
rafforzate. Forse erano stati già compiuti questi complessi lavori. Certo il
cimitero presentava il vantaggio di non avere apparenza comunitaria cristiana
(i cimiteri cristiani furono confiscati) e poi era fuori della città. Sembra
che le persecuzioni si sentissero soprattutto
all’interno della città. Il fatto sicuro è che probabilmente nel 258 vi si iniziò il culto dei due apostoli. Il luogo divenne un
santuario e nella mentalità degli antichi cristiani un santuario era legato ad
una tomba. Ecco allora l’ipotesi quantomai credibile:
la traslazione per un limitato periodo di tempo delle ossa di Pietro e Paolo,
per un breve periodo, sulla via Appia.
Non tanto per evitarne la profanazione,quanto per
consentire la celebrazione dei canoni liturgici che ormai andavano definendo.
La Memoria decadde nei secoli successivi, probabilmente proprio perché non
c’erano più i corpi venerati; dopo la peste del 680 S.Sebastiano
cominciò ad oscurare il ricordo dei due apostoli. Nel
XVI secolo Filippo Neri trascorreva
molte notti in meditazione nella località ad
catacumbas; stimolò la scoperta e lo studio dei
cimiteri cristiani antichi che da allora furono denominati: catacombe.
I corpi venerati
Per ossa di Pietro e Paolo dobbiamo intenderci. Non possiamo usare le nostre categorie
mentali e culturali per epoche così lontane. Com’è noto presso gli antichi non
si guardava, come facciamo noi, alla storicità del
fatto, ma alla sua simbologia. Non era necessaria la veridicità del fatto,o dell’oggetto, ma bisognava arrivare a credere (anche
attraverso il visionario immaginifico) che quel fatto fosse avvenuto in un
certo modo, che quelle ossa fossero gli effettivi “resti” del corpo venerato.
Il tema è ben chiarito da alcuni vangeli
apocrifi, come la “vendetta del Salvatore”: il
paragrafo 33 mostra con chiarezza il funzionamento del
simbolo: l’imperatore Tiberio è malato e manda a cercare il telo con il volto
di Cristo. Secondo una tradizione persiana, se il condannato a morte, nel
percorso verso il patibolo, riesce a fissare gli occhi del re, è salvo. Tiberio
vuole fissare gli occhi della Veronica, della “vera imago”, per guadagnarsi la
salvezza del corpo. "E Tiberio vide
il volto dipinto e pensò fosse quello il Signore. Tuttavia non lo era affatto... Ma tutti quelli fra i pagani
che lo videro per la prima volta, credettero che
fosse il volto del Signore. Non era il volto del Signore, ma Tiberio pensò che
lo fosse e fu sanato" .
Non serve il
“vero”; basta crederlo. C’è un proverbio, un modo di dire romanesco, presente
però in molte altre regioni italiane, che ben definisce
il problema:
Un devoto, incontrato un marinaio in procinto di partire per
Gerusalemme, lo pregò di portargli al ritorno un pezzetto di legno della Croce
di Cristo. Il marinaio promise che l’avrebbe accontentato e
infatti riuscì a procurarsi in Terra Santa quanto gli era stato
richiesto. Purtroppo però, per sua sfortuna, il poveretto, sulla strada del
ritorno, perse la preziosa reliquia. Preoccupato per le conseguenze cui sarebbe
andato incontro, trovò il coraggio di rimediare e risolve
il difficile problema staccando dalla sua barca una scheggia di legno che poi
consegnò a quel devoto rassicurandolo circa l’autenticità del dono. Il
credente, fuori di sé dalla gioia, venerava quella scheggia con tutta la devozione
possibile e con preghiere ricche di fervore. Una notte però gli apparve il
diavolo che minacciò di portarselo all’inferno. Il pover’uomo
non si lasciò intimidire e implorando aiuto alla reliquia, costrinse il diavolo
ad allontanarsi e a borbottare: non
è er legno de la barcaccia, ma è la fede che me caccia.
Il problema non è dunque la ricerca della veridicità
del fatto, ma gli aspetti liturgici, di culto conseguenti. Tutta la storia
delle reliquie diventa dunque comprensibile. Del resto non c’è nessuna prova
che Pietro e Paolo siano stati giustiziati e che il
fatto avvenne a Roma.
Paolo.
Meticcio, in una società multiculturale.
Gustavo
Zagrebelsky, su la Repubblica di sabato 25 novembre
2006, ricorda La sfida multiculturale alla società
occidentale: “Una sfida inevitabile.
Culture e civiltà estranee, finora contenute in confini che l’Europa stessa ha contribuito a stabilire in secoli di politiche di
potenza, sono in movimento”. E’ quanto avveniva nel I
secolo dell’era volgare, ai tempi di Paolo. Lui stesso era un meticcio
culturale.
Zagrebelsky ricorda che “il multiculturalismo è una sfida
all’universalismo, un pilastro della concezione morale dell’Occidente”. E Paolo seppe reagire
all’universalismo. Oggi si parla molto di integrazione,
ma l’integrazione mira alla società omogenea, in cui le differenze culturali si
attenuino fino a scomparire. Il suo presupposto è che, con la seduzione o con
la forza, le culture possano cambiarsi confluendo l’una nell’altra. L’atteggia
mento di quella di accoglienza non è perciò
pregiudizialmente ostile a quelle d’ingresso. Tuttavia, l’integrazione rinvia
alla dinamica tra una cultura che integra e una che è
integrata, cioè a un’asimmetria tra l’una, più vitale, e l’altra, meno. L’integrazionismo è così, fatalmente, ideologia della cultura
dominante e, prima o poi, manifesta la sua vera
natura, che è l’assimilazionismo. L’assimilazionismo, presupponendo la superiorità di una
cultura sulle altre, è una versione mite di razzismo culturale che giustifica
la pretesa di fagocitare culture recessive e così di cancellarle dalla faccia
della terra o, al più, di lasciarle sopravvivere come folklore.
Paolo
seppe stimolare, come voleva la cultura del tempo, l’interazione e non è l’integrazione, come l’unica risposta alla sfida del multiculturalismo. E questa è la
sua grandiosità. Ebbe il compito di
predicare, come ricorda Beato, a tutti i popoli
gentili: né universalismo né
individualismo: universalismo non come imposizione generalizzata di una cultura
egemone ma come apertura al dialogo in libertà, verità e giustizia;
individualismo non come sradicamento ma come priorità della coscienza degli
esseri umani sulle appartenenze culturali di nascita e destino.
L’interazione
delle culture è essa stessa cultura, se si vuol dire così, una meta-cultura
ricca di tutti i contenuti della convivenza; rispetto
reciproco, apertura e curiosità per le diversità, spirito di uguaglianza
e accoglienza, calda fratellanza nelle difficoltà della condizione umana. Può sembrare vuota ai monoculturalisti,
ricorda Zagrebelsky, che credono sia loro diritto naturale a possedere la terra su cui è
dato loro casualmente di vivere, come serra di coltura della loro sola cultura.
Non si accorgono, così, di trasformarla in un campo di battaglia, nella”aiuola
che ci fa tanto feroci” di cui parla Dante nel canto XXll del Paradiso(v. 151). Non si accorgono che il
loro tema è la ferocia.
Paolo,
rivendicando di essere ebreo figlio di ebrei, ricordava a che a lui era “stato affidato il Vangelo dei non giudei”,
quindi aveva scelto l’interazione e non quell’integrazione
umiliante che porta i bimbi iracheni a cantare secondo il canone liturgico
latino la pax Christi.
Sembra di sentire Tacito: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (dove fanno il deserto, lo chiamano pace). Tacito,
Agricola, 30, 4