Sulle orme di Paolo con Emilio Gandolfo. 

 “l’Asia minore, culla delle civiltà anatoliche,…è non meno della Palestina, terra delle nostre radici.”  dEmilio Gandolfo, Sulle orme di Paolo in Asia Minore, Roma 1994

 

 

Quarant’anni di confronto con Emilio Gandolfo (per alcuni anni sulla scia di Stanislas Lyonnet) coronati con un viaggio in Anatolia fino ad Antiochia di Siria (centrale fu il ruolo di Marina per delineare lo scenario storico antropologico), hanno prodotto un lavorio profondo che porta a discostarsi ed a volte profondamente, dall’immagine mitica di San Paolo (dogmatica e spesso sgradevole) che viene offerta soprattutto in quest’anno in cui si celebrano convenzionalmente i duemila anni della nascita. Eppure solo a valutare storicamente la complessità di un’epoca e di molte regioni che vedono l’intrecciarsi  di etnie, civiltà, religioni, ne emerge una figura grandiosa.  Non volle fondare una religione centralizzata, dogmatica, gerarchica e sacerdotale, ma rispettò le varie comunità con cui si incontrava, offrendo stimoli e suggerimenti legati ai vari problemi che incontrava localmente. Sembra quasi di rileggere quel laico arabo-cristiano che nell’VIII secolo diceva: "Gli Apostoli andarono per il mondo poveri, deboli, senza beni di fortuna, senza potere in questo mondo, senza ricchezze da usare quali strumenti di corruzione, senza scienza, senza parentele di cui potersi vantare presso chiunque. Non combatterono contro nessuno, non forzarono gli uomini, invitarono il popolo alla giustizia". Paolo dà prova della poligenesi del cristianesimo che si confronta con tutte le etnie e civiltà con cui si incontra: non combattè contro nessuno, ma invitò le varie comunità con cui si incontrava al Vangelo. Solo più tardi, ma Paolo era già morto, la corrente sacerdotale ellenistico-giudaica prese il sopravvento. Allora e solo allora diventò centrale la figura del sacerdote mediatore tra Dio e l’uomo. Paolo sapeva bene che il sacerdozio è assente dalla parola, dalla prassi, dal pensiero di Cristo. Gli è addirittura contrario. E’ stato introdotto nella Chiesa molto tempo dopo la morte degli apostoli. Veder scrivere oggi che Emilio Gandolfo conservava l’identità di sacerdote con orgoglio paolino  significa veder manipolare i 40 anni di ricerca di un prete che ha dedicato la sua vita a conoscere e a far conoscere la parola di Dio.

Le riflessioni che seguono evidentemente sono maturate nei tanti anni di frequentazione e di ricerca in comune. Nel momento in cui si mira ad una radicale clericalizzazione di dEmilio (cancellando tutto ciò che lo fa sembrare eretico agli occhi di un dogmatismo concettuale ), mi sembra opportuno farle conoscere. Gli avevano messo un ”teologo” al seguito e negli itinerari romani “alla ricerca delle radici” preferiva che parlassi io degli aspetti storico-antropologici, certo con più libertà di quella consentita a lui. Non a caso dopo la sua uccisione furono immediatamente bloccati, cancellati gli itinerari che meglio avrebbero rappresentato la memoria di dEmilio.

Per credere basta mettere a confronto il libretto “sulle orme di Paolo in Asia Minore”, pubblicato senza imprimatur, con  il libretto “sui passi di San Paolo”, pubblicato con imprimatur.

Athy 10.10.2008

 

Non c’è dubbio che gli avvenimenti che segnarono la nascita del cristianesimo (la predicazione di Gesù, l’instancabile attività di Paolo nel fondare sempre nuove chiese), sia legata anche alla tradizione ebraica, ma alla tradizione ed alle vicende del 1° secolo dell’era volgare. All’ambiente etnico palestinese del I secolo dell’era volgare. La Palestina è sotto la dominazione romana e non vive  certo la tradizione  dei secoli precedenti, segnati dal ritorno della cattività babilonese che si ammanta di racconti mitici, o dall’attività dei profeti.

Sono evidenti le questioni politiche con la forte rivendicazione nazionale.

Non va dimenticato che la Palestina, inoltre (con l’intera fascia costiera,  con le vie lungo il deserto e la Mesopotamia),  è terra di passaggio e riveste fin dai tempi più remoti un

 grande ruolo strategico militare e nei commerci che si svolgono dall’estremo oriente all’estremo occidente e viceversa. Fu contesa aspramente tra Egiziani e gli Imperi che si sono succeduti nella Mezzaluna fertile. Ma i commerci riguardano anche la via verticale, che unisce il Mar Baltico, il nord d’Europa, da dove proveniva l’ambra, con l’altopiano iranico e con gli estremi lembi della Penisola arabica da dove proveniva gran parte dell’incenso. Quelle terre,insomma sono un crocevia,  luoghi di incontro di civiltà, di culture, di etnie e di religioni al punto che M. Amari può definire i Persiani una stirpe indo-germanica.

Le vie commerciali si identificano con le vie dei pellegrinaggi e non dimentichiamo l’influenza dell’Egitto sulla predicazione di Gesù.

Dobbiamo inoltre metter da parte l’idea evolutiva che vede i progressi ed i privilegi della religione monoteista sulle politeistiche che invece sono per ovvi motivi assai meno fondamentaliste e violente e più disponibili ad interagire e ad accogliere altre tradizioni. Così come dobbiamo evitare di usare “pagani”,“paganesimo” in senso spregiativo, come assenza di Dio, visto che tutti i popoli, ciascuno a modo suo e secondo le proprie memorie e tradizioni, hanno cercato una propria spiritualità.

Almeno dal III Millennio quelle terre fanno parte di quella tradizione economica, culturale e religiosa che ha dominato politicamente (basta pensare a Babilonia) l’intero Medio Oriente antico, dall’alto piano dell’Iran fino al Mediterraneo orientale, esercitando su quest’area un’influenza culturale ben più duratura. Sono in molti a pensare (cfr.M.Jursa, i babilonesi, il Mulino, 2007 (2004), p.7) che l’influenza della cultura babilonese sull’Antico Testamento è addirittura immensa.

Al centro di questo fitto reticolo di vie commerciali (e religiose) c’è Antiochia, chiamata “la regina d’Oriente”, la capitale della provincia romana di Siria, la terza città dell’Impero dopo Roma ed Alessandria. E’ una città cosmopolita, un intreccio infinito di etnie. Contava allora 500.000 abitanti. “Numerosa era la comunità ebraica, che arrivò fino a quarantamila persone” (Emilio Gandolfo, sulle orme di Paolo in Asia minore, IPL, 1994). Tra le tante etnie, dunque, c’era anche una comunità ebraica. Bisogna ammettere, dunque, che anche molti non ebrei, e spesso si trattava di grandi maggioranze, abitavano quelle terre e che tra le tante lingue, la lingua normalmente più diffusa, la lingua della gente comune,  era l’aramaico, che era anche la lingua sacrale delle molte religioni. E’ veramente difficile pensare alla Palestina come ad un’unità “nazionale” ebraica.

Antiochia, quindi una grande città plurale, è la città dove per la prima volta i seguaci di Gesù furono detti “cristiani”.

Gerusalemme, ai tempi di Gesù, conta non meno di 30.000 abitanti (secondo molti, 50.000), che diventano 300.000 (o forse 500.000) in coincidenza con la Pasqua. Nel corso dell’anno i pellegrini ammontano complessivamente al milione  (!).

Non bisogna dimenticare la complessità della cultura antica: l’uomo è nomade e si muove sistematicamente lungo le vie dei pellegrinaggi (che coincidono con quelle commerciali) alla ricerca dei luoghi della ierofania, cioè in cui Dio si è in vario modo manifestato. Gerusalemme è uno di questi luoghi, dove accorrono pellegrini (spesso sono ebrei della diaspora) per tutto l’anno. Un milione di persone, di tante etnie, culture ed esperienze anche religiose diverse, complessivamente nell’anno sacrificano nel tempio di Gerusalemme.

Intorno alla visita al tempio ed ai sacrifici ruotano dunque affari imponenti.

Quando Gesù affronta con decisione i mercanti del tempio, anche rovesciando alcune bancarelle (Marco 11,15; Mat 21, 12-22; Luca 19, 45-48), noi pensiamo ad un atto simbolico, a qualche venditore di ricordini, alla presenza di poche persone, ma qui si tratta di un’azione, guardata forse con favore ma anche con disappunto dalle decine di migliaia di pellegrini presenti, che mira a sovvertire completamente l’ordine sociale e politico della città (e della tradizione sacerdotale) che derivava la sua economia da mestieri ed affari economici legati al Tempio e capillarmente diffusi. Da interessi (gestiti dai sacerdoti), spesso da grandi interessi consolidati e certi, che rappresentano veri imperi economici. La sola vendita degli animali da sacrificare, il consumo e la conservazione di quantità imponenti di carne, dovevano comportare affari inimmaginabili. E poi c’è da accogliere e sfamare nell’anno un  milione di persone, sia pure abituate al nomadismo!

Marco, Matteo e Luca non lasciano dubbi. Gesù sostiene che gli affari dei sacerdoti non hanno dignità nel culto di Dio. Come oggi non dovrebbe avere dignità il Vaticano e la curia.

Non va dimenticato il grande ruolo dell’Anatolia, l’odierna Turchia. Abitata da popolazioni anatoliche, poi dagli Hittiti, quindi dal VI secolo dai persiani, poi conquistata da Alessandro Magno, governata dai Seleucidi, dal I secolo a.C. è provincia romana e qui, in una terra quanto mai complessa nasce Paolo.

dEmilio Gandolfo, quel pretino cristianamente torturato ed ucciso, che fu tra i grandi interpreti di San Paolo, ha potuto scrivere (Sulle orme di Paolo in Asia Minore, Roma 1994) che “l’Asia minore, culla delle civiltà anatoliche,…è non meno della Palestina, terra delle nostre radici.”

Da molte parti si legge che Paolo era di nazionalità greca!  Era un ebreo della diaspora, di cultura anatolica, che conosceva il greco, la lingua veicolare, dei commerci del tempo. Paolo, non dimentichiamolo, fu per tutta la vita (rivendicava di guadagnarsi da vivere con il lavoro delle proprie mani) un lavoratore in proprio, cioè produceva e commerciava tende militari.

Non fu un greco! “Vedete quanto male fanno alla chiesa l’incatenamento al mondo greco-latino e soprattutto l’inquadramento rigido alla liturgia occidentale del latino…” così scrive  Helder Camara (Roma, due del mattino, San Paolo editrice, 2008).  E’ il  “diario” del Concilio, dal 1962 al 1965, un’antologia, frammentaria e penso censurata,  delle lettere che quotidianamente inviava agli amici in Brasile per renderli partecipi del suo lavoro, delle sue speranze e preoccupazioni. E’ dapprima preoccupato per il tono clericale ed occidentale dell’impostazione della chiesa e poi  per la morte inevitabile del Concilio. 

 

Qualcuno ricorderà Camara come il vescovo che soleva dire ”quando do da mangiare ad un povero,  tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”.

 

Il mondo cristiano, si sa, è disposto a fare l’elemosina, ma, nella convinzione che il mondo è dei ricchi, è del tutto proteso a non sovvertire l’ordine sociale. Si sentono molti preti che definiscono nelle loro omelie Giuseppe il falegname, un imprenditore. Il Vangelo di Tommaso è escluso dal canone perché condanna con durezza la preghiera e l’elemosina:

Gesù disse loro:

«Se voi digiunate, cadrete in errore per vostra colpa,

e se voi pregate,

sarete condannati,

e se farete elemosina,

farete del male al vostro Spirito. 14.

 

Camara non è meno duro: (p274) Il cristiano viene presentato come uno che non prende veramente parte a questo mondo; come un compagno poco leale; come un vigliacco, un falso, un essere infantile che scarica su Dio le proprie responsabilità nei confronti dei suoi simili. Friedrich Heer immagina un ateo che interpella i cristiani e dice loro: “Lavoro con colleghi sparsi in tutto il mondo. Ho una parte minima in un compito gigantesco. Faccio e non faccio. Ricomincio mille volte, sempre aperto all’autocritica e all’accettazione del fallimento... Ma tu, mio caro cristiano, giudichi tutto e tutti dall’alto della tua sufficienza in nome di formule teologiche dei tempi di San Tommaso, San t’Agostino o persino San Paolo... Guarda cos’hai prodotto nel frattempo: questi uomini dell’America del Sud, abbandonati, miserabili, sempre in attesa di un miracolo...”

Definisce il Vaticano un impero economico e le diocesi come piccoli Vaticani.

Torna il tema: la ricchezza è compatibile con il Vangelo? Alcune risposte le ho date commentando su “Adista” del 23 settembre 2006 il Vangelo di Marco 10, 17-30.

Adesso vorrei aggiungere delle note storiche. Qualche appunto per collocare meglio storicamente Paolo nel suo tempo.

 

Damasco

A Damasco Paolo incontra il Dio incarnato in un uomo, quel Messia che cercava avidamente facendo affidamento in modo radicale sulla sua cultura di ebreo della diaspora, nato lontano dalla Palestina, in una città, Tarso, che era passaggio obbligato per genti di tante etnie e religioni. E lo incontra in un luogo di cultura plurale, in un crocevia di popoli, di civiltà, di religioni, che fin dalla più remota antichità è stato sede naturale di insediamenti umani. Damasco è una delle più antiche capitali del mondo; li si ritrovano le radici culturali dell’umanità. E una città economicamente molto importante già nel III millennio a.C. dove si erano succedute decine di civiltà e dove gli imperi mesopotamici, da millenni si sono confrontati e scontrati per il loro controllo economico di quelle strade con l’impero Egiziano. L’oasi di Damasco ebbe un ruolo importante già durante il periodo degli Accadi, dei Canaaniti, degli Aramaici; in seguito fu preda dei Faraoni d’Egitto, guerreggiò contro il re Davide d’Israele, vide passare Assiri e Persiani, generali di Alessandro il Macedone, Nabatei e Romani.

Già perché la Siria e la Palestina, da sempre, erano state terre di passaggio, luogo di transito per le grandi vie carovaniere che dall’estremo Oriente portavano merci (oggetti che portavano incorporato il lavoro e la civiltà del popolo che le aveva prodotte) e pellegrinaggi all’estremo Occidente e viceversa. Non va dimenticata l’ambra che viene dal Nord, dal mar baltico e l’incenso che viene dal Sud della penisola arabica. E naturalmente lungo queste vie, nelle oasi, nascono i caravanserragli, dove i viaggiatori trovano riposo e mescolano le loro esperienze e le loro culture, incontrandosi grazie alla facoltà di farsi capire con la mimica, con il gesticolare, con il canto, con i simboli e grazie all’aiuto di parole prese in prestito dalle lingue di tutti i caravanserragli del mondo. Siamo così abituati ad una visione romanocentrica del mondo antico che dimentichiamo molto facilmente popoli, civiltà, culture, religioni. Ai tempo di Paolo gli abitanti dell’Impero romano erano non più del 15% degli abitanti del mondo. L.L.Cavalli-Sforza, fissando la storia e geografia dei geni umani, conferma che ad esempio l’Europa contava 35 dei 255 milioni che costituivano la popolazione del mondo. In Africa (dove si diceva hic sunt leones” c’erano 26 milioni di abitanti; 70 milioni in Cina, 100 milioni nel resto dell’Asia e così via. Ed erano uomini che si assomigliavano più o meno tutti. Certo con “esperienze culturali” spesso molto diverse che si mescolano, convivono, danno origine a nuove culture.

Le migrazioni, come il meticciato culturale, un termine usato oggi in modo molto spregiativo, sono i caratteri strutturali dei popoli antichi. E Paolo assume queste caratteristiche composite, è appunto un meticcio, e propone il messaggio del Vangelo a comunità ben definite, diverse l’una dall’altra, rispettando le loro “culture”, fondando tante chiese “locali”. Del resto anche Sant’Agostino, ricordandosi che nelle proprie vene scorreva sangue berbero, sottolineò più volte che “Non iam adversi etsi diversi” (Aug. in Ps 47,3). “Essere diversi non significa essere avversari “.

Gli autori medievali (penso a Beato di Liebana dell’VIII secolo) descrivendo la diffusione degli Apostoli nel mondo, già sottolineata dai padri della Chiesa, ricorda che «Quantunque [ Apostoli] fossero una cosa sola, tuttavia ciascuno trovò la propria sorte predicando nel mondo».

E sottolineando questa straordinaria capacita che Paolo aveva di riconoscere le diverse culture del mondo, aggiunge che “a Paolo non fu assegnata una propria zona, come agli altri Apostoli, ma fu eletto maestro e predicatori di tutti i popoli gentili”“.

Damasco, persino con il significato del suo nome, segnò la predicazione di Paolo: in aramaico  Dar misiq, la casa dell’acqua, la città irrigata, circondata da un arido deserto.

E Paolo è l’Apostolo dell’acqua che ristora e dà la vita: bisogna abbeverarsi di Cristo “bevevano infatti alla stessa roccia spirituale che li accompagnava. Quella roccia era Cristo” (IC 10,34).

 

Paolo ebreo, nato in Anatolia, educato a Gerusalemme, cittadino Romano

Paolo, nato a Tarso, in Cilicia, tra il 5 ed il 10 d.C., in un ambiente cosmopolita, da una famiglia ebrea della diaspora, è arrestato mentre “tutta Gerusalemme era in rivolta” (At 21,31). Rivendica la sua origine: “Io sono un giudeo, di Tarso in Cilicia, cittadino di una città non senza importanza” (At,23, 39). Sottolinea ancora:  Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, [a Gerusalemme] formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi.(At 22,3) Rivendica la sua appartenenza: “della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figli di ebrei” (Fil 3,5). Ma rivela che a Gerusalemme, mentre pregava nel tempio vide “Lui che…diceva…Va, perché io ti manderò lontano, tra i pagani  (At, 22,21). Paolo non si meraviglia, come “i fedeli circoncisi che erano venuti con Pietro…che sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo” (At 10,45).

 

Paolo è dunque ebreo, ma è nato in una città e in un’epoca cosmopolita. Fu mandato a Gerusalemme  a studiare presso Gamaliele, rabbino moderato e stimatissimo, certo di cultura molto composita e molto rispettoso delle diversità. E’ lui che  prende la parola nel Sinedrio (At.5, 34-39), di fronte al quale sono stati condotti gli Apostoli: “Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa dottrina è di origine umana, verrà distrutta, ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli.

Gamaliele apparteneva a una delle correnti più aperte del giudaismo di quell'epoca, la linea inaugurata da rabbì Hillel, un maestro che un'antica tradizione considerava proprio il padre o il nonno di Gamaliele.

Tarso, dal I sec.a.C. fa parte della Provincia Romana della Cilicia: quindi Paolo è cittadino romano per nascita. E durante una delle tante occasioni in cui è sottoposto a tortura, rivendica la cittadinanza romana. Non si dichiara cittadino romano per godere dei favori dell’Impero. Vuole sottrarsi ai flagelli: “Potete voi flagellare un cittadino romano, non ancora giudicato?” (At22,25). Al tribuno che nota ”io questa cittadinanza l’ho acquistata  a caro prezzo”, Paolo risponde: “io invece lo sono di nascita!”. (At, 22,28). Sembra quasi di leggere i moderni studi di genetica:tutte le nazioni che sono sotto il cielo” per nascita hanno uguali diritti; si distinguono in tante etnie, ma sono una sola razza.

Paolo evidentemente non  guarda a Roma come al centro diffusore della cultura del mondo, ma come uno dei  “luoghi” in cui tutte le culture convergono e  possono vivere in pace. E’ un fondatore di chiese, di comunità che rivendicano la loro specificità.

 

Non è un fondatore di una religione centralizzata e monolitica, riassume così il suo “credo”: “Io sono chiamato a giudizio a motivo della speranza della resurrezione dei morti” (At 23, 6). 

Paolo progettò di venire a Roma solo di passaggio andando in Spagna. Rivendica, solo per motivi giuridici, che è cittadino di Roma, ma non è di cultura romana. Viene a Roma per far celebrare il suo processo. Aspetta due anni in libertà provvisoria e, in adesione alla legge mosaica, come aveva sempre fatto, continuò a guadagnarsi da vivere con il lavoro delle proprie mani fabbricando tende.

A Roma nel I secolo vivevano un milione di abitante, ma ben 350.000 sono gli schiavi, la maggior parte stranieri. 200.000 persone non hanno mezzi di sussistenza e vivono della distribuzione pubblica di frumento.

 

La cultura come noi la intendiamo ed i testi scritti erano riservati alle élite. Le leggende, le tradizioni ed i documenti figurali consentono di ricostruire l’antropologia della gente comune.

Sarà Costantino, con il Concilio di Nicea, a rivendicare le categorie greche per spiegare la verità della fede, ed a fare del cristianesimo una religione occidentale, latina.

 

Porrà così le premesse per sostituire il cristianesimo ai tanti culti orientali allora esistenti anche a Roma, per ragioni di politica non solo interna, ma estera. Roma ha bisogno di grandi commerci internazionali e di molti prodotti di lusso per soddisfare le esigenze della ristrettissima classe dominante. Il controllo delle grandi vie carovaniere passa in Anatolia, in Siria, in Mesopotamia, in Persia. E lì si sta pericolosamente sviluppando un cristianesimo locale che convive pacificante e sincretisticanente persino con religioni, filosofie, culti sviluppati in India ed in Cina. Il primato “culturale” di Roma è destinato a cadere.

Crollerà tutto l’Impero sotto il peso dello squilibrio della bilancia dei pagamenti per il debito estero e per l’avvento di popoli nuovi che si spostano in massa da Oriente e dall’Asia centrale verso Occidente. Tra il  I ed il VI secolo c’è una forte contrazione della popolazione mondiale.

 

Roma diventerà poi nel VII secolo d:C. un piccolo villaggio (25.000 abitanti), che vivono della pesca nel Tevere quando non ci sono le piene. Tutto è palude e malaria. Sono veramente secoli buî, mentre in larga parte del mondo sono secoli d’oro. Nell’XI secolo comincia una lenta ripresa, che si concluderà solo nel 1870. Allora si cercherà di cancellare una storia millenaria, popoli, culture e di riaffermare il predominio “culturale” e politico di Roma. E giacché fin dal IV secolo, la Chiesa ha preso il posto dell’Impero, il dominio religioso.

 

La sua storia e le sue esperienze  torneranno ad essere un modello da seguire. Persino nelle arti c’è la rinascita romanica. Già nell’XI secolo, con Ildebrando di Soana, poi Gregorio VII dal 1073 al 1085,  si cancella la pluralità delle tante manifestazioni del Vangelo e l’ l’ordo romanus, diventa esclusivo. Ildebrando è un benedettino, una struttura religiosa nata per rendere occidentale, romano il monachesimo ben diffuso con le sue caratteristiche “orientali” fin dai primissimi secoli anche in Europa.Il meticcio Paolo, nella Roma che ricercava la sua centralità ed esclusività non avrà vita facile.

 

 

Anatolia

 

L’Anatolia è un vasto altopiano attraversato da numerose catene montuose e delimitato a Nord dai monti del Ponto e a Sud da quelli del Tauro. E’ circondata dalla Georgia, dall’Armenia, dalla Mesopotamia, dalla Persia e dalla Siria. Nell’immenso continente euroasiatico e’ la naturale porta di transito tra la parte europea e quella asiatica. Qui intorno al X millennio nacque gran parte dell’agricoltura (il grano, l’orzo) che si diffuse nel mondo, ad oriente e ad occidente, modificando radicalmente l’evoluzione del genere umano, delle sue esperienze, della sua tecnologia, della sua cultura.

Per i paradossi della storia, l’Anatolia  (oggi Turchia) appare geologicamente una terra giovane che non ha ancora assorbito del tutto i sommovimenti geologici terziari (prova ne siano i catastrofici terremoti), ma è anche la terra che (insieme alla Mesopotamia ed all’Egitto) conobbe prestissimo lo sviluppo di civiltà ad altissimo livello, con tanti modi di vita che le assegnarono un posto preminente.  Nei pressi di Konya, a Çatalhöyǜk, nella grande pianura di Licaonia, c’è uno dei più grandi insediamenti neolitici del Vicino Oriente, con una statuetta di donna partoriente del VI –V Millennio a.c., con enormi seni e cosce, simbolo della fecondità. E’ nata l’agricoltura e la fertilità della terra appare solidale con la fecondità femminile: di conseguenza osserva M.Eliade, le donne divengono responsabili dell’abbondanza dei raccolti, siccome conoscono il mistero della creazione e della vita. E’un mistero religioso che governa l’origine della vita, il nutrimento e la morte. La terra è assimilata alla donna (La terra Madre). Il ritmo della vegetazione suggerisce il mistero della nascita, della morte e della rinascita. Comincia anche il culto agli dèi che muoiono e risuscitano e compare l’Albero della Vita come concezione della sacralità cosmica. L’Anatolia ha conosciuto nel III Millennio la grande invasione Hittita, che lascerà grandi monumenti segno di una civiltà evoluta, e poi i Frigi, i Lidi, gli Assiri, gli sciti, i persiani, i Macedoni. Ed Ecco Alessandro Magno che unifica un grande impero: dalla Macedonia, all’Afganistan, Al Medio Oriente, all’Egitto. E’ una terra estremamente complessa e composita l’Anatolia, dove si confrontano tecnologie, esperienze, culture e religioni. La posizione strategica tra Asia ed Europa non può che favorire la nascita di rotte commerciali lungo le quelli si trasportano merci, che come ho ricordato non sono soggetti silenziosi,  perché portano incorporato il lavoro e la cultura dell’uomo. E quindi anche i sentimenti, le attese e le  convinzioni religiose e spirituali. Non a caso le vie commerciali sono anche le vie religiose, dei pellegrinaggi.

Tarso, la città di Paolo, è sorta, come tutte le città antiche lungo una di queste vie commerciali. Le strade carovaniere sono limitate dall’orografia dell’Anatolia. La strada che costeggia i monti del Tauro provenendo da Iconio, da Listra, da Derbe, due città importanti, supera lo stretto passaggio delle porte Cilice (un valico  a 1200 metri d’altezza) ed ha vicino ed Mediterraneo e a pochi chilometri  di Siria, la terza città d’occidente, che nel I secolo raggiunge i 500.000 abitanti. Listra e Derbe sono due città della Licaonia e pochi sanno (o vogliono sapere) che nei secoli successivi (dal VII fino al XVI, per un millennio) l’isola Tiberina a Roma fu chiamata isola licaonia per simboleggiare il guado (l’unico passaggio utilizzabile in larga parte dell’anno, tra le due sponde del Tevere). Il guado storico stata in realtà qualche metro più a valle, dove c’era il ponte celebre per le gesta di di Orazio Coclide, che congiungeva la via Aurelia (i popoli del nord e del mare) e la Via Campana (oggi Portuense) che portava ai capi di sale di Ostia, con la via Salaria, che arrivava fino al Tevere e che congiungeva i popoli dell’entroterra ed arrivava fino all’Adriatico. Ancora nella grande pianta di Roma di G.B.Falfa del 1676 compare la scritta isola Licaonia a segnare un ponte tra civiltà diverse. Va anche ricordato che la Disperisio Apostolurum assegnava la Licaonia a Barotolomeo che è appunto sepolto nell’isola Tiberina. Roma è concepita come un microcosmo, come un’immagine del mondo ed ha incorporata in sé l’Asia e la Licaonia, cioè l’incontro tra culture e religioni.

E’ in un ambiente estremamente composito e interagente che vive Paolo, convinto che il mondo è fatto di un nucleo forte di unità, ma di differenze evidenti per tecnologia, esperienze, culture di diversità: si sente profondamente radicato nelle terre della sua origine. Lui ebreo, sa bene che la religione ebraica non può assommare tutte le attese religiose.

Non è casuale che dopo l’”incontro” con Cristo sulla via di Damasco, una città cosmopolita, va, senza chiedere consiglio a nessuno, per tre anni in Arabia (Gal 1,17), prima di confrontarsi con gli altri Apostoli a Gerusalemme. Lì i seguaci della religione ebraica non gli riservano una buona accoglienza e Paolo 10 lunghi anni si ritirerà a Tarso, come lui stesso dice, una città di non poco conto, un centro industriale e commerciale aperto a tante etnie. Poi intraprende la sua attività di evangelizzazione, che evidentemente è essenzialmente diretta agli uomini di tante culture diverse. E comincia proprio da Listra e Derbe, dalle due città di passaggio,della Licaonia, di cultura mista, quasi a significare il suo meticciato culturale.

Paolo non ignora certo le tante evolute ed affermate religioni che nei millenni si sono sviluppate nel Medio Oriente e sa bene che molte nuove religioni (almeno un centinaio) abitavano sempre più in quei luoghi. Nuovi profeti annunciavano il loro messaggio, che sovente era la metamorfosi di un messaggio antico. In questi messaggi c’era sempre un Salvatore, nato  da una vergine, in una grotta. Questo è il contesto culturale e religioso in cui Paolo inizia la sua attività missionaria.

 

 

Il primo viaggio

 

Paolo ha una straordinaria attitudine a capire ed a dialogare con gli uomini di ogni cultura  ed a discutere con tutti quelli che incontrava (At 17,17).  Il suo primo viaggio (47-48 d.C.) lo portò a Cipro ed in Asia Minore, dove fondò le comunità di Antiochia di Pisidia, di Iconio, di Listra, di Derbe). Tra il 50 ed il 52  d.C. è ancora in Asia Minore, visita le comunità a cui ha dato origine ed attraversa la Galazia;  poi si dirige verso la Troade ed entra in Macedonia, a Neàpoli, a Filippi, a Tessalonica, ad Atene (con il famoso discorso dell’Aeròpago sul Dio ignoto), a Corinto. In un terzo viaggio (53-57 d.C.) Paolo attraversò ancora i monti dell’Asia Minore, di questa regione dall’antica e composita civiltà, e si fermò per 3 anni ad Efeso, dove “tutti gli abitanti della provincia di Asia, Ebrei e Greci, poterono ascoltare la parola del Signore” (At 19,10) e dove nel 56 scrisse la nota lettera ai Galati.

Efeso è una grande città dell’Asia Minore; ai tempi di Paolo era sul mare ed aveva almeno 200.000 abitanti. E’ come si direbbe oggi, un porto di mare. E’ una località antica abitata prima del I Millennio a.C. Fonti Hittite la legano al XIV sec.a.C. Tradizioni antiche fanno riferimento alla Regina delle Amazzoni. Fu sotto il dominio Persiano e poi fu conquistata da Alessandro Magno. E’ uno dei centri commerciali più importanti del Mediterraneo. Vi confluiscono mille lingue e mille culture. Da sempre è sede di un grande santuario di Cibele (la Grande Madre, Artemide per i Greci, Diana per i Romani), dove arrivano tanti pellegrini anche da lontano. Il meticcio Paolo evidentemente si esaltava in quest’ambiente così composito. Inizialmente predicò nella Sinagoga, poi si trasferì nella scuola di Tiranno dove insegnava tutti i giorni, con un lungo e paziente dialogo con uomini di tante culture diverse.

Chi sono i Galati?. Certo una popolazione centro europea, di origine Celtica, a noi meglio nota come i Galli, che nel III secolo a.C. penetrarono in Asia Minore, forse lì chiamati come truppe di rinforzo per partecipare alle guerre locali. Naturalmente con i guerrieri arrivarono anche le donne e i bambini. Studi recenti mettono in evidenza come i Celti si spinsero fino in Africa Settentrionale per iniziare, al servizio di Annibale (218-201 a.C.), la spedizione contro Roma e che a sua volta Roma usò truppe mercenarie celtiche per contrastare la spedizione di Annibale. Insomma nella 2^ guerra punica ci sarebbero state battaglie di Celti contro Celti. Notizie sugli usi di questo popolo ce ne da Giulio Cesare. Usavano il greco come lingua dei commerci. Appare subito evidente come Paolo, figlio di un fabbricante e commerciante di tende, e fabbricante di tende lui stesso, nato in una importante città commerciale, fu mandato ad imparare non certo il greco dei filosofi o degli intellettuali, ma il greco essenziale della comunicazione commerciale. Paolo stesso lo conferma (1 Cor 1,17): “Cristo…mi ha mandato ad annunziare la salvezza. E questo io faccio senza parole sapienti”). Il secondo punto che Cesare mette in evidenza è che i Celti non usavano la scrittura per proibizione rituale, anche perché, aggiunge:”facendo troppo uso delle lettere, viene meno la voglia di conoscere e di ricordare”.

Vengono subito alla mente le osservazioni di Marcel Jousse (1886-1961), gesuita ed insigne antropologo: «Da Betlemme: è partito non uno scriba di manoscritti, ma un contadino creatore di gesti vivificanti»…«E' relativamente facile lasciarsi stendere e inchiodare le quattro membra su una croce romana.  E', umanamente impossibile, per un contadino del villaggio galileo di Nazareth, inviare uno dei suoi apprenditori-contadini contro la più temibile civiltà di quel tempo: la civiltà romana.  Era umanamente impossibile che questo contadino nazareno potesse aprirsi la strada verso la vittoria».

Si calcola che allora l’85/90% della popolazione era analfabeta ed è evidente che il Vangelo sia rivolto inizialmente alla parte più povera della popolazione. La predicazione di Paolo è naturalmente fatta “senza parole sapienti”, senza obbedire alla “legge” (“Nessuno sarà salvato perché osserva la legge”, Gal 2,16) , senza dottrina, diremmo oggi. Paolo nota (Gal 5,11):  

 

Nella lettera ai Galati, scritta tra gente di tante lingue e tante credenze religiose (almeno un centinaio) Paolo trova una dimensione universale. Ripercorre il suo incontro con Cristo, i suoi contrasti con Pietro, troppo legato ai credenti ebrei di origine (Gal 2,11-14), reinterpreta la promessa fatta da Dio ad Abramo: “Per mezzo tuo benedirò tutti i popoli” (Gal.3.8). Affronta il tema che condizionerà  fino ai nostri giorni tutta la riflessione di che cosa significa dirsi cristiani: “Non son più io che vivo; è Cristo che vive in me” (Gal.2,20). Il tema è “siete stati uniti a Cristo” (Gal 3,27); “rivestitevi di Cristo”.

Nella prima metà dell'VIII secolo il monaco Beato di Liebana nelle Asturie commenterà: «Senza dubbio non si può vantare di essere cristiano quello che ha il nome, ma non lo stile di vita; certamente sarà cristiano quando sarà fedele  a questo nome e lo realizzerà con la sua condotta. E' veramente un cristiano colui che con la fede e con i fatti si manifesta come un cristiano, camminando, come camminò colui dal quale riceve il nome (ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit) »(In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7-11).

 

 

L’Oronte.

 

“A Roma non c'è piú posto per un lavoro onesto,/non c'è compenso alle fatiche…/ per questo ho deciso di andarmene…”. Così il poeta Giovenale (60-135) descrive con astio Roma che sta completamente cambiando, diventando il punto centrale dell’Impero. E continua: “Una Roma ingrecata non posso soffrirla,/
Quiriti; ma quanto vi sia di acheo in questa feccia/ bisogna chiederselo. Ormai da tempo / l'Oronte di Siria sfocia nel Tevere / e con sé rovescia idiomi, costumi, / flautisti, arpe oblique, tamburelli esotici / e le sue ragazze costrette a prostituirsi nel circo./ Sotto voi! se vi piace una puttana forestiera / con la mitra tutta a colori!”

L’Oronte è il fiume di Antiochia di Siria, la grande città del Mediterraneo, che nel I secolo d.C. ha 500.000  abitanti è detta la regina dell’Oriente perché vi confluiscono genti, merci, culture e religioni da tutto l’Oriente. L’Oronte  (significa: il ribelle)  nasce nell’attuale Libano nella valle della Beqaa ha un corso tortuoso e vorticoso lungo 400 chilometri. Aveva un bosco di alloro sacro alla ninfa Dafne, la figlia della Terra e del fiume Peneo, che, per sfuggire all’inseguimento di Apollo si trasformò in alloro. Antiochia  fu fondata ai tempi di Alessandro Magno e divenne ben presto una città cosmopolita, di grande importanza economica e  intellettuale; un grande centro d’affari noto in tutto il Medio Oriente, centro delle rotte commerciali che portavano da e verso l’india e da e verso il mar Baltico e la Persia. 40.000 erano gli ebrei che abitavano ad Antiochia: una comunità importante, ma molto minoritaria in una grande città.Ad Antiochia trovarono rifugio gli Apostoli e lo stesso Pietro per sottrarsi alla persecuzione degli ebrei di Gerusalemme. Qui diventa ormai evidente la distinzione tra gli ebrei gerosolimitani (legati al tempio, alla legge, alla circoncisione) e gli ebrei messianici, aperti al mondo ellenistico. Proprio “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (At 11,26). Eusebio di Cesarea (265-339, siamo ormai nel III-IV secolo e ci sono state le trasformazioni volute da Costantino), ribadisce “fu allora che per la prima volta, proprio ad Antiochia, come da una ricca e vitale sorgente scaturì il nome di cristiani”. In questa realtà così composita, dove  era evidente l’interazione tra le centinaia di culture e di religioni diverse e non certo l’integrazione tra una cultura ed una religione prevalente, “il Vangelo”, come ricorda don Emilio Gandolfo (il pretino trucidato in modo sacrale e simbolico nel 1999) “fu ripensato in profondità e subì la prima esperienza di inculturazione della sua storia. Di qui partì la prima missione verso i pagani. Paolo partì con Barnaba”. Il termine pagano, quando è usato dagli storici non comporta quelle connotazioni negative che secoli di intolleranza cristiana, gli attribuiscono. Si riferisce a chiunque nel mondo antico aderisse a una delle numerosissime religioni (molte volte, ma non sempre) politeistiche dell’epoca.

Dunque Paolo nato a Tarso (una città di non poco conto su una delle fondamentali vie dei commerci),  nei pressi di Isso dove nel 333 a.C. Alessandro Magno sconfisse il re Persiano Dario III avviando la neonata ecumene ellenistica, fu chiamato ad Antiochia, nella grande città in cui fervevano centinaia di religioni e di culture.

E’ un po’ difficile legare Paolo all’ambiente giudaico prima e poi greco. Certo usava il greco, perché quella era la lingua veicolare e dei commerci dell’epoca. Giovenale è insofferente: “Una Roma ingrecata non posso soffrirla”, ma subito dopo riflette:  ma quanto vi sia di acheo in questa feccia/ bisogna chiederselo. Ormai da tempo / l'Oronte di Siria sfocia nel Tevere”. Ma Paolo è legato più di quanto si pensi alla realtà sorica e sociale che vive: Lui stesso racconta di essere stato in “tre occasioni battuto con verghe” (2 Cor 11,25), cioè con una forma di castigo inflitta dalla autorità municipali romane ai criminali ritenuti socialmente pericolosi. Emerge con chiarezza che all’inizio l’opposizione “pagana” ai cristiani fu più un fatto popolare che non la conseguenza di una persecuzione romana ufficiale e organizzata. La religione cristiana non era stata messa al bando e i suoi adepti non erano costretti ad entrare in clandestinità. Non era illegale seguire Gesù o venerare il Dio giudaico o chiamare Gesù Dio. Ma una religione che non aveva templi, né statue, né sacrifici, né vincoli di sangue e che spesso risolveva i suoi problemi di liturgia in ambienti familiari e comunitari,  che li faceva sembrare antisociali (le chiese domestiche) entrava in collisione con  le altre religioni che enfatizzavano la necessità di rendere il culto alle varie divinità con atti di preghiera e di sacrificio, che rappresentavano spesso attività economiche ben retribuite. I cristiani venivano percepiti come una perversa combriccola che veniva a rompere il contesto sociale (ed economico) già costituito. I cristiani sono visti ed affrontati come un pericoloso gruppo sociale da schiacciare. Potevano redimersi venerando gli dei nelle modalità richieste e ristabilendo così l’ordine sociale.

Paolo, uno skenopoiós, uno che faceva le tende, si appellava al suo duro lavoro manuale mostrando, con fierezza, le sue mani callose. Usava una ruvida tela tessuta con peli di capra, nota ai romani come cilicium, perché era appunto prodotta in Cilicia, la terra di Paolo. “Voi sapete bene che alle necessità mie e di quelli che erano con me ho provveduto con il lavoro delle mie mani. Vi ho sempre mostrato che è necessario lavorare per soccorrere i deboli, ricordiamoci di quello che disse il Signore Gesù: “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”” (At 20,34-36).

Paolo affrontò con forza questo tema nel discorso all’Areópago di Atene: [il Signore}non si fa servire dagli uomini come se avesse bisogno di qualche cosa; anzi è lui che dà a tutti la vita, il respiro e tutto il resto” (At.17,25).

La gratuità del servizio sembra essere motivo di scandalo anche all’interno delle comunità cristiane: “E non sapete che coloro che compiono le sacre funzioni, vivono del tempio e coloro che attendono al servizio dell’altare, hanno parte all’altare? Così pure per coloro che annunziamo il Vangelo, il Signore stabilì che vivano del Vangelo...Quanto a me non mi avvalsi di alcuno di questi diritti”. ( 1^Cor.9,13-15). “Non abbiamo mangiato il pane di alcuno, ma con fatica ed a stento abbiamo lavorato notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi. Non perché non ne avessimo diritto, ma perché volevamo darvi in noi stessi un modello da imitare.”( 2^Tes.3,8-10)

 

 

Paolo in Spagna?.

 

Nell’inverno dell’anno 56 o nei primi mesi del 57; Paolo, da Corinto rassicura la comunità cristiana di Roma (15, 24): che, “avendo già da parecchi anni un gran desiderio di venire da voi, quando mi recherò in Spagna, di passaggio spero di vedervi”. E lo ribadisce poco dopo nella stessa lettera: deve andare a Gerusalemme per compiere un servizio per quella comunità e “fatto questo e consegnata questa loro offerta, partirò per la Spagna, passando da voi” (15,28). Questa lettera solleva alcuni interrogativi: perché Paolo aveva progettato quel viaggio e andò mai in Spagna?

Conferma che nella cultura antica è una normale abitudine il viaggiare, anche su complessi e difficili percorsi, lungo itinerari integrati per terra, per fiume e per mare, utilizzando ogni mezzo di trasporto, facendo interagire culture ed esperienze religiose diverse.

 

L'uomo moderno, nei suoi ultimi 40.000 anni di storia ( a tanto si fa risalire l’adattamento culturale), ha sempre viaggiato, arrivando tardi in Europa, forse da Oriente, dalle steppe. E l’uomo, di ogni etnia, cultura, religione, viaggia per universum mundum, con lo scopo di cercare, navigare, domandare, guardare, capire, ascoltare, associare, evocare, ricevere l'aperta visione, conoscere se stesso e la propria origine divina, il proprio ruolo individuale e sociale nel sistema del Creato. Una "cerca" fisica, mentale, virtuale, per evocare, trovare i "siti", i "luoghi" dove l'invisibile si è manifestato attraverso le azioni della natura e dell'uomo, e dove il pellegrino incontra l'invisibile, diventa parte della Creazione, si confronta con il Creatore, con l'Uno che trova al di là della logica.

L'intero universo (con tutte le sue componenti fisiche, biologiche ed antropiche, con tutte le etnie, tutte le culture, tutte le religioni) si manifesta come l'immagine trasfigurata del suo Creatore. Va ricordato che i popoli altri dalla cultura eurocentrica sono alieni dal concetto di proprietà privata. In particolare sono estranei all'idea di possedere la terra. Anzi è la terra che possiede l'uomo: la terra è sacra, la terra è cara a Dio, la terra è di Dio (80).

Le mille e mille etnie e provenienze dei pellegrini, con tante e diverse "visioni del mondo",  percorsi conoscitivi, modalità di pensiero, stili e codici comunicativi e conoscitivi, "percezioni" del mondo, che s'integrano ed interagiscono, spesso coesistono in una stessa persona, sono una prova in più del "poligenismo" del cristianesimo. Paolo è la sintesi di queste esperienze plurali.

Gli “Atti degli Apostoli”(2, 5-11), descrivendo la discesa dello Spirito a Pentecoste, ricorda che “trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo”.  Il vescovo Roncalli ad Istanbul commentava che la venuta dello Spirito è la ragione ultima di tutte le nazioni della terra. “ Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: e “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei?  E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nati va? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti del la Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfihia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei  e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio”.

La Spagna è il terminale delle grandi vie dei commerci e dei pellegrinaggi che partendo dall’Estremo Oriente, attraversavano a Nord l’Asia Centrale e la Siberia ed a Sud l’Anatolia, la Siria, l’Africa per raggiungere, fin dalle epoche più remote, forse da 20.000 anni fa, i “luoghi” più occidentali dell’Occidente. E’ qui che il sole si getta nel mare e feconda la terra.

Gli studi del secolo scorso hanno sottolineato che la Spagna è il Paese più orientale dell’Occidente. Questa osservazione risolve i tanti problemi che si pongono gli storici: perché Paolo che programma la diffusione del Vangelo ad Oriente, progetta invece di viaggiare verso l’estremo Occidente? In Spagna, legata alla Siria ed alla Palestina dall’industria metallurgica dei Fenici, è da sempre un crocevia di popoli e lo diventerà visibilmente nei secoli successivi, con la venuta dei Musulmani da Damasco (papa Giovanni commenterebbe che non c’è niente di nuovo sotto il sole) e dei Normanni da quel mare del Nord legato alla Persia già da alcuni millenni.

Ragioni simboliche legano Paolo alla Spagna più di concreti episodi e fatti storici.

Mario Bussagli, commentando le scelte europee di Attila, il mongolo magister militum dell’Impero di Occidente, ricorda che era portato a seguire l’istinto atavico di muoversi secondo il cammino del sole. E forse raggiunse gli estremi confini della terra conosciuta, vale a dire le coste spagnole dell’Atlantico. Perché meravigliarsi del desiderio di Paolodi raggiungere la Spagna?

 

Il 21 gennaio del 259 d.C. i santi martiri Fruttuoso, Vescovo, e Augurio ed Eulogio, diaconi, subirono  nell'anfiteatro di Tarragona il martirio, sotto la persecuzione decretata dagli imperatori Valeriano e Galieno. In questa regione catalana il cristianesimo è già testimoniato nel I secolo, e sono ricominciati gli studi per metterlo in relazione con il presunto viaggio di San Paolo.

In seguito, all'inizio dell'VIII secolo, l'Arcivescovo di Tarragona, San Prospero, si rifugiò in Italia, dove fu Vescovo di Reggio Emilia. Lì venne venerato dopo la morte come santo; l'ufficio liturgico a lui dedicato spiega che fu uno dei successori di San Paolo. Ma sono ormai passati tanti secoli e dello spirito meticcio  di Paolo non c’è traccia in Spagna.

 

 

Verso Roma

 

All’inizio dell’inverno dell’anno 60  Paolo, dopo due anni di detenzione  a Cesarea inizia il suo viaggio verso Roma. Ha subito  un interrogatorio in tribunale da parte del re Agrippa che conclude: “ Costui poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare” (At.26,32). E dunque è imbarcato per Roma con altre 266 persone, la maggior parte prigionieri, per presentarsi a Cesare. E’ in “custodia militaris”, affidato al centurione  Giulio, una specie di libertà vigilata. Durante il lungo e faticoso viaggio, con la tempesta e la nave alla deriva ed in balia delle onde, quando tutti sono fiaccati dal lungo digiuno di 14 giorni, Paolo “prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti lo spezzò e incominciò a mangiare. Tutti si sentirono rianimati e si misero a mangiare anche loro” (At 27,35-36). E’ un gesto carico di simbolismo eucaristico, che riesce a raccogliere tutti (gente di ogni  cultura, etnia, lingua e cultura, carica di tante colpe davanti alla giustizia umana) in un’unica mensa e in un unico coro di rendimento di grazie a Dio. Ognuno pregava il suo Dio. Riemerge il DNA di Paolo: un meticcio culturale, nato in una città cosmopolita che riconosce e rispetta, nell’unica razza umana, le tante diverse culture, le tante speranze ed attese umane e religiose. Non converte nessuno, non fa discorsi, ma gesti simbolici di condivisione dell’esistenza che consentono a tutti di riconoscere  in un’ unica fonte di vita, in un unico Dio le tante divinità  professate da ciascuno: “tutti si sentirono rianimati”. Pietro Rossano, che fu vescovo ausiliare di Roma (Vangelo e culture, Roma, Edizioni Paoline, 1984), ricordava che "Quando si dice che l' uomo è immagine di Dio, si intende l' uomo nella totalità delle sue diversità, l' umanità in totale".

Dopo una sosta invernale  la nave riprende il viaggio ed approda a Pozzuoli incontra una comunità che già si dice cristiana, prosegue lungo la Via Appia e comunità romane di cristiani gli vanno incontro. Infine  nella primavera del 61 giunge a Roma dove rimarrà due anni in “custodia militaris”. Dove alloggiò?. Molti sono i luoghi di Roma che si contendono questo privilegio. Ma non c’è nessuna prova archeologica. Alcuni luoghi ne portano anche il nome: San Paolo della Regola. Regola è la trasformazione di arenula, la rena, la sabbia della riva del Tevere. Lì c’era uno dei tanti approdi dei battelli che trasportavano le merci sul Tevere. Siamo sulla riva opposta a Trastevere. C’erano delle case di abitazione con grandi magazzini per derrate alimentari. Altri ipotizzano le pendici dell’Aventino dov’è la chiesa di S.Prisca, tradizionalmente la casa di Aquila e Priscilla, i due ebrei romani che Paolo conobbe a Corinto. Lì nel II secolo fu impiantato un Mitreo, testimonianza delle tante religioni e dei tanti culti orientali presenti a Roma tra il I ed il IV secolo. Altri pensano nella vasta area di Castro Pretorio, tutt’ora legata ad usi militari. Dopo il processò fu liberato. Fece ancora molti viaggi lunghi e faticosi in Grecia, in Asia Minore per mare, per fiume, per terra, con grandi sofferenze.

Poi Eusebio di Cesarea (260/265 – 337/341) è il primo a parlare della seconda prigionia di Paolo a Roma e del suo martirio sotto Nerone: “Dopo aver sostenuto la sua difesa in giudizio, si dice che Paolo ripartì per il ministero della predicazione, ma ritornò una seconda volta a Roma sotto Nerone e vi subì il martirio” (He, II, 22,2). Ormai è il tempo del Concilio di Nicea indetto da Costantino. La teologia sostituisce la storia. E Paolo è descritto come martire al tempo delle persecuzioni di Nerone contro i cristiani. Ma avvenne proprio così? Visto il ritratto del tutto inverosimile che si fa di Nerone, credo proprio di no.

E’ ancora Eusebio (He, II, 25, 6-7) che ricorda come “Gaio, uomo ecclesiastico, vissuto al tempo del vescovo di Roma Zeffirino [198-217]…parla dei luoghi ove furono deposte le sacre spoglie dei detti apostoli, e dice «Io posso mostrarti i trofei degli apostoli: Se vorrai recarti sul Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa».” Forse anche in questo caso la teologia sostituisce la storia.

Al di là dei documenti archeologici rimane il gesto simbolico dello spezzare il pane nella nave alla deriva di fronte ai 266 profughi, che rappresentavano l'intero genere umano. Anche Gregorio Magno, In Cant., 13, definisce così la Chiesa: "Immaginiamo il genere umano tutto intero dall'inizio del mondo sino alla fine”. 

 

 

Paolo e il sacerdozio

 

Il sacerdozio è assente dalla parola, dalla prassi, dal pensiero di Cristo. Gli è addirittura contrario. E’ stato introdotto nella Chiesa molto tempo dopo la morte degli apostoli.

In  Paolo è chiaro che la Nuova Alleanza di Gesù abolisce ogni direzione di coscienza: “Nessuno dovrà più istruire il suo concittadino, né il suo fratello dicendo: ‘Conosci il Signore’, poiché tutti mi conosceranno dal piccolo al grande” (Ebrei 8,11; Geremia 31, 3 1-34). Matteo (23,8) ricorda che Gesù ha detto che non dobbiamo avere né Rabbi, né Padre, né Dottore, poiché abbiamo un solo Cristo.

Paolo nella Lettera agli Ebrei (versetto 4 del capitolo 8) afferma con sicurezza: “Se fosse sulla terra, Gesù non sarebbe nemmeno sacerdote”. Il Cristo è presentato come il sovrano ed unico prete che, col suo unico sacrificio, sostituisce ed abolisce tutti gli altri preti (7, 24) e ogni altro sacrificio diverso dal “sacrificio di lode, frutto delle labbra che confessano il Nome, la beneficenza e l’aiuto fraterno”.

La Lettera parla solo di “guide”, che annunciano la Buona Novella e dirigono la comunità (13,7). Nessuna traccia in questa Lettera di presbiteri-sacerdotes cristiani, mediatori di grazia, dotati del potere di consacrare. Tali poteri sono stati introdotti dopo la morte degli apostoli, dietro diverse influenze ebraiche e romane. La Lettera afferma che nella Nuova Alleanza, nessuno dovrà più porsi come mediatore tra Dio e l’umanità (7); Dio parla nei cuori e si rivela nell’intimo della coscienza (8, 10-11).

Il convito di liberazione del popolo e di condivisione fraterna è divenuto un “sacrificio”, contro la stessa volontà di Gesù che ha detto: “Sono venuto ad abolire i sacrifici e se non smettete di fare sacrifici la collera sarà vicino a voi” (20), e che per ben due volte (Mt. 9, 13; Mt. 12, 7) ricorda le parole del profeta Osea: “Desidero la misericordia e non il sacrificio” (6,6).

Solo «Cristo ...è il vero eterno sacerdote» (vedi le lettere di Emilio Gandolfo agli amici di Pasqua 1963 e di Natale 1985). Il kleros è il popolo fedele e non solo i ministri. Forse anche per questo del Medioevo se ne parla solo come di «secoli bui». Persino questo papa per rivendicare il ruolo del sacerdote consacrato, nell'enciclica De Eucarestia, deve ricorrere, come documento più antico, al Concilio Lateranese IV che fu tenuto nel 1215. Non ne trova altri nel I Millennio.

 

Pietro e Paolo a Roma

 

La tradizione e le leggende non collegano praticamente mai Pietro e Paolo a Roma.  Una pia leggenda li fa incontrare nel carcere mamertino, nel terribile carcere di Stato, da cui sarebbero usciti insieme per essere condotti ai rispettivi luoghi del martirio: Pietro nel circo di Nerone sul colle Vaticano e Paolo (in quanto cittadino romano),  destinato alla decapitazione, che non poteva aver luogo in pubblico, ad aquas Salvias, una località lungo la via per Ardea, a tre miglia da Roma. Avrebbero fatto parte della strada insieme. Pietro si sarebbe fermato ai piedi del Palatino,  inginocchiandosi a pregare, dove avrebbe impresso la forma delle ginocchia sulla pietra. E’ il luogo dove sorge la chiesa di Santa Maria Nova, nei cui mosaici absidali Paolo è ignorato. Ancora un segno della loro diversità. Avrebbero continuato insieme fino alla Via Ostiense dove si sarebbero salutati con un necessario abbraccio di pace, un gesto, un gesto, un segno ricordato ancor oggi nella liturgia della messa. Il luogo del simbolico abbraccio fu ricordato nei secoli da un piccolo oratorio, ora distrutto e sostituito da un’edicola sulla parete dell’ex centrale termoelettrica Montemartini. Pietro e Paolo avevano bisogno di questo simbolico abbraccio in quanto rappresentavano due tradizioni e strutture mentali e conoscitive molto diverse che, nel V-VI secolo furono fuse in un’unica fede, ratificata e difesa poi da papa Gregorio Magno (590-604). A Roma esistono due straordinari mosaici per sottolineare l’unità raggiunta attraverso una radicale diversità. Il primo è lo splendido mosaico absidale, degli inizi del V secolo, dell’abside di Santa Pudenziana, malamente ritagliato a seguito di un rimodernamento cinquecentesco. Il mosaico è di grande qualità  e di stile aulico ed autenticamente “romano”. Cristo è al centro in trono con un libro aperto: Dominus Conservator Ecclesiae Pudentianae. Ai suoi lati sono Pietro e Paolo incoronati da due matrone (la Chiesa e la Sinagoga?) o forse da Pudenziana e Prassede, le figlie del senatore Pudente. Lì secondo i Leggendari o Passionari romani del V-VI secolo sorgeva la sua casa, e lì Pietro avrebbe soggiornato per 7 anni. Ma recenti scavi archeologici smentiscono tutto. Pudente, inoltre sarebbe figlio di Priscilla. Dunque, il ruolo di una grande famiglia romana alla base della nuova Chiesa, un’idea che sarà superata da Gregorio Magno che esaltò invece il ruolo, nello stabilire l’unità romana del cristianesimo, della famiglia degli Anicii, anche con Benedetto da Norcia. Nel mosaico absidale sono poi raffigurati gli altri Apostoli (due sono stati cancellati dai restauri cinquecenteschi). Sullo sfondo gli edifici di Roma o di Gerusalemme, forse il Calvario con la grande croce gemmata fatta erigere da Costantino. Per i principi degli Apostoli è un’incoronazione imperiale, a significare che la nuova religione, con la sua struttura gerarchica, ha preso il posto dell’Impero, costruendone l’evidente continuazione.

E’, dunque, un grande manifesto politico che forse trova riscontro nella chiesa di santa Sabina all’Aventino, costruita al tempo di papa Celestino (422-432). Molti marmi e decorazioni a significare il potere imperiale e poi un grande mosaico nella parete di fondo con ai lati opposti due matrone individuate da due scritte: Ecclesia ex circoncisione; Ecclesia ex gentibus.

Del resto era stato lo stesso Paolo alle comunità cristiane del nord dell’Anatolia, nella Lettera ai Galati (2,7) a sottolineare “A me è stato affidato il Vangelo dei non giudei come a Pietro quello dei giudei”.

Era evidente, e Paolo lo rivendica, fin dalle origini il carattere plurale del cristianesimo. Del resto la sua Terra era un crocevia di culture, di attese e sensibilità religiose diverse. La molteplicità delle chiese che Paolo fonda in Asia Minore ed in Grecia e la molteplicità di scritti del Nuovo Testamento rendono una testimonianza multiforme all’ «unico Signore, Gesù Cristo» (I Cor 86), in un pluralismo di espressioni testuali, cui corrisponde a livello storico e di fede una pluralità  di espressioni ecclesiali di concezioni cristologiche, di usi liturgici, di accenti spirituali, riflette l’inesauribilità del mistero di Dio rivelato in Cristo Gesù e accolto in culture diverse: un solo Dio e molti modi per dirlo.

I mosaici di S.Pudenziana e di Santa Sabina testimoniano che ormai nel V-VI secolo si sta andando verso l’unificazione. Ma la vocazione originaria delcristianesimo” paolino è plurale. Oggi nel segno di Paolo è necessario ritrovare questa “vocazione originaria del cristianesimo” e “superare” i miti del “nostro” occidente, della nostra civiltà e democrazia, ed effettuare il difficilissimo passaggio dalla antropologia della contrapposizione (a cui siamo abituati) ad un’antropologia della diversità, dell’ in cui ogni cultura, inclusa la nostra, è “altra” e non è in posizione privilegiata.

 

I mosaici romani.

 

La struttura delle chiese, i grandi mosaici ed affreschi, le liturgie parlavano al popolo, stimolavano la sua percezione e conoscenza. Ed allora sono i mosaici del catino absidale di Santa Maria in Trastevere a Roma a fissare, come in un gigantesco manifesto, la struttura della chiesa di Roma ed a proporla ai fedeli.

 

Santa Maria in Trastevere è una chiesa importante, in un quartiere importante. A  Trastevere vivevano greci, asiatici, siriani, egiziani ed ebrei, tanti ebrei. Si pensa che nel I secolo gli ebrei romani fossero 40.000, provenienti da varie regioni del Mediterraneo. Abitavano non solo a Trastevere, ma anche all’inizio della Via Appia, alla Suburra, al Circo Massimo ed a Porta Capena. Erano riuniti in associazioni, in tante comunità di credenti (raccolti in Sinagoghe), a volte anche fortemente diversificate tra di loro per cultura e per lingua. A Trastevere papa Callisto (217-222) organizzò, anche economicamente, la comunità cristiana di Roma, dando vita ad una chiesa domestica, realizzando un “ricordo” della Taverna Meritoria (un ospizio per soldati), dove scaturì olio dalla terra (un fatto naturale una polla di olio minerale venne in superficie): il fatto fu  interpretato come la grazia di Cristo venuta alle genti. Successivamente papa Papa Giulio I (337-335) vi costruì una prima chiesa dedicata alla Vergine. Tanti furono i restauri e gli ampliamenti nei secoli e durante uno di questi furono utilizzate, scalpellando i segni della dea, le grandi colonne di porfido del grande tempio della dea Iside del Campo Marzio: un culto diffusissimo nel bacino del Mediterraneo. Cristo, con i suoi santi e la Madonna prendevano il posto, spesso anche nei significati simbolici, delle divinità orientali presenti a Roma in gran numero.

Con la rinascita romanica, nell’XI e XII secolo, Paolo, cittadino di Roma, ma di composita cultura ebraica ed orientale caparbiamente rivendicata, non può essere esibito come simbolo della romanità. Papa Innocenzo II, romano, della nobile famiglia Papareschi, fece realizzare importanti mosaici nel catino absidale di Santa Maria in Trastevere (1130 -1143), per celebrare la “tradizione” della chiesa romana. I Papareschi sono un ramo collaterale della "nobile" e potente famiglia degli Anici, a cui apparteneva Gregorio Magno e da cui si fa discendere Benedetto da Norcia, il fondatore del monachesimo occidentale.

Al centro c’è Cristo, che siede in un trono a due piazze, e che cinge le spalle con un braccio alla Madonna che siede alla sua destra. La presenta al clero ed al popolo romano, legittimandola come regina. E' la prima volta: la Madonna diventa la regina del popolo romano (Salus Populi Romani).

Da sinistra per chi guarda il bacino absidale, ma alla destra di Cristo, c'è prima papa Innocenzo II (il committente), poi Lorenzo (il primo martire romano), quindi Callisto (il "papa" che ha cominciato ad organizzare economicamente la chiesa di Roma). Poi la Madonna e Cristo, quindi Pietro, papa Cornelio, papa Giulio, Calepodio presbiter (un santo che oggi si preferisce dimenticare).

Tra gli apostoli c'è il solo Pietro, alla sinistra di Cristo. Non c'è Paolo. Non è certo casuale che Paolo non trova posto tra i grandi della chiesa di Roma, accanto ai santi "romani". Lui ha solo la cittadinanza, non la “cultura” romana.

La scelta nel mosaico del solo Pietro tra gli Apostoli ha quindi un forte carattere simbolico e pedagogico. E' evidente un programma teologico ben definito. Cristo, esposto nella sua maestà in un trono molto terreno, legittima i santi romani presentandoli al clero ed al popolo. E' evidente come papa Innocenzo II sia preoccupato, lui romano, in un`epoca in cui tutto doveva esaltare l'ordo romanus, di sottolineare la romanità (peraltro inesistente) della chiesa di Roma. Qualcuno ancor oggi direbbe con disprezzo: Paolo è solo un meticcio.

Anche nella chiesa di Santa Maria Nova al Foro Romano (meglio conosciuta come S. Francesca Romana) i mosaici del catino absidale (forse del XII secolo) ignorano Paolo. Al centro c’è la Madonna in trono, con la testa incoronata. A sinistra di chi guarda, Giovanni e Giacomo; a destra, Pietro ed Andrea. Anche questo è un programma teologico e politico completo. Nell’epoca dei grandi pellegrinaggi a Roma, a Gerusalemme, a Santiago e delle crociate, Paolo che c’entra?

 

La memoria degli apostoli

 

Leggende e tradizioni rendono, oltre al carcere Mamertino (ma solo a partire dai passionari composti nel IV secolo) e la via Appia l’unico luogo  a Roma che conserva contemporaneamente le memorie di Pietro e di Paolo.

La via Appia è la strada privilegiata per coloro che vengono o vanno a Sud e nel Medio Oriente. Gli Atti degli Apostoli  ricordano i cristiani di Roma che vanno incontro a Paolo (At 28,15) e l’Apocrifo Martirio di Pietro del II secolo ed ancor meglio il suo rifacimento del IV secolo dello pseudo Lino racconta dell’incontro di Pietro in fuga da Roma con Cristo:”Signore dove vai?”.Il Signore a lui: “Vengo a Roma per essere crocifisso di nuovo”. Pietro replicò “Signore,torno indietro per seguirti” (Mart.b.Petri a Lino ep.conscriptum, 6-7). La localizzazione della chiesetta del “Quo Vadis?” è però testimoniata solo nell’XI secolo e l’antica tradizione ha trovato un “magnifica espressione letteraria”, come ebbe a dire Giovanni Paolo II, nel romanziere Henryk Sienkiewicz..

Ma l’inizio del culto congiunto dei due Apostoli, avvenne qualche chilometro più avanti, nella località ad catacumbas che in latino vuol dire, nella località dell’avvallamento. Qui a metà del III secolo avvenne un fatto di grande importanza che ha dedicato il luogo al ricordo congiunto di Pietro e Paolo. Il motivo del sorgere del culto in quel luogo è rimasto finora senza una spiegazione soddisfacente. Certo è che nel IV secolo fu elevata una grande basilica ad onore dei due apostoli. La basilica fu poi trasformata e ridimensionata (già con Onorio III 1216-1227) ed oggi solo l’antica navata centrale è occupata dalla chiesa di S.Sebastiano. La navata sinistra è stata risistemata per ospitare un museo ed un bel plastico del tempio del IV secolo. C’era un deambulatorio dietro l’abside che congiungeva le due navate laterali, a modello delle basiliche fatte costruire dalla famiglia di Costantino ad onore dei martiri romani (S.Lorenzo, S.Agnese, i Ss  Marcellino e  Pietro).

Con un percorso continuo  i fedeli in modo processionale, percorrevano una navata e dietro l’altare rendevano omaggio alla tomba del santo. Continuavano nel loro percorso nell’altra navata ed uscivano dalla chiesa. Nelle navate molte erano anche le sepolture dei fedeli che bramavano riposare presso le tombe venerate. Ci sono molti mausolei di famiglie ricche o di corporazioni e chi non aveva grandi disponibilità economiche fu sepolto nel cimitero sotterraneo, che assunse grandi dimensioni. I fedeli erano attirati dal culto di Pietro e Paolo. Ma perché?  Nei documenti antichi il santuario è chiamato Memoria Apostolorum. Gli Atti di Pietro, nel tardo rifacimento latino databile tra il 450 ed il 550, dice che “alcune pie persone d’oriente tentarono un rapimento di corpi santi [di Pietro e di Paolo], ma subito un terremoto scosse la città. Gli abitanti, conosciuto il fatto, accorsero e li portarono via. Quelli fuggirono; allora i romani presi i corpi li deposero in un luogo a tre miglia dalla città, nelle catacombe sulla Via Appia, dove furono custoditi per un anno e sette mesi, finché ebbero costruito il luogo dove dovevano deporli” (cap.84,87). Questa tesi è ripetuta (con qualche variante) da Gregorio Magno, dal Liber Pontificalis dalle biografie dei papi Cornelio e Damaso, dagli itinerari del VII secolo. Sono documenti tardi. Già Sisto III (432-440) fondò un monastero presso la basilica. Un graffito dice: Domus Petri. Nei tempi antichi si veneravano le tombe e non le case e forse il graffito significa: santuario e non dimora. E’ quasi certo che lì al III miglio dell’Appia, dal III secolo, il 29 giugno c’era un’adunanza di preghiere della comunità romana. Ecco l’origine della festa del 29 giugno che ancora oggi si celebra come solennità nazionale. Scavi recenti hanno messo in luce una “triglia”, un ambiente molto grande dove si celebravano i banchetti funebri a servizio della comunità cristiana, i refrigeri. C’è un lungo banco in muratura per sedere, ci sono affreschi alle pareti, una fontana. Il culto non è legato ai defunti del posto, ma a Pietro e Paolo: lo testimoniano centinaia di graffiti latini e greci. La datazione è per la metà del III secolo. Nel 257 l’imperatore Valeriano aveva promulgato un primo editto in cui venivano vietate le adunanze liturgiche e l’ingresso ai cimiteri. Nel 258 le pene furono rafforzate. Forse erano stati già compiuti questi complessi lavori. Certo il cimitero presentava il vantaggio di non avere apparenza comunitaria cristiana (i cimiteri cristiani furono confiscati) e poi era fuori della città. Sembra che le persecuzioni si sentissero soprattutto all’interno della città. Il fatto sicuro è che probabilmente nel 258 vi si iniziò il culto dei due apostoli. Il luogo divenne un santuario e nella mentalità degli antichi cristiani un santuario era legato ad una tomba. Ecco allora l’ipotesi quantomai credibile: la traslazione per un limitato periodo di tempo delle ossa di Pietro e Paolo, per un breve periodo, sulla via Appia. Non tanto per evitarne la profanazione,quanto per consentire la celebrazione dei canoni liturgici che ormai andavano definendo. La Memoria decadde nei secoli successivi, probabilmente proprio perché non c’erano più i corpi venerati; dopo la peste del 680 S.Sebastiano cominciò ad oscurare il ricordo dei due apostoli. Nel XVI  secolo Filippo Neri trascorreva molte notti in meditazione nella località ad catacumbas; stimolò la scoperta e lo studio dei cimiteri cristiani antichi che da allora furono denominati: catacombe.

I corpi venerati

Per ossa di Pietro e Paolo dobbiamo intenderci. Non possiamo usare le nostre categorie mentali e culturali per epoche così lontane. Com’è noto presso gli antichi non si guardava, come facciamo noi, alla storicità del fatto, ma alla sua simbologia. Non era necessaria la veridicità del fatto,o dell’oggetto, ma bisognava arrivare a credere (anche attraverso il visionario immaginifico) che quel fatto fosse avvenuto in un certo modo, che quelle ossa fossero gli effettivi “resti” del corpo venerato. Il tema è ben chiarito da alcuni vangeli apocrifi, come la “vendetta del Salvatore”: il paragrafo 33 mostra con chiarezza il funzionamento del simbolo: l’imperatore Tiberio è malato e manda a cercare il telo con il volto di Cristo. Secondo una tradizione persiana, se il condannato a morte, nel percorso verso il patibolo, riesce a fissare gli occhi del re, è salvo. Tiberio vuole fissare gli occhi della Veronica, della “vera imago”, per guadagnarsi la salvezza del corpo. "E Tiberio vide il volto dipinto e pensò fosse quello il Signore. Tuttavia non lo era affatto... Ma tutti quelli fra i pagani che lo videro per la prima volta, credettero che fosse il volto del Signore. Non era il volto del Signore, ma Tiberio pensò che lo fosse e fu sanato" .

Non serve il “vero”; basta crederlo.  C’è un proverbio, un modo di dire romanesco, presente però in molte altre regioni italiane, che ben definisce il problema:

Un devoto, incontrato un marinaio in procinto di partire per Gerusalemme, lo pregò di portargli al ritorno un pezzetto di legno della Croce di Cristo. Il marinaio promise che l’avrebbe accontentato e infatti riuscì a procurarsi in Terra Santa quanto gli era stato richiesto. Purtroppo però, per sua sfortuna, il poveretto, sulla strada del ritorno, perse la preziosa reliquia. Preoccupato per le conseguenze cui sarebbe andato incontro, trovò il coraggio di rimediare e risolve il difficile problema staccando dalla sua barca una scheggia di legno che poi consegnò a quel devoto rassicurandolo circa l’autenticità del dono. Il credente, fuori di sé dalla gioia, venerava quella scheggia con tutta la devozione possibile e con preghiere ricche di fervore. Una notte però gli apparve il diavolo che minacciò di portarselo all’inferno. Il pover’uomo non si lasciò intimidire e implorando aiuto alla reliquia, costrinse il diavolo ad allontanarsi e a borbottare: non è er legno de la barcaccia, ma è la fede che me caccia.

Il problema non è dunque la ricerca della veridicità del fatto, ma gli aspetti liturgici, di culto conseguenti. Tutta la storia delle reliquie diventa dunque comprensibile. Del resto non c’è nessuna prova che Pietro e Paolo siano stati giustiziati e che il fatto avvenne a  Roma.

 

Paolo. Meticcio, in una società multiculturale.

Gustavo Zagrebelsky, su la Repubblica di sabato 25 novembre 2006, ricorda La sfida multiculturale alla società occidentale: “Una sfida inevitabile. Culture e civiltà estranee, finora contenute in confini che l’Europa stessa ha contribuito a stabilire in secoli di politiche di potenza, sono in movimento”. E’ quanto avveniva nel I secolo dell’era volgare, ai tempi di Paolo. Lui stesso era un meticcio culturale.

Zagrebelsky ricorda che “il multiculturalismo è una sfida all’universalismo, un pilastro della concezione morale dell’Occidente”. E  Paolo seppe reagire all’universalismo. Oggi si parla molto di integrazione, ma l’integrazione mira alla società omogenea, in cui le differenze culturali si attenuino fino a scomparire. Il suo presupposto è che, con la seduzione o con la forza, le culture possano cambiarsi confluendo l’una nell’altra. L’atteggia mento di quella di accoglienza non è perciò pregiudizialmente ostile a quelle d’ingresso. Tuttavia, l’integrazione rinvia alla dinamica tra una cultura che integra e una che è integrata, cioè a un’asimmetria tra l’una, più vitale, e l’altra, meno. L’integrazionismo è così, fatalmente, ideologia della cultura dominante e, prima o poi, manifesta la sua vera natura, che è l’assimilazionismo. L’assimilazionismo, presupponendo la superiorità di una cultura sulle altre, è una versione mite di razzismo culturale che giustifica la pretesa di fagocitare culture recessive e così di cancellarle dalla faccia della terra o, al più, di lasciarle sopravvivere come folklore.

Paolo seppe stimolare, come voleva la cultura del tempo, l’interazione e non è l’integrazione, come l’unica risposta alla sfida del multiculturalismo. E questa è la sua grandiosità. Ebbe il compito di  predicare, come ricorda Beato, a tutti i popoli gentili: né universalismo né individualismo: universalismo non come imposizione generalizzata di una cultura egemone ma come apertura al dialogo in libertà, verità e giustizia; individualismo non come sradicamento ma come priorità della coscienza degli esseri umani sulle appartenenze culturali di nascita e destino.

L’interazione delle culture è essa stessa cultura, se si vuol dire così, una meta-cultura ricca di tutti i contenuti della convivenza; rispetto reciproco, apertura e curiosità per le diversità, spirito di uguaglianza e accoglienza, calda fratellanza nelle difficoltà della condizione umana. Può sembrare vuota ai monoculturalisti, ricorda Zagrebelsky, che credono sia loro diritto naturale a possedere la terra su cui è dato loro casualmente di vivere, come serra di coltura della loro sola cultura. Non si accorgono, così, di trasformarla in un campo di battaglia, nella”aiuola che ci fa tanto feroci” di cui parla Dante nel canto XXll del Paradiso(v. 151). Non si accorgono che il loro tema è la ferocia.

Paolo, rivendicando di essere ebreo figlio di ebrei, ricordava a che a lui era “stato affidato il Vangelo dei non giudei”, quindi aveva scelto l’interazione e non quell’integrazione umiliante che porta i bimbi iracheni a cantare secondo il canone liturgico latino la pax Christi.

Sembra di sentire Tacito: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (dove fanno il deserto, lo chiamano pace). Tacito, Agricola, 30, 4