PROSPETTIVE DI SVILUPPO ALTERNATIVO IN ITALIA

Contributo di " Italia Nostra " al " Forum " delle Associazioni non-governative alla Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani di Vancouver. (bollettino 136-137, maggio giugno 1976)

" Italia Nostra " ha partecipato come organizzazione non governativa alla Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani che si è tenuta a Vancouver (Canada) fra il 28 maggio e il 13 giugno 1976.Questa conferenza rientra in una serie di iniziative prese dalle Nazioni Unite per richiamare l'attenzione mondiale sui grandi problemi del destino degli esseri umani in un pianeta di dimensioni limitate, sulla maniera in cui possono essere soddisfatte le necessità di cibo, di abitazioni, di energia, nel rispetto delle leggi della Natura. La prima di tali conferenze fu quella di Stoccolma sull'ambiente umano (giugno 1972); seguirono la conferenza di Bucarest sulla popolazione (agosto 1974), quella di Roma sulla disponibilità di risorse alimentari (FAO, novembre 1974), quella di Mexico City sul ruolo della donna negli insediamenti i4mani (1975); alla conferenza di Vancouver seguiranno la conferenza sull'acqua a Mar del Plata, in Argentina, nel marzo 1977, e, nello stesso anno, quella sulla desertificazione. Alle conferenze delle Nazioni Unite, che non sono scientifiche, partecipano i rappresentanti dei Governi che sono invitati a presentare delle relazioni nazionali sullo stato dei problemi trattati ambiente, popolazione, insediamenti, ecc. - nei rispettivi Paesi. I delegati ufficiali elaborano, in ciascuna conferenza, dei documenti consistenti, in generale, in una dichiarazione di principi e in una serie di " raccomandazioni " rivolte ai Governi dei singoli Paesi e alla comunità internazionale. Una copia dei documenti ufficiali della conferenza di Vancouver è disponibile nella biblioteca dell'Associazione "Italia Nostra" (Corso Vittorio Emanuele 287, Roma) insieme ad altri documenti che sono stati distribuiti nel corso della stessa conferenza

A fianco delle sedute a cui partecipavano i delegati dei vari Paesi, le Nazioni Unite hanno organizzato anche a Vancouver manifestazioni alle quali erano invitate organizzazioni non governative (o NGO, secondo l'abbreviazione del nome inglese) che hanno potuto, esprimere i propri punti di vista sui principali problemi trattati dalla conferenza ufficiale.

Per la Conferenza di Vancouver "Italia Nostra" ha preparato un documento, redatto in italiano e in inglese, che più avanti pubblichiamo, che riassume la posizione dell'Associazione sull'uso del suolo, sulla difesa del patrimonio storico e artistico, sulle risorse naturali, sul futuro del nostro territorio. La relazione di " Italia Nostra ", intitolata " Prospettive di sviluppo alternativo in Italia", è stata illustrata a Vancouver nel corso di una conferenza e in varie interviste alla stampa e alla radio canadese e italiana.

Nei venti anni della sua vita "Italia Nostra" ha elaborato una serie di principi - una specie di " filosofia " - e di proposte che vanno dalla politica della casa a quella delle risorse idriche ed energetiche, dei trasporti e del traffico urbano, a nuove scelte produttive destinate ad avere un effetto positivo sugli insediamenti umani. Il ricorso a nuove materie prime e a nuovi processi produttivi consentirebbe, sostiene l'Associazione, di sviluppare l'industria e la tecnologia nel nostro Paese, ma secondo soluzioni differenti da quelle attuali, secondo soluzioni " neotecniche " consistenti nel ricupero di materie prime esistenti nel Paese e finora trascurate, nel potenziamento delle attività agricole, nel ricupero abitativo dei centri minori, con l'effetto di fermare l'esodo dalle campagne e la congestione urbana.

Le proposte di "Italia Nostra" hanno assunto una drammatica attualità nello stesso giugno 1976, quando l'Italia è stata colpita dalla siccità, con danni ai raccolti e all'allevamento del bestiame. Tale siccità ha le sue origini nella mancanza di una politica di difesa del suolo, di regolazione del corso dei fiumi e delle valli, nella crescita indiscriminata. delle città, nelle eccessive sottrazioni di acqua in zone limitate, con conseguente abbassamento delle falde idriche e anche del suolo.

Nella relazione a Vancouver " Italia Nostra " ha prospettato la necessità di una vasta opera di rimboschimento in modo da frenare la disastrosa erosione del suolo e di una disciplina nei prelevamenti di acqua e negli scarichi inquinanti, in modo da preservare la qualità delle risorse idriche non ancora deteriorate.

Il documento di " Italia Nostra " riassume la lunga azione svolta dall'Associazione per una separazione del diritto di proprietà del suolo dal diritto di edificazione ed è importante notare come questo principio sia stato accolto in una delle raccomandazioni ufficiali. Un'altra raccomandazione ufficiale richiama l'attenzione dei Governi sulla salvaguardia del patrimonio storico, artistico ed archeologico, e anche in questo caso tale raccomandazione coincide con l'azione svolta in tutto il corso della sua vita da "Italia Nostra " per la conservazione di un patrimonio che non è soltanto italiano, ma è di tutto il mondo civile, patrimonio di città, di centri storici anche minori, di opere d'arte, di resti di tremila anni di civiltà passate attraverso il nostro Paese.

Il documento preparato da " Italia Nostra " per Vancouver contiene due " casi esemplari " di intervento dell'associazione: uno è quello elaborato dal Consiglio Regionale Veneto per il parco naturale del Delta del Po, e l'altro è stato elaborato dalla Sezione romana per la costituzione di un parco archeologico, storico e naturalistico nella zona della Via Appia Antica a Roma (V. Bollettino n. 132). Entrambi questi progetti erano stati in precedenza illustrati e presentati in Italia in una serie di conferenze e mostre.

Uno degli argomenti più discussi a Vancouver nell'ambito delle organizzazioni non governative riguardava il problema dell'energia e, in particolare, i pericoli insiti in una indiscriminata diffusione dell'energia nucleare. Su tale argomento si è tenuto un seminario di tre giorni nel corso del quale sono state ascoltati voci favorevoli e voci critiche nei confronti della nuova e controversa fonte di energia. " Italia Nostra " è intervenuta spiegando le ragioni della sua posizione sul piano energetico e nucleare italiano ed ha illustrato la dichiarazione, già sottoscritta da 2.000 persone, nella quale si chiede al Governo italiano un ripensamento e una revisione critica delle previsioni dei fabbisogni energetici e dei programmi nucleari nel nostro Paese. Vi sono, infatti, molti aspetti irrisolti, dalla reale convenienza economica dell'energia elettrica di origine nucleare all'approvvigionamento di uranio, alla sicurezza dei reattori, allo smaltimento delle scorie radioattive, al discutibile vantaggio che può venire alla nostra economia e al nostro sviluppo scientifico e tecnico dall'acquisto di impianti e tecnologie straniere. La posizione di " Italia Nostra " a Vancouver ha avuto risonanza sulla stampa canadese e italiana. Il seminario di Vancouver sull'energia nucleare si è concluso con una " marcia " attraverso la città per chiedere ai delegati governativi di inserire nei documenti ufficiali un richiamo ai pericoli dell'energia nucleare. Benché " Italia Nostra " si occupi essenzialmente di problemi italiani - conservazione del patrimonio storico e artistico, delle risorse naturali, uso del territorio e insediamenti -, l'Associazione non trascura i rapporti con le organizzazioni straniere che si propongono simili fini peri rispettivi Paesi, tanto più che, molte iniziative per la salvaguardia del patrimonio storico, artistico e naturale italiano stanno a cuore a tutta la comunità internazionale. Lo ha dimostrato la grande partecipazione del mondo intero alla difesa di Venezia, in occasione dell'alluvione di Firenze e delle distruzioni del recente terremoto nel Friuli.

A Vancouver " Italia Nostra " ha portato il ringraziamento del popolo italiano alla comunità internazionale per la solidarietà data al nostro Paese e all'azione che l'Associazione svolge.

 

PROSPETTIVE DI SVILUPPO ALTERNATIVO IN ITALIA

Contributo di " Italia Nostra " al " Forum " delle Associazioni non-governative alla Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani di Vancouuer.

La nostra Associazione porge il suo saluto amichevole alle libere organizzazioni naturalistiche e protezionistiche qui convenute in questa importante occasione, ed è lieta di partecipare allo scambio di informazioni, allo studio e al lavoro comune con il preserite appunto sulla situazione italiana.

I - Che cos'è " Italia Nostra "

Anzitutto una breve presentazione. La Associazione " Italia Nostra " è nata vent'anni fa per iniziativa di un gruppo di uomini di cultura già accumunati dalla lotta antifascista ed impegnati nella costruzione della nuova democrazia italiana. In particolare essi si ponevano lo scopo di favorire nella massima misura possibile la traduzione in fatti di un importante principio della nuova Costituzione del 1947, che pone tra i compiti della Repubblica Italiana la tutela del paesaggio e del patrimonio storico, artistico e naturale della Nazione.

Si tratta di un'Associazione privata di liberi cittadini, riconosciuta come " ente morale ", che non vive di altri mezzi all'infuori delle modeste quote associative e di sporadiche contribuzioni volontarie. Ciò nonostante ha al suo attivo una consistente azione di difesa del territorio - dai Parchi Nazionali alle zone costiere - ed in concreto il salvataggio da distruzioni speculative di zone d'importanza storica ed archeologica (come la Via Appia Antica a Roma), di parchi e ville recuperati all'uso dei cittadini, di monumenti, di zone di grande importanza ambientale salvate dall'insediamento di industrie inquinanti. Più in generale l'Associazione ha influito sul progresso della legislazione urbanistica (per esempio con l'introduzione del principio di considerare meritevoli di tutela i Centri Storici nel loro complesso e non più soltanto i monumenti singoli), su alcune iniziative dei poteri pubblici (zone pedonali nei Centri Storici stessi, tutela di coste e boschi), e soprattutto sulla presa di coscienza dei cittadini dell'importanza per la loro vita dei valori ambientali, concorrendo ad una serie di battaglie civili - intensificate negli ultimi anni per l'arresto di costruzioni speculative o illegali, la realizzazione del verde di quartiere, di parchi e servizi civili urbani.

Nei suoi vent'anni di attività " Italia Nostra ", fermi restando i principi di fondo della sua politica culturale, ha esteso la propria sfera di interesse mettendo a fuoco gli aspetti sociali e politici dei problemi urbani e ambientali, dagli interventi presso le pubbliche autorità - statali e comunali - all'opera di sensibilizzazione dell'opinione pubblica e della scuola. Azioni certo insufficienti a fronteggiare adeguatamente spinte alla degradazione ambientale straordinariamente attive nella situazione italiana del dopoguerra, ma che - anche se parzialmente - hanno dato e stanno dando frutti. Oggi l'azione associativa si volge sempre più ai problemi del territorio e delle sue risorse, della loro conservazione, ricostituzione, migliore utilizzazione per il risanamento dei mali economici e sociali crescenti del Paese.

II - Il "Rapporto" del Governo Italiano

Nelle valutazioni della situazione italiana che seguono si fa riferimento, per elementi conoscitivi, al " Rapporto " della rappresentanza governativa nazionale a questa Conferenza, riportando qui in rapidissima sintesi alcuni dati descrittivi essenziali.

Popolazione: 56 milioni di abitanti; territorio: 301.000 chilometri quadrati (116.000 miglia quadrate),

costituito per il 35% di montagne, per il 42% di colline e solo per il 23% di pianure; densità di popolazione media di 186 abitanti a chilometro quadrato, che tocca i 400 nelle zone abitabili e produttive (la più alta densità europea) ed i 1.400 nelle aree metropolitane dove sul 5,8% del territorio è concentrato il 43% della popolazione. Il 20% della superficie del Paese è a boschi, il 17% a pascoli, il 50% di terre coltivabili (attualmente per un terzo circa non coltivate); il 16% delle terre coltivabili sono irrigate. Scarse e sfruttate le risorse minerarie. La popolazione è ripartita in 8.056 Comuni, di cui 378 superiori ai 20.000 abitanti, 47 superiori ai 100.000, 4 superiori al milione.

Quanto ai dati dinamici, il tasso di incremento demografico naturale nel dopoguerra si è assestato su valori tra lo 0,79/a,e lo 0,6%, in ulteriore recente diminuzione. Dal 1951 al 1971 mentre gli addetti all'industria (costruzioni incluse) sono passati dal 28% al 42% della popolazione attiva, gli addetti all'agricoltura sono passati dal 42% al 16%. Nello stesso periodo la popolazione attiva è discesa dal 42,1% al 34,7% della popolazione complessiva, mentre la popolazione della parte meridionale del Paese - la più povera e arretrata - è passata dal 37% al 34,8% del totale (nonostante il maggior incremento demografico naturale) a causa dell'emigrazione di oltre 4.350.000 persone, un quarto circa della popolazione iniziale. Infine, il 60% dei comuni (nelle aree interne collinari e montane) ha subito decrementi di popolazione, mentre i comuni costieri hanno registrato incrementi tre-quattro volte superiori alla media, raggiungendo il 30% della popolazione totale.

Per quanto si riferisce alla degradazione dell'ambiente e degli insediamenti in Italia, il " Rapporto " governativo ne, attribuisce le cause soprattutto alla straordinaria rapidità del processo di industrializzazione, che ha visto in poco più di dieci anni un Paese tradizionalmente agricolo allinearsi sul piano tecnico-produttivo a Nazioni che hanno alle loro spalle un secolo di civiltà industriale.

Descritta l'evoluzione e la situazione attuale delle risorse, delle attività, delle condizioni economiche e civili, descritti squilibri e danni verificatisi nel dopoguerra, ricordati i provvedimenti intesi a frenare i deterioramenti della situazione insediativa e territoriale ed il loro scarso successo, attribuitene le cause a condizioni storico-culturali e socio-economiche oggettivamente preponderanti, il " Rapporto " prospetta le esigenze di riequilibrio (essenzialmente tra nord e sud del Paese e tra aree metropolitane ed aree agricole in abbandono) ed indica alcuni fatti recenti che starebbero a dimostrare un avviamento in questa direzione.

Tra questi fatti sono citati: alcuni provvedimenti politici (istituzione di un ministero per i Beni Culturali e Ambientali, legge per l'espropriazione con moderati indennizzi dei terreni edificabili per edilizia popolare ed opere pubbliche, decentramento dei poteri di gestione del territorio alle Regioni, creazione di amministrazioni di quartiere per le città maggiori); progetti di utilizzazione dell'edilizia esistente e dei Centri Storici a fini sociali; accordi tra poteri pubblici e costruttori per la realizzazione di alloggi a prezzi e canoni controllati; iniziative pubbliche di regolazione delle risorse idriche, rimboschimento e forestazione, incremento della produzione zootecnica, depurazione urbana; infine propositi enunciati in sede politica di " rovesciamento del modello di sviluppo" che prevedono appunto la valorizzazione delle risorse territoriali male utilizzate ed una riconversione industriale basata su unità minori decentrate ad alto tasso di occupazione.

III - Valutazioni di "Italia Nostra"

La nostra Associazione riconosce la validità degli elementi dell'analisi governativa, anche se non può non rilevare come risultino minimizzate precise responsabilità che, sia pure in diversa misura, coinvolgono gran parte dei protagonisti politici ed economici delle vicende italiane del dopoguerra: crediamo cioè che - pur tenuto conto dei limiti posti dalla situazione socio-economica e culturale - si sarebbe potuto fare di più e meglio, e che avidità di facili guadagni, indifferenza per le conseguenze, lassismo e malcostume amministrativo abbiano avuto parte consistente nel deterioramento delle situazioni insediative e territoriali, dell'economia e dello sviluppo civile.

Ma la nostra più grave preoccupazione riguarda la credibilità dei progetti e propositi di " inversione di tendenza " che oggi si vanno enunciando: per essere espliciti, il fatto che nella prassi politica italiana esiste ormai da tempo un divario tra quel che " si dice di voler fare " e quel che si fa (o non si fa) realmente. Sotto questo profilo l'Italia d'oggi ricorda l'immagine medievale dell' "inferno lastricato di buone intenzioni ".

Se dunque la nostra analisi delle carenze " storiche " di un Paese di recente indipendenza e di ancor più recente democrazia coincide con quella governativa, non possiamo non sottolineare come tali carenze si siano manifestate soprattutto finora come difetto di " senso dello Stato " (inteso come prevalenza dell'unitarietà di interessi della collettività nazionale in quanto tale) nel comportamento dei ceti dirigenti e dei pubblici amministratori, e come a questo difetto siano collegati tanto la scarsità, contraddittorietà ed inefficacia dei tentativi di " disciplinare " insediamenti e territorio quanto la discontinuità ricorrente tra propositi e azioni.

Oggi in particolare non possiamo sottovalutare la drammaticità di una situazione che vede il Paese

travagliato da una crisi profonda di tutta la sua struttura economica e scarsamente preparato -

organizzativamente e psicologicamente - a fronteggiarla.

E' da considerare infatti che il boom italiano del dopoguerra - con l'avvicendamento graduale dei salari ai livelli centro e nord-europei, e l'espansione di consumi caratteristici dei Paesi a più alto reddito - ha portato ad una rapida e consistente diffusione del benessere (e più ancora dell'" aspirazione al benessere ") anche a livello di ceti operai e impiegatizi minori, quanto meno nelle aree metropolitane e industriali dove si veniva concentrando una parte sempre maggiore della popolazione. Questo a prezzo della carenza di servizi civili e sociali, delle produzioni agricolo-alimentari trascurate, delle campagne in abbandono, di milioni di abitanti delle " aree povere " costretti ad emigrare all'estero o nelle " aree favorite ", del congestionamento conseguente di queste ultime. In sostanza però - nonostante l'accentuazione degli squilibri territoriali delle sperequazioni tra le " fasce medie di redditi e le minoranze smodatamente arricchite da un lato, le vaste sacche di miseria nelle campagne e tra gli emarginati urbani dall'altro - la fiducia nel l'espansione costante del benessere (artatamente alimentata dall'apparato di potere) ha costituito fino a ieri un dato psicologico costante del " quadro italiano ", il " contrappeso " alle molte carenze della società civile.

Su questa situazione (aggravata da prevalere nell'ultimo decennio di attività industriali - raffinazione, petrolchimica, siderurgia - a basso tasso d'occupazione ed altissimi consumi di materie prime importate e di energia) 1a crisi economica, iniziata con la guerra del Kippur del '73 ha avuto naturalmente effetti più traumatici che altrove: tanto più gravi quanto maggiori si presentavano la dilapidazione di risorse naturali e del territorio, le distorsioni della produzione, le sperequazioni economiche e sociali. In particolare recessione, inflazione, disoccupazione in aumento - oltre a rendere sempre più insostenibile la situazione dei più poveri - hanno oggi l'effetto di infrangere bruscamente il sogno di escalation consumistica dei vasti strati operai e impiegatizi che avevano appena raggiunto la "prima soglia" dell'agiatezza, di risospingerli verso le condizioni di disagio economico e incertezza del domani da cui erano appena, e con tanta difficoltà, riusciti ad emergere.

E' del tutto comprensibile che proprio questi ceti reagiscano oggi col rifiuto di ogni restrizione. E' naturale che le sperequazioni tra chi ha poco e rischia di avere ancor meno e chi ha troppo (sono molti in Italia coloro che ostentano spavaldamente ricchezza spesso di dubbia origine), tra chi fa un lavoro utile e rischia di perderlo e chi prospera in attività parassitarie (proliferate in ragione diretta del dissesto generale) siano avvertite oggi con maggiore asprezza, che la condanna nei confronti di una classe dirigente che non ha saputo né prevedere né, prevenire né contrastare gli eventi sia 'estremamente dura.

Sta qui, a nostro avviso, la principale spiegazione del divario crescente tra intenzioni espresse e fatti. Tutti i responsabili di ogni parte ormai in Italia si rendono conto della necessità di una inversione di rotta, non c'è forza politica che non parli di decongestionamento delle città, di rivalutazione del mondo agricolo e delle risorse territoriali, di riconversione manifatturiera e decentramento dell'industria, di eliminazione degli sprechi, di perequazione economica e sociale: ma di fatto la tendenza del Paese a " voler continuare ad essere quel che era ", a chiudere gli occhi di fronte alla realtà e alla necessità di cambiamento portano a forme di paralisi generalizzata, di esitazione di tutti ad avanzare il primo passo sulla nuova strada: ed inducono a continuare a sostenere quei vecchi meccanismi della produzione e del consumo che hanno portato il Paese alla crisi, che sono in crisi oggi essi stessi, che non possono se non accentuare e aggravare la crisi.

Analizzando i comportamenti delle diverse forze in campo troviamo: una grande industria riluttante a nuovi problematici investimenti, intenta da un lato a drenare sovvenzioni pubbliche e dall'altro a mettere al sicuro i capitali all'estero; un grosso settore d'industria di Stato impegolato nelle secche del parassitismo; una media e piccola industria in continua, dura, coraggiosa lotta per la sopravvivenza in condizioni sempre più critiche; le forze politiche responsabili del governo del Paese nel dopoguerra disperatamente riluttanti a recidere i legami economico-clientelari su cui hanno basato finora il loro sistema di potere; infine la classe operaia, i partiti che la rappresentano, i Sindacati, responsabilmente impegnati ma in sostanza anch'essi- esitanti e perplessi di fronte all'esigenza contraddittoria di cambiare a fondo le cose ed al tempo stesso evitare traumi, mantenere il potere d'acquisto dei salari, ripristinare alti tassi di occupazione contrastando la precipitosa riduzione attuale delle possibilità di lavoro.

Sotto questo profilo l'apparato industriale esistente, con tutte le sue responsabilità e le sue carenze, rappresenta per la classe operaia italiana l'unica garanzia di continuità: e questo spiega le riluttanze di fatto, presenti anche " a sinistra ", ad imboccare la via di diversi assetti economici più adatti a fronteggiare le circostanze attuali. Esitazione che sembra spingersi tuttavia fino al timore di affrontare anche concettualmente i " modi " del possibile rinnovamento.

In generale dunque esiste ancora e nonostante tutto in Italia, a tutti i livelli, una sorta di irragionevole speranza che la crisi " passi da sé ", che tutto possa tornare come prima come se si fosse trattato di un brutto sogno. Ancora ieri economisti "di chiara fama" alimentavano questi stati ipnotici discettando con tutta serietà se la "ripresa" sarebbe avvenuta a fine 75 o a metà 76. Oggi la realtà (dando ragione a chi ha detto che l'unica cosa utile che gli economisti "classici" possono fare nell'attuale situazione è tacere) ha messo brutalmente fine a questi vaniloqui: ma nell'inconscio di tutti la tentazione del rifiuto di questa realtà è ancora forte. Ed è questo, a nostro avviso, il pericolo maggiore, la mancanza di coraggio nel guardare in faccia quel che sta avvenendo: la fine di un'era di segno opposto, contrassegnata dal progressivo squilibrio mondiale tra la popolazione, le risorse, la loro distribuzione; la necessità di affrontare questo cambiamento attraverso dosaggi parsimoniosi dei beni disponibili e l'equa ripartizione - tra Nazioni e tra cittadini all'interno di ogni Nazione - tanto di questi beni quanto degli inevitabili sacrifici.

IV - Le scelte cui siamo di fronte

In questa situazione " Italia Nostra " ritiene suo compito - a costo di rendersi impopolare parlando di sacrifici, ma facendosi carica tuttavia col massimo senso di responsabilità dell'esigenza di contenere quanto più possibile i traumi - aiutare con tutte le sue modeste forze il Paese a vincere l'"attrito di distacco" dalle vecchie vie e l'"attrito di avviamento" verso un nuovo corso capace di fronteggiare 1 e difficoltà che ci si prospettano. Nuovo corso a nostro parere su alcuni principi-guida chiari, da seguire con coerenza rigorosa.

IV.1 - " Produrre che cosa e per chi " l'autosufficienza relativa

La prospettiva di scambi internazionali estesi e pacifici, su previsioni certe, convenienti per tutti (irreale da sempre, specie per quest'ultimo punto: vedi lo sfruttamento del " terzo mondo ") si è allontanata indefinitivamente. Ne deriva che l'analisi di mercato preliminare ad ogni iniziativa produttiva, l'individuazione di settori di domanda emergenti da soddisfare con i beni prodotti, a prezzi giustamente rapportati ai costi, va approfondita assai più che in passato e presenterà comunque grossi margini di incertezza. L'unico campo in cui alcune previsioni sono agevoli è il mercato interno. Esempio principe per l'Italia: gli alimenti. Sul fatto che la dipendenza troppo vasta dall'estero per gli alimenti significhi incertezza assoluta per l'avvenire e dipendenza politica dai Paesi fornitori non ci sono dubbi: oggi le importazioni italiane di alimenti superano i 3.000 miliardi di lire e rappresentano gran parte del deficit della bilancia commerciale. Senza risuscitare ideologie autarchiche si può affermare la necessità

che un Paese faccia di tutto per produrre sul suo suolo almeno quanto gli occorre in fatto di alimenti per far fronte ad eventuali situazioni critiche. Cosi per gli altri bisogni essenziali: indumenti, attrezzature civili, energia e combustibili relativi.

IV.2 - Decentramento territoriale e minor dimensione delle attività produttive e insediative

Oltre l'esigenza generale di portare fattori di sviluppo nelle aree depresse in abbandono e quella di evitare l'impatto di gigantesche concentrazioni insediative e industriali sul territorio moltiplicando gli effetti della contaminazione e degradazione ambientale, a favore della minor dimensione delle unità produttive militano oggi motivi economici precisi. Fino a ieri la dimensione economicamente ottimale era rapportata ai bassi costi dell'energia e delle materie prime, e non teneva conto dei "costi ambientali" (consumi di acqua, inquinamento) né dei "costi sociali" (molti pendolari residenza-lavoro e simili) pagati inconsapevolmente dalla collettività. Con gli aumenti di prezzo e la rarefazione delle materie prime, i maggiori costi energetici conseguenti,

l'introduzione in bilancio dei costi ambientali e sociali, il "conto delle convenienze " va rifatto, e si sposta necessariamente a favore della minor dimensione delle unità produttive. Discorso analogo vale per gli insediamenti umani, che vedono costi ambientali e sociali (servizi cittadini) crescere, oltre certe dimensioni, in proporzione geometrica.

IV.3 - Autosufficienza delle unità produttive e insediative per ambiti territoriali

Il " black-out " di New York del 1965 ha fatto scattare un campanello d'allarme sulla possibilità di crisi di sistemi tecnico-organizzativi delle collettività umane troppo centralizzati, interrelati, complessi (per inciso: hanno suggerito ad uno scienziato italiano, Roberto Vacca, uno studio impressionante " Il Medioevo Prossimo Venturo " sulle possibilità in questo senso e sulle conseguenze). Ma sistemi di questa natura - per la produzione di energia le comunicazioni, la residenza - oltre al rischio concreto di entrare in crisi per motivi tecnici (guasti o altro) presentano rischi politici proporzionali al loro grado di concentrazione. Chi controlla le leve di comando di questi sistemi (o chi arrivi ad impadronirsene con la forza) ha nelle sue mani la vita di tutti gli uomini che ne dipendono, è in grado di esercitare su di loro un potere assoluto. Questo a nostro avviso è uno degli argomenti più convincenti " contro " la megalopoli, contro i progetti fantarchitettonici o fantaurbanistici di giganteschi complessi insediativo-produttivi meccanizzati, contro le immense centrali erogatrici di energia ed a favore di un frazionamento delle leve di comando e delle dislocazioni territoriali dei complessi produttori di beni e servizi cosi come delle " parti della città ": per assicurarne più facilmente la sopravvivenza in caso di incidenti, per limitare comunque le ripercussioni di eventuali traumi, infine e soprattutto perché possano essere agevolmente e democraticamente controllate dalle collettività, dagli stessi cittadini-utenti.

IV.4 - Verso una società neotecnica

Certo questi principi non contraddicono ad altre possibilità " tradizionali " che si prestino a migliorare con certezza determinate situazioni. Ad esempio in Italia - proprio in conseguenza dell'attuale cambio sfavorevole della moneta - oggi può esser previsto con buona attendibilità un forte incremento del turismo estero, e da questo fatto si possono trarre conseguenze certe tanto per la predisposizione dell'attrezzatura necessaria quanto e più per la buona conservazione delle attrattive turistiche: monti, coste, mare pulito. Ma il tipo di svolta che i principi sopra enunciati richiedono esige soprattutto che sia data priorità assoluta ad un altro obiettivo determinante: il massimo possibile approfondimento di nuove tecnologie adeguate alle nuove esigenze.

Su questo torneremo nelle proposte che seguono. Quel che ci preme anticipare a questo punto è che il nostro discorso non vuole essere minimamente antiscientifico o antitecnologico, non cerca il ritorno a nessun passato arcadico. Anzi siamo convinti, come già Patrick Geddes nel 1915 e Lewis Mumford nel 1933, che gli effetti negativi delle applicazioni tecnico-scientifiche messe in atto fino ad oggi fanno parte ancora di una fase rudimentale della civiltà industriale, appartengono ancora all'età "paleotecnica", mentre il tipo di svolta che prospettiamo, e che il fallimento mondiale dei modelli di sviluppo seguiti finora rende inevitabile, non può che essere legato all' aprirsi di un' era realmente neotecnica. Ciò che però deve anche e soprattutto significare lo svincolo della scienza e della tecnica al servizio del denaro e del potere autocratico o tecnocratico ed il loro passaggio al servizio della collettività per i fini che alle collettività sono necessari.

V - Le proposte di " Italia Nostra "

Dai principi ora esposti ci sembra si possano dedurre, per la situazione italiana, alcune conseguenze chiare, che in gran parte coincidono con le diffuse " affermazioni di buone intenzioni " che risuonano oggi nel Paese (anche se finora solo timidamente seguite dai fatti), ma. anche in parte se ne distaccano per il maggior conto che tengono - anche per il futuro - di quel " fattore-crisi " di cui le forze sociali in Italia sono cosi restie ad accettare realtà e irreversibilità. A tali 'conseguenze sono ispirate le indicazioni propositive che " Italia Nostra " ritiene utile prospettare alle sfere responsabili italiane approfittando di questa occasione di incontro internazionale.

V.1 - Per gli insediamenti umani

Oggi già prevale positivamente la tendenza ad arrestare l'azione degli interessi privati speculativi - fondiari, edilizi, commerciali - nelle città (interessi già messi in crisi d'altra parte dalla stretta finanziaria) e di dare prevalenza alle operazioni di interesse pubblico: edilizia popolare a basso prezzo, servizi civili, trasporti pubblici, verde urbano. Noi riteniamo che la situazione economica generale, cosi come quella "fisica" dei maggiori insediamenti (già densi di costruzioni e di traffico fino a condizioni igieniche e vitali patologiche) impongano di rettificare questa linea come segue: si al recupero all'uso pubblico di ogni area libera e liberabile all'interno della città, ma con destinazioni prevalenti a verde o che comunque non comportino la loro edificazione: per ridurre la spesa e per la prevalenza assoluta da dare, al decongestionamento, al miglioramento delle condizioni igieniche e della " qualità della vita ".

Per soddisfare le carenze di abitazioni e attrezzature sociali crediamo si debba oggi ricorrere il meno possibile a nuove costruzioni ed utilizzare il più possibile edifici esistenti: l'Italia conta oggi dieci milioni di stanze più degli abitanti e nelle città gli edifici inutilizzati o meglio utilizzabili sono numerosissimi. In particolare vanno restaurate, risanate, ripristinate all'uso a fini prevalentemente sociali (alloggi economici, servizi civili e culturali) le antiche architetture, specie nei Centri Storici.

Altre operazioni prioritarie: le reti di alimentazione idrica, le fognature, la depurazione, il riciclaggio delle sostanze recuperabili per i rifiuti urbani; le reti di trasporti pubblici accompagnate da limitazioni per il traffico automobilistico individuale e dalla " pedonalizzazione" di aree più vaste e numerose possibile e in particolare dei Centri Storici. Infine e soprattutto l'arresto di ulteriori espansioni urbane.

Per quest'ultimo punto è da dire che tra gli effetti della crisi attuale va registrato il forte rallentamento e in qualche caso l'arresto dei flussi migratori verso le città maggiori: fatto questo che se dà sollievo " fisico " alla struttura e alla vita urbana, è indizio tuttavia di una situazione drammatica: a chi non ha lavoro in campagna è venuta meno anche la speranza di trovarlo in città. Ecco dunque che l'attenzione si spostata alle aree in abbandono, alle zone rurali.

 

V.2 - Per il rilancio delle aree agricole

Si evitano le concentrazioni e le congestioni urbane se si ridà vita alla campagna: ma ridar vita significa partire nelle campagne condizioni economiche, possibilità, redditi e continuità di lavoro, servizi civili, vitalità socio-culturale paragonabili o migliori rispetto a ciò che offre la città. E' qui la sostanza reale dell'inversione di tendenza che si propone. L'avvio su questa strada richiede una serie di operazioni certamente impegnative ma perfettamente fattibili, anzi di particolare utilità per sostenere l'occupazione nel periodo critico che si prospetta.

V.2.1 - Difesa del suolo e ricostituzione dei manti boschivi

Disboscamenti, erosioni, colture inadatte e abbandono di terre coltivate, irrazionali insediamenti industriali e turistici su monti, acque interne e coste marine hanno degradato profondamente vaste parti del territorio e del sistema idrico in Italia. La premessa alla ripresa produttiva e civile del mondo agricolo è data dunque da una vasta e sistematica azione di rimboschimento e forestazione e di regolazione dei corsi d'acqua, da svolgersi se del caso anche attraverso lavoro volontario giovanile. Operazione questa su cui tutti si dichiarano d'accordo ma che non si avvia mai, perché considerata non produttiva nell'immediato: esempio tipico della miopia ottusa delle concezioni " economistiche " correnti, specie se si pensa ai vantaggi di breve periodo per l'occupazione ed a quelli di medio e lungo termine in fatto di materie prime utilizzabili industrialmente, arricchimento delle dotazioni idriche e delle risorse idroelettriche connesse, risanamento generale dell'ambiente, vantaggi per il turismo e il " tempo libero ". A queste operazioni va abbinata una rigorosa disciplina d'uso delle zone montane boschive ed agricole in genere che impedisca edificazioni o alterazioni che turbino comunque la loro consistenza e produttività.

V.2.2 - Terre incolte

Al '73 erano tre milioni di ettari, oggi se ne segnalano cinque milioni circa, un sesto dell'intero territorio nazionale, più di un terzo delle terre coltivabili. Sono certamente in parte inadatte alla coltivazione moderna, da adibire a boschi e produzioni zootecniche, ma si tratta anche in larga misura di " terre buone " abbandonate da produttori emigrati, nonché di terreni in periferie metropolitane o zone turistiche dove il miraggio della speculazione fondiario-edilizia ha indotto all'abbandono delle colture. Sprechi che un Paese nelle condizioni dell'Italia non si può permettere. Oltre alla disciplina delle edificazioni già ricordate appare opportuna a questo proposito una azione più estesa possibile di acquisizione pubblica per l'ampliamento dei patrimoni di terreni comunali, per la promozione - sotto controllo pubblico - di attività sperimentali, pilota, di cooperazione produttiva.

V.2.3 - Irrigazione

Esistono in Italia vaste possibilità non utilizzate in questo campo: tre milioni di ettari, un quinto delle aree agricole, potrebbero essere irrigati e non lo sono.

Di più: la prevalenza data all'industria nelle agevolazioni finanziarie pubbliche dagli inizi degli Anni Sessanta, specie nel Sud in Sicilia e in Sardegna, ha portato a lasciare incompiute numerose opere idrauliche destinate all'irrigazione, ed a sottrarre ingenti risorse idriche all'agricoltura e agli usi civili per assegnarle ad usi industriali (processo legato al sovradimensionamento della " grande industria di base ", oggi in crisi come s'è detto). Anche in questo campo dunque ci sono errori massicci, addirittura criminali, da riparare. E' possibile - e va fatto - uno sforzo immediato in questo senso, dal quale potranno derivare entro tempi brevi incrementi molto rilevanti della produzione agricola.-

V.2.4 - Abitati e servizi sociali

Il ricchissimo patrimonio di antichi villaggi rurali e " città contadine ", di inestimabile valore storico-artistico-architettonico, è oggi in gran parte in abbandono e degradazione, con vaste disponibilità di edifici inutilizzati. Nella riattivazione produttiva delle zone agricole c'è la necessità assoluta di riqualificare questi insediamenti, dotarli di attrezzature civili e sociali, ripristinare reti idriche, fognanti, strade e strutture architettoniche, migliorare decisamente la " qualità della vita " in essi possibile. Questo comporta un lavoro necessariamente lento ma continuo, socialmente ed economicamente utile, capace di produrre occupazione numerosa e diffusa per molti anni con il minimo impiego di capitali e materiali. Oggi si assiste in Italia al ritorno degli emigrati, rimasti senza lavoro, a questi loro paesi di origine; è il momento adatto per avviare massicciamente un'operazione di questo tipo.-

V.2.5 - Accorpamenti aziendali e organizzazione produttiva agricola

Il frazionamento della piccola proprietà contadina rappresenta certamente un ostacolo alla razionalizzazione produttiva, né è pensabile sotto il profilo sociale l'eliminazione del fenomeno attraverso espropriazioni o aggregazioni coattive. Tuttavia è da riflettere che in tutti questi anni fiumi di denaro pubblico sono andati ad incentivare settori industriali in perdita, e che sarebbe bastata - e basterebbe ancora - una parte non grande di queste risorse sprecate per creare una serie articolata di incentivi economici e tecnici da concedere a determinate condizioni a forme di organizzazione cooperativa tra Proprietari minori, per risolvere in vasti misura il problema. E poi vale anche per la produzione agricolo-zootecilica, a nostro avviso, il principio del non affidarsi esclusivamente alla grande dimensione aziendale e alla "monocoltura" ma recuperare le possibilità produttive delle unità minori che, purché coordinate adeguatamente, si possono prestare bene all'alternanza rapida delle coltivazioni secondo le variazioni del mercato, ed attraverso la produzione mista agricolo-zootecnica possono regolare autonomamente in gran parte la fertilizzazione delle terre evitando gli effetti degenerativi per il suolo legati all'uso intenso ed esclusivo dei fertilizzanti chimici.

V.2.6 - Per l'industrializzazione dell'attività agricolo-zootecnica

Sono due i maggiori impedimenti che ostacolano la riattivazione produttiva e sociale dell'agricoltura in Italia, specie nel sud: la mancanza di strutture per la commercializzazione dei prodotti (che dà luogo al paradosso dell'esportazione delle derrate agricole allo stato grezzo e della loro re-importazione a caro prezzo come prodotti finiti lavorati all'estero e la saltuarietà del lavoro agricolo, che lo rende ancor più indesiderabile e ne accresce al tempo stesso il costo unitario.

L'uno e l'altro problema si possono risolvere unicamente dislocando nelle zone di produzione agricola tutte le lavorazioni industriali ad essa collegate; da quelle " a monte " della coltivazione - macchine, attrezzi, utensili, manufatti per l'irrigazione le recinzioni i sostegni, fertilizzanti, ecc. - a quelli " a valle " - depositi, refrigeratori, imballaggi, industrie di trasformazione surgelazione confezione, strutture di raccolta trasporto commercializzazione -. Il tutto finalizzato si da ottenere il ciclo produttivo quanto più 13ossibile completo e redditizio, ma anche ad assicurare alla forza-lavoro rurale la possibilità di svolgere durante l'anno, con garanzie di stabilità e durata, una serie di attività diverse legate alle diverse fasi pre-produttive, produttive e post-produttive - tali da assicurare un'occupazione quanto più possibile continuativa e al tempo stesso diversificata.

V.3 - Per la produzione alimentare ittica

L'inquinamento ha fatto scomparire la fauna ittica da gran parte dei corsi d'acqua italiani. Anche le colture ittiche praticate tradizionalmente in acque lagunari e di laghi minori sono in crisi sotto l'attacco di bonifiche irrazionali, di localizzazioni industriali inquinanti, della crescita di insediamenti umani contigui che vi scaricano rifiuti. Necessità di depurazione ambientale, di recupero di ogni produzione alimentare possibile, di concorrere alla articolazione territoriale delle strutture produttive convergono quindi nell'indicare come prioritaria - anche per questo caso - una politica di segno opposto, di ripristino sistematico delle produzioni ittiche d'acqua dolce e d'acqua salmastra (lagunari).

Quanto alla produzione ittica marina, inquinamenti costieri umani e industriali e pesca di frodo hanno ridotto a dimensioni infinitesime questa che era fino all'ultima guerra una risorsa produttiva e occupazionale rilevante. Tutta la situazione della vita marina mediterranea è resa critica, specialmente per il traffico di petroliere e la contaminazione delle acque che ne deriva, ma anche per questo aspetto la situazione italiana è peggiore di quella degli altri Paesi che affacciano su questo mare.

Il rimedio principale anche in questo caso sta nella depurazione: lo dimostra il caso della riviera romagnola adriatica che, dopo i provvedimenti antinquinamento messi in atto negli ultimi anni, ha registrato la " resurrezione " della produzione ittica. Ma contro la pesca di frodo con esplosivi e reti a strascico, e contro la pesca sportiva subacquea che negli ultimi anni ha portato a modificazioni delle stesse abitudini della fauna marina costiera (e che va urgentemente disciplinata) va portata avanti anche l'iniziativa - già attuata sperimentalmente - dei parchi marini di ripopolamento ittico, cioè di zone vietate rigorosamente alla pesca e a qualsiasi disturbo per un numero di anni sufficiente al ristabilirsi dei cicli biologici. Parchi da porre in atto " a rotazione ", in modo di estendere progressivamente gli effetti della "cura" a tratti di costa quanto più estesi possibile.

V.4 - Per la depurazione ambientale

In effetti è quello delle acque il maggior problema di inquinamento in Italia. A quel che si è già detto sui fattori di contaminazione di fiumi, laghi e acque marine va aggiunto il fenomeno gravissimo dell'inquinamento delle falde idriche sotterranee (già soggette a prelevamenti sproporzionati, ad abbassamenti di livello, a salinizzazione lungo le coste), per veleni di origine industriale, che hanno già causato vasti danni anche alle colture agricole e alla zootecnia. Da rilevare il forte contributo all'inquinamento termico di fiumi e bacini idrici da parte delle centrali elettriche e degli impianti siderurgici e di raffinazione petrolifera.

Seguono in ordine d'importanza gli inquinamenti aerei in città per i gas d'auto e quelli dei terreni agricoli per i pesticidi e diserbanti e relativi danni per la fauna e rischi per la salute umana. Va detto però che gli accrescimenti delle concentrazioni insediative fanno sì che in Italia gli inquinamenti di origine industriale e agricola risultino ancora complessivamente inferiori come entità e diffusione a quelli prodotti da rifiuti urbani non depurati (che a loro volta contengono sostanze chimiche venefiche) e dei rifiuti solidi non deperibili dai contenitori in plastica alle auto usate.

Oggi perciò si presentano con priorità assoluta in Italia due necessità. La prima è quella della depurazione ambientale - urbana ed extraurbana, idrica atmosferica terrestre -- in "sé", per annullare la grave arretratezza del Paese in questo campo, evitare i rischi igienici (nel '73 si sono avuti casi di colera) e difendere dall'usura del sovraffollamento un ambiente storico e naturale tra i più delicati: al riguardo va condotta una duplice operazione, di realizzazione di impianti depuratori e di controllo sulle fonti inquinanti. La seconda - altrettanto importante in un Paese povero di materie prime - è il recupero dei rifiuti utilizzabili, il " riciclaggio ". Oggi si verifica il fatto paradossale che l'Italia importa rottami raccolti in altri Paesi più ricchi e non effettua il recupero né dei metalli né della carta sul proprio territorio: spreco e disfunzione inammissibili cui va posto assolutamente riparo attraverso l'abbinamento delle funzioni di depurazione con quelle di recupero e la messa in atto di sistemi di raccolta con la collaborazione dei cittadini.

V.5 - Le nuove possibilità produttive

Le proposte avanzate finora si riferiscono alla razionalizzazione di attività produttive e di tecniche ben note. Ma riteniamo che la valorizzazione piena delle risorse territoriali italiane sia in buona parte legata ad innovazioni tecnico-produttive, per le quali esistono già -sia pure in differenti misure - gli elementi di conoscenza e di sperimentazione necessari all'avviamento pratico.

L'abbinamento dell'attività agricola con le lavorazioni industriali ad essa già oggi direttamente connesse è certo infatti una condizione necessaria per portare il mondo rurale a condizioni qualitativamente comparabili con quelle " ideali " della città e di f atto superiori a quelle concrete delle città d'oggi (i prodromi di " ritorno alla campagna " che già si avvertono dipendono infatti dal deterioramento continuo della vita urbana). Ma non può essere sufficiente. E' necessario portare l'industria in campagna: e qui s'innesta il discorso sulla minor dimensione delle unità produttive legato a quello delle nuove tecnologie.

Questo discorso si basa in partenza sulla considerazione che una serie di prodotti naturali (vedi p. es. i tessili, lana, canapa, lino) sono stati sostituiti da prodotti chimici derivati dal petrolio per l'abbondanza e il basso prezzo di questa materia prima, e che oggi queste scelte sono da riconsiderare in base ai maggiori costi e alle minori disponibilità già richiamate. Ma va ricordato a quèsto proposito che negli Stati Uniti e in altre Nazioni - tra cui l'Italia - prima e durante l'ultimo conflitto mondiale erano stati portati avanti studi per la produzione delle stesse merci di derivazione chimica complessa che oggi si ricavano dal petrolio, partendo da diverse materie prime - cellulosa, amido, grassi, sostanze proteiche, alcool etilico - di origine organica, vegetale. Un riesame delle convenienze e una ripresa di questo filone tecnologico avrebbe per l'Italia, tra gli altri, l'effetto rivoluzionario di capovolgere l'intero meccanismo di sviluppo e di insediamento della popolazione, spostando le fonti stesse della produzione e dell'industria dai porti dove " sbarca " il petrolio e dalle coste dove si concentra l'attività petrolchimica e siderurgica, proprio nelle aree interne, agricole, boschive, abbandonate finora, concorrendo cosi in misura determinante al processo di riequilibrio qui proposto.

Questa prospettiva ci riporta a puntare l'attenzione sul problema del ripristino e dell'incremento massiccio delle superfici boschive (6 milioni di ettari, che secondo stime della CEE dovrebbero essere aumentati di altri 3 milioni e che invece risultano fortemente degradati per cinque sesti della consistenza attuale): come fonte di combustibile per la produzione di energia elettrica, per la cellulosa ed i suoi usi molteplici, carta, materiali edili, zuccheri, alcool, lieviti e tutte le innumerevoli produzioni derivate possibili, dalla gomma sintetica agli additivi per carburanti ai mangimi zootecnici. In questa vastissima gamma di possibilità produttive, silvochimica e chemiurgica già offrono a livello mondiale studi , risultati sperimentali, possibilità dirette di realizzazione. Ai motivi già noti - valore ambientale e di difesa del suolo e valori economici tradizionali del materiale ligneo boschivo (la cui domanda supera già oggi nel mondo le possibilità di rinnovamento annuo della risorsa) - si aggiunge dunque, a rendere assolutamente prioritaria su tutte per il nostro Paese l'operazione " rimboschimento-forestazione ", questo estesissimo arco di nuove possibilità.

Analoghi risultati possono essere raggiunti, in differenti misure, dalla lavorazione di essenze erbacee (es. la ginestra per la cellulosa e le fibre tessili) e di residui di normali produzioni agricole oggi inutilizzati. Né va esclusa la possibilità e la convenienza sia della riattivazione di produzioni semi-abbandonate (lana, canapa) sia dell'introduzione nel quadro delle coltivazioni sul territorio nazionale di piante suscettibili di allargare il ventaglio delle merci prodotte riducendo il campo delle importazioni (es. il " guayale " per la produzione di gomma). Ma decentramento produttivo, " ritorno alla campagna ", ricerca di risorse da sostituire a quelle importazioni non si basano soltanto sul mondo agricolo-vegetale. Anche per alcune produzioni minerarie, abbandonate per la diseconomicità di estrazione, il caro-petrolio porta a " rivedere i conti ": sta già avvenendo ora per le ligniti sarde, potrà forse avvenire per altri minerali. Inoltre anche in questo campo esistono possibilità mai sfruttate finora, come quella dell'utilizzazione delle leuciti di origine vulcanica - abbondantissime per la produzione di alluminio e sali potassici per fertilizzanti.

E' da dire a questo proposito che la capacità " inventiva " e innovativa in queste direzioni è mancata del tutto finora in un Paese troppo occupato a puntare sulla " grande industria di base " (per scoprire poi alla distanza di aver puntato su di un cavallo perdente). Costruire - dal nulla o quasi - queste capacità ci appare dunque come compito primario dell'Italia d'oggi: e i risultati possibili valgono l'impresa. Non si tratta infatti soltanto di piantare alberi, arare o scavare, ma di far sorgere industrie disseminate secondo una precisa "logica" tra i boschi e nelle campagne, di fare in prospettiva dell'area montano-collinare il nuovo centro d'irradiazione del sistema produttivo. Il tutto sostituendo una risorsa importata e non rinnovabile come il petrolio con un patrimonio duraturo di risorse rinnovabili naturalmente, e con il vantaggio di sottrarre il nostro ambiente vitale e noi stessi ai danni della contaminazione legata finora inevitabilmente all'uso del petrolio e dei suoi derivati, dalle resine sintetiche alle bioproteine da idrocarburi per l'alimentazione animale.

V.6 - Per una diversa politica energetica

Dopo aver sfruttato le maggiori fonti idroelettriche disponibili, da oltre dieci anni l'Italia ha basato la sua produzione di energia prevalentemente sul combustibile-petrolio. I tassi di crescita dei consumi di elettricità nel Paese sono stati elevati quanto quelli dei Paesi più ricchi: il 7% annuo, il raddoppio in dieci anni. Non è stato fatto nessun serio sforzo né per ridurre i consumi se non altro eliminando gli sprechi, né per ridurre le importazioni, né per evitare i gravissimi effetti inquinanti delle centrali termoelettriche depurando gli olii combustibili impiegati o i gas di combustione. Anzi è attendibilmente dimostrato che incentivazione di consumi e sprechi, natura del combustibile usato, proliferazione delle centrali e loro collocazione sul territorio (spesso contro la volontà delle amministrazioni locali) sono state determinate in misura non indifferente dall'interesse di importatori e raffinatori di petrolio a vendere all'azienda elettrica di Stato gli olii pesanti residuati dalle lavorazioni pregiate, altrimenti inutilizzabili.

Oggi la crisi del petrolio significa dunque soprattutto per l'Italia crisi dell'energia, e le decisioni governative sono orientate verso l'impiego massiccio della risorsa elettronucleare, con un gigantesco progetto di costruzione di 20 centrali nei prossimi due decenni. Questo senza disporre né di materia prima fissile né di tecnologie né di esperienze organizzative nel campo, in un gioco che vede gli intrecci di interessi della grande industria nazionale (al cui seguito sembrano muoversi i poteri pubblici responsabili) e dei maggiori gruppi multinazionali del settore, coalizzati più o meno inconsapevolmente nel ribadire la dipendenza politica dell'Italia dai Paesi fornitori. Ne consegue che l'opinione pubblica italiana è tenuta sostanzialmente all'oscuro dei fatti, delle possibilità e impossibilità, dei rischi, dei costi reali, mentre si fa pesare su di essa la minaccia di scarsità e razionamento dell'elettricità, e che di conseguenza stentano a mettersi in moto in Italia quei vasti movimenti di opinione pubblica che nei maggiori Paesi industriali stanno costringendo i Governi a riconsiderare e ridimensionare molte scelte in questo campo.

Questa dell'energia per " Italia Nostra" è una battaglia determinante. Come siamo convinti che inconvenienti e rischi degli attuali procedimenti elettronucleari sono ben lungi dall'essere superati in misura completamente rassicurante, e che la situazione tecnico-organizzativa ed etico-amministrativa italiana in particolare non è tale da dare garanzie attendibili in questo senso, cosi riteniamo possibile:

-una seria politica di risparmio energetico, basato su possibili ridimensionamenti di produzioni industriali ad alto consumo di energia, non essenziali per l'economia nazionale, soprattutto sul recupero e la riconversione dell'energia dispersa negli impianti produttivi esistenti e sulla sostituzione del trasporto pubblico al trasporto privato (esistono studi che fanno ascendere i risparmi realizzabili al 30-35% degli attuali consumi);

-il ricorso ad una serie differenziata di fonti disponibili per la produzione ,di energia elettrica, che attenui la necessità di petrolio importato e possa evitare il ricorso all'alternativa nucleare.

Questo secondo punto si basa sulla necessità già ricordata di " riconsiderare le convenienze " di determinate dimensioni produttive in conseguenza degli aumenti dei prezzi petroliferi, applicata alla " dimensione ottimale " per le centrali elettriche, dalla cui accettazione è conseguito, ad esempio, l'abbandono di una serie molto vasta di possibilità minori di produzione idroelettrica, tanto che si dà perfino il caso di centrali esistenti inutilizzate. E ciò mentre un calcolo teorico globale di tutte le possibilità non sfruttate o ricavabili da opportune opere idrauliche in questo campo fa prevedere addirittura la possibilità di quintuplicare la quantità di energia idroelettrica prodotta (pari oggi al 27% del totale) e cioè di sopperire a tutto il fabbisogno nazionale ed a parte degli incrementi prevedibili. E' evidente dunque che vale la pena in tutti i casi di battere questa via. Esistono come è noto altre possibilità in parte già sfruttate e in parte non ancora - di utilizzare energia geotermica (soffioni di origine vulcanica), e c'è poi tutta la gamma di prospettive aperte dalle differenze di temperatura tra strati terrestri profondi e strati superficiali, dall'energia solare, dalle maree, dal vento: possibilità certo ancora aleatorie in termini di grandi quantità di produzione energetica, ma per una parte almeno disponibili subito e facilmente in quantità ridotte, per usi limitati e temporanei, integrativi della normale erogazione. Per non dire della già citata energia ricavabile dalla trasformazione in gas combustibile del materiale ligneo boschivo.

Anche in questo campo dunque il conflitto è soprattutto tra criteri di centralizzazione (gigantismo) e di decentramento (minor dimensione unitaria e diffusione delle fonti). Una scelta in questa seconda direzione - obbligatoria a nostro avviso nella situazione italiana procederebbe nello stesso senso del decentramento articolato della struttura produttiva, anzi verrebbe a fornire l'alimentazione capillare necessaria a questo processo essenziale per il riequilibrio insediativo del Paese.

V.7 - Per il rinnovamento della ricerca scientifica e dell'educazione giovanile, per la partecipazione popolare e per la solidarietà internazionale

Le innovazioni in campo culturale e ,politico necessarie a nostro avviso per accompagnare e rendere possibile la svolta qui prospettata riguardano essenzialmente tre campi: la ricerca scientifica, l'educazione dei giovani, la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche, economiche ed amministrative.

Ricerca scientifica. - L'attività di ricerca in Italia, ricca di un passato brillante, è stata dissanguata e ridotta ai minimi termini dall'azione (meglio: dall'inazione) coordinata dell'apparato produttivo e dei poteri pubblici: dall'apparato produttivo in quanto ha scelto di operare principalmente " a rimorchio " di ricerche scoperte innovazioni altrui " importando " brevetti e know-how al pari delle materie prime; dall'apparato pubblico che ha ridotto i suoi istituti di ricerca - estremamente verticizzati - al ruolo di sterili accademie e distributori di favori, mentre le Università, messe in crisi dalla moltiplicazione del numero di iscritti - conseguenza a sua volta dei profondi mutamenti del quadro sociale - hanno stentato e stentano a colmare il distacco tra cultura tradizionale e nuove esigenze della società.

Quel che serve oggi al Paese per contro è un'organizzazione di centri di indagine, reperimento di dati, analisi e ricerche in diversi campi - dagli studi geologici e pedologici alle tecniche agricole alla chimica applicata alle tecniche di restauro monumentale - articolata equilibratamente su tutto il territorio nazionale, " appoggiata " da un lato alla rete delle Università e dall'altro alle strutture operative pubbliche (Corpo Forestale, Ispettorati agrari, consorzi di irrigazione e bonifica, uffici tecnici addetti alle opere pubbliche ecc.) e collegata con le collettività locali attraverso le loro rappresentanze politiche: Regioni, consorzi di Comuni, Comuni.

Educazione dei giovani. - Il problema è parimenti complesso anche in considerazione del passaggio recente e ancora in parte mal " digerito " da sistemi didattici " rigidi " ad aperture di problematicità e di gestione democratica della scuola, dell'arretratezza del bagaglio di cognizioni di parte del corpo docente, del disorientamento che coglie anche gli insegnanti giovani di fronte al " sovvertimento di valori " esploso con la crisi delle risorse.

Non solo dunque la scuola italiana ha bisogno di un rinnovamento totale e profondo di contenuti - di portare cioè a fondamento della conoscenza le situazioni reali che abbiamo qui denunciato ed alla base dell'attività culturale l'indagine lungo i canali di ricerca legati alle necessità di cambiamento prospettate - ma ciò presuppone innovazioni profonde di metodo e di prassi operativa. Di metodo perché di fronte a realtà in rapida evoluzione, nuove tanto per i discenti che per i docenti, acquista più importanza la ricerca applicata, sperimentale, interdisciplinare, operativa, praticata congiuntamente da insegnanti e studenti in un apprendistato comune. Di prassi perché una " rottura col passato " come quella che serve alla società e alla scuola italiana non si fa restando seduti sui banchi. E' necessario oggi a nostro avviso che i giovani passino una parte del tempo scolastico a contatto con la realtà del territorio: nei quartieri, nei luoghi di lavoro, soprattutto nelle aree agricole, che lavorino con le loro mani, cosi da prendere coscienza reale dei problemi e da trarre da un arco più vasto possibile di sperimentazioni pratiche la possibilità di scegliere più consapevolmente il loro ruolo nel mondo del lavoro e nella società.

Oggi uno dei guai maggiori del Paese è la " disoccupazione intellettuale ", che per buona parte ha all'origine la riluttanza di chi ha acquisito un benché minimo grado di cultura ad impegnarsi in lavori manuali, e che costituisce perciò una remora psicologica grave al decentramento e al rilancio delle zone e delle attività agricole. E' questo un ostacolo che va comunque superato, ed è anche per questo che l'attività principale di "Italia Nostra" è oggi rivolta verso la scuola e verso la sperimentazione del reale, del mondo fisico, attraverso la scuola. Va ricordato a questo proposito che una aspirazione alla conoscenza di segno inverso, ma altrettanto legittima e " centrata ", spinge oggi i Sindacati italiani ad attuare un'opera sistematica di recupero e aggiornamento culturale della classe operaia, servendosi della scuola e concorrendo al tempo stesso a modificarla accostandola alla realtà.,

Partecipazione dei cittadini.

E' qui, a nostro avviso, la chiave per la guarigione dei mali della democrazia italiana, per il passaggio da una situazione ancora autoritariamente "chiusa" per molti aspetti (sotto il velo dei rituali della democrazia "formale") ad una democrazia "di sostanza". Ciò che vale ancor più evidentemente, per un'articolazióne produttivo-insediativa decentrata e articolata, che ha bisogno di una parallela articolazione decentrata delle strutture amministrativo-elettive. In questo senso il recente passaggio di poteri per l'amministrazione territoriale dallo Stato alle Regioni ha migliorato certamente il quadro, segnando in molte parti dei Paese lo sblocco di situazioni di immobilismo pubblico e di arbitrio privato nell'uso e nella gestione del territorio. Ma va detto che il processo di maturazione maggiore, con i maggiori effetti di incidenza positiva sulle situazioni, è avvenuto in questi ultimi anni nelle città italiane attraverso la costituzione spontanea di organizzazioni di cittadini -(dai comitati di quartiere alle associazioni culturali) che si sono fatti carico della condizione urbana ed hanno " spinto " il mondo politico ufficiale, partiti e sindacati (strutture spesso tendenti per loro natura all'immobilismo), a modifiche positive dei loro comportamenti.

Decentramento delle attività urbane sul territorio, crescita e rinnovamento culturale generalizzati, articolazione di responsabilità e poteri nella società civile, iniziativa dei cittadini: sono queste dunque a nostro avviso le linee da seguire per invertire le rovinose tendenze che hanno prevalso finora nel determinare le situazioni insediative e territoriali italiane. Tra l'altro una conoscenza più diffusa dei problemi reali e una maggiore iniziativa civica sono necessarie per tagliare le ali ai condizionamenti operati finora dalle strutture di potere attraverso i mezzi pubblici di informazione, a ripristinare una informazione corretta: ed anche in questa direzione si stanno facendo oggi - a gran fatica i primi passi.

Sono compiti improbi, certo, mentre le forze consapevoli della entità dei problemi e intenzionate chiaramente e senza riserve a risolverli sono esigue: perciò questo nostro intervento si conclude con una richiesta di solidarietà internazionale verso un Paese depositario di un patrimonio di storia, d'arte, di cultura, di valori naturali e ambientali di rara qualità, che fanno parte a buon diritto del patrimonio comune a tutta l'umanità.-

D'altra parte crediamo che i problemi italiani possano risultare esemplificativi per altri Paesi che si trovino per qualche aspetto in situazioni analoghe o in procinto di commettere o evitare errori in cui in Italia siamo caduti, di scegliere vie convergenti o divergenti rispetto a quelle qui indicate, e che perciò ne possa essere utile la conoscenza e lo studio. Siamo convinti infine che per il miglioramento delle situazioni insediative, per il migliore avvenire di tutti noi, sia importante la solidarietà di quanti si battono per i valori sociali e culturali legati al territorio e all'ambiente. In questo senso e con questo spirito che chiediamo e offriamo solidarietà e collaborazione alle associazioni qui convenute.

Roma, giugno 1976

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6. beni culturali e ambiente

 la carta di Gubbio, settembre 1982.

 interattività, analogia, percezione, beni culturali, maggio 1997

 musei per la conoscenza. Lo scandalo dei servizi culturali, marzo 1996

 ambiente, mass media e stili di vita: un percorso formativo, febbraio 1997

 violenza sulla natura e salvaguardia del creato, gennaio 1993

 ambiente e educazione (aprile 1977)

 il museo come esperienza sociale (dicembre 1971)

 1958-1982 economia/ecologia; natura/cultura (maggio 2003)

 la biblioteca come servizio pubblico (ottobre 1976)

 Lettera di risposta al segretario generale di Italia Nostra (31 maggio 2003)

 prospettive di sviluppo alternativo in Italia, la proposta a Vancouver nel 1976

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