IL MEDIOEVO NELL’INTRODUZIONE
E NEL PROEMIO DELLE VITE
ANTONIO THIERY
In “Il Vasari Storiografo e
artista”, Atti del congresso internazionale nel IV centenario della morte, Arezzo-Firenze 1974, Istituto Nazionale di studi sul
Rinascimento, Palazzo Strozzi –Firenze.
Nell’Introduzione
alle Vite il Vasari scrive: Iddio scampi
ogni paese dal venir tale pensiero ed ordine di lavori; che... meritano che non
se ne favelli più che questo.1.
È
questa una sintesi di quel giudizio totalmente negativo sull’arte medievale che
si esplicherà poi nel Proemio delle Vite.
Un giudizio spesso contraddittorio e derivato dal fatto che il Vasari s’intricò in dati storici indeterminati o
del tutto falsi, come giudicò il Milanesi. 2 e che, per essere pienamente
valutato va inserito in almeno cinque prospettive estremamente interessanti.
1) In
primo luogo, il lavoro vasariano non può non
risentire profondamente della vigorosa polemica sul Medioevo sviluppata dalla
storiografia italiana del ‘400 e del ‘500, una polemica così ben delineata dal
Falco.3; né può rimanere insensibile ai giudizi sul
Medioevo, alle
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1. Tengo presente l’edizione, ormai classica,
relativa alla seconda redazione delle Vite, a c. di G. MILANESI, Firenze 1906,
recentemente ripubblicata in edizione anastatica con una presentazione di P.
BAROCCHI (Firenze 1973). D’ora in poi farò riferimento a questa edizione con la
semplice abbreviazione: Vite, seguita dal numero del torno e dall’indicazione
delle pagine. Cfr. I, p. 138. Per l’Introduzione
vedi: Vite, I, pp. 107 Ss. e per il Proemio delle
Vite, che citerò anche con la sola indicazione di Proemio senza confonderlo con
il Proemio di tutta l’opera, cfr. ibidem, I, pp.
215-244.
1 Vedi oltre, n. 138.
2 Ibidem, I, p. 233.
3 0. FALCO, La polemica sul Medioevo, P ed.
1933, nuova ed. a c. di F. TESSITORE, Napoli 1974. Cfr. in particolare il Il
capitolo (pp. 43 ss.) dove l’autore ricorda l’opera di Leonardo Bruni, Flavio
Biondo (« L’interesse che l’avrebbe spinto a comporre l’opera sarebbe
particolarmente erudito: Roma nella sua grandezza ha lasciato insigni monumenti
e documenti di sé; pochi e miseri della sua rovina ») e del Machiavelli.
Viene quindi esaminata la posizione del Giambullari e
del Sigonio, di Sant’Antonino
arcivescovo di Firenze e del Sabellico. Estremamente
interessante è la conclusione a cui giunge il Falco esaminando la storiografia
italiana del ‘400 e del ‘500 (ibidem, I, p.55): « C’è
da scrittore a scrittore, e talvolta in uno stesso scrittore, qualcosa di vago,
di oscillante. Incerti i limiti spaziali e cronologici, incerto il significato
e il contenuto
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tesi
ed alle idee artistiche che presero corpo negli scritti di Lorenzo Ghiberti.4, di Leon Battista Alberti.5 e di quanti si applicarono nell’età
dell’Umanesimo e del Rinascimento alla trattatistica
d’arte.6 . Il Vasari, giudicando negativamente il
Medioevo, riporta e sviluppa, quindi, un’opinione largamente diffusa.
2) Si dovrà, inoltre, richiamare l’attenzione sulle
ipotesi avanzate da Lionello Venturi nel corso dell’ultimo importante convegno
sull’opera del Vasari.7 . Il Venturi ricordò come
negli scritti di storia dell’arte di questo secolo, la maggior parte degli
studiosi abbia normalmente sostenuto che « una critica di Giorgio Vasari non
esiste. Ora — affermò il Venturi — noi pensiamo il contrario ».8; e portò una
serie di elementi di prova di indubbio valore per sostenere questa tesi, che
oggi è giustamente condivisa da molti.
di questa storia. Un accordo.., v’è soltanto
sulla nuova religione, sulla rovina dell’impero, sull’importanza di Carlo
Magno... Concezioni penetranti come quella di nuova vita che germoglia tra la
barbarie, e dell’impero che è tutto in
terra, non dominano il racconto, ma hanno un carattere occasionale ».
4. L. GHIBERTI, I Commentarii, ed. J.
VON SCHLOSSER, Berlin 1912; ed. S. FERRI, Roma 1946; ed. O. MORISANI, Napoli
1947. Cfr. anche R. KRAUTHEIMER, Lorenzo Ghiberti, Princeton (N.
J.) 1956. Va osservato che il Ghiberti tiene in
grande consi derazione
l’arte tra la fine del Duecento e la prima metà del Trecento e che considera la
sua età già come età di decadenza.
5.L. BATTISTA ALBERTI, De Pictura (1434), a c. di L. MALLÈ, Firenze 1950; ID., De Statua (1435 circa), a c. di O. MORISANI, Catania 1961; Io., De Re Aedificatoria
(1452), a c. di O. ORLANDI, P. PORTOGHEST, Milano 1966.
6. Vedi: AA. VV., in Enciclopedia Universale dell’Arte, XIV, Venezia.Firenze,
1966, coll. 85-128, con ampia bibliografia. R. ASSUNTO tratta il periodo del
Medioevo (ibidem, coll. 89-95) e L. SALERNO il
Rinascimento e Manierismo (ibidem, colI. 95-102). I repertori del XV e XVI
secolo sono puntualmente citati nelle coll. 111-120. Cfr.
anche l’interessantissimo ed ancor oggi insostituibile volume di J. SCHLOSSER, La letteratura artistica, Firenze 1955.
I riferimenti al Vasari si trovano alle pp. 132, 254 ss.,
264, 272 Ss-.
7. Cfr. Studi Vasariani. Atti del Congresso internazionale per il IV
centenario della 1 ed. delle Vite del Vasari (1950), Firenze 1952. Il volume
contiene un elenco, completo fino al 1950, delle edizioni delle opere vasariane.
8. L. VENTURI, La critica di Giorgio Vasari, in Studi Vasariani, cit., pp. 29-46. Vedi
in particolare la p. 30: « I suoi giudizi sono stati accettati per secoli in
tutta Europa, e malgrado le molte polemiche tanto più feroci quanto più
meschine e campanilistiche, essi sono rimasti il punto di partenza per
intendere il Rinascimento italiano nel suo pieno fiorire ed espandersi ».
Vanno ricordati anche gli articoli di V. DE Ruvo, La concezione
estetica di G. Vasari, ibidem, pp. 47-56 e di M. LABÒ, Il Vasari critico dell’architettura, ibidem, pp. 67-72.
Vedi anche il lavoro di L.
GRASSI, Teorici e storici della critica
d’arte, Roma 1970, con ampia bibliografia (pp. 241-285) e con un capitolo
interamente dedicato a: Il Cinqu cento: Giorgio Vasari e gli scrittori d’arte fino al
Seicento, pp. 201 ss.); l’articolo di A. CHASTEL, Vasari, historien toscan,
in Les peintres toscanes, Parigi 1966; il saggio di F.
FLORA, Giorgio Vasari scrittore e storico
delle arti, in « Il Vasari », n.s., XV (1975),
pp. 1-16 e 65-74.
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Forse
si può aggiungere che i giudizi sul Medioevo che vengono dati o che traspaiono
nella Introduzione e nel Proemio delle Vite rappresentano tra i
momenti più significativi del tentativo del Vasari di dare un’impostazione
sostanzialmente critica al proprio
lavoro. E questo non solo perché nella Introduzione
e nel Proemio emerge con chiarezza il
richiamo all’antico e viene enunciato il principio della decadenza delle arti a
partire da Costantino e del loro lento rifiorire dagli inizi del secolo XI e
poi ai tempi di Nicola Pisano e di Giotto; ma perché si evidenziano una serie
omissioni che appaiono sospette nella citazione delle opere d’arte; appare una
continua manipolazione delle notizie
storiche e delle datazioni degli oggetti d’arte; emerge un continuo
ammiccamento nei confronti del lettore, del quale si ricerca l’adesione a
modelli culturali ed a ben definiti contenuti ideologici, proprio a significare
la complessa portata della redazione delle Vite.
3) Il Proemio è
sostanzialmente « integrato » nella 2^ redazione. Nel lavoro vasariano c’è una distinzione piuttosto netta tra l’Alto e
il Basso Medioevo. Se l’arte dei primi secoli dell’Età di Mezzo è
sostanzialmente condannata, le opere del Basso Medioevo godono di un giudizio
che è quasi benevolo nella prima edizione delle Vite,9 ma che si fa più
negativo, a volte drasticamente negativo, nella seconda edizione.10
Un ruolo fondamentale ha il lavoro di E. GARIN,
Medioevo e Rinascimento, Bari 1954 (n. e. 1973).
Sull’atteggiamento del Rinascimento nei confronti dell’antico, cfr. pp. 67-68, 87 ss., 179 si..
Particolarmente interessante è il capitolo relativo a Immagini e simboli in
Marsilio Ficino (pp. 269 ss.). Per un’interpretazione
delle tesi di fondo della critica vasariana vedi
anche: ID., Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano, Bari 1965, pp.
90-96.
La prima redazione delle Vite è del 1550; edita
da Lorenzo Torrentino è detta torrentiniana,
ed è stata ripubblicata in epoca recente a e. di C.
Ricci, dall’editore Bestetti-Tumminelli, Milano-Roma, 1927. Particolarmente interessante è il lavoro
di P. BAR0ccHI, R. BETTARINI, Le Vite di Giorgio Vasari nelle redazioni del
1550 e del 1568. Le due edizioni delle Vite sono pubblicate « a confronto » a
cura di R. Bettarini, con il commento secolare a cura
di P. Barocchi. L’opera, pubblicata da Sansoni,
Firenze, a partire dal 1967 è ancora in corso di completamento.
10 La seconda redazione, edita da Giunti nel
1568 è detta giuntina. Particolarmente interessanti
risultano le osservazioni di B. BERENSON (Il Vasari alla luce delle recenti
pubblicazioni, in Studi Vasariani, cit., pp. 21-27; ristampa di un articolo pubblicato sessanta
anni prima sui settimanale New York Nation).
Nell’articolo (p. 23) si legge:
« Nella prima edizione egli comincia
direttamente da Cimabue; e solo perché si accorse che
ciò scandalizzava i contemporanei, aggiunse, in forma d’introduzione alla
seconda edizione un saggio sopra l’arte degli antichi ». Nel corso di quest’articolo cercherò di indagare sulle motivazioni di
fondo che potrebbero aver spinto il Vasari ad enunciare in modo così chiaro la
condanna del Medioevo, a rivedere i giudizi sul gotico, ad accentuare
l’importanza del Rinascimento fiorentino. Va osservato che il Proemio delle
Vite non fu aggiunto nella seconda redazione delle Vite stesse, ma
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4)
Sembra, inoltre, di poter dire che certe valutazioni sul Medio evo, almeno sul
Basso Medioevo, che vengono enunciate nel Proemio,
siano almeno in parte mitigate nello studio dei singoli autori, a partire dallo
studio della vita e dell’opera di Cimabue. L’impegno
ideologico ed il valore strumentale della critica vasariana
sembrano avere il momento culminante nel Proemio,
che verrebbe ad avere, rispetto alla intera trattazione delle Vite, un ruolo a sé stante,
evidentemente condizionato dalle tendenze culturali e politiche della corte
medicea.
5)
L’ultimo elemento, infine, di cui bisognerà tener conto, appare strettamente
collegato e interagente con i precedenti: i sommari giudizi vasariani
sul Medioevo vanno visti certamente, come s’è detto, alla luce del mito della
Rinascenza e della polemica sul Medioevo, ma soprattutto vanno visti come
valutazioni critiche che, superando gli oggetti d’arte, assumono una coloritura
del tutto diversa, per investire i profondi rivolgimenti che sconvolgono
l’Europa nel secolo XVI e per tentare una difesa, più o meno vigorosa, degli
aspetti sociali e culturali della realtà italiana e della Toscana, che il
Vasari sembra vivere con consapevolezza ed adesione.
*
* *
Il
giudizio negativo sull’arte medioevale prende corpo nel Vasari fin dalle
primissime righe del Proemio delle Vite, quando
l’opere di scultura e d’architettura che furono fatte al tempo di Costantino in
Roma vengono chiamate a rendere
chiara testimonianza che le arti non... continuarono
in quella perfezione e bontà che avevano avuto innanzi .11.
In
primo luogo il Vasari evidenzia le figure goffissime dell’arco trionfale innalzato per Costantino dal popolo romano al Colosseo
e le
sostanzialmente « integrato » (cfr. per le differenze tra la prima e la seconda redazione
Barocchi Le Vite, cit., 11, testo, in particolare le
pp. 14 Ss., 17, 23, 24, 25). Si tratta di differenze
che appaiono sostanziali solo se inquadrate globalmente tenendo presente il
ruolo e la funzione che assolve il Proemio in rapporto alle Vite.
Il Berenson
acutamente osservò che il tema dello sviluppo delle arti era già ben definito
nel commento dantesco del Landino (art. cit,, p. 23),
rilevò l’interesse delle opere di Filippo Villani e Francesco Albertini (p. 25), evidenziò lo stimolo suscitato da Dante
alla conoscenza di Cimabue, che acquisì un’importanza
che non avrebbe altrimenti avuto e l’influsso del libro di Antonio Billi, opera scritta tra la fine del XV e il primo quarto
del XVI secolo.
Vite, I, pp. 223.224. Il passo non appare nella
prima redazione delle Vite (cfr. Barocchi-Bettarini,
Le Vite, cit., IL, testo, p. 14).
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erige
a documento, a prova che insino allora l’arte della scultura aveva
cominciato a perdere del buono. 12
In
questi giudizi si afferma, certo, in modo fin troppo chiaro e apodittico la
norma fondamentale della critica vasariana; il
concetto, inaccettabile per noi, della decadenza delle arti e dell’incapacità
degli artisti a partire dal sec. IV. Un principio, del resto, largamente
ripetuto, per secoli, da critici autorevoli e che solo in epoche recenti si è definitivamente
cominciato a spazzar via.
L’Autore
delle Vite, però, coglie nell’arco di Costantino, sia pure in modo confuso,
forse inavvertitamente, ma con felice intuizione, quelle novità che la critica
moderna definisce « una regola ed un sistema che si distaccano da ogni
tradizione ellenistica e che si pongono come inizio di una nuova tradizione ».13
Il
Vasari chiama buffe, in senso
spregiativo, ma sottolinea ed evidenzia quelle figure nelle quali oggi si
riconoscono le radicali e rivoluzionarie « ascendenze della forma pleblea » e
l’influsso condizionante delle ideologie orientali.14
L’intuizione
del Vasari va oltre; egli scrive: non
erano ancora venuti i Goti e le altre nazioni barbare e straniere, che
distrussero insieme con l’Italia tutte l’arti migliori.15
. L’Autore delle Vite avverte che le invasioni barbariche non bastano, da sole,
a spiegare il profondo rivolgimento, già sensibile nel secolo IV, dell’arte
italiana ed europea. Ed è proprio questo avvenimento a dare al Proemio vasariano una prima impronta di costruzione critica.
Al
Vasari non basta più definire le figure buffe.
Egli cerca una sistemazione delle proprie idee estetiche delineando l’essenza
dell’arte costantiniana. Ecco, perciò che l’immagine del Salvatore e i dodici apostoli
d’argento che Costantino avrebbe fatto fare per il tempio di San Giovanni in Laterano, vengono definiti sculture molto basse, e fatte senza arte e con pochissimo disegno.16
C’è
subito una stretta correlazione tra la
introduzione ed il Proemio in
questo richiamo al disegno, padre delle
tre arti nostre. 17 a quel disegno che
è simile a una forma, ovvero idea di tutte le cose della
________________________________________________________________________________
12. Vite, I, p. 24. Anche questo passo non
compare nella prima redazione delle Vite.
13. R. BIANCHI BANDINELLI, Roma, la fine
dell’arte antica, Milano 1970, pp. 76-77.
14. Ibidem, p. 73.
15. Vite, I, p. 224. Anche questo passo non
appare nella prima redazione delle Vite.
16. Ibidem, I, p. 225. Anche questo passo è
stato aggiunto nella seconda redazione.
17. Ibidem, I, p. 168.
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natura. 18
, ma che spesso si riduce, con ossessionante ripetitività delle definizioni, alla pratica nelle linee e nei dintorni.
19, ai lineamenti che servono a dintornare ogni figura
.20, con bella proporzione e misura.
21. ai profili, dintorni e lineamenti.22 fatti giusti ed a proporzione.23
.
Un
disegno che, come rivelò con chiarezza il Venturi, « spesso significa
invenzione, cioè abilità di comporre scene con molte figure, con molti
ornamenti, con molte varietà d’ogni cosa, senza nulla sentire ».24
Un
disegno che è strumento tecnico indispensabile per raggiungere l’arte,
attraverso l’imitazione della maniera dei maestri.25
Nel Proemio delle Vite, a mano a mano che si
studiano le opere medievali, si individua, infatti, nell’equazione disegno/maniera il metro di misura fisso
ed irrinunciabile per giudicare della qualità e della validità non solo di
un’opera, ma della produzione di intere generazioni di artisti, delle
espressioni figurative di un Millennio della storia umana. 26
Nelle
opere d’arte, siano essere pitture, sculture o architetture, che il Vasari
prende in considerazione dal IV secolo in poi, opere che verranno definite
nella migliore delle ipotesi vecchie. 27 in senso aperta mente spregiativo, in
contrapposizione ad una più gratificante definizione di cose antiche, riservata solo alle cose fatte innanzi a Costantino .28 in queste opere
il Vasari non può ritrovare il risultato ch’egli giudica positivo
dell’equazione disegno/maniera.
________________________________________________________________________________
18 Ibidem, 1, p. 268.
19 Ibidem, I, p. 170.
20 Ibidem, I, p. 171.
21 Ibidem, I, p. 170.
22 Ibidem, I, p. 170.
23 Ibidem,
I, p. 170.
24 L. VENTURI, Storia
della critica d’arte, 1’ ed. 1936 (2’ ed. 1948), n. ed. Torino 1964, con
prefazione di NELLO PONENTE ed un ampio aggiornamento bibliografico. Cfr. la bibliografia relativa al Il capitolo, alle pp.
341-343, e al cap. III, pp. 343-348.
25 Vite, I, pp. 172.173.
26 Basteranno queste citazioni: I, 227: Fu edificato in sul monte Celio un tempio a’ Santi Giovanni e Paulo Martiri, di tanto peggior maniera
che i sopraddetti, che si conosce chiaramente che l’arte era a quel tempo poco
meno che perduta del tutto; I, p. 232:
Andarono dopo agevolmente, in modo peggiorando, che non si sarebbe potuto né
più goffamente né con manco disegno lavorar di quello che si faceva; I, p.
235: tutti furono di bruttissima e
disordinata maniera; I, p. 236… l’architettura
si teneva alquanto in piedi, ma imbastardita fortemente e molto diversa dalla
buona maniera antica.
27 Ibidem, I, p. 242.
28 Ibidem, I, p. 242. Vedi il saggio di P.
BAROCCHi, Il valore dell’antico nella storiografia vasariana,
in Il mondo antico nel Rinascimento (1956), Firenze 1958, pp.217-236.
La studiosa (p. 221) nota come il Vasari risenta dei Commentarii
del Ghiberti, che scriveva: « Adunque al tempo di Costantino imperatore e di Silvestro papa sormontò
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Sarà
certo difficile riconoscere profili,
dintorni e lineamenti, e forme visive fatti giusti e a proporzione nell’arte medievale, almeno fino all’XI
secolo, quando spesso la nuova concezione della realtà fenomenica libera
l’artista dal vincolo, tipico della cultura classica, di riprodurre gli
oggetti.
La buona maniera antica ha lasciato via
libera a forme visive che, evitando ogni rapporto di denotazione dell’ambiente,
connotano una realtà esistenziale e sollecitano nell’uomo, come singolo e
come parte di un gruppo sociale, un confronto sistematico e profondo con la
propria matrice simbolica.29.
In
mezzo a tante intuizioni, accanto alla profonda intuizione che lo
sconvolgimento culturale ed artistico che si attua in Europa a partire dal IV
secolo è frutto di vitali forze non solo esogene, come vuole ancor’oggi una storiografia tutta tesa a prestare troppa
attenzione ai barbari (e del resto queste forze esogene non sono rappresentate
solo dalle invasioni barbariche), ma radicatamente
endogene; c’è il limite di fondo della trattatistica
e della critica vasariana e rinascimentale: il non
riconoscere che si tratta non di « giudicare » e condannare un’arte in
decadenza o decaduta, ma di « percepire » e conoscere un’altra arte, diverse
forme di comunicazione, di espressione e di riflessione attraverso le immagini,
attraverso le tre arti nostre.
La
libertà, gli arbitri, i capricci permessi all’artista vasariano
si scontrano duramente, ad esempio, con la visione di Sant’Agostino
(un vecchio e non un antico nella concezione vasariana della storia) che, nato e formatosi nella terra
d’Africa, pur legato alla cultura ellenistica e tardo-romana, è naturalmente
portato a riconoscere nelle arti, come a tutte le forme di linguaggio, una
preminente funzione di comunicazione, espressione e riflessione religiosa.
Tutta
l’arte medioevale, che non ignora quasi mai, anche quand’essa ha un contenuto
politico o laico, quella che appunto Agostino definisce
________________________________________________________________________________
su la fede cristiana. Ebbe la idolatria
grandissima persecuzione in modo tale, tutte le statue e le pitture furono
disfatte e lacerate di tanta nobiltà ed antica e perfetta dignità e così si consumaron colle statue e pitture volumi e commentarii e lineamenti e regole (che) davano
ammaestramento a tanta ed egregia e gentile arte ».
29 Cfr. A. TH!ERY,
Scultura provinciale in Africa e nell’area danubiana,
in Aquileia e l’Africa, Antichità altoadriatiche,
V, Udine 1974, pp. 303-335. In quest’articolo ho sommariamente
riassunto alcuni problemi centrali sull’arte altomedievale
non ispirata alla cultura classica, ellenistico-romana.
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la piam significationem.
30, tutta quest’arte è senza disegno, per dirla con il Vasari, e di bruttissima e disordinata maniera.
Le idee
estetiche vasariane si scontrano ancor più con la
visione di Gregorio Magno.
Il
pontefice romano ritiene pictura quasi scriptura.
31 destinata ad instruendas solummodo mentes... nescentium. 32 e
riconosce al colore ed ai suoi profondi significati psico-antropologici
un’importanza assai maggiore rispetto al disegno. 33
La
critica moderna va riscoprendo l’importanza del consul
Dei nella elaborazione e nella diffusione delle dottrine relative agli aspetti socio-culturali
della comunicazione e dell’espressione visiva nell’Alto Medioevo.34 Un’importanza
che, certo non sappiamo se in modo cosciente o no, il Vasari dovette percepire,
se è vero che il pontefice romano è oggetto, nel Proemio delle Vite, nella
parte cioè ideologicamente più impegnata dell’opera vasariana,
di un attacco durissimo e di una condanna implacabile.
Gregorio
è ritenuto, infatti, più dei Goti, più dei barbari il responsabile,
l’istigatore della frattura violenta della cultura e dell’arte medioevale dalla
tradizione dell’arte antica.
Si
dice — puntualizza il Vasari già nella prima redazione del Proemio a proposito
di papa Gregorio — che messe al bando
tutto il restante delle statue e delle spoglie degli edifizi.35
. Un’accusa gratuita che sarà smentita dalla critica erudita dell’ ‘800,
che rileva: se il Vasari vuol far riferimento alla riutilizzazione di materiale
antico, si potrebbe ricordare che anche ai suoi tempi molte statue romane
venivano sbricio-
_________
30 S.AGOSTINO, Le Confessioni, X, 34, 53. Cfr. l’ottima edizione a c. di M. SKUTELLE, M.PELLEGRINO, C. CARENA, Roma 1965. Per il passo citato
vedi p. 346 per il testo latino e p. 347
per la traduzione italiana. Sull’estetica medievale, a conferma delle diverse tesi
che oggi si contrappongono cito tre lavori di diversa ispirazione ed impostazione:
U.Eco, Sviluppo
dell’estetica medievale, in Momenti e problemi di storia dell’estetica, Milano
1959, P. I. pp. 115-229 (è questo un lavoro del quale condivido molte premesse
metodologiche); F. BOLOGNA, Operis causa, non fervor devotionis, spunti di critica d’arte medievale, «
Paragone - arte », XII (1961), n. 137, pp. 8-17; R. ASSUNTO, La critica d’arte nel pensiero medievale,
Milano 1971.
31 GREGORIO MAGNO, L.
IV, Ep. LII (PL, LXXVII, col.
991).
32 ID., L. XI, Ep. XIII (PL, LXXVII, col. 1128).
33 Ibidem.
34 Ho sviluppato questo tema in A. THIERY, La cultura e l’arte precarolingia
e protomozarabica. Comunicazione e immagine nell’VIII
secolo: nuovi problemi di metodo, in « Settimane di studio del centro
italiano sull’Alto Medioevo », XX, 1972, Spoleto 1973, pp. 723-781.
35 Vite, I, pp. 23 1-232.
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late per produrre polvere
di marmo senza sollevare critica alcuna e senza che nessuno contesti al secolo
XVI il rispetto per l’antico.36 .
Un’accusa gratuita ancor più smentita dall’alta
considerazione che papa Gregorio gode anche nell’età rinascimentale, proprio
per il suo attaccamento alla cultura romana. Veniva esaltata, come avviene del resto
anche ai giorni nostri, la sua romanità. Si ricordava la nascita del pontefice
da nobile e ricca famiglia romana, la sua formazione giuridica, il probabile
esercizio della procura, una delle più alte magistrature della Repubblica,
l’uso simbolico e continuo della toga purpurea, ornata di gemme, con la quale
appariva di solito per le vie di Roma, toga che lasciò, ma non rinnegò, solo
per indossare l’umile saio del monaco benedettino. Ma forse il Vasari intuì in
Gregorio quell’indefinibile sapore orientale, così
ben rilevato dal Leclercq.37
L’età
di papa Gregorio rappresenta per il Vasari il momento culminante della
decadenza delle arti. Se per il secolo IV il giudizio su Santa Maria Maggiore è di mediocrità (non però riuscì del tutto felicemente).38, e la valutazione delle
strutture originarie della chiesa dei
Santi Giovanni e Paulo Martiri del Monte Celio è dichiaratamente negativa.
39; ecco che nel VI secolo, di goffissima
architettura e disordinata maniera vengono definiti tutta una serie di
edifici. 40, tra i quali spiccano molte badie in Francia edificate a San
Benedetto e la chiesa e il monastero di Montecassino.
41, edifici che il Vasari certo non vide e che, nella quasi totalità dei casi,
non esistevano più nel secolo XVI.
E’
lecito ricordare che papa Gregorio fu un monaco benedettino e che, anzi, a
detta di molti, fu proprio il sistematore della
regola di San Benedetto e osservare com’egli venga coinvolto sottilmente dal Vasari
nella condanna dell’arte benedettina altomedievale.
La critica al papa monaco si fa più diretta e prende
maggiormente
36 Ibidem, I, p. 231, n. 1.
37 Cfr. GREGORIO
MAGNO, Omelie sui Vangeli, Regola
pastorale, a c. di G. CREMASCOLI, Torino 1968, pp. 29-30; J. LECLERCO, Spiritualità del Medioevo, Bologna 1969,
p. 17.
38 Vite, I, p. 226.
39 bidem, I, p. 226.
40 Ibidem, I, p. 235. Cfr.
le pp. 234-235.
41 ibidem, I, p. 234: il passo non compare
nella 1’ redazione. Non sappiamo certo a quale basilica il Vasari voglia
riferirsi. La chiesa subì nel corso dei secoli radicali trasformazioni ai tempi
degli abati Gisulfo (883), Atemilfo (1011-1022),
Teobaldo (1022-1035), Richerio (1038-1055), Desiderio
(1066-1071), Oderisio. La chiesa subì ancora danni a seguito del terremoto del
1349 e fu ristrutturata tra il 1357 ed il 1366.
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corpo
nel giudizio negativo sul tempio di San Giovanni Battista a Monza, fatto, come
nota il Vasari con malcelato disappunto e con evidente disprezzo, da quella Teodolinda reina
dei Goti, alla quale San Gregorio Papa scrisse i suoi dialoghi. 42
La
critica vasariana procede lungo binari precisi. Viene
riconosciuto alla Grecia, cioè all’arte di Bisanzio,
qualche merito nella continuazione della buona
maniera antica. 43; ma soprattutto viene riconosciuto in Carlo Magno
l’anello di congiunzione tra il mondo antico e la rinascita fiorentina.
Di bellissima maniera.44
viene definita, infatti, la chiesa di Sant’Apostolo
in Fiorenza, che fu edificata da Carlo Magno.
Per
dar corpo alla propria tesi sulla correlazione del rinascimento fiorentino e
l’età carolingia, il Vasari commenta: l’architettura
di questa chiesa è tale che Pippo di Ser Brunellesco non si sdegnò di servirsene per modello nel fare la chiesa di Santo Spirito, e quella di
San Lorenzo. 45
________________________________________________________________________________
42 Ibidem, I, p. 234. 11 passo,
significativamente, è aggiunto nella seconda redazione.
43 Ibidem, I, p. 235. Il giudizio
sostanzialmente positivo coinvolge la chiesa
di san Marco in Vinezia, la quale (per non dir nulla di San Giorgio Maggiore...) dopo la prima
costruzione dopo molti incendi fu
finalmente rifatta alla maniera greca. L’apporto dei greci, se è valutato
positivamente nell’architettura, è, invece, ritenuto drasticamente negativo
nelle altre arti (1, p. 215, Sommario: XV):
la scultura, la pittura e il mosaico, lasciata la mutazione dei greci,
cominciano a risorgere per opere degl’italiani. I, p. 241: non si usavano altre sculture né pitture
che quelle, le quali un residuo di vecchi artefici di Grecia, facevano..,
figure mostruose, e coprendo solo i primi lineamenti di colore. Questi
artefici, come migliori.., furono condotti in Italia.., e così le insegnarono
agl’Italiani, goffe e rozzamente (I, p. 242). I Greci, aggiunge il Vasari
(I, p. 242), piuttosto tignere che dipingere sapevano; e Cimabue
(I, 249), sebbene imitò que’ Greci, aggiunse molta perfezione all’arte, levandole
gran parte della maniera loro goffa.
Cfr. le osservazioni che
già fece il Milanesi (I, pp. 261 ss.) al giudizio che il Vasari dà sulla
pittura, scultura e mosaico bizantini, sulle opere di quei Greci vecchi e non antichi, come li definisce ancora il
Vasari, che molte pitture continovando fecero di quella maniera, con occhi spiritati
e mani aperte, in punta di piedi (I, p. 242).
Non sfuggono a questo giudizio neppure le
sculture ravennati che prudentemente, però, vengono
in pratica dimenticate, né i musaici di San
Marco di Vinegia,
che decorano una delle poche architetture degne di considerazione per il
Vasari. Anche nella scultura la maniera greca è definita senza mezzi termini goffa e sproporzionata (I, p. 293).
44 Ibidem, I, p. 235: « oltre i fusi delle
colonne, sebbene sono di pezzi, hanno molta grazia e sono condotti con bella
misura, i capitelli ancora e gli archi girati per le volticciuole
delle due piccole navate mostrano che in Toscana era rimasto ovvero risorto qualche buono artefice ».
L’età carolingia, è,
dunque, per il Vasari un’età di rinascita, di resurrezione. Il nostro Autore non spiega però perché dal IX secolo
si debba aspettare fino al XV per ritrovare molta
grazia e bella misura nell’architettura, visto che solo Filippo Brunelleschi avrebbe saputo approfittare del mirabile
modello del Sant’Apostolo ben visibile a Firenze per
generazioni di artisti.
45 Ibidem, I, p. 235. Cfr.
anche la p. 332 dove viene riconfermato che Filippo
di
360-----------------------------------
In
questa osservazione, al di là dell’opinabile verità sul modello seguito da
Filippo Brunelleschi, l’Autore delle Vite ha certo un
grosso merito: ha ben capito che l’umanesimo fiorentino sa attingere a piene mani
nella cultura carolingia, nella quale riconosce un
pieno riferirsi all’antico, senza dover ricorrere direttamente ad opere
dell’antichità classica.
L’entusiasmo
del Vasari di fronte alla chiesa fiorentina di Sant’Apostolo
ed all’opera di Carlo Magno dà una definitiva conferma della complessa
costruzione ideologica che sottende il sommario esame del l’arte medievale e
nella quale non c’è posto per un’arte che non sia icastica, cioè:
verosimiglianza ed imitazione, ma ancor più rappresentanzione.
Il
legame spirituale tra la critica vasariana ed i Libri
Carolini è sostanziale: per Alcuino
e Carlo Magno l’arte serve solo ad ornamentum vel ad res gestas mostrandas. 46 C’è il rifiuto totale di un’arte che non
sia medium di comunicazione e di riflessione.
Se
per il tanto vituperato Gregorio Magno vale il motto pictura quasi scriptura, per i Libri Carolini « i pittori sono in grado di richiamare in qualche
modo alla memoria la raffigurazione degli avvenimenti, ma le cose che si
avvertono soltanto con i sensi e si esprimono a parole, possono essere
dimostrate e comprese nelle loro relazioni non gia dai pittori, bensì dagli
scrittori ».47
Ogni
opera medievale che non rispetti i canoni fissati dai Libri Carolini
viene bandita dal Vasari, che non a caso, tranne la parentesi fiorentina della
chiesa di Sant’Apostolo, salta tranquillamente
dall’età longobarda all’anno 1013, quando, come scrive, si vede l’arte aver ripreso alquanto di vigore nel
riedificarsi la bellissima chiesa di San Miniato. 48 . . .Da cotal principio... comincò a crescere a poco a poco in Toscana il disegno
ed il miglioramento di queste arti; come si vide, l’anno 1016, nel dare
principio i Pisani alla fabbrica del Duomo loro.49
.
Ancora
una volta le osservazioni del Vasari alternano intuizioni
________________________________________________________________________________
ser Brunellesco...
Donatello.., e gli altri maestri di que’ tempi...
impararono l’arte col mezzo di quell’Opera (il
San Giovanni di Firenze) e della chiesa
di Sant’Apostolo di Firenze; opera di tanto buona maniera che tira alla vera bontà antica.
46 Libri Carolini, sive Capitolare de imaginibus, (PL, XCVIII, col.
1002).
47 Ibidem, col. 1164.
Cfr. F. BOLOGNA, art. cit., p. 9. Sulla tesi di una totale frattura tra un’arte
medievale di ispirazione orientaleggiante ed un’arte medievale d’impronta
occidentale a seguito della teorizzazione della corte
di Carlo Magno, vedi il mio articolo: La
cultura e l’arte precarolingia, cit., pp. 730-781.
48 Vite, I, p. 236.
49 Ibidem, I, p. 273.
361-------------------------
prestigiose
a falsi difficilmente giustificabili con l’ignoranza o con la mancanza di un
criterio scientifico.
Le
date sono sbagliate, ma erano sostanzialmente controllabili ai tempi del
Vasari; le informazioni volutamente lacunose e manipolate.
Il mosaico che fu fatto nella
cappella maggiore della detta chiesa di San Miniato. 50, attribuito dal
Vasari al 1013 per dar corpo alla propria costruzione critica (dimostrerebbe
che agli inizi dell’XI secolo la pittura, che era poco meno che spenta affatto, si vide andare riacquistando qualche
cosa), è addirittura della fine del XIII secolo.
Il
Duomo di Pisa fu iniziato quasi mezzo secolo più tardi, nel 1063.51 Buschetto non fu, come lo vuole il Vasari, un greco. 52, a significare
che solo dalla cultura bizantina, per quanto degradata, ma pur tuttavia
depositaria della cultura antica, poteva derivare il rifiorire delle arti.
Soprattutto
appare, inizialmente casuale, poi bizzarro ed infine carico di significati il
singolare accostamento tra l’epitaffio funebre di Buschetto
e l’iscrizione, del resto male interpretata dal Vasari, dell’altar maggiore
della tanto lodata chiesa di Sant’Apostolo a Firenze.53 . Che il Vasari abbia voluto stabilire una
correlazione, se non un rapporto di vera e propria dipendenza tra il Duomo di
Pisa e la chiesa carolina di Firenze? Ricordando che
il Duomo di Pisa rappresenta nel Proemio delle Vite, l’architettura chiave per
ipotizzare il rifiorire delle arti, una lettura attenta di questo passo in
chiave di psicologia analitica non lascia altre soluzioni.54
________________________________________________________________________________
50 Ibidem, I, p. 237.
51 La sostanziale contemporaneità tra il Duomo
di Pisa e l’abside della cattedrale di Troja (cfr. M. Da SANTIS, L’anima eroica della Cattedrale di Troja, Benevento 1958; A. PETRUCCI, Cattedrali pugliesi,
Roma 1960, pp. 62-63) ripropone in termini assai chiari la necessità di
ricercare più profondamente le origini dell’architettura romanica italiana,
dalla Lombardia, alla Toscana, alla Puglia.
52 Cfr. le
osservazioni, gia esaustive, del Milanesi nel commento all’opera vasariana (Vite, I, pp. 237-238). Certo, la formazione di Buschetto (o Buscheto) è
estremamente complessa come riconosce bene P. TOESCA, Il Medioevo, Il, Torino
1965, 1’ ed. 1927, pp. 556-562.
53 Vite, I, pp. 238-239. Cfr.
le note del Milanesi.
54 Sarebbe estremamente interessante tentare
una lettura di tutta l’opera del Vasari in chiave psico-analitica, alla ricerca
di una giustificazione della teoria della rinascita dell’arte e del
raggiungimento della sua perfezione, nel Rinascimento, in un solo maestro:
Michelangelo, la cui maniera si dovrà in seguito imitare. Mi limito a rimandare
al bel libro di C. BAUDOUIN, Psychanalyse de l’art,
Paris 1929, recentemente ripubblicato in Italia: Psicoanalisi dell’arte, Firenze 1972. Si tratta di un lavoro ormai vecchio,
ma che contiene delle conclusioni ancor oggi validissime: 1. l’artista proietta i suoi complessi nell’opera; 2. il fruitore
proietta i suoi nell’opera che contempla (p. 221); l’opera d’arte mette in moto, nel contemplatore, lo stesso
meccanismo di proie-
362---------------------------------
Tutte
le opere successive non mostrano altro, per il Vasari, che il precipitoso
rifiorire delle arti fino alla magnifica esplosione dell’età michelangiolesca.
Ecco i progressi del San Paulo di Pistoia,
del Battistero di San Giovanni a Pisa. 55 ed il San Martino di Lucca. 56: tre
edifici la cui data viene anticipata di un secolo, ripetendo un errore che
appare troppo reiterato e puntuale per essere casuale.
Ecco
l’opera di Niccola Pisano, le cui figure
di marmo... mostrano quanto per lui migliorasse l’arte della scultura. 57.
Nel
mezzo di questi due momenti c’è il fatale anno 1250, quando, il cielo a pietà mossosi dei begli ingegni
che ‘i terren toscano produceva ogni giorno. 58,
si produssero eventi tali che gli artisti abbandonarono
le maniere vecchie ritornando ad imitare le antiche con tutta l’industria ed
ingegno loro. 59
Il
preciso riferimento all’anno 1250 e le drastiche affermazioni sulla rinascita
dell’arte che fanno appunto del 1250 un terminus
fisso, una linea di demarcazione precisa tra due concezioni estetiche e,
perciò, due diverse produzioni d’oggetti d’arte, spinge a rivedere le
architetture, le sculture, le pitture prodotte intorno alla metà del secolo
XIII. Per quante ricerche si facciano non sarà possibile individuare l’opera o
il gruppo di opere che avrebbero segnato l’inizio dell’era nuova o, per lo
meno, la fine dell’era vecchia. Lo stesso Cimabue,
che tanta parte ha nella costruzione critica vasariana,
nel 1250 aveva appena dieci anni.
________________________________________________________________________________
zione che ha già agito nel
creatore
(p. 222). Sembra di poter azzardare l’ipotesi che tra l’opera creativa di
Michelangelo e l’attività fruitrice del Vasari ci sia
(più che quella comunicazione che normalmente avviene sia a livello di
coscienza, sia attraverso la regione profonda e primitiva dei simboli
collettivi) una identificazione. Il Vasari « si proietta » nell’opera
michelangiolesca ed in essa si riconosce; in un’opera che, va ricordato,
rappresenta per l’Autore delle Vite l’apogeo del Rinascimento. Spero che altri,
più competenti di me, svolgano quest’indagine. Vorrei
ricordare che un ruolo importante può avere anche lo studio dei restauri, dei
rimaneggiamenti delle chiese medievali operati dal Vasari e che sono riassunti
in un valido articolo: C. A. ISERMEYER,
Il Vasari e il restauro delle chiese medievali, in Studi Vasariani, cit., pp. 228-236. Mi
sembra molto interessante la conclusione dello Isermeyer
(p. 236): « Ci siamo liberati da lungo tempo dell’opinione sprezzante
dell’Aretino sul valore artistico e storico dell’architettura gotica, delle
chiese medievali come li voleva far vedere lui, ossia con gli occhi del
Rinascimento... Nella prima edizione delle Vite il Vasari tratta
dell’architettura medievale del tutto superf icialmente: non si trovano biografie di architetti prima
del Brunelleschi. Nella seconda edizione, però, del
1568, dopo i restauri, c’è Malchionne Aretino...,
Niccolò e Giovanni Pisani, Arnolfo... ».
55 Vite, I, p. 239.
56 Ibidem, I, p. 240.
57 Ibidem, I, p. 240.
58 Ibidem, I, p. 240.
59 Ibidem, I, p. 241.
363---------------------------
La
ricerca va condotta inizialmente sugli oggetti d’arte, perch’essi
sembrano avere, insieme alle vite degli artisti, il ruolo di protagonisti
dell’opera del Vasari, che apparentemente ha uno scarso interesse per i fatti
politici. Ma proprio in campo storico il 1250 segna un momento culminante nella
storia d’Europa: muore Federico II, crolla l’impero medievale.
Il
cielo a pietà mossosi dei begli ingegni non trovò, dunque, altra forma
d’intervento, se non quella di accelerare la morte di Federico TI, provocando
le condizioni storiche, a giudizio del Vasari, che avrebbero permesso quell’evoluzione della società toscana destinata a
conoscere la signoria dei Medici ed a rivivere, come in un ritorno al paradiso
terrestre, le cose antiche.
In
un’opera tutta tesa a mettere in rapporto la biografia degli artisti con la
teoria dell’arte. 60, il Proemio delle
Vite, in particolar modo nella seconda redazione, nell’esame delle opere
d’arte medievali, vede emergere, con contraddizione profonda, sopra agli artisti,
uomini di Stato.
Le Vite, grazie alle indicazioni contenute
nel Proemio, appaiono qualcosa di più
e di diverso di una raccolta di fonti e di aneddoti o di un trattato di
estetica.
Alla
luce di questa valutazione acquista un valore pieno, e non solo di
convenzionale celebrativa intitolazione, la lettera dedicatoria della 1^a
redazione delle Vite al Signor Cosimo de’ Medici,
duca di Fiorenza, signor mio osservandissimo.61 .
La
rivendicazione alla Toscana ed a Firenze del ruolo di patria delle arti, la rivendicazione
dell’obbligo che questo secolo, queste
arti e questa sorte d’artefici. 62 debbono ai Medici viene assumendo,
accanto all’ovvio significato panegiristico, un
precisa coloritura ideologica: mentre si fa riferimento ai premj, agli onori, agli incitamenti,
agli aiuti dati dai Medici agli artisti, si sottintende il valore che la
situazione socio.politica ha avuto nello sviluppo di
una forma ben determinata di cultura.
Tenendo
presente che il papato è in mano a famiglie economica mente potenti nella prima
metà del secolo XVI, un valore ideologico
________________________________________________________________________________
60 L. VENTURI, Storia
della critica, cit., p. 115. L’unico artista attivo
intorno al 1250 è un maestro Jacopo
Tedesco, almeno a giudicare dai ricordi del Vasari (Vite, I, pp. 279 ss), ma non è certo, per l’Aretino il promotore del ritorno
all’antico, visto che non ha risalto nella la redazione delle Vite.
61 Ibidem, I, p. 61.
62 Ibidem, I, p. 2.
364---------------------------
acquista
la condanna del Vasari a papa Gregorio. Una condanna più forte e documentata nella seconda redazione
delle Vite, e che si riferisce non a idee estetiche, ma a quella cultura
vissuta alla fine del VI secolo e che si realizzava nell’azione tesa a separare
le sfere umana e divina; a concepire la gestione dei pontificato come atto di
partecipazione comunitaria dei cristiani (con il pontefice discepolo tra i
discepoli).63 alla conoscenza del Vangelo, conoscenza resa possibile dai testi
scritti, come dalla danza, dalle arti visive, da ogni forma di linguaggio.
Un
senso ideologico preciso acquista l’esaltazione della chiesa di Sant’Apostolo a Firenze, simbolo dell’opera illuminata di
Carlo Magno, visto, nella sua azione intesa ad usare la Chiesa a servizio e
sostegno del Principato, come precursore della politica attuata dai Medici che
riuscirono a controllare direttamente il soglio di Pietro quasi
ininterrottamente per 19 anni nella prima metà del secolo XVI .64
Un
significato politico ha il brutale riferimento ai 1250. Se è vero che Federico
II aveva rivalutato la cultura classica, al punto che qualchi
studioso tenta ancora di riconoscere originali antichi nelle sculture
provenienti dalla porta di Capua, è ancor più vero
che l’imperatore, agli occhi del Vasari, rappresenta il tentativo della casa di
Svevia d’impadronirsi dell’Italia centro-settentrionale. Federico rappresenta
soprattutto la sintesi, felicissima per noi, funesta per il Vasari, della
cultura greca e latina con quella araba; rappresenta la rinnovata influenza
della Provenza e dell’Aquitania sulle arti italiane.
La
metà del secolo XIII (semmai dopo il 1266, anno della battaglia di Benevento e
della morte di Manfredi, e non dopo il 1250) vede trasferirsi il centro
dell’attività culturale e letteraria dalla Sicilia alla Toscana.65. A questo si vuoi riferire il Vasari? Certo no, dal
momento che si spostarono soprattutto i poeti di corte, che non interessano
l’Autore delle Vite, mentre gli artisti medievali dei Sud non meritano alcuna
menzione, neppure gli scultori attivi a Castel Del
Monte ed a
________________________________________________________________________________
63 GREGORIO MAGNO, Homiliae
in Ezechielem prophetam
(PL, LXXVI, coll.785 ss.). L’opera è stata
ripubblicata in edizione critica nel Corpu3 Christianorum,
series latina, CXLII, nel 1971.
64 Leone X, Giovanni de’
Medici, eletto l’il marzo 1513 e consacrato l’11 aprile dello stesso anno,
regnò fino al 1521. Durante il suo pontificato avvenne la condanna di Lutero
nella Dieta di Augusta e la successiva scomunica del 1520. Clemente VII, Giulio
de’ Medici, eletto il 18 novembre e consacrato il 26
novembre 1523, regnò fino al 1534.
65 Cfr. N. SAPEGNO,
Compendio di storia della letteratura italiana, Firenze 1960, pp. 66 Ss.
365--------------------------
Capua, essendo
scontato per il Vasari il ruolo di Niccola Pisano.66,
iniziatore della rinascita nel campo della scultura, avendo messo tanto studio e diligenza per imitare quella
maniera .67 che si poteva rilevare dalle sculture antiche.
L’opera
del Vasari, almeno il Proemio delle Vite
che si riferisce al Medioevo, vale spesso più per le cose che non sono dette
che per i principi ed i giudizi che vi vengono enunciati. Il Vasari, è noto,
non fu un grande viaggiatore, ma scorrendo l’elenco dei monumenti citati,
meravigliano, in particolare per l’età altomedievale,
i vuoti, le mancanze, le omissioni di opere ravennati,
fiorentine, romane, che pure dovette vedere. Sembra quasi che, dopo il quarto
secolo e fino al 1000 a Firenze ed al 1300 a Roma non si sia più costruito, né
siano stati realizzati mosaici, sculture, pitture .
Al
tempo stesso desta meraviglia e sospetto l’ignoranza
sulle opere medievali della sua Arezzo. La chiesa di San Donato vescovo,
costruita nella prima metà del secolo XI è attribuita al IV secolo. 69 e
collegata, nel violento giudizio negativo alle strutture originarie della
chiesa romana di San Giovanni e Paolo al Celio; la chiesa di Santa Maria in Grado (o in Gradi), fondata nei primi anni del
secolo XII, è anch’essa attribuita al IV secolo.70
Non
c’è dubbio che le memorie locali e l’andazzo tipico di retrodatare i monumenti
in un’epoca, come quella attraversata nel XVI secolo (in cui si invoca e si
commercializza la redistribuzione dei meriti
accumulati in vita dai santi per procurare a tutti indulgenze), possano aver
tratto in inganno il Vasari.
Riguardando
però le datazioni fornite dal Vasari è altrettanto evidente che, se molte date
contrastano sia con ogni indagine scientifica, come viene da noi concepita, sia
con documenti disponibili e consultabili nella metà del secolo XVI, il quadro
fornito risponde molto bene all’impostazione tematica data dal Vasari.
______________________________________________________________________________
Vite, I, pp. 293-330.
Naturalmente neppure Benedetto Antelami può trovare
spazio nell’opera vasariana.
67 Ibidem,
I, pp. 240 e 295. La pittura ed i mosaici romani dell’Alto Medioevo non vengono
neppure ricordati nella 2’ redazione, al contrario che nella 1’ (cfr. BAROCCI-U-BETTARINI, Le Vite, cit.,
p. 30).
60 Sulla cronologia dell’opera del Cavallini,
che non fu certo un allievo di Giotto, né un suo successore, vedi queste
sommarie indicazioni: C. GNUDI, Cavallini,
Cimabue, Giotto, in Pittura Italiana, I, Milano
1959, pp. 37-74; E. LAVAGNINO, Pietro
Cavallini, Roma 1953; W. PAESELER, Cavallini e Giotto, aspetti cronologici,
in Congresso inte nazionale su Giotto e il suo tempo,
Assisi-Padova-Firenze 1967, Roma 1971, pp. 35-44.
69 Vite,
I, p. 227.
70 Ibidem,
I, p. 228.
366------------------------------
L’autore
delle Vite ha sviluppato ed
approfondito un convincimento profondo che è anche un’intuizione profonda che
larga fortuna avrà ai giorni nostri. 71: il rinascimento italiano, cioè, ha
avuto inizio subito dopo il Mille e fiorisce artisticamente in Toscana.
Se
casuale può dunque apparire l’errata anticipazione cronologica del San Miniato
di Firenze e del Duomo di Pisa, seri dubbi su questa casualità di giudizi
nascono quando alle due chiese di Firenze e di Pisa si potranno aggiungere il
San Paolo di Pistoia (datato al 1032, ma assai più tardo).72 , il Battistero di
Pisa.73 il San Martino di Lucca.74.
Questi
monumenti rappresentano per il Vasari i termini canonici di misura e di
paragone per una valutazione della lenta rinascita dell’architettura italiana.
Da una parte vengono ignorate tutte le opere d’arte « romaniche » dell’Italia
centro-settentrionale, forse perché non conosciute, forse perché non toscane;
dall’altra le due chiese aretine, il Duomo Vecchio e Santa Maria
in Grado, vengono relegate al IV secolo denunciando ancora troppi motivi vecchi che fanno pensare al Vasari più
ad una decadenza che non al tentativo di un « recupero » della maniera antica. Infine non c’è traccia
dell’architettura e della scultura fiorita nell’Italia Meridionale, in
Campania, in Puglia nei secoli XI-XIII.
Non
voglio certo negare, con queste osservazioni che Vasari molto sbagliò per ignoranza o per mancanza di metodo nel
datare e valutare monumenti medievali; voglio solo rilevare che tanti errori
vengono abilmente utilizzati per dar corpo alla tesi centrale della decadenza
delle arti e del loro lento rifiorire, per conferire un’importanza determinante
alla Toscana fin dagli inizi del secolo XI.
Prima
che nell’esame delle Vite e delle
opere degli artisti, è nel Proemio (e
forse solo nel Proemio, soprattutto
com’esso ci appare nella seconda redazione), e nella valutazione globale
dell’arte medievale che il Vasari tenta di dare — forse perché richiesto dalla
corte dei Medici
—
un’impronta, più che ideologica, strumentale al suo lavoro. Nell’esame delle
opere dei singoli architetti, scultori, pittori lo
________________________________________________________________________________
71 A.
GRAMSCI, Il Risorgimento, Torino 1949
(9 ed. 1966). Di questo lavoro, realizzato intorno al 1932, cfr.
il I capitolo (Riforma e Rinascimento), pp. 1 Ss., p.
16: « Il Rinascimento spontaneo italiano, che si inizia dopo il Mille e
fiorisce artisticamente in Toscana, fu soffocato dall’Umanesimo e dal
Rinascimento in senso culturale, dalla rinascita del latino come lingua degli
intellettuali contro il volgare... ».
72 Vite, I, p. 239.
3 Ibidem, I, p. 239.
4 Ibidem, I, p. 240.
367--------------------------------
vedremo
procedere, a volte a fatica, tra dati lacunosi, fonti incomplete e discutibili,
aneddoti, avvalendosi molto di tesi e di studi dei suoi predecessori, alla
ricerca della propria identità di critico e di artista. Più volte il Vasari è
capace di destare, accanto alle perplessità di chi è ormai abituato ad un
metodo di lavoro filologico, ammirazione profonda per lo sforzo di delineare un
panorama coerente della cultura figurativa italiana, o, per meglio dire,
toscana.
Nel
Proemio delle Vite, di contro, lo vediamo procedere con estrema speditezza nel
delineare le tesi centrali della propria ideologia, che appare sempre meno
estetica e sempre più politica.
Avviene,
almeno in parte, un rivolgimento rispetto ai trattatisti anteriori al Vasari,
che, pur partecipi delle idee e dei rivolgimenti storici e culturali del
proprio tempo, miravano soprattutto, nell’elaborare la « concezione »
dell’uomo, della natura, delle funzioni dell’arte, del valore della conoscenza
sensibile, a formulare un compiuto sistema filosofico.
In
Lorenzo Ghiberti, ad esempio, c’è, attraverso la
raccolta delle memorie dell’antichità, la ricerca di un ragionamento sull’arte, di una doctrina e, attraverso l’esame delle opere del ‘200 e del ‘300, la
individuazione della personalità
creatrice (vedi Giotto) capace al tempo stesso di dar inizio ad una nuova
forma di linguaggio visivo e di condurre
l’arte a grandissima perfectione.75. Questa «
contemporaneità » dei due momenti del fare artistico (inizio di nuove forme
espressive e raggiungimento della perfezione) consentiva al Ghiberti
di schivare il pericolo della teoria della decadenza e del lento rifiorire
delle arti e di centrare l’attenzione sull’uomo-artista.
In Leon Battista Alberti c’è la
convinzione profonda che l’arte è un modo di conoscere .76, secondo principi creativi della mente
umana.77 e che l’artista
è un mago che conosce la natura fisica e opera con essa. 78.
Per
Leonardo l’artista deve padroneggiare non solo la tecnica, ma deve avere anche
una conoscenza completa fisica e morale della natura, al punto che bisogna
trovare nuove forme di espressione visiva: alla prospettiva lineare dell’Alberti si sostituisce una prospettiva lineare, di colore, di speditione .79.
________________________________________________________________________________
75 LORENZO
GHIBERTTS Denkwürdigkeiten (I Commentarii), a c. di J. VON SCHLOSSER, Berlin
1912, pp. 35-36.
76 L. VENTURI, Storia della critica, cit., p. 96.
77 Ibidem,
p. 97.
78 Ibidem, p. 96.
79 Cfr. Ibidem, p.
105.
368------------------------------------
Nel
Vasari le cose sono diverse: c’è, nel Proemio
delle Vite, un’esaltazione della cultura antica, di Roma, del latino,
dell’umanesimo non più originale, ma quasi accademica; un’esaltazione
chiaramente funzionale, che serve a
scopi precisi, nel momento in cui gran parte della cultura europea ed italiana
cerca nuovi indirizzi che non necessitano più di un richiamo sistematico all’antico.80°.
Non
appare forse troppo difficile riconoscere tra le righe del Proemio, proprio nell’entusiasmo per la cultura toscana
contemporanea e nel ricordo dell’obbligo che il secolo XVI deve ai Medici, una
valutazione strumentale, di sostegno alla corte fiorentina. Traspare evidente
una correlazione stabilita dal Vasari: se le arti, dopo la ruina estrema videro il progresso
della... rinascita ed ebbero quella
stessa perfezione dove ella è risalita ne’ tempi nostri.81,
nello stesso modo l’arte del buon governo, dopo la ruina portata dai Goti, attraverso le faticose positive esperienze
dell’XI secolo, dopo la disgraziata parentisi di
Federico Il felicemente conclusasi nel 1250, conobbe la propria rinascita per
risalire a forme splendendi con la signoria medicea.
Sembra
quasi che al Vasari non importi più la storia d’Europa o d’Italia: importa la
storia dei Medici. Firenze è il mondo. Il rinascimento fiorentino è l’unica
vera espressione culturale dell’ultimo Millennio. Michelangelo è, grazie ai
suoi protettori e mecenati, il modello di artista, è la perfezione dei tempi nostri.
Sono
forse questi i motivi di fondo che portano il Vasari, nel giudizio sul
Medioevo, a quelle differenze profonde tra la prima e la seconda redazione
delle Vite, a quelle contraddizioni insanabili, a quelle valutazioni incoerenti
che sono state in passato rilevate, soprattutto per merito di Mario Salmi: 28
quella insistenza sul termine rinascimento,
usato nel significato di rifiorire dalle tenebre; quel riconoscere grande
importanza, alla fine del ‘200, a Cimabue, a Giotto,
a Niccola Pisano, che furono, se non partecipi, non ignari dei gusti goti che il Vasari condanna aspramente
nella seconda redazione delle Vite;
ma, in modo particolare, quella identificazione di gotico con tedesco.
La
identificazione dell’arte gotica con la cultura figurativa tedesca costituisce,
certo, un grossolano errore di valutazione storica. 83, ma,
________________________________________________________________________________
80 A.
GRAMSCI, Il Risorgimento, cit., pp. 19-20.
81 Vite, I, p. 243.
82 M.
SALMI, L’arte, in Il Rinascimento, significato e limiti, Atti del III Congresso internazionale sul
Rinascimento, 1952, Firenze 1953, pp. 85-103.
83 Ibidem, p. 86. Cfr.
in Vite, I, p. 1238 la nota del
Milanesi.
369------------------------------------------
nel
giudizio del Vasari, anche una precisa valutazione negativa dei temi fissati
dalla rinascenza ottoniana,
dal rinascimento francese del secolo
XII, dalla cultura europea dei secoli XIII e XIV.
Tedesco
diventa per Vasari un termine spregiativo, anzi il termine spregiativo per
eccellenza; nell’Introduzione si
legge: questa maledizione di
fabbriche...ha ammorbato il mondo. Riferendosi al Medioevo, e non solo ai
secoli tra il IV e l’XI, nel Proemio
delle Vite, il Vasari dice esplicitamente: coloro che si diedero a tale esercizio, all’esercizio del fabbricare,
non edificavano cosa che per ordine o
per misura avesse grazia né disegno né ragione alcuna. Onde ne vennero a risorgere nuovi architteti,
che dalle loro barbare nazioni fecero il modo di quella maniera di edifizj ch’oggi da noi son
chiamati tedeschi .84.
Tedesco,
opera tedesca è sinonimo dunque di lavoro senza grazia, senza disegno, senza
ragione alcuna.
Non
voglio certo sostenere che il Vasari abbia voluto condannare in blocco la
cultura e l’arte tedesca. Che il nostro Autore non abbia digerito quella maledizione di tabernacolini,
che avrebbe caratterizzato la nefasta architettura gotica è cosa nota. Altrettanto
nota, però, è la sostanziale accettazione della cultura del Trecento che
traspariva evidente nella prima redazione delle Vite e che trovava del resto ampia giustificazione nella
valutazione positiva che si evidenziava nell’opera del Ghiberti.
Abituati
come siamo a leggere il Vasari del Proemio
tra le righe, viene il sospetto, che bisognerà vedere quanto fondato, che il
Vasari usi in senso spregiativo il termine tedesco non tanto per condannare la
vasta entità culturale della Germania, quanto piuttosto per indirizzarsi a
lettori capaci di interpretare la definizione in modo ideologico, condizionati
da quegli atteggiamenti, da quegli stereotipi emotivi che sottendono la cultura
psico-sociale dell’Italia centro-settentrionale del
secolo XVI.
Il
termine tedesco per l’opinione
pubblica fiorentina, per il lettore del Vasari, per un uomo, cioè, colto e
naturalmente inserito nella classe al potere, dovrebbe caricarsi di un
potenziale suggestivo ed egoimplicante, al punto da
diventare uno slogan verbale.85.
La corte
medicea, l’economia fiorentina soffrono di una crisi pro-
________________________________________________________________________________
84 Vite,
I, p. 233. Per l’Introduzione, cfr. I, pp. 137-138.
85 Cfr. D. GOFFREDO, Formazione dell’opinione pubblica,
Roma 1972, pp. 9, 14, 19. Vedi la bibliografia alle pp. 63-67. Particolare
importanza va riconosciuta agli studi di J. HABERMAS, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari 1974.
370-------------------------
fonda.
Le attese e gli atteggiamenti collettivi latenti di opinione vanno convogliati
verso un Nemico comune, reale o presunto. 86
I
tedeschi rappresentano il Nemico di Firenze; ed a guardar bene, con occhi
partigiani, la realtà storica della metà del secolo XVI, il Vasari ha buoni
motivi per lanciare il suo slogan. A seguito delle scoperte geografiche va
delineandosi, infatti, una nuova geografia economica: non è più il Mediterraneo
il centro delle operazioni commerciali, il bacino di sviluppo dei commerci
europei; non è più l’Italia il punto fermo di approdo e di mediazione. I mari del
Nord sono il nuovo polo di sviluppo e di attività economica. 87
E’ in
atto una rivoluzione economica di portata straordinaria che farà dell’Italia e
di Firenze centri economicamente marginali.
I
porti del Nord, con Anversa in testa, richiamano e trattengono i mercanti di
tutto il mondo. La città nordica diventa il terminale delle grandi Case della
Germania che prima miravano a Venezia ed all’Italia, mentre sempre più stretti
diventano i contatti tra i banchieri tedeschi ed i governi europei.
La
fioritura economica di Anversa, che si lega ovviamente all’avvio del declino
economico di Firenze, rappresenta per l’opinione pubblica toscana del secolo
XVI il punto di attrito, che consente quella carica dinamica capace di contrapporla
al Nemico, ed in questo caso al
nemico straniero, tedesco.
Il
Vasari, rivolgendosi attraverso il Proemio
agli uomini di cultura del suo tempo, assolve al compito di formatore di
opinione pubblica, sollecitando la tensione emotiva in senso strumentale,
richiamando siste
______________________________________________________________________________
86 È noto come all’inizio dell’ultimo conflitto
mondiale il grido di: Dio stramaledica gli Inglesi o affermazioni del tipo:
Spezzeremo le reni alla Grecia, e così via, rappresentarono slogan capaci di
coinvolgere le masse italiane contro l’Inghilterra, la Grecia, la Francia e
così via, che nello scacchiere mondiale rappresentavano allora i Nemici da bettere, ma che contavano una lunga tradizione di comunione
di civiltà con l’Italia. In questi slogans non veniva
certo coinvolta la cultura di quei popoli; si faceva conto piuttosto su
elementi caricaturali relativi ad abitudini di vita o si sollecitava uno
spirito di competitività, di invidia e di rivalsa (si pensi ai famosi cinque
pasti quotidiani degli inglesi contrapposti al misero piatto di polenta della
maggior parte degli italiani).
87 H. HAUSER, A.
RENAUDET, Les débuts de l’àge moderne, Paris 1900 (ed.
it., Torino 1957, pp. 80, 396 ss). Particolarmente
interessante è il lavoro di C. T. SMITH, An Historical Geography of Western Europe before 1800, London 1967 (ed. it., Geografia storica d’Europa, Bari 1974:
vedi la terza parte: I mutamenti nella geografia economica dell’Europa
occidentale, pp. 411-558). Il lavoro di HAUSER e RENAUDET, che nella versione
italiana ha preso il titolo: L’età del
Rinascimento e della Riforma, sarà d’ora in poi citato con l’abbreviazione:
HAUSER, Rinascimento.
371---------------------------------
maticamente i
danni, veri o presunti causati all’Italia, anche in campo culturale, negli
ultimi secoli dai tedeschi.
Questa
posizione non impedisce al Vasari di mantenere personal mente ottimi rapporti
di amicizia e di stima con artisti germanici, come, ad esempio, il Durer, che viene però definito significativamente fiammingo. 88
L’opera
del Vasari non ignora, del resto, come nel secolo XVI vada scomparendo la
supremazia italiana nel campo delle arti e come la pittura italiana risenta
sempre più di apporti fiamminghi.
Come elemento strumentalmente politico. 89,
come azione di difesa, il Vasari, e con lui gli umanisti fiorentini, «
continuano a interpretare i testi, lavorano a scoprire ciò che l’antichità
classica ha pensato dell’uomo e della natura, come ha concepito l’arte di
vivere e compreso la bellezza ».90 , mentre ormai nel 1543 a Norimberga, in
terra tedesca, Copernico ha pubblicato la prima
edizione del De revolutionibus
orbium celestium.
La
condanna del Medioevo, certo giustificata dalle valutazioni critiche che si
erano venute sviluppando nell’ultimo secolo, è per il Vasari anche un fatto di
necessità, per superare quello iato, dovuto in parte ai tedeschi, quel momento di separazione tra la cultura antica e la
cosiddetta rinascenza.
Vasari
scrive mentre il prestigio intellettuale dell’Italia comincia a impallidire,
mentre Cosimo I a Firenze e Giulio III a Roma, il Signore e il Pontefice ai
quali il Vasari dedica le Vite, rappresentano la conclusione del rinascimento
italiano. 91.
La
condanna del Medioevo che emerge dalla Introduzione
e dal Proemio delle Vite non
rappresenta certo un’appendice marginale all’ampio discorso culturale tentato
dal Vasari.
Il
nostro Autore ha voluto condannare espressioni e forme culturali nate al di
fuori della cultura latina, lontano dall’Italia.
La storia
del secolo XVI si svolge, ed a Firenze questo viene
________________________________________________________________________________
88 Su Alberto
Durero cfr. Vite, V,
pp. 398 ss. e 581. Quest’importante indicazione è
emersa nel corso della discussione sulla mia relazione nelle giornate del
convegno fiorentino sul Vasari.
89 A. GRAMSCI, Il Risorgimento, cit., pp. 20-21.
90 HAUSER, Rinascimento,
p. 128. In questo lavoro si legge: ignari
della nuova realtà gli umanisti fiorentini continuano a interpretare i testi...
Sulla base delle osservazioni fatte e riferendomi ad A. GRAMSCI dubito
molto della esattezza della definizione di ignari
data agli umanisti fiorentini.
91 HAUSER, Rinascimento,
pp. 625-626.
372------------------------------------
chiaramente
percepito, sulla falsariga di contenuti ideologici sviluppatisi fuori d’Italia,
in Germania e in Francia, in forme politiche, filosofiche, scientifiche,
religiose.
Vasari
non ne fa cenno esplicitamente, ma come dimenticare che i tedeschi vanno
portando avanti la riforma contro la Chiesa di Roma e contro la commistione tra
potere temporale e potere spirituale?
Non
fu certo casuale l’appello di Lutero al sentimento nazionale tedesco, Alla nazione tedesca .92, contro papa
Leone X che, figlio di Lorenzo il Magnifico, impersonò l’unità tra la Signoria
fiorentina e la chiesa di Roma.93. Il pontefice,
quasi a significare i suoi legami e la sua discendenza da una famiglia
mercantile, abrogò il divieto di usura.94.
Vasari
salva dell’era cristiana solo i quattro secoli che precedono la grandezza di
Cosimo I e di Michelangelo; Martin Lutero sosteneva, a
volte, che la Chiesa oggetto della sua critica non contava che quattrocento
anni di vita. I suoi attacchi, ricorda R. H. Bainton. 95 non pigliavano di mira che la teocrazia papale
e i suoi sforzi tendevano alla restaurazione della Chiesa qual’era
stata nell’Alto Medioevo.
Si
tratta certo di una coincidenza singolare: quello che viene esaltato a Firenze
è condannato in Germania!
Quando
il Vasari scrive è in atto il Concilio di Trento, un Concilio che, dopo aver
tentato le vie del riavvicinamento tra le posizioni ortodosse e quelle eretiche,
è sempre più condizionato dalla precarietà della situazione europea.
A
Firenze Cosimo I, che non sente mai troppo solido il suo trono, all’inizio
ospita eretici nella sua corte.96 , poi sostiene più
energicamente il Sant’Uffizio.97,
quindi « legato alla politica spagnola » e attendendo dall’imperatore la
trasformazione del suo stato in Granducato si accaniva contro gli eretici ».98.
Il
Vasari non può non risentire dell’evolversi della situazione fioren-
________________________________________________________________________________
92
Ibidem, pp. 312 e 229 ss. Vedi anche: R. H. BAINTON, The Reformation of the Sixteenth Century,
Boston 1952 (ed. it. La riforma protestante, Torino 1958, pp. 49, 61, 64).
Insostituibile è la lettura dei capp. III e IV (pp. 57-97) del lavoro di G.
FALCO, La polemica sul Medioevo, cit.
93 R. H. BAINTON, La riforma, cit,, pp. 209-211.
94 Ibidem,
p. 94.
95 Ibidem
p. 18.
96 HAUSER, Rinascimento,
p. 567.
97 Ibidem,
p. 589.
98 Ibidem, p. 611.
273-------------------------------------------------------
tina, con la
corte che assume sempre più apertamente posizione a favore della Chiesa di Roma
(quella Chiesa che identificava sempre più il ricordo del Medioevo con le
polemiche di Lutero e della Riforma) e che, al tempo stesso vede in Carlo V non
più il sovrano che ha quasi unificato l’Europa e che nel sacco di Roma si era
messo a capo di un esercito tedesco, ma il potente sovrano spagnolo
propugnatore di una controriforma che vede impegnata, accanto al potere papale,
l’autorità dell’Imperatore.
Non
mancano, quindi, al Vasari i motivi per prendere le distanze dal Medioevo e dai
tedeschi.
Nel Proemio delle Vite, nella parte più
ideologicamente impegnata della sua opera, il Vasari è perfettamente in
sintonia con le esigenze e le prospettive dell’azione politica della corte
fiorentina.
La
condanna dell’arte europea dal IV secolo in poi (una condanna che, va ripetuto,
risente di tutta una fiorente tradizione toscana sviluppatasi negli ultimi due
secoli), l’uso strumentalmente spregiativo del termine tedesco fanno assumere al Proemio delle Vite il significato di un
lavoro politicamente finalizzato a sollecitare in ben determinate direzioni
l’opinione pubblica fiorentina a sostegno del duca Cosimo, che, ottenuto il
consenso di Carlo V, mira a consolidare il suo potere.96.
A ben
osservare, del resto, le Vite del
Vasari, almeno per le indicazioni contenute nel Proemio generale dell’opera,
nell’Introduzione e nel Proemio delle Vite, si inseriscono
compiutamente nella fioritura di quelle che oggi chiameremmo opere di regime e che, usando una terminologia
meno brutale, potremo definire: panegiristiche,
fioritura che è particolarmente vigorosa a Firenze intorno alla metà del secolo
XVI.
Senza
ricordare l’impegno che Cosimo mise nel tentativo di richiamare a Firenze
Michelangelo, basterà ricordare alcune significative opere storiche. Ecco
Benedetto Varchi, richiamato a Firenze da Cosimo nel 1548, comporre, su invito
del Duca, una Storia fiorentina degli anni1527-1537;
ecco ancora Filippo Nerli, favorevole ai Medici,
scrivere i suoi Commentarii dei fatti civili occorsi dentro la città di
Firenze dall’anno 1215 al 1537. Si tratta di due opere sostanzialmente
apologetiche che mostrano come fosse ineluttabile e provvidenziale l’avvento di
Cosimo, proprio nel 1537, alla guida del ducato fiorentino. Un’opera quella del
Nerli, che singolarmente copre all’incirca gli stessi
anni che sono oggetto dei giudizi più favorevoli nell’analisi vasariana, quegli
________________________________________________________________________________
99. Ibidem,
p. 464,
374----------------------------------
anni
che vedrebbero rifiorire e progredire le arti del disegno di pari passo con la
fortuna di Firenze e poi con l’avvento dei Medici.
Per
rendere più completo il quadro delle opere panegiristiche
si potranno citare ancora il Giambullari (Istoria d’Europa, interrotta dalla sua
morte nel 1555), Paolo Giovio (Historiarum suis temporis
libri XLV), Jacopo Nardi (Istorie della città di
Firenze). Bernardo Segni « che il governo ducale
aveva tentato di attrarre al proprio servizio » si distacca dai suoi
contemporanei mostrando nelle Istorie fiorentine
dall’anno 1527 al 1555 «una rara libertà di spirito ».100.
La
lettura del Proemio delle Vite, credo
si possa concludere, consente di dire che il Vasari è assai meno sprovveduto di
quanto molti ritengono nella conoscenza della cultura e dei fatti politici del
suo tempo. 101, e di come certe ingenuità abbiano un significato funzionale per
un autore, com’è appunto il Vasari che, a giudicare da quanto scrive nel Proemio e che trova scarso riscontro in
tutto il resto delle Vite, prima di
essere uno storico dell’arte fornito di strumenti critici più o meno
accettabili, è un formidabile e raffinato formatore di opinione pubblica.
*
* *
Un
giudizio così impegnativo richiederà naturalmente una serie di verifiche che
andranno condotte nel confronto serrato tra il Proemio e le Vite relative
ad artisti medievali nelle due redazioni dell’opera vasariana,
in quella più scarna del 1550 ed in quella più monumentale del 1568.
E’ nella
seconda redazione che acquista un ruolo determinante l’architettura e che
trovano la loro definizione di « archetipi » le chiese del Sant’Andrea
Apostolo, del San Marco di Venezia, dell’antichissimo tempio di San Giovanni. 102
________________________________________________________________________________100 Ibidem, pp. 628 ss..
101 S. BOTTARI, Attualità del Vasari, in Studi Vasariani,
cit., pp. 77-80, riaffermò con molta chiarezza che
(p. 80): « rivalutare l’opera del Vasari dal punto di vista storiografico
significa accentuare la validità d’un principio che vede nel Rinascimento un
moto profondamente rivoluzionario ».
102 Cfr.
BETTARINI-BAROCCHI, Le vite, cit., Il, testo, pp. 24 ss. per le aggiunte relative a
questa chiesa che appaiono nella 2^ redazione. Sul Sant’Apostolo
e su Buschetto vedi Commento, II, t. 1, pp. 35 ss. e
43 ss.
375------------------------
È
nella seconda redazione che si « aggiungono» vite di estrema importanza per una
definizione dell’ideologia vasariana, quali quelle di
Arnolfo di Lapo. 103 con una serie di indicazioni sulla storia
dell’architettura; di Nicola e Giovanni Pisani.104 di
Agostino et Agnolo. 105.
È
nella seconda redazione che si ampliano ed acquistano una connotazione nuova le
vite di Cimabue .106, di Andrea Tafi.
107 di Gaddo Gaddi. 108, di Margaritone.109,
di Giotto. 110 e così via.
Ho
sostenuto, nel corso di quest’articolo, che il Proemio ha un significato ideologico
fortemente accentuato rispetto alle Vite.
Scorrendo l’opera del Vasari, mi sembra che questa tesi trovi conferma nel
fatto che puntualmente ritroveremo organizzate le idee di fondo della critica vasariana in altre due « introduzioni », nei Proemi, cioè, della parte seconda e
della parte terza 112; ma soprattutto mi sembra che la tesi possa essere
confermata anche dall’esame estremamente sommario di alcune delle più
significative vite della prima parte dell’opera del Vasari.
Partiamo,
ovviamente, da Cimabue. Il Vasari naturalmente
commette molti errori di attribuzione e di datazione. Rispettando una scelta che
mi sono imposto fin dall’inizio di quest’articolo,
non cercherò di rilevare gli errori del Vasari, indicando di contro
attribuzioni e datazioni fissate dalla critica moderna. Dovrò rilevare subito,
però, come, accentuando notevolmente le indicazioni fornite nel Proemio delle
Vite, il Vasari, alla maniera del Ghiberti, tenga in
molto conto l’arte italiana della seconda metà del secolo XIII, accentuando la
propria critica soprattutto contro i ricordi greci. Cimabue,
dunque, sebbene imitò quei Greci, aggiunse molta perfezione all’arte. 113. passò di gra lunga
que’ pittori greci. 114 e la sua opera è condotta con
diligenza infinita. 115, al
________________________________________________________________________________
103 Ibidem, II, testo, pp.48-57;
Vite, I, pp. 269-292.
104 BAROCCHI-BETTARINI,
Le Vite, cit.,
Il, testo, pp. 59-71.
105 Ibidem, pp. 126-131.
106 Ibidem, pp. 36 SS..
107 Ibidem, pp. 73-78.
108 Ibidem, pp. 81-86.
109 Ibidem, pp. 8993.
110 Ibidem, pp. 95-123.
111
Vite, II, pp. 93-107.
112 Ibidem, IV, pp. 7 ss..
113 Ibidem, I, p. 249.
114 Ibidem, I, p. 252. Cfr.
BAROCCHI-BETTAR1NI, Le Vite, cit., II, testo, p.
36, per la 1^
redazione:
« la natura lo aiutò talmente ch’e’ passò di gran lunga di disegno e di
colorito e’ maestri che gl’insegnarono ».
115 Vite, I, p. 253.
376------------------------
punto
che la freschezza dei colori nelle carni
mostra che la pittura cominciò a dare per le fatiche di Cimabue
grande acquisto nel lavoro a fresco. 116.
Se
questi giudizi lasciano ben trasparire l’idea d’un rifiorire delle arti 117, quasi azzardato sulla penna del Vasari
appare il giudizio sull’Assunzione di Maria Vergine
ad Assisi, un’opera attribuita erroneamente a Cimabue,
della quale si legge: ed a me che, l’anno
1563, la rividi parve bellissima .118.
Nel
capitolo relativo alla vita di Arnolfo di Lapo c’è quasi una revisione delle
tesi sostenute nel Proemio delle Vite.
L’architettura rinascerebbe non più nella prima metà del secolo XI, ma alla
metà del secolo XII. Viene, cioè anticipato un giudizio che appare più
problematico leggendo la vita di Andrea Tafi, dove il
Vasari perfino contraddice a quelle lodi che meritatamente aveva dato
all’architettura del San Miniato sul
Monte fuor di Firenze, proponendo quì un giudizio
non proprio positivo sulla chiesa fiorentina, che sarà ancor più ribadito nel Proemio alla parte seconda: eccettuato
quel poco di buono rimasto de’ frammenti antichi, non
vi è cosa che abbia ordine o fattezza buona. 119.
Nella
vita di Arnolfo di Lapo è detto chiaramente che alla metà del secolo XII ...cominciarono a nascere alcuni di spirito
più elevato... Il primo fu Buono .120. L’arte poi prese alquanto di miglioramento per l’opera d’un
Guglielmo di Nazione (credo io) Tedesco. 121 per arrivare a un maestro Jacopo Tedesco che disegnò un corpo
di chiesa e convento bellissimo. 122 ed infine al di lui figlio Arnolfo di
Lapo che, tra l’altro, fece il disegno ed
il modello del non mai abbastanza lodato tempio di Santa Maria
in Fiore. 123
A
parte gli errori storici, il Vasari sembra accantonare i suoi pre-
_______________________________________________________________________________
116 Ibidem,
I, p. 252.
117 Vasari scrive ancora (Ibidem, I, p. 255); « Nel che è da considerare che Cimabue cominciò a dar luce ed aprire la via
dell’invenzione» ... (I, p. 257) « Giotto... aperse la porta della verità a
coloro che l’hanno poi ridotta a quella proporzionale e grandezza, in che la veggiano al nostro secolo ».
118 Il passo è già presente nella prima
redazione delle Vite. (Cfr. BARocduI-BETTARINI,
Le Vite, cit.,
TI, testo, p. 39).
119 Vite,
I, p. 333. Vedi ivi la nota I del Milanesi, lI, p. 97.
120 Ibidem,
I, p. 271.
121 Ibidem,
I, p. 273.
122 Ibidem,
I, pp. 279-280.
123 Ibidem,
I, p. 286.
377-------------------------------
giudizi
per i tedeschi. 124, ma ritroveremo
poi qualche frecciata agli artisti germanici nella vita di Niccola e Giovani
Pisano. Infatti, Niccola... non che i
Tedeschi che quivi lavoravano, ma superò sé stesso, con molta sua lode. 125.
Ed ancora: Non tacerò che essendosi
servito Giovanni d’alcuni Tedeschi, che più per imparare che per guadagnar
s’acconciarono a lavorare con lui... .126. Al tempo stesso, però,
assistiamo ad un elogio, che sembrerebbe incredibile nel Vasari, dello stesso
Giovanni che condusse molti ornamenti...
dell’ornatissima chiesa di Santa Maria
della Spina.., a quella perfezione che oggi si vede .127.
La
polemica contro i tedeschi si sviluppa con maggior convinzione nella vita di
Andrea Pisano. 128: le quali tutte belle
maniere ed arti essendo spente al tempo d’Andrea, quella era solamente in uso
che da’ Goti e da’ Greci buffi era stata recata in Toscana. Onde egli, considerato il disegno di Giotto,
e quelle poche anticaglie che gli erano note (il nostro Autore dimentica
gli elogi fatti alle opere di Niccola e Giovanni Pisani), cominciò.. a dar molto maggior bellezza alle cose.
La
cappella di Orsanmichele di Andrea Orcagna consente altre ironie sprezzanti: ... e ancora ch’ella sia di maniera tedesca, ha
tanta grazia e proporzione.129.
Anche
l’opera di Giotto, che è pienamente esaltata nella trattazione della vita del pittore, scultore, architetto fiorentino,
è oggetto di qualche riserva, sia pur con molti tentennamenti . 130, nel Proemio alla parte seconda.131: ‘ .. .e se non
fece gli occhi con quel bel girare che fa il vivo .e i capelli morbidi e le
barbe piumose... e gl’ignudi come il vero; scusilo...
il non aver visto pittori migliori di lui. Ma l’opera di Giotto è guardata
con una certa sufficienza nel Proemio
alla parte terza, quando, per preparare il giudizio di massima esaltazione
per l’opera di Michelangelo (...appariscono
le sue sculture superiori a tutte l’antiche 132) viene ancora una volta
ribadito quel che si dice esser bella
maniera e che queste cose non
l’avevano fatto Giotto, né que’ primi artefici...
mancan-
________________________________________________________________________________
124 Ibidem,
II, p. 97 (Proemio alla seconda parte):
viene riconfermata la lode a Arnolfo Tedesco.
125 Ibidem,
I, p. 305.
126 Ibidem,
I, p. 312.
127 Ibidem,
I, p. 309.
128
Ibidem, I, p. 483.
129 Ibidem,
I, pp. 605-606.
130 Ibidem,
II, pp. 102-103: « Non voglio che alcuno creda ch’io non conosca che le cose di
Giotto… non meritano lode straordinaria né anche mediocre ».
131 Ibidem, II, pp. 101-102.
132 Ibidem, IV, p. 14.
378-----------------------------
dogli ancora nella regola una licenza che,
non essendo di regola, fosse ordinata nella regola, e potesse stare senza fare
confusione o guastare l’ordine. 133. E
questo un sottile modo di collegare Giotto alla maniera tedesca, essendo
improponibile il sospetto di ricordi greci.
Nelle
Vite la condanna alla maniera tedesca viene ribadita in termini perentori
nell’esame dell’opera del Brunelleschi, che ci fu donato dal cielo per dar nuova
forma all’architettura, avendo gli uomini fatte fabbriche senza ordine, con mal modo, con triste disegno, con strani
sime invenzioni, con disgraziatissima grazia, e con
peggior ornamento.134
.
Che
tutte queste definizioni spettino all’architettura tedesca non c’è dubbio. Si
legge, infatti, più avanti che per il Brunelleschi solo intento suo era l’architettura che era
già spenta; dico gli ordini antichi e buoni,e non la todesca
e barbara, la quale molto si usava nel suo tempo. 135; e più avanti: tanto più merita lode, quanto nei tempi suoi
era la maniera todesca in venerazione per tutta
l’Italia. 136.
Il
senso spregiativo del termine tedesco sembra emergere anche in fatti marginali:
nella vita di Leon Battista Alberti,
Giovanni Guittemberg,
lodato per l’utilissimo modo di stampare, viene definito: germano 137.
La
posizione nei confronti dell’architettura medievale trova, va ricordato, il suo
punto di partenza, nella Introduzione,
quando, al disappunto per i lavori che si chiamano tedeschi si aggiunge la
preghiera esorcistica: Iddio scampi ogni paese dal venir tal pensiero ed ordine di lavori .
Più
sistematica è nelle Vite la condanna della maniera
greca .139. Anche se nel Proemio alla
parte seconda c’è ancora un elogio per Buschetto Greco 140, la condanna coinvolge ormai non solo la pittura,
________________________________________________________________________________
133 Ibidem, IV, pp. 8-9.
134 Ibidem,
Il, p. 328.
135
Ibidem, II, p.337.
136
Ibidem, II, p.383.
137 Ibidem, II, p. 540.
138 Vedi il non breve passo in I, pp. 137-138:
« Ecci un’altra specie di lavori che si chiamano
tedeschi, i quali sono di ornamenti e di proporzione molto diffrenti
dagli antichi e dai moderni. Né oggi s’usano per gli eccellenti, ma sono
fuggiti da loro come mostruosi e barbari, dimenticando ogni ogni
cosa di ordine; che più tosto confusione o disordine si può chiamare, avendo
fatto nelle lor fabbriche, che son
tante che hanno ammorbato il mondo... E così, per tutte le facce ed altri loro
ornamenti, facevano una maledizione di tabernacolini
l’un sopra l’altro... Questa maniera fu trovata dai Goti, che.., riempirono
tutta Italia di questa maledizione di fabbriche... Iddio scampi ogni paese dal
venir tal pensiero ed ordine di lavori... ». Il passo è già presente nella 1’
redazione delle Vite.
139 Cfr. sopra, n.
43.
140 Vite, II, p.79
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ma
anche l’architettura. Niccola e Giovanni Pisani hanno sostanzia mente un
merito: avendo essi in gran parte levata
via, nel lavorare i marmi e nel fabbricare, quella maniera greca, goffa e
sproporzionata. 141 anche se Niccola ha ancora il limite di far figure non con perfetto disegno. 142.
L’opera
di Giovanni dovette redare
agli uomini di que’
tempi, avvezzi a vedere solamente cose goffissime, non piccola meraviglia 143;
e le cose goffissime sono cose fatte alla
maniera greca, come viene ribadito nella vita di Andrea Tafi.
144, riconosciuto come un innovatore nell’arte del mosaico e che pure apprese
la sua arte da alcuni pittori greci che
lavoravano in San Marco di mosaico.
La
condanna che il Vasari fa dell’arte greca è chiaramente influenzata dalla
tradizione umanistico-rinascimentale. Ricorderò fra
tutti il Ghiberti 145 che scrive: . . .i greci debilissimamente
l’arte della pictura e con molta roçeza
produssero in essa.
Il miracolo grandissimo di Giotto. 146,
che, senza alcun lume della buona
maniera, diede principio al buon modo di disegnare e di col rire
147 permette, nel Proemio alla parte
seconda, di consacrare la tesi che è definitivamente fuggita la maniera greca ch’era tanto rozza, 146 , e che la maniera greca... si spense del tutto al
punto che l’arte ormai può non avere ombre ed altre mostruosità di quei Greci. 149.
*
* *
Da
questo sommario esame di alcuni passi delle Vite appare evidente come la carica
ideologica mostrata dal Vasari nel Proemio vada sostanzialmente placandosi, per
riemergere saltuariamente con frasi convenzionali e stereotipate, senza che
venga apportato alcun nuovo elemento critico e con contraddizioni profonde che
accompagnano alla dura condanna della maniera tedesca l’esaltazione delle opere
di artisti che noi riconosciamo nella sostanza come debitori alla cultura
gotica.
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141 Ibidem,
I, p. 293.
142 Ibidem,
I, p. 304.
143 Ibidem,
I, p. 316.
144 Ibidem,
I, p. 331.
145 L. GHIBERTI, I Commentarii, cit., p. 36.
146 Vite,
I, p. 369.
147 Ibidem,
I, p. 374.
148 Ibidem,
Il, p. 99.
149 Ibidem,
I!, p. 101.
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Va
ancora rilevato che ancor più si evidenzia, nelle Vite, la dipendenza del Vasari dalla trattatistica
e storiografia degli autori dell’Umanesimo e della prima metà del ‘500. Basterà
ricordare, tra gli altri, A. Manetti, che già oppose
i romanzi ai tedeschi e che, come molti, aveva riproposto l’importanza della
chiesa del Sant’Apostolo .150
Soprattutto,
però, trova conferma nei Proemi alla II
e III parte l’impalcatura ideologica del Vasari che ha la pretesa di essere,
come il nostro Autore afferma, imparzialmente critica e capace di contribuire a
far conoscere oggettivamente la istoria...
specchio della vita umana:
avendo io preso a scrivere la istoria de’ nobilissimi artefici... mi sono impegnato non solo di
dire quel che hanno fatto... investigando, quanto più diligentemente ho saputo,
di far conoscere a quelli che questo per se stessi non sanno fare (c’è qui la confessione e la rivendicazione di voler
essere, com’oggi lo si intende, un « formatore d’opinione pubblica »), le cause e le radici delle maniere e del
miglioramento o peggioramento delle arti.151
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150. A.MANETTI, Operette istoriche edite ed inedite di Antonio Manetti,
matematico e architetto fiorentino del secolo XV, raccolte da G.MILANESI, Firenze 1887, pp.104
ss.
151. Vite, II, p. 97.