"Alla ricerca delle radici": itinerari romani per ricordare don Emilio Gandolfo.
Chi era san Calepodio? E' festeggiato il 10 maggio, come prete e martire.
Antonio Thiery
Dal 1992 con don Emilio Gandolfo dedicavamo una domenica al mese per andare "alle ricerca delle radici". Nei nostri itinerari che mensilmente percorrevamo a Roma con un gruppo di amici Emilio curava l'aspetto spirituale, attraverso la lettura del nuovo testamento e di padri della chiesa, io lo affiancavo ricordando, allo stato attuale delle conoscenze, quegli aspetti storici che consentono di rivivere il Primo Millennio in un modo un po' meno favolistico.
Poi, nel dicembre 1999 don Emilio è stato ferocemente assassinato. Proprio pochi giorni prima che cominciassimo un sistematico lavoro di revisione e di sistemazione dei tanti appunti presi in quegli anni.
Ora, è evidente, sto faticosamente avviando da solo questo lavoro di revisione che è necessariamente monco e molto parziale. E' rivista solo la parte storica ed a volte troppo polemicamente. Cercherò di farlo, in modo molto parziale, in via elettronica. La caratteristica sarà ancora quella di appunti del tutto provvisori ed anche molto più frammentari.
Non c'è possibilità di riprendere fisicamente, nello stile di Emilio, quegli itinerari. Il rischio che qualcuno voglia tramutare una ricerca liberante, in momenti di pedagogia coercitiva, sacrale e integrista è evidente.
Sarebbe bello, ma è molto, molto difficile, recuperare la cadenza mensile. Comunque ci provo. Dopo santo Stefano Rotondo, ecco via san Calepodio.
Nei nostri itinerari, infatti, ci eravamo fermati anche a guardare il mosaico absidale di Santa Maria in Trastevere. Ecco che mi rimane di quella visita.
Emilio ricordava: "se un tempo ci si era illusi che bastasse cambiare le strutture per avere un mondo nuovo, più giusto ed umano, ora diventa più chiaro che nulla di autenticamente nuovo sorgerà senza l'uomo nuovo con un cuore nuovo". (lettera agli amici a Natale '93).
E certamente è difficile trovare "l'uomo nuovo con un cuore nuovo" nella cultura prodotta dalla tradizione politica e religiosa del giudaismo e del cristianesimo occidentale.

Chi era san Calepodio? Molti me lo chiedono, visto che abito nella strada intitolata a questo santo dal nome così buffo (dai bei piedi). Molti hanno fatto ironie gustose o pesanti. Ed allora mi sono messo a studiare il perché di questo strano nome ad una strada romana. Con una delle prime domande, mi chiedono se è veramente esistito e se era un santo. Ne abbiamo discusso tanto con don Emilio, che veniva spesso a casa nostra a via San Calepodio a trovarci.
Molti pensano che sia un santo estraneo alla tradizione romana. Invece non è così. Se è esistito non lo so. So, invece, certamente che è un santo, vero o "virtuale", tipicamente "romano", simbolo millenario di quell'etica cristiana che si è formata in occidente ed in particolare a Roma. Etica che risponde essenzialmente agli interessi di una piccola oligarchia di ricchi, di nobili, di colti, di bianchi, che soffrono molto, fino al martirio, prima per possedere ed accumulare e poi per difendere i loro averi ed i loro soldi.
Studiando san Calepodio, si ha facilmente cognizione di quanto siano "pie" le leggende che si raccontano sulla nascita della chiesa di Roma.
Un conto è il vangelo che si inserisce in realtà culturali molto variegate e complesse e da origine ad un cristianesimo plurale; un conto è la strutturazione teologica con le categorie filosofiche et etiche greche che si sviluppa in occidente.
In proposito, c'è un documento, sia pure del XII secolo, di grande forza "evocativa" e "pedagogica". Papa Innocenzo II, Papareschi (un ramo collaterale della "nobile" famiglia degli Anici, a cui apparteneva Gregorio Magno ed da cui si fa discendere Benedetto, il fondatore del monachesimo occidentale. Ma si sa dopo il IV secolo i santi sono solo nobili), fece realizzare importanti mosaici nel catino absidale di Santa Maria in Trastevere (1130 -1143).
Sono mosaici di grande rilevanza simbolica, comunicativa e storica. Vengono definiti alcuni caratteri della teologia romana, ancora oggi professata.
Forse non a caso la cartolina che viene venduta a Santa Maria in Trastevere è "speculare", rovesciata rispetto alla realtà. Mostra il mosaico come visto in uno specchio. A sinistra quello che è a destra e viceversa. Non solo le scritte, ma l'intero programma ideologico con i suoi significati, diventano illeggibili. Ancora una volta assistiamo alla trasformazione di un oggetto iconico, da strumento collettivo di comunicazione e conoscenza ad oggetto sublime da contemplare individualmente.
Sarà un caso? Si dirà che è un errore. Ma Isidoro di Siviglia sosteneva che l'ignoranza, gli errori, che dovrebbero soprattutto essere evitati dai sacerdoti di Dio, sono la causa di tutti i mali. Nell'immagine che presento, comunque, il mosaico è riprodotto correttamente.
La madonna è in trono, siede in un trono a due piazze alla destra di Cristo che le cinge le spalle con un braccio, presentandola al clero romano. La legittima come regina. E' la prima volta. E' passato più di un millennio e tanti concili che le danno ogni tipo di titolo. Ed i significati sono evidenti.
A iniziare da sinistra per chi guarda il bacino absidale, ma alla destra di Cristo, c'è prima papa Innocenzo (il committente), poi Lorenzo (il primo martire romano, comunque legato all'amministrazione dei soldi della comunità), quindi Callisto (il fondatore di santa Maria in Trastevere, ma soprattutto il "papa" che ha cominciato ad organizzare economicamente la chiesa di Roma). Poi la Madonna e Cristo, Pietro, papa Cornelio, papa Giulio, Calepodio presbiter.
Tra gli apostoli c'è il solo Pietro, alla sinistra di Cristo. Non c'è Paolo. Eppure San Paolo, come riconosce già Michele Amari nel 1852, è il "massimo propagatore del vangelo nelle schiatte greca e latina". Si badi non nel mondo, ma nelle schiatte greca e latina. Pur tuttavia non trova un posto tra i grandi della chiesa di Roma; ci sono invece i santi "romani". Paolo si guadagnò da vivere con il lavoro delle proprie mani ed a Roma frequentò tutt'al più qualche benestante. E' un po' poco. Anzi è disdicevole che abbia continuato a lavorare. Per essere cattolici romani si deve essere almeno nobili, o molto ricchi. Tutt'al più si può fare eccezione per qualche amico di nobili e ricchi.
A Pietro, infatti, la tradizione, dal III al IV secolo, attribuisce un ruolo primario, a volte esclusivo di raccordo tra la gerarchia ecclesiastica che si andava definendo del cristianesimo nascente e la classe senatoria e la nobiltà terriera. Ne fa un vero capo. "A creder alle pie leggende locali" Pietro è ospite fisso di "senatori", "nobili" proprietari terrieri, le cui figlie organizzano la verginità come valore (anzi l'unico valore per la donna) e la conseguente santità attraverso i tanti martirii che subiscono. Ma c'è un salto di secoli. Se Pietro è del 1° secolo, i nobili senatori e le loro figlie sono vissuti in epoche più tarde. Bene che vada del IV secolo. Dice bene l'Amari: "che ci si vegga la gerarchia non del primo ma del quinto o sesto secolo".
La scelta nel mosaico del solo Pietro tra gli Apostoli ha quindi un forte carattere simbolico e pedagogico. E' evidente un programma teologico completo. Niente è lasciato al caso. Pietro è un gran politico-capitano d'industria (Agnelli? Berlusconi? De Benedetti? Scegliete voi.) ed i suoi successori devono essere adeguati e degni del ruolo. Sono pochi anche i nimbi sulle teste dei santi raffigurati. Hanno l'autorità perché stanno sul palco con Cristo. Fanno parte della gerarchia. Sono riconosciuti da Cristo. E' Cristo, esposto nella sua maestà in un trono molto terreno, che li legittima presentandoli al clero ed al popolo romano. Poco importa, com'era e sarà invece nella tradizione "popolare", che siano additati come "santi" per le loro "opere".
E' evidente come papa Innocenzo II sia preoccupato, lui romano, in un`epoca in cui tutto doveva esaltare l'ordo romanus, di sottolineare la romanità (peraltro inesistente) della chiesa di Roma. Perciò dette largo spazio, nelle immagini ai Santi Romani, a quelli storici (Pietro (sic!), con le contaminazioni tra il I ed il IV secolo), Cornelio e Lorenzo) ed a quelli del III secolo: Callisto, papa Giulio I, Calepodio.
Questi stessi personaggi e per lo stesso motivo furono esaltati nell'Anno Santo Romano del 1950. Anche Pio XII, non dimentichiamolo, era un papa romano e naturalmente nobile. A Giulio fu dedicata una Parrocchia, mai completata, a Via Maidalchini, ed a san Calepodio una via di Monteverde. Gli altri erano già ricordati. Furono colmate le lacune.
Ma chi era Calepodio? Un santo vero? Un prete morto martire? O una persona inventata? O uno dei tanti ladroni che, innalzando le insegne della "necessità terrena", prosperano sotto l'egida di Santa Romana Chiesa fin dalle origini?
Un dato è certo. E' festeggiato il 10 maggio, come prete e martire.
Qualcuno dice, ma è una delle tante "tradizioni", che fu fatto uccidere con la spada dall'imperatore Alessandro. Il suo corpo fu trascinato per la città e gettato nel Tevere. Papa Callisto, avendolo ritrovato lo seppellì.
Una tradizione posteriore narra che papa Gregorio IV (827-843) ritrovò il suo corpo nella basilica di Santa Maria in Trastevere, insieme a quelli di Cornelio e Callisto, e li depose sotto l'altare maggiore.
In seguito alcune reliquie di questi tre santi furono portate a Fulda ed a Cysoing.
Altri danno qualche notizia sulla vita, sul periodo anteriore all'uccisione, e danno una versione meno edulcorata, ma ancora molto simbolica.
Calepodio, secondo questa tradizione, risulta così chiaramente legato alla comunità cristiane di Trastevere ed allo schiavo Callisto che, agli inizi del III secolo fu malaccorto amministratore (ovviamente ci guadagnò, a dimostrazione che non c'è mai niente di nuovo, e fu nominato vescovo di Roma) dei risparmi e del cimitero delle comunità cristiane.
La gestione dei cimiteri (e delle terre e dei risparmi, attività fondamentale anche oggi per i cattolici. La tradizione va rispettata!) e dei "corpi", intangibili in attesa della resurrezione, diventa un affare fin dall'antichità.
Callisto nel 217 diventò vescovo di Roma, papa, ma prima fondò il titolo omonimo a Trastevere, probabilmente dando origine alla chiesa di santa Maria in Trastevere.
A Callisto, nel ruolo di presbitero in quella chiesa, successe, secondo la tradizione, quel Calepodio, che intanto avrebbe gestito un importante cimitero sulla via Aurelia, al III miglio, da pochi anni identificato (per lungo tempo fu confuso con il cimitero di San Pancrazio), dove fu sepolto in seguito lo stesso Callisto, morto martire.
Un cimitero in un luogo sacro, come indica la biforcazione di due strade (Aurelia e via del Casale di Pio V). E perciò più ambito e quindi più "caro" degli altri. Come del resto lo erano i cimiteri (come quello di San Pancrazio) alla biforcazione tra la via Aurelia e la Via Vitellia.
A questo punto ben si innesta la tradizione del "martirio" di San Calepodio. I cristiani allora, e cito ancora Amari, erano "perseguitati e persecutori". Calepodio sarebbe stato ucciso per ordine dell'imperatore, anche se gli aspetti religiosi sembrano lasciare il posto a rivendicazioni affaristiche. E' evidente che l'imperatore è il simbolo riassuntivo di un potere economico concorrente.
La gerarchia cattolica dice che dopo "
i primi 2/3 secoli i cristiani privilegiano la "necessità" nei confronti della "gratuità". La società come tale avrà bisogno di loro in quanto cristiani e loro avranno bisogno degli strumenti della società".Qual è il "bisogno" della complessa società del IV secolo dei cristiani in quanto tali? Chi usufruisce e gode degli strumenti della società?
Gli americani, che di questi studi se ne intendono, spiegano che la storia antica che raccontiamo tiene conto dello 0,1% (si, non ci sono errori: proprio lo 0,1%) della popolazione.
Quindi possiamo dire che Costantino (e la sua struttura di potere, cioè poche persone) aveva bisogno di allearsi con alcuni poteri economici (ma siamo sempre nell'ordine di poche persone) che, come fatto politico, "organizzavano" i cristiani. Un'alleanza di poche persone per godere degli strumenti della società.
E' un po' quello che succede oggi. Si organizzano, anche da parte dei buoni cattolici, stili di vita che solo pochi possono raggiungere e che creano situazioni di schiavitù e di guerra. Il potere conoscitivo, economico, politico è riservato a pochi, ad una piccolissima oligarchia (il 2/3%). E poi c'è una cerchia di privilegiati "clientes" che siedono a mensa (il 15/18%). Poi ci sono tutti gli altri (80%) esclusi da tutto. Tanti muoiono di fame.
Poi i pochi che raggiungono questi stili di vita fanno del volontariato e della carità (con parsimonia, mi raccomando) nei confronti di quelli che hanno reso poveri. Più soffrono, da ricchi, per i più poveri, più si guadagnano (loro e chi fa carità) il paradiso.
Ancora un'altra domanda: che cos'è la "necessità"? E' possibile una sola risposta: sono i bisogni e gli affari di pochissimi.
Si dice che "L'istituzione-Chiesa così, in difformità da Gesù che vinse le tentazioni del deserto - il pane, il miracolo, il potere - accettò di far parte del sistema della "necessità" mettendo in estremo rischio la propria natura di "comunità gratuita"".
Ma va ricordato che l'istituzione-Chiesa (il magistero) sono gli affari di pochissimi. Non c'entra nulla con i cristiani, né con la chiesa.
Non c'entra nulla con i cristiani perché in tutto il primo millennio è stato ben chiaro che: "Non se autem glorietur esse christianum, qui nomen habet, et facta non habet: ubi autem nomen secutum fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit". (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II, 7-11. E' il testo più letto, se non l'unico nei monasteri europei medievali). Visto che il latino non si fa più a scuola, traduciamo: "Senza dubbio non si può vantare di essere cristiano quello che ha il nome, ma non lo stile di vita; certamente sarà cristiano quando sarà fedele a questo nome e lo realizzerà con la sua condotta. E' veramente un cristiano colui che con la fede e con le opere si manifesta come un cristiano, camminando, come camminò colui dal quale riceve il nome".
Non c'entra nulla con la chiesa, perché Gregorio Magno, che pure ebbe una parte determinante nell'organizzare definitivamente la struttura economica della Chiesa di Roma, nel commento al Cantico dei Cantici, definisce: "la chiesa, cioè l'umanità tutta intera, dall'inizio alla fine dei tempi".
Le autorità ecclesiastiche oggi, cercano di salvarsi in angolo, e negano la santità del presbitero Calepodio. Cercano anche di far cambiare la toponomastica. Su alcuni stradari è scomparso e poi ricomparso il titolo di "santo". Con non poche sofferenze per la corrispondenza di chi, come me, abita in quella strada.
Negano addirittura la storicità di San Calepodio. E' possibile e probabile che Calepodio non sia un personaggio reale; che non sia mai esistito. Ce ne sono molti nei primi secoli. Dello stesso san Benedetto non abbiamo prove della sua esistenza. Ma san Calepodio è tuttavia un concreto simbolo riassuntivo di quel modo di legare affari e proprietà terriere (delle classi nobili e ricche) e religione (con annessa gerarchia) che ha caratterizzato fin dai primi secoli la cristianità occidentale ed in particolare la nascente comunità romana prevalentemente nei suoi vertici: la chiesa, comunità di fedeli, diventa la Chiesa, potere gerarchicamente strutturato. E per questo si è guadagnato il titolo di santo.
E il "martirio" simboleggia le faide, come quelle di oggi della mafia, della camorra o della banda della Magliana, tanto per citare una località vicina, e non solo geograficamente.
Lo stesso martirio di don Emilio, quello sì reale, un rimasticamento del suo corpo (come lui aveva tante volte ruminato la parola di Dio) può ben essere collocato, avendo come scenario le "faide" interne alla Compagnia di San Paolo. E' il martirio reale di un uomo che veniva spesso a casa nostra a via San Calepodio a trovarci. Spesso si facevano discorsi storici alla ricerca delle radici. Emilio, per seguire il messaggio di Cristo, una vangelo sine glossa, senza incrostazioni, senza san Calepodio, si era fatto poverissimo, ed aveva rinunciato a tutte i possibili onori e alle possibili ricchezze che gli venivano offerte su un piatto d'argento.
E' comunque un dato di fatto che i vertici clericali della vincente comunità cristiana di Roma, hanno cercato fin dai primissimi secoli di legarsi a questa "tradizione", anche a quella di San Calepodio, e di attingere da essa la loro legittimazione. I mosaici di Santa Maria in Trastevere (nel XII secolo) e la dedicazione di una strada a San Calepodio per l'anno santo del '50 (XX secolo) stanno a dimostrarlo.
A San Calepodio, si può cancellare la santità. Ma allora coerentemente va cancellata la "santità" di troppi altri "martiri della fede"! Anche di santi moderni.
Ho imparato che della storia del Primo Millennio (io di questo mi occupo) non è vero quasi niente. Persino dal nome della strada in cui abito, Via San Calepodio, e dal nome della Parrocchia (San Giulio) a cui amministrativamente appartengo mi viene lo stimolo a studiare questo singolare Primo Millennio.
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