Il 10 maggio è san Calepodio
A Monteverdevecchio c’è via san Calepodio.


Chi era san Calepodio? Era festeggiato il 10 maggio, come prete e
martire, e come uno dei fondatori della chiesa romana. Ma
ora cercano di dimenticarlo. Lo stanno cancellando.
Un
altro santo inventato? Presente nel Martirologio Romano, ancora ricordato (e
utilizzato) nell’anno santo del 1950, è ignorato dalle
moderne enciclopedie dei santi.
E’ certo che è
stato additato dalla grande chiesa di Roma per oltre
1700 anni e fino a pochi anni fa come esempio di santità. Adesso dicono che non
era santo; che forse non è mai esistito.
Chi era in
concreto san Calepodio? Molti me lo chiedono, visto
che abito a Monteverdevecchio
nella strada intitolata a questo santo dal nome così buffo (dai piedi caldi,
qualcuno dice: belli).
Molti hanno fatto ironie gustose o pesanti. Con una delle prime domande, in
genere mi chiedono se è veramente esistito e se era un
santo. Ed allora mi sono messo a studiare il perché di
questo strano nome ad una strada romana. Al di là delle
inquietudini dei teologi (che sono soliti dare valutazioni ideologiche del
presente a fatti del passato) e delle fantasie dogmatiche ed apodittiche delle
guide.
Molti pensano
che sia un “santo” estraneo alla tradizione romana. Invece
non è così. Era considerato uno dei fondatori della chiesa romana. Se è
esistito non lo so. Non credo. So, invece, certamente
che è un simbolo riassuntivo della chiesa romana, un simbolo millenario di quell'etica cristiana che si è formata in occidente ed in
particolare a Roma. E perciò è (era) considerato
santo. Etica che risponde essenzialmente agli interessi di una piccola
oligarchia di ricchi, di nobili, di colti, di bianchi, che soffrono molto, fino
al martirio (vero o presunto), prima per possedere ed accumulare e poi per
difendere i loro averi ed i loro soldi.
Studiando san Calepodio, si ha facilmente cognizione di quanto siano "pie" le leggende che si
raccontano sulla nascita della chiesa di Roma. Un conto è il vangelo che si inserisce in realtà culturali molto variegate e complesse
e dà origine ad un cristianesimo plurale, spesso senza dottrine e senza
gerarchie ecclesiastiche; un conto è la strutturazione teologica,
monolitica e clericale, con le categorie
filosofiche ed etiche greche che si sviluppa in occidente ad opera di un
Vaticano che prende a mano a mano il posto dell’Impero.
C'è un
“documento”, sia pure del XII secolo, di grande forza
"evocativa" e "pedagogica". Papa Innocenzo II, romano,
della nobile famiglia Papareschi, fece realizzare
importanti mosaici nel catino absidale di Santa Maria
in Trastevere (1130 -1143), per celebrare la “tradizione” della chiesa romana. I Papareschi sono un ramo collaterale della
"nobile" e potente famiglia degli Anici, a cui apparteneva Gregorio
Magno e da cui si fa discendere Benedetto da Norcia, il fondatore del
monachesimo occidentale. Ma si sa dopo il IV secolo i
santi sono solo nobili.

I mosaici
di santa Maria
in Trastevere (vedi foto) hanno grande
rilevanza simbolica, comunicativa e storica.
Definiscono alcuni caratteri della teologia romana,
ancora oggi professata.
La madonna è
in trono, siede in un trono a due piazze alla destra di Cristo che le cinge le
spalle con un braccio, presentandola al clero ed al popolo romano. La legittima
come regina. E' la prima volta.
E' passato più
di un millennio con tanti concilî che le hanno dato
ogni tipo di titolo. Ora diventa la regina del popolo romano (Salus Populi Romani).
A iniziare da
sinistra per chi guarda il bacino absidale, ma alla destra di Cristo, c'è prima
papa Innocenzo II (il committente), poi Lorenzo (il primo martire romano,
comunque legato all'amministrazione dei soldi della comunità), quindi Callisto
(il fondatore di santa Maria in Trastevere,
ma soprattutto il "papa" che ha cominciato ad organizzare
economicamente la chiesa di Roma). Poi la Madonna e Cristo, Pietro, papa
Cornelio, papa Giulio (organizzò i notai ecclesiastici e sollevò i chierici
dalle citazioni dei tribunali laici), Calepodio presbiter (all’estremità destra di chi guarda).
Tra gli
apostoli c'è il solo Pietro, alla sinistra di Cristo. Non c'è Paolo. Eppure san
Paolo, come riconosce già Michele Amari nel 1852, è il
"massimo propagatore del vangelo nelle schiatte greca e latina".
Si badi non nel mondo, ma nelle schiatte greca e latina.
Pur tuttavia
non trova un posto tra i grandi della chiesa di Roma; ci sono invece i santi "romani".
Paolo si guadagnò da vivere con il lavoro delle proprie mani ed a Roma
frequentò tutt'al più qualche benestante. E' un po'
poco. Anzi è disdicevole che abbia continuato a lavorare.
Come dimenticare le vicende moderne dei preti operai? Per essere cattolici
romani si deve essere almeno nobili, o molto ricchi. Tutt'al più si può fare eccezione per qualche amico di
nobili e ricchi.
A Pietro,
infatti, la tradizione, dal III al IV secolo,
attribuisce un ruolo primario, a volte esclusivo di raccordo tra la gerarchia
ecclesiastica, che si andava definendo, del cristianesimo nascente e la classe
senatoria e la nobiltà terriera. Ne fa un vero capo. "A creder alle pie
leggende locali" (cito ancora Michele Amari)
Pietro è ospite fisso di "senatori", "nobili"
proprietari terrieri, le cui figlie organizzano la verginità come valore
(l'unico valore per la donna) e la conseguente santità attraverso i tanti
martirî che subiscono. Ma c'è un salto di secoli. Se Pietro è vissuto nel 1° secolo, i nobili senatori e le loro
figlie sono vissuti in epoche più tarde. Bene che vada
sono vissuti nel IV secolo. Dice bene l'Amari: "che
ci si vegga la gerarchia non del primo ma del quinto
o sesto secolo".
La scelta nel
mosaico del solo Pietro tra gli Apostoli ha quindi un forte carattere simbolico
e pedagogico. E' evidente un programma teologico completo. Niente è lasciato al
caso. Pietro è un gran politico-capitano d'industria (Agnelli? Berlusconi? De Benedetti? Scegliete voi.) ed i suoi
successori devono essere adeguati e degni del ruolo. Sono pochi anche i nimbi
sulle teste dei santi raffigurati. Hanno l'autorità perché stanno sul palco con
Cristo. Fanno parte della gerarchia. E questo è quello
che conta. Sono riconosciuti da Cristo. E' Cristo, esposto nella sua
maestà in un trono molto terreno, che li legittima presentandoli al clero ed al
popolo romano. Poco importa, com'era e sarà invece nella tradizione "popolare",
che siano additati come "santi" per le loro "opere".
E' evidente
come papa Innocenzo II sia preoccupato, lui romano, in un`epoca
in cui tutto doveva esaltare l'ordo romanus, di sottolineare la
romanità (peraltro inesistente) della chiesa di Roma. Perciò dette largo
spazio, nelle immagini ai santi romani, a quelli storici delle origini (Pietro,
con le contaminazioni tra il I ed il IV secolo,
Cornelio e Lorenzo) ed a quelli del III secolo (Callisto, papa Giulio I, Calepodio).
Questi stessi
personaggi, e per lo stesso motivo, furono esaltati nell'anno santo romano del 1950. Anche Pio
XII, non dimentichiamolo, era un papa romano e naturalmente nobile. In quell’occasione a papa Giulio fu dedicata una chiesa
parrocchiale, mai completata, a Via Maidalchini
(davanti alla clinica “città di Roma”), ed a san Calepodio
una via di Monteverde. Gli altri erano già ricordati.
Furono colmate le lacune.
Ma chi era Calepodio? Un santo vero? Un prete morto martire? O una persona inventata? O uno dei
tanti ladroni che, innalzando le insegne della "necessità terrena",
prosperavano e prosperano sotto l'egida di Santa Romana Chiesa fin dalle
origini?
Un dato è
certo. La festa canonica è fissata al 10 maggio ed è festeggiato come prete e
naturalmente martire. E’ il martirio che, vero o inventato, legittima la “santità”. Come dimenticare
Benedetto XVI che rievoca il ruggito dei leoni che al Colosseo sbranavano i cristiani? E
pazienza se la storia smentisce queste notizie. L’autorità di un papa
vale più della storia.
Qualcuno dice,
ma è una delle tante "tradizioni", che Calepodio,
praesbiter di s. Maria in Trastevere, fu fatto uccidere con la spada dall'imperatore
Alessandro Severo. Il suo corpo fu trascinato per la città e gettato nel
Tevere. Papa Callisto, avendolo ritrovato lo seppellì.
Una tradizione
posteriore completa questo racconto e narra che papa Gregorio IV (827-843) ritrovò
il suo corpo nella basilica di santa Maria in Trastevere, insieme a quelli di
Cornelio e Callisto, e li depose sotto l'altare maggiore.
In seguito alcune
reliquie di questi tre santi furono portate a Fulda ed a Cysoing.
Altri danno qualche
notizia sulla vita, sul periodo anteriore all'uccisione, e danno una versione
meno edulcorata, ma ancora molto simbolica.
Calepodio, secondo
questa tradizione, risulta chiaramente legato alla
comunità cristiane di Trastevere ed allo schiavo
Callisto (il futuro papa) che, agli inizi del III secolo fu un malaccorto
amministratore (fece bancarotta e ovviamente ci guadagnò, a dimostrazione che
non c'è mai niente di nuovo, e fu nominato vescovo di Roma) dei risparmi e del
cimitero delle comunità cristiane.
La gestione
dei cimiteri, dei "corpi", intangibili in
attesa della resurrezione, diventa un affare fin dall'antichità. Come la
gestione delle terre, delle proprietà immobiliari e dei risparmi sono attività
fondamentali anche oggi per il Vaticano e per gli ordini religiosi. La
tradizione va rispettata! Forse per questo è stata guardata con tanto
disappunto la proposta laica di impegnare gli eletti nelle amministrazioni
comunali e municipali alla realizzazione, tra l’altro,
di “luoghi decorosi di commiato laico”.
Callisto nel
217 diventò vescovo di Roma, papa, ma prima fondò il titolo omonimo a Trastevere, probabilmente dando origine alla chiesa di
santa Maria in Trastevere, una
chiesetta poi ampliata ( va ricordato -non lo fa quasi più nessuno- “riutizzando”
i materiali e le colonne del grandioso tempio della dea Iside a Campo Marzio).
Il centinaio di culti presenti a Roma nella tarda età imperiale e prima dell’editto
di Costantino sono cancellati e spesso violentemente.
A Callisto,
diventato papa, nel ruolo di presbitero in quella chiesa, successe, secondo la
tradizione, quel Calepodio, che intanto avrebbe
gestito un importante cimitero sulla via Aurelia, al III miglio (all’incrocio con via del Casale di S.
Pio V, con ingresso in quella stradacon un
fantomatico n°15), da pochi anni identificato (per lungo tempo fu confuso con
il cimitero di San Pancrazio), dove fu sepolto in seguito lo stesso Callisto,
morto naturalmente martire. Nello stesso cimitero di Calepodio
sarebbe stato sepolto san Valentino, vescovo di Terni, oggi venerato a Sassocorvaro.
Era un
cimitero in un luogo sacro, come indica simbolicamente
la biforcazione di due strade (Aurelia e via del Casale di S. Pio V). E perciò più ambito e quindi più ricercato e "costoso"
degli altri. Come del resto lo erano i cimiteri (come quello di San Pancrazio)
alla biforcazione tra la via Aurelia
e la Via Vitellia.
A questo punto
ben si innesta la tradizione del "martirio"
di San Calepodio. I cristiani allora, e cito ancora
Amari, erano "perseguitati e persecutori". Calepodio
sarebbe stato ucciso per ordine dell'imperatore, anche se gli aspetti religiosi
sembrano lasciare il posto a rivendicazioni
affaristiche. E' evidente che l'imperatore è il simbolo riassuntivo di un
potere economico concorrente.
Sulle guide si
continuano a leggere le tradizioni che vogliono Calepodio
un santo ed un martire realmente esistito, ma intanto la festa canonica è
caduta in disuso ed in alcuni stradari è scomparso il titolo di santo. La
strada di Monteverde diventa via
Calepodio, con la gioia degli abitanti della strada
che d’estate, quando il postino titolare è in ferie, vedono la loro posta
indirizzata a via san Calepodio respinta al mittente,
con l’indicazione di strada sconosciuta.
A Roma succede
anche questo. Oltre 1700 anni di riti, preghiere, miracoli, feste popolari cancellati
come se non fossero mai esistiti.
Ho imparato che della
storia del Primo Millennio (io di questo mi occupo) non è vero quasi niente.
Persino dal nome della strada in cui abito, Via San Calepodio,
e dal nome della Parrocchia (San Giulio) a cui amministrativamente
appartengo mi viene lo stimolo a studiare questo
singolare Primo Millennio. A via San Calepodio continua a passeggiare di notte il fantasma del Marchese Luca de Marchettis, un nobile del ‘700, morto cadendo da una
finestra della sua villa forse suicida o forse durante un esercismo.
Antonio Thiery
Appendice
Dal
1992 con don Emilio Gandolfo dedicavamo una domenica al mese per andare "alle
ricerca delle radici". Nei nostri itinerari che mensilmente percorrevamo a Roma con un gruppo di amici Emilio curava
l'aspetto spirituale, attraverso la lettura del nuovo testamento e di padri
della chiesa, io lo affiancavo ricordando, allo stato attuale delle conoscenze,
quegli aspetti storici che consentono di rivivere il Primo Millennio in un modo
un po' meno favolistico.
Poi,
nel dicembre 1999 don Emilio è stato ferocemente assassinato. Proprio pochi giorni prima che cominciassimo un sistematico lavoro
di revisione e di sistemazione dei tanti appunti presi in quegli anni.
Non c'è
possibilità di riprendere fisicamente, nello stile di Emilio,
quegli itinerari. Il rischio che qualcuno voglia tramutare
una ricerca liberante, in momenti di pedagogia coercitiva, sacrale e integrista è evidente.
Nei
nostri itinerari ci eravamo fermati anche a guardare
il mosaico absidale di Santa Maria in Trastevere. Ecco che cosa dissi durante quella visita.
Oggi la
gerarchia cattolica dice che dopo "i primi 2/3 secoli i cristiani privilegiano la "necessità" nei confronti della
"gratuità". La società come tale avrà bisogno di loro in quanto cristiani e loro avranno bisogno degli strumenti
della società".
Qual è
il "bisogno" della
complessa società del IV secolo dei cristiani in
quanto tali? Chi usufruisce e gode degli strumenti della
società?
Gli
americani, che di questi studi se ne intendono, spiegano che la storia antica
che raccontiamo tiene conto dello 0,1% (si, non ci sono errori: proprio lo
0,1%) della popolazione.
Quindi
possiamo dire che Costantino (e la sua struttura di potere, cioè
poche persone) aveva bisogno di allearsi con alcuni poteri economici (ma siamo
sempre nell'ordine di poche persone) che, come fatto politico,
"organizzavano" i cristiani.
Un'alleanza
di poche persone per godere degli strumenti della società.
E' un
po' quello che succede oggi. Si organizzano, anche da parte dei buoni
cattolici, stili di vita che solo pochi possono raggiungere e che creano
situazioni di schiavitù e di guerra. Il potere conoscitivo, economico, politico
è riservato a pochi, ad una piccolissima oligarchia (il 2/3%). E poi c'è una cerchia di privilegiati "clientes" che siedono
a mensa (il 15/18%). Poi ci sono tutti gli altri (80%) esclusi da tutto. Tanti
muoiono di fame.
Poi i
pochi che raggiungono questi stili di vita fanno del
volontariato e della carità (con parsimonia, mi raccomando) nei confronti di
quelli che hanno reso poveri. Più soffrono, da ricchi, per i
più poveri, più si guadagnano (loro e chi fa carità) il paradiso.
Questo
stile di vita non c'entra nulla con il Vangelo e con i cristiani perché in tutto il primo
millennio è stato ben chiaro che: "Non se autem glorietur esse christianum, qui nomen habet, et
facta non habet: ubi autem nomen
secutum fuerit, et opere compleverit, certissime christianus erit. Ille est enim veraciter christianus, qui fide et factis se ostendit christianum, ambulans sicut et ipse ambulavit a quo et nomen traxit". (In Apocalypsin B. Ioannis apostoli Commentaria, II,
7-11. E' il testo più letto, se non l'unico nei monasteri europei medievali).
Visto che il latino non si fa più a scuola, traduciamo: "Senza dubbio non si può vantare di essere cristiano quello che ha il nome, ma non lo stile
di vita; certamente sarà cristiano quando sarà fedele a questo nome e lo
realizzerà con la sua condotta. E' veramente un cristiano colui
che con la fede e con le opere si manifesta come un cristiano,
camminando, come camminò colui dal quale riceve il nome".
Non
c'entra nulla con la chiesa, perché Gregorio Magno, che pure ebbe una parte determinante nell'organizzare definitivamente la struttura
economica della Chiesa di Roma, nel commento al Cantico dei Cantici, definisce:
"la chiesa, cioè l'umanità tutta
intera, dall'inizio alla fine dei tempi".
Le autorità ecclesiastiche oggi, cercano di salvarsi
in angolo, e negano la santità del presbitero Calepodio.
Negano addirittura la storicità di San
Calepodio. E' possibile e probabile che Calepodio non sia un personaggio reale; che non sia mai
esistito. Ce ne sono molti nei primi secoli. Dello stesso san Benedetto non
abbiamo prove della sua esistenza. Ma san Calepodio è
tuttavia un concreto simbolo riassuntivo di quel modo di legare affari e
proprietà terriere (delle classi nobili e ricche) e religione (con annessa
gerarchia) che ha caratterizzato fin dai primi secoli la cristianità
occidentale ed in particolare la nascente comunità romana prevalentemente nei
suoi vertici: la chiesa, comunità di fedeli, diventa la Chiesa, potere
gerarchicamente strutturato. E
per questo si è guadagnato il titolo di santo.
E il "martirio" simboleggia le faide, come
quelle di oggi della mafia, della camorra o della
banda della Magliana, tanto per citare una località
vicina, e non solo geograficamente.
Lo stesso martirio di don Emilio, quello sì reale,
un rimasticamento del suo corpo (come lui aveva tante
volte ruminato la parola di Dio) può ben essere collocato, avendo come scenario le "faide" interne alla Compagnia di San
Paolo. E' il martirio reale di un uomo che veniva spesso a casa nostra a via San Calepodio a trovarci.
Spesso si facevano discorsi storici alla ricerca delle
radici. Emilio, per seguire il messaggio di Cristo, una
vangelo sine glossa, senza incrostazioni,
senza san Calepodio, si era fatto poverissimo, ed
aveva rinunciato a tutte i possibili onori e alle possibili ricchezze che gli
venivano offerte su un piatto d'argento.
E' comunque un dato di
fatto che i vertici clericali della vincente comunità cristiana di Roma, hanno
cercato fin dai primissimi secoli di legarsi a questa "tradizione", anche a quella di San Calepodio, e di attingere da essa la loro legittimazione. I
mosaici di Santa Maria in Trastevere
(nel XII secolo) e la dedicazione di una strada a San Calepodio
per l'anno santo del '50 (XX secolo) stanno a
dimostrarlo.
A San Calepodio, si può
cancellare la santità. Ma allora coerentemente va
cancellata la "santità" di troppi altri "martiri della
fede"! Anche di santi moderni.
Ho imparato che della storia del Primo Millennio (io
di questo mi occupo) non è vero quasi niente. Persino dal nome della strada in
cui abito, Via San Calepodio, e dal nome della
Parrocchia (San Giulio) a cui amministrativamente appartengo mi viene lo stimolo a studiare questo singolare
Primo Millennio.